La casa delle bambole sessuali

All’automazione in fabbrica erano abituati, a Mirafiori Sud. La Fiat è proprio lì di fronte. A quella in camera da letto, evidentemente no. E così i residenti del palazzo di via Onorato Vigliani, uno come tanti altri di questo quartiere residenziale operaio, hanno gridato allo scandalo, non appena è stato chiaro che il tanto pubblicizzato “bordello delle bambole” era nel loro cortile. “Un viavai continuo – si sono lamentate le nonne, spaventate di mandare i nipoti giù a giocare – perché chissà che tipi sono quelli che vanno con le bambole”. E dopo neanche dieci giorni di attività, il 12 settembre scorso sono arrivati i vigili a mettere tutto sotto sequestro.

Di sicuro, i condomini ora possono stare tranquilli: l’attività non riaprirà più, è stata rilevata “l’incompatibilità edilizia”. Ma presto le bambole torneranno a fare l’amore. La polizia municipale ha contestato l’esercizio abusivo di affittacamere, e la mancanza di comunicazione del registro dei clienti per via telematica. E sembrava la mossa vincente: bell’elemento di dissuasione, per chi vuole trasgredire, dover tirar fuori la carta d’identità e vedere i propri dati spediti in Questura. Ma due giorni fa, la società che gestisce la casa di appuntamenti, la LumiDolls, ha annunciato che riprenderà l’attività in un albergo: in questo modo i clienti si mescoleranno ai normali ospiti della struttura, e non saranno immediatamente individuabili come amanti del sesso con le bambole. E il Comune avrebbe già dato il “via libera”.

Del resto, come dice uno dei soci dell’attività, un geometra torinese che incontriamo in uno snack-bar di corso Unione Sovietica, “abbiamo una struttura molto organizzata, pronta a trovare le soluzioni a tutte le difficoltà che ci verranno fatte, e che in parte ci aspettavamo; con una squadra composta di ottimi avvocati, commercialisti, ingegneri, ufficio stampa e altri dipendenti”. Respinge con decisione le voci sulle carenze igieniche, che non sarebbero state riscontrate dalla Asl, e si dice molto ottimista sulla pronta ripresa delle attività. Vorrebbe dimostrare che quello dell’affittare la camera per la LumiDolls non è un business, “ma un accessorio, una mera messa a disposizione di uno spazio dove utilizzare il servizio offerto, che rientra nella categoria dello sharing: solo che non diamo in uso biciclette, motorini o automobili, che possono essere usati in strada, ma bambole sessuali”. La succursale italiana è una società a responsabilità limitata, la Kama Ld srl, specializzata in “commercio al dettaglio di articoli sulla sessualità e la sensualità”. E ha l’esclusiva per l’Italia del marchio LumiDolls (di proprietà della spagnola Privefe s.l.). Proprio in Spagna, a Barcellona, ha infatti aperto la casa madre, nel febbraio del 2017, da un’idea imprenditoriale di Sergi Prieto, offrendo poi in franchising il concept. Ad aprile scorso è stata inaugurata la sede russa, nella City di Mosca, e poco più di un mese fa quella italiana, a Torino.

Perché proprio in Piemonte e non a Roma o a Milano? “Intanto perché io sono di qui – dice il socio, che subito aggiunge con orgoglio sabaudo – e poi perché tutte le cose, in Italia, sono sempre partite da Torino”. È venuto a conoscenza della realtà catalana poco dopo l’apertura, per circa un anno ha valutato il mercato, studiato il progetto e messo a punto il business-plan. Si è persuaso che il settore abbia un futuro “molto interessante” e ha concluso l’accordo con la casa madre spagnola. Ora, a quanto sostiene, “ci sono già circa 400 persone che hanno preso contatti per aprire in franchising, da Aosta a Palermo. Io rispondo alla Spagna; gli altri italiani risponderanno a noi”.

“È importante non marchiare i clienti. Il fenomeno
va inquadrato nella complessità della sessualità atipica”

Ma davvero ci ritroveremo con una diffusione così capillare di questa casa d’appuntamenti con sex dolls? I giorni di apertura sono stati troppo pochi per avere dati statistici attendibili ma, secondo LumiDolls, le bambole (mezzora d’affitto costa 80 euro; un’ora, 100) prima del blitz dei vigili erano già tutte prenotate fino alla metà di novembre, e i clienti “appartenevano alla fascia socio culturale medio-alta” (c’è anche un bambolo, Alessandro, con due dotazioni di pene in opzione: da 13 o da 18 centimetri). E non è un mistero che i BorDolls, come spesso si chiamano all’estero questi bordelli di bambole, abbiano sempre più mercato anche in Paesi, come per esempio la Germania, dove la prostituzione è legale.

“Il fenomeno va inquadrato nello spazio molto complesso della sessualità atipica”, spiega Fabrizio Quattrini, docente di Clinica delle parafilie e della devianza all’Università de L’Aquila e presidente dell’Istituto italiano di Sessuologia scientifica di Roma. “L’importante è non marchiare queste persone. Ormai le parafilie, le perversioni erotiche, tra le quali può rientrare, per esempio, anche il Bdsm (che racchiude le diverse pratiche di Bondage, Dominazione, Sadismo, Masochismo), non sono più considerate patologie di per se stesse. È solo quando si sviluppa una dipendenza, non diversa da quella per una droga, o quando si vive queste pulsioni senza accettarle, soffrendone, che si passa nell’area del disturbo parafilico”.

Poi, se si vuole andare a cercare di capire cosa spinge una persona a fare sesso con delle bambole, si apre un mondo. “Sono probabilmente soggetti che fanno questa scelta su una base egoistica, per avere la disponibilità assoluta di un oggetto inanimato, che risponde al loro volere. C’è quasi sicuramente un tratto narcisistico. La bambola non giudica, non critica, si può gestire in pieno. Viviamo in una società in cui la donna ha, giustamente, preso potere, e nella quale molti uomini vedono distrutti gli stereotipi sul sesso maschile, e quindi alcuni di loro preferiscono rivolgersi a un qualcosa di artificiale ma controllabile, piuttosto che a qualcuno assolutamente non più controllabile”.

Quattrini è in contatto con un produttore di bambole per motivi di studio e sottolinea un altro aspetto interessante: quello delle real dolls, costruite ad hoc su richiesta dei clienti, somiglianti a un modello specifico del committente, con certe forme, determinati capelli, occhi, lentiggini… In questo caso, le moderne bambole non sono che la versione più aggiornata del mito greco di Pigmalione, che si innamorò della statua della dea Afrodite per la sua perfezione.

Ma nel richiedere la propria bambola c’è chi potrebbe volerne una con le fattezze di un bambino o una bambina. “Di questo sono preoccupato – dice Quattrini –. In Giappone c’è stato un vero boom. Alcuni ritengono che queste bambole potrebbero sostituire i bambini veri, vittime dei pedofili. Ma io sono convinto, al contrario, che potrebbero invogliare alcuni soggetti a passare dalle sole fantasie all’attivazione di comportamenti socialmente pericolosi”. La LumiDolls, da parte sua, su questi temi è estremamente rigorosa, e non solo ha scelto bambole di statura non ridotta per evitare qualsiasi accomunamento alla corporatura infantile, ma il franchising italiano, a differenza della casa madre spagnola, ha deciso “per motivi deontologici” di non vendere – oltre ad affittare, infatti, commercializza i modelli di bambole con prezzi tra gli 800 e i 2.000 euro – nemmeno bambole di donne incinte, che godono di una buona richiesta sul mercato.

“Uno schiaffetto sul culo non si nega a nessuno, né alla ragazza né alla bambola. Ma loro sono così delicate…”

In Europa è attiva una campagna internazionale contro il sesso con le bambole e i robot, lanciata dalla professoressa di Etica dei robot, Kathleen Richardson, della De Montfort University di Leicester, che chiede il bando assoluto delle sex dolls, vedendo nel fenomeno “misoginia, oggettificazione e deumanizzazione della donna”. “Se i vibratori e i dildo sono usati dalle donne solo per masturbarsi, gli uomini dicono di ‘fare sesso’ con le bambole, il che dimostra come ormai, in modo preoccupante, per molti maschi la masturbazione e la violenza (la bambola subisce passivamente) siano considerati sesso”. Il socio della LumiDolls di fronte all’equazione tra bambole e violenza scuote la testa. “Può dire queste cose solo chi non le conosce. Sono così delicate, le nostre bambole. Se con la vostra ragazza potete fare l’amore indossando anelli o braccialetti, con loro dovete togliervi tutto, perché la pelle potrebbe lacerarsi. Non potete tirarle per le mani, perché si rovinano. Abbiamo regole ferree e sanzioni. Se con una donna reale bisogna essere gentili, con le bambole ancor di più. Poi, oh, uno schiaffetto sul culo non fa male né alla ragazza né alla bambola. Comunque, noi siamo un’avanguardia del futuro. Le nostre badanti saranno dei cyborg, ne sono certo. Già oggi, bambole come quelle della LumiDolls possono essere un grande aiuto per chi ha problemi di interazione o disabilità. Per chi ha un compagno o una compagna che, per motivi di salute, non può più fare sesso, ma che non si vuole tradire”.

Sul mercato ci sono anche bambole prodigio della tecnica che arrivano a costare 60 mila euro: modelli con un sistema che accelera i battiti del “cuore” durante l’amplesso o che aumenta la temperatura corporea al crescere dell’eccitazione, o dotati di sistemi per l’emissione di finte secrezioni vaginali. Ma il vero passaggio che ci aspetta è quello dalle sex dolls ai sex robot che, grazie all’intelligenza artificiale potranno interagire, un po’ come Siri sul telefonino. E allora, come si è chiesto David Levy, autore del libro Love and Sex with Robots, dovremmo credere al nostro sex robot quando dice di amarci, se in fondo è stato programmato per dircelo? E ancora, dovrà il robot prendere l’iniziativa lui di fare sesso? Potrà in certi casi estremi rifiutarsi di avere un rapporto? Gli umani proveranno gelosia se qualcun altro avrà rapporti con il loro sex robot? Il socio della LumiDolls risponde: “Credo che quello con le bambole sia un gioco e debba rimanere tale. Vanno valutate per quello che sono. C’è una cosa che un internauta ci ha scritto nei commenti e che mi ricorderò sempre: ‘Le vostre bambole sono una sega vestita a festa’. Questa frase mi è rimasta scolpita nel cuore”.

Il Pontefice espelle dal clero il prete pedofilo del Cile

Nel giorno in cui monsignor Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico a Washington, torna ad accusare il Papa invitandolo a uscire dal silenzio, Bergoglio di fatto risponde sollevando dallo stato clericale Fernando Karadima Fariña, dell’Arcidiocesi di Santiago del Cile, di 88 anni. Il sacerdote fu condannato al ritiro in una vita di preghiera sotto il pontificato di Benedetto XVI, nel 2011, perché ritenuto colpevole dal Vaticano di aver abusato sessualmente di numerosi minori. “Una linea ferrea” e “una decisione eccezionale per danni eccezionali”, commenta Greg Burke, direttore della Sala stampa della Santa Sede secondo il quale “Papa Francesco sta agendo come pastore, come padre, per il bene di tutto il Popolo di Dio”. La storica decisione del Santo Padre arriva, appunto, nel giorno in cui l’ex nunzio apostolico rilancia le sue posizioni, cercando di sollecitare il Pontefice a parlare. Attraverso il sito del vaticanista Aldo Maria Valli, Viganò insiste e dice: “La non volontà del Papa di rispondere alle mie accuse e la sua sordità agli appelli dei fedeli a essere responsabile non è assolutamente compatibile con la sua richiesta di trasparenza e di essere costruttori di ponti e non di muri”.

“Papa Francesco sapeva tutto e ha coperto gli abusi in patria”

È un racconto che inizia passeggiando vicino a una chiesa di La Plata, provincia di Buenos Aires, Argentina. È lì che nel 2011 Julieta Añazco, 46 anni, ha avuto all’improvviso un brivido. E un ricordo sepolto non è più rimasto al suo posto.

Julieta Añazco, cosa è successo?

Mi ritrovai di fronte alla basilica Sagrado Corazón de Jesús, a La Plata, la mia città. Una chiesa famosa per organizzare campeggi tra i bambini della parrocchia. E famosa perché lì c’era un prete, Ricardo Giménez, denunciato per aver abusato di minori. Non avevo associato… Quel prete aveva violentato anche me. Ma era come se l’avessi messo in fondo a un cassetto della memoria. Dopo due anni da quella passeggiata, nacque mio nipote. Cominciai a sentire una paura folle, inspiegabile. E ho iniziato a ricordare.

Cosa fece?

Cercai su Internet, scoprii altre vittime. Ho cominciato a rivivere tutto: nel campeggio, lui che diceva che quello che succedeva al momento della confessione non doveva essere raccontato, altrimenti saremmo andate all’inferno. Non lo raccontai a nessuno. E così le mie amichette dell’epoca.

Quando ha smesso di rimuovere?

A 18 anni l’ho raccontato per la prima volta, e poi è come se non fossi stata in grado di vederlo fino a cinque anni fa.

E cosa ha fatto dopo aver realizzato?

Ho contattato avvocati per capire se potessi fare una denuncia. Dicevano che il reato, dopo 30 anni, era prescritto. Poi è iniziato questo lungo cammino di denunce e lotta. Grazie ai social ho potuto contare su una catena umana di “investigatori”. Ho scoperto così il suo nome. Con un gruppo di donne di La Plata e un collettivo di donne vittime di abusi di Neuquén abbiamo organizzato una protesta pubblica di fronte alla chiesa in cui Giménez faceva messa, e un’altra di fronte alla sua abitazione. Un giorno sono andata a messa, e ho riconosciuto la sua voce: era lui.

E cosa ha fatto a quel punto?

L’ho avuto di fronte a me e non ho detto una parola.

Quante persone abusate da padre Giménez ha rintracciato?

Più di 50.

Avete avuto giustizia?

A carico di Giménez c’erano altre due denunce precedenti alla mia, una dell’86 e una del ’95: archiviate. A luglio scorso due nuove vittime l’hanno denunciato.

Lui adesso dov’è?

L’arcivescovo di La Plata l’ha mandato in una casa per anziani che dipende della Chiesa. Dopo le denunce, il Vaticano l’ha dichiarato colpevole e la “giusta pena” stabilita dal processo ecclesiastico è stata dieci anni di orazione, e penitenza in questa casa per anziani. Lui non celebra messa, ma affianca il sacerdote che lo fa. Porta ancora l’abito talare. E continua a essere in contatto con minori.

Qual è stato il ruolo di Papa Bergoglio?

Ho mandato una lettera personale alla Segreteria del Vaticano a dicembre 2013. So per certo che è arrivata a destinazione, conservo la ricevuta di ritorno col timbro vaticano.

Cosa scriveva in questa lettera?

Raccontavo al Papa del nostro gruppo: allora 19 donne, abusate da Giménez. Molte di noi sono in terapia da anni, alcune si sono suicidate, altre sono diventate dipendenti da alcol, droghe. Denunciavo che Giménez era ancora a contatto con minori. Era una richiesta di fare qualcosa perché la storia non si ripetesse.

Ha ricevuto risposte?

Nessuna. Ma pochi mesi dopo ho ricevuto un invito in Vaticano attraverso un’amica di Eduardo Valdés, l’allora ambasciatore argentino presso la Santa sede. Tramite lei, Valdés ci assicurò in via informale che il Papa ci avrebbe ricevuto. Ma tra noi in tanti avevano già cercato di contattare Bergoglio quando era arcivescovo a Buenos Aires. Lui si era sempre negato. E molti degli abusati non hanno dimenticato.

E poi?

In quell’incontro avuto con l’amica di Valdés, lei specificò che il Papa non voleva che partecipassero alla delegazione per Roma né le vittime di padre Julio Grassi né quelle del sacerdote Rubén Pardo. E questo, per la nostra “Rete di sopravvissuti agli abusi ecclesiastici” era inaccettabile.

Bergoglio poteva non sapere degli abusi di Giménez?

No. Ricardo Giménez è stato prete in due chiese della città di Buenos Aires. Negli anni ‘60, era alla Chiesa Santa Lucía di Barracas e, dopo le proteste dei genitori, venne trasferito alla Chiesa Santa Clara nel quartiere Flores, dove viveva Bergoglio. I due sono quasi coetanei. Anche a Flores, dopo nuove proteste, Giménez venne mandato via. Bergoglio sapeva.

Sta dicendo che il Papa, allora arcivescovo di Buenos Aires, ha coperto abusi di preti in Argentina, da padre Giménez a Don Corradi?

Io ne sono convinta. A quell’epoca, non era così comune denunciare pubblicamente un prete per pedofilia. In più, io gli ho indirizzato la lettera e i legali della nostra rete di abusati sono venuti a Roma per consegnare le nostre denunce. Lui sapeva tutto, e non ha mai fatto niente.

Lei è ancora credente?

No.

Si può rimarginare una ferita così?

È uno stigma che ci porteremo indietro per tutta la vita. Ognuno di noi dovrà imparare a conviverci, cercando di non suicidarsi, di non farsi del male, di capire che non abbiamo avuto alcuna colpa: eravamo piccoli e la colpa è dell’altro, solo dell’altro.

“Nei Tg le notizie sugli immigrati aumentate di 10 volte in 12 anni”

In Italia risiedono 5 milioni e 144 mila immigrati regolari. È uno dei dati salienti del rapporto di Caritas e Fondazione Migrantes per l’anno 2018. Gli stranieri regolari rappresentano l’8,5% della popolazione totale e fanno collocare l’Italia al 5° posto in Europa e all’11° nel mondo in questa statistica. Il rapporto Migrantes conferma il dato sulla fortissima contrazione degli arrivi nell’anno in corso: tra il 1° gennaio e il 31 agosto 2018 è sbarcato in Italia l’80% di migranti in meno rispetto allo stesso periodo del 2017. Le comunità straniere più consistenti sono quella rumena (1.190.091 persone, pari al 23,1% degli immigrati totali), quella albanese (440.465, 8,6% del totale) e quella marocchina (416.531, 8,1%). I cittadini stranieri risiedono soprattutto nel Nord-Ovest (33,6%) nel Centro (25,7%) e nel Nord-Est (23,8%). Molto interessante il dato sui media: nei telegiornali di prima serata delle reti Rai, Mediaset e La7 i riferimenti all’immigrazione in 12 anni sono aumentati di oltre dieci volte, passando dalle 380 notizie del 2005 alle 4.268 del 2017. Per Caritas immigrazione e integrazione sono “un’emergenza culturale che richiede un intervento strutturato e di lungo periodo”.

La Lega vuole il marchigiano. Ruffini a capo dei lavori per il dopo-sisma nel Centro Italia

Nel decretoper Genova c’è pure l’ennesimo intervento sulla ricostruzione post-terremoto in Lazio, Marche, Abruzzo e Umbria: la commissaria straordinaria Paola De Micheli, deputata Pd, è infatti in scadenza e quel testo provvede a prorogare il commissariamento e assegna a un decreto del presidente del Consiglio il compito di nominare il nuovo capo della struttura. A quanto risulta al Fatto Quotidiano, in pole position c’è il nome sponsorizzato dalla Lega – e per la precisione dal senatore leghista Paolo Arrigoni, commissario del partito nelle Marche – vale a dire l’ingegner Gianfranco Ruffini da Tolentino (Macerata). D’altra parte, ragionano nel Carroccio, le Marche hanno avuto circa il 60% dei danni dalla scia di terremoti innescatasi nell’agosto 2016 nell’Italia centrale: l’accordo di governo assegna quella poltrona alla Lega e dunque le probabilità di Ruffini sono assai alte. Il nome dell’ingegnere scelto da Arrigoni non piace però ai 5Stelle: vicino al Pd e alla Curia, dicono i grillini in regione.

Via libera ai Giochi di Milano e Cortina

Via libera: Milano e Cortina possono candidarsi alle Olimpiadi invernali del 2026, se lo faranno con i soldi loro. È questo il compromesso tra Lega e Movimento 5 Stelle che esce dal consiglio dei ministri sul Def, che a margine della lunga discussione della manovra e dei festeggiamenti per il deficit al 2,4% ha trovato un po’ di tempo anche per i Giochi.

Lo spiega Matteo Salvini, il vicepremier favorevole ai cinque cerchi (l’altro, Luigi Di Maio, lo è di meno ma l’accordo pare fatto): “Ci sarà il pieno sostegno del governo senza farsi carico di oneri diretti alla candidatura italiana”.

È la rassicurazione di cui il Coni aveva bisogno. L’8 ottobre la delegazione italiana sarà a Buenos Aires per la sessione annuale del Comitato internazionale, e porterà con sé in Argentina il “nulla osta” ricevuto da Palazzo Chigi: l’esecutivo è disponibile a firmare gli atti necessari per formalizzare la candidatura dell’Italia (si tratta di impegni di carattere generale su diritti umani, libera circolazione delle persone, antidoping), purché le garanzie economiche le metta qualcun altro (le Regioni). Una dichiarazione di “non contrarietà”, più che un vero appoggio: quanto basta a Giovanni Malagò.

Il sogno olimpico dell’Italia prosegue, ora ha anche una parvenza di ufficialità. L’atto formale è nell’informativa del sottosegretario Giorgetti approvata dal consiglio dei ministri: in sostanza il governo è favorevole, ma finché le proposte saranno divisive non ci metterà i soldi. Resta da capire la forma, quindi: il tentativo di ricucire con Torino, che ha preferito sfilarsi dal cosiddetto “tridente”, è ancora in corso, proprio perché garantirebbe alla candidatura il finanziamento statale. Per ora Chiara Appendino (che ha problemi in maggioranza in consiglio) non sembra intenzionata a ripensarci, anzi, continua a ribadire la superiorità del suo dossier rispetto agli altri. A Roma, però, non la pensano così e la sindaca dovrà farsene una ragione: ormai anche il suo M5s sembra aver abbassato gli scudi. Se la situazione non cambierà, al ritorno dal congresso Cio (dove comincerà la corsa olimpica dell’Italia), il Coni provvederà a votare in giunta il passaggio dal tridente al tandem Milano-Cortina. Le chance aumentano, insieme alle difficoltà degli avversari (Canada e Svezia sono alle prese entrambe con problemi politici) e al diminuire dei veti incrociati interni. L’assegnazione sarà decisa a ottobre 2019 a Milano (potrebbe pure essere anticipata).

Poi, in caso di vittoria, bisognerà trovare i soldi: almeno 400 milioni di euro da investire negli impianti, ma Lombardia e Veneto sono tranquille. Anche perché la frase sibillina di Salvini, che ha parlato solo di “oneri diretti”, lascia aperta una porticina per i vari aiuti “indiretti” che farebbero molto comodo alle Regioni. Da Roma a Milano, passando per Cortina, sono tutti convinti che in qualche modo le risorse salteranno fuori: lo crede anche Torino, che teme di rimanere beffata e per questo chiede inutilmente “chiarezza”. Nella peggiore delle ipotesi è già pronto il Credito sportivo a scendere in campo con un “prestito olimpico”: sempre soldi pubblici saranno.

La norma contro i picchetti bastona i lavoratori stranieri

Il picchettaggio stradale diventerà un crimine, punibile con la reclusione da 1 a 6 anni. Non solo: in caso di condanna di un cittadino extracomunitario, costui potrà essere anche espulso dal Paese. È quanto prevede l’articolo 25 del decreto Salvini, appena varato dal governo. E, sebbene il fine non sia esplicitato, la norma avrà un effetto dirompente soprattutto nelle relazioni industriali del settore della logistica, dove il blocco delle strade di accesso ai magazzini è la principale forma di proteste sindacali sempre più frequenti.

Era stata del resto Confetra, una delle principali confederazioni datoriali, a ribadire pochi mesi fa “l’impossibilità di sopportare ancora la strumentalizzazione di lavoratori stranieri per realizzare blocchi e picchettaggi promossi da organismi pseudosindacali che spesso con l’aiuto di estranei impongono la loro volontà ad altri lavoratori anche con la violenza”.

Appello raccolto dal governo per la soddisfazione del presidente della Confederazione Generale Italiana dei Trasporti e della Logistica, Nereo Marcucci, che definisce l’art. 25 come “un indispensabile strumento di prevenzione di forme di violenza e di sopraffazione di pochi verso molti”. Complice un ventennale colpevole disinteresse politico per un settore in cui la terziarizzazione mediante subappalto è esplosa insieme all’offerta di forza lavoro maggiormente assoggettabile, per provenienza e condizioni sociali, a forme di sfruttamento, il mondo del lavoro nel facchinaggio e nella logistica di magazzino è da tempo una giungla, dove l’emersione di episodi criminali e le vertenze (anche durissime, ricorderete la morte dell’egiziano Abd Elsalam Ahmed Eldanf a Piacenza 2 anni fa) sono all’ordine del giorno: turni insostenibili, assenza di garanzie, ricatti, violazioni su salario e sicurezza, utilizzo di false cooperative. Un campionario tragico e variegato.

Quello che manca, però, sono dati ufficiali sugli impiegati del settore e sulla quota di extracomunitari, sicuramente molto elevata. Non li hanno i ministeri (perlomeno a livello centrale: molte prefetture di distretti particolarmente interessati al problema quali Modena o Pavia da tempo effettuano monitoraggi legati alle singole vertenze), quasi impossibile averne da imprese e associazioni industriali.

Una ricerca della Cgil risalente ormai al primo semestre 2013 quantificava nel 10,5% la quota di lavoratori immigrati nei trasporti in generale e in 15,8% la quota nella logistica, per un totale di 110 mila unità. “Sono passati 5 anni – commenta Gianni Boetto, responsabile di Adl Cobas Padova – il numero va rivisto significativamente al rialzo. E per giunta il sindacato confederale ha una rappresentanza ormai molto relativa negli anelli più bassi della catena”.

Cooperative di facchinaggio dove sull’ambiguità della figura del “socio lavoratore” si giocano molti degli abusi riscontrati. Fra questi lavoratori dominano i sindacati di base e ce ne sono di seri e di meno.

Ma tant’è, mentre le centrali cooperative non hanno ancora firmato l’ultimo contratto collettivo nazionale, rinnovato a fatica nel 2017 dagli altri datori e dai confederali, molte vertenze vengono risolte da trattative locali gestite appunto dai Cobas. Sarà una coincidenza, ma mentre diverse sigle di base (SI Cobas, Adl Cobas) hanno già annunciato uno sciopero generale contro il pacchetto sicurezza (il 26 ottobre), dai sindacati confederali è stato impossibile ottenere anche solo un commento sull’art. 25.

Il risultato, comunque, è una disarmonia enorme di condizioni di lavoro, a detrimento dei facchini ma spesso anche delle imprese. Invece che fare ordine in questo marasma, il Governo ha preferito intervenire con l’accetta accondiscendendo alle richieste datoriali. “Solo di una parte però”, aggiunge Boetto, denunciando un altro limite nella normativa oltre agli inevitabili dubbi sulla sua costituzionalità e compatibilità con le leggi sindacali: “La penalizzazione dei picchettaggi creerà senz’altro problemi ai Cobas, ma i blocchi stradali non sono appannaggio solo dei facchini. Per le piccole imprese dell’autotrasporto, i padroncini, che firmano lo stesso Ccnl, ma dal lato dei datori, sono uno strumento di pressione efficacissimo e utilizzatissimo: che ne penseranno di rischiare la galera invece di un’ammenda?”.

Castellucci non si può licenziare: ha una clausola da 11 milioni

Giovanni Castellucci,l’amministratore delegato di Atlantia (la società che controlla Autostrade) è praticamente inamovibile. L’uomo che guida l’azienda responsabile della gestione del Ponte Morandi (indagato dopo il crollo) non ha nessuna intenzione di dimettersi a causa della tragedia. E il suo contratto è assolutamente blindato. Come ha scritto Milena Gabanelli sul Corriere della Sera, c’è un patto di sindacato che regola i rapporti tra Atlantia e i due nuovi investitori di Autostrade, Silk Road e Allianz: non hanno alcuna voce in capitolo nella scelta o nel rinnovo dell’amministratore delegato che “può essere revocato esclusivamente su richiesta di Atlantia”. Per mandare via Castellucci, uomo di fiducia di Benetton, servirebbe una cifra enorme: in caso di licenziamento o persino di “riduzione dei poteri o degli emolumenti” scatterebbe un risarcimento forfettario di 11 milioni di euro. Una clausola che rende praticamente impensabile una sua rimozione. Gli “emolumenti” intoccabili consistono in uno stipendio da 400 mila euro al mese. Dal 2006, da quando ha assunto l’incarico in Autostrade, Castellucci ha incassato anche compensi variabili per quasi 40 milioni di euro.

Terzo Valico e Alta velocità: sulle grandi opere si gioca il futuro della maggioranza

“Se saranno licenziate duecento persone impegnate nei cantieri del Terzo Valico, chiederò alle imprese di fare causa a Rfi. Su questa opera io sono pronto a dimettermi e a chiedere ai nostri parlamentari di votare contro ogni decisione che blocchi l’opera. Qui si gioca la sopravvivenza del Governo, è chiaro?”. Le parole del vice-ministro alle Infrastrutture, il leghista genovese Edoardo Rixi, fanno capire la temperatura raggiunta dallo scontro Lega- M5S sulle grandi opere.

Il bubbone potrebbe esplodere presto, quando arriverà la valutazione costi-benefici del Tav tra Francia e Italia e del Terzo Valico, cioè il tunnel ferroviario tra Genova e Pianura Padana. Comunque vada uno dei due alleati sarà sconfitto.

La miscela rischia di essere particolarmente esplosiva proprio in Liguria dove la questione Terzo Valico si intreccia con altre: il ponte di Genova e la città in ginocchio. Ma non solo: la Liguria è guidata dalla giunta di Giovanni Toti, vicino a Rixi (che è stato suo assessore) e amico di Matteo Salvini. Tutti e tre sul Terzo Valico ci hanno messo la faccia. Mentre il M5S, qui all’opposizione, si era schierato con i comitati che oggi l’accusano di tradimento.

Il nuovo percorso è lungo 53 chilometri per una spesa di 6,2 miliardi. Finora è stato realizzato il 26% dell’opera e 4 lotti su 6 sono finanziati. Un’opera dalla storia molto travagliata: se ne parla dai primi anni ’90 quando già il tunnel pilota fu oggetto di un’inchiesta della magistratura (finì con la prescrizione). Poi un rosario di scandali, dalle infiltrazioni della ‘ndrangheta nei subappalti, alla corruzione, passando per l’amianto. Chi è contrario all’opera ricorda che nello studio del 2002 era previsto che nel 2010 le due linee esistenti avrebbero raggiunto i 165 treni al giorno saturandosi: ma nel 2010 però i convogli erano solo 62.

I sostenitori del Terzo Valico rispondono che il porto movimenta ogni anno oltre 2 milioni di container e dà lavoro nell’indotto a 54mila persone. Il nuovo valico, è la tesi, avendo minore pendenza renderebbe possibili convogli più lunghi e meno costosi.

Intanto le imprese interessate fanno sapere ufficiosamente: “Se fermassimo l’opera adesso si perderebbe un miliardo già speso più circa 300 milioni di penali”.

Ma adesso ci sono i nodi del quinto e sesto lotto. “Il quinto è già stato finanziato. I soldi sono in pancia a Rfi da giugno. Il ministro Danilo Toninelli mi ha rassicurato. Ma ora Cociv – il consorzio che realizza l’opera – dice che non ha ricevuto i pagamenti e minaccia di mandare a casa duecento persone (i pagamenti sono stati assicurati fino a dicembre). Qui qualcuno non ha detto la verità”, sostiene Rixi. E c’è poi il sesto lotto, da finanziare, sparito dal decreto Genova.

Il cronista ieri ha cercato i rappresentanti liguri del M5S per conoscere la loro posizione: “Non ci esprimiamo in questo momento – è stata la risposta – la situazione è prematura”. Cautela. Come quella degli eletti pentastellati torinesi quando si parla dell’esito dell’analisi costi-benefici sulla Torino-Lione, la linea di trasporto merci per la quale è prevista la realizzazione di un tunnel di 56 chilometri per un costo di 8,6 miliardi. Giovedì la Telt ha deciso che, nel clima di incertezza politica, è meglio fermare le gare d’appalto che dovevano partire in estate. Intanto si aspetta novembre, quando dovrebbe essere concluso lo studio degli esperti Marco Ponti e Francesco Ramella. Ma cosa succederà se i benefici superassero i costi? “È un’ipotesi che non considero perché troppo surreale – spiega Francesca Frediani, consigliera regionale M5s e valsusina –. Ma se risultasse, per assurdo, che il Tav presenta più benefici che costi, credo che il governo terrà fede agli impegni”. Più cauto Luca Carabetta: “Non ragioniamo sui se e sui ma”. Dall’altra parte del fronte, i leghisti restano della loro idea: la Torino-Lione è necessaria: “Lasciare dopo tutti questi anni e questi soldi spesi distruggerebbe la nostra credibilità – afferma la capogruppo regionale Gianna Gancia –. Noi la prenderemmo malissimo, ma non credo ci saranno strappi al governo”. Più netto Riccardo Molinari, segretario piemontese della Lega e capogruppo alla Camera: “Difficilmente uno studio può dire che non sia utile. Accettiamo la nuova analisi perché è nel contratto di governo. Poi vedremo”. E se l’analisi negasse i benefici: “Siamo disponibili a un cambio del percorso e a una rimodulazione, ma l’opera va fatta”. Allora ci saranno rotture con il M5s: “Io vedo che su tanti temi la mediazione si trova”.

Genova all’amico di Toti: il commissario sarà Gemme

Matteo Salvini ieri non ne ha rivelato nome e cognome, ma ne ha fatto l’identikit: “Un manager onesto, pulito, riconosciuto, con un curriculum di altissima professionalità: un genovese che ha girato il mondo e che è coinvolto personalmente nel disastro”.

È il profilo dell’uomo che la Lega, con il via libera dei Cinque Stelle, ha “suggerito” al presidente del Consiglio Giuseppe Conte come Commissario alla ricostruzione del Ponte di Genova. Ovvero, stando a quanto già anticipato ieri pomeriggio dal fattoquotidiano.it, Claudio Andrea Gemme, nato a Genova 70 anni fa. Esperto di energia ed efficienza energetica, membro del Consiglio di presidenza di Confindustria, Gemme è un dirigente d’azienda con un ricco curriculum, disseminato di esperienze di lavoro all’estero, con incarichi apicali in società in Germania, Francia, Russia e Giappone. “Coinvolto direttamente” dal crollo del ponte, come ha detto Salvini, perché la casa di famiglia, dove ha vissuto da ragazzo con i genitori (che da qualche tempo vivono nella campagna piemontese), è proprio sotto il viadotto. Tanto che è stato anche a una riunione degli sfollati.

Entrato in Finmeccanica nel 1973, passato all’Ansaldo nel 2000, attualmente Gemme è presidente di Fincantieri Sistemi integrati e direttore della Divisione System&Components della stessa azienda, a cui il M5S vorrebbe affidare la ricostruzione del ponte Morandi, lasciando fuori Autostrade. Insomma, l’uomo giusto per i due partiti di governo. E non solo, visto che il governatore forzista Giovanni Toti l’anno scorso avrebbe voluto il manager, molto conosciuto negli ambienti che contano della città, come candidato sindaco del centrodestra a Genova. È andata diversamente, con la vittoria di Marco Bucci. Ma ora la nomina di Gemme a commissario potrebbe ricucire la ferita tra i Cinque Stelle e Toti, che reclamava per sé quel ruolo e che ostenta delusione per i fondi destinati dal decreto per Genova del governo al porto cittadino (trenta milioni).

La scelta finale spetta a Conte, ma c’è totale convergenza sul dirigente di Fincantieri, come confermato in serata da fonti del governo. Per la soddisfazione di Salvini, che sarà in città domani e lunedì. E per quella dei 5Stelle che, assicurano dal Movimento, già conoscevano Gemme e ne avevano un’ottima opinione. Così ora manca solo la nomina di Palazzo Chigi, con un decreto del presidente del Consiglio, che potrà essere emanato appena il decreto per Genova verrà pubblicato in Gazzetta ufficiale, ossia già da oggi. E sarà l’atto formale con cui al manager genovese verranno affidati poteri enormi, visto che in base al decreto Gemme potrà agire in deroga a tutte le norme, escluse quelle penali. “Ho dato la mia disponibilità a fare il commissario, è una bella sfida per chiunque accetti” ha detto ieri sera il manager.