Aula della Camera, metà mattina. L’onorevole Andrea Romano, del Pd, interpella il governo su una delicata questione riguardante il crollo del ponte Morandi. “Lo scorso 22 agosto, il collega Nobili (Luciano, primo firmatario dell’interpellanza, ndr), anche come membro della Commissione trasporti, si è recato al ministero delle Infrastrutture per chiedere conto di alcuni documenti che erano stati pubblicati dall’Espresso”. Nello specifico “del resoconto di una riunione avvenuta il 1° febbraio tra alcuni rappresentanti della società Autostrade, il Provveditorato alle opere pubbliche e alcuni funzionari della direzione generale di vigilanza del ministero delle Infrastrutture” in cui si discuteva dello stato di usura del ponte poi crollato. Ebbene, nessuno ha fornito al deputato Nobili le carte. Di qui l’interpellanza urgente sulla mancata trasparenza del ministero. La risposta del sottosegretario Dell’Orco è lapidaria: Nobili non avrebbe richiesto quelle carte come prescritto dalla legge Madia (e su questo uno potrebbe anche dar ragione all’interrogante). Ma soprattutto, quelle carte erano già pubbliche. Come? “Sin dal giorno 7 febbraio 2018, sul sito istituzionale del Provveditorato interregionale per le opere pubbliche per il Piemonte, la Valle d’Aosta e la Liguria” c’era l’intera riunione. Segugi.
“Il governo ora cambi le norme e a Boeri chiedo più trasparenza”
“Qualcosa andava fatto e l’intervento sulle pensioni di anzianità è corretto. Però era meglio intervenire anche per riequilibrare situazioni di grande fragilità sociale”.
Guglielmo Loy è il presidente del Consiglio di vigilanza dell’Inps e scherzando dice di rappresentare la montagna di 227 miliardi di contributi che datori di lavoro e lavoratori versano ogni anno all’Istituto previdenziale.
Proviene dalla Uil, figlio del grande regista Nanni Loy, oggi rappresenta il controllo che le parti sociali operano sulla presidenza di Tito Boeri a cui non vengono risparmiate critiche sulla gestione dei dati dell’istituto.
Quota 100 dovrebbe essere una misura apprezzata dai sindacati.
L’intervento infatti va bene, qualcosa andava fatto. Ma il governo sottovaluta i dati sulla drastica riduzione delle pensioni di vecchiaia che lasciano soprattutto donne di mezza età, dai cinquant’anni in su, esposte al rischio della disoccupazione e della povertà. Su quelle il governo non incide. Servirebbe un intervento di maggiore equilibrio tra le due misure.
Il governo, soprattutto il M5S, potrebbe rispondere che per quella fascia ci sarà la pensione di cittadinanza.
Questo è un intervento per le situazioni di povertà, ma che succede con chi magari ha una casa ma non ha un reddito oppure ha un marito o una moglie con una pensione di basso importo ma tale da non rientrare nella pensione di cittadinanza? Si tratta di fasce sociali diverse ed è una situazione su cui occorre intervenire.
Sembra che il governo si sia basato su rassicurazioni dell’Inps per quanto riguarda i dati e le proiezioni.
Se fosse così sarebbe un errore, anche perché l’Inps deve finalmente rinnovare la gestione e la pubblicità dei suoi dati.
C’è una gestione poco trasparente da parte della presidenza?
Nella relazione al bilancio preventivo abbiamo già impegnato la presidenza a realizzare un sistema di migliore accesso ai dati disponibile per tutti gli organi. Non possiamo dare l’idea di parteggiare per questo o quell’istituto o, peggio, essere accusati di voler strumentalizzare i dati.
Il presidente Boeri utilizza i dati in modo improprio?
Non voglio dire assolutamente questo, ma dobbiamo dotarci, finalmente, di un sistema open data. E finora non lo abbiamo fatto.
Riforma Fornero, l’effetto peggiore è sulle donne
Altro che quota 100, il problema sociale più rilevante provocato dalla riforma Fornero non riguarda le pensioni di anzianità, cioè le pensioni basate sulla vita contributiva, ma quelle di vecchiaia, soprattutto le pensioni delle donne.
La situazione forma oggetto di una discussione che sta avvenendo all’interno del palazzo dell’Inps, in una serie di calcoli che comporranno un documento che sarà pronto a metà ottobre. Dati che Il Fattoha potuto visionare e che raccontano l’andamento delle pensioni di vecchiaia e quello delle pensioni di anzianità dal 2012, primo anno dell’era Fornero, al 2017. In forte calo le prime, soprattutto nel caso delle donne in aumento le seconde, nonostante le restrizioni decise nel 2011.
Anche per questo il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ieri ha accusato il governo di “grande iniquità nelle scelte sulle pensioni” definendolo “non previdente” in materia. Il problema sollevato dal presidente Inps riguarda la sostenibilità dei conti dell’istituto: “Ammesso e non concesso che per ogni pensionato creato per scelta politica ci sia un lavoratore giovane – ha spiegato – bisogna tenere conto che chi va in pensione oggi in media ha una retribuzione di 36.000 euro lordi, mentre un giovane assunto con contratto a tempo indeterminato, cosa molto rara, avrà una retribuzione di 18.000 euro. Quindi ci vorrebbe la retribuzione di almeno due giovani lavoratori per pagare una pensione”.
Tornando agli effetti della Fornero, le pensioni previdenziali, tra il 2012 e il 2017, sono diminuite di circa 570 mila unità passando da 17.423.177 a 16.856.153. La riforma ha colpito quindi in profondità, ma il calo non ha riguardato le pensioni di anzianità. Queste, alla data di entrata in vigore delle nuove norme si basavano sulla cosiddetta quota 96, il cumulo cioè degli anni di contribuzione e dell’età anagrafica fermo restando il requisito minimo dei 35 anni di contributi. Per cui si poteva andare in pensione anche a 61 anni di età. La Fornero ha modificato i termini, introducendo la pensione “anticipata” e portando il requisito contributivo a 42anni e 1 mese per gli uomini e a 41 anni e 1 mese per le donne, requisito poi elevato a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne nel 2019. Sono quelle su cui vuole intervenire il ministro Salvini quando ipotizza “quota 100”, cioè una maggiore possibilità di mescolare età contributiva ed età anagrafica creando per decreto, come dice Boeri, 500 mila nuovi pensionati. Che vanno ad arricchire un numero già in crescita. Nel periodo preso in esame dall’Inps sono aumentate di circa 630 mila unità passando da 5.531.244 a 5.965.866 unità. L’arrivo all’età pensionabile della generazione del “baby boom” è stato più forte delle rigide maglie imposte dal governo Monti. E questo ha impresso una dinamica ascendente.
A essere davvero penalizzate dalla riforma sono state le pensioni di vecchiaia per le quali la Fornero ha elevato di anno in anno la soglia di accesso portandola a 66 anni e 7 mesi, da adeguare d’ora in poi alle aspettative di vita. E così le pensioni dei lavoratori dipendenti sono passate da 3.530.994 del 2012 a 3.018.369 del 2017, quelle degli autonomi da 1.719.015 nel 2012 a 1.583.023 nel 2017. Complessivamente, considerando dipendenti pubblici e parasubordinati, la riduzione è stata di oltre 544 mila unità. Così, se nel 2012 il rapporto tra pensioni di vecchiaia e anzianità era di 1,44, nel 2017 si è passati a 1,11. Il vero “scalone” si è prodotto in questo comparto.
A rimetterci sono state soprattutto le donne, tanto che la storica prevalenza del sesso femminile su quello maschile è passata da un rapporto iniziale di 1,29 a un rapporto di 1,01. Se nel 2012 alle donne erano state liquidate 89.656 pensioni di vecchiaia contro le 48.182 degli uomini, nel 2017 il rapporto si inverte: 79.555 per gli uomini contro 40.179 alle donne. Il rapporto sfavorevole è parzialmente compensato dall’andamento delle pensioni di anzianità che ha visto aumentare quelle liquidate alle donne passate da 48.834 a 81.472.
Secondo i primi dati del 2018 questo squilibrio perdurerà ancora anche perché il requisito anagrafico aumenterà ancora portando la soglia minima a 67 anni per tutti. L’età effettiva di pensionamento per le donne è passata da 61,5 del 2012 a 64,8 nel 2017, mentre nel caso delle pensioni di anzianità il peggioramento è stato sensibilmente ridotto: l’età media delle donne è passata, nel caso dei dipendenti privati, da 58,2 anni a 60,3. Per gli uomini si è passati da 59,5 a 61,5 e gli uomini, in virtù di una differenza di condizioni pregressa hanno sofferto meno l’allungamento dei termini per la pensione di vecchiaia: l’età media infatti si è allungata da 65,1 a 66,1 anni sempre relativamente ai lavoratori dipendenti.
“Vogliamo sapere chi ha fatto uccidere Daphne Caruana”
Un appello per una grande manifestazione a Malta, il prossimo 16 ottobre, per ricordare la giornalista Daphne Caruana Galizia, uccisa nell’isola un anno fa, e sollecitare la ricerca “dei mandanti” del suo omicidio. È il documento diffuso dall’inviata del Tg1 Maria Grazia Mazzola, e sottoscritto da diversi colleghi di varie testate, per chiedere la verità sul caso della giornalista maltese, uccisa da un’autobomba nascosta nella sua vettura mentre era nel pieno delle indagini sul coinvolgimento di politici locali nel caso dei Panama Papers, riguardante fondi neri nascosti all’estero. “Il 16 ottobre – esorta l’appello – andiamo tutti a Malta a manifestare schierati con la famiglia di Daphne e i colleghi minacciati“. Una presenza più che mai necessaria, ricorda il testo, perché “la polizia di Malta non è indipendente, come ha detto la commissaria europea alla Giustizia. Mentre i figli di Daphne puntano il dito contro il governo, e dicono che i mandanti sono protetti dalla politica”.
La sinistra che applaude alla manovra espansiva
La via intellettualmente più complessa per fare opposizione al governo gialloverde sulle politiche economiche è quella che tocca – forse non paradossalmente – alla sinistra ovunque residuata nel Paese al netto del tracollante equivoco noto come Partito democratico. Questa sinistra s’è a lungo spesa contro il Fiscal compact – cioè quell’insieme di regole che impongono ai Paesi dell’Eurozona il pareggio di bilancio a tappe forzate – e il pareggio di bilancio in Costituzione (la Cgil provò addirittura la via del referendum) e ora non può reagire come un renziano qualunque (“pazzi irresponsabili”) alla prima manovra almeno un po’ espansiva da molti anni.
Il filo retorico su cui deve camminare quest’area politica è sottile. Si va dall’autodafé di Michele Emiliano (“c’è da chiedersi come è possibile che nel passato la sinistra ufficiale non sia riuscita a fare manovre del genere”) alla formula “sì, ma…” in vigore nella maggior parte di LeU: “Il problema non è utilizzare il deficit in sé (…) Il punto è cosa ci fai con quel deficit”, scrive Nicola Fratoianni. “Non saremo certo noi a stracciarci le vesti per lo sforamento del deficit in sé (…) Il problema è come vengono usate le risorse”, fa eco la senatrice Loredana De Petris. E che bisognava farci? “Un robusto piano di investimenti pubblici” (Fratoianni) e, invece, “lo sforamento sarà utilizzato per la spesa corrente” (De Petris). Peccato che poi si denunci un taglio della spesa corrente previsto nel Def (circa 5 miliardi) come un taglio al welfare e sempre lì dentro siano previste pure misure definite “condivisibili“: “La quota 100 nella Fornero, il reddito di cittadinanza, l’aumento delle pensioni minime” (De Petris). Insomma, no alla flat tax della Lega e il resto può andare.
Potere al Popolo, invece, è su una posizione più aggressiva: “Siamo contro il governo perché rispetta il 3% di deficit dell’Ue e vuole abolire la povertà ma intanto decreta la prigione per i poveri. Contro l’ingiustizia sociale il Def è poco, non troppo”, detta la linea l’ex sindacalista Giorgio Cremaschi. Il profilo twitter di PaP rilancia – contro “i tifosi dello spread e quelli del debito” – un articolo dell’economista Emiliano Brancaccio di qualche giorno fa che bocciava i vari “fronti” elettorali anti-populisti proposti in zona Pd: “Appelli sbagliati. L’antifascismo liberista e deflazionista di Macron e dei suoi epigoni è un ossimoro, è una contraddizione in termini. È un’ipocrisia politica ed è un fallimento annunciato”.
Scomoda assai la posizione di chi stava nel Pd e tenta di far valere il proprio percorso senza le necessarie precauzioni retoriche. L’ex deputato Alfredo D’Attorre (LeU) s’è dovuto difendere su Twitter: “Sono stato rimproverato per aver parlato di ‘opposizione anti-italiana’. Ma come definire quella parte di opposizione che si ispira a Macron, il quale innalza il deficit al 2,8%, ma in Italia chiede che il deficit venga ridotto sempre di più? È assurdo polemizzare con il governo perché trasgredisce il Fiscal Compact”.
Ancor più netto il suo amico Stefano Fassina: “Si apre una inedita partita. Finalmente, ritorna il primato della politica sull’economia, condizione necessaria, ahimé non sufficiente dati i rapporti di forza interni e esterni, al primato della sovranità costituzionale. La cosiddetta sinistra da che parte sta? Continua ad affidarsi al Generale Spread per miopi illusioni elettorali?”. Una strada sottile, forse troppo.
Sulla salute siamo al solito Def: manca un miliardo
Diventerà anche la “manovra del popolo”, ma ora che è stata approvata la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza bisogna iniziare a contare. E i conti della sanità, tolti i non previsti successi futuri del ministro Giulia Grillo, rischiano di non tornare.
A far scattare l’allarme, prima ancora che si raggiungesse l’accordo sul Def, era stato una question time di giovedì del ministro della Sanità al Senato. Rispondendo all’interrogazione di Vasco Errani (Misto -Leu), Grillo aveva parlato dei finanziamenti al servizio sanitario nazionale per il 2019 e aveva spiegato che era previsto un incremento di un miliardo rispetto al 2018. L’incremento, però, non è una novità: il finanziamento resta infatti quello previsto dalla precedente legge di Bilancio, del governo Gentiloni, e vale 114,4 miliardi di euro (115 miliardi a cui vanno sottratti 600 milioni per le Regioni speciali). Un po’ pochi, se si considerano le necessità urgenti del sistema sanitario nazionale e i tagli dell’ultimo decennio.
Mancano ad esempio i soldi per coprire il rinnovo dei contratti del personale del servizio sanitario nazionale, bloccato da nove anni. “La legge di Stabilità per il 2017 aveva previsto, nell’ambito del Fondo sanitario nazionale (Fsn) il vincolo delle risorse necessarie – ha detto la Grillo – senza tuttavia prevedere a tale scopo un incremento dello stesso Fondo”. Si tratta di centinaia di milioni di euro, circa 600-700 per la precisione, che ad oggi non sono conteggiati. “Il ministro si è impegnata a reperire questi fondi nella prossima manovra – spiega Stefano Cecconi, Responsabile Sanità della Cgil – Ma al momento i fondi per la sanità restano al palo”.
Altro punto critico è la pesante riduzione dell’incidenza della spesa sanitaria sul Pil: nell’ultimo Def del governo Gentiloni si passa dal 6,7% di quest’anno al 6,3% del 2019. “Di fatto – spiega Cecconi – si segue la china calante di questi anni. Rappresenta tecnicamente un definanziamento, soprattutto se si tiene conto solo della crescita nominale del Pil”. Ci sarebbe poi da coprire l’abolizione del superticket promessa dalla stessa Grillo, che vale tra i 350 e i 500 milioni di euro. Insomma, servirebbe almeno un altro miliardo. I conti veri, comunque, si faranno nella Legge di Bilancio alla quale, però, le categorie guardano con preoccupazione.
Tra il 2010 e il 2014, secondo i dati della Corte dei Conti, sono stati tolti al servizio sanitario nazionale 14,5 miliardi e altri 10,5 miliardi nel triennio 2015-2018 per finanziare le diverse misure di politica economica, dagli 80 euro in busta paga agli sgravi alle assunzioni del Jobs act (-11,17 miliardi alla sanità nel 2015-2019). Ogni anno si è fatto crescere di poco il finanziamento nelle previsioni e si è tagliato al momento della manovra. E senza tenere conto del fatto che anche solo per adeguarsi a prezzi e tecnologie, il fondo dovrebbe crescere del 2 per cento l’anno, cosa che non accade da molti anni.
Nel 2018, per esempio, l’intesa con le Regioni prevedeva che il Fondo di finanziamento del Ssn sarebbe stato di 115 miliardi. Poi la manovra lo ridusse a 114 miliardi: sono stati tolti per decreto 604 milioni di tagli che le Regioni speciali non si sono volute accollare e che per legge, senza intesa, si scaricano su quelle a statuto ordinario; e poi c’è stato un taglio alle Regioni di altri 2,7 miliardi, di cui 300 milioni alla sanità come “contributo alla finanza pubblica”.
Al momento, l’obiettivo della Grillo è fare in modo che in manovra ci si assicuri quel miliardo per poi recuperare quanto più possibile anche considerando l’accordo raggiunto sul deficit al 2,4 per cento per il 2019, non ancora certezza durante il question time (quando l’orizzonte contemplato andava dal minimo di 1,6 a un massimo di 1,9 per cento). Resta l’idea di puntare prima di tutto sulla razionalizzazione e la riorganizzazione: dal tavolo sulla governance ai beni e i servizi, che dovrebbero coprire il taglio del superticket. Tutto il resto si vedrà. Difficilmente però dai riconteggi riusciranno a venir fuori i soldi per i medici.
Renzi e il debito, una tragicommedia
Purtroppo ha avuto la malattia, altrimenti il debito pubblico era già vicino al 100% del Pil. Ora che, dopo le critiche dem al nuovo Def “espansivo”, sui social tutti gli ricordano la sua proposta del 2017 (“Back to Maastricht”) di portare il deficit al 2,9% del Pil per cinque anni filati, Matteo Renzi l’ha presa male: “Cari amici grillo-leghisti! Nel libro Avanti dico di portare il deficit al 2,9% ma solo se c’è una manovra choc di riduzione del #debitopubblico di decine di miliardi. Purtroppo è un libro, un libro senza figure: Di Maio non lo capisce. Ma voi potete spiegarglielo? Grazie mille”. Tenteremo noi: il piano choc per portare il debito al 100% del Pil in dieci anni si chiamava “Capricorn” (giurin giurello) e consisteva in un’operazione contabile che coinvolgeva le aziende pubbliche e Cassa depositi e prestiti grazie a un complicato modello matematico ispirato al gioco delle tre carte. Poi si sa come vanno le cose: niente deficit al 2,9% e l’operazione Capricorn in campagna elettorale diventò un più sobrio “piano di riduzione graduale” del debito basato sul mantenimento di un alto avanzo primario e (se possibile) un basso costo del debito chiamata “avanti come prima”. La cosa, com’è noto, non ha convinto gli elettori, ma questo è il meno. Ora ci perseguita una domanda: Renzi ha scritto di sicuro Avanti, ma poi l’ha letto?
I mal di pancia grillini per Di Maio sul balcone
L’altro lato del balcone. Ovvero, il malessere di quei Cinque Stelle che non hanno gradito il Luigi Di Maio trionfante di giovedì sera. Il vicepremier e capo politico che ha salutato dalla balconata istituzionale i parlamentari (molti) e militanti (pochi), radunatisi con tanto di bandiere del Movimento sotto Palazzo Chigi per festeggiare il 2,4 per cento nel Def strappato al ministro dell’Economia Giovanni Tria.
“Un momento storico” ha celebrato Di Maio. E attorno a lui, vari ministri a fargli da giubilante corona. Ma dietro ai sorrisi, c’è chi guarda alla realtà. Compresi diversi parlamentari del Movimento. Convinti che la celebrazione fosse evitabile innanzitutto perché il Def, cioè la sostanza, ancora non c’è. Nonostante andasse pubblicato per legge entro il 27 settembre. E invece nulla. Perché, come ammettevano ieri dallo stesso M5S, “il testo va profondamente sistemato”. Tanto che non dovrebbe arrivare prima di lunedì.
Un primo, consistente fatto che avrebbe dovuto consigliare prudenza a Di Maio e ai suoi. Ma soprattutto, diversi eletti (specialmente in Senato) temono il possibile contraccolpo, “perché dopo una festa del genere ora in tanti penseranno che la pensione o il reddito di cittadinanza si potranno ritirare da lunedì, e invece c’è ancora tanto da fare”. Ossia mesi di lavoro, con norme da approvare e conti da tradurre in pratica. E allora, sarebbe stato meglio non esporsi troppo. “Il caso del decreto di Genova, con tutti quegli annunci, non ha insegnato niente, eppure c’è gente che minaccia di andare sotto casa di Beppe Grillo” ricorda un maggiorente del Movimento. Però Di Maio non ha voluto sentire ragioni.
Voleva rivendicare la vittoria politica, perché il Def e la manovra nella sua ottica dovranno essere nel segno del reddito di cittadinanza, così da tenere il passo del Matteo Salvini che cresce di settimana in settimana nei sondaggi parlando sempre di migranti. Per questo, il vicepremier pensava già da giorni a una manifestazione per celebrare il Def. E giovedì pomeriggio, appena ha visto che Tria stava cedendo sulla percentuale tra debito e Pil, ha ordinato la mobilitazione, “ispirata” anche dal portavoce di Giuseppe Conte nonché supremo capo della comunicazione a 5Stelle, Rocco Casalino. Così staff e parlamentari hanno recuperato le bandiere nei magazzini, e i responsabili dei social hanno avviato la propaganda. Ma alcuni eletti già storcevano la bocca. E hanno disertato la festa a favore di telecamere. Mentre ieri dalla pancia del M5S bollavano come un errore “grammaticale” l’aver fatto uscire comunicazioni a pioggia sul Def a firma dei due vicepremier, Di Maio e Salvini, lasciando per ore in silenzio il premier Giuseppe Conte.
“Al Quirinale non avranno gradito”, è il sospetto. Eccessivo, forse. Ma di certo è anomalo non aver tenuto una conferenza stampa dopo il consiglio dei ministri sul Def. Evento più unico che raro, visto che ogni governo ha sempre mostrato tabelle e numeri del Documento nella conferenza dopo la riunione dei ministri.
Invece l’esecutivo gialloverde ha interrotto la tradizione, non tenendola neppure ieri. Innanzitutto per il motivo pratico già spiegato, ossia perché il testo definitivo ancora non c’è. Però è ovvio che l’altra ragione sia stata il clima dentro il governo, dopo un giovedì in cui si è stati vicinissimi alle dimissioni del titolare del Mef. Quel Tria che, è pensiero diffuso nel M5S, difficilmente resterà al suo posto dopo il varo della legge di Stabilità.
Il condono si allarga ancora. “La soglia a 500 mila euro”
Qual è la soglia oltre la quale una “pace fiscale” diventa indiscutibilmente un condono generalizzato pro evasori? Per i Cinquestelle la foglia di fico si tiene con le cartelle fino a 100 mila euro, per la Lega si può arrivare anche a un milione.
La versione della soglia dei 100 mila euro oltre la quale il condono non scatta, caldeggiata dai Cinquestelle e che sembrava essere passata indenne attraverso i documenti in preparazione, è stata successivamente contestata dalla Lega. Il tetto “sarà 500 mila euro” ha annunciato ieri il viceministro dell’Economia, Massimo Garavaglia. “Personalmente – ha rincarato l’esponente leghista – un milione ci sta tutto, perché un’aziendina ci mette un attimo a cumulare un milione di arretrati, però anche 500 mila ci può stare”. “Ho sempre detto ai Cinquestelle che il tetto del milione è trattabile, come abbiamo detto che evasione ed elusione vanno trattati in maniera diversa”, spiega al Fatto il sottosegretario all’Economia della Lega Massimo Bitonci. “L’intervento è molto più complesso per derubricarlo al tetto sulle cartelle – minimizza – non è un tombale e vedrete che ci sarà anche una norma a regime con la possibilità di accedere a un concordato con adesione che in altri paesi è sempre aperto, fare dichiarazioni aggiuntive per far emergere imponibili e misure che riguarderanno anche le multe stradali e le liti fiscali”. Il diverso impatto dei due “tetti” sulla connotazione del governo rispetto alla dilagante evasione fiscale e sui conti della manovra non è da poco. Ogni anno l’Agenzia delle Entrate emette in media 3 milioni di nuove cartelle esattoriali. Il 75% sono di importi fino a 5 mila euro, quelle tra i 20 mila e i 100 mila pesano per il 3,5%. Gli iscritti “a ruolo” per cifre fino al milione di euro sono 7-8mila, ma da soli assorbono il 20% del carico degli importi da corrispondere sul totale.
Nella bozza del Programma nazionale di riforma circolata nei giorni scorsi che il governo dovrà presentare insieme alla Nota di aggiornamento al Def, si ribadisce l’intenzione di varare un provvedimento di “pace fiscale” in forma di un condono di vasta portata: dovrebbe coinvolgere non solo i contribuenti che sono statti raggiunti da una cartella esattoriale, ma anche le liti fiscali pendenti compreso il secondo grado di giudizio e fino a 100 mila euro. Solo per quanto riguarda le liti pendenti il 68%, in termini assoluti, è sotto i 20 mila euro, ma quelle sopra i 100 mila valgono oltre la metà dell’ammontare. Con un’aliquota media del 15% per stralciare il debito, in linea con quella proposta dalla Lega, si incasserebbero 3,5-4 miliardi.
Secondo i dati del Tesoro, a fine giugno 2018 le liti pendenti davanti alla giustizia tributaria erano 406.946, del valore di circa 50 miliardi. I ricorsi si sono ridotti del 7,54% rispetto all’anno scorso confermando un trend che è in discesa dal 2012. Nel secondo trimestre del 2018 sono state definite 65.835 controversie, con una riduzione delle decisioni del 6,50%. La quota di giudizi favorevole all’ente impositore si è attestata al 46%, mentre per i giudizi intermedi è stata di circa il 12%. Il valore dei crediti affidati alla riscossione è quantificato in 800 miliardi, di cui solo 50 sarebbero, secondo il governo, recuperabili. Tuttavia le diverse “rottamazioni” delle cartelle, l’ultima rata deve essere ancora pagata, dovrebbero rendere al massimo intorno ai 4 miliardi ed erano rivolte ai 20 milioni di contribuenti che non hanno pagato i loro debiti maturati tra il 2000 al 2016, per un totale di 51 miliardi di euro.
Ieri i 5Stelle non hanno smentito le indiscrezioni.
Moscovici ora apre al dialogo con Roma: non vogliamo sanzioni
Superatoil timore dei “piccoli Mussolini” che infestano l’Europa e dell’Italia che rischia di essere un problema, ieri il commissario europeo agli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici, ha detto alla tv francese Bfm che continuerà “il dialogo” con il governo italiano sulla manovra economica. Il politico parigino è stato conciliante, ha detto di non essere “nello stato d’animo” di comminare sanzioni all’Italia. “Non abbiamo interesse a una crisi tra la Commissione e l’Italia – ha detto – nessuno ha interesse a una cosa del genere, perché l’Italia è un Paese importante della zona euro. Ma non abbiamo nemmeno interesse a che l’Italia non rispetti le regole e che non riduca il suo debito pubblico, che – rimarca – resta esplosivo”. Fare politiche di bilancio espansive quando si ha un debito “molto elevato” come quello italiano, sostiene Moscovici, è pericoloso, e finirà per “ritorcersi contro” il governo che ha fatto questa scelta politica. E, alla fine, il conto lo pagherà “il popolo”. L’esecutivo Ue valuterà i documenti programmatici di bilancio per il 2019 di tutti gli Stati membri nelle settimane successive alla loro presentazione, che deve avvenire entro il 15 ottobre, e prima della fine di novembre.