Chi ha paura di Bruxelles? Matteo Salvini proprio no: “Se l’Europa boccia la manovra noi tiriamo avanti”, ha risposto il ministro dell’Interno e vicepremier ai cronisti che gli chiedevano quale fosse la linea nella partita che si apre con l’Ue. “Pensiamo di lavorare bene per la crescita del Paese, per ridare fiducia, speranza, energia e lavoro – ha aggiunto il leghista – quindi sono felice di quello che abbiamo fatto in questi quattro mesi e di quello che faremo nei prossimi quattro anni”. Per quanto riguarda poi il ministro dell’Economia Giovanni Tria, Salvini ha dichiarato che “non è mai stato in bilico”. Il Def è “un passo verso la civiltà”, ha concluso, e “i mercati se ne faranno una ragione”. Più morbido nei messaggi pubblici all’Ue l’altro vicepremier, il 5Stelle Luigi Di Maio: “Ora parte l’interlocuzione con l’Unione europea e non abbiamo intenzione di andare allo scontro. Nei prossimi giorni vogliamo incontrare tutti i soggetti pubblici e privati che rappresentano la realtà del mercato e ribadire che nel 2,4% ci sono anche 15 miliardi di euro di investimenti, è il più grande piano di investimenti mai fatto in Italia”.
Anche Candy va ai cinesi: lo storico marchio italiano venduto ad Hayer per 475 milioni
Anche Candy vola in Cina. La storica azienda di elettrodomestici, che per prima ha portato la lavatrice nelle case degli italiani, sarà acquisita da Qindao Hayer per 475 milioni di euro. Lo stesso gruppo cinese quotato a Shanghai ha annunciato che due soci italiani cureranno il trasferimento di proprietà. Gli eredi del fondatore Eden Fumagalli, Beppe e Aldo, così come Donatella Versace poco prima di loro (la regina della moda italiana è reduce dalla cessione dell’azienda di famiglia alla Holding Kors) si sono dichiarati felici dell’operazione. Hanno dichiarato: “Qingdao Haier e Candy Group condividono la stessa visione, che è quella di continuare a migliorare la qualità della vita delle famiglie. Crediamo che la capacità di innovazione, tecnologia e design unite allo stile italiano di Candy si integreranno perfettamente con il modello operativo di Qingdao Haier”. Haier, leader mondiale della produzione di elettrodomestici, stabilirà il proprio quartier generale a Brugherio (MB). Nel comunicato ufficiale si legge che il colosso cinese continuerà a investire nell’azienda italiana “per aumentarne la competitività in Europa e a livello globale”. Candy nel mondo conta più di 4000 dipendenti, 1000 dei quali nella sede di Brugherio, unica italiana. La Fiom Cgil Brianza ha riferito che in azienda “si è diffuso un clima di grande apprensione”. E ha aggiunto “Siamo in attesa di ricevere le informazioni dovute”.
Molti Paesi d’Europa hanno deficit più alti del nostro, ma il problema rimane l’Italia
Nel 2017, l’Italia ha registrato un deficit del 2,4 per cento. Perché i mercati ora reagiscono così male alla prospettiva che abbia il 2,4 anche nei prossimi tre anni, dopo l’1,7 del 2018? La risposta va cercata nel confronto con gli altri Paesi europei.
C’è un solo Stato che, a oggi, si trova sotto procedura di infrazione per deficit eccessivo, la Spagna, tutti gli altri sono nel “braccio preventivo” del Patto di Stabilità.
La maggior parte dei 26 virtuosi (dalla Bulgaria a Cipro, alla Svezia) hanno anche raggiunto il proprio “obiettivo di medio termine”, che varia da Paese a Paese ma riguarda la riduzione del debito.
L’Italia, come la Polonia e il Portogallo, fino a due giorni fa era “in deviazione” dal percorso di aggiustamento, cioè andava nella direzione imposta dalle regole ma a un ritmo più lento. Nel 2017 e nel 2018, infatti, l’Italia non ha ridotto il debito quanto previsto e sicuramente non lo farà nel 2019 (la richiesta era un taglio minimo, 0,1 per cento del saldo strutturale, che ora invece peggiorerà). La Commissione Ue, dopo aver considerato una serie di “fattori rilevanti”, ha comunque giudicato sufficiente lo sforzo strutturale del 2018 che avrebbe portato il debito nel 2019 al 130,8 per cento del Pil.
I nuovi numeri annunciati dal governo cambiano lo scenario. Nel 2019 il deficit nominale medio nei Paesi dell’area euro è stimato allo 0,4 per cento del Pil, quello dell’Italia sarà sei volte maggiore, 2,4 per cento. Il deficit nominale indicato come obiettivo per l’Italia dal governo Gentiloni, 0,8 per cento, non era considerato credibile comunque: la mancata crescita già imponeva di adeguare la stima a 1,1 e quel numero non considerava le clausole di salvaguardia sull’Iva, 12,5 miliardi (0,8 per cento del Pil) da trovare per evitare l’aumento dell’imposta sui consumi. I precedenti governi le hanno sempre finanziate in deficit, quindi il deficit atteso plausibile dell’Italia era comunque 1,8-1,9. Altri Paesi hanno deficit più alti, ma sono tutti impegnati in un percorso di riduzione rilevanti. La Francia, per esempio, avrà nel 2018 un deficit del 2,8 per cento invece che del 2,6 atteso, ma lo sta riducendo comunque ogni anno dal picco del 2009 (7,2 per cento).
Nella convergenza verso finanze pubbliche solide e sostenibili, l’Italia già arrancava, ora ha scelto di andare in direzione opposta. È vero che l’Italia ha un saldo primario (le entrate dello Stato meno le uscite, prima di considerare gli interessi sul debito) del 2,7 per cento del Pil, il terzo più alto dell’Ue (verrà ridotto a 1,3 il prossimo anno). Ma non basta a renderci virtuosi, perché ci sono, appunto, gli interessi e la zavorra del debito. Nel 2019 il debito pubblico medio dell’Ue dovrebbe essere 78,5 per cento del Pil, quello dell’Italia sarà oltre il 130,8. La riduzione attesa del debito per l’Italia era dell’1,9 per cento del Pil, superiore alla media dei Paesi Ue dell’1,6 per cento. Ma ora quel numero andrà rivisto di molto, alla luce della scelta di tenere un deficit nominale del 2,4 per cento e non soltanto per un anno, ma per tutti i tre anni coperti dalla legge di Bilancio.
Anche se nella percezione diffusa l’Europa è ancora in una fase di austerità, l’Ufficio parlamentare di bilancio (l’autorità indipendente sui conti pubblici), a giugno osservava che i dati dei programmi dei vari Paesi Ue “indicano per il 2018 una politica di bilancio leggermente espansiva”, mentre per il 2019 era atteso un impulso “leggermente restrittivo” che avrebbe peggiorato gli effetti del rallentamento del ciclo economico.
In teoria non è sbagliato spendere di più quando l’economia rallenta, ma l’Italia non si limita a tenere una politica espansiva, bensì smette di cercare di convergere verso gli obiettivi concordati e spende in deficit tanto da far di nuovo aumentare il debito dopo anni in cui, pur con un ricorso al disavanzo costante, era riuscita a stabilizzare l’indebitamento con anche una piccola riduzione.
Mercati spiazzati, crolla la Borsa e sale lo spread
“Quando i mercati potranno conoscere nei dettagli la nostra manovra lo spread sarà coerente con i fondamentali della nostra economia”, assicura il premier Giuseppe Conte. Ma i mercati, sulla base delle informazioni di cui dispongono sul deficit al 2,4 per cento del Pil per i prossimi tre anni, reagiscono in modo netto: fuga dall’Italia. Lo spread, cioè la differenza di rendimento tra i titoli italiani e tedeschi, sale da 236 punti a 281 poi scende a fine giornata a 267, il tasso di interesse sul debito a 10 anni arriva al 3,13 per cento. Uno spread più alto dovuto alle attese di un aumento dell’indebitamento ha come effetto di ridurre il valore dei titoli in pancia alle banche italiane (il mercato paga tassi più elevati di quelli sui titoli in portafoglio). E infatti in Borsa si registra un tracollo dei titoli bancari: Bpm -9,4 per cento, Intesa Sanpaolo -8,43, Bper -8,34, Unicredit -6,7. Nessun altro listino europeo perde così. Il problema è l’Italia.
Alcuni investitori, come Amundi o Natixis, nei loro report da giorni scrivevano che i tassi di mercato già incorporavano un deficit sopra il 2 per cento, anche perché non c’erano le condizioni politiche per tenerlo più basso. Nessuno aveva previsto però l’asprezza del confronto tra il ministro del Tesoro Giovanni Tria, completamente sconfitto, e i due partiti di maggioranza Lega e M5S.
I problemi che spaventano i mercati sono quindi due: le prospettive future e la composizione della manovra. In assenza di tutte le informazioni su come quel 2,4 per cento di deficit condiziona il resto dei saldi di bilancio, in particolare il debito, gli investitori si preparano al peggio. Con il ministro Tria ormai non più credibile come argine alle richieste di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. “Si sono disegnati un bersaglio sulla fronte”, è il commento di un analista. I mercati, dice un report dell’Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli, potrebbero ora “ritenere che l’aggiustamento del bilancio non avverrà né ora né in futuro, il che potrebbe mettere in dubbio la sostenibilità del nostro debito pubblico”.
“Quello che emerge finora dalla discussione in Italia non sembra in linea col Patto di Stabilità”, dice il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis. E a novembre Bruxelles quasi certamente boccerà lo schema della legge di Bilancio perché non mantiene l’impegno a ridurre il debito. Ma le conseguenze, che dopo un lungo iter possono arrivare alla procedura d’infrazione, alla multa dello 0,2 per cento del Pil e al blocco di parte dei fondi europei, non sono il problema immediato. Il 26 ottobre l’agenzia Standard & Poor’s si pronuncerà sul rating dell’Italia, e negli stessi giorni anche Moody’s. Un declassamento, a questo punto, pare quasi certo.
Non soltanto per lo sforamento del deficit. Secondo Prometeia, una società di ricerche, “portare il disavanzo al 2,4 per i prossimi tre anni rischia di avere un effetto nullo sulla dinamica della crescita”. Perché il maggiore impatto espansivo di misure come reddito di cittadinanza e pensioni anticipate “potrebbe essere compensato da maggior incertezza e spread più elevati, in un contesto in cui il rapporto tra debito e Pil non diminuisce”.
In molti, sui mercati ma anche al Tesoro, pensano che quello che si è visto ieri sui mercati sia solo l’inizio e che la situazione potrebbe peggiorare quando ci saranno più dettagli.
Guerra al Fiscal compact: il governo sfida Bruxelles
Per il governo gialloverde si apre la partita più complicata dal suo insediamento. Quella da cui dipenderà la sua sopravvivenza, ma anche gli scenari futuri dell’Unione europea. Al di là della reazione dei mercati, la notizia che l’esecutivo porterà al 2,4 per cento il deficit pubblico non solo per il 2019, ma anche per il biennio successivo, è un gesto di sfida alle regole fiscali dell’eurozona che dal 2011 – dopo la crisi dell’euro – disciplinano le politiche economiche degli Stati membri, riassumibili nel cosiddetto “Fiscal compact”.
È il famoso “pilota automatico”, spesso citato dal presidente della Bce Mario Draghi per rassicurare i mercati. Un complesso meccanismo che impone ai Paesi, specie quelli ad alto debito come l’Italia, di convergere verso un “obiettivo di medio termine”, individuato nel cosiddetto “pareggio strutturale”, cioè il saldo zero tra entrate e uscite dello Stato al netto del ciclo economico e delle misure temporanee. Un principio che l’Italia nel 2012, col governo Monti, ha recepito nella Costituzione (articolo 81) nel momento di massima tensione dello spread.
Da giovedì l’Italia ha deciso di ripudiare questo meccanismo. “Abbiamo lanciato il guanto di sfida alla vecchia Europa, ora dobbiamo vincere la guerra, perché guerra sarà”, ha spiegato ieri – in un messaggio al think tank Il nodo di Gordio – il ministro agli Affari europei Paolo Savona, che il Quirinale non ha voluto come ministro dell’Economia (ruolo per cui l’economista ha poi suggerito Giovanni Tria).
I numeri mostrano la portata della sfida (e dei rischi). Nel 2012 la manovra taglia deficit di Monti è costata – secondo una simulazione del Tesoro – circa 300 miliardi di Pil in un quinquennio, facendo salire il rapporto debito/Pil. Da Letta in poi, i governi che i sono succeduti hanno sempre tagliato il deficit nominale ma meno di quanto si erano impegnati a fare, promettendo di eseguire la stangata fiscale nel biennio successivo e rinviando di un anno il pareggio di bilancio.
La “flessibilità” è stata contrattata di volta in volta a Bruxelles e la crescita è stata asfittica (la più bassa dell’Ue). Ad aprile il governo Gentiloni si era impegnato a portare il deficit allo 0,8 per cento nel 2019, un punto meno di quanto dovrebbe chiudere quest’ anno, per arrivare a zero nel 2020.
La nota di aggiornamento al Def approvata dal Consiglio dei ministri porta 27 miliardi di risorse in più ricorrendo al disavanzo. La scommessa degli alleati, che Tria dovrà far sua pur avendo lottato fino all’ultimo per evitarla, è che l’espansione fiscale abbia un effetto sulla crescita tale da evitare un peggioramento del rapporto tra debito e Pil. Al Tesoro lavorano per affinare le stime dei cosiddetti “moltiplicatori” (l’effetto sul Pil di ogni euro speso), il cui impatto sulla crescita finale dovrà essere validato dall’Ufficio parlamentare di bilancio: il testo dovrebbe arrivare lunedì.
Un deficit al 2,4 per cento farà salire il debito? Nelle sue stime il Tesoro dirà che il rapporto si stabilizzerà mostrando anche un calo. Come ha stimato Francesco Lenzi, collaboratore del think tank economico Lavoce.info, anche se si realizzassero solo le previsioni “tendenziali” – quelle che non inglobano le misure del governo – previste da Gentiloni, anche con il nuovo obiettivo di deficit basterebbe una crescita nominale (compresa l’inflazione) vicina al 2% per evitare che il rapporto salga; nel 2017 si è fermata al 2,6%. Questo, però, senza contare gli effetti di diverse variabili che influiscono sul debito (come le privatizzazioni) e il fatto che la crescita economica è data in forte rallentamento (senza interventi il Pil salirà nel 2019 dell’1% contro l’1,5% previsto). Anche applicando i moltiplicatori usati dal Tesoro sarà possibile fissare un debito/Pil al 2019 in calo rispetto al 130,8% stimato per il 2018.
Il vero problema sarà la composizione della manovra e quanto Tria riuscirà a spostare le risorse dalle spese per trasferimenti (reddito e pensioni di cittadinanza, mini flat tax per le partite Iva, riforma della Fornero, che assommano a 18 miliardi) a quelle per investimenti, che hanno il maggior impatto sulla crescita. Per ora la manovra 2019 è lievitata a 40 miliardi, di cui 27 in deficit (12 solo per rinviare gli aumenti dell’Iva) e 13 di altre coperture da trovare (dai tagli, che sono recessivi, al condono).
L’unica certezza è che l’Italia non mostrerà alcun miglioramento del saldo strutturale a cui guarda Bruxelles. “Non abbiamo interesse a una crisi tra Commissione e Italia”, ha spiegato ieri il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici. “Se l’Ue ci boccia la manovra, andiamo avanti”, attacca Matteo Salvini.
Forza Spread
Leggete qua: “Noi pensiamo che l’Italia debba porre il veto all’introduzione del Fiscal compact nei trattati e stabilire un percorso a lungo termine… Un accordo di legislatura e in cambio del via libera al ritorno per almeno cinque anni ai criteri di Maastricht con il deficit al 2,9%”. È il piano B di Savona per l’uscita dall’euro? No. È l’ultimo delirio di Di Maio dal balcone? No. È una diretta Facebook di Salvini imbeccato da Borghi & Bagnai? No. È un intervento di Matteo Renzi sul Sole 24 Ore di un anno fa, addì 9 luglio 2017. Altro che il deficit-Pil al 2,4 per tre anni deliberato dal governo Conte: lui lo voleva al 2,9% per 5 anni (naturalmente “solo per la riduzione delle tasse”, cioè per fare un altro regalo ai ceti più abbienti). Lo stesso Renzi che ora, completata la metamorfosi in gufo, vaticina “conseguenze devastanti delle scelte di oggi”. Scelte molto più prudenti di quelle che auspicava lui l’anno scorso, avvertendo l’Ue con piglio virile: “Non accetto che l’Italia sia trattata come una studentessa indisciplinata da rimettere in riga… L’avvento scriteriato del Fiscal compact nel 2012 fa del ritorno agli obiettivi di Maastricht (deficit al 3% per avere una crescita intorno al 2%) una sorta di manifesto progressista”. Ora che, con un bel po’ di moderazione in più, i giallo-verdi realizzano ciò che lui cianciava, sono “venditori di fumo” che ci portano al disastro. E sempre viva lo spread, s’intende. Era quasi commovente, ieri, seguire la ola – quella sì organizzata – dei vertici Pd&FI e dei giornaloni al seguito che accompagnava ogni punto in più di spread. Così come i commenti dei mejo editorialisti, affranti per lo “schiaffo all’Europa” e l’abbattimento del totem dell’Uno Virgola Sei Per Cento (mai osservato da nessun governo), ma al contempo arrapatissimi per la draconiana “bocciatura europea” che al momento non è stata neppure minacciata (il commissario Moscovici, anche per non dare sponda a Salvini, s’è fatto più conciliante del solito).
Noi naturalmente non sappiamo come andrà a finire. Se cioè la scommessa da pokeristi del governo giallo-verde di portare al 2,4% la soglia dello 0,8% promessa da Gentiloni ci trascinerà alla bancarotta (come prevedono, anzi auspicano quelli che la sanno lunga). O se ci ritroveremo a dire “tanto rumore per nulla”. O se invece scopriremo che il mix fra reddito di cittadinanza, tagli fiscali e pensioni anticipate, mettendo più soldi nelle tasche di chi le ha vuote, produrrà una ripresa dei consumi e dunque un aumento del Pil e quindi una riduzione del rapporto col deficit. Non lo sappiamo non solo perché capiamo poco di economia.
Ma anche e soprattutto perché finora una scommessa del genere non l’aveva azzardata nessuno. O meglio: tutti i governi degli ultimi 10 anni, a parte Monti, avevano sforato gli impegni con l’Europa (Renzi fece il 3, il 2,6, il 2,5 di deficit-Pil e Gentiloni il 2,4%, contro l’1,8 concordato). Poi avevano ottenuto più “flessibilità”, cioè più debito, dalle gommose autorità Ue. Ma quei miliardi in più li avevano girati alle categorie più abbienti o comunque meno indigenti: banche (una cinquantina di miliardi in 5 anni, di cui 20 solo nel dicembre 2016), proprietari di case (4 miliardi per l’abolizione dell’Imu), imprese (12 miliardi di incentivi per il Jobs Act), lavoratori dipendenti (bonus di 80 euro). Nulla – a parte il mini-reddito di inclusione avviato da Gentiloni – per i 10 milioni di poveri e i 3,5 milioni di precari. Ora il governo Conte – ed è un paradosso, visto che passa per il più a destra della storia repubblicana – sposta il grosso della manovra sulle fasce più deboli: disoccupati, pensionandi, piccole imprese, vittime delle truffe bancarie. E infatti riceve plausi insospettati dalla sinistra meno prevenuta (Stefano Fassina) e persino dai rari uomini liberi del Pd (Michele Emiliano: “È una manovra di sinistra, io al posto loro l’avrei fatta così e mi domando perché non l’abbiamo mai fatta noi del Pd”). Vedremo se la ricetta funzionerà, ma almeno un cambiamento c’è: quello che hanno chiesto il 4 marzo gli elettorati – peraltro molto diversi – di 5Stelle e Lega (cioè il 50% dei votanti, che – stando ai sondaggi – sono ora cresciuti a più del 60%). Anche perché le ricette dei governi degli ultimi 20 anni, che avevano sempre prodotto recessione e/o arricchito chi ha già molto o almeno qualcosa, penalizzando chi non ha nulla, non avevano funzionato.
Magari poi lo spread, ieri salito a quota 267, deludendo chi sperava almeno nel 300, schizzerà a livelli incontrollabili: ma al momento è 50 punti sotto il record di 320 registrato il 29 maggio, dopo che Mattarella aveva rimandato a casa Giuseppe Conte per il caso Savona e incaricato Carlo Cottarelli di salvare l’Italia con un governo senza nemmeno un voto di fiducia (su 945 parlamentari), per tornare a scendere a livelli quasi normali solo quando Conte fu richiamato al Colle e poté finalmente giurare coi suoi ministri (fra cui Savona). Molto dipenderà dal contegno, dalla serietà e dalla prudenza – anche nell’uso delle parole che, come insegna Draghi, possono fare danni incalcolabili – che Di Maio e Salvini dimostreranno nei prossimi giorni. E dalla loro capacità di gestire la vittoria su Tria con equilibrio e saggezza, infondendo fiducia nella bontà delle loro riforme non solo ai mercati e alla Ue, ma anche a tutti i cittadini. Se invece Salvini userà la manovra per aprire la campagna elettorale delle Europee del 2019, cercando la guerra permanente con Bruxelles per gonfiare le vele della destraccia scassatutto, sarà un disastro. E così se Di Maio continuerà con le sguaiataggini come quella inscenata l’altra sera dal balcone di Palazzo Chigi. A proposito, consiglio non richiesto: state lontani dai balconi, portano sfiga.
Var in Champions dal 2019-2020. Poi in Europa League
È ufficiale. Con un tweet l’Uefa ha diffuso la decisione di adottare il sistema di video assistant referees dalla prossima stagione. Il comitato esecutivo parla anche delle altre competizioni in cui sarà utilizzata, cioè nella fase finale degli Europei 2020. E dal 2020/2021 anche in Europa League e Nations League.
“Confidiamo che l’introduzione del Var nell’agosto 2019 ci darà abbastanza tempo per mettere su un sistema forte e per allenare al meglio gli ufficiali di gara con l’obiettivo di assicurare un’implementazione efficiente e di successo per il Var in Champions League”, ha spiegato il presidente dell’Uefa Aleksander Ceferin. Dunque il Comitato esecutivo dell’Uefa, riunito ieri mattina a Nyon ha deciso di introdurre la moviola in campo anche nella prima fase – quella preliminare – della competizione, a partire dal mese di agosto del 2019. Durante la riunione, inoltre, sono state decise anche dati importanti quali quella relativa ai sorteggi delle qualificazioni all’Europeo del 2020. L’appuntamento è per il 2 dicembre del 2018 alle 11 e si terrà al Convention Centre di Dublino. I dieci gruppi di cinque o sei squadre sorteggiate decideranno le venti finaliste: altre quattro verranno fuori dai play-off, tra le Nazionali qualificate via Uefa Nations League.
A Genova il manicomio è spazio d’arte
Il complesso in cui ha sede l’ex ospedale psichiatrico di Genova-Quarto risale al 1898. Prima della legge 180 di Franco Basaglia del 1978 era un luogo di sofferenza e malattia, che accoglieva centinaia di malati psichiatrici. In quell’anno, Antonio Slavich, uno dei grandi protagonisti della storia dell’istituzione manicomiale, arriva a Quarto come responsabile del Dipartimento di Salute mentale.
Lì incontra il pittore e scultore Claudio Costa con il quale, nel 1988, fonda un’associazione di volontariato: “Istituto Materie e Forme Inconsapevoli” (I.M.F.I.). Lo scopo era ed è tuttora quello di “promuovere, divulgare e ricercare creatività espressive (disegno, pittura, scultura, scrittura, teatro, musica e audiovisivi) attraverso l’incontro tra tecniche e culture diverse atte a favorire le reciproche conoscenze”. Dal 1992 l’I.M.F.I. istituisce il “Museattivo delle Forme Inconsapevoli”, che dalla scomparsa prematura di Costa (avvenuta nel 1995) viene chiamato “Museattivo Claudio Costa”.
Il Museo comprende oltre 600 opere di artisti contemporanei (tra i tanti Daniel Spoerri, Davide Mansueto Raggio, Plinio Mesciulam, Rocco Borrella, Stefano Grondona) e moltissime vengono continuamente realizzate dai pazienti. Recentemente sono stati ristrutturati diversi locali tra cui “Spazio 21”, dove questo fine settimana si svolge la VII edizione della manifestazione “Quarto Pianeta/Insieme”.
Si segnalano, tra le molte, pregevoli iniziative, la mostra Anamnesi di Giuliano Galletta e Beppe Dellepiane, protagonisti dell’arte genovese degli ultimi cinquant’anni (inaugurazione sabato 29 settembre ore 18.30, fino al 27 ottobre, a cura di Sandro Ricaldone), la mostra di Maya Zignone (sempre fino al 28 ottobre), la presentazione de La Città. Giornale di società civile, con Luca Borzani e Amedeo Gagliardi (venerdì 28, ore 18), de All’ombra dei ciliegi giapponesi di Antonio Slavich (domenica 30 ore 21, presso i Giardini Luzzati).
E ancora proiezioni di film, concentri e balletti. Per tutta la durata degli eventi sarà aperto LIBRIamoci: una vastissima collezione di testi donati dalla casa editrice De Ferrari, il cui ricavato delle vendite (a offerta libera) permetterà di sostenere il “Museattivo Claudio Costa” e tutte le attività dell’I.M.F.I. e di Quarto Pianeta, consentendo a una delle sedi culturali e artistiche più affascinanti e feconde non solo di Genova di tenere viva la memoria dei fondatori e di portare avanti progetti importanti. Ora più che mai in una città ferita e sofferente, che con fierezza e dignità lotta per la propria bellezza. E per il proprio futuro.
Dal nonno e da Che Guevara c’è sempre da imparare
“L’estate che conobbi il Che”, è un libro di Luigi Garlando uscito nel 2015, e pubblicato da Rizzoli. Il romanzo è ambientato in Brianza, zona della Lombardia, nel 2014, l’anno dei Mondiali.
Il protagonista si chiama Cesare, un ragazzino di 11 anni, che vive in una grande villa in campagna. Figlio di due importanti genitori, il padre è un famoso amministratore aziendale e la madre un celebre chirurgo. In una bella giornata estiva, Cesare compie gli anni e per festeggiare organizza una festa con i suoi amici. Finito il party va dal nonno dove trova un’ambulanza. Al suo anziano parente è venuto un infarto. Il nostro protagonista appena vede il nonno caricato sull’ambulanza, scopre che sulla sua spalla c’è un tatuaggio, solitamente coperto. All’inizio pensa che è Cristo e solo giorni dopo, quando va all’ospedale a fare visita al malato, scopre che in realtà è il grande Ernesto “Che” Guevara, un guerrigliero che liberò Cuba dalla dittatura. Durante tutto il tempo in ospedale il nonno racconta al nipote la vita di uno dei più grandi rivoluzionari della storia. Purtroppo alla fine del racconto il nonno muore, dicendo che entrerà nella gola della Higuera, dove fu ucciso Che Guevara, quando tentò di fare la rivoluzione in Bolivia. Il libro mi è piaciuto molto, è anche divertente ed educativo, infatti così i ragazzini imparano chi è il Che e perché bisogna a volte combattere le ingiustizie.
Fumettibrutti, frammenti erotici e sconnessi di lirismo sguaiato
Troppo facile partire dal nome: Fumettibrutti, singolare pseudonimo di Josephine Yole Signorelli, 27enne di Catania che si è fatta conoscere su Facebook e ora arriva in libreria per Feltrinelli Comics. I suoi disegni e le sue storie, in effetti, non fanno nulla per apparire “belli” al lettore nel senso abituale del termine. Anzi, il tentativo (riuscito) è di renderli quanto più sgradevoli e disturbanti possibile: inquadrature ristrette di dettagli che risultano asfissianti, personaggi ridotti a sagome di pochi tratti, sfondi inesistenti, con le tavole che invece di dipanarsi su una pagina bianca sono monocromatiche, ma con colori che sembrano soffocare risucchiare l’aria, lasciando solo un vuoto soffocante.
Con una efficace sintesi, su Fumettologica.it Matteo Contin ha definito quello di Fumettibrutti “lirismo sguaiato”. Temi, disegni e atmosfere sembrano presi dal diario di una liceale, ma sporcati dal cinismo che si matura soltanto da più adulti. L’insieme vorrebbe offrire sentimenti più veri, perché scarnificati dalle illusioni. Feltrinelli Comics porta Fumettibrutti dai social alla libreria con Romanzo esplicito. Ma non sempre quello che funziona online rende allo stesso modo anche in libreria, anche se tutti gli editori sognano di replicare il modello Zerocalcare. Romanzo esplicito è un collage di frammenti, di varie declinazioni dell’angoscia e del nichilismo che segue la fine di una storia d’amore. Qualche intuizione buona c’è, sia grafica (come il cane che vedete qui in una vignetta) che narrativa, ma l’aspetto esplicito finisce per risultare soltanto inutilmente volgare, il flusso di coscienza più che frammentato pare sconnesso. Di “romanzo”, insomma, c’è poco. Fumettibrutti, cioè Josephine Yole Signorelli, ha del potenziale ma non ancora il passo del racconto lungo.