Violenza e lacrime in Senato: reality drama di Kavanaugh

Che brutta giornata per il giudice Brett Kavanaugh, scelto da Donald Trump per la Corte Suprema e chiamato a difendersi da accuse di violenza sessuale quand’era al liceo e all’università. E anche per la sua accusatrice, Christine Blasey Ford, docente di Psicologia, messa sotto torchio davanti alla Commissione Giustizia del Senato che deve avallare la nomina del giudice, da una specialista in reati sessuali, Rachel Mitchell, avvocato, repubblicana.

La Ford, 52 anni, è parsa tesa, quasi impaurita: “Sono terrorizzata – ha detto –, ma è mio dovere civico essere qui”. Lei e Kavanaugh non sono mai stati insieme nell’aula della Commissione: mentre lei parlava, il giudice la ascoltava dallo studio al Senato del vicepresidente Mike Pence.

“I dettagli di quella notte… non li dimenticherò mai, si sono impressi nella mia memoria e mi hanno episodicamente perseguitato, quando sono divenuta adulta… Ho creduto che Brett mi avrebbe violentata, uccisa… Lui e Mark erano ubriachi, ridevano… Sono sicura al 100% che fosse lui… Le ultime due settimane sono state le più dure della mia vita: ho dovuto rivivere i traumi di quella notte, subire minacce, nascondermi, essere protetta con la mia famiglia”.

Le deposizioni della Ford e di Kavanaugh rubano la scena sulle tv all’Assemblea generale dell’Onu, dove si succedono capi di Stato e di governo, e inducono il presidente a rinviare il faccia a faccia con il vice-segretario alla Giustizia Rod Rosenstein: in ballo, le dimissioni dell’uomo che sovrintende al Russiagate.

Kavanaugh ha affrontato la prova, cruciale per la sua nomina, con il conforto di una telefonata d’incoraggiamento del presidente Trump e del vice Pence. Trump lo ha incoraggiato a essere aggressivo e determinato nel respingere le accuse, ridotte a una “manovra democratica” per cercare di impedire che la Corte Suprema abbia un orientamento conservatore per almeno una generazione. Kavanaugh sposterebbe a destra l’orientamento della massima magistratura degli Stati Uniti, i cui membri sono designati a vita – e i 4 progressisti sono in media più anziani dei loro colleghi –.

La Blasey Ford è la prima donna ad avere accusato pubblicamente di aggressione sessuale Kavanaugh.

Dopo di lei, altre due sono venute allo scoperto: Deborah Ramirez, 53 anni, che studiò con il giudice all’Università di Yale; e Julie Swetnick, che non racconta un’esperienza personale, ma atti di violenza cui avrebbe assistito – è una ex dipendente pubblica, che ha ottenuto i nulla osta di sicurezza di numerose amministrazioni federali. La Ramirez e la Swetnick non avrebbero però voluto collaborare con la Commissione Giustizia del Senato.

Kavanaugh nega persino di conoscere la Swetnick e i media conservatori scovano stuoli di donne che testimoniano la correttezza del giudice. Nella vicenda, entrano avvocati come Michael Avenatti abituati a sguazzare nel torbido con Trump: lui rappresenta Stormy Daniels, la pornostar che avrebbe avuto una relazione sessuale con il magnate prima che questi scendesse in politica e il cui silenzio sarebbe stato poi comprato in campagna elettorale.

La deposizione della Ford è stata seguita da quella del giudice. Kavanaugh nega gli addebiti, anche se ammette che da studente gli capitava di bere; e ha cura di evitare di ‘colpevolizzare’ le presunte vittime, evitando il trito argomento “perché non l’hanno detto prima?”. Ma spiega che la sua famiglia “è stata distrutta da questa vicenda. Ma non riuscirete a farmi lasciare”.

Trump, che sarebbe pronto a cambiare idea sul giudice alla luce delle deposizioni, ma che continua a difendere Kavanaugh, a contestare le accuse e a denunciare i rischi del movimento #Metoo, ha voluto vedere tutta l’audizione, parte in diretta sull’AirForceOne, parte registrata alla Casa Bianca. Nessun commento a fine testimonianza.

La deposizione è stata invece seguita dal vivo da attiviste e simpatizzanti di #Metoo, fra cui Tarana Burke e l’attrice Alyssa Milano, che credono alla Ford e chiedono ai senatori di respingere la nomina del giudice.

Strage di Erba, i fan di Rosa & Olindo contro i sopravvissuti

“Ma non ti vergogni ad andare in giro tranquillamente con due vecchietti innocenti in carcere?”. È con queste parole che pochi giorni fa Pietro Castagna è stato braccato per strada da un giornalista di quella nota trasmissione tv che da tempo ha deciso di sostituire con inviati incravattati i giudici dei tribunali. Pietro Castagna non è un mafioso che l’ha fatta franca. Era il fratello di Raffaella, moglie di Azouz Marzouk, uccisa nel 2006 a Erba con sua mamma Paola, il figlio Youssef di due anni e la sua vicina di casa Valeria da Rosa Bazzi e Olindo Romano.

Una strage entrata nell’immaginario collettivo e al centro di tre processi con identiche conclusioni: ergastolo. Rosa e Olindo, si legge nella sentenza di Cassazione, uccisero “mossi da odio e grettezza covati per lungo tempo”. È stato rigettato anche il ricorso della difesa a giugno. Eppure, nonostante 26 giudici in 12 anni abbiano ritenuta certa la colpevolezza dei due coniugi, la corrente innocentista non è mai stata così agguerrita. Con i social pronti all’indignazione a comando e l’orda di programmi a tema cronaca nera, riaprire mediaticamente casi archiviati e lavorare sulle suggestioni è facile.

Da qualche mese, l’esercizio del sospetto da bar è toccato alla famiglia Castagna. Ha iniziato La Nove, ad aprile, con un documentario dal titolo modesto, Tutta la verità, in cui si metteva in fila una serie di argomenti (ampiamente smontati in sede giudiziaria) che deciderebbero l’innocenza dei poveri Rosa e Olindo. Legittimo, se non fosse che il documentario non si limita a questo, ma getta una luce sinistra su Pietro Castagna. Istillare dubbi di colpevolezza su una persona che non è mai stata neppure indagata e che ha perso in quel modo barbaro madre, sorella e nipote sulla base di fuffa, è una schifezza da un punto di vista giornalistico e una barbarie dal punto di vista umano.

Cosa c’è contro di lui? Il documentario fa ascoltare un’intercettazione in cui, qualche giorno dopo la strage, Pietro scherza con un amico al telefono: “Tra un po’ daranno la colpa alla Franzoni!”. Come se il black humor fosse il marchio dell’assassino. “La vita va avanti anche dopo una tragedia, una battuta talvolta è un modo per sopravvivere. Ricordo che un giorno ero in ditta con tutti i miei collaboratori, sotto c’erano decine di fotografi. Mi chiesero cosa dovessero fare e io per scherzo dissi di scendere e dare loro i cataloghi dell’azienda. Questo fa di me un mostro?”, mi racconta Pietro.

Ma il mostro si crea anche buttando lì che abbia mentito. Quindi si sottolinea che tale Chencoum, tossicodipendente cliente di Azouz, dichiarò di aver visto un tizio con la barba rossiccia qualche giorno prima della strage parlare con due arabi proprio davanti alla corte. Lo stesso testimone poi sparisce nel nulla e un suo ex compagno di cella lo sconfesserà, ma questo il documentario si dimentica di dirlo.

Infine, il grave indizio contro Pietro è che in quei giorni lui usava la Panda della madre e poco dopo il delitto quella macchina “venne fatta sparire”. “La donammo a un istituto di suore, lo raccontai io al giornalista che la trovò. Mio padre soffriva nel vederla in cortile. Facemmo sparire da casa anche i giochi di Youssef, quando ci siamo accorti di aver lasciato un pannolino sulla finestra e invece quello ci sfuggì…”, mi dice Beppe in lacrime. E la casa della strage ebbe la stessa sorte, fu donata alla Caritas.

Perfino la fede di Carlo viene utilizzata biecamente nel documentario per buttare lì la tesi dei figli mostri e del papà complice. Tra i tanti possibili, viene infatti mostrato un filmato in cui l’uomo dice che perdona Olindo e Rosa e che quando si parla di perdono bisogna pensare anche ai genitori degli assassini. E capite quanto sia meschino associare tale frase a un servizio che getta delle ombre tremende sui suoi figli. Carlo Castagna morirà un mese dopo questo documentario colpito da una leucemia fulminante e il giorno stesso del suo funerale La vita in diretta manderà in onda un servizio in cui ancora una volta si buttano lì dei dubbi sui Castagna.

“Non siamo contrari per principio alle tesi innocentiste, ci chiediamo solo perché gettare fango su di noi. All’epoca siamo stati intercettati, hanno analizzato tutti i nostri conti, ci hanno interrogati, ma poi perché avremmo ucciso mamma, sorella, un nipotino di 2 anni?”. Già, il movente. Beppe e Pietro erano in rotta con la sorella per colpa di Azouz, non lo hanno mai negato. “A noi Azouz piaceva all’inizio, avevamo comprato anche gli abiti per il matrimonio. Poi abbiamo scoperto che era uno spacciatore e che era violento con Raffaella”, mi racconta Beppe. “Io per farla ragionare l’ho portata con me in vacanza in Martinica, al ritorno mi sono arrivati 4.500 euro di bolletta, lei mi prendeva il telefono per chiamarlo di nascosto, ho capito che non c’era nulla da fare”.

Raffaella aveva poi un’assicurazione sulla vita di 100.000 euro e aveva chiesto un anticipo di eredità al padre, dice il documentario. “All’epoca mio padre aveva 60 anni e mia madre 55, nessuno parlava di eredità. Raffaella per giunta aveva ricevuto la casa in cui viveva con Azouz in dono da mio padre e nessuno di noi si era mai opposto. Noi poi siamo sempre stati più che benestanti, 100.000 euro non cambiavano la vita a nessuno”.

Anche se fossero stati spietati assassini, non si capisce perché progettare lo sterminio di madre, sorella e nipote di due anni, anziché far fuori solo Azouz. Che tra le altre cose, solo dalla Cassazione in poi, è diventato improvvisamente innocentista. E che nel documentario si dichiara molto turbato dall’intercettazione di Pietro che fa una battuta sulla Franzoni.

Peccato che il documentario non ci abbia fatto ascoltare le intercettazioni in cui quei giorni Azouz diceva che era il periodo più bello della sua vita, che lo pagavano anche per fare sesso, faceva accordi economici con Fabrizio Corona che fu invitato da lui al funerale di Raffaella e Youssef in Tunisia. Il santo Azouz, che spacciava e uscì dal carcere grazie all’indulto e che è attualmente in Tunisia perché espulso dall’Italia. E che ha fatto causa ai Castagna perché vuole la metà del valore della casa della strage che i cattivi della storia, gli avidi Castagna, hanno donato alla Caritas.

“Nostra mamma ha fatto una vita orrenda negli anni che hanno preceduto la sua morte. Ricordo che una volta dovette andare al pronto soccorso a prendere il fratello di Azouz che era stato accoltellato. Mio padre ha accettato che Raffaella e Fefè fossero seppelliti in Tunisia come aveva voluto Azouz. L’ultima volta andammo nel 2009, lui aveva con sé la tela e il cavalletto e dipinse lì, sulle tombe. Era dura saperli lontani, ma un giorno mio figlio disse ‘il cielo è lo stesso’, aveva ragione lui”, racconta Beppe, sempre con le lacrime agli occhi. Pietro parla meno, è visibilmente provato, è il più aggredito da questa vicenda. “Oltre a farci male, questa gente non ha capito che noi per primi non ci saremmo mai accontentati di una mezza verità. Se qualcuno ritiene che non abbiano indagato abbastanza su di noi, che lo facciano, chiedeteci quello che volete. Ma se non avete prove, vi prego, lasciateci vivere in pace”. E dopo 12 anni, sarebbe ora.

Mail Box

 

Protestate sotto casa dei Benetton e di Castellucci

Leggo che gli sfollati del ponte di Genova vogliono protestare sotto casa di Grillo. Che protestino sotto casa dei Benetton o dell’amministratore delegato di autostrade Giovanni Castellucci che continua a guadagnare 400.000 euro al mese per tutti i miliardi di utili che ha procurato ai Benetton e agli azionisti di Atlantia-Autostrade sul sangue di quei 43 poveri cristi che ci hanno rimesso la vita.

Vittorio Colavitto

 

Perché nessuno tutela la categoria degli over 40?

Il 4 marzo 2018 non ho votato per nessuno, in quanto per noi over 40 non sarebbe cambiato nulla. E non voglio più promesse per il dopo, di cui sono pieni i programmi elettorali. Voglio fatti concreti prima delle elezioni, cioè voglio politiche pubbliche implementate. A parte che quando un edifico è costruito male dalle fondamenta non si ristruttura. Si ricostruisce da capo, se non si vuole crolli addosso ai condomini. Nei programmi degli europeisti, su cui si può anche riflettere, si parla di quasi tutte le categorie. Quasi. Noi over 40 non siamo considerati. Se perdiamo il lavoro, il mercato ci considera troppo vecchi per riassumerci. E pensare che accetteremmo ciò che i giovani considerano sfruttamento, magari giustamente, e che per noi è un’opportunità. Ci viene negato il diritto ad avere una vita propria, lontano dai genitori, alla faccia delle pari opportunità. Forse serviamo solo come votificio? Per avere considerazione, dobbiamo costituire una lista per le europee e le regionali? Chi parla di una nuova Europa attenta ai bisogni di tutti, se vuole la nostra alleanza e il nostro voto, deve cambiare le cose anche per noi.

Michele Schiavino

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo “Autostrade care e scarsa qualità: modello Benetton esportato in Polonia” pubblicato il 25-09, è importante chiarire alcuni aspetti rilevanti. Il Gruppo Atlantia ha avviato l’acquisizione nel 2006 – tramite due aumenti di capitale e una successiva Opa – del controllo di Stalexport Autostrady, quotata alla borsa di Varsavia, salvando la società che si trovava in un processo di concordato preventivo, derivato all’andamento negativo del core business storico della società, costituito dal commercio dell’acciaio. L’acquisizione da parte di Atlantia ha consentito il risanamento della società attraverso il ripianamento delle passività e la ri-focalizzazione dell’attività sulla gestione della concessione della tratta Katowice-Cracovia. Atlantia ha confermato il team manageriale in carica prima dell’acquisizione, incluso il Presidente. Il termine della concessione è fissato al 2027, quando la tratta tornerà allo Stato che potrà decidere se gestirla in proprio oriassegnarla in concessione tramite gara. Non vi è stata mai nessuna discussione con le Autorità polacche in merito a un eventuale rinnovo della concessione a favore di Stalexport. Il procedimento avviato nel 2007 dall’autorità Antitrust polacca, che ha comminato nel 2008 alla concessionaria una multa di Zloty 1,3 mln (circa euro 300.000), riguardava l’applicazione integrale del pedaggio in presenza di persistenti lavori di manutenzione sulla tratta. La questione è stata risolta con la successiva adozione da parte della concessionaria di una procedura che recepisce pienamente le osservazioni dell’Antitrust. Da allora nessun altra contestazione sul tema. Le tariffe applicate (0,328 Zloty/km pari a circa 7,6 euro cent/km per le auto) sono molto inferiori a quelle massime consentite contrattualmente e in linea con quelle delle altre concessionarie polacche che prevedono l’applicazione diretta del pedaggio ai clienti. Il contratto di concessione, contenente un obbligo di riservatezza, è stato stipulato molti anni prima dell’ingresso di Atlantia. In passato il Ministero delle Infrastrutture polacche ha richiesto la pubblicazione di alcune previsioni commerciali contenute nel contratto, che la concessionaria ha prontamente accettato di rendere pubbliche.

Ufficio Stampa Atlantia

 

Ringrazio per la cortese precisazione, che conferma quanto da noi scritto, sia riguardo il fatto che la società operava prima nel settore siderurgico, sia che il presidente in carica dal 2000 è l’ex ministro del Bilancio che aveva seguito la stessa privatizzazione di Stalexport (confermato da Atlantia dopo l’acquisto per i successivi 12 anni). Stesso discorso per il procedimento dell’Antistrust polacco. Sul fatto che non è stato deciso cosa accadrà dopo il 2027 abbiamo correttamente scritto che è il mercato che sta iniziando a scontare il mancato rinnovo della concessione stando all’andamento del titolo Stalexport in Borsa. Che le tariffe della concessionaria A4 sono considerate care anche in relazione al servizio fornito non è un’opinione dell’autore ma della vostra utenza, come peraltro riportato in decine di articoli pubblicati sui numerosi siti di informazione finanziaria. Sul fatto che non esiste da parte di Stalexport nessuna preclusione a rendere disponibili dietro richiesta tutte le informazioni del contratto non abbiamo ricevuto in verità dalla Polonia, dagli uffici competenti, analoghe informazioni e ne prendiamo atto e segnaleremo l’informazione al ministro delle Infrastrutture polacco. Nella scorsa settimana abbiamo contattato l’ufficio stampa di Atlantia richiedendo informazioni su Stalexport per questo articolo senza ricevere alcuna risposta alle domande.

Salv. Gaz.

Deficit e poteri forti. Possiamo sottrarci a chi vuole condizionare le nostre scelte?

 

Fino a che l’Europa non si doterà di una agenzia di rating indipendente, al pari delle tre streghe americane Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, che possa arginare le loro sordide manovre, noi saremo sempre sottoposti ai loro ricatti che, pilotati dai poteri forti attraverso banche d’affari e soggetti come McKinsey, Morgan Stanley, JP Morgan, BlackRock, George Soros continueranno a influenzare la nostra politica economica. Ora ci ammoniscono che il rapporto deficit/Pil non può superare l’1,6 per cento o sarà la catastrofe. Ma non esiste un solo libro di economia che riporti che il rapporto deficit/Pil debba stare sotto il 3 per cento come stabilito da Maastricht. E molti ignorano che questo numero fu scelto da un oscuro funzionario di Mitterrand, funzionario che essendo molto religioso, adorava il numero 3 come riferimento alla Santissima Trinità.

Enrico Costantini

 

Caro Costantini, un po’ invidio la visione del mondo di voi complottisti, è tutto sommato rassicurante: ci sono i cattivi che tramano contro di noi, basta smontare i loro piani e, come in certi fumetti, il bene trionferà. Gran parte delle cose che lei scrive sono bufale da web. Il limite al 3 per cento del rapporto tra deficit e Pil ha un senso preciso: era il valore che serviva a stabilizzare il rapporto debito-Pil al valore medio dell’epoca (60 per cento) e a condizione che il Pil reale crescesse, in media, intorno al 3 per cento annuo. Poi la crescita ha rallentato e quindi forse quel parametro doveva essere rivisto, perché basato su una crescita del Pil eccessiva. E infatti nella crisi del 2011-2012 i dubbi sulla tenuta dell’euro hanno spinto i Paesi membri (su input della Germania) a rendere quel vincolo ancora più stringente, per cui ora il punto cruciale è tendere al pareggio strutturale del bilancio (cioè al netto degli effetti del ciclo economico). Un deficit 2019 all’1,6 per cento è quello massimo compatibile con una riduzione, sia pure infinitesimale (0,1) del debito pubblico, per questo il ministro del Tesoro Tria lo ha indicato come soglia insuperabile. Perché l’Italia, con il suo debito al 131,8 per cento del Pil, deve convincere i mercati a rifinanziare i suoi titoli in scadenza. E non basterà un’agenzia di rating europea più compiacente o qualche insulto a George Soros, che da parecchio non fa più speculazioni finanziarie, ma si dedica alla filantropia (ed è il regista di tutte le migrazioni per sostituire gli italiani come lei con immigrati dall’Africa, appositamente palestrati, come lei già saprà sicuramente, avendolo letto in qualche fogna di Internet). Saluti.

Stefano Feltri

La triste guerra dei Vip, ultimi braccianti del tele-trash

Il Grande Fratello è passato alla storia della Tv; oggi il Grande Fratello Vip (Canale5, lunedì sera fino alle ore piccole) è destinato a passare alla storia del Vip. Se 18 anni fa pochi coatti scelti lottavano come leoni per assurgere allo status di Vip (e la scuola era formativa, se vi si è laureato Rocco Casalino), oggi legioni di Vip annaspano per non annegare in ciò che temono di più al mondo, l’oblio. Ma chi sono questi Vip di nuova generazione, ignoti ai più? Entità palestrate, fisicate, tatuate e tuttavia informi, portatrici di una condivisa nullità; emergono dai recessi del palinsesto in forza di una parentela, amori falliti, corni ricevuti e poi resi con gli interessi. Francesco Monte spiaggiato da Cecilia Rodriguez medita tremenda vendetta; Silvia Provvedi abiura solennemente Fabrizio Corona; si adagia mollemente nella vasca da bagno, biotta, la marchesa Daniela del Secco d’Aragona vien dal Mare… No, non sono usciti dall’Ultimo tragico Fantozzi ma dal Grande Fratello Vip e sono sul pezzo 24 ore su 24. Il Vip non è più uno status, è un lavoro: un duro lavoro fatto di niente. Il Vip è il nuovo bracciante mediatico, nel senso del bicipite e del deltoide ma anche della disponibilità a produrre trash a cottimo; è questo lo showbiz dell’Italia televisiva, questi siamo noi. Oltre Loro di Sorrentino c’è il Big Brother Vip, esito terminale del berlusconismo applicato alla videocrazia. Pier Silvio, un giorno tutto questo sarà tuo, e quel giorno è arrivato. Vip Vip hurrà!

“Libero” ha più di un problema col Gentil sesso

Siamo costernati: conoscevamo il quotidiano Libero per il rigore e la misura con cui tratta ogni argomento sensibile, per l’ironia britannica che contraddistingue la linea editoriale, per la sobrietà e l’acutezza dei titoli, capaci di sintetizzare in pochi tratti analisi rigorose e mai demagogiche (“Ai clandestini i soldi dei disabili”, 27 agosto 2015; “Renzi e Boschi non scopano”, 15 maggio 2015; “Dopo la miseria portano malattie. Immigrati affetti da morbi letali diffondono infezioni”, 6 settembre 2017; “E per gradire nella capitale arrostiscono una ragazza”, 31 maggio 2016).

Capirete il nostro sconcerto, ieri, nel trovare in prima pagina il titolo “La giornalista Mediaset insulta Feltri. Ecco la risposta (corredata di foto)”, dove la foto ritrae Veronica Gentili, collaboratrice del Fatto e co-conduttrice di Stasera Italia, impegnata in una posizione dello yoga da terga, con sopra la didascalia “Un’eloquente espressione di Veronica Gentili”.

Non vorremmo dover pensare, ma mi sa che ci tocca, alla meschinità da comari di cui dà prova Libero, che pubblica un culo di donna come un argomento da Santa Inquisizione contro di lei, se non per inquadrare la perfetta asimmetria che Feltri, usando il giornale di cui è direttore, adopera nel regolare i suoi conti con Gentili, colpevole di aver fatto un commento sgradevole sulla sua sobrietà (in senso alcolico) durante un fuori onda di Stasera Italia.

Non importa che Gentili si sia scusata con una lettera al direttore in cui ammette di aver fatto una “stupida battuta ridanciana in privato” ed esprime rammarico per l’accaduto. Libero, che non è nuovo al metodo della character assassination (famigerato il titolo su Raggi “patata bollente”, trito doppio senso relativo a una presunta frenesia sessuale del sindaco di Roma, accusata di avere amanti in tutti i gangli dell’amministrazione), non resiste alla tentazione morbosetta di pubblicare le foto Instagram di Gentili (“Un eloquente album fotografico della conduttrice di Rete4”) per dare ad intendere che sia una poco di buono, e non un’attrice e giornalista che costruisce come meglio crede la sua immagine e la sua carriera.

Vecchio e noto giochetto, a cui i libertari di Libero indulgono spesso e volentieri per stuzzicare gli istinti più bassi e pelosetti dei lettori (maschi) contro un bersaglio femminile, che peraltro ha appena chiesto scusa. Avessimo capito male, Feltri chiarisce: “Quando si vuole offendere un uomo vecchio si ricorre sovente a due luoghi comuni: è rincoglionito e per giunta alza il gomito. Facile. Sarebbe come se io dicessi di te, bella ragazza, che per arrivare stabilmente sul video l’hai data via, ciò che non escludo… Comunque ti dedico questa pagina fotografica affinché i lettori sappiano da quale pulpito vengono le tue prediche contro di me”, al che due sono le ipotesi: o Feltri sa che la Gentili si ubriaca, e le foto che chiama a testimonianza la ritraggono avvinazzata; o l’allusione al “pulpito” è in realtà un’allusione al pube e se è così è chiaro che a Libero hanno un problema con l’organo sessuale femminile, accusato di bollire o di avere un prezzo se la sua proprietaria è sgradita.

Da parte nostra sospettiamo che esistano due Vittorio Feltri: uno privato, piacevole, gentile e rispettoso; l’altro spiacevole, sopra le righe, rancoroso. Purtroppo le Tv è il secondo che invitano, ma deve essere stato il primo a sentirsi irrimediabilmente offeso, ciò che è in suo diritto e ci dispiace. Ma la reazione all’offesa, da che è pubblica, è criticabile. Ci evitiamo di fare la morale a Libero, che quando c’è da offendere i più deboli mostra di non averne punto; tanto più di redarguire Feltri con una paternale sul sessismo e sul politicamente corretto, di cui, come sa chi ci legge, non siamo grandi fan. Lo critichiamo facendogli notare che quel che ha fatto non è intelligente né elegante, e ricordandogli che una volta aveva molta ironia.

Ponte Morandi, il ballo delle date non serve al Paese

Il Movimento 5 Stelle e la Lega stanno scherzando con il fuoco. I sondaggi dicono che il governo gialloverde ha ancora il vento in poppa. La luna di miele con gli elettori prosegue. Ma, statene certi, finirà bruscamente se i cittadini – tutti e non solo i genovesi – entro poche, pochissime settimane non avranno la prova visibile e tangibile dell’apertura dei cantieri per la ricostruzione del ponte Morandi. Il decreto per Genova arrivato ieri con troppo ritardo al Quirinale contiene alcune iniziative importanti. Ma a ben vedere non è decisivo. Perché alla fine il voto all’esecutivo e al ministro M5S Danilo Toninelli verrà dato solo in base ai tempi di riapertura dell’autostrada.

Martedì 2 ottobre si svolgerà l’ultima parte del primo incidente probatorio. Da quel giorno in poi i magistrati potranno dissequestrare l’opera crollata. Ma a oggi, con il commissario dotato di poteri speciali ancora da nominare, nessuno ha chiaro per farci cosa. I tecnici sono divisi. Da una parte c’è chi dice che il lungo segmento del viadotto ancora in piedi (circa 800 metri) vada completamente demolito e poi ricostruito. Dall’altra c’è chi sostiene che sia meglio prima accertare le condizioni della struttura esistente per poi (se è possibile) rinforzarla e restaurarla, ricostruendo invece solo il pezzo di ponte distrutto. Questa seconda soluzione, a detta di molti ingegneri, avrebbe il vantaggio di evitare una demolizione gigantesca (andrebbe abbattuto solo il moncone dell’opera retto da stralli) e le complicazioni e le lungaggini legate allo spostamento e al trattamento di così tante macerie, oltretutto zeppe di pericoloso amianto. Noi non siamo tecnici. Una cosa però la sappiamo: se il nuovo commissario riterrà percorribili entrambe le strade dovrà, senza se e senza ma, scegliere quella che consente di riaprire prima l’autostrada al traffico.

Ogni altra chiacchiera è a zero. Anche perché il rosario di dichiarazioni di queste settimane è stato francamente urticante. Quarantott’ore dopo il crollo il sottosegretario alle Infrastrutture, Edoardo Rixi (Lega), prometteva: “Entro il 2019 i genovesi avranno un nuovo viadotto sul torrente Polcevera”. Il 18 agosto Autostrade (ora esclusa dalla ricostruzione) assicurava invece di avere pronto un progetto in grado di ultimare il tutto ad aprile 2019. Mentre il 4 settembre il governo si era impegnato a ricostruire “in tempi non superiori a un anno”, di fatto garantendo l’inaugurazione a settembre del 2019. La scorsa settimana, il governatore ligure Giovanni Toti (Forza Italia) ha però avvertito: per finire l’opera “ci vogliono dagli 11 ai 15 mesi”, spostando l’asticella almeno a dicembre del prossimo anno. Anche sui tempi della demolizione (parziale o totale che sia) si è assistito allo stesso inverecondo balletto: il 25 agosto Rixi sosteneva che si sarebbe potuto cominciare a settembre e il 15 settembre Toti scriveva che entro fine mese si sarebbe dato il via alla demolizione per poi aprire i cantieri a novembre. Arrivati a questo punto è però difficile pensare che si faccia qualcosa prima del 10-15 ottobre, spostando così il via al cantiere a fine novembre.

Bene, Lega e 5Stelle dovrebbero ricordare che dal prossimo febbraio saremo in campagna elettorale per le Europee. Non bisogna avere la sfera di cristallo per capire che la ricostruzione del ponte Morandi influenzerà le scelte degli italiani. Dopo anni di chiacchiere, i cittadini pretendono giustamente dei fatti. Il viadotto in funzione è un fatto. Tutto il resto no.

Riprendiamoci le Autostrade

Gentili ministri dei Trasporti e del Tesoro, Danilo Toninelli e Giovanni Tria, la concessione dell’Ativa (Torino-Quincinetto e tangenziali) è scaduta ad agosto 2016, quella della A21 (Torino Piacenza) è scaduta nel giugno 2017. Entrambe queste autostrade sono ormai largamente ammortizzate e non abbisognano di nuovi rilevanti investimenti.

Il contratto di concessione prevede che, a fine concessione, l’infrastruttura venga devoluta gratuitamente al concedente. Perché allora rinnovare queste concessioni rimettendole a gara invece di ritornare allo Stato? Formalmente il concedente è l’Anas, ma questa è una società per azioni oggi controllata dalle Ferrovie dello Stato che mal si presta a gestire autostrade in house, per conto dello Stato. Si tratta di un retaggio storico che per l’occasione potrebbe essere superato creando un ente pubblico ad hoc che subentri all’Anas come concedente di tutte le autostrade per conto dello Stato.

Gli amici dei concessionari sollevano una questione ideologica, sbandierando lo spauracchio della “nazionalizzazione” quando si tratterebbe semplicemente di rispettare i contratti. I concessionari, oltre a riscuotere i pedaggi, ormai fanno soltanto manutenzione, che lo Stato potrebbe facilmente assegnare in gara senza creare alcun nuovo “carrozzone” pubblico. Si eviterebbero così i ripetuti contenziosi legali e ricorsi al Tar di cui sono maestre le concessionarie, i rischi notevolissimi (lo dimostra l’esperienza) di “catture” del regolatore da parte dei soggetti regolati che riescono ad accaparrarsi diretti che poi vengono fatti valere come diritti, e magari lo Stato potrebbe limitare o persino ridurre nel tempo i pedaggi.

Queste due autostrade hanno una altissima redditività: il Mol (cioè il margine operativo lordo) dell’Ativa è di 75 milioni, quello della A21 addirittura 125 milioni, pari al il 67 per cento dei ricavi! Con questi proventi lo Stato potrebbe pagare entro un anno o poco più gli indennizzi di subentro vantati dai concessionari uscenti.

Non è poi chiaro a che titolo queste società continuino a incassare i pedaggi e trattenere gli utili per il periodo in cui gestiscono in proroga la concessione dopo la data di scadenza. Gli utili ottenuti dopo la scadenza dovrebbero essere computati a sconto dell’indennizzo di subentro.

Se questo governo vuole veramente cambiare politica nel settore, quale migliore occasione di questa? Non sarebbe contraddittorio perseguire la revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia, non certo solo per la disgrazia del ponte Morandi e poi riassegnare per gara queste due concessioni, per le quali sarebbe ovviamente preferito, di nuovo, lo stesso gruppo Gavio?

Un altro caso eclatante è poi quello della Autobrennero (A22), con concessione scaduta nell’aprile 2014, che continuando a gestire in proroga ha accumulato utili netti per 300 milioni di euro, oltre agli accantonamenti al fondo ferrovia sui quali trattiene gli interessi. Questi fondi dovrebbero essere “girati” allo Stato come corrispettivo della proroga.

Visto poi che sono già ampiamente scaduti i termini entro i quali la società si era impegnata a riacquistare le quote possedute da azionisti privati per ottenere una nuova proroga della concessione, non si vede perché lo Stato non si riprenda l’autostrada senza ulteriori indugi, come previsto dal contratto di concessione, e la gestisca in house.

Dario Balotta è presidente dell’Osservatorio nazionale liberalizzazioni dei trasporti. Giorgio Ragazzi, economista, è autore del libro “I signori delle autostrade” (Il Mulino) dove ha denunciato le rendite al casello

Totti confessa: “Con Spalletti arrivai quasi alle mani”

Cherchez Luciano, ma Luciano (Spalletti) non c’è: la sua forse è stata l’assenza più rumorosa ieri al Colosseo, quando, davanti a 300 ospiti – tra cui ex Ct, ex compagni di squadra ed ex campioni del mondo –, Francesco Totti ha festeggiato il 42esimo compleanno presentando la sua autobiografia, Un Capitano (Rizzoli), scritta con Paolo Condò, tradotta in 6 lingue e distribuita in 20 Paesi.

Assente alla festa, ma presente – e molto – nel libro, Spalletti è uno dei bersagli della penna di Totti. Tra i due i rapporti iniziano a essere conflittuali nel febbraio del 2016, quando l’allenatore decide di tenere l’attaccante in panchina nella partita contro il Palermo: “Tu ormai sei come gli altri, dimenticati di essere insostituibile”. La risposta del calciatore è glaciale: “Vigliacco, adesso che non ti servo più mi rompi il ca…? Hai una missione, portala a termine”. Neanche due mesi dopo, i due arrivano quasi alle mani nello spogliatoio a Bergamo, durante il match contro l’Atalanta: “Quello è l’ultimo litigio tra me e Spalletti, nel senso che perdo le staffe anch’io e ci devono separare in quattro perché altrimenti ce le daremmo di santa ragione”. Le rivelazioni non finiscono mai.

Sindone, 21 anni d’attesa per pagare il biglietto

La sera tra l’11 e il 12 aprile 1997 davanti alla tv gli italiani guardavano le immagini di un incendio. Le fiamme distruggevano la cupola posta tra il duomo di Torino e il Palazzo reale, quella voluta nel Seicento dai Savoia per custodire una reliquia preziosissima, la Sindone.

I fedeli cristiani ammiravano i vigili del fuoco portare in salvo il sacro lino, quasi fosse un miracolo, mentre gli amanti dell’arte vedevano andare a fuoco il monumento architettonico progettato da Guarino Guarini e terminata nel 1683. Ieri, dopo 21 anni di lavori e cantieri (costati quasi 31 milioni di euro), quella cappella ha riaperto le sue porte. “Un evento di importanza mondiale”, lo ha definito il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli. Moltissimi sono i torinesi che non hanno mai potuto ammirare dall’interno uno dei simboli della città: “Appartengo a quella generazione che non ha mai potuto visitare questo luogo incredibile”, ha detto la sindaca Chiara Appendino ieri mattina, dando l’idea di quanto sia stata lunga l’opera di recupero. “È stata una grande sfida tecnica e di immaginazione – ha spiegato Enrica Pagella, direttrice dei Musei Reali di Torino –.

Ci sono voluti 21 anni, sono molti ma dobbiamo tenere conto della complessità del lavoro”. La cappella è una struttura composta da pietre sovrapposte, dove ogni livello ha una forma diversa e crea spazi per far passare la luce dando un senso di passaggio dalle tenebre alla luce. Per restaurarla si è dovuto mettere in sicurezza la struttura, catalogare seimila frammenti di pietra, sostituire 1.400 elementi di marmo, materiale recuperato in una cava a Frabosa Soprana (Cuneo) chiusa dopo la costruzione della cappella, ragione per cui è stato necessario riaprire l’area. Sono state messe delle catene in acciaio per supportare le strutture, consolidate le murature, rifatte le coperture e installati impianti di illuminazione. Nel corso dell’imponente lavoro ci sono stati annunci entusiastici poi disattesi. Già nel 1999 alcuni tecnici del ministero pensavano di concludere tutto “in 5 o 6 anni, se non ci saranno intoppi burocratici”. Soltanto giugno del 2008 il ministero lancia la gara d’appalto, ma bisognava anche riaprire la cava chiusa da secoli. In vista dell’ostensione della Sindone nel 2010, si annunciava la riapertura nel 2011. In mezzo ci si mettono poi inadempienze contrattuali e processi civili (quello penale, finito nel 2004 e poi caduto per la prescrizione, portò alla condanna di quattro dipendenti di una ditta di restauri e di un custode che tardò a dare l’allarme). Nel 2012 il direttore regionale dei beni culturali Mario Turetta “assicura che i lavori potrebbero finire entro il 2015, in tempo per l’Expo di Milano”, ma nel dicembre 2014 termina il primo lotto e deve ancora cominciare l’ultimo. La riapertura viene rimandata al ventesimo anniversario del rogo, ma s’è dovuto aspettare ancora un anno e mezzo.

Ora Sergio Chiamparino, attuale presidente del Piemonte e all’epoca non ancora sindaco della città, definisce la giornata di ieri come “una bella giornata per la comunità cristiana e civile piemontese e anche per la cultura italiana”. L’arcivescovo Cesare Nosiglia auspica invece che la cappella “continui a essere non solo un patrimonio artistico e culturale fruibile da tutti ma anche quel luogo di preghiera, di silenzio, di meditazione che è sempre stato in questi secoli”. Prima, infatti, si poteva accedere liberamente dal duomo, mentre ora sarà gestito dai Musei Reali, struttura del Mibact, e si entrerà a pagamento. La Sindone, invece, sarà custodita nel duomo.