Tomba con vista: l’ultima ossessione di Philip Roth

Philip Roth aveva già deciso tutto. La Morte, “la nemica”, alla fine avrebbe scritto la parola fine ma la sceneggiatura, l’ultima stesura, voleva firmarla lui. A partire dalla scelta della lapide, “tratta dalla sua casa in Connecticut, con il proprio nome dipinto come con un dito”, rivela l’attrice Mia Farrow postando uno scatto su Instagram.

C’era anche lei fra le centinaia di persone rigidamente selezionate dall’autore scomparso lo scorso maggio a 85 anni, per commemorare la propria scomparsa presso la New York Public Library, ammirandone la cupola di cristallo inglobata nel soffitto. Fra i presenti spiccavano i colleghi Salman Rushdie, Robert Caro e Don DeLillo, lì a condividere aneddoti e ricordi, ma con il diktat di osservare le istruzioni scritte dall’autore de Il lamento di Portnoy, deciso a orchestrare passo dopo passo il proprio funerale laico.

Il primo a svelare il retroscena è stato Joel Conarroe, presidente emerito della John Simon Guggenheim Memorial Foundation: “Molti anni fa, ho ricevuto per posta una lettera in cui Philip specificava persino la musica scelta per questa cerimonia ovvero Elegie in do minore del compositore francese Gabriel Faure, op. 24”. E ovviamente hanno rispettato la sua decisione, concludendo l’evento pubblico su quelle note. Ovviamente, dovendo fare i conti con il trascorrere del tempo è stato necessario correre anche ai ripari; difatti due fra gli oratori selezionati – gli autori William Styron e Saul Bellow – nel frattempo sono defunti, ma la scrittrice newyorchese Claudia Roth Pierpont e l’autrice irlandese Edna O’Brien (che tempo fa gli chiese cosa amasse di Faulkner, ottenendo in risposta “possiede una conoscenza oscura”, come rivela il tweet della scrittrice Mary Karr) hanno ricordato entrambe Roth con affetto.

Judith Thurman, invece, ha raccontato del viaggio/pellegrinaggio compiuto in Connecticut, “per cercare la sua tomba giusta”, la “tomba con vista” una sorta di scouting funebre, una macabra occasione allietata dall’umorismo yiddish. Ciascuno di noi possiede le proprie debolezze e stranezze, consoliamoci pensando che lo scrittore contemporaneo più celebrato – e snobbato palesemente dall’Accademia di Stoccolma – non era da meno. “È vero – afferma lo scrittore Bernard Avishai – Roth non ha avuto figli ma era deliziato da un paio di gattini che aveva adottato, diceva di esserne ipnotizzato. E alla fine, con il cuore a pezzi, mi confessò che dovette ridarli indietro perché ne era quasi diventato dipendente”. Con un annuncio mondiale, l’autore di Pastorale americana, aveva scioccato il mondo intero annunciando il proprio ritiro dalla scrittura nel 2010 dopo aver dato alle stampe Nemesi (tutto il suo catalogo è edito da Einaudi, compreso Perché scrivere. Saggi 1960-2013 in uscita il 23 ottobre) e da anni si riferiva alla morte come “il nemico”.

Ma era decisamente preparato a questo incontro, avendo pianificando un incontro che ha riscosso lacrime e risate, “proprio com’era nei suoi desideri”, afferma Conarroe.

Dopo qualche buon anno a Newark fra passeggiate e piscina – ai suoi amici diceva, “sono a casa, ho vinto” – la sua salute era rapidamente peggiorata ad inizio 2018 e “nel letto di ospedale, accudito da varie ex fidanzate – rivela lo scrittore Norman Manea – gareggiavamo a chi di noi due avesse subito più operazioni al cuore”. Pierpont ha ricordato anche che Roth che si guardava intorno nella sua stanza e si diceva sollevato per non aver smesso di scrivere così da non dover raccontare ciò che vedeva lì dentro. Non stupisce il fatto che, nonostante la caratura di questa celebrazione, sia trapelato poco o nulla ai media. O per citare le ultime parole scritte da Cesare Pavese: “Non fate troppi pettegolezzi”.

“L’on. Grassi (Pd) ospite dei neofascisti di Piacenza”

“Ci è giunta notizia che l’On. Gero Grassi del Pd presenterà a Piacenza un suo libro su Aldo Moro su invito di una nota associazione neofascista denominata ‘Circolo Culturale Nicola Bombacci’. Se confermata, come abbiamo rilevato da una locandina, riteniamo gravissima questa scelta, tra l’altro a pochissimi giorni dalla vile aggressione che ha colpito a Bari la nostra parlamentare europea Eleonora Forenza insieme a diversi compagni tra cui il suo collaboratore Antonio Perillo”. Lo denuncia in una nota Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-SE: “Il PD – prosegue Perillo – sta facendo dell’antifascismo e dell’antirazzismo la carta su cui provare a riverniciare una credibilità svanita in anni di politiche liberiste con cui ha devastato socialmente il Paese ed ha aperto la strada al Governo giallo-verde. Nel fine settimana addirittura ha promosso una sua manifestazione su questi temi. Il Pd chieda al suo parlamentare di rinunciare alla partecipazione a tale evento e chieda scusa all’Anpi, ai suoi militanti e a tutti gli antifascisti per questi scivoloni. Non si capisce con quale coerenza i suoi parlamentari poi possano legittimare questi soggetti”.

Gli avevano ‘rubato’ la cattedra. Ora non ottiene l’abilitazione

Non ha ottenuto l’abilitazione nazionale, quello che permette poi di accedere ai concorsi come professore associato e ordinario all’università: Giambattista Scirè per la seconda volta non è stato valutato idoneo – stavolta con giudizio all’unanimità dalla commissione nazionale – perché, si legge nei verbali, la sua produzione scientifica (articoli, ricerche etc) si fermerebbe al 2014. Scirè aveva partecipato nel 2011 al concorso come ricercatore a tempo determinato (tre anni) in Storia Contemporanea all’università di Catania ma lo aveva vinto un’architetta. In seguito, il Tar gli aveva dato ragione sostenendo che “Gran parte dei titoli presentati dalla vincitrice e positivamente valutati dalla commissione erano in realtà incongruenti con il settore concorsuale Storia contemporanea afferendo invece alla Storia dell’architettura o all’Architettura del paesaggio”. Poi si era espresso il Consiglio di Stato (consiglio della giustizia amministrativa, in Sicilia) e infine sempre il Tar aveva stabilito che l’università ‘non aveva ottemperato’ ad accogliere Scirè dopo le sentenze e che doveva farlo: “È stata elusiva e omissiva” perché invece di affidargli il corso per l’intero triennio si era limitata a un risarcimento parziale, 45 mila euro. Scirè aveva scritto all’allora ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, per denunciare le mancanze dell’ateneo e la ministra aveva chiesto spiegazioni annunciando un eventuale commissariamento qualora non fossero stato eseguito quanto deciso dalle sentenze. In mezzo per Sciré c’era stato un altro tentativo di abilitazione, andato a vuoto. Ora il suo nome è tra i non abilitati della tranche 2016-2018, nella quale è stata invece valutata idonea con l’unanimità l’architetta che aveva vinto il concorso nel 2011.

“Solidarietà a Nadia Lioce”. Scritte pro Br sotto casa di Iosa, l’ex Dc gambizzato nel 1980

Prima i volantini apparsi a Sesto San Giovanni, ora un messaggio di sostegno a Nadia Desdemona Lioce scritto con spray rosso in piazza Pompeo Castelli a Milano, e cioè sotto casa di Antonio Iosa, vittima delle BR e storico esponente dell’Associazione vittime del terrorismo. La solidarietà alle Brigate Rosse sembra aver trovato nuovo impulso con la ripresa, a L’Aquila, dell’ultimo processo a Lioce – esponente di primo piano delle Nuove Brigate Rosse e condannata all’ergastolo per gli omicidi di Marco Biagi, Massimo D’Antona ed Emanuele Petri – per le sue proteste contro il regime del 41 bis. Iosa, che nel 1980 fu gambizzato insieme ad altre tre persone da un commando all’interno del circolo Perini di Quarto Oggiaro, ha commentato: “Questo dimostra quanto sia difficile recidere la violenza e il terrorismo in Italia. Esistono ancora giovani fiancheggiatori che inneggiano alla radicalizzazione della violenza. Non penso che la scritta, fatta a pochi metri da casa mia, sia una provocazione nei miei riguardi e delle vittime delle Brigate Rosse”. Il Comune di Milano, informato dallo stesso Iosa, ha disposto con urgenza la cancellazione dell’”infame scritta”. L’Anpi provinciale di Milano ha condannato duramente il gesto, tramite le parole del presidente Roberto Cenati: “Non può che suscitare sdegno e riprovazione qualsiasi tipo di solidarietà a membri delle Brigate rosse, nemici dichiarati delle istituzioni democratiche e della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza”. Cenati ha aggiunto un monito: “Sono passati decenni dalla tragica stagione del terrorismo, ma la vigilanza di tutti noi che crediamo nei valori della libertà e della democrazia non deve essere allentata”. La Procura di Milano è ora impegnata nelle indagini sui volantini e sulla scritta. Dopo aver analizzato i filmati delle telecamere di videosorveglianza invierà un’informativa al dipartimento Antiterrorismo.

Cucchi, il medico: “Aveva lividi e camminava male. Mi disse di non aver bisogno di nulla”

“Era in cella, aveva lividi, camminava male ma disse che non aveva bisogno di nulla”: un medico e un infermiere sono stati sentiti in qualità di testimoni nel corso del processo Cucchi bis in corso a Roma. Entrambi hanno dichiarato di aver riscontrato ecchimosi e una camminata dolorante quando videro il geometra romano in caserma e nelle celle del Tribunale di Roma, dove era trattenuto dopo l’arresto per spaccio di droga. Le loro versioni concordano: gli offrirono soccorso ma Cucchi rifiutò. Giovanni Battista Ferri, responsabile dell’ambulatorio medico della Città giudiziaria di Roma, lo visitò il 16 ottobre 2009 dopo essere stato avvisato della presenza del giovane nelle celle dopo l’udienza di convalida. “Secondo me erano lesioni da evento traumatico, e dal dolore sembravano recenti. Alla richiesta sul come si fosse procurato quel dolore, la risposta fu che era caduto dalle scale il giorno precedente, anche se quella risposta non mi convinse. Comunque, le sue condizioni di salute gli consentivano di andare in carcere; era idoneo per la detenzione” ha continuato Ferri. Un agente penitenziario ha ricostruito i fatti in maniera più esplicita: “Era evidente che era stato pestato, in tribunale non si reggeva in piedi”. E ha aggiunto “camminava male, in viso era parecchio rosso, aveva segni evidenti di occhiaie profonde”.

Gli imputati sono cinque carabinieri in servizio all’epoca dei fatti presso la stazione Appia di Roma. Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco sono accusati di omicidio preterintenzionale; nei confronti del maresciallo Roberto Mandolini e di Vincenzo Nicolardi si procede invece per falso e calunnia. Insieme al processo a Piazzale Clodio è iniziato il presidio di studenti riuniti per chiedere giustizia. “Sappiamo chi è stato, con Stefano nel cuore, con il sangue negli occhi”: questa la scritta su uno striscione rivolto verso il Tribunale.

Rifiuti tossici destinati al Ghana in casa. Il leghista “eco” ha un problema in famiglia

“Sono del tutto estraneo alla questione, il terreno è intestato a mio figlio”. Non ci sta a finire al centro di polemiche che ritiene “montate ad arte” Gianfranco Pivato, imprenditore e consigliere comunale leghista di Paese (comune a pochi chilometri da Treviso) in seguito al sequestro di un capannone di proprietà del figlio Leonardo. In quello stabile semiabbandonato riconducibile alla sua famiglia, prestato a un 55enne del Burkina Faso, qualche giorno fa la polizia locale di Paese ha trovato elettrodomestici dismessi pronti per finire in un container con destinazione Africa. Sull’immobile sono scattati i sigilli e la Procura di Treviso ha aperto un fascicolo per abbandono di rifiuti, che al momento vede indagata solo la persona che ha stoccato quel materiale.

Ma nel piccolo comune della Marca è scoppiato il caso, perché Pivato è consigliere di maggioranza della lista “Lega Nord – Basta euro” del comune guidato dal sindaco del Carroccio, Francesco Pietrobon, che nel 2016 insieme ad altri amministratori lanciò l’allarme sui furti di Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche) negli ecocentri da parte di organizzazioni in grado di spedirli verso i porti africani. I migranti, tra l’altro, Pivato non sembra amarli molto, almeno a giudicare dai post di Salvini (nella foto del profilo è in posa insieme al “Capitano”) rilanciati sulla sua bacheca Fb e dai commenti al vetriolo: “Scusate se non siamo stati noi a imbarcarvi, scusate se non possiamo permetterci di mantenervi in albergo – scriveva il consigliere l’11 giugno 2016 – scusate se dobbiamo pensare ai nostri anziani, ai nostri meno abili, ai nostri cittadini sul lastrico. Scusate, ma tornate da dove siete venuti”.

Sarà l’indagine dei pm a stabilire se quel materiale fosse accatastato legittimamente o se si trattava di rifiuti elettronici. Gli investigatori sono convinti che chi ha utilizzato la baracca organizzi le spedizioni di container verso il porto di Accra, in Ghana. Ma il leghista Pivato, titolare di un’azienda che produce dispositivi ortopedici, si difende: “Io faccio l’imprenditore e ho una quarantina di operai, non ho certo bisogno di commercializzare frigoriferi – si infuria Pivato –: a noi della Lega ci tacciano di razzismo, ci dicono che siamo brutti, cattivi, xenofobi, ma l’unica volta che abbiamo usato un minimo di cuore e abbiamo lasciato questa roba a dei signori di colore è successo il patatrac”. Il traffico di Raee è preso estremamente sul serio: “In provincia di Treviso abbiamo raggiunto l’85% di raccolta differenziata – spiega Paolo Contò, direttore del consorzio Priula – per cui c’è grande disponibilità di questi rifiuti e il fenomeno dei furti ha assunto una dimensione enorme. L’anno scorso abbiamo avuto quasi 5 mila segnalazioni, gli operatori degli ecocentri vengono spesso minacciati, tanto che stiamo valutando con il Prefetto di raccogliere i Raee solo in centri sorvegliati da guardie armate”. Per il sindaco leghista di Paese, intervenuto sul Gazzettino, se la vicenda Pivato fosse vera “sarebbe quantomeno seccante”. Mentre la moglie del consigliere, che gestisce il terreno per conto del figlio, illustra l’ironia della sorte: “È successo tutto per via di una signora che si è lamentata con i vigili perché vedeva dei neri. E a lei i neri danno fastidio”.

Siani, l’ira funesta di padron Calta

Il costruttore ed editore, Francesco Gaetano Caltagirone ha inviato una lettera al direttore del Mattino – pubblicata ieri sulla prima pagina del quotidiano napoletano – per esprimere il suo “rammarico”. “Per qualche incomprensibile contrattempo”, padre Caltagirone e figlia Azzurra non sono stati avvertiti della cerimonia in cui è stata scoperta la targa in memoria di Giancarlo Siani, nella nuova redazione del quotidiano, al Centro direzionale di Napoli. “Mi dispiacerebbe che la nostra assenza possa essere interpretata come disinteresse o addirittura disapprovazione”. All’evento era presente l’amministratore delegato del gruppo, Albino Majore, che ha brindato con il direttore Federico Monga. Caltagirone scrive anche che, se avvertito, avrebbe suggerito “qualcosa di più intimo e meno spettacolare”. E rincara la dose: “Il Mattino avrebbe dovuto ricordare la storia di Siani con uno spazio adeguato sul giornale”. Il direttore Monga spiega: “C’è stato un difetto di comunicazione tra Napoli e Roma. La lettera voleva solo segnalare l’attenzione anche dell’editore per la memoria di Giancarlo, e la vicinanza alla famiglia Siani”.

“Noi, donne di clan: la nostra legge tra cocaina e spari”

“Maradona? Stava sempre qui, a Forcella. C’era tutto, si campava bene. Erano gli anni 80, ci stavano i soldi e la cocaina era la droga dei ricchi, si vendeva a 150.000 lire al grammo”. Napoli, anno 2018. Sul lastrico solare di un edificio popolare e consunto dal tempo, una signora anziana ricorda col sorriso sulle labbra una stagione di camorra che non esiste più. Si chiama Vincenza Ioia ed è una ex spacciatrice del quartiere di Forcella. Si è fatta 23 anni di galera. Nelle sue rughe e nel suo vissuto si staglia una figura tutta napoletana, quella della donna del clan. Emancipata, autosufficiente, che esce dall’ombra dell’uomo, del boss, e lavora in proprio. Perché il marito e i figli grandi sono in prigione e in qualche modo bisogna andare avanti, mantenere i bambini, le sorelle. Come le due donne ai domiciliari che proteggono la loro identità avvolte in felpe scure col cappuccio, esponenti del ‘sistema’ che ha preso il posto della camorra vecchio stampo.

“Mio marito è in carcere da 17 anni ed esce tra 10 anni. Se quando vado in prigione a trovarlo, riconosco l’uomo che ho sposato? C’abbiamo l’amicizia, ci siamo conosciuti poco. Ci siamo dimenticati”. Storie di donne e di camorra. Di famiglie spezzate e di vite borderline, tra baby gang, palline di droga lanciate dalle finestre, raccolte dai pusher e vendute per strada, killer senza scrupoli, innocenti uccisi per sbaglio, come Lino Romano, ammazzato nell’ottobre 2015 mentre usciva dal portone di casa della fidanzata, scambiato per lo spacciatore di un clan rivale che quando apprese la notizia si tatuò la data sul braccio, quel giorno per lui iniziò una seconda vita, per la fidanzata di Lino solo “odio verso la camorra, io non vedo speranza in queste generazioni di giovani che ne sono la manovalanza”. Sono le storie raccontate dalla giornalista Francesca Fagnani ne Il prezzo, un viaggio in tre puntate su Rai3 – la prima in onda oggi in seconda serata – nella criminalità organizzata che si annida e si sviluppa nei quartieri di Napoli, nelle periferie della provincia, in Calabria.

Secondo dati aggiornati al maggio 2017, nel carcere di Poggioreale (Napoli) su 2.060 detenuti, 688 sono per reati legati alla droga. Il rapporto di 1 a 3 aiuta a capire quanto incida lo spaccio e il traffico degli stupefacenti nell’economia criminale napoletana. Un’economia che sopravvive all’incarcerazione degli uomini, perché le donne sono pronte a prenderne il posto. “Volevo cercare di capire la criminalità mafiosa raccontandola dall’interno attraverso le categorie più deboli e più strumentali, le donne e i ragazzini, – spiega Fagnani – figure emerse nel vuoto di potere lasciato da arresti, uccisioni e latitanze dei vertici”.

Ne esce fuori un resoconto poco consolatorio, che offre poche speranze in chi lo guarda e in chi lo affronta: “Se tu nasci in un certo quartiere, in un certo palazzo, sei un predestinato. Non ci sono chances, tra tassi di evasione scolastica senza uguali e mancanza di assistenti sociali. E poi mandalo, un assistente sociale al parco Verde di Caivano, a bussare alle porte dei camorristi a chiedere come mai i figli spacciano per strada invece di studiare…”. Proprio al parco Verde, tristemente famoso per gli stupri e le uccisioni dei bambini, si srotola l’intervista di Giovanna Russo, ex camorrista, madre di quattro figli. La signora iniziò qui a spacciare stecche di fumo “per combinazione”, che in napoletano significa per caso, scendendo per strada di notte, tanto da essere scambiata “per una prostituta”. Un marito in carcere e un ‘reddito’ da un milione di lire alla settimana. “I miei figli non dovevano sapere niente, hanno capito quando sono finita in carcere. Non bastano lacrime per ricordare quel giorno”. Le lacrime non erano solo per l’arresto, ma per il tradimento. Fu la sorella, collaboratrice di giustizia, a vuotare il sacco e ad a farla arrestare. Lei non ha parlato. Non si è pentita. E spiega perché attraverso le parole che le disse uno dei figli. “Il giorno che farai una cosa del genere, non ti rispetterò più. Se devi mandare le persone in carcere, i loro figli fanno la nostra stessa fine”.

Il reportage della Fagnani trova conferme in vicende recentissime di cronaca giudiziaria. Una settimana fa a Torre Annunziata il blitz dei carabinieri: 22 arresti per la gestione delle piazze di spaccio nel rione Provolera. Secondo gli inquirenti il gruppo era coordinato da Anna Gallo, 72 anni, detta ‘ninnacchera’, vedova del boss Ernesto Vendito, ucciso nel 1999 in una faida. “Nonna camorra”, ha titolato il Mattino.

L’universo valoriale rovesciato delle donne di camorra è tutto nella frase della figlia di un boss rimasta paralizzata in un agguato: “Se mi dicono di andare a buttare via un cadavere a pezzettini per proteggere qualcuno, io lo faccio”. Parole che secondo la Fagnani “sono il loro modo di tramandare la cultura mafiosa, come se fosse parte del loro patrimonio genetico. Un patrimonio da preservare”.

 

Lega Calcio, tutti (o quasi) d’accordo su Gabriele Gravina

È Gabriele Gravina, dirigente di lungo corso e attuale n. 1 della Serie C, il nome buono per guidare il calcio italiano: firmato il patto fra le componenti che lo sosterranno il 22 ottobre alle prossime elezioni Figc, guidato dalla sua Lega Pro e dai Dilettanti di Cosimo Sibilia (che sarà il vice vicario). Nella maggioranza, con gli arbitri, entrano anche gli allenatori di Renzo Ulivieri; in bilico i calciatori di Damiano Tommasi, che rischiano di isolarsi di nuovo all’opposizione. Gravina potrebbe anche essere candidato unico, se la Serie A convergerà su di lui: il Coni voleva un nome nuovo, ma dopo il fallimentare commissariamento di Fabbricini non ha avuto la forza necessaria per proporre un’alternativa (e nemmeno il solito Claudio Lotito, che si agita sempre). Adesso manca il via libera del Collegio di garanzia, che deve pronunciarsi sull’ammissibilità delle candidature alla luce della nuova legge sul limite dei mandati. Se non ci saranno altri colpi di scena, sarà Gravina il prossimo presidente della FederCalcio.

Giudici di pace: il tariffario “coperto” dalle collanine

Un giudice di pace corrotto che incassava mazzette a partire da 500 euro per indirizzare i risarcimenti assicurativi in seguito a incidenti stradali simulati. Intorno a lui, un presunto sistema corruttivo che comprendeva altri due giudici, avvocati, periti, carabinieri e un finanziere. In totale sono 23 le persone coinvolte nel blitz della Guardia di Finanzia eseguito di ieri mattina in provincia di Napoli, di cui 18 già arrestate, 4 indagate e una ancora latitante.

Titolare delle indagini la pm Maria Letizia Golfieri della Procura di Roma, intervenuta a supporto della Procura di Torre Annunziata per la parte relativa ai giudici. Teatro della vicenda il Tribunale campano, dove operavano le toghe Antonio Iannello, Paolo Formicola e Raffaele Ranieri. A questi, va aggiunta una quarta giudice onorario “che come si è appreso – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – venderebbe in udienza collanine e monili a prezzo gonfiato per coprire le dazioni di denaro”. Al centro delle indagini la figura di Iannello. “La gestione del ruolo di magistrato onorario secondo criteri illeciti – si legge nell’ordinanza – in assoluta continuità colpisce non solo per la mancanza di rispetto delle istituzioni, ma anche per la diffusione e pervasività”. In una delle 37 “condotte delittuose” il giudice, nel ricevere una presunta tangente, si lamenta del piccolo taglio delle banconote appena ricevute: “Ma che sei venuto con tutte carte da dieci… mo lo picchio a questo!”, dice, come riportato da un’intercettazione trascritta nell’ordinanza. Quando viene a conoscenza delle indagini con un interlocutore quasi sfida gli inquirenti: “Che me ne fotte, vai avanti, voglio vedere di che sei capace. Poi dopo parliamo”.