“Casa e lavoro a chi combatte i boss”

La lotta alla mafia si fa anche testimoniando in tribunale, e per incentivare i testimoni di giustizia cambiano le norme: per loro meno soldi ma più occasioni di lavoro e anche una casa confiscata alle mafie nei progetti del sottosegretario all’Interno, Luigi Gaetti (M5S), arrivato la settimana scorsa a Palermo con uno staff di quattro persone per ascoltare in prefettura dieci testimoni (ha disertato uno soltanto, vittima di un incidente domestico) che in Sicilia hanno rotto prassi consolidate di omertà a rischio, a volte, della propria vita.

E se la sicurezza è stato il tema centrale delle audizioni, Gaetti ha ascoltato in molti casi storie al limite della sopravvivenza, segnate anche da contenziosi legali con Riscossione Sicilia di chi, per rompere il muro dell’omertà e compiere il suo dovere di testimonianza civile, ha dovuto rinunciare spesso alle proprie attività o si è visto inseguito dai pignoramenti dell’agenzia di riscossione, implacabile nel pretendere il dovuto.

In tutto il territorio nazionale sono poco meno di 70 i testimoni sotto protezione e circa 200 sono usciti dal programma trovando, in molti casi, buone occasioni di reinserimento nella società.

L’obiettivo degli incontri, spiega Gaetti, è stato quello di raccogliere elementi utili per elaborare un progetto normativo migliorando i decreti attuativi vigenti e “valutando, come modello da riprodurre in sede nazionale, quello siciliano”, l’unico a garantire ai testimoni l’assunzione negli organici della pubblica amministrazione. E anche se Gaetti ammette che in passato “non tutto ha funzionato a dovere”, viste le polemiche che hanno accompagnato le assunzioni dei primi testimoni, sotto utilizzati e praticamente “parcheggiati” negli uffici romani della regione siciliana, il sottosegretario è convinto che “coinvolgendo le regioni è possibile raddoppiare i posti di lavoro fin qui ottenuti dal 2016 per 46 persone mirando a creare l’occupazione per il testimone nel posto in cui vive”. “Pensiamo meno alla capitalizzazione e più alle occasioni di lavoro – aggiunge – e stiamo valutando anche di allargare le assunzioni dei testimoni anche nei ministeri”.

Per loro, nei progetti del sottosegretario, c’è anche l’assegnazione di una casa confiscata alle cosche “per contrastare un sistema che tende a isolarli – dice Gaetti – dopo avere reso la testimonianza”.

Allo studio, infine, anche nuove norme per ridurre i contenziosi legali accesi sull’interpretazione di quelle attuali. “Le mafie – ha concluso il sottosegretario pentastellato – hanno ormai cambiato pelle e per contrastare la loro evoluzione c’è bisogno anche delle testimonianze dei cittadini: una direzione ormai segnata come dimostra la legge sui whistleblower” approvata sul modello americano vigente da 30 anni che tutela i dipendenti della Pubblica amministrazione che segnalano anonimamente i resti commessi dal vicino di stanza o di scrivania.

Fede e i fotomontaggi contro i vertici Mediaset

“Al fine di ottenere un accordo transattivo con Mediaset, Emilio Fede aveva deciso di chiedere a Gaetano Ferri un ‘lavoro nuovo’, cioè la predisposizione di ulteriore materiale fotografico artefatto, sia riferibile al direttore informazione di Mediaset Mauro Crippa (questa volta le fotografie avrebbero dovuto ritrarlo mentre sniffava), sia riferibile a Fedele Confalonieri (fotografie che avrebbero dovuto ritrarlo mentre compiva atti sessuali con giovani ragazzi)”.

È scritto così nella sentenza della Corte di Cassazione che conferma la condanna d’appello di Gaetano Ferri. Parliamo dell’ex militare della Legione Straniera di origini napoletane, poi diventato personal trainer della “Milano bene”. Ferri, protagonista insieme con Fede dello scandalo sui fotomontaggi dei vertici Mediaset.

La vicenda, di cui si era già parlato, ora però ha il timbro della Cassazione. Scrive la Suprema Corte: “Ferri era stato processato con il rito abbreviato per due ipotesi di estorsione e una di tentata estorsione”. Aggiunge: “Gli veniva contestata una tentata estorsione perché avrebbe predisposto artatamente del materiale fotografico di contenuto lesivo dell’immagine di Crippa, da utilizzare come strumento di minaccia e pressione… per indurre Mediaset a non dare corso al licenziamento di Emilio Fede”. Non solo: a Ferri, ricostruisce la Cassazione, “veniva anche contestata una estorsione consumata perché, minacciando la diffusione su organi di stampa del contenuto di alcune conversazioni intercorse con Fede, lo avrebbe costretto a versargli somme di denaro conseguendo un ingiusto profitto”. Ma torniamo alle foto taroccate, fasulle, di Crippa e Confalonieri. La Cassazione scrive: “Fede manifestava anche velatamente di avere il materiale, come risulta tra le altre evidenze dalla lettera fatta pervenire a Crippa il 14 maggio 2012. A seguito della quale lo stesso Crippa fece predisporre un atto di diffida”.

La Cassazione nella sentenza scrive anche: “Nello stesso contesto si inseriscono l’incontro di Fede con Silvio Berlusconi e i contatti dello stesso Ferri con gli avvocati Niccolò Ghedini e Salvatore Pino”. Per la stessa storia dei fotomontaggi Fede è stato condannato in primo grado in un altro processo a 2 anni e 3 mesi. Si attende l’Appello.

L’ex direttore del Tg4, accusato di estorsione e tentata estorsione, secondo i pm avrebbe chiesto a Ferri e ad altre due persone di assemblare fotomontaggi che avevano come soggetto Crippa e Confalonieri. Stando ai pm, il giornalista fece assemblare immagini “che potevano distruggere la carriera di Crippa” e poi attraverso una serie di “pressioni e minacce”, in pratica, come sostenuto dal pm in requisitoria, avrebbe costretto “Crippa, Confalonieri ma anche lo stesso Silvio Berlusconi” a fargli avere “un accordo più vantaggioso con una buonuscita di 820 mila euro e un contratto di collaborazione di 3 anni”.

Fede, che abbiamo cercato ripetutamente (ma invano) di contattare per avere una sua versione dei fatti, diede a Ferri del galeotto e del truffatore. Sostenne che i file dei colloqui erano taroccati. Ferri parlando con il Fatto rispose per le rime: “Non avevo alcun motivo di taroccarli, gli audio sono autentici e per dimostrarlo sono disposto ad andare in tribunale”.

E aggiunse: “Lui dice che quando ci siamo incontrati io ero appena uscito da un giro di droga, falso, e che il padre della mia compagna è un mafioso, invece è solo un ex ferroviere oggi pensionato che arriva da un paesino della Sila, per questo firmerò una querela per diffamazione contro Fede”.

A sei anni dai fatti ecco arrivare la sentenza della Cassazione per le accuse nei confronti di Ferri.

Lanciano, rapina in villa: preso anche il quarto uomo

È stato arrestato dalla polizia nel Casertano il quarto uomo della banda che ha aggredito nella loro villa i due coniugi a Lanciano, in provincia di Chieti, picchiando l’uomo e mutilando l’orecchio della donna. A quanto si apprende l’uomo di 25 anni è un cittadino rumeno come gli altri tre fermati mercoledì. Si chiama Alexander Bogadan Coltenau, e ha 26 anni. Gli uomini del Commissariato di Lanciano si sono recati nella villa del dottor Martelli per sottoporre al medico le foto segnaletiche del 26enne romeno per un eventuale riconoscimento.

“Rapina con aggressione a Lanciano: preso anche il quarto infame. È un rumeno che è stato arrestato a Caserta. Grazie e complimenti alle forze dell’ordine. Da parte mia, l’impegno per avere un Paese sempre più sicuro e con pene certe per i criminali”. Così il ministro dell’Interno Matteo Salvini dopo la cattura del quarto uomo della banda di rapinatori che ha aggredito due coniugi nella loro villa a Lanciano (Chieti), mutilando un orecchio alla donna, fra sabato notte e domenica.

Martina da Vespa: le primarie saranno il 27 gennaio

“Faremo il congresso prima delle Europee. Se vuole una data, per me le primarie si terranno l’ultima domenica di gennaio”. Maurizio Martina ha sciolto la prognosi sul futuro prossimo del Partito democratico durante la registrazione del programma tv Porta a Porta. Il segretario dem ha dichiarato di non credere “all’esaurimento o alla fine del Pd ma in una sua rinascita”. Alla domanda sui nomi del conduttore Bruno Vespa Martina ha chiarito che lo scopo del Congresso sarà proprio quello di fornirne, eventualmente, di nuovi. Sui rapporti tra Pd e Movimento 5 Stelle il leader dem ha dichiarato: “Non credo si tratti di andare con l’uno o con l’altro, ma di dare una prospettiva al Paese”. Proprio sull’apertura nei confronti del Movimento era uscito allo scoperto nei giorni scorsi Matteo Renzi. Per l’ex segretario, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti sarebbe troppo ambiguo nelle intenzioni con il partito di governo e per questo non potrebbe candidarsi alla guida del Pd. L’ex premier ha anche assicurato la propria esclusione dalla corsa congressuale: “Il mio ciclo alla guida del Pd si è chiuso. Io farò altro”.

Cascini, Ardita e Davigo: “Non dobbiamo diventare il contrappeso del governo”

Il clima è teso, la preoccupazione per conflitti interni ed esterni è lampante. I quattro togati di Area spiegano perché Ermini è divisivo: “Prendiamo atto di una nomina a maggioranza risicata che dà l’immagine di una magistratura spaccata. Una scelta che si orienta su una personalità proveniente direttamente da politica attiva di partito”. Cascini, il capogruppo, si è impegnato per l’elezione di un uomo lontano dalla politica, chiarisce perché Benedetti aveva il giusto profilo: un professore universitario “distante da militanza di partito”. Davigo e Ardita, di AeI, si sono battuti per un voto in questo senso e fanno notare che “sono caduti nel vuoto gli autorevoli auspici formulati nelle più alte sedi per non privilegiare ancora una volta un componente proveniente direttamente dalla politica”. La scelta di Ermini “dà la sensazione che il Csm sia un contrappeso del governo e che la magistratura sia legata a una parte, in aperta contraddizione con quanto affermato dal capo dello Stato nel suo intervento”.

L’uomo della legittima difesa “di notte” sempre dalla parte (opposta) delle toghe

Da vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura (il presidente è il capo dello Stato) dovrà garantire la guida operativa dell’organo di autogoverno dei giudici, secondo criteri di autonomia e indipendenza. Ma David Ermini è un politico che più politico non si può. Nella sua carriera ha sempre agitato in modo vigoroso la bandiera del suo partito: legittimamente, era il suo mestiere. Ma ora che guida il Csm? In politica, poi, non è che si occupasse di scenari strategici internazionali o di agricoltura biologica integrata, ma era il responsabile giustizia del Pd. E sulla giustizia e i magistrati è intervenuto più volte a gamba tesa. Sul caso Consip, per esempio, accusando i pm di Napoli di svolgere “un’inchiesta inquietante” contro il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Dopo aver accusato Henry Woodcock nei talk show televisivi, nei prossimi mesi si troverà a giudicarlo, seduto sulla poltrona più sensibile del Csm. Si dichiarava “angosciato”, Ermini. Non per le corruzioni milionarie scoperte nella centrale acquisti della pubblica amministrazione, né per le fughe di notizie che coinvolgevano militari e uomini di governo. Ma per il “complotto” ordito da chi stava conducendo le indagini. “Escono notizie di una gravità inaudita”, diceva con quella faccia un po’ così. “Prima si prende di mira Renzi e poi si lavora sulle indagini?”. “Vogliamo sapere i mandanti di questa storia”.

David Ermini è nato a Figline Valdarno nel 1959, il 1° novembre, festa di Ognissanti. Comincia facendo il cronista nei giornali locali. Si laurea in Giurisprudenza all’Università di Firenze, con tesi sul diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero. Fa l’avvocato penalista. Ma nel 1980 si candida alle elezioni e diventa consigliere comunale a Firenze. Il suo partito è la Democrazia cristiana (fino al 1994), poi il Partito popolare (fino al 2002), poi ancora la Margherita (fino al 2007), infine il Pd. Nel 2009 passa al consiglio provinciale, di cui diventa presidente. Nel 2013, il salto verso Roma: si candida, con successo, alla Camera nelle liste del Pd di Renzi, che nel settembre 2014 lo nomina responsabile giustizia del partito. Sposato, due figli, non è solo avvocato, ma anche giudice: è stato magistrato onorario presso il tribunale di Firenze e giudice sportivo presso la Federazione italiana gioco calcio. Ora è al vertice del Csm. Chissà se si ricorderà di quando se la prendeva con i magistrati colpevoli di schierarsi, in nome della difesa della Costituzione, per il No al referendum del 4 dicembre 2016. “E io un domani dovrei farmi giudicare da uno così?”, diceva del giudice Piergiorgio Morosini, che il Foglio aveva iscritto al comitato per il No. A Ermini non vanno proprio a genio quelli che hanno votato No: “Nessuno ha chiesto scusa per il No del 4 dicembre”, diceva nell’agosto 2017. Per poi spiegare: “Io alla mia patria ci tengo, e quindi ho tutto il diritto di dire che il 4 dicembre è stato una débâcle per l’Italia. Da quel giorno è più debole”. Da responsabile giustizia del Pd se l’è presa direttamente con il Csm, quando questo, nel maggio 2015, ha espresso un parere sfavorevole al decreto anticorruzione presentato da Renzi: “È un giudizio incomprensibile e sconcertante”. Quando poi il Csm aveva osato mettere in discussione le “porte girevoli” dei magistrati in politica, Ermini aveva corrugato la fronte: “Come mai nei decenni passati al Csm erano rimasti tutti zitti, mentre in politica facevano carriera magistrati con nomi famosi e inchieste famose alle spalle? Come mai si solleva la questione solo adesso che in Parlamento ci sono pochi magistrati e poco noti?”.

Nella primavera 2017 mette la faccia sulla riforma della legittima difesa del Pd, che conteneva chicche come l’affermazione che era legittima la “reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte”. E in tempo di giorno? “Se è l’elemento per cui si deve fare una campagna elettorale contro”, dichiara, “allora la parola notte la togliamo”.

Piercamillo Davigo ora se lo vedrà davanti a ogni seduta del Csm. Quando il magistrato aveva per l’ennesima volta denunciato la propensione della classe dirigente alle tangenti, Ermini aveva sentenziato: “Davigo cerca la rissa, ma non la trova. I giudici parlino con le sentenze”. Contro Luigi Di Maio, invece, ancora semplice parlamentare 5stelle che aveva osato twittare che Renzi aveva esercitato pressioni su Bankitalia riguardo a Banca Etruria, era insorto: “Dice bugie. Le fake news questi 5stelle le hanno nel Dna”. Per il resto, non pare sentirsi di sinistra; in tv ha avuto modo di rimbrottare con faccia seria seria un sorridente Corradino Mineo, così: “Tristi, voi della sinistra siete tristi!”.

Dagli intellettuali ai fedelissimi: così cambia il Consiglio

Talvolta per capire il presente è utile guardarsi indietro. Anche nel 1976, proprio come ieri, il vicepresidente del Csm fu eletto con due voti di scarto. Quel vicepresidente si chiamava Vittorio Bachelet e fu ucciso nel 1980 dalle Brigate Rosse. Nel 2010 il figlio Giovanni si trovò a votare, da parlamentare Pd, i membri laici del Consiglio e ricordò in un articolo: “Nel 1976 Franco Salvi, partigiano cattolico delle Fiamme Verdi in Valle Camonica e carissimo amico di mio padre fin dai tempi dell’università, venne a trovarlo (…) Moro aveva incaricato Salvi di chiedergli se fosse disposto ad essere candidato come membro laico del Csm”. Moro, poi vittima delle Br inviò un partigiano per convincere Bachelet ad accettare una candidatura che probabilmente gli costò la vita, sempre per mano delle Br. Questa era l’Italia del 1976.

L’articolo del 2010 di Giovanni Bachelet si intitolava: Csm, la responsabilità del voto. Peccato non sia stato letto ad alta voce ieri nell’aula Vittorio Bachelet. Scriveva il figlio: “Erano quelle le scelte della nuova DC di Moro e Zaccagnini: due suoi candidati al CSM, Giovanni Conso e mio padre, erano noti più come giuristi cattolici che per una pregressa militanza politica”. Anche se Bachelet aveva accettato la candidatura al consiglio comunale di Roma era famoso per l’attività accademica e nell’Azione Cattolica. Anche nel 1976 la politica aveva avuto la tentazione di imporsi: “fra i candidati proposti dalla DC”, proseguiva Bachelet figlio, “ce n’era anche un altro che, invece, incarnava il limite opposto: anche lui giurista di fama, era un democristiano a tutto tondo, a 22 anni vicesegretario della DC fiorentina, poi consigliere comunale e membro del comitato regionale DC e, in seguito, presidente di numerosi enti pubblici”.

Però la DC seppe volare alto: “Nel 1976, mentre scoppiava lo scandalo Lockheed; mentre la magistratura, nell’occhio del ciclone fra tangenti bombe e terrorismo, era (anche allora) accusata di essere inefficiente e politicizzata; mentre la DC era accusata di tutti mali dell’Italia, essa includeva – proseguiva Bachelet figlio – fra i propri candidati al CSM alcuni intellettuali d’area anziché puntare esclusivamente su fedelissimi”. La differenza è tutta qui. La Dc allora era forte e consapevole del suo ruolo storico. Il Pd oggi è debole e in balia di un clan senza prospettiva che punta solo a difendere sé stesso. Ermini è un simpatico avvocato e politico di provincia che deve la sua carriera a Matteo Renzi. Capogruppo della Margherita in Provincia a Firenze durante la presidenza Renzi, poi presidente del consiglio provinciale quando Renzi passa a fare il sindaco, eletto in Parlamento e responsabile giustizia del Pd quando Renzi è leader di corrente e poi del partito. In ottimi rapporti con il padre Tiziano, Ermini ripaga il figlio quando è investito dal caso Consip facendo il giro dei talk show per difendere i Renzi. Ricandidato a marzo trasloca direttamente dal Parlamento al Csm. Non è un professore d’area ma nemmeno somiglia al rappresentante fiorentino della Dc del 1976 che sfidava i professori.

Ermini non è l’argine scelto dal partito contro i magistrati autonomi. Ermini è l’uomo di Renzi che prende il controllo di una magistratura vogliosa di essere dominata da un potere amico. Ermini non vince grazie al Pd ma grazie al voto di due correnti della magistratura associata, Unicost e MI, renzizzate grazie anche al consigliere uscente di Unicost Luca Palamara, in ottimi rapporti con il giro renziano e all’ex leader di MI, Cosimo Ferri, addirittura eletto nel Pd grazie a Renzi.

Giovanni Bachelet scriveva: “Sogno partiti politici che anche oggi, in tempi non meno difficili di allora, sappiano esprimere candidati di alto profilo professionale e morale, dei quali il Paese possa andar fiero”. Ieri quel sogno è andato deluso.

Csm, Ermini vicepresidente. Un turborenziano a Palazzo

Quello che temeva e che non avrebbe voluto accadesse, Sergio Mattarella lo ha visto avverarsi: l’elezione dell’unico laico con tessera di partito a vicepresidente del Csm, David Ermini, renziano del Pd e il conseguente innesco di uno scontro istituzionale con il vicepremier Luigi Di Maio che scrive “il sistema è contro di noi” e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che parla di “magistrati politicizzati”. Eppure, alla vigilia, Mattarella era stato chiaro sulla doverosa non politicizzazione del Consiglio. Ermini è stato eletto con soli 13 voti, per di più di nessun laico (a parte sè stesso) contro gli 11 andati al professor Alberto Maria Benedetti, in quota M5S. Determinanti il presidente della Cassazione Giovanni Mammone e il Pg Riccardo Fuzio, che di fronte a una spaccatura evidente, invece di astenersi come si confà al ruolo che ricoprono, si sono schierati con le loro correnti di origine: MI e Unicost.

Tra i tessitori in prima fila di questa elezione c’è Cosimo Ferri, leader di fatto di MI – storicamente corrente di destra – ma che si è spostata verso i renziani, dato che Ferri è deputato del Pd, candidato proprio dall’ex premier. Una buona mano gliel’ha data Luca Palamara, consigliere uscente del Csm, uomo di peso dei centristi di Unicost, che ha influenzato la posizione dei suoi.

Il voto è segreto, ma la ricostruzione ex post è stata possibile: alla prima votazione Ermini ha ottenuto 12 voti: i 10 di MI e Unicost, quello di sè stesso e – ci risulta – del presidente di Cassazione Mammone. Benedetti ha avuto 9 voti: quelli dei 4 togati di Area (sinistra) i due di AeI (corrente Davigo) e i tre dei “prof” M5S. Quattro le bianche: Il Pg Fuzio, i due laici della Lega, Basile e Cavanna e il laico di FI, probabilmente Cerabona, dato che Lanzi, l’altro laico di FI ha avuto un voto, probabilmente il suo. Alla seconda votazione, siamo ancora alla necessaria maggioranza qualificata di 14, Ermini va a 13: alle preferenze già dette si aggiunge quella del Pg Fuzio. Benedetti resta a 9, le bianche sono quattro ma questa volta oltre ai due laici leghisti si astengono anche i due forzisti. Solo alla terza votazione, a maggioranza semplice, avviene l’elezione di Ermini con un’unica variante: Benedetti sale a 11 preferenze perché i laici in quota Lega, come promesso, lo votano. Se i capi di Corte, Mammone e Fuzio, si fossero astenuti l’elezione poteva persino andare diversamente, magari con qualche ripensamento – si dice – di chi in Unicost non era poi così convinto di votare Ermini, non per la sua persona ma perché organico a un partito.

Ermini, appena il presidente Mattarella l’ha proclamato, visibilmente commosso (ha dedicato l’elezione a suo padre) ha detto che “il presidente della Repubblica è il garante della Costituzione a cui mi rivolgerò in maniera pressante e continua durante il mio mandato. Qqui ognuno di noi ha il dovere di dismettere la casacca che aveva un minuto prima e risponde solo alla legge e alla Costituzione”. E ha fatto sapere che aveva già chiesto di essere sospeso dal Pd per essere “libero” di ricoprire un ruolo istituzionale. Fino a pochi mesi fa parlava di “mandanti” per l’inchiesta Consip.

Il ministro Bonafede non gli crede: “Prendo atto che all’interno del Csm c’è una parte maggioritaria di magistrati che ha deciso di fare politica! Hanno deciso di affidare la vicepresidenza del loro organo di autonomia a un esponente di primo piano del Pd, unico politico eletto in questa legislatura tra i laici del Csm”. Bonafede esplode dopo il silenzio assoluto sulla corsa alla vicepresidenza, proprio per garantire, aveva spiegato, l’indipendenza del Csm. Non aveva voluto neppure indicare il “preferito” tra i laici indicati da M5S. Ma ieri non ce l’ha fatta a tacere di fronte a quella che deve essergli sembrata una scelta contro il ministro. Ricorda anche che da deputato si è battuto perché il Parlamento individuasse membri laici non esposti politicamente. “Una battaglia essenziale per salvaguardare l’autonomia della magistratura dalla politica. Evidentemente sta più a cuore al ministro della Giustizia che alla maggioranza dei magistrati”. Di Maio è ancora più pesante, parla da capo politico di M5S: “È incredibile! Avete letto? Questo renzianissimo deputato fiorentino del Pd è appena stato eletto presidente di fatto del Csm. Ma dov’è l’indipendenza? E avevano pure il coraggio di accusare noi per Foa (neo presidente Rai) che non ha mai militato in nessun partito. È incredibile. Il sistema è vivo e lotta contro di noi”.

Il Pd fa le barricate, i senatori presentano un’interrogazione parlamentare a Bonafede per chiedergli in sostanza se è capace di intendere e di volere: “Se sia consapevole della gravità e dell’irresponsabilità delle sue parole pronunciate nello svolgimento delle sue funzioni e quali iniziative urgenti intenda adottare per rimediare a questo inaudito strappo istituzionale”. Concetti ribaditi in un tweet dall’ex ministro Andrea Orlando.

Bellomo, l’accusatrice ritira la querela ma il processo prosegue

Colpo di scena davanti al giudice dell’udienza preliminare di Piacenza dove sono imputati l’ex consigliere di Stato destituito Francesco Bellomo e Davide Nalin, ex pubblico ministero di Rovigo poi sospeso per stalking e lesioni gravi. La ragazza piacentina di 32 anni che partecipò come borsista alla scuola di formazione “Diritto e Scienza”, e i genitori che con la loro denuncia diedero il via all’inchiesta, sono usciti dal processo dopo aver rimesso la querela. C’è stata “una conciliazione tra le parti all’esito di una vicenda comunque travagliata e di un rapporto affettivo che certamente esisteva”, hanno affermato il professor Vittorio Manes e l’avvocato Beniamino Migliucci, difensori dei due imputati. Si è dunque raggiunto un accordo extraprocessuale. Ma il processo andrà avanti, perché i reati sono procedibili anche d’ufficio. E durante l’udienza, gli avvocati della difesa hanno anche presentato al giudice una memoria che mette in dubbio il rapporto di causa tra il comportamento di Bellomo e le presunte lesioni psichiche che la ragazza afferma di aver riportato: la giovane donna era stata male e ricoverata in ospedale.

Rai, il Pd chiede di vedere le schede, Barachini dice no: “Nessuna irregolarità”

Ancora polemiche sul voto della Vigilanza che mercoledì sera ha dato il via libera a Marcello Foa come presidente della Rai. Il Pd, che non ha partecipato alla votazione, ieri ha deciso di chiedere di vedere le schede perché “riteniamo che siano stati accettati due voti irregolari”. Foa, infatti, è passato con un solo voto di scarto. Così il Pd, con Michele Anzaldi e altri, ha chiesto al presidente della Vigilanza, Alberto Barachini, l’accesso agli atti, ma la richiesta è stata respinta. “Il voto è stato pienamente regolare e incontrovertibile. Come dimostra il fatto che durante lo scrutinio non vi sia stata alcuna contestazione”, ha fatto sapere Barachini in una lettera, motivando il suo rifiuto. “Il Pd se ne faccia una ragione. Invece di baccagliare, Anzaldi mercoledì sera poteva esercitare il suo ruolo di segretario e vigilare sul voto”, afferma il senatore M5S Gianluigi Paragone. “Perché non ci fanno vedere le schede? Cos’hanno da nascondere?”, insiste Andrea Marcucci. Secondo il Pd l’accesso agli atti non può essere negato e, per questo motivo, i suoi esponenti in Vigilanza stanno valutando l’ipotesi di denunciare Barachini.