“Da Viganò solo minacce, il Papa smonterà le falsità”

La sala Marconi di Radio Vaticana custodisce i microfoni dei pontifici, da quello usato in piazza San Pietro da Eugenio Pacelli a quello per le adunate con i giovani di Karol Wojtyla. Il cardinale Gualtiero Bassetti – arcivescovo metropolita di Perugia nonché presidente della Conferenza episcopale italiana – parla a ciascun microfono di ciascuna televisione per spiegare il dissenso dei vescovi al decreto di Matteo Salvini sui migranti. Una, dieci, venti volte. Poi stremato, il cardinale prende una sedia davanti ai ritratti dei papi, si sistema l’anello pastorale, ingolla un sorso d’acqua e risponde al Fatto.

Il pontificato di Francesco attraversa un periodo complicato: il report di Carlo Maria Viganò sull’ex cardinale McCarrick, le presunte coperture ai molestatori, gli scandali sessuali, gli anni dell’omertà sugli abusi. A parte le scontate dichiarazioni pubbliche, percepisce un pieno sostegno al Papa o esiste e resiste la fronda dei critici?

Qualche vescovo non riesce a capire il pensiero di Francesco, non lo approfondisce, non lo legge forse. Il Papa porta una novità, ma è la novità del Vangelo e non può spaventare. Bergoglio non è né un innovatore né un progressista, è un uomo che ha la sua bellissima formazione di gesuita e insiste su tematiche fondamentali come il discernimento e la misericordia. Il Papa è innamorato della religiosità popolare che sta alla base della fede, perché viene dagli ultimi. Più che dalle verità astratte, parte dai contenuti del Vangelo. Il metodo, rispetto al passato, è diverso. Vangelo, misericordia, sinodalità, popolo di Dio. Francesco è un difensore dei deboli, pensi alla teoria dello scarto, alle critiche all’economia del consumo.

E pensiamo anche ai contrasti con gli Stati Uniti, è il primo pontefice non proprio filo-americano.

Però viene dal continente americano… Quando s’è presentato a New York ci ha scherzato su con le autorità locali. Ha detto siamo entrambi americani, chi del nord, chi del sud.

L’ex nunzio Viganò agisce per desiderio di verità, spirito di vendetta o perché pedina di una congiura?

Quello che ha scritto Viganò è assurdo, soprattutto è assurdo il modo. Se vuoi scrivere un documento secondo verità non usi uno stile che lascia intravedere la minaccia. Se fai una cosa del genere in una denuncia in procura, incriminano te, non chi vuoi infangare.

Il Vaticano prepara un contro dossier per replicare a Viganò, è una buona scelta?

Sì, presto avremo una risposta dettagliata. Il Papa ha fatto bene a non avere una reazione immediata, ma ci sono gli elementi per smontare quelle falsità.

Ha gestito mai un caso di un sacerdote accusato di abusi su minori?

Vent’anni fa, quand’ero vescovo di Arezzo. Era un sacerdote insospettabile, era sempre tra i giovani. Era noto perché affascinava i ragazzi, riusciva a coinvolgerli in iniziative educative. Andava nelle scuola a discutere di droga. Noi ce ne siamo accorti dopo le confessioni dai carabinieri di una mamma di un bambino. Io ho preso contatti con la mamma, li abbiamo aiutati e l’ormai ex sacerdote è stato arrestato e poi ha passato otto anni in carcere. Proveniva da una congregazione religiosa, quindi per la diocesi era più difficile scovarlo.

Come si può sanare la piaga secolare della pedofilia?

Vanno aumentati i controlli nei seminari, capire chi bussa alla porta della Chiesa e vanno denunciati i colpevoli senza timori.

Il capo dei vescovi italiani è favorevole a concedere il sacerdozio agli uomini sposati?

Va fatta una riflessione. Questo è un problema che la Chiesa si dovrà porre. Io non sono contrario. Esiste già il sacerdozio uxorato per i preti cattolici di rito orientale. A Perugia abbiamo un ucraino e un rumeno coniugati e la gente è contenta. È una questione di disciplina ecclesiastica. Soltanto agli uomini sposati può essere dato il sacerdozio, ma i sacerdoti non possono sposarsi.

Il ritorno del crocifisso, i padri di famiglia, il bacio al sangue di San Gennaro, l’immagine votiva di Padre Pio: il governo ha riscoperto la fede cattolica o la speculazione sulla fede?

Io non giudico le persone, possono essere più cattoliche di me, ma la vera religione – come dice Gesù ai samaritani – è di coloro che adorano in spirito e in verità. Se tu adori, e sei un vero credente, va bene se cammini con il rosario in tasca, ma quella è la coda del cavallo. A me interessa il cavallo, non la coda, non solo l’esibizione della fede ai fini della propaganda.

Il governo toglie a De Luca i poteri sulla Sanità campana

Il decreto su Genova contiene in realtà molte altre cose oltre alla ricostruzione del ponte Morandi e un paio di queste riguardano la Campania. Una piacerà sicuramente a tutti gli abitanti della Regione: riguardano la struttura commissariale e gli stanziamenti per rispondere al terremoto di Ischia dell’agosto 2017. La seconda di sicuro avrà almeno un oppositore: il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, che dovrà lasciare la carica di commissario alla Sanità campana per il cosiddetto “piano di rientro” finanziario. E dire che quei poteri se li era sudati fino in fondo facendo di tutto per propagandare il sì al referendum costituzionale (ricordate “le fritture” da offrire agli elettori?). Il governo Renzi, grato, fece in modo con un emendamento assai chiacchierato alla manovra di fine 2016 di consentire la nomina di De Luca: la norma, approvata peraltro dal centrosinistra, vietava infatti che quel ruolo potesse essere ricoperto dai presidenti di Regione. Seguì l’incarico a De Luca da parte del governo Gentiloni (le fritture non bastarono). Oggi, col decreto Genova, si torna indietro: chi è incompatibile sarà sostituito entro 90 giorni.

Il ponte si può demolire in tempi brevi: i pm non sono un ostacolo

“Le attività indispensabili per la ricostruzione del ponte di Genova non potranno che seguire al dissequestro dell’area”, ha spiegato durante il question time alla Camera il ministro Danilo Toninelli. Ha aggiunto: “Oggi l’area è ancora sotto sequestro da parte della Procura ed oggetto di incidente probatorio. I lavori per la ricostruzione del ponte, pur volendo, non potrebbero partire oggi, se non pregiudicando gli esiti dell’indagine penale”.

Ed ecco subito che l’ex ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, si è lanciato all’attacco: “Lei è un ignorante o è in malafede. Lei ha detto che entro la fine del 2019 il Ponte si sarebbe realizzato. A distanza di un mese e mezzo ci dice che l’area è bloccata dalle indagini”. Immediatamente escono fuori giornali e tv che annunciano: i lavori non potranno partire prima di due mesi. Il possibile alibi, e i colpevoli, dei ritardi della ricostruzione sono serviti: i magistrati.

Ma è vero? No. Proviamo a capire perché. È dal giorno della tragedia che sono emerse le esigenze diverse della ricostruzione e dell’inchiesta. Da una parte Genova rischia di morire, non è un’espressione eccessiva, se il ponte e i trasporti non saranno ristabiliti in tempi record. Dall’altra parte ci sono le esigenze dell’inchiesta che richiede un esame minuzioso, senza fretta, dei resti del ponte e delle macerie per arrivare alla ricostruzione dei fatti e all’attribuzione delle responsabilità.

Il procuratore di Genova, Franco Cozzi, lo ha detto e lo ha ripetuto già da agosto. Forse temendo, come rischia puntualmente di avvenire, che qualcuno puntasse il dito contro i magistrati: “Se ci chiederanno di togliere i sigilli – spiegava subito dopo la tragedia Cozzi – se qualcuno arriverà dicendomi che sono pronti per la demolizione o hanno un progetto di ricostruzione, noi saremo pronti a compiere gli accertamenti e dissequestrare l’area in tempi brevi. Ma finora non si è presentato nessuno”.

Martedì scorso si è svolto l’incidente probatorio. I tre periti incaricati dal gip si ritroveranno al ponte Morandi il prossimo 2 ottobre. Il loro compito è “scattare una fotografia” del ponte. Ricostruire lo stato dei fatti e compiere gli accertamenti che, dopo la demolizione, non saranno più possibili. È questo il senso dell’incidente probatorio che precede il dibattimento. Poi i tecnici avranno due mesi per presentare le conclusioni. Ma questo non significa che i lavori non possano partire.

Lo spiegava ieri Cozzi: “Non blocchiamo nessuna demolizione. Non è vero che sia necessario aspettare la fine degli accertamenti dei periti per dare inizio alla demolizione e alla ricostruzione. Anzi, nel mandato ai periti è scritto che devono essere concordate modalità di demolizione idonee a salvaguardare le prove. Per l’incidente probatorio potrebbe essere utile avere alcune parti di ponte già demolite da analizzare. L’abbattimento dei monconi del ponte può avvenire nel tempo più rapido possibile magari privilegiando la parte della strada lungo il greto del Polcevera. Il moncone est ha sicuramente un grado di pericolosità maggiore perché è tenuto dagli stralli, pare logico che venga rimosso prima”. Non solo: “Ci sono alcuni elementi pericolosi del ponte che potranno essere esaminati soltanto una volta rimossi. Non possiamo pensare che i periti per svolgere il loro lavoro rischino la vita”.

Insomma, la demolizione del ponte potrebbe partire in pochi giorni. Ma ecco il vero punto: il primo passo è che qualcuno presenti un’istanza alla Procura. Non c’è nemmeno il commissario che possa farlo. Nessuno pare avere ancora l’idea di come avverrà la demolizione. Per non dire della scelta del progetto e dell’impresa incaricata della ricostruzione. Siamo ancora ai nastri di partenza. Ed ecco allora che spunta l’alibi perfetto: i magistrati.

Arriva il decreto Genova: Autostrade non ricostruirà

Dopo due settimane dalla sua approvazione e una procedura largamente illegittima, il decreto su Genova (e altro) pare quasi pronto per la Gazzetta Ufficiale: nella notte tra mercoledì e giovedì è infatti arrivato al Quirinale con la “bollinatura” della Ragioneria generale dello Stato e tutte le coperture finalmente messe nero su bianco. In termini di costo e fabbisogno netto non parliamo di cifre impossibili: 79 milioni quest’anno, 70 milioni sia nel 2019 che nel 2020, 42 nel 2021 e 22,5 milioni a decorrere dal 2022. Meno di trecento milioni in cinque anni che sono costati giorni di trattative.

I contenuti sono quelli attesi. Il commissario sarà una specie di Superman: contratto di 12 mesi rinnovabile per altri 24, uno staff di 20 persone, potrà derogare “a ogni disposizione di legge extrapenale” fatti salvi i vincoli europei. Tradotto: non potrà scegliere tutto da solo chi far lavorare alla demolizione e ricostruzione del Morandi, ma affidarsi a una procedura negoziata a cui invitare alcuni operatori economici in grado di realizzare l’opera.

Tra questi, però, non ci sarà Autostrade per l’Italia o le imprese di costruzioni della galassia Atlantia (la società controllata dalla famiglia Benetton proprietaria della concessionaria delle corsie) come Spea o Pavimental: il decreto vieta al commissario – che sarà nominato da Palazzo Chigi a giorni – di affidare lavori ad aziende che abbiano partecipazione “diretta o indiretta, in società concessionarie di strade a pedaggio” o “comunque a esse collegate”. Questo divieto – che serve “anche al fine di evitare un indebito vantaggio competitivo nel sistema delle concessioni autostradali” – segue l’indicazione di Autostrade come “responsabile del mantenimento in assoluta sicurezza e funzionalità dell’infrastruttura concessa” ovvero “responsabile dell’evento”, che sarebbe poi il crollo del ponte che il 14 agosto ha ucciso 43 persone.

È previsto poi che Benetton e soci paghino la ricostruzione: i soldi glieli chiederà il commissario e loro avranno un mese di tempo per versarli; in caso di diniego o ritardi può individuare un soggetto “che anticipi le somme necessarie” (leggi Cassa depositi e prestiti) “a fronte della cessione pro solvendo della pertinente quota di crediti dello Stato nei confronti del concessionario”. Quanto alla città di Genova ci sono le previste misure di sostegno a famiglie e imprese e il potenziamento della viabilità alternativa (misure simili sono prese anche per Ischia, il cui commissario avrà 60 milioni per un triennio).

Restando al tema infrastrutture, viene istituita una nuova Agenzia per i controlli e – soprattutto – il trasferimento della vigilanza su tutte le concessioni autostradali all’Autorità dei Trasporti: finora quelle “vecchie” (Benetton, Gavio, etc) erano rimaste invece appannaggio del ministero, tradizionalmente più sensibile alle esigenze dei privati rispetto all’Autorità.

Mattarella e i dubbi (almeno due) sul decreto Sicurezza

Non cessano i dubbi di Sergio Mattarella sul decreto Sicurezza – o “decreto Salvini” – approvato all’unanimità in Consiglio dei ministri il 24 settembre. Il testo sarebbe ancora oggetto di un’attenta analisi del Quirinale, che avrebbe sollevato perplessità su alcuni aspetti del provvedimento che porta il marchio del leader della Lega. Sono due i passaggi che non convincono il Colle: l’articolo 1, quello che stabilisce di fatto l’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari (e disciplina i casi speciali di “permessi di soggiorno temporanei per esigenze di carattere umanitario”) e l’articolo 10 (quello che permette di sospendere il procedimento per il riconoscimento della protezione internazionale). I dubbi sarebbero stati comunicati all’ufficio legislativo del Viminale in questi giorni. La principale “sottolineatura” riguarderebbe il comma dell’articolo 1 che dispone la sospensione della domanda d’asilo e “l’obbligo di lasciare il territorio nazionale” per il richiedente sottoposto a procedimenti penali per reati particolarmente gravi tra cui omicidio, violenza sessuale e rapina. Troppo drastica, per il Quirinale, la scelta di espellere il richiedente dopo il solo avvio del procedimento.

Riforme, la democrazia diretta di Fraccaro

Meglio meno, ma meglio. Difficile sapere se Riccardo Fraccaro, ministro per i Rapporti con il Parlamento, e della Democrazia diretta, sposi o meno la frase di Lenin, ma le riforme costituzionali che si appresta a varare vogliono “intervenire con parsimonia” sull’assetto istituzionale. La lezione del referendum del 4 dicembre, quindi, è tratta e leggendo il documento che ispira il piano, redatto dal professor Lorenzo Spadacini, capo del Dipartimento delle riforme istituzionali, lo si capisce fin dall’inizio.

Il metodo prescelto, infatti, è quello del “rispetto rigoroso e non solo formale dell’articolo 138 della Costituzione” che impone di trovare ampie convergenze in Parlamento. In caso di non accordo e di ricorso al voto popolare le riforme presentate devono avere “carattere puntuale e separato in diverse proposte di legge”. Il contrario di quanto fatto da Matteo Renzi.

Quanto al merito, le riforme saranno cinque: la riduzione del numero dei parlamentari, la sottrazione del Cnel dalla Costituzione, la ricorribilità dei giudizi delle Camere in materia di elezioni. E poi l’abrogazione del quorum nel referendum abrogativo e l’introduzione di una “forma rafforzata” di iniziativa legislativa popolare. Nella pratica, i cittadini (500 mila) potranno presentare una proposta di legge che, qualora non venisse esaminata e approvata entro 18 mesi dal Parlamento, può essere posta a referendum. Il Comitato promotore può addirittura valutare se la legge approvata è di suo gradimento oppure sottoporre al voto popolare entrambe le leggi, quella popolare e quella parlamentare.

La Camera viene ridotta a 400 deputati e il Senato a 200 senatori: il 36,5% in meno. Si dovrà poi fare in modo che la legge elettorale sia subito operativa per non paralizzare il potere presidenziale di scioglimento delle Camere (e si pensa all’indicazione della proporzione tra collegi uninominali e plurinominali).

Quanto al Cnel, gli viene sottratta la base costituzionale per poi procedere con legge ordinaria alla sua soppressione. Innovativo è il giudizio di ricorribilità sulle decisioni delle Camere in tema di ammissione dei parlamentari, decisione che è “zona franca dal controllo di costituzionalità”. Quanto deciso dalle Camere circa la legittimità dei parlamentari eletti, quindi, andrebbe vagliato dalla Corte costituzionale in caso di contenzioso. Le modifiche ai referendum, infine, apportano un contenuto di democrazia diretta nella struttura costituzionale sulla base di quanto avviene in Svizzera.

Questa scelta muove da una considerazione che Fraccaro ha spiegato in apertura dei lavori del Global Forum sulla Democrazia diretta in corso di svolgimento a Roma, in Campidoglio: “Oggi non c’è una crisi della democrazia, ma una crisi della democrazia rappresentativa. I cittadini vogliono più democrazia”, quindi più strumenti di partecipazione. E l’idea di fondo è quella di una integrazione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta.

Che resta un riferimento costante del M5S come ha spiegato la sindaca di Roma, Virginia Raggi: “Il nostro movimento è nato a seguito del distacco tra governanti e governati e per una insoddisfazione sulla democrazia rappresentativa”.

Il Global forum è in effetti una fiera di strumenti e metodi di partecipazione. C’è il vicesindaco di Seul, Sung Jun, che parla della “rivoluzione delle candele” nel suo Paese, il movimento tedesco “Più democrazia” che ricorda i 1700 referendum svoltisi in Baviera dal 1993 in poi, l’italiana Francesca Bria che però è assessore al Comune di Barcellona con Ada Colau e si occupa di tecnologia per la partecipazione civica. Esperienze dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, Uruguay, Svizzera, Stati Uniti. I partecipanti sono centinaia e gli ospiti vengono da tutto il mondo. Oggi parlerà Davide Casaleggio e domani si chiude con la dichiarazione di Roma e l’adozione di una Magna Charta per la Lega internazionale delle città a democrazia diretta.

Salvini e il mezzo flop della visita in Tunisia

Mentre i numeri dei rimpatri calano rispetto all’epoca Minniti, Matteo Salvini vola a Tunisi per rimediare a un’offesa imbarazzante. E ci riesce solo in parte. Il danno l’aveva fatto a giugno: una sua battutaccia sulla Tunisia (“Spesso e volentieri esporta in Italia galeotti”) aveva scatenato un incidente diplomatico con il governo nordafricano.

Ieri – durante la sua prima visita ufficiale nel Paese – ha scoperto che l’eco delle sue parole non si è ancora spenta del tutto. Al termine degli incontri con il presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi e con il ministro dell’Interno Hichem Fourati, si è diffusa la notizia che il premier tunisino Youssef Chahed si fosse rifiutato di incontrare Salvini.

La notizia è circolata sulla radio Mosaïque FM ed è stata ampiamente ripresa e diffusa sui siti locali. Lo sgarbo istituzionale è stato poi smentito a margine della conferenza stampa congiunta dal ministro Fourati e da un portavoce del governo. Anche dal Viminale viene definita una non notizia: nel programma ufficioso della visita a Tunisi diffuso martedì non era previsto alcun appuntamento con il primo ministro. Tra i due non c’è stato il tempo nemmeno per una photo opportunity o una stretta di mano, dopo le tensioni di inizio estate (ma “se non si sono visti – insistono dal ministero – è solo per questioni organizzative”).

Registrato il sentimento non idilliaco di parte dei media e della società tunisina nei confronti del “Capitano” (secondo il sito Tunisie Numerique la sua visita “ha provocato indignazione nelle fila di numerose organizzazioni, in particolare il Forum tunisino dei diritti economici e sociali”), rimangono le parole ufficiali pronunciate al termine della spedizione dai ministri dell’Interno dei due paesi: “Massimo impegno comune sui fronti dell’immigrazione, della sicurezza, della lotta al terrorismo, dello sviluppo economico”. In concreto, si vedrà.

Salvini sperava di tornare da Tunisi con un accordo scritto sull’aumento dei rimpatri (per ora sono 80 a settimana). Tema cruciale per due ragioni. La prima: i tunisini sono nel 2018 la nazionalità più numerosa tra i migranti che giungono nei porti italiani. La seconda: come detto gli ultimi numeri del Viminale (pubblicati dal Sole 24 Ore) mostrano la diminuzione del numero dei rimpatri rispetto all’anno scorso. Nel 2017 tra giugno, luglio ed agosto erano state riportate nei paesi di origine 1.506 persone, quest’anno (negli stessi mesi) sono 1.296.

Salvini non ha portato a casa risultati tangibili, ma si è dovuto accontentare di una generica promessa di collaborazione: dall’Italia arriveranno aiuti economici, mezzi e addestramento (Jeep e motovedette come quelle già donate alla Libia) in cambio di un contrasto più efficace alle partenze dei clandestini. Salvini, però, ha aperto anche alla possibilità di nuovi “canali d’ingresso legali” – che richiederebbero un nuovo decreto flussi – ma dal suo staff fanno sapere che si tratta solo di un “impegno da verificare in futuro”.

C’è tempo pure per una polemica con la Cei e il cardinale Bassetti (preoccupato per il “decreto Salvini”): “A me – ha ironizzato il ministro – fa piacere che il Vaticano si occupi di chi sbarca in Italia, ma il mio stipendio è pagato da 60 milioni di italiani che vogliono vivere tranquilli in casa loro”.

La Camera accetta le dimissioni dell’assenteista Mura

La Camera ha approvato le dimissioni del deputato velista Andrea Mura, eletto con il M5S e poi espulso per assenteismo (nei primi 4 mesi da parlamentare era stato assente a oltre il 95% delle votazioni). Una decisione inedita, stando almeno agli usi parlamentari, presa in nome del cambiamento. Lo ha rivendicato il capogruppo M5S Francesco D’Uva, che ha dichiarato: “Chi non svolge con impegno il mandato deve essere buttato fuori. Fino alla passata legislatura, le vecchie forze politiche che detenevano la maggioranza in Parlamento si ‘autoproteggevano’. Sapete per quale motivo? Per ‘prassi’, come gesto di cortesia non venivano accettate le dimissioni nella prima votazione”. Per D’Uva “chi tradisce il senso del proprio mandato va espulso dal Parlamento immediatamente e senza alcuna esitazione”. Mura, che si era difeso in passato affermando di poter svolgere la propria attività politica anche in barca, in qualità di “testimonial a difesa degli oceani”, era stato eletto nel collegio uninominale di Cagliari. Ora saranno necessarie elezioni suppletive per individuare il deputato che prenderà il suo posto.

Bolloré lascia, Mediobanca si può scalare

Vincent Bolloré lascia a sorpresa il patto di controllo di Mediobanca. La parte più importante della notizia, secondo una fonte ben inserita nelle vicende bancarie italiane, è che “venuto meno l’equilibrio tra i francesi e Unicredit (l’altro socio forte, ndr) Mediobanca diventa aggredibile”.

Il patto di sindacato che controlla quel che rimaneva del cosiddetto “salotto buono” della finanza si sta disgregando: dopo l’uscita dell’Italmobiliare della famiglia Pesenti, col suo 0,98%, ieri mattina il presidente del patto, Angelo Casò, ha comunicato la disdetta del finanziere bretone (tramite la controllata Financière du Perguet) che è titolare di 69,7 milioni di azioni pari al 7,86% del capitale; efficacia dal primo gennaio 2019.

Il patto scende quindi al 19,6% del capitale, con oltre l’80% che è quindi sul mercato. La società francese ha comunicato che, dopo quasi vent’anni di adesione all’accordo, la scelta é collegata al crescente impegno finanziario del gruppo Bolloré in Vivendi e all’obiettivo di utilizzare con maggiore flessibilità i suoi asset. Ha precisato inoltre l’intenzione di mantenere in portafoglio la partecipazione, seppur al di fuori dell’accordo; affermazione quest’ultima che suona come mera rassicurazione formale. La quota svincolata vale in Borsa quasi 700 milioni di euro. È un capitale che il finanziere bretone, a cui ultimamente gli affari italiani non stanno andando troppo bene (si consideri il fallito tentativo di scalata a Mediaset e la palude in cui si ritrova in Tim, dopo esser stata spodestato dal fondo americano Elliott), probabilmente ritiene di poter usare più proficuamente in modo diverso.

L’uscita di Bolloré, di fatto anticipa lo scioglimento dell’accordo che sarebbe scadenza il 31 dicembre 2019. Senza il francese la quota vincolata non raggiunge infatti la soglia minima del 25%, sotto la quale decade. I pattisti ieri si sono riuniti in piazzetta Cuccia (in rappresentanza di Bolloré c’era la figlia Marie); alla fine è stata rilasciata una nota, in cui si afferma di aver deciso di “sondare l’interesse dei partecipanti a individuare alternative alla mera decadenza a fine anno dell’attuale accordo”. Secondo fonti vicine al dossier, riportate dalle agenzie di stampa, se un’ipotesi sul tavolo è lasciare che Mediobanca diventi una public company, totalmente contendibile, l’altra è quella di un patto più leggero, di sola consultazione, fino al 2020, quando si rinnoverà il consiglio. Ipotesi che non metterebbe l’istituto milanese al riparo da scalate e che comunque necessiterebbe la permanenza di Unicredit nell’accordo col suo 8,4%.

A parte la contendibilità, il disfacimento del salotto buono apre diversi possibili scenari finanziari, con al centro le assicurazioni Generali, di cui Mediobanca è il socio di riferimento col 12,9%.

Uno è quello, riferito al Fatto nelle settimane scorse da fonti qualificate, che vede il fondo Elliott pronto a lasciare il suo 9,2% di Tim per andare all’assalto di Mediobanca proprio con l’obiettivo di conquistare la partecipazione di controllo nelle Generali. A inizio agosto il capo di Elliott, Paul Singer, ha incontrato l’ad di Mediobanca Alberto Nagel. Volendo spingersi oltre, si può immaginare un disimpegno di Bolloré da piazzetta Cuccia funzionale a un rientro alla grande sul ponte di comando di Tim, partita certamente più coerente con il core business del finanziere.

C’è poi Unicredit: il ceo Jean Pierre Mustier, considera Mediobanca una partecipazione finanziaria e non strategica, vuol dire che il suo 8,2% è in vendita. E l’intenzione di Unicredit di costruire una partnership con Generali per il mercato dell’Europa dell’Est, sembra un ulteriore segnale della volontà di costruire un rapporto con il gruppo assicurativo di Trieste non più mediato da Mediobanca. In Borsa ieri Mediobanca ha perso lo 0,84% a 9,2 euro.

Il casinismo dei giorni nostri e l’eroico destino dello Zanza

Quando scorre le cronache politiche dei giornali (compreso il nostro), l’autore di questo diario rammenta una celebre vignetta di Forattini che, in piena Prima Repubblica, raffigurava Giovanni Spadolini, studioso e uomo di governo quanto mai austero, mentre nudo come un puttino danzava esultando: “Ragazzi stamo a fa’ un casino…”. Oggi, però, per descrivere il casinismo regnante, di lotta e di governo, piu che alla matita di un bravo vignettista bisognerebbe affidarsi ai dipinti visionari di uno Hieronymus Bosch (maestro olandese del XVI secolo), quelli popolati di strane figure dentro paesaggi sospesi tra allegoria e paura.

Nel nostro personale affresco metteremmo al centro il piccolo ministro Tria, trincerato nel fortilizio mezzo sgarrupato del bilancio pubblico. Assediato da due cavalieri, uno stellato Di Maio e l’altro crociato Salvini, che lanciano manipoli di giovani disoccupati e partite Iva al grido di: per uno zero virgola in piu non casca il mondo. Mentre in alto incombono dei vampiri dagli occhi infuocati: i mercati. Subito a destra l’immagine di un ponte crollato sotto il quale si agitano centinaia di sfollati che, stufi di non avere un tetto gridano: tutti a casa di Beppe Grillo. In un angolo alcuni omini (che indossano variopinti maglioni con il simbolo di Autostrade), festeggiano con una grigliata. Accanto, un simpatico elfo, occhialuto e riccioluto di nome Toninelli, si balocca con uno strambo modellino di ponte festivo sul quale, sostiene, le famiglie faranno i loro pic-nic. Allietati dai Tir in corsa che riempiranno l’aria di gioiose e gassose zaffate. Sopra a sinistra ecco un altro mostro, pronto a stritolare e a digerire il governo del cambiamento: la maledetta burocrazia. Nel mentre un prode di nome Casalino, assiso su una scala, si accinge a rovesciare sull’orrida creatura secchiate di materiale scuro e maleodorante. Osserviamo poi una costruzione simile alla Torre di Babele – la Rai del nuovo presidente Foa – con alla base una folla di aspiranti capistruttura che inneggiano al sovranismo e mostrano lo striscione con su scritto: prima gli Italiani quindi noi. Accanto, un palazzotto con le insegne del Csm dove un gruppo di giudici asserragliati eleggono come loro guida non una toga ma un politico di un partito, il Pd, in disarmo. Infine, sulla riva di un mare tempestoso un’imbarcazione colma di disperati che non attraccherà mai al porto. La Nave dei Folli poiché bisogna essere proprio fuori di senno per sperare di essere accolti in una terra dominata dai leghisti.

Ps. In questo dipinto immaginario, al posto della firma dell’autore c’è un’immagine simbolica dell’Italia migliore. Quella di Zanfanti Maurizio, in arte Zanza, seduttore seriale di Rimini. Caduto nell’adempimento del dovere.