Luigi Di Maio, ministro, vicepremier, capo politico e chissà cos’altro, ha un immaginario linguistico in cui, nei casi migliori, si fondono reminiscenze bibliche, godimenti rabelaisiani e un po’ delle furie classicheggianti di Mario Appelius: il momento è sempre “storico”, gli avversari sono “assassini politici”, qualunque cosa si fa è “del popolo” o almeno “del cambiamento”. Ora, la comunicazione è importante e il gusto della lingua se uno non ce l’ha non se lo può dare, però un po’ di contegno. Ieri il nostro ha festeggiato il varo – attenzione – della Nota di aggiornamento al Def in cui c’era qualche decimale di deficit più di quel che voleva concedere il ministro Giovanni Tria con queste parole: “Oggi è un giorno storico! Oggi è cambiata l’Italia! Per la prima volta lo Stato è dalla parte dei cittadini. Per la prima volta non toglie, ma dà. Gli ultimi sono finalmente al primo posto perché abbiamo sacrificato i privilegi e gli interessi dei potenti”. Un crescendo straordinario in cui par di vedere le extrasistole dettare le parole al vicepremier e capo politico, il quale – ormai in trance – giungeva alla profezia al passato: “Abbiamo portato a casa la manovra del popolo che per la prima volta nella storia del Paese cancella la povertà grazie al reddito di cittadinanza”. Un consiglio: Luigi, fai meno, è solo il Def e poi tutta questa eccitazione non ti fa bene.
Decreto Genova, c’è la cassa integrazione per cessazione
Torna la cassa integrazione per cessazione. Come aveva già annunciato il vicepremier, Luigi Di Maio, all’articolo 44 del decreto Emergenze, che contiene misure per il post crollo del ponte Morandi a Genova e per la ricostruzione nei territori colpiti dai terremoti (Centro Italia e Ischia) “può essere autorizzato sino ad un massimo di dodici mesi complessivi, previo accordo stipulato in sede governativa presso il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, anche in presenza del ministero dello Sviluppo economico e della Regione interessata – si legge nel testo -, il trattamento straordinario di integrazione salariale per crisi aziendale qualora l’azienda abbia cessato o cessi l’attività produttiva e sussistano concrete prospettive di cessione dell’attività con conseguente riassorbimento occupazionale”. Inoltre “in sede di accordo governativo è verificata la sostenibilità finanziaria del trattamento straordinario di integrazione salariale e nell’accordo è indicato il relativo onere finanziario”. Gli accordi governativi sono trasmessi al ministero dell’Economia e all’Inps per il monitoraggio mensile dei flussi di spesa. “Qualora emerga il raggiungimento del limite di spesa, non possono essere stipulati altri accordi”.
Il doppio ruolo di Giorgetti, contro il rigore ma anche pro
Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che tutto vede e molto muove preoccupa i Cinque Stelle. Sospettosi, nei confronti di Giancarlo Giorgetti, il numero due della Lega: molto diverso da Matteo Salvini, e per il M5S è comunque un problema. Dai piani alti del Movimento lo dicono dritto: “Nei tavoli di governo, ogni volta che Matteo Salvini si alza, Giorgetti comincia a raccontare una linea differente dal quella del vicepremier: moderata, piena di dubbi”. Insomma, il sottosegretario leghista parla una lingua molto più simile a quella del ministro dell’Economia Giovanni Tria. Per questo, da giorni dal M5S confermano che Giorgetti leghista è un fautore di una manovra con il freno tirato.
“Per lui l’1,8-1,9 per cento di Tria va più che bene” sibilava ieri pomeriggio un parlamentare di alto rango del Movimento. E la stessa accusa di “collaborazionismo” con Tria aleggia sul sottosegretario leghista all’Economia, Massimo Garavaglia.
In ottimi rapporti con il ministro, raccontano anche dal Mef. E questo nonostante il ministro non abbia ancora dato le deleghe ai sottosegretari. Ma l’oggetto delle ansie a 5Stelle rimane Giorgetti: espertissimo, quindi immarcabile. “Spesso parlandoci non si capisce come la pensi davvero” è un’altra osservazione ricorrente nel Movimento. Dove in diversi ricordano anche il filo diretto tra il leghista e il Quirinale, ovviamente sostenitore della cosiddetta linea rigorista. Con tanto di presunto uomo di collegamento, ossia un consigliere economico del Colle che in passato aveva lavorato con Giorgetti quando era presidente della commissione Bilancio della Camera. Cattivi pensieri, forse. Di certo, lo specchio della tensione nei Palazzi dove si gioca la partita dei conti. E dove pure tra alleati di governo si temono bluff al tavolo.
Prima bozza delle misure: la pace fiscale sarà un condono per i piccoli evasori
La bozza viene considerata “superata” da fonti di governo ma le novità che contiene sono indicative di quanto finirà nella manovra. S’intende il Piano nazionale delle riforme, parte integrante della Nota di aggiornamento al Def approvata ieri.
L’Ue. La prima novità è la posizione che l’Italia terrà con l’Unione europea: “Il governo – si legge – intende giocare un ruolo critico ma anche propositivo e propulsivo riguardo l’Unione monetaria e le politiche dell’Ue”. In sostanza, darà l’ok a una riforma dell’eurozona solo se “realizzata in un contesto di maggiore crescita” dove “gli squilibri macroeconomici devono essere corretti in modo simmetrico, coinvolgendo maggiormente i Paesi con elevati surplus di partite correnti e di bilancio”. Messaggio chiaro alla Germania
Fisco. La “pace fiscale” sarà un condono di vasta portata che coinvolgerà tutte le cartelle esattoriali e i “contenziosi tributari in primo e secondo grado” fino a 100 mila euro, senza distinguere tra chi ha dichiarato e poi non versato e gli evasori veri. Secondo i dati del Tesoro, a fine 2017, delle 417 mila liti pendenti (valore: 50,3 miliardi), il 68%, in termini assoluti, è sotto i 20 mila euro, ma quelle sopra i 100 mila valgono oltre la metà dell’ammontare. Con un’aliquota media del 15% per stralciare il debito, in linea con quella proposta dalla Lega, si incasserebbero 3,5-4 miliardi. La flat tax, invece, non ci sarà: si tradurrà con un aumento del regime forfettario per le partite Iva (aliquota al 15% fino a 65 mila euro). Sull’Irpef la promessa è di ridurla gradualmente per arrivare a “due scaglioni entro fine legislatura”: 23% fino a 75 mila euro, 33% sopra. “Si passerà dalle attuali 5 a 3 e poi a 2 a partire dal 2021”. Per finanziarla saranno tagliare detrazioni e deduzioni.
Pensioni. La riforma Fornero verrà superata introducendo “una nuova finestra per i pensionamenti anticipati senza il requisito anagrafico attualmente in vigore per chi ha maturato un’anzianità contributiva di 41 anni. A questo si aggiunge il requisito di ‘quota 100’ tra età anagrafica e contributiva, con alcune restrizioni funzionali alla sostenibilità del sistema”. Ci sarà la “Pensione di cittadinanza”: un’integrazione per le minime fino a portarle a 780 euro (quasi sicuramente parametrato al reddito familiare Isee). Parte delle risorse arriverà dal taglio delle “pensioni d’oro oltre i 4 mila euro mensili netti”. La soglia concordata finora era però di 4.500 euro.
Reddito di cittadinanza. La misura simbolo dei 5Stelle c’è, ma non sono fissate le tempistiche. Complice l’esiguità delle risorse si spiega solo che aiuterà chi ha un reddito inferiore a 780 euro mensili.
Grandi opere e appalti. Il governo conferma che verranno sottoposte a un riesame, attraverso l’analisi costi-benefici, le “grandi opere in corso (per esempio la Gronda di Genova, la Pedemontana lombarda, il terzo valico, la Tav Brescia-Padova e la Torino-Lione)”. Con l’obiettivo di “ridare slancio agli investimenti” ci sarà una profonda revisione del codice degli appalti “semplificando le procedure e anche la fase di programmazione relativa alle delibere Cipe”, di cui ha la delega il leghista Giancarlo Giorgetti. Sarà poi “valorizzata la modalità del partenariato pubblico-privato”. È la formula che ingloba il famoso project financing: si dice che l’opera sarà finanziata dai privati (che si ripagheranno con i pedaggi) e alla fine paga Pantalone. Arriverà poi una norma per “gli appalti a chilometro zero”: una quota dei bandi delle stazioni appaltanti andrà alle Pmi del territorio. Il governo vuole poi rivedere le concessioni pubbliche per rialzare i canoni. Servirà a raggiungere i 5 miliardi cifrati alla voce “dismissioni”, cioè privatizzazioni.
Prescrizione. Il governo prevede una riforma in cui, “tra le varie opzioni” vi è quella di sospenderne la decorrenza “dopo la sentenza di primo grado”. Forza Italia già grida al golpe.
Nomine, promesse e tattiche rischiose: così Tria si è isolato
Se il deficit sarà al 2,4, non potrà non dimettersi”. Questa era l’idea prevalente nei corridoi del ministero del Tesoro ieri. Invece alla fine il deficit 2019 sarà al 2,4 per cento del Pil e il ministro del Tesoro, Giovanni Tria, per ora, non si dimette, pare grazie a una telefonata del Quirinale, ma si trova in un angolo da cui ora è difficile uscire: come può continuare a lavorare con partiti che lo considerano un ostacolo? E che credibilità può ancora avere, ora che è stato smentito dagli eventi? Tria non è mai stato così debole. E ora si apre una fase delicata, con l’ipotesi di sanzioni dalla Commissione Ue per aver violato gli impegni sulla riduzione del deficit.
La rapida parabola di Tria inizia il 10 giugno 2018, con un’intervista al Corriere della Sera. Quel giorno Tria si presenta come scudo umano davanti ai mercati, prende un impegno che basta a rassicurare gli investitori in quella fase negativi sul governo gialloverde. Tria giura che a settembre “i conti saranno del tutto coerenti con l’obiettivo di proseguire la riduzione del rapporto debito-Pil, è un obiettivo esplicito del governo, su cui ci sono state dichiarazioni chiare del presidente del Consiglio”. Il numero dietro quella frase è quello del deficit 2019 all’1,6 per cento del Pil (il doppio dello 0,8 previsto dal governo Gentiloni). Sopra quella soglia non si ha alcuna riduzione del rapporto tra debito e Pil. Gli investitori credono a Tria e la fuga dai Btp si ferma.
Poi, però, Tria compie una serie di scelte che gli renderanno molto più difficile tenere fede a quell’impegno. Il primo errore è confermare in blocco quasi tutte le posizioni apicali del ministero del Tesoro soggette a spoils system, cioè rinnovabili dal nuovo governo. Resta il capo di gabinetto del predecessore Pier Carlo Padoan, Roberto Garofoli, il Consiglio dei ministri conferma il Ragioniere generale dello Stato Daniele Franco e vari capi dipartimento. Tria si batte per ottenere come nuovo direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera che per conto di Padoan aveva seguito le crisi bancarie. Cinque Stelle e Lega restano molto perplessi da queste scelte che si sommano a quella di non conferire mai le deleghe ai due viceministri, Laura Castelli (M5S) e Massimo Garavaglia (Lega). Col risultato di creare una certa confusione, tutti si occupano di tutto. A un certo punto Tria sembra quasi voler provocare i suoi referenti politici quando nomina Domenico Fanizza rappresentante dell’Italia al Fondo monetario internazionale senza consultarsi con i leader di partito. Nella lunga vigilia della legge di Bilancio, Tria sceglie una linea rischiosa: in tutti gli incontri privati ribadisce con la massima nettezza di non voler cedere sul deficit, da tenere entro l’1,6 per cento. Mai un’apertura, mai un piano B, tanto che i suoi interlocutori, sempre più perplessi, cominciano a chiedersi da dove traesse tanta sicurezza. Forse dal suo rapporto con la Banca d’Italia e col Quirinale o forse dell’investitura di affidabilità arrivata dalla Bce di Mario Draghi: garanzie che nell’era gialloverde valgono poco.
Tria, inoltre, non ha mai lasciato alle sue controparti – i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini – una via di uscita onorevole dal negoziato: o si vince tutto o si perde tutto. Non una buona premessa per evitare l’esito peggiore. E infatti lui ha perso. E nelle riunioni tecniche, poi, il ministro del Tesoro ha avuto atteggiamenti che ai partiti sono sembrati provocatori. Un esempio: visto che Lega e Cinque Stelle vogliono ridurre le agevolazioni fiscali per finanziare le misure del programma elettorale ma non sanno decidersi su cosa tagliare, Tria ha proposto una riduzione lineare che avrebbe fatto arrabbiare tutti ma proprio tutti gli elettori colpiti dal taglio. Da oggi la vita di Tria sarà ancora più difficile: i mercati lo vedranno come un ostaggio di Salvini e Di Maio i quali si fideranno di lui ancora meno. Tria ha scelto quella che al Tesoro chiamano “opzione agonia”.
Deficit al 2,4% per spendere, vincono Salvini e Di Maio
L’accordo viene chiuso alle nove di sera, dopo cinque ore di vertice tesissimo a Palazzo Chigi. Lega e 5 Stelle piegano la resistenza del ministro dell’Economia Giovanni Tria: il deficit pubblico per il 2019 sarà al 2,4% del Pil, la cifra che Luigi Di Maio e Matteo Salvini avevano concordato giovedì. Pochi minuti dopo inizia il Consiglio dei ministri che approva la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza che fa da base per la manovra da approvare entro il 20 ottobre. Si chiude così la prima parte di una sessione di bilancio con uno scontro mai visto negli anni recenti. “Abbiamo vinto, è la manovra del popolo”, esultano alla fine Di Maio e Salvini.
È l’epilogo di una giornata iniziata con le voci di dimissioni del ministro e il capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari, che gli indicava la porta: “Noi riteniamo che 2,4% non sia una tragedia. Se Tria non è più nel progetto, troveremo un altro ministro dell’Economia”. Di Maio riunisce i suoi uomini e punta perfino a far salire l’asticella al 2,6%. Alle quattro inizia un vertice turbolento, da cui Tria si assenta per poter riscrivere le tabelle del Def in via XX settembre.
Il ministro ha tentato per ore di rimanere sulla sua linea: per settimane aveva incautamente fatto filtrare di voler fissare il deficit del prossimo anno, da cui discende l’ammontare di risorse per la manovra, all’1,6% già accordato dalla Commissione europea (il doppio dello 0,8% a cui si era impegnato il governo Gentiloni). Un livello sufficiente solo a rinviare gli aumenti dell’Iva ma senza poter avviare nessuna misura del contratto di governo. Dopo le resistenze degli alleati, martedì ha offerto di salire all’1,9%, forte anche della sponda del Quirinale e di Bruxelles. Niente da fare.
Salvini e Di Maio si presentano a Palazzo Chigi, dove arriva da New York anche il premier Giuseppe Conte, con lo stesso numero, il 2,4%, sufficiente ad aprire uno spazio fiscale da 15 miliardi, da spartire in vista della manovra. Conte prova a mediare fino all’ultimo, senza successo. Dopo ore di trattativa, Tria prima propone di arrivare al 2,1%, poi, dopo l’ennesimo rifiuto, è costretto a cedere su tutta la linea. “Oggi è un giorno storico! Oggi è cambiata l’Italia!”, fa sapere Di Maio, che per l’euforia non si contiene: “Oggi aboliamo la povertà con i 10 miliardi del reddito di cittadinanza”.
Al di là della boutade, lo scontro lascia sul campo alcune certezze. La prima è che il deficit al 2,4% permette di avviare – e solo quello – parte del programma di governo: il reddito di cittadinanza (la cui spesa a pieno regime è di almeno 17 miliardi) e la pensione di cittadinanza (un’integrazione per gli assegni minimi che costa 2 miliardi); la riforma della Fornero con quota 100 (vale 8 miliardi), il taglio delle tasse per circa 400 mila partite Iva (1,5 miliardi). Questo permetterà ai due partiti di governo di presentarsi alle elezioni europee di maggio, che potrebbero cambiare i rapporti di forza a Bruxelles, in una posizione di forza. La seconda certezza è che la figura di Tria, ministro quasi per caso per indicazione del retrocesso Paolo Savona, ne esce assai ridimensionata. Per mesi, il titolare dell’Economia – complice anche la buona stampa – è stato dipinto come l’argine interno alle intemerate del governo gialloverde, mentre fortificava il ministero confermando tutta la squadra del precedessore Pier Carlo Padoan. Fonti di maggioranza fanno sapere che non c’è stata alcuna richiesta di dimissioni: Tria, per gli alleati, resterà dov’è, anche se si è messo in una situazione da cui è difficile uscire. La terza certezza è che, per la prima volta dal 2011, il governo mette a bilancio una manovra che porterà il deficit un po’ oltre il livello dell’anno precedente (il 2018 si dovrebbe chiudere sotto al 2%). Sarà, in questo senso, espansiva. Viene interrotta la traiettoria impostata dai governi Letta, Renzi e Gentiloni con bilanci che si limitavano solo a tagliare il deficit meno di quanto promesso a Bruxelles, contrattando di volta in volta uno sconto sulla dose di austerità da assumere (la cosiddetta “flessibilità”). Si vedrà se Tria e il ministro degli Affari europei Savona riusciranno a spostare parte delle risorse sugli investimenti pubblici, la componente della spesa a maggior impatto sulla crescita.
Resta l’incognita della reazione dei mercati, anche se, per la verità, secondo gli analisti il livello dello spread attuale, o poco superiore, già sconta un deficit al 2,4%. E resta l’incognita di Bruxelles, che ha già fatto sapere che non avrebbe approvato un deficit oltre l’1,6%. E a trattare lo scostamento ci andrà il ministro che ha tentato fino all’ultimo di evitarlo.
Il Consiglio supino della magistratura
“Vorrei capire come sia possibile che tanti uomini… talvolta sopportino un tiranno solo, che non ha altro potere se non quello che essi stessi gli accordano, che ha la capacità di nuocere loro solo finché sono disposti a tollerarlo, e che non potrebbe fare loro alcun male se essi non preferissero sopportarlo anziché opporglisi… Sono i popoli stessi che si lasciano incatenare, perché se smettessero di servire, sarebbero liberi. È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola da solo, che potendo scegliere tra servitù e libertà, rifiuta la sua indipendenza e si sottomette al giogo… Il padrone che vi domina ha solo due occhi, due mani, un corpo, niente di diverso dall’ultimo dei cittadini… salvo i mezzi per distruggervi che voi stessi gli fornite… Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi”. Così scriveva nel ’500 il filosofo francese Étienne de La Boétie, nel Discorso sulla servitù volontaria. E chissà cosa scriverebbe oggi se avesse assistito all’ultimo ripugnante spettacolo andato in scena nel cosiddetto Consiglio superiore della magistratura. Lì un manipolo di magistrati delle correnti “di destra” MI e Unicost, in preda a una nuova Sindrome di Stoccolma detta Sindrome del Nazareno, si sono consegnati mani e piedi a quel che resta dell’Ancien Régime che ha sgovernato e rapinato l’Italia, devastando la legalità e soggiogando la magistratura e ogni altro potere di controllo e garanzia: Pd e FI.
Infatti hanno eletto vicepresidente del fu “organo di autogoverno” l’unico parlamentare presente fra i 27 membri, cioè l’ultimo che potesse garantire un barlume di autonomia: il turborenziano David Ermini. Questi ha raccolto 13 voti: quello del Pd (il suo), i 10 di MI e Unicost, più i capi della Cassazione (Mammone di MI e Fuzio di Unicost) che, anziché astenersi o votare un candidato apolitico, si sono accodati ai diktat delle correnti in barba all’ultimo monito di Mattarella (“I togati non devono decidere secondo logiche di pura appartenenza”). Dietro le quinte tirava i fili Cosimo Ferri, l’ex leader di MI che entrò nei governi Letta e Renzi in quota FI e ora è deputato Pd. L’altro candidato, Alberto Maria Benedetti, docente indipendente indicato dal M5S, ha avuto 11 preferenze: i 3 laici M5S e i 2 leghisti, i 4 togati di Area (corrente di sinistra) e i 2 di Autonomia e Indipendenza (Davigo e Ardita). Grazie ai voti decisivi dei vertici di Cassazione, i 2 laici berlusconiani si sono concessi il lusso di astenersi, nel tentativo di nascondere l’inciucio. Sono lontani i tempi in cui la peggior minaccia all’indipendenza delle toghe era la politica.
Ora è chiaro a tutti che sono gli stessi magistrati, o una bella fetta di essi, in preda alla servitù volontaria o – per dirla con Paolo Sylos Labini – alla “cupidigia di servilismo”. Ormai l’indipendenza della magistratura è affare troppo serio per lasciarlo nelle mani dei magistrati: solo una riforma costituzionale che abolisca i membri laici e designi i togati col sorteggio può restituirci l’autogoverno perduto. Del resto, senza la complicità di ampi settori togati, negli ultimi anni il Csm non avrebbe potuto trascinare alla gogna i pm più invisi al potere: Di Matteo, Woodcock, Robledo ecc. Né promuovere plotoni di toghe provenienti dal Parlamento, dai ministeri o da altre poltrone di nomina politica. Così, nei prossimi quattro anni, a guidare (per conto del capo dello Stato) il Csm che dovrebbe tutelare l’indipendenza dei magistrati sarà uno dei più ringhiosi portaordini di Renzi, che nell’ultima legislatura si è distinto per gli attacchi a chiunque osasse indagare sul suo capetto e i suoi compari e in proposte di legge per mettere il guinzaglio alle Procure e il bavaglio a quel che resta della libera stampa (oltre all’ideona della licenza di sparare ai ladri, ma solo di notte). “Escono notizie di una gravità inaudita. Prima si prende di mira Renzi e poi si lavora sulle indagini? Ci sono mandanti?”, sparava Ermini nei giorni del caso Consip, strillando al complotto (poi smentito dalla Cassazione) del capitano Scafarto e del pm Woodcock: “Scafarto non può aver fatto tutto da solo… vogliamo i mandanti”. E giù botte sull’“inchiesta inquietante” che vuol “colpire l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi” (in realtà sono indagati Lotti, papà Tiziano e altri renziani sfusi), “un atto gravissimo, una caccia all’uomo” per “attaccare un organo dello Stato”.
E poi la cena a Firenze di un’associazione anti-giudici con 300 invitati, fra cui lui, l’indagato Lotti, Carrai e il resto del Giglio Magico, per denunciare “la giustizia politicizzata” e la “gigantesca questione democratica” rappresentata non dai traffici per truccare il più grande appalto d’Europa, ma da chi osava indagare. Nel 2016 il Foglio scrisse (falsamente) che il giudice Morosini, membro del precedente Csm, aderiva ai comitati del No al referendum. Ermini prese subito la mira come un berlusconiano qualunque, e come se un giudice non potesse difendere la Costituzione su cui ha giurato: “Vedo che ci sono prese di posizione di membri della magistratura su scelte della politica. E io un domani dovrei farmi giudicare da uno così?”. Già che c’era, voleva pure tappare la bocca al Csm che aveva osato dare parere negativo (come previsto dalla legge) sul ddl anticorruzione di Renzi: “Giudizio incomprensibile e sconcertante”. A suo dire, i giudici non potevano parlare neppure di corruzione. Infatti, quando Davigo lo fece, Ermini lo fulminò all’istante: “Davigo cerca la rissa, ma non la trova. I giudici parlino con le sentenze”. Ora ben 12 magistrati del Csm chiamano questo bel tomo a difendere l’indipendenza della magistratura. La classica volpe a guardia del pollaio, con l’aggravante che ce l’hanno messa le galline. E soprattutto i polli.
Roma, Baldini verso l’addio? “Alla società non risulta nulla”
Aun passo dalle dimissioni, causa parole (evidentemente sgradite) pronunciate, anzi scritte da un altro ex. L’ex direttore generale della Roma, Franco Baldini, che dall’estate scorsa è stato inserito nel comitato esecutivo del club ed è attualmente il braccio destro del presidente James Pallotta, sarebbe pronto a lasciare la società dopo quanto scritto da Francesco Totti nella sua autobiografia, Il Capitano (Rizzoli), che sarà presentata questa sera al Colosseo. L’ex numero 10 giallorosso avrebbe rivelato come nel 2017 sia stato proprio Baldini, d’accordo con la società, a invitarlo a smettere di giocare. L’indiscrezione, rilanciata ieri a poche ore dall’incontro con il Frosinone, non avrebbe però trovato conferme tra i vertici di Trigoria: “Franco si dimette? A me non lo ha mai detto – ha commentato Pallotta –. E comunque se lo facesse respingerei le sue dimissioni”. I rapporti tra Baldini e Totti si erano inaspriti nel 2011, quando l’allora direttore generale definì “pigro” il campione nel suo secondo ritorno alla Roma. Contattato da Il Romanista, ieri anche Baldini ha dato la sua versione dei fatti: “È parola di Capitano, non vedo come possa discuterla con la minima speranza di seminare almeno un dubbio”. Lapidaria.
“Tradita dalle ‘sorelle’: dissero che Anthony si era drogato”
“Non ho mai parlato prima d’ora perché il dolore per la perdita del mio compagno era inimmaginabile”, ma “le bugie mi hanno distrutto la vita”. In attesa di andare negli studi di Non è l’Arena domenica sera, a raccontare a Massimo Giletti la sua versione dei fatti anti-Bennett, in un’intervista alla tv del Daily Mail Asia Argento ha smontato le tesi dell’ex attore bambino americano e confessato particolari allucinanti sul periodo successivo al suicidio di Anthony Bourdain. E, in particolare, sulla “presunta” sorella Rose McGowan, prima al suo fianco nella battaglia del #MeToo e poi sua grande accusatrice allo scoppiare proprio del caso Bennett. “Il fatto che lei non abbia ritrattato le menzogne e che non si sia nemmeno detta dispiaciuta mi ha convinto a intentarle causa (non ancora presentata, ndr)”, ha dichiarato la regista.
Ma quali menzogne? Intanto quelle sul rapporto consumato con il giovane attore americano. “È stato Jimmy a saltarmi addosso, io ero congelata – ha spiegato Argento nella seconda parte dell’intervista, andata in onda l’altra sera –. L’aggredita sono io ed è stato doloroso”. Al di là dell’esplosione del caso mediatico che, a livello mondiale, l’ha fatta passare da accusatrice di Weinstein ad accusata di molestie su un 17enne e, a livello italiano, le è costato il posto nella giuria di X-Factor, ciò che le avrebbe arrecato maggiore rabbia sono state le bugie pronunciate sul suo conto da McGowan e dalla sua compagna, la mdella mascolina Rain Dove: “Hanno detto che avrei ricevuto nudi non richiesti da Jimmy da quando aveva 12 anni. La loro è stata un’operazione pubblicitaria”. Secondo la regista italiana, i messaggi scambiati con Rose a proposito di Bennett sarebbero stati venduti dalla compagna di lei a Tmz. Affermazione, questa, più volte smentita da entrambe.
Argento ha riferito invece che l’“aggressione” da parte di Bennett in una stanza d’albergo nel 2013 la costrinse a rivolgersi a un terapeuta per lo choc subìto. A Bourdain Asia aveva raccontato tutto, per cui quando – dopo l’esplosione del caso Weinstein – Bennett si fece avanti per chiedere soldi, fu proprio il suo compagno a decidere di pagare: “Capimmo che aveva problemi finanziari. I suoi genitori gli avevano tolto un milione e 200 mila dollari. Non stava lavorando, la sua vita era un disastro. Era stato accusato da un’ex fidanzata di pedopornografia e molestie su minori. Volevamo buttarlo fuori dalle nostre vite”. Per questo l’accordo di 380 mila dollari, 250 mila dei quali versati da Anthony fino al momento della sua morte, l’8 giugno 2018. Da allora qualsiasi altro versamento è stato bloccato. Già nella prima puntata dell’intervista, andata in onda la sera prima, Asia aveva descritto il suo rapporto “aperto” con lo chef della Cnn: “Anche lui mi tradiva, ma avevamo una relazione da adulti e andava bene così. E invece mi hanno accusato di averlo ucciso”. Un dolore immane, reso ancora più sordo – ha sostenuto – dall’atteggiamento “folle” della sua amica. Subito dopo il suicidio, Rose le avrebbe proposto di incontrarsi a Berlino. L’ormai ex “sorella” – tatuaggi coordinati sulla caviglia e manifestazioni del #MeToo a braccetto – le avrebbe presentato la sua compagna Rain. In preda alla rabbia, Asia voleva capire perché Bourdain si fosse suicidato. “In una storia che sembra uscita da un film di spionaggio – racconta il Daily Mail – la regista italiana racconta che Dove le avrebbe detto di far parte di una rete segreta di donne facoltose”. La missione doveva essere quella di “portare Anthony a casa”, trafugandone in qualche modo le ceneri dall’obitorio.
“Pensai che lei (Dove non viene mai chiamata per nome, ndr) fosse completamente pazza”. Il giorno dopo la “missione” era compiuta e le ceneri erano contenute in un cofanetto appoggiato sul tavolo.
Ma c’è di peggio: la verità sul suicidio, che “la Cnn avrebbe tenuto nascosta per non rovinare l’immagine dell’autore di Parts Unknown”. Rose e Rain avrebbero raccontato ad Asia che la sera prima di uccidersi Anthony era in compagnia di una prostituta russa che indossava un hijab. Quella sera, nella stanza d’albergo in cui poi è stato ritrovato, avrebbe fatto uso di eroina: “Rain mi disse che aveva ripreso a drogarsi appena due giorni prima. Mi sembrò strano”. Lo chef si sarebbe iniettato la sostanza nel collo e poi si sarebbe impiccato per non far emergere un’eventuale overdose. “Nessuna di quelle affermazioni era vera”.
Il no di Torino alla Fiera unica. Tempo di Libri ancora in bilico
Il matrimonio non s’ha da fare. Torino ha orgogliosamente rifiutato la proposta della Associazione italiana editori di creare un’unica grande “festa del libro, insieme e nelle stesse date, un festival dell’editoria e della letteratura, che si estenda tra Milano e Torino, con autori che viaggiano da una città all’altra, come nella rassegna MiTo, e l’alternanza della fiera nelle due città di anno in anno”, ha raccontato ieri, rammaricato, Ricardo Franco Levi, presidente dell’Aie e della Fabbrica del Libro, che organizza (con Fiera Milano, socia al 51%) Tempo di Libri, concorrente del Salone.
“I nostri editori, grandi e piccoli, ci hanno detto con chiarezza che l’ipotesi di due fiere, vicine nel tempo e nello spazio, è un onere non più sopportabile. Perciò, e per non creare divisioni nel mondo del libro, abbiamo proposto a Torino di unire le forze, mettendo insieme il meglio delle due città per raggiungere un pubblico più ampio, dalla Lombardia al Piemonte all’Italia tutta. Oltretutto Tempo di Libri è realizzato senza un euro di contributi pubblici, a parte 50 mila euro dalla Regione Lombardia destinati alle scuole, e senza una singola fattura che non sia stata onorata”. Al Salone invece la situazione finanziaria è drammatica, con 10-11 milioni di debito, la Fondazione in liquidazione, il presidente vacante, le inchieste giudiziarie, i dipendenti senza stipendio… “Abbiamo anche proposto – continua Levi – di contribuire alla soluzione dei problemi economici, senza mirare alla conquista di Torino, e infatti la prima edizione si sarebbe dovuta svolgere lì. Ma ci è stato risposto di no: è un peccato perché si rifiuta un progetto più grande”. La palla torna quindi a Milano, e al futuro (incerto) di Tempo di Libri. L’Aie e Fiera decideranno il 28 ottobre: “Tutte le possibilità sono aperte”, compresa la sospensione della kermesse meneghina dopo appena due edizioni. “Vorrei che questa vicenda non fosse raccontata come una vittoria di Torino perché vittoria non significa rimanere con i debiti e mantenere i conti in piedi grazie ai contribuenti italiani e ai creditori privati”.
Levi non fa nomi sugli interlocutori torinesi, ma verosimilmente si tratta delle istituzioni pubbliche, ovvero Comune e Regione: “Il loro è un progetto politico, prima ancora che culturale, e come tale viene tutelato, garantito, finanziato”. Ignaro del mancato connubio è infatti Nicola Lagioia, direttore del Salone: “Credo che il no venga dalle istituzioni, ma sono d’accordo. È come il palio: non si può spostare da Siena, così il Salone non ha senso fuori da Torino. È come dire che il festival di Cannes si fa un anno a Cannes e un anno a Lione, o la Buchmesse un anno a Francoforte e un anno a Colonia, o gli Oscar viaggiano alternativamente tra Los Angeles e New York. Non si è mai vista una fiera itinerante; mi sembra anzi una mossa suicida, anche se sono favorevole a tutte le manifestazioni: la concorrenza fa bene e sarei felice se Tempo di Libri rimanesse in piedi”.
Quanto al Salone, “nonostante i guai, la ricaduta culturale ed economica sul territorio è più che virtuosa: costa 3-4 milioni a fronte di 40-50 milioni di indotto. I contribuenti sono contenti di sostenere il Salone, che appartiene ai torinesi in maniera profonda. Non li si può tradire. E comunque la situazione non è grave: il 9 maggio inizierà la 32esima edizione. Può chiedere anche a Chiamparino e Appendino”.