Gli anni “neri” di Pavese con Mussolini e Hitler

Non compreso tra le opere di Cesare Pavese, e uscito soltanto in un quotidiano o rammentato in qualche saggio, il taccuino segreto e politicamente assai scorretto del 1942-1943 dello scrittore di Santo Stefano Belbo sta per avere dignità di libro. L’editore piemontese Nino Aragno lo pubblicherà tra qualche mese, fra dicembre e gennaio, in un volume in cui, oltre al frammento di diario, verrà ricostruita tutta la vicenda del suo ritrovamento e si darà conto delle polemiche che ne accompagnarono la tardiva divulgazione. Nel 2016 Aragno aveva dato alle stampe una traduzione di Pavese della Volontà di potenza di Friedrich Nietzsche

Era stato il critico letterario Lorenzo Mondo a rendere noto su La Stampa, l’8 agosto 1990, il taccuino inedito di Pavese risalente al 1942-43 e contenente, ecco lo scandalo, giudizi favorevoli al fascismo e al nazismo, a Mussolini e alla guerra nazifascista. Lo scoop del quotidiano torinese seminò lo sconcerto nel mondo della cultura, soprattutto tra gli intellettuali di sinistra e i “pavesiani”. Lo sintetizzò bene nel 1991 il grande italianista Carlo Dionisotti sulla rivista Belfagor. “La pubblicazione, a quarant’anni dalla morte”, scrisse, “di un ‘taccuino segreto’ di Pavese (…) ha provocato e provoca discordi commenti. Nessuno si aspettava che gli eventi politici e militari del 1942-1943 avessero proposto a Pavese considerazioni, giudizi e pronostici che suonano oggi scandalosamente favorevoli a Mussolini e a Hitler e a quella parte, incluso ancora e addirittura Franco, e avversi, con un po’ di cattiveria ironica, ai pochi e inermi e perseguitati antifascisti italiani”. Era persino difficile, per molti, considerare di Pavese, lo stesso che scriveva su L’Unità, quelle pagine del diario in cui minimizzava le atrocità dei nazisti e commentava positivamente il Manifesto di Verona della Repubblica di Salò. Tanto che, come ricordava il compianto Cesare De Michelis nel 2016 su Il Sole 24 Ore, “resiste più di un sospetto sulla sua autenticità, mentre ci si sforza di trovare plausibili giustificazioni a quella serie di annotazioni che inequivocabilmente smentiscono la vulgata antifascista dell’impegno dello scrittore”.

Il taccuino, senza alcun dubbio, era di Pavese. Mondo lo aveva avuto verso il 1962 da Maria Sini, la sorella dell’autore de La luna e i falò. Lo fece vedere a Italo Calvino, allora dirigente dell’Einaudi. “Andai da Calvino – spiegò Mondo – che stava dietro la sua scrivania. Mentre sfogliava il taccuino, la sua faccia mi pareva ancora più pallida e magra. Disse che non ne sapeva niente e stette a guardarmi in silenzio meditabondo. Pensai, a grande velocità, che per il momento era opportuno mantenere il riserbo sul testo. Al di là delle probabili e legittime opposizioni della famiglia, c’era da esporsi alle accuse e al rischio di speculazioni volgari. Non lo meritava la famiglia, non lo meritava Pavese. ‘Tienilo tu – gli dissi – mettilo in cassaforte. Quando varrà la pena di pubblicarlo, ricordati di me’”.

Italo Calvino, e la casa editrice di Pavese, l’Einaudi, non ritennero opportuno farlo conoscere. Mondo volle rompere il silenzio quasi trent’anni dopo, affidando a La Stampa il frammento del 1942-43 non inserito nel diario Il mestiere di vivere, che Pavese aveva comunque conservato tra le sue carte. Raccontò sempre Mondo su La Stampa del 1990: “Dopo l’impresa dell’epistolario (ne uscirono due volumi con lettere dal 1924 al 1950) vidi solo fuggevolmente Calvino che poi si trasferì a Roma. E quelle poche volte, nessuno di noi toccò l’argomento. Avevo del resto una mia idea. Pensavo di scrivere una vita di Pavese nella quale avrebbe trovato il giusto posto, contestualizzato, il capitolo sconosciuto della biografia pavesiana”. Ma “il lavoro giornalistico sempre più intenso”, proseguiva, “la sopravvenuta disaffezione per l’argomento, la pigrizia, mi fecero accantonare il progetto e dimenticare le carte. Ne accennai appena, negli anni, a qualche amico. Chissà dov’era mai finito l’originale. Dimenticato o perduto nelle vicissitudini della casa editrice, nel viavai di laureandi che si sono chinati sui fogli pavesiani? A ogni importante occasione (anniversario o congresso pavesiano) temevo di veder spuntare l’oggetto misterioso, ero quasi rassegnato a vedermi spossessato del mio piccolo segreto. Anche perché non riuscii più a rintracciare per parecchio tempo le mie fotocopie. Poi, dopo la morte di Calvino, mettendo ordine dopo un trasloco, le vidi riaffiorare. Allora mi sentii all’improvviso sbloccato. Purché i parenti di Pavese fossero d’accordo. Ma le nipoti Cesarina e Maria Luisa accondiscesero”.

Lutti, separazioni, sfighe. Gli ospiti della disgrazia

Quando Lory Del Santo, durante l’intervista televisiva a Verissimo, annuncia la morte del figlio, morte non naturale, dunque un suicidio, lo sgomento inenarrabile ha investito probabilmente molti di noi. L’irreparabilità di una tragedia così imperscrutabile avrebbe preteso un silenzio definitivo. Se ci lasciassimo tentare dal giudizio potremmo persino aggiungere: perché dirlo? Perché in un’intervista? Ma il rutilante ingranaggio del pietismo spinto è già un concept e sta solo provando i motori. Eccolo il caso umano. La soubrette dovrebbe partecipare al Grande Fratello Vip. Annuncio anche questo da far tremare le vene dei polsi. Il dolore è stato devoluto senza purificazione in un lancio di agenzie. Diventa il promo del format meschino (meschino nell’ufficiatura in loop della vita ordinaria e cafona).

Nondimeno, a un certo punto della storia letteraria (la più recente), qualcosa deve essere successo. Qualcosa che – dal nero Pasolini – abbia finito di celebrare i poeti e argomentato piuttosto, su tomi di critica pura, fenomenologie chiamate Fabio Volo, Federico Moccia, starlette del web. Cosa è successo? Tra i poeti e il melenso, abbiamo infilato una terza rincuorante opzione: l’effettismo. Quindi autori portatori di casi umani.

Perché abbiamo bisogno di casi umani? Tra Pasolini e il melenso.

Il divertente conflitto tra voyeurismo e pruderie tuttavia ci ha stufato da un pezzo, era la novità escogitata da Costanzo, ma parliamo di mezzo secolo fa, la sua curiosità demoscopica era genialità. Non sappiamo cosa farcene oggi. Dai separé televisivi alle metaforiche terrazze intellettuali: anche lì, senza caso umano, ci si annoia a morte. Devitalizzato il talento, costretto in giudizio e in contumacia una qualsiasi forma di idea eversiva, la letteratura parla in sospiri mocciani (oggi il neologismo usa nuovi lemmi, ci sono i degni successori) o nel pietismo strategico e marchettaro. Non è l’autore a realizzarlo con partecipe considerazione, l’autore ha una certa innocenza in principio, l’operazione confessione “nuda e pura” la chiama disvelamento. È tutto molto greve e consapevole nelle intenzioni. Eppure nessuno sfugge alla seduzione peraltro caduca e esangue di finire in un mortaio dove filtrare le impurità e trattenere il grano buono. Piantare la gramigna, in luogo di erbe migliori. Il dolore diventa circense e pantomimico mentre nutre la noia dei suoi destinatari.

Sono loro stasera i migliori che abbiamo (cit.)? I portatori di casi umani in tv. Le Lecciso al plurale (ne basterebbe una per evocare scenari apocalittici), la solita D’Urso che raduna allegramente i panni sporchi di non meglio identificate celebrità, nel disordine mediocre a cui costringe la buonafede di un pubblico oramai imbonito. Mutandine da lavare in pubblico, è la specialità del suo salotto.

Fa un po’ specie. Sono loro stasera i migliori che abbiamo? I portatori di casi umani nelle lettere. Non la chiamiamo letteratura. La regola televisiva e onnicomprensiva, applicabile a tutti gli ambiti. Lutti, separazioni, sfighe personali. Trasformazioni taumaturgiche dell’autore in guru di qualcosa. Padre esemplare: diventa esemplarissimo e ogni cosa che dirà sarà sempre più esemplare. Il suo target in letteratura è: il padre esemplare. E ci scriverà altri libri sopra, probabilmente. Che rimanga un padre esemplare. Ripetere l’aggettivo all’infinito. Esemplare. Il caso umano è un concept. Il dolore, che scongiuri ogni altra avversità, ad esempio il talento. Tutto fuorché il talento, fine a se stesso. Il talento e nient’altro.

Murdoch vende: dopo 30 anni lo “squalo” molla la preda Sky

Rupert Murdoch venderà a Comcast il suo 39% in Sky, chiudendo la sua era nel colosso inglese che ha lanciato quasi 30 anni fa come primo servizio di pay tv in Gran Bretagna e che per anni ha cercato di controllare interamente. Una decisione presa d’accordo con la Walt Disney dopo la ‘sconfitta’ dei giorni scorsi durante l’asta indetta dalle autorità inglesi. Un’asta che Comcast si è aggiudicata mettendo sul piatto 17,28 sterline per azione. È proprio a tale prezzo che Fox e Disney cederanno la quota.

Trump e il nemico di turno: “La Cina non vuole che vinca”

La Cina sta interferendo nelle elezioni Usa di midterm del 6 novembre 2018. Donald Trump, intervenendo a una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per la prima volta da lui presieduta, ha sfoderato questa pesante accusa contro Pechino: “Non vogliono che io vinca o che noi (repubblicani ndr) vinciamo perché sono il primo presidente ad aver mai sfidato la Cina sul commercio”, ha aggiunto. Accusa smentita da Pechino tramite il ministro degli Esteri presente alla stessa riunione, Wang Yi: “La Cina ha sempre rispettato il principio di non ingerenza negli affari interni di un Paese”; “respingiamo le accuse pronunciate contro la Cina e chiediamo agli altri Paesi di rispettare la Carta delle Nazioni unite e di non interferire nei nostri affari interni”.

Dazi, sanzioni, accuse di interferenze elettorali e spie. Da tempo soffia un vento di guerra fredda tra Washington e Pechino. L’ultimo capitolo è l’arresto di un giovane cinese a Chicago, accusato di aver agito come “agente illegale” sotto la direzione di un “alto dirigente dell’ intelligence” cinese, come ha spiegato il dipartimento di Giustizia americano. Rischia sino a 10 anni.

Si tratta di Ji Chaoqun, 27 anni, sospettato di individuare persone da arruolare come possibili spie cinesi, in particolare ingegneri e scienziati, alcuni operanti come contractor della difesa Usa. Finora complessivamente sarebbero otto le persone contattate. Chaoqun era arrivato da Pechino nell’agosto 2013 con un visto da studente e si era iscritto all’Illinois Institute of Technology di Chicago, ottenendo un master nel 2015.

L’anno successivo era entrato nella riserva dell’esercito Usa grazie a un programma (Mavni, ora bloccato) che consente di reclutare stranieri se le loro abilità sono considerate “vitali per l’interesse nazionale”. Chaoqun è stato smascherato anche grazie all’intelligence dell’esercito. Geng Shuang, portavoce del ministro degli Esteri, si è detto all’oscuro della situazione.

“Nome della rosa” nel deserto. Morte col veleno in convento

Per risolvere un caso simile forse non basterebbe neppure Guglielmo da Baskerville, il frate francescano, protagonista de Il nome della rosa, il best-seller di Umberto Eco, portato in sala da Jean Jacques Annaud con protagonista Sean Connery. Lo scenario, al netto dei credi, dei tempi e dei protagonisti, ha analoghi tratti torbidi. Non siamo nel XIV secolo, nel Medioevo, ma nel Ventunesimo secolo, non nel Nord Italia, ma in Egitto.

Ieri mattina il corpo senza vita di un monaco copto è stato trovato all’interno del monastero ortodosso di Deir al-Muharraq, nel sud del Paese. Le indagini ufficiali, per ora, parlano di una morte naturale, divise tra il suicidio e il malore fatale. Il monaco, di nome Zenone, è stato visto dai confratelli torcersi dal dolore all’interno della sua cella, prima di esalare l’ultimo respiro. Fitte allucinanti allo stomaco poco prima della preghiera. Nel momento dell’attacco fatale, il monaco Zenone era solo nella sua stanza, dunque nessuno avrebbe assistito alla genesi del malessere. Una ricostruzione, quella della polizia locale, che non farebbe una grinza, se il personaggio coinvolto non avesse un passato recente scomodo, o quantomeno sospetto.

Lo stesso Zenone, infatti, stando a una nostra fonte confidenziale, alla fine dello scorso luglio è stato testimone oculare di un efferato omicidio avvenuto sempre dentro un altro monastero. E proprio oggi, secondo altre fonti della sicurezza, avrebbe dovuto testimoniare su quel delitto. Con Zenone ci sarebbero altri cinque monaci coinvolti nell’inchiesta, tutti ostili all’abate ucciso.

Il luogo era diverso: il monastero di Santo Macario, nel deserto a nord-ovest del Cairo. Zenone capitò nel posto sbagliato al momento sbagliato, ossia durante l’assassinio del vescovo Epifanio, ucciso con un tubo d’acciaio da due monaci del monastero. Fatali i colpi al cranio. Tanti e diversi i moventi dell’omicidio, nessuno confermato, dalla semplice antipatia tra i protagonisti all’interpretazione dell’uso dei social network per i monaci, passando per ragioni spinose e piccanti. Ci vollero due settimane per far emergere la notizia di quel tragico episodio, con le autorità copte, guidate da Papa Tawadros (Teodoro), poco inclini a far debordare il fatto fuori dell’ambito religioso.

I due presunti assassini, Wael Saad e Remon Rasmi Mansour, in attesa dell’esito del processo penale, sono stati espulsi dalla chiesa. Il primo, in particolare, l’autore dell’aggressione. Uno dei testimoni oculari dell’episodio era proprio Zenone, punito per aver collaborato alle indagini, perciò spostato nel monastero vicino ad Assiut. Qualche dubbio sulla sorte di Zenone, alla luce del drammatico precedente, resta. La polizia ha trovato dei medicinali nella sua cella, a consegnarli proprio i vertici del monastero. Una gestione sospetta, quasi si volesse indirizzare l’indagine verso il gesto volontario e cancellare qualsiasi ipotesi alternativa. Al contrario, la possibilità che il monaco Zenone possa essere stato ucciso premeditatamente è molto concreta. Testimone scomodo e, dunque, da eliminare.

La spia per caso di Skripal? Macché turista: un ufficiale premiato da Putin

Svolta decisiva nel caso Skripal: uno dei presunti attentatori di Sergei Skripal e di sua figlia Yulia sarebbe un colonnello operativo del Gru, il servizio di intelligence militare della Federazione Russa, insignito della più alta decorazione del paese da Vladimir Putin in persona. Lo scoop del Daily Telegraph, realizzato in collaborazione col sito investigativo Bellingcat, è stato pubblicato nel tardo pomeriggio di ieri e contiene rivelazioni esplosive per i rapporti fra Regno Unito e Russia.

L’uomo identificato dall’antiterrorismo britannico come Ruslan Boshirov sarebbe in realtà il colonnello Anatoliy Vladimirovich Chepiga, 39 anni: ha partecipato alle campagne militari in Cecenia e Ucraina, e nel 2014 è stato insignito dell’onorificenza di Eroe della Federazione Russa in una cerimonia segreta.

Il 5 settembre Scotland Yard aveva accusato formalmente due uomini, identificati come Boshirov e Alexander Petrov, di essere i responsabili dell’avvelenamento degli Skripal, e aveva reso nota la ricostruzione dei loro movimenti: erano arrivati all’aeroporto londinese di Gatwick su un volo Aeroflot venerdì 2 marzo, avevano passato la notte in un hotel della capitale e poi si erano spostati a Salisbury, dove il 4 marzo, giorno dell’avvelenamento, alcune telecamere di sorveglianza li avevano ripresi nei pressi della casa Skripal. Secondo la polizia inglese avevano spalmato l’agente nervino sulla porta, per poi ripartire per l’aeroporto di Heathrow e da lí a Mosca.

In Parlamento Theresa May aveva suggerito che i due fossero agenti del Gru, senza fornire prove. Ma a seguito di quelle accuse, Putin aveva respinto personalmente le accuse dichiarando che i due identificati erano solo dei civili in vacanza. Paradossale ricostruzione confermata pochi giorni dopo da Boshirov e Petrov in un’intervista.

Le nuove rivelazioni smascherano la versione sostenuta direttamente da Putin. Secondo un ex alto ufficiale sentito dal Telegraph l’esperienza e l’alto grado di Chepiga suggeriscono che “l’operazione sia stata ordinata al livello più alto”.

Nel 2010, in un video Putin promette vendetta contro i “traditori della patria”. Come Skripal: anche lui ex colonnello del Gru, a lungo operativo come agente doppiogiochista al servizio dell’intelligence britannica, incarcerato in Russia e riparato nel Regno Unito grazie a uno scambio fra spie.

No ad Abramovich perché “riciclatore di denaro e minaccia”

La stampa contro Abramvich: vince la stampa 1 a 0. Il gruppo editoriale Tamedia può finalmente scriverlo: ad Abramovich è stata negata la cittadinanza svizzera per le sue connessioni delinquenziali, per sospetto “riciclaggio di denaro sporco, presunti contatti con organizzazioni criminali”. Dopo una battaglia legale durata 7 mesi alla corte di Losanna, dove il tycoon ha tentato in ogni modo di impedire la diffusione del dossier degli investigatori, il risultato delle indagini è ora pubblicabile. Per la Svizzera l’ebreo dallo sguardo gelido è “una minaccia alla sicurezza pubblica e un rischio per la reputazione” del paese. I suoi soldi sono “almeno in parte di origine illegale”.

A giugno scorso le autorità hanno vietato al magnate di trasferirsi nel villaggio Verbier, cantone vallese sulle Alpi, felice di accoglierlo da contribuente. È stato il Secretariat della migrazione statale, il Sem, a Berna a non approvare la sua scelta e sono cominciate le indagini, finite in un dossier che il giornale svizzero era pronto a pubblicare a gennaio scorso. Lo ha impedito un ordine della corte per volere di Abramovich, ma dopo l’appello dei giornalisti Zurigo ci ha ripensato.

Per Daniel Glasl, avvocato del miliardario, si tratta di “accuse diffamatorie, suggestioni false: la sua fedina penale è pulita, la polizia non fa fornito prove di partecipazione criminale”. Sono ricostruzioni diffuse violando la legge sulla privacy e si richiede “la correzione dei fatti alla polizia federale e all’ignota fonte responsabile della diffusione di informazioni confidenziali”.

Nei cantoni pieni di milionari a cui vengono fatte poche domande all’entrata delle dogane e delle banche, le porte sembrano chiuse solo per gli oligarchi russi legati al Cremlino, dopo l’intensificarsi del fuoco incrociato tra Mosca e il resto del mondo seguito al caso Skripal. Abramivic ha il cuore alleato a Putin, l’anima ancora a Mosca ma i suoi miliardi molto lontano dalla patria. Dal limbo israeliano in cui ora risiede, osserva ormai solo dai binocoli il suo regno in Europa dell’ovest, dove possiede proprietà milionarie in cui non mette più piede.

Londra contro Abramovich e aveva già vinto Londra, che non aveva rinnovato il suo visto a maggio. Pochi giorni fa il magnate ha rifiutato l’offerta della banca commerciale Raine Group, dice Bloomberg. Due miliardi e tre offerti dal gruppo finanziario di New York non bastano per cedere il Chelsea. Il russo tra i più ricchi del mondo ne vuole oltre 3 per la sua squadra, che è in Premier League. Perché lui non c’è e non verrà ristrutturato lo stadio Stamford Bridge come aveva promesso. Il miliardario russo potrebbe provare a tornare in Gran Bretagna da israeliano, richiedere un visto ma con il nuovo passaporto dove è ancora fresco il timbro della stella di David. Per l’ottenimento della residenza Londra svolge però un’indagine preliminare sulla fonte dei guadagni dei richiedenti e questo salvacondotto Abramovich, per qualche motivo che la stampa non ha ancora scoperto, non l’ha ancora usato.

In Germania Chiesa travolta: 3.700 minori abusati in 70 anni

Il rapporto degli orrori è stato reso ufficialmente pubblico il 25 settembre. I numeri degli abusi sessuali perpetrati per 70 anni da sacerdoti, diaconi e religiosi della Chiesa cattolica tedesca – anticipati dallo Spiegel – sono agghiaccianti: 3.677 minorenni vittime di abusi tra il 1946 e il 2014. Gli autori delle violenze costituiscono il 4,4% dei presbiteri attivi negli ultimi 70 anni. Nel corso della conferenza stampa tenuta a Fulda, dove in questi giorni è riunita la l’assemblea autunnale della Conferenza episcopale di Germania, il cardinale Reinhard Marx, presidente dell’episcopato tedesco, ha dichiarato: “Provo vergogna per i molti che si sono voltati dall’altra parte, che non hanno voluto riconoscere quello che accadeva, che non si sono occupati delle vittime. Questo vale anche per me. Non abbiamo dato ascolto alle vittime”. Marx ha chiarito di aver informato il Papa dello studio condotto da tre istituti universitari e coordinato dallo psichiatra forense Harald Dressing. I ricercatori presumono che la percentuale effettiva degli abusi sia in realtà più elevata poiché per 17 diocesi l’indagine si è limitata al periodo 2000-2014.

Abusi, il dossier di Francesco che imbarazza Benedetto XVI

Un collaboratore italiano di papa Francesco s’infervora: “Il Vaticano non risponde con le illazioni alle illazioni di Viganò”. E neanche risparmia il passato – le stagioni di Joseph Ratzinger e Karol Wojtyla – perché il pontificato di Jorge Mario Bergoglio vacilla.

Con pazienza la Segreteria di Stato draga gli archivi per replicare con carte, date e nomi al report di Carlo Maria Viganò – pubblicato dal quotidiano la Verità – che denuncia le omissioni vaticane e suggerisce le dimissioni di Francesco per le presunte coperture all’ex cardinale Theodore Edgar McCarrick, molestatore seriale e impunito per oltre vent’anni. Il monsignore cita episodi e lettere che lordano la reputazione dei papi in vita, di trentotto fra cardinali e vescovi, ma assolve Giovanni Paolo II.

Francesco ha ordinato un’operazione, non soltanto mediatica, per ripristinare la verità poiché le minuziose ricostruzioni di Viganò – considerato un moralizzatore ai tempi di Vatileaks, un epurato da Tarcisio Bertone – hanno stordito i fedeli, i prelati, la Chiesa nell’incessante turbinio di scandali sessuali e di sacerdoti delinquenti. Anche la verità, però, è scomoda.

Più fonti vicine a Francesco confermano al Fatto diverse indiscrezioni sul contro-dossier del Vaticano. Il 10 settembre, il consiglio dei cardinali – il cosiddetto C9 – annuncia “chiarimenti” su McCarrick e Viganò. Quel giorno Pietro Parolin, il segretario di Stato confida ai colleghi che la ricerca è avviata già da un paio di settimane, cioè da subito dopo il “comunicato” di Viganò. Il contro-dossier è composto da documenti scovati in Curia, soprattutto nei faldoni riservati della Congregazione per i vescovi, e fornisce riscontri circostanziati alle invettive dell’ex nunzio. Viganò riferisce, per esempio, le sanzioni segrete (non formali) comminate da Ratzinger – tra il 2009 e il 2010 – all’anziano McCarrick (classe 1930), all’epoca pensionato e dunque ex arcivescovo di Washington. Il 19 ottobre 2011, rimosso dai vertici del Governatorato, Viganò è nominato nunzio negli Stati Uniti. Secondo gli accertamenti del Vaticano, non esistono riscontri ufficiali che confermano le sanzioni di Ratzinger per McCarrick con l’obbligo di ritirarsi in preghiera e non celebrare messa tra la gente. Al contrario, tra il 6 ottobre 2011 e il 28 febbraio 2013, l’americano è in Italia tre volte e tre volte incontra il pontefice tedesco: due le occasioni speciali, l’85esimo compleanno e l’ultima udienza di Ratzinger. Gli album fotografici del palazzo apostolico conservano i saluti, all’apparenza cordiali, tra Ratzinger e l’ex arcivescovo di Washington. Per limiti anagrafici, McCarrick non ha partecipato al conclave che ha eletto Bergoglio, però non ha smesso mai di influenzare la Chiesa negli Stati Uniti. Tant’è che lo stesso Viganò, rammentano con malizia in Santa Sede, è immortalato in situazioni conviviali assieme a McCarrick. Il gioco non vale perché screditare l’accusatore non ridimensiona le accuse: ormai neppure si ricorda che l’ex nunzio ambiva alla berretta rossa di cardinale o a un prolungamento del mandato negli Usa.

Il capitolo “pontificato di Benedetto XVI”, invece, è dirimente per completare l’operazione verità. Viganò sostiene: Francesco ha bloccato le disposizioni di Ratzinger su McCarrick. I seguaci di Bergoglio lo ritengono falso per due motivi. 1. Non c’è traccia scritta delle sanzioni di Ratzinger e Francesco non ne era a conoscenza. 2. È Francesco che punisce davvero McCarrick con l’espulsione dal collegio cardinalizio del luglio scorso e l’isolamento perpetuo senza attendere il processo canonico. Un caso unico per la Chiesa.

Al Vaticano, invece, risultano segnalazioni sul molestatore seriale di Washington sin dal Duemila. Qualcuno ha saputo. Qualcuno ha sbagliato. Oltre a menzionare un colloquio su McCarrick con Francesco del 23 giugno 2013, Viganò riferisce di aver condiviso le informazioni sull’americano con i cardinali William Levada e Tarcisio Bertone, pilastri del pontificato di Benedetto XVI. Levada era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, successore tra l’altro di Ratzinger. Bertone era il potente segretario di Stato.

Il contro-dossier sarà diffuso dal Vaticano con una relazione introduttiva per non travolgere la già barcollante Chiesa, ma sarà utilizzato anche per addebitare le colpe a chi davvero è colpevole. A differenza di altre imprudenti iniziative giudiziarie, come l’assurdo processo ai libri di Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi per Vatileaks II, stavolta papa Francesco ha ricevuto i consigli giusti e ha deciso di non indagare Viganò finché non saranno verificate le sue parole.

Il Capitano (quello vero): 25 anni spiegati agli infedeli

Oggi questa rubrica si prenderà una pausa dai temi che le sono più consueti per occuparsi di cose davvero importanti: è, infatti, il 42esimo compleanno di Francesco Totti, che dopo 487 giorni dal suo addio al calcio manda in libreria Un capitano (Rizzoli, con Paolo Condò). Come si spiegano questi 25 anni di romanismo tottista, un grande fenomeno popolare, a chi li ha guardati da fuori o se n’è infischiato? Paulo Roberto Falcao, un altro grande giallorosso, era l’ottavo Re di Roma, il vincente arrivato da lontano che con lo sguardo, i riccioli biondi e le maniche rimboccate riusciva a innalzare al cielo Senato e Popolo di Roma, com’è noto capoccia der monno ’nfame. Totti non è mai stato Re, è uno di noi, il più bravo coi piedi, forse il più bravo che vedremo mai, ma uno di noi: poteva illuminarci, farci allegri o tristi, ma non diversi da quel che siamo. Per questo lo si è amato anche di più. Chi scrive, certe volte, l’ha pure un po’ odiato perché Totti a Roma è stato anche il vitello d’oro che allontanava il popolo dalla vera fede, che è sempre la squadra, e per il resto l’ha amato follemente come tutti: certi anni si voleva vincere più per lui che per noi stessi, per regalargli la carriera che il suo talento meritava. Anche il suo addio così romanista e piagnone era, al suo fondo inconfessabile, venato di malinconia per quel che poteva essere e non è stato, che poteva avere e non ha avuto: anche di questo lo ringraziavano quelle nostre lacrime, quel tempo sospeso del 28 maggio 2017 che dura ancora oggi, secondo anno dopo Totti (peraltro iniziato di merda).