Il silenzio degli obbedienti

L’aspetto che più stupisce della lunga, lunghissima vicenda padronale e giudiziaria di Mario Ciancio è la soggezione che quest’uomo produce sul mondo, diciamo, di sopra (amministratori, sindaci, imprenditori, editori, opinionisti, giornalisti, ministri…).

Perfino adesso che ha ormai 86 anni, è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa e s’è visto sequestrare l’intero patrimonio, ovvero 31 società, partecipazioni, giornali, televisioni, ville, casali, forzieri e 25 milioni di euro in conti correnti. Notizia d’un certo significato. Se non altro perché per la prima volta, applicando la legge La Torre, viene disposto il sequestro di un quotidiano per ragioni di mafia. Eppure in questi giorni non un fiato, non un commento. Tacciono tutti: letteralmente. Tacciono i sindaci che da Ciancio ebbero accompagnate campagne elettorali e stagioni di governo (da antologia lo scambio d’effusioni intercettato tra Ciancio ed Enzo Bianco), i politici d’arrembaggio e di nuova moralità, le sinistre guevariste e le destre d’ordine, tacciono i colleghi editori, i colleghi direttori, i colleghi giornalisti (perché Ciancio è stato editore, direttore, giornalista…), tacciono gli imprenditori in affari con lui, i vecchi magistrati della Procura di Catania che frequentavano il suo desco, gli esimi, le eccellenze, gli emeriti, le eminenze. Spariti. Se qualcosa avevano da dire, l’hanno ingoiata in silenzio.

Non hanno sequestrato il chiosco dei frappé a un sottopanza dei Carcagnusi. Hanno portato via al più riverito e potente editore del Mezzogiorno 150 milioni in azioni, assicurazioni, redazioni, amministrazioni e antenne. Perfino la stampa nazionale – con poche, pochissime eccezioni: tra cui questo giornale – ha fatto finta di non sapere. Buffo, no? Se avessero confiscato per mafia, che so?, un giornale a Caltagirone, un albergo a Ligresti, una villa in Sardegna al Cavaliere, il titolo sarebbe finito in prima, con ricche foto e implacabile editoriale. Per Ciancio, no. Si sussurra, si accenna, si parla d’altro. Ecco: la più limpida misura del suo potere è esattamente questa.

Il fatto è che si sapeva tutto o quasi. Il “quasi” è legato ai conti correnti accesi a Chiasso e a Lugano, alle cassette di sicurezza nel Liechtenstein, ai 51 milioni che hanno preso la via dei paradisi fiscali e ai bilanci delle sue società gonfiati con piccioli di ignota provenienza. Tutto il resto però si sapeva. Si sapeva del patto non scritto fra Ciancio e Cosa Nostra, la neutralità delle Famiglie catanesi in cambio d’una moral suasion del suo giornale, impegnato a convincere i catanesi che mafia, in quella città, proprio non ce n’era. E dunque Nitto Santapaola era un “noto imprenditore” (così definito fino al giorno del suo primo mandato di cattura); la famiglia Ercolano meritava solo rispetto e benevolenza; i Cavalieri di Catania (segnatamente Gaetano Graci e Carmelo Costanzo) erano straordinari e generosi capitani d’industria; i sindaci corrotti, i politici collusi, gli amministratori venduti andavano semplicemente protetti perché tutto quello che offuscava questo presepe di buone notizie (per esempio i servizi televisivi di Giuseppe Marrazzo, le interviste della buon’anima di Carlo Alberto dalla Chiesa, le inchieste de I Siciliani) erano solo “mascariamenti”, giacobinismi, invidie sociali…

Si sapeva. E si taceva. Fingendo che ogni episodio (i necrologi rifiutati, i nomi censurati, le foto sforbiciate) fosse solo folklore locale, brevi e inoffensive mitologie di provincia. Sapevano i colonnelli di Ciancio in redazione, e tacevano. Sapevano l’Ordine e il sindacato dei giornalisti, e tacevano. Sapevano i signori Procuratori della Repubblica e tacevano. Sapevano i ministri e i presidenti in visita di cortesia nei suoi uffici e tacevano. Tra parentesi, la consuetudine di quelle visite, ridicole per piaggeria e disarmanti per trasversalità, è continuata fino a pochi mesi fa, con Mario Ciancio indagato già da otto anni per mafia e la solita coda in anticamera dei candidati di turno (dal presidente Nello Musumeci all’onorevole Guglielmo Epifani) in attesa di intervista, stretta di mano e foto con l’editore.

Anche il racconto della visita del capomafia Giuseppe Ercolano al signor editore era noto da anni. Siamo all’imbocco degli anni Novanta e Pippo Ercolano, cognato di Nitto Santapaola, è molto incazzato. Quel giorno La Sicilia ha dato notizia di un’inchiesta che coinvolge il suo casato mafioso. Falso? No, vero, verissimo, perché Ercolano è un mafioso: ma certe cose non si scrivono. Mai. Per questo u zu’ Pippo è incazzato. E adesso sta andando in redazione per capire a chi minchia è venuto in testa di scrivere degli Ercolano senza prima sciacquarsi la bocca. Ora, che succede se un capomafia si presenta al vostro cospetto pretendendo scuse per aver scritto una cosa vera? Chiamate il 113 e la cosa finisce lì. Ciancio, che è uomo di mondo, alza il telefono: ma non per chiamare la polizia. Chiama il giovane cronista che aveva scritto l’articolo, lo convoca nel proprio ufficio e, quando se lo ritrova davanti, lo cazzìa. In presenza del boss, ovviamente. Che finalmente sorride compiaciuto: l’incazzatura gli è passata.

In realtà Mario Ciancio è stato molto più di tutto questo. Il siciliano più potente nel senso aristocratico del termine. Non si tratta solo del censimento delle sue ricchezze. Il potere di un uomo come Ciancio risiede anzitutto nella capacità di infischiarsene di ogni umano giudizio, proprio come i reali di Francia a Versailles, convinti di mettere la catena al collo della storia distribuendo brioches alla plebe incazzata. Mario Ciancio, come la regina Antonietta, ha lasciato per anni che sulle sue vicende si depositasse il conforto del proprio silenzio. Mai un verbo, un’intervista, un articolo a firma sua. Non è timidezza: è davvero la cifra più alta del potere, la sua capacità di isolarsi in una dimensione in cui non c’è sospetto, parola o dubbio che possa scalfirti. E così sarebbe stato nei secoli se non si fossero messi di traverso alcuni giudici della Procura di Catania, svelando un sistema che aveva fatto del giornale di Ciancio un notaio del non dire, del non chiedere, del non mostrare mai.

Ciò che ancora stupisce è il senso di obbedienza che Ciancio è riuscito a far crescere attorno a sé. Perché un giornale non lo fa un editore: lo scrivono i suoi giornalisti. E a lui, Ciancio, non occorreva nemmeno un ordine formale: per anestetizzare ogni notizia, perfino gli annunci mortuari, bastava la solerzia di un dipendente, lo zelo di un capocronista, lo scrupolo d’un segretario di redazione. Proprio come accadeva in Italia dopo le leggi razziali del 1938, quando si trovarono subito decine di imbecilli felici di far sapere che i loro erano negozi ariani, Ciancio ha sempre trovato molti giovani e meno giovani cronisti felici d’appendersi anche loro al collo un invisibile cartello su cui stava scritto: “Questo è un giornalista autocensurato”.

La sensazione è che quello zelo, quell’obbedienza non siano stati scalfiti. Ieri, primo giorno de La Sicilia sequestrata, i giornalisti hanno diramato un accorato comunicato riconoscendo a Ciancio doti di umanità e generosità. Generosità verso se stesso, forse. Mentre lasciava le sue testate e le sue redazioni affogare lentamente nei debiti (ne licenziò sette, di giornalisti, a Telecolor), Ciancio ammassava i suoi profitti nei forzieri della Svizzera e del Liechtenstein. Siamo seri, ragazzi: generoso costui? Ai posteri (e ai tribunali) la sentenza.

Navigli ed Expo: c’è referendum e referendum

Lo confesso: a me non dispiacerebbe vedere Milano come la vedevano i nostri avi, attraversata da una rete di canali navigabili. Amsterdam con le modelle e la Madonnina. Per questo, mi ha sempre fatto simpatia la proposta di riaprire i Navigli che sono stati interrati, che era contenuta anche nel programma elettorale di Giuseppe Sala e ora è discussa in città come un progetto da realizzare sul serio. Mi è sempre parsa una di quelle idee un po’ pittoresche che si coltivano senza però crederci troppo, belle ma di fatto irrealizzabili. Un Ponte di Messina che intanto fa girare soldi con studi e progettazioni. Il dibattito, comunque, è aperto: c’è chi è pro e c’è chi è contro. Ognuno è libero di avere la sua opinione. Per questo mi ha tremendamente stupito l’attacco durissimo sferrato due giorni fa dalle pagine milanesi di Repubblica a Luca Beltrami Gadola, indicato come il capo della fronda che si oppone alla riapertura dei Navigli. Il pericoloso boss dei No-Nav. Beltrami Gadola è un personaggio, a Milano. Architetto, è stato presidente dell’antica impresa di costruzioni Gadola, poi passata di mano. Da sempre impegnato nel dibattito civile, culturale e urbanistico in città, nel 2011 è stato chiamato dal sindaco Giuliano Pisapia a far parte del Comitato antimafia milanese. Oggi è il direttore del giornale online “Arcipelago Milano”, dopo essere stato a lungo collaboratore proprio delle pagine milanesi di Repubblica. Ebbene, il 25 settembre, il capo della redazione milanese del quotidiano, Piero Colaprico, nel suo editoriale lo ha accusato di “capitanare una protesta vagamente assurda”, di lamentarsi ingiustamente di non aver avuto la parola, mentre in città il dibattito sui Navigli è stato ampio e aperto. “Se uno non riesce a far arrivare la sua voce”, conclude Colaprico, “la responsabilità non è dell’uditorio: è sua. A meno che non creda all’esistenza del complotto persino nelle assemblee aperte”.

Beltrami Gadola ha replicato di non essere affatto complottista. Non ha mai detto di non aver avuto parola: ha espresso più volte la sua opinione e ha avuto anche repliche e risposte dal Palazzo. Resta però fermo sulla sua posizione: nettamente contraria. Ritiene la riapertura dei Navigli un pasticcio dal punto di vista tecnico e ingegneristico, di difficile – se non impossibile – realizzazione. I lavori bloccherebbero per anni la città e alla fine la viabilità sarebbe stravolta e compromessa. Ma la ritiene soprattutto un’operazione inopportuna dal punto di vista politico: butta un mucchio di soldi in un progetto che interessa il centro e i ricchi che lo abitano, con una scelta classista ed elitaria che non si cura delle periferie e dei cittadini che nelle periferie vivono. Facendo un’analisi dei bisogni, la riapertura dei Navigli viene molto dopo tante altre cose, come l’impegno a riqualificare i quartieri e le zone più disagiate e marginali della città. Ci sono tanti progetti più urgenti: dalla ristrutturazione delle case popolari alla risistemazione delle strade e delle piazze non centrali (sì, le buche non sono un’esclusiva romana). Quanto al dibattito in corso sul progetto, Beltrami Gadola sostiene non che sia un “complotto”, ma “un’operazione di manipolazione del consenso”. Anzi, tecnicamente un “falso ideologico”: nella giunta Sala c’è infatti chi sostiene che i Navigli vadano riaperti perché così hanno deciso i cittadini nel referendum consultivo del 2011; ma il quesito non chiedeva la riapertura dei Navigli, bensì un ben più generico avvio di uno studio per valutarne la fattibilità. Curioso: in quello stesso referendum, un altro quesito votato dalla maggioranza dei milanesi chiedeva invece chiaramente di mantenere a parco l’intera area Expo, su cui arriveranno robuste cubature di cemento. Evidentemente, anche per i radicali, c’è referendum e referendum.

Peacekeeping, la guerra sotto forma di pace

Martedì pomeriggio, nell’ambito dell’Assemblea dell’Onu centrata sull’approvazione del documento Action for peacekeeping, il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ha speso lodi sperticate per le operazioni di “peacekeeping” del nostro Paese. “Peacekeeping”? Tutti sappiamo che con la formula ipocrita “peacekeeping” si mascherano operazioni militari d’aggressione in altri Paesi. Noi abbiamo più di 30 operazioni militari all’estero che ci costano circa 1.500 milioni l’anno. Solo l’operazione Leonte in Libano può essere considerata una vera missione di peacekeeping perché le forze militari italiane si interpongono fra due comunità, hezbollah libanesi e israeliani, che altrimenti si massacrerebbero senza pietà.

È una missione di peacekeeping quella in Afghanistan dove contribuiamo ad alimentare una guerra che dura da 17 anni? È un’operazione di peacekeeping quella in Kosovo dove la Nato ha realizzato una delle più grandi “pulizie etniche” dei Balcani poiché i serbi che abitano in Kosovo sono scesi da 300 mila a 60 mila? È un’operazione di peacekeeping quella in Iraq dove siamo a supporto degli americani in funzione anti-iraniana? È un’operazione di peacekeeping quella in Somalia dove abbiamo contribuito ad abbattere il governo degli Shabaab che avevano riportato l’ordine e la legge in un Paese dove infuriava un conflitto civile fra i “signori della guerra” locali per mettere al loro posto un governo fantoccio sostenuto dagli Usa attraverso l’aggressione della molto democratica Etiopia? Adesso in Somalia è ritornata una guerra civile che fa decine di migliaia di morti e gli Shabaab si sono uniti, giustamente, all’Isis. È un’operazione di peacekeeping quella in Mali dove i francesi hanno aggredito le popolazioni del nord, cioè i Tuareg, nomadi, laici? E adesso i Tuareg si sono uniti, giustamente, ai radicali islamici di quell’area. E fermiamoci qui per carità di patria.

Conte ha poi tributato grandi lodi alle militari donne che partecipano a queste operazioni. In particolare sarebbero molto utili perché, a differenza dei maschi, sanno instaurare affettuosi rapporti con i “disgraziati bambini” che abitano in quelle zone. Ma quei “disgraziati bambini” non sarebbero affatto tali se non ci fossero i militari impegnati a fare una guerra mascherata da “operazione di pace”. Inoltre, a parer mio, le donne non dovrebbero essere impegnate in guerra. Le donne, che danno la vita, sono sempre state contrarie a queste carneficine. Adesso fanno la guerra, ma non fanno più figli. L’articolo 11 della Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Coprire le guerre barattandole come “operazioni di pace” è un modo per aggirare la Costituzione e turlupinare i cittadini che ancora vi credono. Peraltro alla Costituzione possono credere solo Travaglio e i suoi supporter, perché nella Costituzione, lo dico con il massimo rispetto per i nostri Padri fondatori, c’è tutto e il suo contrario. È una dichiarazione di princìpi che non ha nessuna concretezza. E infatti i pragmatici inglesi non ce l’hanno nemmeno.

Prossimamente verrà votato il “rifinanziamento” delle nostre operazioni, ma io le chiamerei piuttosto occupazioni, all’estero. Alla Versiliana Luigi Di Maio, su mia sollecitazione, si è impegnato pubblicamente a ritirare il nostro contingente dall’Afghanistan, che non solo è una delle operazioni di peacekeeping che ci costa di più ma è soprattutto una delle più infami perché, sempre per servire gli americani, occupiamo un Paese dove tutta la popolazione (tranne quella corrotta a suon di dollari Usa), talebana, non talebana, anti-talebana, vuole solo che le truppe straniere se ne tornino a casa. Vedremo se Di Maio rispetterà il suo impegno. In caso contrario “vaffa” ai Cinque Stelle a cui ho dato finora fin troppo credito.

Csm, le garanzie del vicepresidente

Grava un alone di incertezza sull’elezione, a partire da oggi, del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, compresa l’eventualità (rara ma non unica: nel 2002 fu eletto, governando il centrodestra, un consigliere espresso dall’opposizione) che sia preposto un componente riferibile alla minoranza parlamentare… All’analisi del merito della questione è utile premettere qualche considerazione sulla sua genesi prossima.

L’elezione dei laici, da parte del Parlamento in seduta comune, lo scorso 19 luglio, alla prima votazione (richiedente l’altissimo quorum, di solito non raggiunto, dei due terzi degli aventi diritto al voto), si presta a due contrapposte considerazioni.

La prima, di ovvio segno positivo, indica che una saggia prova di efficienza è stata fornita dalle Camere riunite. L’altra, che potrebbe profilarsi come causa prossima dell’attuale incertezza, segnala, al contrario, sintomi di precipitazione (che il Movimento 5 Stelle ha tentato di arginare con una rocambolesca indizione di primarie da svolgersi nelle successive 8 ore e alla vigilia della seduta parlamentare), sotto un duplice aspetto: l’eccessivo anticipo (oltre due mesi rispetto alla scadenza del Consiglio in carica) e, correlativamente, lo scarso controllo incrociato – causato, appunto, dalla fretta – sulle candidature proposte dai vari partiti. Le conseguenze sono oggi evidenti e perniciose: è mancata l’accurata verifica preventiva, di cui si lamentano adesso le conseguenze, circa l’indipendenza dei candidati da interessi politici, economici nonché l’assenza di posizioni ideali contrastanti con l’indipendenza dell’ordine giudiziario e, per converso, il possesso di tali doti di autorevolezza ed esperienza da costituire il giusto viatico per ambire alla successiva vicepresidenza. In effetti, si tratta degli argomenti che, di volta in volta, vengono agitati in questi giorni a favore o contro i vari candidati le cui aspirazioni appaiono sempre più mobili e fluttuanti. Seppur sembri apprezzabile (anche se potenzialmente ingenua) la tendenza del Movimento 5 Stelle a non esercitare indebite influenze sulla componente togata, è da rilevare che a chiarire dubbi e meglio lumeggiare la personalità dei candidati potrebbero contribuire alcuni elementi rilevanti.

In primo luogo, dovrebbe essere rinverdita l’idea (pubblicamente, ma infruttuosamente, propugnata dal gruppo di Magistratura Democratica all’insediamento del Consiglio del 1998) di rendere preventivamente conoscibili le candidature e di discuterle pubblicamente, corredandole dell’illustrazione delle idee e dei programmi del vicepresidente proposto su una pluralità di questioni essenziali.

Tra di esse si possono menzionare le seguenti: il ruolo del Comitato di Presidenza e la possibilità, oggetto di possibile modifica regolamentare, di estenderne la composizione ad altri componenti eletti oltre il vicepresidente, rispettando la proporzione costituzionalmente voluta tra laici e togati; i criteri per la composizione della Sezione disciplinare, la distribuzione degli affari tra i relativi componenti, la fissazione, secondo metodi predeterminati, del calendario delle udienze; l’incompatibilità tra l’appartenenza alla Sezione disciplinare e quella alla prima commissione, competente in materia di trasferimenti d’ufficio; l’atteggiamento da tenere in relazione a pronunce del Giudice amministrativo di annullamento di provvedimenti consiliari, in particolare in materia di incarichi direttivi e semi-direttivi; i rapporti con la Scuola superiore della magistratura e la preservazione delle prerogative consiliari in tema di formazione; gli orientamenti da assumere a tutela di singoli magistrati colpiti da dichiarazioni o iniziative lesive del prestigio loro e della stessa Magistratura; l’investitura dell’assemblea plenaria della funzione di formare annualmente le Commissioni referenti.

Naturalmente l’elenco potrebbe proseguire. Se ne potrebbe trarre spunto per evitare voti ciechi o figli di inconfessabili accordi politici, sì da rispettare sia il voto parlamentare sia quello di migliaia di magistrati, che di certo hanno il diritto di conoscere in tempo le ragioni che orientano i loro eletti a votare un determinato candidato alla vicepresidenza.

Mail box

 

Pensioni, rispettare il criterio costituzionale di progressività

Dall’alto dei miei quasi 14 mila euro mensili di pensione da dirigente apicale, sono concorde per un corposo taglio, anche di 4/5 mila euro. Ma per evitare la valanga di ricorsi dei più, con buona probabilità di vittoria, occorre prendere in considerazione la Carta costituzionale e rispettare il criterio di progressività dettato dall’art. 53. Lo scopo sarebbe raggiunto prevedendo altre 4/5 aliquote oltre il 43% per altrettanti nuovi scaglioni di reddito. La Carta non esclude di arrivare anche al 100% riuscendo così a stabilire veri tetti retributivi. Il rispetto fedele della Carta taglierebbe le gambe a qualsivoglia ricorso. Per quanto riguarda i reati fiscali, la gradualità delle sanzioni dovrebbe prevedere la messa in campo delle contravvenzioni punite con arresto ed ammenda per la piccola evasione e dei delitti puniti con reclusione e multa per l’evasione di più grande importanza. Comunque sempre di reati dovrebbe trattarsi. Solo così è possibile evitare la messa in campo delle assurde soglie. E le pene pecuniarie resterebbero solo per le irregolarità formali.

Giuseppe Visalli

 

Quel che resta della sinistra attacca a colpi di fake news

C’è poco da gioire. Al contrario, fa solo tristezza vedere come è ridotto quello che è stato il maggior partito della Sinistra. Abbandonato dal suo elettorato storico, una classe dirigente da accatto ha sguinzagliato la poderosa macchina mediatica fiancheggiatrice, per denigrare il governo e Di Maio in particolare con notizie risibili, che dovrebbero far vergognare chi le propala. Bufale facilmente smentite e sciocchezze da bambini sparate con titoloni, come se fosse stato scoperchiato il verminaio del Monte dei Paschi o di Banca Etruria. Ma anche se gli scoop di Matera in Puglia e le gaffe lessicali o geografiche non fossero fasulle o montate dal niente, solo uno sciocco potrebbe pensare che possano pareggiare ciò che Renzi e soci hanno regalato all’Italia. Dal governo con Alfano, gli altri “Berluscones” e l’appoggio di Verdini; i miliardi alle banche; il Sud lasciato a se stesso con milioni di poveri, relegato agli ultimi posti in Europa in base a tutti gli indicatori economici e sociali.

La Fornero e i diritti del lavoro stravolti, un’ intera generazione privata della speranza, le migliaia di giovani laureati costretti a espatriare per vivere, lo sfascio della scuola pubblica, il mancato contrasto (se non l’incoraggiamento) all’immigrazione illegale selvaggia, che sta creando problemi immani di ogni genere, solo per ricordarne alcuni. Però assistere a questi teatrini penosi o agli strali biliosi e impotenti di Renzi & Co ha un che di incoraggiante. Vuol dire che non riescono a trovare molto altro a cui appigliarsi per attaccare le azioni che questo governo sta portando avanti.

Mario Frattarelli

 

Autostrade, è eufemistico definirli “cinici”

Ho letto sul Fatto del 26 settembre scorso la relazione ministeriale sul ponte di Genova e un moto di rabbia mi sale dai piedi fino alla testa. Se quello che è scritto in quella relazione corrisponde al vero (non ho motivo di dubitarne perché la relazione è stata estesa in base alla documentazione fornita da Aspi) siamo in presenza di un comportamento di Autostrade (cioè di Benetton) che definire cinico è eufemistico e di una gestione privata il cui unico interesse (con buona pace di tutti quelli che esaltano a prescindere la gestione privata di beni pubblici) era fare soldi fregandosene dell’incolumità di chi fruiva, pagando pedaggi carissimi, di quel bene ogni giorno.

Non mi aspetto che i giornaloni come Repubblica, Corriere, La Stampa e tutti gli altri facciano ammenda per la colpevole e non disinteressata campagna messa in atto per “coprire” le responsabilità di Autostrade per l’Italia (leggi Benetton), ma se fossimo un Paese normale i lettori di quelle testate dovrebbero smettere di comprare tali giornali perché non fanno ormai da anni informazione ai cittadini ma sono diventati (forse lo sono sempre stati) a tutti gli effetti la cinghia di trasmissione degli interessi dei loro padroni.

Leonardo Gentile

 

Contro i Formigoni di turno può solo la magistratura

La superbia di Roberto Formigoni è stata punita. Il mondo governativo è una specie di fungo che assorbe tutto l’assorbibile del mondo che lavora seriamente e che rispetta la morale.

Senza quest’ultimo crollerebbe tutto quanto. Il discorso dovrebbe poter essere fatto al contrario, dovrebbe essere la politica indispensabile per il mondo del lavoro.

Occorre bloccare i Formigoni di turno in partenza, impedendo la loro elezione. Sarebbe possibile se fossero istituti un ministro delle Competenze e un veto democratico, cose non iperuraniche ma semplicemente degne di una democrazia moderna.

Invece stiamo assistendo all’assurdità di una Lega che può restituire 49 milioni di euro sottratti a noi, in modo persino puerile, dopo 70 anni, umiliandoci due volte.

E noi zitti (tranne il Fatto, primo giornale d’Italia e poco altro). Ci agitiamo continuamente per la gioia di gentaglia rozza, volgare e presuntuosa. Menomale che c’è la magistratura, ma è sola.

Dario Lodi

Scuola. Altro che troppe docenti donne, si cerchi la vera ragione dei maschi somari

Ho letto dello studio europeo condotto da Peter Birch e David Crosier sul collegamento – non coperto da alcuna legge scientifica – tra l’eccessiva femminilizzazione del corpo docente e le peggiori performance maschili negli studi. Della mia esperienza di alunno – mi sono diplomato con 95 e laureato con 110 e lode – ho pessimi ricordi di insegnanti, donne e uomini, che avevano decisamente poca attitudine alla cura dei propri studenti. Ho ricordi di molti miei compagni di classe che per desiderio o necessità hanno abbandonato gli studi ben prima che i docenti, donne e uomini, potessero tentare di convincerli a continuare. Infine ho ricordi meravigliosi di una professoressa in particolare. Grazie a lei ho capito quale sarebbe stato il mestiere migliore per me: ora sono un giovane insegnante di Biologia. Devo considerarmi un sopravvissuto alla femminilizzazione in cattedra?

Angelo Fratini

 

Caro Fratini, chi siamo noi per giudicare i risultati di uno “studio europeo”, per di più condotto dalla autorevole rete Eurydice, impegnata, si legge sul sito, in “sistemi educativi e politiche in Europa”? Birch e Crosier, non a caso due maschi, hanno voluto leggere i dati Eurostat – che fotografano un’Europa nelle cui scuole primarie la percentuale di maestre donne è l’85% (ma in Italia il 99%) per poi ridursi progressivamente nelle classi superiori e infine invertirsi all’Università, dove spadroneggiano i docenti maschi – secondo un’angolazione singolare. Vuoi vedere, si sono detti i due studiosi, che i maschi vanno male a scuola e abbandonano precocemente gli studi a causa di questa egemonia didattica femminile, cioè mancano di “modelli educativi maschili”? A noi la correlazione tra docenti femmine e maschi somari sembra del tutto arbitraria (si sarebbero potuti trovare altri mille indicatori per spiegare la dispersione scolastica, magari bassi redditi famigliari, o l’abuso di videogame e telefonini), e il legame tra modelli maschili e migliori performance dei maschi offensivo e del tutto pregiudiziale. Mentre molto interessante sarebbe indagare le cause di questa disparità. Vuoi vedere che le donne (seppure più brave negli studi: lo dice la ricerca) fanno le maestre perché per loro l’accesso alle professioni più remunerate anche nel campo dell’insegnamento è più difficile che per gli uomini? Ma per analizzare e risolvere questa ineguaglianza servirebbe un serio studio sul legame tra i sistemi educativi e le politiche in Europa, e sa come vanno queste cose.

Daniela Ranieri

“Mazzate ai migranti”. Nei guai tre fascistelli di buona famiglia

Studenti universitari di giorno e presunti autori di raid razzisti contro i migranti di notte. La polizia ha denunciato tre giovani 23enni di Ceprano (Frosinone) per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, minacce, stalking, lesioni personali, percosse e danneggiamento. I tre, incensurati e di buona famiglia, sono accusati di raid razzisti contro migranti ospitati in centri di accoglienza. Due gli episodi che si sono verificati a Roccasecca e Ceprano dove alcuni ospiti di ritorno nei centri di accoglienza sarebbero stati insultati e aggrediti con mazze da baseball e lanci di pietre. Le indagini della Digos e della Squadra mobile di Frosinone, hanno individuato due studenti universitari e un laureato vicini ad associazioni studentesche di estrema destra. Nel corso delle perquisizioni della polizia, scattate ieri nelle loro abitazioni, sono stati sequestrati pc, una mazza da baseball, un bastone fasciato con nastro isolante, due coltelli e opuscoli di propaganda del “Blocco studentesco”, legato a CasaPound, questi ultimi ritrovati in casa di uno degli indagati.

Un giudice a Strasburgo: l’Italia si incarta

Cambia il giudice italiano alla Corte europea dei Diritti dell’uomo: a maggio 2019 scade il mandato di Guido Raimondi, che negli ultimi tre anni ne è stato anche presidente. L’Italia doveva sostituirlo, indicando una prima terna di candidati entro il 6 settembre, ma il suo successore ancora non c’è: il nome è congelato tra i lavori di una commissione che forse non ha operato con sufficiente trasparenza e le richieste di chiarimenti di Palazzo Chigi, non troppo convinto dalla selezione.

E pensare che per la prima volta la Presidenza del Consiglio aveva indetto una procedura pubblica per scegliere il suo membro della Cedu. Parliamo della Corte le cui pronunce hanno avuto spesso ricadute importanti sull’Italia (dalla sentenza Torreggiani sulle condizioni dei detenuti a quella sull’ecomostro Punta Perotti a Bari, per citarne due). Ognuno dei 47 Paesi firmatari ha il suo rappresentante: l’esecutivo nazionale propone una “short list” di tre nomi al Consiglio d’Europa e l’Assemblea ne elegge uno. In passato il governo esprimeva direttamente la sua terna, stavolta ha optato per un bando pubblico, come prevede una direttiva europea. Qualcosa, però, è andato storto.

La commissione si è insediata soltanto dopo la presentazione delle domande dei candidati: non il massimo della correttezza. Fra i “giurati” anche l’ex presidente della Consulta, Giuseppe Tesauro, e Vladimiro Zagrebelsky, già membro Cedu dal 2001 al 2010; la Farnesina, invece, aveva indicato due suoi funzionari (non proprio indipendenti rispetto al Ministero), altra circostanza che aveva fatto storcere il naso a qualcuno. Peggio è andata per i risultati. A Palazzo Chigi sono arrivate una sessantina di domanda: ex cassazionisti, professori ordinari, l’élite del diritto italiano. La carica, del resto, è ambita, per prestigio e portafoglio. Chiari i requisiti: cittadinanza italiana, età inferiore a 64 anni, eccellente conoscenza delle lingue e competenza su diritti umani, diritto nazionale e internazionale. Meno chiaro è come sia avvenuta la selezione: la commissione si è riunita poche volte, non ha fatto colloqui (possibilità prevista dal bando) e poi ha partorito la sua terna.

A comporla, secondo indiscrezioni, sarebbero i giudici Antonio Balsamo, Raffaele Sabato e Ida Caracciolo (quest’ultima nel 2017 era stata inserita nella Grande Chambre della Cedu per decidere sul ricorso di Berlusconi contro l’incandidabilità). Solo un foglio con i tre nomi (ai candidati, tenuti all’oscuro di tutto, nemmeno quello), senza punteggi né spiegazioni.

Alle voci sono seguite anche le polemiche: non tanto per la caratura dei presunti prescelti, quanto per le modalità di selezione. C’è chi denuncia una spartizione fra Ministeri (Esteri e Giustizia, che hanno scelto la commissione per quattro quinti) per una nomina politica invece che tecnica e chi minaccia ricorso. Perfino Palazzo Chigi ha deciso di intervenire, forse temendo che il caso scoppiasse davanti al Consiglio d’Europa con conseguente figuraccia internazionale: il governo ha chiesto un “approfondimento istruttorio” alla commissione, da cui vuole almeno una motivazione. L’Italia, comunque, non ne esce benissimo: ha dovuto chiedere a Strasburgo una proroga di un mese sulla scadenza del 6 settembre. Per ora la terna è congelata, sperando che le spiegazioni della commissione siano convincenti.

La spia, la suora e gli indagati. Soldi e riunioni nel convento

Il flusso di informazioni arrivava direttamente alle orecchie degli indagati. Partiva da una talpa ben inserita tra gli investigatori, che trasmetteva notizie riservate agli avvocati Piero Amara, in passato legale anche dell’Eni, e Giuseppe Calafiore, entrambi già indagati per corruzione in atti giudiziari. È un nuovo capitolo della complessa indagine su una rete di avvocati in contatto con alcuni magistrati del Consiglio di Stato. Una vicenda a tratti degna di una spy story: carte che passano da una mano all’altra e incontri in un luogo insolito come un convento.

La Procura di Roma sta ancora cercando di capire chi accedeva a quel tipo di informazioni, mentre il presunto ponte tra chi indaga e chi è indagato è stato individuato. Per i pm Paolo Ielo e Stefano Rocco Fava si tratta di Francesco Sarcina, fino a poco fa all’Aisi, i servizi segreti interni. Indagato anche per favoreggiamento e concorso in violazione di segreto d’ufficio, è stato arrestato ieri non per aver fatto da tramite ma per possesso di documenti falsi, ossia di un passaporto con le generalità di Rodrigo Martinez ma la faccia di Aurelio Voarino, “uomo della sicurezza” di Ezio Bigotti, l’imprenditore di Pinerolo, partecipante ad appalti miliardari della Consip e in rapporti con l’ex senatore Denis Verdini (completamente estraneo all’inchiesta).

Per capire questa storia però bisogna fare un passo indietro e andare a Messina, che pure indaga su Calafiore e Amara. Qui, Calafiore rivela di aver avuto notizie riservate da Amara, che a sua volta le aveva avute “dalla Guardia di finanza”. “Ambienti romani – dice Calafiore –. Amara mi ha fatto anche vedere le vostre c.n.r”. Ossia le comunicazioni delle notizie di reato. Proprio mentre le indagini erano in corso.

Sarebbero tre le informative di polizia giudiziaria tra Roma e Messina finite in mano ai due legali e conservate in pen drive e pc di cui poi si erano sbarazzati, gettandoli nel Tevere. Erano documenti preziosi che consentivano agli indagati di prevedere perquisizioni ma anche di raccogliere elementi utili per difendersi.

Anche l’ex legale dell’Eni, Piero Amara, ammette i contatti con l’agente Sarcina. Il 17 luglio 2018 racconta ai pm che i tre si erano visti a Roma tre o quattro volte. L’appuntamento era in un convento in via Druso, a pochi passi dal Colosseo. Qui aveva consegnato all’uomo dell’Aisi 30 mila euro (soldi che – sospettano gli investigatori – potrebbero esser andati ad altri): “Ci disse che ci avrebbe tolto dai guai sia per l’indagine di Messina sia per quelle di Roma avvalendosi di suoi uomini”. E così il vile denaro entrava nel convento, dove, come racconta Calafiore il 18 luglio 2018, i due venivano “introdotti da una suora”. Quando gli investigatori si presentano nel convento, la donna, infatti, mostra loro il proprio telefonino: Sarcina era registrato come “Franco maresciallo”. Poi è stato Calafiore a riconoscerlo in foto.

Così scattano le perquisizioni e gli investigatori nell’appartamento dell’agente ora in pensione trovano dossier e registrazioni di conversazioni. Ma anche il passaporto falso. Scrive il gip: “L’indagato ha contatti con persone ancora da identificare le quali violando il segreto d’ufficio, gli hanno messo a disposizione le informative di polizia giudiziaria prima ancora del loro deposito”.

Proprio sulla mano che allungava le informative a Sarcina si concentrano le indagini dei magistrati: il primo sospetto è che si tratti di qualcuno interno alla Finanza, di un livello tale da conoscere le attività investigative di Roma e di Messina. Seconda pista (per ora poco accreditata), è che dietro ci sia un informatico talmente abile da riuscire a installare un virus nei pc di chi conduce le indagini.

L’inchiesta quindi potrebbe riservare parecchie sorprese: per i pm la vicenda dell’agente Sarcina è solo una tessera di un più complesso mosaico criminale.

L’ex sindaco Pd di Siracusa a giudizio per le firme false

L’ex primo cittadino Pd di Siracusa Giancarlo Garozzo è stato rinviato a giudizio nell’inchiesta Firmopoli. Insieme ad altre 11 persone tra politici, amministratori e funzionari pubblici, dovrà rispondere delle irregolarità nella raccolta delle sottoscrizioni durante la presentazione delle liste alle amministrative del 2013. I magistrati contestano all’ex sindaco di aver fatto autenticare una quarantina di firme in due liste che lo appoggiavano nella corsa per il Palazzo Vermexio. In totale sono 13 le liste coinvolte (tra sinistra, centro e destra) e circa 200 firme false. È stato Giuseppe Patti, capolista di un partito vicino all’ex sindaco, a denunciare le “anomalie” nel dicembre 2016. In origine si è ipotizzato che le griglie delle sottoscrizioni fossero state fotocopiate, in seguito alcuni cittadini hanno disconosciuto la loro scrittura e i dati anagrafici. La sentenza però potrebbe non arrivare in tempo, l’udienza preliminare è fissata per il settembre 2019 e la prescrizione incombe per l’anno successivo.