“Sulla mafia abbiamo solo iniziato: proseguiamo”

Caro direttore,

Ti scrivo dopo aver letto l’intervista al magistrato Catello Maresca, il quale sostiene sul Fatto Quotidiano

di ieri che nel mio Decreto “sul versante della lotta alla mafia manca tutto”. Non è così, anche se lo stesso dottor Maresca riconosce una verità, ovvero che lo strumento del Decreto “non aiuta” perché – com’è noto – deve contenere misure di necessità e urgenza. Ergo, non può essere un testo “completo”.

Mi preme, però, rassicurare i Tuoi lettori e non solo. Nel Decreto sulla Sicurezza ci sono dei passi in avanti. Per esempio è prevista – ed è la prima volta – l’assunzione straordinaria di personale di ruolo per l’Agenzia dei Beni confiscati (70 ragazzi e ragazze in più, con stanziamento ad hoc già previsto). E poi abbiamo inserito l’inasprimento delle pene per i subappalti illeciti. E ancora, ci sono nuove norme per intervenire sui Comuni in odore di mafia. Infine, abbiamo ampliato la platea dei soggetti che potrebbero acquistare i beni confiscati ai boss (c’è un sistema di controllo per evitare finiscano di nuovo in mani sbagliate).

Aggiungo che nel Decreto interveniamo anche contro le occupazioni abusive, che spesso sono un business della grande criminalità, introducendo lo strumento delle intercettazioni telefoniche.

Sono convinto, caro Direttore, che si possa fare sempre di più e sempre meglio. Ma è ingiusto sostenere che il mio Decreto abbia ignorato la lotta alla mafia. Tutt’altro.

Un contributo significativo potrà poi essere offerto dal Parlamento in sede di conversione del Decreto: le misure dovranno essere arricchite e rafforzate. Confermo, infine, che presto sarò a Napoli (come sono già stato a San Luca, a Bari e non solo): non voglio lasciare da soli gli amministratori e i cittadini per bene.

Grazie per l’ospitalità

Il rebus Csm e quei veleni last minute su Palamara

Il responsabile giustizia del Pd ai tempi di Renzi potrebbe davvero diventare oggi vicepresidente del Csm. Sono due i candidati in lizza ma le chance del laico del Pd, David Ermini, superano quelle del laico fatto eleggere da M5s, il docente Alberto Maria Benedetti. Entrambi, fino a ieri sera, erano a pari voti: 11 a 11.

L’ago della bilancia saranno i capi di Corte, membri di diritto: il presidente Giovanni Mammone e il Pg Riccardo Fuzio. E pare che Ermini abbia più frecce al suo arco. I centristi di Unicost si sono allineati ad MI e hanno scelto di votare un uomo di partito. Dunque, il pressing di MI, soprattutto del suo ex leader, Cosimo Ferri, deputato del Pd, è riuscito. Dentro Unicost, sarebbe stato favorevole a Ermini invece Luca Palamara, consigliere uscente e leader influente.

Proprio Palamara, ex presidente Anm, è investito da un’ondata di veleni. Nei palazzi di giustizia romani si parla da giorni di un fascicolo che potrebbe imbarazzare il magistrato. Il Fatto ha verificato ed effettivamente la Procura di Perugia ha ricevuto dai pm romani un fascicolo, senza indagati e senza ipotesi di reato, nel quale sono esaminati i rapporti tra Luca Palamara e l’imprenditore Fabrizio Centofanti, arrestato per fatti diversi nel febbraio del 2018 con accuse che vanno dall’associazione a delinquere alle false fatture fino alla corruzione. Dal fascicolo risulterebbe che il pm Palamara, allora consigliere del Csm e quindi fuori ruolo, avrebbe continuato a frequentare Centofanti anche dopo la perquisizione, avvenuta dieci mesi prima dell’arresto nell’aprile 2017.

Un’indagine che potrebbe risolversi in nulla ma che imbarazza Palamara, uomo chiave nella partita in corso al Csm. Sono falliti tutti i tentativi dei togati di Autonomia e Indipendenza, Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita e dei quattro consiglieri di Area, capitanati da Giuseppe Cascini di far votare tutti i togati per un candidato che non fosse legato a doppio filo a un partito. Invece proprio Ermini, se non ci saranno sorprese, oggi sarà votato dai 10 togati di Mi e Unicost più il suo stesso voto. Per farcela ha bisogno di 14 voti ma, dalla terza votazione, basterà la maggioranza semplice. Quindi la domanda di tutti è cosa faranno i capi di Corte: Mammone è un ex consigliere Csm di Mi e Fuzio di Unicost. Seguiranno le loro correnti o si asterranno come suggerirebbe il loro ruolo? Per il laico vicino al M5S, Benedetti, ci sono sulla carta solo i sei togati di Area e Aei più i tre “prof” fatti eleggere da M5s (Benedetti, Gigliotti, Donati) più i due laici in quota Lega, Basile e Cavanna.

Solo un ripensamento di qualcuno di Unicost o il voto dei capi di Corte potrebbe far nominare Benedetti ma è improbabile. In questo quadro si inserisce la voce di un fascicolo che riguarda i rapporti tra Centofanti e Palamara.

Si dice che nel fascicolo ci sia un’informativa della Guardia di Finanza con la documentazione dei rapporti tra il magistrato e l’imprenditore anche dopo la perquisizione nei confronti di Centofanti dell’aprile 2017.

Nei racconti di corridoio, non nel fascicolo, poi si parla anche di una cena, precedente all’indagine romana su Centofanti, alla quale avrebbero partecipato anche il procuratore Giuseppe Pignatone e il ministro Roberta Pinotti, presenti anche Centofanti e Palamara. Una cena innocente e semi-istituzionale visto che c’erano anche altri personaggi con incarichi pubblici. Il Fatto ha chiesto lumi sulla presunta cena a Pignatone, Pinotti e Palamara ma nessuno ha voluto commentare.

Il fascicolo contiene gli accertamenti della Guardia di Finanza sui rapporti Palamara-Centofanti ed era assegnato a tre procuratori aggiunti: Paolo Ielo, Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli. Nel corso dell’estate è stato trasferito a Perugia, procura competente sui magistrati romani, senza che fosse iscritto nessuno nel registro degli indagati e senza un’ipotesi di reato specifica. Sarà il procuratore Luigi De Ficchy, all’esito dell’indagine, a decidere se archiviare tutto senza nemmeno fare un’iscrizione di un reato o di un indagato. E a decidere se rimettere il fascicolo all’attenzione degli organi competenti su eventuali violazioni disciplinari. Compreso il Csm.

La storia in questione non può restare uno spiffero da usare per le lotte intestine nei corridoi del Csm e della Procura. Se non altro perché l’inchiesta è stata svolta anche da un consigliere del Csm appena eletto e leader di Area, come Giuseppe Cascini, e riguarda (anche se non è indagato) un consigliere del Csm uscente, Palamara, che a sua volta è il leader della corrente Unicost. “Io sono tranquillo – spiega al Fatto Luca Palamara – perché non ho fatto nulla di male. Conosco Centofanti dal 2009 e l’ho frequentato con molti magistrati e anche con ufficiali della Finanza. Se c’è stata una vacanza con lui non ci vedo nulla di male. Io ero fuori ruolo, al Csm, non alla Procura di Roma quando lui è stato perquisito dai miei ex colleghi. Non mi sono mai permesso di chiedere a nessuno nulla su quell’indagine”. Nulla da rimproverarsi per la scelta di continuare a frequentarlo dopo l’inizio dell’indagine prima dell’arresto? “Se esiste il reato di amicizia – prosegue Palamara – io sono da condannare. Dal punto di vista umano non lo ho scaricato dopo la perquisizione. Mi auguravo che riuscisse a dimostrare la sua innocenza. Con il senno di poi ho sbagliato ma con il senno di prima no. Certo mi dispiace molto che questa notizia esca in questo momento e ci vedo una manovra dietro. Mi tutelerò nelle sedi opportune”.

Vilipendio, Bossi dovrà scegliere l’alternativa al carcere

La Procura generale di Brescia ha firmato un ordine di carcerazione nei confronti di Umberto Bossi, il fondatore della Lega Nord. Contestualmente, però, i magistrati hanno emesso anche un decreto di sospensione dell’ordine di esecuzione della pena. Il decreto di sospensione consente all’ex leader della Lega di scegliere entro 30 giorni una misura alternativa al carcere: Bossi potrà optare tra l’affidamento in prova ai servizi sociali, la semilibertà, la liberazione anticipata e la detenzione domiciliare. L’esecuzione avrà corso immediato nel caso in cui decida di non accedere ad alcuna di esse. Il Senatùr era stato condannato in Cassazione a un anno e 15 giorni di reclusione per vilipendio del presidente della Repubblica. Il 29 dicembre 2011 ad Albino, in provincia di Bergamo, in occasione del Berghém Frecc, festa provinciale del partito, aveva insultato l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano (nonché il premier Mario Monti): “Mandiamo un saluto al presidente della Repubblica. Napolitano, Napolitano, nomen omen, non sapevo fosse un terun”. Aveva contemporaneamente accennato il gesto delle corna con la mano destra.

Stop alla legittima difesa: salta la corsia preferenziale

La legittima difesa non sarà legge così presto come avrebbe voluto la Lega, che l’ha incardinata in Senato come provvedimento bandiera da approvare il prima possibile. L’obiettivo iniziale era arrivare al voto entro fine settembre, grazie anche al nuovo regolamento di Palazzo Madama. La riforma (si parte da 8 disegni di legge, ma il presidente della Commissione Giustizia, il leghista Andrea Ostellari, lavorerà a un testo unificato) era in sede redigente: ovvero all’aula sarebbe toccata solo la votazione finale. È stato Pietro Grasso (LeU) a richiedere che il provvedimento passasse in sede referente, cioè con la solita procedura che prevede esame e votazione degli emendamenti sia in commissione che in aula. Il Regolamento lo rende possibile su esplicita richiesta. In questo caso, è stata di un quinto dei componenti della Commissione (a firmare la richiesta di Grasso sono stati anche alcuni senatori Pd). Ora, con l’ingorgo della sessione di bilancio, il provvedimento rischia di slittare all’inizio del 2019.

Sui tempi, dunque, la Lega subisce uno stop. Ma pure sulla forza del messaggio. “Un’indagine sarà sempre necessaria, è ovvio”. Tocca all’ex pm, Carlo Nordio, già presidente della Commissione per la riforma penale, il più vicino alle posizioni della Lega, dire la verità, durante le audizioni in Commissione. Che un’indagine, in caso di un morto in seguito a presunta legittima difesa, è inevitabile è un’ovvietà giuridica. E un procedimento non aggirabile. Eppure la Lega sta lavorando il più possibile sui “confini” legali. Come? Punta a far archiviare i procedimenti in base a un meccanismo che si vuole automatico, visto che la presunzione di legittima difesa, nella proposta del Carroccio, diventa assoluta. Ma l’automatismo è impossibile. Si gioca però sulle parole, cercando di far passare un messaggio più radicale di quanto potrà esserlo la legge. È stato ancora una volta Grasso a porre la domanda decisiva, martedì: “È possibile sottrarsi all’inizio del procedimento penale, all’inizio dell’indagine? Ci sono stati degli interventi in cui è stato detto che se c’è una presunzione assoluta non deve iniziare il procedimento”. Dopo un certo imbarazzo tra i presenti, è Nordio che spiega: “Lasciamo stare quello che dicono le vittime. Ognuno vede la realtà attraverso la lente deformata dei suoi pregiudizi. Ovviamente la risposta mia è assolutamente negativa. Un’indagine sarà sempre necessaria è ovvio”. Perché poi, “non si può mica escludere che la legittima difesa sia stata preordinata dal difeso, che chiama in casa di notte l’amante della moglie, fa finta che sia un ladro e lo uccide”.

Ma poi ci tiene a dire: “Sono favorevolissimo all’idea che si risarciscano le spese legali”, visto che è lo Stato “che non è riuscito a garantire un diritto”. Lo stesso Nordio nel 2015 in un’intervista al Corriere diceva: “Perché se lei spara a un bandito che la minaccia deve automaticamente trovarsi indagato per omicidio?”. Di fronte al diritto, gli tocca capitolare.

Lattanzi: “Anche in Italia tendenze contro la Carta”

In Europa, Italia compresa, si aggirano idee vergognose. È la sostanza di quanto ha detto il presidente della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi durante la conferenza stampa per raccontare una meritevole iniziativa: per la prima volta i giudici andranno nelle carceri italiane, a partire dal 4 ottobre, perché la Costituzione è “una legge suprema, scudo nei confronti dei poteri dello Stato, che neppure il legislatore con le sue mutevoli maggioranze può violare”. Tutela tutti i cittadini, compresi i detenuti, pure “stranieri, immigrati regolari o irregolari”. Sollecitato sul tema dei diritti, Lattanzi ha esternato le proprie preoccupazioni con riferimento, sia pure implicito, al sovranismo leghista e di altri Paesi Ue: “In Europa e non solo c’è un clima politico e culturale che è cambiato. Ci sono orientamenti politici che, senza entrare nel merito, mi pare contrastino con il significato della Costituzione. Alcune idee, orientamenti, non so quanto consistenti, che un tempo si vergognavano di comparire e rimanevano nascosti, oggi invece circolano in Europa. La Costituzione e i giudici sono un baluardo contro questi orientamenti”.

L’Italicum, la Madia, la Buona scuola & C: tutte le leggi illegittime dei “competenti”

Il Jobs Act è soltanto l’ultima vittima, in ordine cronologico, delle pronunce di illegittimità costituzionale con cui la Consulta è intervenuta negli ultimi anni. A finire male nel 2017 è stato l’Italicum, la legge elettorale che nel 2015 aveva introdotto un nuovo sistema elettorale per la sola Camera dei Deputati (in vista della riforma che avrebbe dovuto cambiare la natura del Senato e che poi fu bocciata dal referendum del 4 dicembre). Tra le questioni di legittimità costituzionale, sollevate da 5 diversi Tribunali ordinari, la Corte ha accolto quelle relative al turno di ballottaggio e alle disposizioni che consentivano al capolista eletto in più collegi di scegliere a sua discrezione il proprio collegio di elezione.

Anche la riforma Madia è stata dichiarata parzialmente illegittima il 25 novembre 2016 perché lesiva in alcuni punti chiave – quelli riguardanti i dirigenti pubblici, l’organizzazione del lavoro, le società partecipate e i servizi locali – dell’autonomia delle Regioni. A fine dicembre 2016 è toccato alla Buona Scuola: la Consulta ha dichiarato incostituzionali i due punti riguardanti l’edilizia scolastica e agli asili, salvando di fatto l’impianto complessivo. Una delle prime censure di legittimità del 2018 ha travolto il decreto salva-Ilva varato dal governo Renzi che consentiva la prosecuzione dell’attività di impresa nonostante il sequestro disposto dall’autorità giudiziaria. La Corte Costituzionale ha ritenuto che il legislatore (anche) in quell’occasione avesse privilegiato le esigenze di iniziativa economica a scapito della tutela della vita, oltre che dell’incolumità e della salute dei lavoratori.

Ancora alla Corte è toccato rimaneggiare, a tutela dei lavoratori, il Codice di procedura civile: ad aprile 2018 è stato dichiarato incostituzionale l’art. 92 nella parte in cui – a seguito del decreto del 2014 del governo Renzi – impediva in via generale al magistrato di compensare tra le parti le spese di giudizio. La previsione risultava particolarmente afflittiva per i lavoratori costretti ad andare in giudizio per rivendicare i propri diritti, perché al rischio di perdere la causa si aggiungeva quello di dover pagare, in caso di soccombenza, le spese della controparte, ossia il datore di lavoro. Sonora bocciatura da parte della Consulta anche per il progetto di costituire enti unici regionali per il diritto allo studio, misura contenuta nella manovra 2017 e sulla quale aveva proposto ricorso la Regione Veneto. A maggio 2018 è stata decretata l’incostituzionalità anche del raddoppio surrettizio della durata di una manovra di finanza pubblica a carico delle Regioni a Statuto ordinario: è illegittima l’estensione al 2020 del contributo di 750 milioni di euro imposto con la legge di Bilancio nazionale del 2017.

Soldi per gli ingiusti licenziamenti: Consulta vs Jobs act

Arriva un altro colpo di accetta al Jobs Act, ma questa volta a scagliarlo è la Corte costituzionale. A essere travolto è il meccanismo di calcolo del risarcimento che l’azienda deve al lavoratore quando lo licenzia ingiustamente: così come previsto dalla riforma renziana del 2015, dice la Consulta, è incostituzionale. L’indennizzo fisso e agganciato solo al numero di anni passati al servizio dell’impresa, insomma, è in contrasto con i principi di ragionevolezza e uguaglianza. Probabilmente la Consulta ha accolto la tesi per la quale i giudici debbano poter decidere caso per caso e stabilire la cifra in base a quanto è grave il danno che subisce la persona allontanata ingiustamente dall’impresa.

La questione era stata rimessa alla Corte costituzionale a luglio 2017 dal Tribunale di Roma, che stava esaminando il licenziamento di una donna. Era stata assunta da un’azienda a maggio 2015; due mesi prima il Jobs Act aveva cancellato l’articolo 18 (con il diritto al reintegro in caso di licenziamento illegittimo) per i contratti nati dopo il 7 marzo 2015. Il 15 dicembre dello stesso anno la donna è stata licenziata per ragioni economiche, ossia per “giustificato motivo oggettivo”. Assistita dalla Cgil, con l’avvocato Carlo De Marchis, ha fatto ricorso al Tribunale. Per i giudici non c’era ragione di metterla alla porta, ma si sono accorti che la lavoratrice, essendo in servizio da pochi mesi, aveva diritto alla tutela minima: solo un risarcimento di quattro mensilità.

Per il Jobs Act, infatti, l’indennizzo era pari a due stipendi per ogni anno di anzianità (minimo quattro e massimo 24 mensilità). I magistrati non hanno alcun potere discrezionale, nemmeno quello di valutare la gravità della violazione e la condizione di sofferenza del licenziato. “Facciamo due esempi – spiega l’avvocato De Marchis – Se a essere allontanato è un uomo molto vicino alla pensione, il pregiudizio subito sarà lieve. Se invece viene cacciato un giovane con figli e un mutuo, il danno sarà ben più grave. Eppure con il Jobs Act a queste due situazioni, così diverse, si applica la stessa disciplina: un risarcimento in base alla sola anzianità”.

Una discriminazione, insomma. La Corte costituzionale ha comunicato ieri di aver condiviso questo rilievo mosso dal Tribunale. Nemmeno il decreto Dignità – che ha fatto salire l’indennizzo minimo a sei mensilità e quello massimo a 36 – ha sanato l’incostituzionalità, perché il meccanismo di calcolo è rimasto uguale.

Per il Tribunale esisteva anche un’altra discriminazione. Se la donna fosse stata assunta prima del 7 marzo 2015, avrebbe avuto diritto a riottenere il posto di lavoro, con il vecchio articolo 18, o al massimo a un indennizzo minimo pari a 12 mensilità. Ben più povera, invece, la tutela garantita dal Jobs Act. Un sistema che premia chi ha avuto la fortuna di essere assunto prima, anche nella stessa azienda e con stesse mansioni. La Corte, però, in questo caso è stata di diverso avviso, probabilmente condividendo la difesa dell’Avvocatura dello Stato, per la quale “il fluire del tempo costituisce valido elemento di diversificazione delle situazioni giuridiche”.

A breve sarà depositata la sentenza e conosceremo motivi e conseguenze della decisione. Per ora è possibile avanzare ipotesi: probabilmente da ora in poi – se il governo non dovesse intervenire – continueranno ad applicarsi il minimo di sei e il massimo di 36 mensilità ma i giudici dovranno decidere caso per caso e non applicare l’automatismo disegnato dal Jobs Act. Quello subito ieri dalla riforma del lavoro targata Matteo Renzi è, per il giuslavorista Michele Tiraboschi che ha parlato con Repubblica, “il colpo mortale”. Per la segretaria Cgil Susanna Camusso, è l’occasione giusta per tornare a parlare di ripristino dell’articolo 18.

La grave ingiuria della scuola media

Grande indignazione tra le file del Capitano leghista per l’ignobile esercitazione in una scuola media di Castel di Rio, in provincia di Bologna. Una professoressa avrebbe dettato ai suoi alunni questa traccia per un tema: “Come facciamo a cacciare Salvini?”. I siti di destra si sono scatenati: “È uno schifo”. La comunicazione del ministro si è attivata immediatamente per stroncare la scandalosa iniziativa che minaccia l’indipendenza della scuola pubblica. Il Nostro sui social si è espresso con risolutezza e buonsenso: “Scriverò al ministro della Pubblica Istruzione. Un abbraccio a quei bimbi da parte di un papà che lavora per una scuola senza pregiudizi politici e in un Paese libero”. Il messaggio ovviamente è stato condiviso da moltitudini di simpatizzanti. S’è mosso tempestivamente anche il consigliere leghista in Emilia Romagna Daniele Marchetti, solerte nel denunciare l’incredibile avvenimento e nel ricostruirne le responsabilità. E alla fine cosa si scopre? Era l’ennesima bufala diffusa dal ministro. Nessun insegnante ha mai dettato una traccia contro il capo della Lega. Era invece un esercizio in cui ognuno dei ragazzi doveva scrivere un elenco dei propri desideri. E uno di loro si è chiesto: “Come facciamo a cacciare Salvini?”. Uno scherzo, insomma. Che il Capitano ha trasformato in uno scandalo nazionale.

“Dopo 20 anni di vittorie voglio la frequenza”

Una lettera al presidente del Consiglio e una al ministro dello Sviluppo. Le ha spedite il 18 settembre scorso l’editore romano Francesco Di Stefano per chiedere che venga applicata una sentenza della Corte di Giustizia europea che gli permetterebbe di avere una nuova frequenza tv. È l’ultimo capitolo di una saga che vede Di Stefano battagliare da vent’anni per la possibilità di creare una tv nazionale fuori dell’oligopolio Rai-Mediaset, in un guazzabuglio normativo e amministrativo nel quale i governi e l’Autorità garante per le comunicazioni hanno assecondato più che altro gli interessi del colossi dominanti. La speranza dell’editore è che il nuovo esecutivo si mostri meno deferente.

La saga. Alla fine degli anni 90 Di Stefano raggruppa una serie di emittenti locali per fondare Europa 7. Nel 1999 il governo D’Alema, cercando di mettere ordine in un sistema in cui ogni successiva stratificazione normativa e giurisprudenziale aveva lasciato le cose com’erano, indice una gara pubblica. Europa 7 si aggiudica una delle otto concessioni nazionali in palio. Ma non può trasmettere, perché gli sono negate le frequenze: sono quelle che avrebbe dovuto liberare Rete4, l’emittente di Mediaset che dovrebbe traslocare sul digitale satellitare, ma prosegue sui canali analogici con un’abilitazione provvisoria, dato che per l’Agcom non ha ancora un “congruo sviluppo delle antenne satellitari”, condizione stabilita dalla legge Maccanico. Di Stefano comincia a far partire ricorsi e richieste di risarcimento. Arrivano una serie di sentenze che dovrebbero soddisfare le richieste di Europa 7, ma arriva anche, nel 2004, la legge Gasparri, che salva di nuovo il monopolio Mediaset, allargando il ventaglio di mezzi su cui calcolare i tetti pubblicitari anti-monopolio. La svolta per Europa 7 arriva col passaggio al digitale terrestre: nel 2008, a Di Stefano viene assegnato un multiplex (Mux) di frequenze, il canale 8 Vhf; nell’aprile 2010 per completare la copertura gli vengono assegnate frequenze integrative (“cerotti Uhf” in gergo). Europa way, il nuovo nome della società, può quindi trasmettere su scala nazionale e avvia un progetto per una nuova piattaforma ricevibile anche su dispositivi mobili, il cui lancio è atteso nei prossimi mesi. La Corte europea dei Diritti umani nel 2012 ha inoltre riconosciuto a Di Stefano un risarcimento di 10 milioni, a carico dello Stato italiano.

L’ultimo capitolo. Nel 2012 il governo Monti annulla la procedura per assegnare ulteriori frequenze digitali indetta l’anno prima dal governo Berlusconi. Un beauty contest (valutazione delle offerte), in cui Europa Way era stata l’unica a partecipare, e quindi a vincere, per il lotto di frequenze del canale 6 Vhf; Rai, Mediaset e Telecom sono assegnatari degli altri cinque lotti. Ma se alla tv di Di Stefano non va nulla, negli anni successivi, il ministro dello Sviluppo concede agli altri (Cairo communication è succeduta a Telecom come editore di La7) le frequenze richieste, per risolvere “problematiche interferenziali”.

Nuovo ricorso di Europa Way alla Corte di Giustizia europea che, il 26 luglio 2017, gli dà ragione. Non solo: afferma che Rai e Mediaset hanno avuto più multiplex del necessario. Il Consiglio di Stato, che deve recepire la sentenza europea, si riunisce oggi, se il dispositivo fosse accolto integralmente, sarebbero da ridiscutere tutte le concessioni. “Le sentenze della Corte sono immediatamente esecutive”, fa notare Di Stefano, “Ma a noi non interessa che vengano tolte frequenze agli altri, basta che ci diano quelle che ci spettano”.

Editoria, la lunga crisi di B. Belpietro prende Panorama

Come l’assassino che torna sempre sul luogo del delitto, Maurizio Belpietro, direttore di Panorama una decina di anni fa, dal 2007 al 2009, si ripresenta da protagonista nella sala comando di quello che fu il fiore all’occhiello tra i giornali della Mondadori. Questa volta nella veste di padrone. Nel senso che Belpietro, che due anni fa fondò il quotidiano La Verità, Panorama se lo compra proprio. Dopo settimane di trattative dietro le quinte, ieri mattina si è riunito a Segrate il Consiglio di amministrazione della casa editrice di proprietà di Silvio Berlusconi e ha accettato la proposta di acquisto vincolante presentata dal giornalista. Il quale in contemporanea ha pubblicato sul giornale La Verità poche righe per dire che il suo quotidiano sta andando bene e per anticipare che in serata, durante una festa a Roma per celebrare il secondo compleanno della testata, avrebbe annunciato l’avvio di “altri importanti progetti”.

Belpietro mette le mani su Panorama con la società La Verità di cui è proprietario al 60 per cento e di cui è socio Mario Giordano, altro giornalista di peso. Al momento non sono stati comunicati i contenuti economici dell’affare. Belpietro ha battuto gli Angelucci, i signori delle cliniche romane e del Sud Italia che erano stati i suoi editori a Libero e che almeno fino all’inizio dell’estate sembravano i pretendenti più accreditati per rilevare la gloriosa ma acciaccatissima testata berlusconian-mondadoriana. Secondo indiscrezioni insistenti, per rilevare Panorama gli Angelucci volevano essere pagati. Pretendevano cioè una dote dalla Mondadori come stessero facendole un favore sgravandola di un peso e un fastidio, considerato lo stato deficitario cronico e le prospettive non proprio brillanti della testata. È molto probabile che anche Belpietro abbia trattato la faccenda con lo stesso approccio.

Il suo progetto editoriale però diverge completamente da quello degli Angelucci. Questi ultimi avevano intenzione di trasformare Panorama in un prodotto da allegare ai quotidiani del loro gruppo: Libero, Il Tempo, i Corrieri del Centro Italia. Belpietro ha un piano diverso e più ambizioso: “Non ci penso proprio a trasformare Panorama in un semplice allegato della Verità”, dice al Fatto Quotidiano. “Ho intenzione di mandarlo in edicola da solo. So che è un’idea in controtendenza, ma anche quando due anni fa fondai La Verità, quotidiano di carta, mi dicevano che era una pazzia, ma il giornale sta in piedi, vende 26 mila copie e ad agosto è cresciuto del 14 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente”.

Chi conosce i meccanismi dell’editoria sa però che una cosa è far nascere un giornale nuovo e un’altra è tentare di riportare all’onor del mondo un settimanale che fu un levriero, ma è diventato un bracchetto. Fondato nel 1962, Panorama tra gli anni Ottanta e la fine del secolo passato fu una testata autorevole e una macchina da soldi, con una foliazione che superava spesso le 300 pagine a numero, una raccolta pubblicitaria super e il traguardo del milione di copie a portata di mano. La realtà di oggi è lontana anni luce da quei record: le perdite sono da tempo superiori ai 4 milioni di euro l’anno, le copie vendute in edicola sono poche migliaia, la foliazione non supera le 100 pagine e lo spazio per la pubblicità è ormai una miseria.

I costi fissi, invece, sono molto elevati: 5 milioni e 600 mila euro di cui 4,8 per gli stipendi dei dipendenti, una redazione di 24 giornalisti, quasi tutti con una qualifica superiore a quella di redattore, e 6 grafici e editoriali. Più la sfilza dei collaboratori che costano complessivamente più di un milione di euro, alcuni prestigiosi e molto ben remunerati come Bruno Vespa, Giuliano Ferrara, Claudio Martelli, Augusto Minzolini. È sulla riduzione di questi costi che probabilmente Belpietro sarà costretto a concentrarsi. Al confronto la sua Verità è un giocattolino con un direttore, un condirettore, 2 vice, 4 giornalisti a tempo pieno e altri 2 per l’online, un grafico e i collaboratori.