Martina pronto a dimettersi per dare il via al congresso

Il segretariodel Pd, Maurizio Martina, si avvia a concludere la sua (breve) esperienza. Ci aveva sperato a un certo punto di poter essere non solo un traghettatore, ma di assumere davvero la guida del Pd. Gli sono bastati pochi mesi per capire che non è possibile. E soprattutto che il congresso non è rimandabile.

Così, sarebbe pronto a dimettersi. Dimissioni tecniche, necessarie a dare il via all’assise dem. E dunque, il suo addio potrebbe arrivare dopo la manifestazione di domenica. E comunque entro un mese: ovvero, l’ultima data possibile è dopo la Conferenza programmatica, in agenda alla fine di ottobre.

Nel frattempo, Nicola Zingaretti e Matteo Renzi non se le mandano a dire. “Nessun accordicchio con i 5stelle. Dobbiamo riconquistare un popolo”.

Il governatore del Lazio ha affidato a Twitter la replica a Renzi, che ieri in Tv aveva bocciato la sua candidatura alla segreteria del Pd perché “ambiguo con il M5S”.

E intanto, l’ex premier continua a non avere un candidato.

Caso chiuso: Carlotto resta al suo posto

La Rai prova a chiudere il caso di Massimo Carlotto: potrà continuare a condurre senza problemi il programma Real Criminal Minds, un ciclo di puntate ispirate ai più spietati killer della storia, nonostante le polemiche. Approdate in Parlamento con un’interrogazione di Fratelli d’Italia contro lo scrittore noir che è stato condannato a 18 anni di carcere per – si legge nel testo dell’interrogazione – “aver massacrato a coltellate nel ‘76 una ragazza padovana, Margherita Magello”, ma fuggito in Messico prima della condanna definitiva.

Estradato poi in Italia “ha scontato solo sei anni di pena” prima di essere graziato per motivi di salute nel 1993 dall’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro”. Fabio Rampelli e Giorgia Meloni chiedono di sostituire Carlotto (“all’epoca dei fatti appartenente alla formazione parlamentare di Lotta Continua”) dalla conduzione del programma come segno di rispetto per la memoria della vittima. Sollecitazione respinta dall’azienda. Che nella risposta pervenuta alla Commissione di Vigilanza ha fatto sapere che la scelta di affidargli il programma “è stata fatta tenendo conto del suo skill professionale”: i suoi libri sono tradotti in molte lingue, ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. E ancora: è anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con diversi quotidiani e riviste. “In tale quadro, pertanto, pur nella consapevolezza delle potenziali criticità collegate alla sua vicenda processuale, si è ritenuto che Carlotto potesse fornire un contributo editoriale in grado di apportare un valore aggiunto al programma per come strutturato”. Che si occupa di fatti di sangue internazionali, con una introduzione breve, in tutto 2-3 minuti. Il caso è chiuso, le polemiche meno.

Come quelle che riguardano la giornalista del Tg1, Claudia Mazzola che avrebbe voluto entrare nel cda Rai. Dopo aver sottoposto il suo curriculum alla consultazione della piattaforma Rousseau dei 5 Stelle, come ha sottolineato Michele Anzaldi del Pd. Che ha chiesto all’azienda per quale motivo non sia stata nel frattempo spostata “ad altra redazione, diversa da quella politica” in cui ha continuato a seguire “proprio il Movimento per le principali edizioni del Tg1”. Nella risposta l’azienda ha ricordato che la giornalista ha presentato la propria candidatura attraverso la procedura disposta dal Senato e dalla Camera. E che “evidentemente proposta secondo norme di legge non può costituire discrimine rispetto all’esercizio della professione di giornalista”.

E i giornalisti del concorsone Rai del 2014? L’assunzione dei primi 100 classificati si è conclusa nel 2017, mentre “nelle prossime settimane per esigenze di copertura del turn over” si arriverà fino al numero di 196 (201 per effetto degli ex aequo). Insomma alla scadenza della graduatoria il prossimo 15 ottobre sarà stata assorbita circa la metà dei candidati esaminati. Per gli altri 200 non sembra esserci speranza, almeno a interpretare la risposta all’interrogazione presentata di Mirella Liuzzi del Movimento 5 Stelle: il concorsone infatti non ha implicato un giudizio di idoneità, presupposto indispensabile per le assunzioni del nuovo contratto di servizio 2018-2020.

Foa presidente per un voto: “Non giudicatemi per i tweet”

“Domenica è il mio compleanno. Chissà che non riceva un bel regalo…”. Il dono che Marcello Foa si augura all’inizio della sua audizione in commissione di Vigilanza, all’ora di pranzo, si materializza all’ora di cena. Ma arriva per il rotto della cuffia. Foa, infatti, incassa 27 voti, che rappresentano esattamente il quorum dei due terzi della commissione. Tre sono stati i voti contrari, più una scheda nulla e una bianca. A votare sono stati 32 componenti su 40, perché il Pd (7 parlamentari) e Pier Ferdinando Casini non hanno partecipato. Sta di fatto, però, che a Foa sono mancati 2 voti. Sulla carta, infatti, il neo presidente poteva contare su 29 sì (il presidente della Vigilanza Alberto Barachini ha votato scheda bianca) e invece si è fermato a 27. Rispetto alle previsioni, c’è stato un voto contrario in più e una scheda nulla. Con polemica finale scatenata da Michele Anzaldi: “Avete taroccato il voto!”. “Le indicazioni di voto erano chiare, nessun errore”, la risposta di Barachini.

Anche se con il minimo dei voti, però, Marcello Foa è stato eletto presidente della Rai. Grazie soprattutto alla giravolta di Forza Italia che, rispetto ad agosto, ha dato il suo via libera dopo un braccio di ferro durato settimane tra Salvini e Berlusconi. “È cambiato il metodo, ora condiviso, e il merito, dopo aver ascoltato Foa. Quindi voteremo a favore”, ha annunciato Giorgio Mulè (FI) al termine dell’audizione. Un voto che, nel caso della Vigilanza, fotografa l’allargamento della maggioranza gialloverde a FI e Fratelli d’Italia. Ieri, però, è stato il giorno di Marcello Foa, che per la prima volta parlava in pubblico. La curiosità era molta e i riflettori erano puntati tutti su di lui. E il neo presidente non se l’è cavata male. Anche grazie a domande un po’ blande da parte degli oppositori, Pd e LeU. Più impegnati a capire perché quel tal giorno Foa ha ritwittato le parole del leader CasaPound, Simone Di Stefano, o, quell’altro, la “sovranista” Francesca Totolo, senza però mai andare al nocciolo delle questioni. “Giudicatemi per quello che dico e scrivo. Ritwittare contenuti sui social, magari di persone che nemmeno si conoscono, non significa aderire. A volte lo si fa perché li si ritiene solo interessanti…”, ha spiegato Foa. Poi c’è la questione della riproposizione del suo nome in Vigilanza dopo la prima bocciatura, che ha scatenato una guerra di pareri legali e su cui si preannunciano ricorsi. “Io non ho chiesto di fare il presidente della Rai e nemmeno il consigliere. Dopo il mancato raggiungimento del quorum, mi sono rimesso a chi mi aveva indicato, ovvero il Mef, da cui non è giunta nessuna indicazione a farmi da parte. Se avessi avuto il minimo sentore che il mio nome per legge non fosse riproponibile, mi sarei fatto da parte”, racconta l’ex cronista del Giornale.

E si arriva a Mattarella, che Foa in un tweet di qualche tempo fa giudicò “indegno”. “Non è mai stata mia intenzione offendere o mancare di rispetto al capo dello Stato, per cui nutro un profondo rispetto per la carica che ricopre e per la sua storia familiare”, ha sottolineato il neo presidente. Che però un paio di gaffe le ha fatte. La prima dicendo di “essere stato indicato dal governo”, quando invece l’indicazione del presidente spetta, per legge, al Cda, come gli fa notare Antonello Giacomelli (Pd) e pure l’Usigrai. La seconda è aver glissato alla domanda su suo figlio, assunto nello staff della comunicazione di Salvini. Non proprio un bel biglietto da visita.

Per il resto, in audizione, Foa ha precisato che i suoi capisaldi “sono l’indipendenza dell’informazione e il pluralismo”, valori che intende portare avanti anche in Rai. E a questo proposito ha ricordato di aver offerto a Ferruccio de Bortoli una collaborazione sul Corriere del Ticino quando fu costretto alle dimissioni da Via Solferino. “Non ho mai avuto tessere di partito, il mandato che ho ricevuto non è politico ma professionale”, ha spiegato Foa, ricordando di essere “un liberale vecchio stampo, allievo di Indro Montanelli e Mario Cervi”. Unica nota programmatica sulla Rai, “l’intenzione di recuperare velocemente il terreno perso sul web, che rappresenta il punto più debole della tv di Stato”. “Evviva, ora in Rai tornerà la meritocrazia”, ha twittato Luigi Di Maio. Ultimo passaggio, la ratifica da parte del Cda di Viale Mazzini, convocato questo pomeriggio.

 

Sentito l’ingegnere delle Autostrade: “Piloni erano integri”

I tagli alle spese. La riduzione agli investimenti per la sicurezza dopo il 1999 di cui parlano i periti del ministero. I controlli al ponte dal 1991 in poi. E i lavori di ristrutturazione del pilone 11 nel 1993. La Procura di Genova sta ripercorrendo la storia del ponte Morandi. Ieri i pm hanno sentito come testimone, non indagato, l’ingegner Gabriele Camomilla che in quegli anni era direttore della Ricerca e della Manutenzione per Autostrade. È l’esperto che tra il 1992 e il 1993 curò il refitting totale del pilone 11, quello ancora perfettamente integro. Camomilla il 17 agosto aveva raccontato al Fatto: “Negli anni 90 facevamo ispezioni molto accurate, lo dimostra il fatto che al ministero ci sono centinaia di pagine di documenti sul Morandi. Stavamo giorni appesi ai piloni alti novanta metri. Durante uno di questi controlli scoprimmo che sull’ultima porzione di uno strallo, in cima alla struttura del numero 11, il cemento aveva lasciato scoperta una porzione d’acciaio”. Si era prodotta una variazione della tensione del 30% circa. “In pochi giorni avviammo l’intervento. Oggi il pilone 11 ha 48 cavi che lo sostengono e si possono sostituire uno per volta”. E gli altri piloni? “All’epoca erano perfettamente integri”.

I giornaloni nascondono la relazione sul crollo

La relazione della commissione ispettiva nominata dal ministero dei Trasporti sul crollo del ponte Morandi, pubblicata martedì, ha messo nero su bianco conclusioni sconcertanti. Una per tutte: Autostrade “pur a conoscenza di un accentuato degrado” delle strutture portanti del viadotto “non ha ritenuto di provvedere, come avrebbe dovuto, al loro immediato ripristino”. Insomma, il gruppo controllato dalla famiglia Benetton “sapeva, ma non ha fatto nulla” (come si leggeva ieri sulla prima pagina del Fatto). E il resto della grande stampa nazionale come ha raccontato il documento che indica i responsabili di questa assurda tragedia nazionale? Come nulla fosse, o quasi.

La vera notizia – per Repubblica, Stampa, Corriere della Sera, Sole 24 Ore, Messaggero – era lo scontro tra governo e Ragioneria dello Stato sul decreto per Genova. Alle sconvolgenti conclusioni della relazione sono stati dedicati articoli brevi, immancabilmente nascosti nel taglio basso delle pagine. Pure nella titolazione, grande cautela: nessuno si è dimenticato di citare la versione di Autostrade: Repubblica, nell’occhiello: “Ipotesi e accuse infondate”, La Stampa nel catenaccio: “Soltanto ipotesi, controlli ok”, Il Sole: “Test accurati, no allarmi”.

Autentico capolavoro infine sul Messaggero di Caltagirone: il titolo che introduce l’articolo (breve) è su due righe. Vengono spartite con saggezza salomonica. Nella prima c’è la “versione” degli ispettori (“Per la Commissione Mit rischi sottovalutati”), nella seconda la replica degli accusati (“Autostrade: test accurati, non c’era allarme”). Pari e patta.

“Ola al funerale? Non scherziamo”

Le parole di Renzi sulla ola al funerale? “Non capisco con che faccia parli ancora”. La relazione dei periti del ministero? “Quanta rabbia ho provato”. E il decreto fantasma del governo, le mille promesse dei ministri? “Ora basta parole”. Egle Possetti nella tragedia del ponte ha perso una sorella, due nipoti e il cognato. Abitavano vicini, a Pinerolo. Egle non vuole polemiche, fa uno sforzo fisico per sostenere la propria voce.

Ha paura di arrendersi?

Io per anni ho fatto politica, ero consigliera comunale. Poi ho deciso di smettere, non ci credevo più. Ma adesso è come se mia sorella mi avesse richiamato a impegnarmi. Dobbiamo scoprire la verità sul Morandi. E noi parenti delle vittime dobbiamo restare uniti, perché tra due mesi nessuno parlerà più dei nostri morti.

Lei martedì ha deciso di essere presente all’incidente probatorio di Genova. Perché?

C’erano pochi parenti. Ma il nostro avvocato ha detto che poteva essere importante. E noi siamo andati, anche se è stato doloroso. La cosa più squallida è stato vedere che quasi tutti gli indagati non sono venuti. C’erano solo i loro avvocati, i periti. In aula ho visto gente che rideva e faceva battute a due passi da noi parenti.

Non crede più che possa essere fatta giustizia?

Ho fiducia nel gip e nei pm, negli investigatori. Lavorano giorno e notte, un pugno di persone contro un esercito di avvocati tutti eleganti.

Intanto fuori dall’aula crescono le polemiche. Renzi in tv ha detto: “Hanno organizzato (Lega e M5s, ndr) la ola al funerale di Stato, che sembrava una roba da Curva Sud”.

Noi abbiamo deciso di non partecipare ai funerali di Stato. Ma davvero non capisco con che faccia quell’uomo riesca ancora a parlare. Deve solo stare zitto su questa tragedia. Non ho stima di Matteo Salvini, un po’ più di Luigi Di Maio, ma mi sento più tranquilla se il governo che si occuperà di Autostrade e della tragedia non è il prosieguo di quelli del Pd.

Intanto arrivava la relazione dei tecnici incaricati dal ministero che critica i controlli sul ponte, parla di poche decine di migliaia di euro spesi…

Viene fuori soltanto adesso, che rabbia! Mi chiedo cosa abbiano fatto in questi anni i signori di Autostrade, ma anche chi al ministero doveva vigilare. Nessuno si è mosso e ora mia sorella, i miei nipoti, mio cognato e altre 39 persone sono morti. Fa male. E dispiace anche vedere l’ad di Autostrade, Giovanni Castellucci, indagato, presentare il progetto di Renzo Piano accanto al governatore Giovanni Toti e al sindaco Marco Bucci.

Ma l’azione del governo le sembra adeguata? A Genova montano le proteste dopo tanti annunci e tante promesse…

Adesso basta parole. Servono i fatti. Non conta niente dichiarare di essere il governo del cambiamento, bisogna dimostrarlo. Subito. Sono già passati 45 giorni. Ne va della dignità dello Stato e della vita dei genovesi.

Temete di essere dimenticati?

A volte tutto questo, le polemiche, le promesse, mi pare così lontano. Ormai mia sorella e i miei nipoti che amavo tanto non ci sono più. Era così bello vivere vicini, parlarsi. E non me li restituirà più nessuno. Ma spero che almeno questo disastro sia un giro di boa. Che qualcosa cambi. Chi ha causato la tragedia ha una responsabilità spaventosa. Bisogna mandarli in carcere e buttare via la chiave.

Il dl Genova è ostaggio del Tesoro da otto giorni

Alla fine al Quirinale, per fare un po’ più in fretta, ieri è arrivato informalmente il famoso decreto per Genova coi puntini al posto delle cifre: i profili di incostituzionalità, ovviamente, possono essere valutati anche così in attesa dell’altrettanto famigerata bollinatura del testo da parte della Ragioneria generale dello Stato, che tarda per motivi misteriosi o forse fin troppo chiari. Come Il Fatto scrive da una settimana, questa procedura di scrittura del decreto è largamente illegittima secondo il regolamento di Palazzo Chigi, che non prevede il voto sui “titoli” di un testo di legge, ma l’analisi puntuale in Consiglio dei ministri e una successiva frase di drafting: un modo di legiferare, peraltro, in uso da anni e che non aveva mai sollevato particolare scandalo nel resto della stampa italiana.

Una procedura opaca, lo ribadiamo, che favorisce il lavoro spesso oscuro delle varie burocrazie ministeriali alle spalle o contro gli organi politicamente responsabili, cioè i membri del governo: non basta a sanarla l’approvazione “salvo intese” arrivata ormai due settimane fa, il 13 settembre, per mere ragioni propagandistiche (il giorno dopo il premier Giuseppe Conte partecipava alle celebrazioni a un mese dalla tragedia).

Diversa è la questione dei “puntini” inseriti nel testo al posto di alcuni costi e coperture del decreto che è sostanzialmente la prassi in questi casi (Il Fatto potrebbe produrre decine di bozze del genere prodotte negli ultimi anni) ed è invece tranquillamente coperta dal “salvo intese” con cui Palazzo Chigi ha licenziato il cosiddetto “decreto emergenze.” Eppure la vicenda ha appassionato i grandi media e quindi va spiegata.

Tutto nasce dalla fretta (propagandistica) con cui è stato approvato il decreto: il testo prodotto il 13 settembre, di fatto, viene completamente riscritto e quasi raddoppia in volume martedì scorso, dopo l’incontro tra Conte e i due maggiori scontenti del primo testo, il governatore ligure Giovanni Toti e il sindaco di Genova Marco Bucci. Quel testo si cristallizza nella bozza del 19 settembre – cambiata ancora, ma in misura minore, nel corso dei giorni – che è quella pubblicata adesso dai giornali e che, raggiunto l’accordo politico, viene inviata al ministero dell’Economia per trovare le coperture. E lì s’è fermato per una settimana nonostante, ribadiscono fonti di governo, le rassicurazioni dei tecnici di via XX settembre sul rapido invio al Quirinale.

La cosa è talmente poco lineare che ieri è uscita allo scoperto sul Corriere della Sera anche la Lega, in genere più moderata nei toni, col suo ras ligure, Edoardo Rixi, peraltro viceministro alle Infrastrutture: “Non capisco come mai non sia ancora stato inviato alla Presidenza della Repubblica e proprio non va bene (…) Sul merito siamo tutti d’accordo, l’intesa c’è e questo ritardo non è accettabile. Punto”.

Lo sconcerto, spiegano fonti ministeriali, è ancora più ampio visto che la quantità di risorse impegnate dal decreto non è certo da capogiro, poche decine di milioni al netto dei fondi del ministero delle Infrastrutture, già trovati, e dei fondi pluriennali da coprire in manovra. Ora ci si aspetta che il Tesoro dissequestri il decreto entro oggi, se non altro perché lo scontro sulla Nota di aggiornamento al Def tra il ministro Giovanni Tria e i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini dovrà concludersi in un modo o nell’altro (va pubblicata entro oggi) liberando così l’ostaggio Genova.

Il decreto per la ricostruzione di Genova (e altro) è atteso in Parlamento la prossima settimana, ma persino su questo Danilo Toninelli non ha voluto farsi mancare una piccola gaffe: “Oggi o al massimo venerdì sarà firmato al Colle”. È appena il caso di ricordare che non decide il ministro grillino quando e se il Quirinale promulgherà il decreto. Il collega Riccardo Fraccaro lo ha rapidamente corretto, ma qui siamo davvero al folklore.

Conte con l’uomo di BlackRock

Poteri forti! Grande capitale! Finanza internazionale! Tutti nemici storici del cambiamento. Eppure, è proprio il premier del governo gialloverde – scelto dal Movimento 5 Stelle – quell’ometto elegante che ieri pomeriggio ha incontrato alcuni pezzi grossi del tanto torbido gotha finanziario (la presidente del New York Stock Exchange Stacey Cunningham e il ceo di BlackRock Larry Fink). “È andata bene”, ha risposto laconicamente Giuseppe Conte ai giornalisti della Grande Mela che l’hanno intercettato dopo il meeting. È sì, BlackRock è “il più grande fondo d’investimento finanziario al mondo, un colosso da 4.600 miliardi di dollari, 53 miliardi d’investimenti in Italia con quote nel settore energetico Eni, Enel, Terna, in Finmeccanica e in quello bancario con Unicredit, Intesa, Mps, Ubi, Banco Popolare”. Il virgolettato è tratto dal Blog delle Stelle, in un articolo pubblicato nel novembre del 2016. Poche settimane prima del referendum costituzionale. All’epoca il premier che aveva incontrato i vertici di BlackRock era definito “il Bomba”, al secolo Matteo Renzi. Grandi polemiche dei grillini: attaccavano il fondo statunitense che appoggiava la riforma Boschi. Tutti i cattivi erano a favore della Schiforma: “Votare No il 4 dicembre è una questione di democrazia”. I tempi sono cambiati.

Terzo Valico, Toninelli ferma i fondi. La furia leghista: “Violati i patti”

Archiviato lo scontro su Autostrade, è sulle grandi opere che esploderà la diversità di vedute tra gli alleati di governo. Un esempio di quello che potrà succedere lo si può vedere sul Terzo Valico, il collegamento ferroviario – essenzialmente merci – che dovrebbe collegare Genova e il porto alla Pianura Padana: 53 km che arrivano a Tortona, passando per Novi Ligure, per un costo di 6,2 miliardi.

Nei giorni scorsi il ministero delle Infrastrutture, o meglio il ministro Danilo Toninelli (M5S) ha bloccato i fondi per il sesto lotto, 791 milioni destinati al Cociv, il consorzio dei costruttori (Salini Impregilo, Condotte, e Gavio) commissariato dall’Anac dopo le inchieste di Genova e Roma sui subappalti truccati. I fondi erano previsti nel decreto su Genova. Per la verità erano entrati a sorpresa nell’ultima bozza, dalla quale però sono stati “espulsi” su input del ministro prima che il testo venisse inviato al Tesoro perché venissero trovate le coperture.

La decisione ha fatto infuriare il presidente della Liguria, Giovanni Toti, forzista a capo di una giunta a trazione leghista e pasdaran delle grandi opere: “Sarebbe devastante per il sistema ligure e per le aspettative dell’opinione pubblica”. È per questo che già martedì aveva chiesto di “ripartire da zero con il decreto”. È toccato al sottosegretario alle Infrastrutture in quota Lega, il genovese Edoardo Rixi, svelare il malumore verso gli alleati di governo: “Il Terzo Valico è un’opera fondamentale. Non si può tornare indietro. Pacta sunt servanda”. I patti sarebbero quelli con i 5Stelle. In realtà ai piani alti del ministero parlano senza mezzi termini di “manina” per spiegare come sia finito quel comma nel testo sul quale non c’era nessun accordo politico.

Le lamentele di Toti e Rixi riguardano anche il miliardo destinato al Terzo Valico, già approvato dal Cipe, ma fermo perché Rfi, la controllata delle Ferrovie, stazione appaltante dell’opera, non ha dato il via libera. Il motivo dello stop è semplice: come previsto dal contratto di governo, appena insediatosi Toninelli ha avviato una struttura di missione con 14 esperti incaricati di redigere un’analisi costi-benefici delle grandi opere in cantiere. Quella che il predecessore, Graziano Delrio, ha sempre promesso e mai realizzato, accelerando invece l’avvio dei lavori. Quelli del Terzo Valico, peraltro, paiono meno avanzati di quanto si credeva (è stato concluso il 30% dei lavori).

L’analisi, che sarà fatta anche su altre opere come il Tav Torino-Lione o la Brescia-Padova (che Delrio ha autorizzato tre giorni prima di lasciare il ministero) dovrebbe chiudersi in tempi non lunghi. Che l’opera serva sono in tanti però a dubitarne. Nel 2014 fu Mauro Moretti, capo delle Ferrovie, a definirla inutile: “Da Genova a Milano è giusto che le merci vadano in camion. In nessun altro Paese per fare 150 chilometri si va con le ferrovie”. L’unica analisi costi-benefici ufficiale risale al 2002 e fu fatta dal Cociv. Prevedeva stime di traffico poi rivelatesi infondate. Quelle indipendenti, seppur con dati parziali, hanno mostrato un quadro assai dubbio sull’utilità della nuova linea. Ora tocca agli esperti del ministero, che dovranno pure valutare se la spesa già effettuata renda comunque antieconomico fermare i lavori. In caso di bocciatura, si valuteranno alternative più utili.

“Il deficit sia al 2,4%”. Alleati all’attacco ma Tria non cede

Lo scontro sulla manovra tra gli alleati di governo e il ministro dell’Economia Giovanni Tria è ormai arrivato a un livello di guardia. Lega e 5Stelle hanno deciso di imporre la loro linea anche a costo di sfidare quel complesso meccanismo di tutele incrociate, dal Quirinale a Bruxelles a Francoforte, che da qualche anno, per così dire, protegge i ministri “tecnici” in un commissariamento di fatto delle politiche economiche. Ma Tria non ha intenzione di cedere. L’esito del braccio di ferro si risolverà, in un modo o nell’altro, oggi, quando il governo dovrà approvare la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def) che fa da base per la manovra d’autunno. Quasi sicuramente slitterà il Consiglio dei ministri fissato per le 18.

Non c’è infatti accordo sul deficit da fissare per il 2019. Un numeretto da cui discende tutto il resto. Lega e M5S hanno respinto l’ultima proposta di Tria di fissarlo all’1,9%, un punto sopra quello a cui si era impegnato il governo Gentiloni (sarebbe stata una stangata da oltre 15 miliardi), dopo aver a lungo pensato di farlo salire fino all’1,6% già accordato da Bruxelles, in modo da mostrare un minimo dell’aggiustamento strutturale imposto dal Fiscal compact.

Dopo una giornata di tensione, Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno invece deciso di andare allo scontro: oggi, nel vertice a Palazzo Chigi alla presenza del premier Giuseppe Conte e del ministro degli Affari europei Paolo Savona (l’uomo che ha indicato il collega dell’economia dopo essere stato retrocesso dal Quirinale), chiederanno a Tria di portare il deficit al 2,4%, livello che aprirebbe uno spazio fiscale da quasi 20 miliardi per poter avviare il programma di governo (Reddito di cittadinanza, Fornero, Flat tax). Appresa la notizia, Tria – risulta al Fatto – si è spaventato, ma ha deciso che terrà il punto respingendo la richiesta. “Abbiamo visto subito sui mercati la reazione preoccupata alla notizia”, fanno sapere dal Tesoro.

Che lo scontro sia ormai totale lo si è capito dalle dichiarazioni rilasciate da Tria la mattina. Intervenendo a un convegno della Confcommercio, ha snocciolato gli interventi-chiave in vista della legge di Bilancio autunnale, fissando i paletti: “Dai saldi arriverà un messaggio ai mercati. Ho giurato nell’esclusivo interesse della nazione e non di altri, e non ho giurato solo io, ma anche gli altri. Ovviamente ognuno può avere la sua visione ma in scienza e coscienza, come si dice, bisogna cercare di interpretare bene questo mandato”. Tradotto: non è agli alleati che deve rendere conto, forte anche dell’asse con il Colle di Sergio Mattarella.

Poche ore dopo, i 5Stelle hanno fatto filtrare la linea del 2,4%, su cui l’accordo con la Lega è stato siglato in serata in un incontro tra Di Maio e Salvini. “Anche io ho giurato di essere fedele agli interessi della nazione e che la gente torni a lavorare e pagare meno tasse”, attacca il leader leghista. Neppure dal premier, che pure nei giorni scorsi aveva incontrato i vertici del Tesoro dopo gli attacchi degli ultimi giorni, arrivano parole distensive: “Non considero, prima ancora che politicamente, moralmente accettabile un’azione di governo che non si preoccupi adeguatamente di assicurare a tutti i cittadini condizioni di vita eque e pienamente dignitose”, ha spiegato Conte da New York, da dove rientrerà oggi per presiedere il vertice e il consiglio dei ministri.

Al momento le dimissioni di Tria sono considerate improbabili al Tesoro. Che però ha evitato atteggiamenti distensivi. Da ormai una settimana (lo leggete a fianco) non bollina il decreto Genova e ha fatto filtrare tutto il malumore per “un testo arrivato incompleto”, facendo infuriare Palazzo Chigi e i due alleati.

L’impressione è che un accordo sul deficit potrebbe essere raggiunto a un livello non inferiore al 2-2,2%. Lega e 5Stelle sanno bene di non potersi permettere le dimissioni del ministro alla vigilia della manovra. “Nessuno fa o farà gesti eclatanti, anche perché altri Paesi badano al sodo e non ai decimali e quindi facciamo lo stesso”, fa sapere Salvini, che vuole evitare la rottura col ministro. I bersagli dei 5Stelle rimangono invece i vertici tecnici del Tesoro: “Ci fidiamo di Tria – attacca Di Maio – ma lo sanno tutti che dentro questi ministeri ci sono tanti tecnocrati collocati lì dai partiti, una zavorra del vecchio sistema di cui dobbiamo liberarci”.