Disordine dei giornalisti

Oltre 10 anni fa, quando non c’erano né il Fatto né i 5Stelle e Casalino lavorava a Telenorba, mi chiama Gianroberto Casaleggio, animatore con Beppe Grillo del famoso blog: “Dopo Bologna, stiamo organizzando il secondo V-Day a Torino, per lanciare tre referendum: contro l’Ordine dei giornalisti, i finanziamenti pubblici ai giornali e la legge Gasparri. Verresti a parlare? E come la pensi?”. Risposi che condividevo da tempo tutt’e tre le battaglie: avevo appena sfidato Renato Soru, editore dell’Unità con cui collaboravo, a mantenere l’impegno di rinunciare ai fondi pubblici; la Gasparri era un mio chiodo fisso; e dell’Ordine dei giornalisti mi ero fatto un’idea precisa leggendo Luigi Einaudi (che lo riteneva un residuato corporativo del fascismo), ma soprattutto sperimentandolo sulla mia pelle. Nel 2001 l’insigne sinedrio mi aveva “processato” per aver osato presentare L’odore dei soldi al Satyricon di Luttazzi e parlar male di B. e Dell’Utri in campagna elettorale (feci notare che, se un candidato premier ha rapporti con la mafia, è meglio dirlo prima delle elezioni che dopo, e fui assolto). Dal palco del V-Day dissi alla gente in piazza – incazzata nera contro la nostra categoria – che l’Ordine va abolito e i soldi pubblici pure. Ma i giornalisti no, anzi vanno difesi e sostenuti, soprattutto quelli che rompono le palle al potere. Applausi misti a brusio. Aggiunsi che l’informazione dev’essere professionale e retribuita, perchè quella gratuita e autoprodotta online dai “cittadini comuni” è una pia illusione. Brusio misto ad applausi.

Nessuno avrebbe immaginato che di lì a poco sarebbe nato il Movimento 5 Stelle, che di lì a 5 anni sarebbe entrato in Parlamento, di lì a 10 anni sarebbe andato al governo e avrebbe aperto il fuoco sui giornalisti. Ora, non siamo intoccabili, ma i politici non devono parlare dei giornalisti (semmai, viceversa): possono rettificare le inesattezze e le falsità, replicando sui fatti ed eventualmente querelando, mai negando il diritto di criticare né tanto peggio minacciando ritorsioni. Il guaio è che ogni difesa della casta pennuta cade nell’indifferenza generale o addirittura rafforza chi l’attacca, perché i giornalisti sono una delle categorie più screditate e indifendibili su piazza. E non a torto. Se, al crollo del ponte Morandi, nessun grande giornale osa nominare i Benetton che l’hanno in concessione, per interessi pubblicitari e conflitti d’interessi padronali, la gente se ne accorge. Se gli ispettori del ministero sentenziano che il ponte è crollato per le inadempienze di Autostrade Spa e nessun giornalone ci fa un titolo in prima pagina, la gente lo nota.

Anche perché avrebbe diritto di sapere che gl’investimenti in sicurezza furono per il 98% durante la gestione pubblica e solo per il 2% nell’èra Benetton. Tantopiù che la notizia del giorno viene rimpiazzata dalla bufala del M5S che fa il decreto Genova coi buchi al posto delle cifre (spetta alla Ragioneria dello Stato e al Mef riempire gli spazi con le coperture, peraltro di poche decine di milioni, cosa che non è stata fatta per ben 7 giorni, da mercoledì 19 a ieri). Se poi l’editore (ed ex presidente degli editori) Mario Ciancio, l’uomo più potente della Sicilia, è indagato per mafia e si vede sequestrare 150 milioni (anche nascosti all’estero) più due giornali, e la libera stampa non scrive una riga su nessuna prima pagina, la gente ci fa caso. E se poi qualcuno legge la notizia – questa sì, ben coperta – che l’Ordine dei giornalisti indaga su Rocco Casalino, reo di aver telefonato a due cronisti per dare loro informalmente una notizia vera, e cioè che i 5Stelle vogliono cacciare alcuni tecnici del Mef (quelli che in una settimana non trovano le coperture al decreto Genova e tante altre belle cose), e di essersi ritrovato le sue parole su vari giornali e il file audio su vari siti, magari gli scappa da ridere. Ma come: anziché sui cronisti che non tutelano la riservatezza di una fonte, si indaga sul portavoce che porta la voce? E quando Filippo Sensi, portavoce di Renzi, incitò i cronisti amici a “menare Di Battista”, ma sbagliò chat e la cosa si riseppe, come mai nessuno strillò allo squadrismo o alla mafia e nessun Ordine, neppure quello degli squadristi, aprì un’inchiesta? E le indagini su chi tace su Benetton e Ciancio quando partono?

L’unica spiegazione è che l’Ordine muoia dalla voglia di farsi abolire e faccia di tutto per dimostrare la propria faziosità, cioè inutilità. O, in alternativa, che stia provocando i 5Stelle, da sempre contrari all’Ordine, per trasformare un loro legittimo punto programmatico in una vendetta pro Casalino. Infatti, appena il M5S ha ribadito l’intenzione di abolire l’Ordine, è subito insorta la Federazione della stampa (quella che riuscì a non fare un minuto di sciopero quando la Rai di B. cacciò Biagi, Luttazzi e Santoro e quando la Rai di Renzi cacciò Gabanelli, Giannini e Giletti), vaneggiando di “ritorsioni e liste di proscrizione per cancellare la libertà di stampa”, fra gli applausi di FI e Pd, cioè dei più feroci epuratori del ventennio. E Pigi Battista, sul Corriere, s’è scagliato contro la “rappresaglia” dei “5Stelle che chiedono all’improvviso la soppressione dell’Ordine dei giornalisti” a scopo “strumentale e vendicativo”. All’improvviso? Veramente lo chiedono da prima di nascere, cioè dal 2008. E il 7 agosto, 43 giorni prima del caso Casalino, il sottosegretario all’Editoria Vito Crimi ricordava alla Camera che procederà all’abolizione, “come il M5S chiede da cinque anni, ma prima ho voluto incontrare i vertici dell’Ordine”. Chi spaccia un’intenzione precedente per una vendetta su un fatto successivo ricorda il lupo di Esopo che, a monte del torrente, accusava l’agnello a valle di intorbidargli l’acqua. Ma almeno il lupo faceva il lupo, non il giornalista.

“Dobbiamo alzare il livello”: lo Zar carica contro la Serbia

Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare. La massima di John Belushi nei panni di Bluto in Animal House si adegua al caso. Oggi al PalaAlpitour di Torino cominciano le ultime partite che porteranno alle semifinali e alle finali del Mondiale di pallavolo maschile. Il gioco si fa duro e l’Italia lo sa bene. “Tocca fa’ un po’ di legna”, afferma il capitano Ivan Zaytsev in vista della partita di stasera (ore 21.15) contro la Serbia a cui seguirà la partita contro la Polonia venerdì. Un girone più facile sulla carta (nell’altro ci sono il Brasile campione olimpico, la Russia campione d’Europa e gli Stati Uniti), ma non per l’Italia: “Tutte le sei squadre si equivalgono”, spiega lo Zar. La Serbia è temibile. Molti sono i volti noti per il pubblico italiano, in particolare l’opposto Aleksandar “Bata” Atanasijevic, beniamino del pubblico di Perugia dove giocava anche Zaytsev. “Giocare in palazzetti pieni di pubblico contro di noi ci esalta”, afferma l’allenatore Nikola Grbic. L’Italia non partirà col freno tirato: “La partita di sabato con la Russia ci ha insegnato che possiamo competere con tutti quando ci compattiamo. I russi hanno dimostrato qualcosa di più per demerito nostro, abbiamo avuto un calo mentale”. Insomma, termina lo Zar, “dobbiamo alzare il livello. Tocca fa’ un po’ di legna”.

Come ti trovo il prossimo Dan Brown: un premio letterario da 150 mila euro

“Non stiamo cercando il nuovo Gadda”. Tocca al saggista Claudio Giunta infrangere, in qualità di giurato, il protocollo delle dichiarazioni formali durante la conferenza stampa del Premio DeA Planeta, il nuovo riconoscimento letterario italiano che ha l’ambizione di cambiare gli equilibri del mercato editoriale. Su un’assolata terrazza di Corso Como a Milano – nella via delle palestre vip e dei brand alla moda – il board del gruppo DeA Planeta e lo scrittore Javier Sierra si alternano al microfono ma ciò che lascia attoniti è l’importo in palio: 150 mila euro. Le regole sono chiare (in linea con il Premio Planeta, che vale però 600 mila euro, è nato nel 1952 in Spagna ed è prossimo alla 67ª edizione): potranno concorrere “opere di narrativa originale, inedita e scritta in lingua italiana”, autori maggiorenni di qualsiasi nazionalità che consegneranno il proprio romanzo – esclusivamente romanzi, non saggi né racconti o graphic novel – da oggi e sino al 28 febbraio prossimo, purché si tratti di almeno 200 pagine.

Con la possibilità di poter concorrere anche sotto pseudonimi. L’anonimato vige sino alla fine e non verrà rivelata ai 5 giurati a meno che non l’opera vinca, in quel caso verrà pubblicamente svelato. Ciò spiega – almeno in parte – la numerosa presenza di agenti letterari (Simone Marchi, Rosaria Carpinelli, Silvia Meucci e Marco Vigevani): le norme Antitrust vietano ai colossi editoriali italiani di imporre opzioni pluriennali agli autori. Un malloppo di queste dimensioni farà ovviamente gola a tutti ma sarà anche in grado di attirare autori best seller verso l’orbita del gruppo italo-spagnolo? La sensazione è che qui ci sperino tutti, pronti ad accogliere un fiume di manoscritti “all’insegna dell’intrattenimento di qualità”, dietro cui si celino grossi nomi. È vero che in passato il Planeta è stato vinto anche da Gabriel Garcia Marquez ma, dovendo fare un pronostico, il vincitore sarà – con tutta probabilità – un libro che abbia una chiara, smaccata, connotazione commerciale. Altrimenti sarebbe un’operazione stile Titanic. Del resto, il Premio Strega garantisce “appena” 5 mila euro e un sorso di liquore al Ninfeo mentre il Campiello ne ha appena assicurati 15 mila a Rosella Postorino. Ma siamo lontanissimi da queste cifre, “garantite interamente dai fondi del gruppo DeA Planeta”, afferma l’amministratore Gian Luca Pulvirenti, escludendo così sponsor esterni o fondazioni. Il Premio garantirà al vincitore non solo la pubblicazione in lingua italiana: il gruppo si impegna “alla pubblicazione dell’edizione in lingua spagnola dell’opera vincitrice presso case editrici del Gruppo Planeta, nonché a tradurre l’opera vincitrice in lingua inglese e francese”. Del resto bisogna pur rientrare dall’investimento, no? Stefano Izzo, responsabile narrativa italiana DeA Planeta, auspica “una cinquina finale con tutti i generi rappresentati, dal rosa al noir” su cui i cinque giurati – Massimo Carlotto, Marco Drago (vicepresidente Gruppo Planeta De Agostini), Claudio Giunta, la conduttrice radiofonica Rosaria Renna e la libraia bergamasca, Manuela Stefanelli – dovranno pronunciarsi entro il mese di marzo.

E per tutti gli altri manoscritti inviati, vigerà un’opzione di un mese. In pratica per evitare che altri editori si appostino dietro l’angolo fiutando il colpaccio. La premiazione della prima edizione avverrà il 15 aprile 2019 e “l’importo avrà valenza di anticipo sulle prime 100 mila copie vendute”, con la garanzia di un tour internazionale. Ma la frase decisiva è un’altra: l’opera vincitrice avrà una “distribuzione massiva sul territorio nazionale”. I soldi sono tanti e chi vincerà sarà ovunque. Anche negli autogrill.

“Soltanto il Papa ha la forza di sconfiggere la pedofilia”

Tolleranza zero e trasparenza totale. La prima contro la pedofilia, la seconda su ogni fatto che riguardi la chiesa. “È il manifesto di Papa Francesco su cui è irremovibile, nessuno potrà fargli cambiare idea, ma la Chiesa, paradossalmente, può diventare in tal senso il suo nemico più agguerrito”. Wim Wenders parla di Jorge Mario Bergoglio come fossero amici da sempre (“Non ho ancora il suo cellulare però…”) dopo aver trascorso insieme ore e ore dialogando sui grandi temi del mondo contemporaneo. Parole potenti e “definitive” che si sono intrecciate nel documentario Papa Francesco – Un uomo di parola visto in prima mondiale a Cannes e dal 4 al 7 ottobre in 350 sale italiane per Universal.

Il sodalizio fra il pontefice e il cineasta tedesco sembra uscito da una miracolosa ruota della fortuna: l’incrocio di due sensibilità complementari sostenute da fiducia reciproca e dalla totale adesione di Wenders al suo “particolare” protagonista, uno di cui “è bene fidarsi perché mette in pratica quel che predica”. Ed è proprio per questa coerenza, catturata nella persona del 266° papa, che il regista ha accolto l’invito arrivato a fine 2013 dal Vaticano a dirigere un film su di lui, un’opera “per tutti e non solo i cristiani”, lontana dal biopic e prossima al viaggio attraverso le problematiche universali in compagnia del pontefice gesuita e “francescano”, che il filmmaker ama definire “spalancato” verso il mondo. Un onere e un onore con tanto di final cut concesso dalla Santa sede, che gli ha lasciato carta bianca e dunque, nell’ottica di Wenders, “una responsabilità estrema”.

“Ci siamo guardati negli occhi senza staccare mai lo sguardo, lui parlava io ascoltavo e facevo le domande accordate: ci siamo scrutati nell’anima, e ho capito di avere di fronte uno dei più grandi rivoluzionari del nostro tempo, il primo pontefice a chiamarsi Francesco, il papa giusto per il nostro secolo, almeno secondo me”. E se la dolcezza e la profondità unite al senso dell’umorismo di Bergoglio hanno certamente lasciato il segno nella memoria del regista, ciò che però lo ha colpito di più è il cambiamento repentino di espressione quando sotto esame è passata la più dolente delle questioni attuali: la pedofilia che imperversa nelle gerarchie ecclesiastiche. “Il suo sguardo è diventato furioso, quasi rabbioso, Francesco è deciso a non tollerare questo crimine nella chiesa”. Ciò che il regista de Il cielo sopra Berlino ha visto negli occhi del papa “non è paura ma la consapevolezza precisa che il rischio più pericoloso a cui il suo pontificato è esposto arriva proprio dall’interno, da quella fascia conservatrice del clero che sta già intromettendosi in questo approccio a tolleranza zero”.

“Bergoglio – continua Wenders – conosce gli ostacoli che deve o dovrà affrontare per portare un’istituzione millenaria ed enorme come la chiesa su questa posizione radicale che infastidisce troppi prelati, e che vuole dissodare un’eredità purtroppo antica”. Wenders non sa se basterà la vita di papa Francesco a estirpare questo “male assoluto” – “perché tale lo considera Bergoglio” –, “ma sono certo che lui abbia il carattere e la determinazione giusti per iniziare questa battaglia, la peggiore sfida nella storia della Chiesa di tutti i tempi perché riguarda se stessa, e riguarda anche la messa in discussione dello spropositato potere del Vaticano”.

D’altra parte si tratta di un conflitto inserito in un periodo storico complesso e delicato dell’umanità intera, che la chiesa riflette e rispecchia. “È così – sostiene il cineasta – stiamo attraversando un’epoca di grandi transizioni con effetti devastanti sull’uomo e sull’ambiente: Francesco ha ereditato dal santo di Assisi – punto di partenza e di arrivo del mio film – un rinnovamento nel rapporto con gli ultimi e con la natura. Egli sembra l’unica guida morale e realmente spirituale che sta resistendo a fronte di una classe politica internazionale che ha staccato la spina dell’etica, abbandonando la nave della responsabilità e ammutinandosi colpevolmente”.

Un canaro a Hollywood (a caccia dell’Oscar)

“Se Dogman mi ha cambiato la vita? Prima non mi si inculava nessuno, ora non so a chi dare i resti!”. Esultanza senza filtro dell’attore protagonista Marcello Fonte, che accoglie la selezione del film di Matteo Garrone quale candidato italiano agli Oscar “come un sogno: nel caso, non vorrei mai svegliarmi”.

Dogman l’ha portato davvero in giro per il mondo, ricambiato: da ultimo in Egitto, al festival El Gouna, con immersione nel Mar Rosso documentata via Instagram, prima a Hong Kong “a combattere il tifone insieme a Ferzan Ozpetek”, senza dimenticare Toronto con il maestro Werner Herzog. In tutti questi viaggi Fonte ha compreso come “il cinema sia universale, arrivi a tutti, e Dogman è arrivato al cuore di tutti, anche nei posti più difficili”. Dalla sua ha Garrone, “che m’ha scelto e mi vuole bene”, e una promessa di felicità mantenuta: “Non mi rendo conto, ma so che questa corsa alla statuetta è un bene, già solo provarci”.

Insomma, Dogman doveva essere, e così è stato. Ma la scelta del contendente tricolore agli Academy Awards si è rivelata meno scontata del previsto: c’è stata pugna, eccome. Che i 21 titoli autocandidati fossero troppi, e alcuni più che vani, era pacifico, che il lungometraggio di Matteo Garrone fosse il primus inter pares altrettanto, perché l’unico con tutte le carte in regola: dai premi – Palma di migliore attore a Cannes per Fonte, nonché otto Nastri d’Argento – al plauso critico, dal successo di pubblico – ha staccato 414.080 biglietti per 2.573.882 euro d’incasso – a una poetica assai congeniale al palato americano. Già assorbito dal prediletto e lungamente atteso Pinocchio, Garrone accoglie una “grande opportunità, di cui siamo fieri e orgogliosi” e sempre al plurale distribuisce i meriti: “L’umanità di Marcello, la prova di Edoardo Pesce e la passione che tutti abbiamo messo in questo progetto”.

Senza farsi troppe illusioni, ché lo scotto di Gomorra nel 2009 inopinatamente escluso già dalla shortlist allargata non si dimentica: “Sappiamo bene che la ‘designazione’ non è che il primo passo, e che la strada è lunga. Ma siamo felici di iniziare questo nuovo viaggio”.

Quantunque non ai livelli di Gomorra o de La grande bellezza di Paolo Sorrentino, ultima entrata in cinquina di un titolo italiano e statuetta nel 2014, Dogman è riuscito a superare i confini strettamente cinematografici per farsi argomento di conversazione se non fenomeno di costume, interesse diffuso se non immaginario collettivo, traguardi sempre più diserti dalla nostra produzione, eccezion fatta per Sulla mia pelle sul caso Cucchi, altra opera in lizza.

Saprà dunque imporsi quale miglior film in lingua straniera? Nella dolente ma mai respingente parabola di Marcello, liberamente mutuata dal Canaro della Magliana, i giurati dell’Academy potranno agevolmente riscontrare volti, miserie e orizzonti di quello che per Hollywood è ancora oggi l’espressione precipua, se non esclusiva, del nostro cinema: il Neorealismo.

Caso poco strano, neorealista è anche la temperie di Lazzaro felice, che si è provato il più tenace contendente di Dogman. Diretto da Alice Rohrwacher e anch’esso laureato a Cannes (per la sceneggiatura, ex aequo con Three Faces di Jafar Panahi), ha incontrato vasti favori nella commissione di selezione (i registi Maria Sole Tognazzi e Silvio Soldini, la giornalista Stefania Ulivi, i produttori Maria Carolina Terzi e Marta Donzelli, il distributore Antonio Medici, lo sceneggiatore Enrico Vanzina, il conservatore Gianluca Farinelli e il dg Cinema del Mibact Nicola Borrelli) istituita presso l’Anica: al terzo scrutinio, richiesta la maggioranza assoluta, Dogman l’ha spuntata 5 a 4 su Lazzaro felice, dopo il quattro pari, e un voto a Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, del turno precedente.

A ricevere voti dopo il primo scrutinio è stato anche Napoli velata di Ozpetek. L’annuncio delle nomination è previsto per il 22 gennaio 2019, mentre la cerimonia di consegna dei 91esimi Oscar si terrà a Los Angeles domenica 24 febbraio.

Dogman dovrà vedersela con concorrenti validi, di più, temibili: la Palma d’Oro (in sala) del giapponese Kore-eda Hirokazu Affari di famiglia, il polacco Cold War del premio Oscar per Ida Pawel Pawlikowski, l’infido Capernaum della libanese Nadine Labaki, il fluviale e indomito L’albero dei frutti selvatici del turco Nuri Bilge Ceylan e il probabile vincitore, Roma, il fresco Leone d’Oro di Alfonso Cuarón.

La vendetta degli xenofobi: governo kaputt

Per la prima volta la Svezia deve fare i conti con il potere dell’estrema destra, impostasi nel panorama dei negoziati post elettorali. Con un atto definito storico, dopo la bocciatura del governo in Parlamento, il Paese ha fatto ricorso a un esecutivo di transizione, guidato dal premier uscente, il socialdemocratico Stefan Löfven. La forzatura mira a scongiurare nuove elezioni, e a spronare le parti al massimo sforzo per trovare, entro un paio di settimane, una maggioranza che regga. Ed evidenzia anche il ruolo tutt’altro che marginale degli estremisti di destra e del loro 17,5% di consensi ottenuti.

Dopo le elezioni del 9 settembre la Svezia si è ritrovata in una situazione di stallo. La socialdemocrazia, di cui il Paese scandinavo per decenni era stato culla e vessillo, è crollata al suo minimo storico. Il partito di Sinistra (V) e i Verdi (Mp), compagni di cordata dei socialdemocratici nell’ardua impresa di arginare la marea nera, non sono riusciti a garantire voti sufficienti per sovrastare l’Alleanza, la coalizione di centrodestra guidata dai Nuovi Moderati di Ulf Kristersson, con i Liberali, il partito di Centro e i Cristianodemocratici. Alleanza oggi implosa, da disequilibri interni, frutto anche dei richiami alla mediazione di Löfven, che non hanno fatto centro, ma non sono neanche caduti del tutto nel vuoto. Ago della bilancia, gli Sd, i Democratici di Svezia, il partito xenofobo, euroscettico e sovranista, che ha fatto tremare l’Europa, con lo spauracchio di una seconda Austria, di un’altra Ungheria. “Nessuno si alleerà mai con gli Sd, per nessun motivo”. Era questo il patto di sangue tra tutti i partiti, stretto nel 2010, quando per la prima volta gli estremisti sedettero in Parlamento, e ripetuto nel 2014, quando quasi triplicò i suoi voti, fino alle scorse elezioni. Peccato che anche se fosse tenuto fuori dal governo, il terzo partito del Paese continuerebbe a determinare i sì e i no nella Monocamerale. Giorno dopo giorno. Come fa notare, impietosamente diretto come sempre, il loro leader, Jimmie Åkesson, lo ribadisce lanciando corteggiamenti sempre più serrati al centrodestra, e ricordando che il suo partito avrà un peso che influenzerà le scelte future. Altra ipotesi di governo: i Moderati, i Cristianodemocratici e gli Sd. È vero: Kristersson aveva rifiutato qualsiasi sodalizio con gli estremisti. Ma la paralisi è totale e la fame di un potere che sembra a un soffio dall’esser catturato per 4 anni, seduce tutti e appanna, anche la memoria. Si sfregano le mani gli Sd, che sarebbero pronti a dare il loro appoggio totale ai moderati, in cambio di sola voce: le politiche immigratorie.

Migranti e nuovo aeroporto Tripoli, abbandono totale

Migliaia di migranti rinchiusi in centri di detenzione privi di assistenza e supporto medico, con scarsità di cibo e acqua. I combattimenti a Tripoli, ormai continui e con tregue deboli (ieri sera ne è stata annunciata una per il ritiro delle milizie dalla capitale, ndr), hanno ridisegnato la mappa dell’emergenza, lasciando sguarniti centri dove le organizzazioni umanitarie operavano. Ormai si ragiona al passato, in alcuni di quelli più distanti dalla capitale non si vede più un operatore umanitario da oltre due mesi. Un’organizzazione statunitense, The America team for displace eritreans che si occupa prettamente di profughi eritrei, denuncia il totale abbandono di centinaia di persone all’interno di centri periferici rispetto alla capitale. In particolare a Qasr Ben Gashir, a sud-est di Tripoli. Siamo in una delle zone di conflitto, dove è operativa la Settima Brigata di Tahrouna. I profughi vengono lasciati dentro le prigioni perché nessuno può recuperarli e trasferirli a causa dell’insicurezza esterna. Lì attorno si combatte in maniera intensa da giorni. Stanno peggio altri migranti eritrei, sudanesi e nigeriani in trappola nel campo ‘Semaforo 70’, reminescenze coloniali, vicino Faruja: “Vi prego aiutateci, tirateci fuori di qui, siamo in pericolo. Fuori si spara, nessuno ci assiste e stiamo morendo di fame e di sete” è stata la disperata chiamata da parte di un profugo alla base dell’organizzazione. La situazione è appena migliore nei centri dentro la capitale, tutti più o meno assediati dai combattimenti.

L’insicurezza è totale e l’assenza delle organizzazioni internazionali all’interno delle strutture rende tutto più difficile. Quelle locali e di soccorso hanno bloccato gli interventi per quanto accaduto agli operatori umanitari. La Mezzaluna Rossa l’altro giorno ha denunciato il sequestro di un’ambulanza con tutto l’equipaggio all’interno mentre si stava recando proprio in un centro di detenzione. Ormai insufficienti, considerata la chiusura forzata di una buona parte – Sabratha, Trik al-Matar, Ain Zara – e la mancata apertura di quelli sostitutivi, tutti al palo. La strategia del ministero per il contrasto all’Immigrazione (Dcim) è portare i migranti in eccesso in alcune scuole adibite a strutture di accoglienza temporanea. Proseguono a singhiozzo le procedure di rimpatrio assistito da parte dell’Oim, l’agenzia Onu che si occupa di migranti, stesso discorso per i progetti di corridoi umanitari curati dall’Unhcr.

Il conto delle vittime a un mese dall’avvio delle schermaglie ha superato quota 120 e l’aeroporto Mitiga è chiuso da quasi due settimane. Gli scontri sono violenti soprattutto a sud di Tripoli, di particolare intensità in quartieri come Khalit al-Furjan, Salah Eddine, Hadba, Ain Zara e Abu Salim. Da queste parti si trova l’ex aeroporto internazionale, completamente distrutto dopo il rigurgito rivoluzionario del 2014. La ricostruzione dell’impianto è stata affidata all’Aeneas, consorzio italiano di imprese con sede a Roma, che si è aggiudicato l’appalto da 79 milioni di euro per la ricostruzione dell’impianto con due terminal, internazionale e domestico, da consegnare, chiavi in mano, nel giugno 2019. Difficile, alla luce della volatilità della situazione: “Monitoriamo con estrema attenzione ciò che sta accadendo a Tripoli. Al momento il piano va avanti – spiega Alessio Bucaioni di Aeneas –. Siamo ancora nella fase di progettazione, delle verifiche sul suolo e delle prime tracciature sulle fondamenta, inoltre il campo base dei lavoratori è pronto. La scorsa settimana abbiamo ricevuto partner e contractor libici per discutere sulla parte del design, segno chiaro di come, a oggi, non ci sia il sentore di un abbandono dell’opera. Certo, se la situazione si deteriorasse ulteriormente e in maniera irreversibile, tutto può accadere. Per noi è un’opera fondamentale, perderla sarebbe un danno gravissimo. L’aiuto da parte dell’ambasciata italiana? Insostituibile; certo senza ambasciatore e col personale a mezzo servizio è più dura”.

Corbyn si piega: dal Labour sì a referendum bis sulla Brexit

Scongiurare “la disastrosa Brexit dei conservatori” e, chissà, magari rimettere in gioco anche la scommessa di poter restare nell’Ue. Torna a risuonare la parola Remain al congresso del Labour a Liverpool, con l’approvazione plebiscitaria dell’atteso documento che include l’opzione di far campagna per un secondo referendum sul divorzio da Bruxelles – seppure in subordine rispetto alla stella polare della richiesta di nuove elezioni cara a un leader tutt’altro che euroentusiasta come Jeremy Corbyn – in caso di bocciatura finale dei risultati negoziali del governo May.

L’uomo del giorno è sir Keir Starmer – ex procuratore della corona, ministro ombra per la Brexit, nonché voce pragmatica del gabinetto Corbyn – che si conquista l’ovazione di buona parte della platea illustrando la mozione di una svolta almeno potenziale del maggiore partito d’opposizione del Regno. Un documento di compromesso che dice e non dice, evocando la battaglia per lo scioglimento della Camera dei Comuni e il ritorno alle urne di fronte a un esito della trattativa Tory con i 27 segnata da un no deal o da un’intesa di basso profilo, ma senza escludere – laddove la prima porta risultasse sbarrata – l’alternativa di un “voto popolare” bis.

Un voto che John McDonnell, cancelliere dello Scacchiere ombra ed esponente ortodosso del socialismo corbyniano, aveva cercato di ridurre a verdetto sui “termini della Brexit”, liquidando l’idea di ridiscutere il risultato del 2016. E che secondo il medesimo Corbyn, dovrebbe comunque essere preceduto da nuove trattative con l’Unione. Ma che Starmer spinge un passo più in là: notando come il testo messo ai voti ieri non tolga alcuna ipotesi da tavolo e non “escluda l’opzione Remain” laddove davvero s’arrivasse a una ripetizione della sfida di due anni fa, riuscendo con il consenso a forzare la posizione fredda del segretario del partito.

Kurz ferma il bavaglio degli alleati-ultrà

Il ministero degli Interni austriaco ha chiesto alla Polizia di limitare allo stretto indispensabile le informazioni da passare ai media che nella loro comunicazione hanno un atteggiamento ritenuto “unilaterale e negativo” sullo stesso dicastero e sulle forze dell’ordine. I media messi all’indice sono Falter, Kurier e Der Standard (gli ultimi due sono il 5° e il 7° quotidiano più letti, Der Standard è uno dei pochi ad aver guadagnato lettori lo scorso anno): i nomi delle tre testate sono contenute in una email di uno dei responsabili della comunicazione del ministero inviata alla Polizia. Alla quale è stata data anche un’esplicita raccomandazione sia di riferire la cittadinanza e lo status di residenza dei sospettati sia di dare maggior risalto ai reati sessuali. Il ministro responsabile è Herbert Kickl della Fpoe, il partito delle libertà, già finito nell’occhio del ciclone per aver disposto una perquisizione presso alcuni uffici dei Servizi segreti successivamente liquidata come “sproporzionata” dal tribunale. Il movimento nazionalista di destra di Kickl è l’alleato di governo voluto dal giovane cancelliere conservatore Sebastian Kurz alla guida del paese. Che da New York, a margine dell’assemblea dell’Onu, è stato costretto a intervenire: “I partiti, le istituzioni governative e le strutture pubbliche hanno una grande responsabile per il giornalismo libero e indipendente. Ogni limitazione della libertà di stampa è inaccettabile”, ha dichiarato. Una presa di distanza netta, ma le opposizioni hanno chiesto a Kurz di allontanarlo dall’esecutivo. Oggi Kickl, che non sarebbe stato a conoscenza né della mail né del suo contenuto, dovrà riferirà in Consiglio nazionale.

Il ministro è uno degli uomini forti dell’esecutivo: per 13 anni, fino a gennaio, è stato segretario della Fpoe. Il suo modo di agire e la stessa mail “incriminata” per penalizzare i quotidiani “non allineati” e spostare l’attenzione su certi tipi di reati ricordano simili recenti esternazioni italiane. Alma Zadic, esponente della lista Pilz, ha parlato di “aggressione di Kickl alla libertà di stampa” e anche di “orbanizzazione del ministero degli Interni”. “Un ministro degli interni che viola il diritto anziché tutelarlo deve andarsene”, hanno rincarato i socialdemocratici (Spoe). “È una museruola per gli organi di informazione indipendenti”, ha sintetizzato il portavoce Thomas Drozda. Per Ska Keller, co-capogruppo dei Verdi all’Europarlamento, “è una vergogna e uno scandalo che un ministro degli interni di un paese dell’Ue provi a minare la libertà di stampa”. Kickl è finito anche sotto il tiro dei liberali (Neos). A giudizio di Beate Meinl-Reisinger il “ministro degli Interni ha perso ogni pudore. Punire le voci critiche e premiare i media sottomessi si vede solo in autocrazie illiberali. È maturo per le dimissioni”.

Ecuador, la persecuzione (e gli errori) di Raf Correa

È destino della politica sudamericana concludersi in dramma. Drammi inenarrabili, come i colpi di Stato e gli assassinii di massa. Oppure drammi giudiziari, come quello che ha colpito l’ex presidente brasiliano Lula o l’ex presidente dell’Ecuador, il “populista” Rafael Correa. Al governo per dieci anni, dal 2007 al 2017, Correa è ora alle prese con un mandato di cattura internazionale perché accusato di rapimento di un avversario politico. Correa, che vive a Bruxelles con la moglie belga, bolla l’inchiesta come una “persecuzione” e a dargli manforte sono non pochi ecuadoriani che lo scorso luglio sono scesi in piazza a migliaia.

L’accusa risale al 2012 e riguarda il presunto rapimento dell’ex deputato dell’opposizione Fernando Balda, in passato militante del partito di Correa, Alianza Pais, rapito a Bogotá, dove era fuggito in seguito all’accusa di attentare alla sicurezza interna dello Stato. Tra i rapitori anche il poliziotto Raul Chicaiza che a distanza di sei anni dai fatti ha accusato l’ex presidente di avergli commissionato “direttamente” il rapimento.

A non credere alla versione accusatoria è un pool di “osservatori internazionali” formato da avvocati e professori di diritto tra cui figurano il belga Cristopher Marchand (che si sta opponendo all’estradizione dal Belgio), gli avvocati cileni Hugo Gutiérrez e Rubén Jerez e l’italiano Antonio Ingroia. Gli osservatori definiscono obiettivo dell’inchiesta “l’annullamento di ogni forma di opposizione politica e sociale, che oggi fa capo all’ex presidente Correa”. In particolare rilevano che la giurisdizione sul caso Balda apparterrebbe alla Colombia, Paese in cui si è verificato il fatto, e che ha già individuato, nel 2012, i responsabili. In Ecuador, sostengono, “è oggi in corso una vera e propria persecuzione politica a mezzo giudiziario”.

Giudizi pesanti che riflettono lo scontro in atto nel Paese. Se davvero si tratta di persecuzione politica, questa proviene da un governo “amico”, come quello di Lenin Moreno che nel 2017 ha rimpiazzato l’ex presidente il quale, a norma della Costituzione di Montecristi non avrebbe potuto ricandidarsi mentre potrà farlo nel 2021. Moreno, però, chiamato solo a “tenere il posto”, ha saputo capitalizzare un ampio consenso popolare distogliendo l’attenzione dal discredito che negli ultimi anni aveva colpito Correa. Il quale, dopo aver annullato una parte del debito estero e realizzato una grande riforma dei servizi sociali a beneficio della parte povera della popolazione, in particolare gli indigeni, ha chiuso il mandato scendendo a compromessi con banche e investitori stranieri e rimanendo impigliato nell’affare Odebrecht, dal nome del gruppo brasiliano da cui originano i guai di Lula ma anche dell’ex vicepresidente ecuadoriano Jorge Glas.

Dal canto loro, gli uomini di Moreno dovendo fare i conti con l’indebitamento e le casse vuote, hanno aperto una politica di “dialogo nazionale” per cercare di fronteggiare le difficoltà, dialogo che riguarda anche i rapporti con gli Stati Uniti. Non a caso sembra essere cambiato l’atteggiamento nei confronti di Julian Assange, detenuto nell’ambasciata a Londra e che, secondo indiscrezioni di stampa, potrebbe essere consegnato a Washington.

Sullo sfondo restano le delusioni di un Paese che ha sperato molto nel cambiamento e che ha costituito uno spartiacque nella storia progressista dell’America latina. Paese che oggi rischia di finire risucchiato in uno scontro mortale.

Come spiega Alberto Acosta, ex presidente dell’Assemblea costituente: “La sinistra, compresi i progressismi, deve fare un profondo processo di autocritica. Si deve analizzare quali sono stati i progressi, se ci sono e, soprattutto, quali sono stati i gravi errori”. Una discussione politica, dunque, che difficilmente può essere risolta in giudizio.