Non tutti sono Nadia Toffa quando lottano col cancro

Il 2 dicembre dello scorso anno, Nadia Toffa è caduta per terra, in un hotel a Trieste. Da quel momento, nella sua vita, sono accadute molte cose. Il silenzio sulla sua malattia, durato settimane. L’affetto della gente, la preoccupazione. Una prima intervista alle Iene. Poi il suo ritorno al timone del programma con una parrucca bionda e le rassicurazioni al suo pubblico: “Ho avuto il cancro, mi sono curata, sono guarita!”. Le prime critiche, perché il messaggio era ambiguo, poco credibile. Non si fa la chemio e si guarisce in due mesi scarsi.

Dopo qualche puntata, arrivarono le parole del co-conduttore Nicola Savino: “Nadia stasera non sarà alle Iene, deve riposare”. E allora tutti compresero che no, non era stato tutto facile come aveva raccontato. Del resto, mentì anche la giornalista e scrittrice Wondy-Francesca Del Rosso quando, anni prima, andò da Daria Bignardi alle Invasioni barbariche e disse che stava bene pure se aveva appena scoperto una recidiva giorni prima. Tantissima gente malata mente per meccanismi che possono avere a che fare con la negazione, con il pudore, con la preoccupazione per gli altri, con la vergogna e perfino con l’ottimismo.

Nadia prolungò il riposo, fino alla fine del programma. Poi una lunga assenza dai social network, e infine il ritorno con i suoi turbanti colorati, i messaggi positivi, le foto con la famiglia e il volto stanco.

Da qualche giorno, Nadia è al centro di polemiche furiose sui social e fuori dai social perché ha annunciato l’uscita del suo nuovo libro, Fiorire d’inverno, in cui racconta la sua malattia. Quello che ha generato la valanga di discussioni è il fatto che abbia annunciato la cosa scrivendo: “In questo libro vi spiego come sono riuscita a trasformare quello che tutti considerano una sfiga, il cancro, in un dono”. Per poi aggiungere altre frasi quali: “Ogni tumore è uguale, stesse difficoltà”, “Insegnare alle persone a trasformare il cancro in un dono è il mio obiettivo” e così via.

Malati, familiari di malati, gente che ha vissuto lutti per colpa del cancro ha espresso il suo disappunto per quella che ha ritenuto la banale semplificazione di un dramma. In molti hanno insultato la Toffa, sono usciti articoli violenti sui giornali, la Toffa stessa si è difesa alzando i toni, comprensibilmente irritata dall’aggressività di alcuni maestri di vita.

Intanto, va detto, che Nadia non è la prima ad aver parlato della malattia come di un’opportunità. Esiste una vastissima letteratura sul tema, capirai che novità. Il giornalista Tiziano Terzani, intervistato mentre era malato, disse: “Per me il cancro è stato una benedizione, perché ero ricaduto nella routine della vita e questo cancro mi ha salvato. Il cancro è diventato una sorta di scudo, di divisione tra me e il mondo da cui volevo staccarmi”.

Immaginate se avesse parlato così con i social sull’attenti come oggi. Probabilmente, la lettura dei commenti, gli avrebbe tolto qualche ulteriore giorno di vita. Questo per dire che la rabbia o l’ilarità sguaiata che ha provocato la frase “Ho trasformato il cancro in un dono” sono crudeli e ingiuste. La Toffa non intendeva dire che il cancro sia una botta di culo, ma che lei ne ha tratto degli insegnamenti. Che probabilmente ha riscritto le sue priorità, che ha imparato a vivere con intensità e gratitudine ogni attimo della sua vita.

La debolezza nel messaggio di Nadia – e tento di non essere giudicante, perché noi sani vediamo le cose da una posizione privilegiata – sta nel fatto che lei ritenga la sua esperienza replicabile e comune. Quando scrive che “ogni tumore è uguale, ha le stesse difficoltà” per poi rettificare che la paura è la stessa, non le patologie, dimentica che la malattia è un’esperienza comune, ma che l’elaborazione della malattia è un percorso individuale. Per lei, è un dono. Per lei la sfiga è diventata opportunità. Per lei la paura è la stessa per tutti.

La realtà della malattia però, contiene più sfumature. Proprio perché non tutti i tumori sono gli stessi, anche la paura e l’angoscia sono proporzionate alla gravità, alla diagnosi, alle aspettative di vita e di guarigione. All’età, all’indole, assieme poi alle possibilità economiche e a un sacco di altre variabili, che possono alleviare la pena di attese, burocrazia, preoccupazioni pratiche. Proprio perché la malattia è un percorso intimo e personale, non è detto che diventi arricchimento spirituale. C’è chi vive solo dolore, angoscia, abbrutimento.

Sono belli i messaggi di positività che lancia Nadia. Però la narrazione non può essere solo questo. Manca un pezzo. È un po’ come la copertina del libro. Bellissima, nella prima di copertina, Nadia che sorride. Però chi ha il cancro sa che la quarta di copertina è un’altra storia. È il volto segnato, le occhiaie, la testa pelata. Insomma, alla fine dei conti, quando si sceglie di condividere un’esperienza come la malattia, è importante che lo si faccia consapevoli del fatto che quello che vale per te, non vale per tutti. Per Oriana Fallaci il cancro era un alieno, per Terzani una benedizione, per Wondy è stato fonte di ironia e a tratti disperazione, Irene Bignardi ha detto che è una cosa comune e parlare della malattia da cui è guarita non le interessa, e così via.

Ecco, forse a Nadia suggerirei solo questo. Di pensare bene a quanta responsabilità si ha quando si scrive di un cancro. Anche fosse solo quella di confrontarsi col dolore e la sensibilità altrui. Per il resto, sosteniamola e cerchiamo di essere critici con gentilezza, perché ne ha bisogno lei, ne abbiamo bisogno tutti, quando si parla di cose che hanno a che fare con la vita e la malattia.

Fake News, ecco perché sono “colpa” di Uber e AirBnb

L’iter logico è che i social media hanno creato le folle intelligenti (smart mobs) e che queste folle non solo sono globali grazie all’estensione del web ma sono anche disintermediate e in grado di creare “fatti sociali” con “potere coercitivo elevato” al punto di mettere in discussione i “fatti sociali istituzionali” presenti nelle reti di cui fanno parte: lo scrive Giuseppe Riva, professore ordinario di Psicologia della Comunicazione alla Cattolica di Milano nel suo volume edito da Il Mulino “Fake News”. “I primi a mettere in atto questo potenziale sono stati i protagonisti della sharing economy – spiega Riva – che hanno permesso ai loro membri di ottenere delle identità professionali di driver e host senza dover passare attraverso una istituzione e i vincoli che questa impone”. La soluzione? Forse tracciare un piano d’azione contro le bufale in tre livelli (istituzionale, di rete e di utente) o istituire un patentino di navigazione, evolvere proprio come è accaduto per le auto dell’Ottocento, quando per guidarle era sufficiente possederle.

 

Stretta contro sale slot e scommesse. Paradosso del giusto che toglie posti

Stando a quanto dicono i gestori di sale da gioco e centri scommesse, entro Natale in questo settore rischiamo di perdere 5 mila posti di lavoro. È una stima dell’associazione datoriale Sistema Gioco Italia (Confindustria). In molte Regioni italiane, infatti, stanno per entrare in vigore – in alcune sono già operative – le norme di contrasto alla ludopatia, con una severa stretta su queste attività che avrà un’inevitabile ricaduta sull’occupazione.

La previsione delle aziende potrebbe essere sovrastimata con l’obiettivo di mettere pressione alla politica. Ma la perdita di lavoro che si sta abbattendo sul gioco legale è reale, tanto che anche i sindacati del commercio di Cgil, Cisl e Uil hanno lanciato l’allarme. Le tre organizzazioni hanno scritto il 10 settembre per chiedere di aprire un tavolo al ministero dello Sviluppo economico, che finora non ha battuto colpi. Il tema è delicato e molto impopolare: la dipendenza da gioco è considerato un dramma da tutti, specialmente dal mondo cattolico e del volontariato, e non è semplice porre il problema dei posti di lavoro. Negli ultimi anni, dopo che la legge nazionale ha introdotto criteri restrittivi per le autorizzazioni delle sale gioco, le Regioni si sono adeguate ma hanno previsto un periodo transitorio per permettere alle imprese di prepararsi. I governi locali hanno fatto scelte non sempre uguali tra di loro, ma due tratti le accomunano tutte: l’obbligo di tenere le sale da gioco a debita distanza dai luoghi sensibili (scuole, centri di aggregazione giovanile, luoghi di culto, sportelli bancomat) e una diminuzione degli orari di apertura. La fase ponte è già finita in Piemonte, dove da novembre sono applicate le nuove regole. Proprio a Torino è stato lanciato il primo allarme occupazione: sarebbero 3 mila i posti a rischio. In Puglia, invece, la mannaia è prevista per il 13 dicembre e travolgerà una platea potenziale di 13 mila addetti. I sindacati condividono l’esigenza di combattere gli abusi del gioco, ma non sono convinti che questo sia il modo giusto. “Se facciamo scomparire il gioco legale – commenta Antonio Arcadio della Fisascat Cisl Puglia – perdiamo posti di lavoro regolare e facciamo un favore all’illegalità e alle piattaforme online, che già vivono una crescita”. La Filcams Cgil sostiene sia necessario un piano per il ricollocamento dei lavoratori. Difficile stimare il totale degli occupati del settore: c’è chi dice 100 mila, chi addirittura 300 mila. “Le imprese sono piccole – spiega Luca De Zolt della Filcams – e molti sono lavoratori autonomi. Quindi non avrebbero ammortizzatori sociali, al massimo il sussidio di disoccupazione per chi ha versato abbastanza contributi”.

Lavoro, welfare, migranti: il nuovo socialismo Usa

Oltre cento anni fa, nel 1906, al termine di un viaggio negli Stati Uniti, il sociologo tedesco Werner Sombart si chiese (questo il titolo del suo saggio celebre): Perché non c’è il socialismo in America?. Tra le ragioni di una delle differenze profonde che aumentavano allora il distacco tra il Vecchio e il Nuovo continente, Sombart ne ravvisa una in particolare, l’influenza dei movimenti migratori verso la sponda americana dell’Atlantico. Là i lavoratori, non solo europei, trovavano una speranza di mobilità sociale che altrove era loro negata. Una società fortemente individualistica, che valorizzava il successo personale e l’accesso alla ricchezza, ostruiva la strada alla promessa collettiva dell’ascesa del proletariato come classe.

Centodieci anni dopo, al contrario, dopo la campagna per la nomina alle primarie democratiche di Bernie Sanders, avversario di Hillary Clinton, sembra il socialismo si stia riaffacciando sulla scena politica Usa grazie ai candidati alle elezioni di Mid-term, a novembre, che aderiscono alla piattaforma dei Democratic Socialists of America. Una sigla che ha una lunga storia: da un lato si riallaccia alle tradizione socialista dei primi decenni del Novecento (quella di Eugene V. Debs e poi dei fratelli Reuthers, che animarono il sindacalismo militante dagli anni Trenta, alla testa dell’organizzazione degli operai dell’auto, l’Union of Automobile Workers of America); dall’altro, al neoradicalismo degli anni Sessanta, legato a nomi come quello di Michael Harrington, espressione delle nicchie politicizzate delle università. Un fenomeno di élite, quindi, tenuto in vita dalla scelta culturale di pochi intellettuali che volevano segnalare la loro appartenenza ideologica, in una cornice avversa. Ci è voluto il vecchio senatore Sanders, che da sempre appartiene a questo microcosmo ed è un indipendente nelle file dei democratici, per restituirgli vitalità, visibilità, attrattiva. Così i Dsa sono saliti da poche migliaia di iscritti fedeli ai 50 mila oggi; non più anziani professori devoti a una storia che si è estinta, ma giovani (età media 33 anni), che cercano di permeare il partito democratico per schierarlo sulle loro posizioni. Non pochi di essi hanno le radici nell’immigrazione.

Può darsi che siano stati galvanizzati dalla vittoria a sorpresa nelle primarie di Queens, a New York, della candidata di estrazione latina Alexandria Ocasio-Cortez, che ha battuto a sorpresa il collaudato rappresentante in carica, bollato come esponente dell’establishment bianco. Ma New York non è l’America profonda. E non ha tutti i torti l’Economist, poco simpatetico verso i nuovi socialisti americani, a ricordare che l’anima dei democratici resta al fondo centrista (come era Barack Obama), specie se si guarda alle candidature per il senato, dove si giocherà la partita politica decisiva coll’Amministrazione Trump.

Tuttavia, merita spingere lo sguardo nell’America profonda. E allora bisogna osservare ciò che sta avvenendo nel Midwest, a Detroit, per esempio. Lo Stato del Michigan aveva assegnato la vittoria a Trump con un margine strettissimo (circa 10 mila voti). Ma nella contea più popolosa, la Wayne County, quella di Detroit e dei suoi sobborghi principali, le cose non sono andate così, perché i suffragi per Trump non hanno raggiunto nemmeno il 30%. Il mese scorso nel tredicesimo distretto, dove la quota della povertà è del 30% sul totale della popolazione, il miglior risultato alle primarie democratiche se l’è aggiudicato una donna nata in America da due immigrati palestinesi, che dopo di lei hanno avuto tredici figli, Rashida Tlaib, divorziata di 42 anni con due figli, musulmana (anche se si dichiara convinta che Allah sia donna). È praticamente sicura di ottenere il seggio al Congresso perché al momento non ha avversari che le si oppongano.

Rashida Tlaib aderisce ai Dsa. I punti cardinali del suo programma: Medicare, cioè il programma di assistenza sanitaria, esteso a tutti; possibilità di accesso libero e gratuito agli studi (oggi i prestiti d’onore all’università sono diventati uno scandalo finanziario); la possibilità di possedere una casa senza sottostare alle discriminazioni che da troppi decenni patiscono gli afroamericani; l’impegno per il recupero di aree devastate dall’inquinamento.

In che misura può essere definito socialista tutto questo? Difficile dirlo, secondo i parametri europei: qui non si ritrovano echi della cultura socialdemocratica dell’intervento pubblico direttamente nei meccanismi dell’economia, del keynesismo, dello stato programmatore e dell’economia mista. Si ritrova piuttosto la volontà di combattere il volto più arcigno del capitalismo dell’ultimo trentennio, introducendo dal basso una sorta di spirito pubblico collettivo, fino a costituire un contropotere, a livello locale. Del passato rimane la difesa di principio della rappresentanza sindacale (anche se i sindacati, la Uaw stessa, preferiscono i candidati più tradizionali e non hanno sostenuto Tlaib).

In questo come in altri casi, appare la volontà di permeazione da parte dei candidati della piattaforma democratica, più che l’intenzione di dare una vera constituency socialista al partito. E infatti anche la candidata democratica per la carica di governatore del Michigan, Gretchen Whitmer, ha adottato una piattaforma non così dissonante da quella di Tlaib (che a sua volta è stata per sei anni nel parlamento statale di Lansing, la capitale locale). Ciò che vogliono davvero i candidati socialisti è spostare a sinistra l’asse del Partito democratico, non trasformarlo in una formazione del socialismo come lo si è inteso a lungo in Europa.

Gestore servizi energetici, ancora vuota la poltrona da 14,7 miliardi

Sesta fumata nera per la nomina dei vertici del Gestore dei servizi energetici (Gse), società che gestisce 14,7 miliardi l’anno di incentivi alle fonti rinnovabili. Il tutto sotto il formale controllo del ministero dell’Economia, ma con gli indirizzi impartiti dallo Sviluppo economico. Dopo due mesi di rinvii, anche ieri l’assemblea dei soci non ha nominato il presidente e amministratore delegato per sostituire il renzianissimo Francesco Sperandini. Tramontata la candidatura dell’ex manager di Enel ed E.on, Luca Dal Fabbro, e quella dell’ex ad di Sogin, Giuseppe Nucci, in pole position c’era Roberto Moneta, l’attuale direttore del dipartimento Efficienza energetica di Enea che – sostenuto dal Pd e da un’alta dirigente dello Sviluppo economico – ricadrebbe però in un possibile conflitto d’interessi. Anche se è affidata al Gse tutta l’attività di gestione, valutazione e certificazione del sistema dei certificati bianchi – che attestano il conseguimento degli obiettivi di risparmio energetico fissati per i distributori di energia e che possono essere raggiunti attraverso la realizzazione di interventi di efficientamento o acquistandoli da terzi – è poi Moneta a validare i progetti degli stessi certificati. Inoltre, negli ultimi mesi, Gse ha anche collaborato con decine di Procure per verificare la correttezza dell’utilizzo e dello scambio dei certificati bianchi ipotizzando una truffa milionaria. Insomma, una nomina spinosa sui cui punta M5S, Mef permettendo, soprattutto dopo l’assegnazione alla Lega della presidenza dell’Autorità dell’energia e con il nuovo decreto che riforma gli incentivi sulle rinnovabili già sul tavolo del ministro dello Sviluppo economico Di Maio.

 

Lottomatica difesa da boiardi di Stato: M5S contro Gentiloni

“C’è anche l’avvocato e fine giurista Roberto Baratta, già consigliere giuridico del Mef durante il governo Gentiloni , tra gli avvocati difensori di Lottomatica nel procedimento al Tar del Lazio. La stessa Lottomatica a cui il governo Gentiloni rinnovò senza bando di gara la concessione”. I deputati e senatori del M5S Giovanni Endrizzi, Francesco Silvestri, Massimo Baroni, Maria Edera Spadoni e Matteo Mantero rilanciano l’inchiesta del Fatto su ex dirigenti pubblici che ora sono avvocati della società dell’azzardo in una causa al Tar avviata da altre società contro il ministero dell’Economia. “Quella del mancato bando per il rinnovo della concessione – ricordano gli esponenti M5S – è una stortura che già denunciammo nella scorsa legislatura con una interrogazione, interventi ed emendamenti bocciati”.

La polemica è rivolta contro Paolo Gentiloni che nei giorni scorsi aveva attaccato il portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino per il famigerato audio in cui si esprimeva in modo durissimo proprio sui dirigenti del ministero dell’Economia. “Ora cosa ha da dire Gentiloni che su Twitter attaccava in maniera ignobile Casalino, reo di aver ribadito la linea del M5S?”. Domenica scorsa Gentiloni – dicono i parlamentari – scriveva: “Chi lavora nelle istituzioni ha l’obbligo di servire con disciplina e onore”. Il caso sollevato ieri dal Fattoriguarda “mega dirigenti del ministero dell’Economia e del Tar, servitori dello Stato prima e dell’azzardo il giorno dopo, ieri al governo oggi con Lottomatica. Diventare avvocati di Lottomatica su procedimenti dove loro sono stati interessati negli anni in ruoli di governo, per Gentiloni è un comportamento opportuno che si rifà alla disciplina e onore?”. L’anno scorso il governo Gentiloni ha rinnovato per nove anni, senza gara, la concessione del Gratta e Vinci per Lottomatica. Un affare da 10 miliardi di euro all’anno. La Sisal ha fatto ricorso al Tar contro l’operazione, e a difendere Lottomatica ci sono, come avvocati, l’ex capo di gabinetto del Mef Mario Fortunato, l’ex consigliere giuridico del Mef Roberto Baratta e l’ex consigliere di Stato ed ex capo di gabinetto della Funzione pubblica Alessandro Botto.

Perché Macron è diventato impopolare: è liberista

Il presidente francese Emmauel Macron è detestato dal ministro Salvini, e abbastanza anche dai francesi (in particolare dai potenti ferrovieri, cui ha cercato di ridurre una serie di assurdi privilegi), e dai costruttori (ha bloccato quasi tutte le Grandi Opere d’oltralpe, e su questo tema neanche là scherzano), e non è neanche molto amato dal Fatto Quotidiano: infatti è un europeista liberale. E non si può dimenticare il nesso tra Europa e liberismo: l’Unione è nata soprattutto per liberalizzare i mercati del continente, avvicinandone le dimensioni a quello statunitense e cinese. Noi, pochi anni fa, eravamo alla Padania, come visione politico-economica.

Ed è un fatto quasi tecnico che Macron (a parte alcune stupidaggini di ordinaria amministrazione) e con lui il liberalismo non possa essere popolare: genera grandi mali per pochi subito (imprese e soprattutto lavoratori che perdono la gara per l’innovazione e la concorrenza), mentre genera grandi beni per molti nel medio periodo. La crescita del benessere, della salute, e dell’istruzione negli ultimi duecento anni non può lasciare molti dubbi, se non ideologici (perfino Karl Marx sarebbe d’accordo).

Il problema politico del consenso è che i danneggiati sono giustamente molto vocali: i ferrovieri in Francia hanno piantato mesi di scioperi a singhiozzo che hanno provocato danni enormi (soprattutto ai pendolari). La loro causa era indifendibile, ma in molti altri casi davvero il mercato può essere una medicina amara. Invece i molti beneficiari nemmeno si accorgono di aver avuto qualche vantaggio (non possono fare confronti intertemporali con ipotesi controfattuali tipo “come sarebbero oggi le bollette telefoniche senza la liberalizzazione”). Poi votano di conseguenza.

Infine c’è la spiritosa leggenda del neoliberismo dominante in Italia: come si può ragionevolmente sostenere una tesi simile, con quasi il 50 per cento delle risorse nazionali che transita nelle mani di uno Stato che, per di più, ne spreca parecchie? Al momento dell’unità nazionale la spesa pubblica era intorno al 20% del Pil, poi è sempre cresciuta.

La vicenda tragica del protezionismo di Donald Trump sembra dimostrare che anche nella patria del liberismo ci sono problemi di consenso politico, le cui conseguenze saranno lì da vedere, soprattutto nel medio-lungo periodo. Il libero mercato è antinazionalista: il capitale deve muoversi senza lacci e lacciuoli dove il lavoro e le risorse costano meno, per “sfruttarle” meglio. Anche la Cina sta esportando imprese nei Paesi africani e del sud-est asiatico, dove il lavoro costa meno. Ma certo questo dispiacerà molto ai contadini di quei Paesi, strappati alla idilliaca vita naturale della campagna da prospettive di una vita migliore, per loro di poco, ma molto per i loro figli, in termini di maggiore istruzione e salute. Il capitalismo certo non è una festa da ballo, per capovolgere un famoso detto del presidente Mao, che si riferiva alla rivoluzione socialista. Il primo ha vinto, ma notoriamente ha bisogno anche di consumatori, e tanti, non solo di lavoro a basso costo (altrimenti non comprano abbastanza).

La resa del ministro: niente risarcimenti né ricorsi per Tria

Giovanni Tria è abituato a indossare l’elmetto. Il ministro, oggi vittima del fuoco amico per via delle risorse che non si trovano per finanziare tutti i programmi gialloverdi del governo di cui fa parte, è abituato alla guerra. Ma quella combattuta da oltre due anni a questa parte a suon di carte bollate contro la Presidenza del Consiglio ha deciso di metterla via. Almeno per ora, infatti, non si è appellato al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar del Lazio che ha respinto la sua richiesta di risarcimento dei danni per essere stato disarcionato prima del tempo dalla Scuola superiore della Pubblica amministrazione che avrebbe dovuto presiedere fino a dicembre del 2017. Una decisione, quella del tribunale amministrativo, assunta ad aprile ma resa pubblica solo qualche settimana più tardi proprio nelle ore calde della chiusura delle trattative per la formazione del governo. Che alla fine lo avrebbero portato al ministero dell’Economia.

Il 19 maggio, data di deposito della sentenza in questione, Tria non avrebbe mai immaginato che una manciata di giorni dopo avrebbe giurato nelle mani del presidente della Repubblica: quel giorno, un sabato, come tutti gli italiani apprendeva che Luigi Di Maio e Matteo Salvini si sarebbero visti il lunedì successivo per trovare finalmente un accordo sul nome del premier. Ma pure dei preparativi dell’attesissimo royal wedding al castello di Windsor tra Harry e Meghan che imperversavano in tutti i tg. E che l’assemblea del Pd aveva siglato l’ennesima tregua finta approvando all’unanimità la relazione del reggente Maurizio Martina. Ma a tenere banco a casa Tria, era la questione del Tar. Che proprio il 19 maggio gli aveva dato torto su tutta la linea mettendo nero su bianco che il commissariamento – deciso dall’ex ministro della Pa, Marianna Madia – della Scuola della Pubblica amministrazione (Sspa) che Tria presiedeva dal 2010, era legittimo. E che non aveva neppure diritto ad alcun risarcimento per la fine anticipata del suo mandato, né di trascinare la Presidenza del Consiglio di fronte alla Corte costituzionale, come richiesto nel suo ricorso.

E non solo: il collegio dei giudici amministrativi di primo grado aveva pure stabilito che non aveva subito alcun danno di immagine dalla decisione del governo un paio di anni prima. Che lo aveva impallinato infatti non per ‘mala gestio’ della Sspa, ma per motivi organizzativi (l’accorpamento nella Scuola nazionale dell’amministrazione) e frutto di scelta eminentemente politica: “Da tale vicenda – si legge nella sentenza pubblicata quel giorno – non risulta alcun nocumento al prestigio e alla considerazione pubblica del ricorrente, a quel che consta preside della facoltà di Economia presso l’Università di Tor Vergata di Roma”. Insomma un sabato da dimenticare per il professore. Poi per lui il vento è girato. Ma le grane non sono finite, anzi.

I toni concilianti e ragionevoli usati nella prima intervista da titolare del Mef avevano lasciato interdetti quanti si aspettavano dichiarazioni dirompenti, in linea con lo spirito di Paolo Savona a cui era sfuggita la nomina in quello stesso ministero per il veto posto da Sergio Mattarella. Ma rapidamente le punture di spillo da parte di alcuni rappresentanti della maggioranza (e l’ironia del profilo fake di Diego Fusaro secondo cui il Tria è un infiltrato sorosiano e turbocapitalista nel rivoluzionario governo del cambiamento) si è rapidamente sostituito un sentimento, prima di sospetto, poi di aperta ostilità. Lo sgarbo subito dalla Madia è ormai un lontano ricordo. Neppure tanto sgradevole, in fondo.

“Autostrade care e scarsa qualità”: modello Benetton esportato fino in Polonia

Se c’è un Paese in Europa dove il tema delle concessioni autostradali e dello sviluppo della rete è più caldo che in Italia, questo è la Polonia. Quando ha aderito all’Ue il Paese aveva 550 km di autostrade e 230 di superstrade. Da allora, la rete è stata ampliata in modo sistematico. Secondo i piani, nel 2023 ne avrà 7.650 km, di cui 2 mila di autostrade, con aziende italiane come Salini Impregilo e Astaldi in prima fila per gli appalti.

E per l’Italia che discute di nazionalizzazioni e quali controlli esercitare sui concessionari il caso polacco mostra diversi punti d’interesse, visto che in Polonia opera in regime di concessione anche una società controllata dall’Atlantia dei Benetton. È la Stalexport Autostrady, società quotata alla Borsa di Varsavia che nel 1997 ha vinto la gara per la concessione autostradale del tratto Katowice-Cracovia (A4) fino al 2027. E che dal 2006 è entrata sotto il controllo prima di Autostrade per l’Italia, poi di Atlantia che ne detiene il 61,2% tramite una società lussemburghese.

La concessionaria presenta semestre dopo semestre redditività in grande crescita (quasi il 60% di utile netto sul fatturato) ma da qualche tempo non gode del favore degli investitori (il titolo ha fatto -20% da inizio anno) perché il mercato già ha iniziato a scontare che la concessione non verrà rinnovata e l’A4 tornerà allo Stato. Anche perché utenti e ministeri si lamentano del concessionario: l’azienda è da molti anni fortemente criticata dagli automobilisti polacchi per la scarsa qualità stradale, la politica di manutenzione, code e cantieri continui oltreché pedaggi fra i più cari in Polonia. Già nell’ottobre 2007 l’Antitrust polacco (Uokik) ha avviato contro Stalexport un procedimento antimonopolio, sospettando che la società sfrutti la posizione dominante sul mercato.

Per l’Uokik, la società imponeva prezzi non equi sul tratto stradale durante il periodo in cui venivano svolti lavori di rinnovamento che causavano difficoltà per i viaggiatori. Per questo, il 25 aprile 2008 ha definito l’operato della concessionaria controllata da Atlantia come “limitante per la concorrenza” e ha ordinato l’abbandono di tale pratica. Allo stesso tempo l’ha multata per 1,3 milioni di zloty (circa 300.000 mila euro). La decisione è stata impugnata dalla società prima alla Corte di Vigilanza sulla Concorrenza a Varsavia e poi alla Corte di Appello di Varsavia e alla Corte Suprema, che hanno respinto i ricorsi, confermando la decisione dell’antitrust.

Come in Italia, il contratto di concessione (fra i primi siglati in Polonia) è fonte da anni di discussioni: fu stipulato nel 1997 con un’ex azienda siderurgica controllata dallo Stato e poi privatizzata. Il contratto e i numerosi allegati sono secretati. Da tempo si discute se declassificarli per rivelare gli enormi vantaggi economici per il concessionario, inclusa la possibilità di ottenere risarcimenti nel caso in cui lo Stato polacco decidesse di costruire strade che sottraessero traffico all’A4.

Una situazione che conosciamo bene perché fino a poco fa (e fino al crollo del ponte di Genova ) in Italia le convenzioni autostradali erano coperte dal segreto. Anche in Polonia la Stalexport di Atlantia non vuole (neppure su richiesta del ministero delle Infrastrutture) rendere noto il contenuto integrale della concessione. L’A4 fu costruita in parte con fondi pubblici e in parte con prestiti garantiti dal governo negli anni 70 e 80. la concessione fu firmata dal governo socialista dell’epoca, pochi giorni prima di perdere le elezioni. Gli allegati furono poi firmati dal governo centrista di Jerzy Buzek, il cui ministro del Tesoro, Emil Wasacz , è divenuto poi presidente della stessa Stalexport (e dal 2000 è tuttora in sella) passata ad Atlantia oltre che consulente di altre aziende ex statali che aveva privatizzato da ministro. Secondo la Corte Suprema polacca, che è dovuta intervenire proprio sulla concessione della controllata di Atlantia, le clausole di riservatezza possono essere superate solo con il consenso di entrambe le parti. Ma, come riferisce il ministero delle Infrastrutture, il concessionario oppone un secco rifiuto.

Il caso Polonia può essere interessante anche per il modello misto che caratterizza la gestione, dimostrando che può esistere una terza via fra il sistema delle concessioni ai privati e la nazionalizzazione della rete: in Polonia ci sono autostrade gestite dallo Stato, tramite la Direzione generale delle strade e autostrade (Gddkia), e altre gestiteda privati con società concessionarie. Le superstrade sono gestite esclusivamente dal Gddkia.

In Italia, la tragedia del 14 agosto (43 morti), ha evidenziato come lo Stato abbia demandato ai concessionari il controllo. In Polonia, invece, il sistema di vigilanza è molto definito e spetta alla Gddkia una supervisione continua.

L’ente di controllo polacco sulle strade spiega che le persone autorizzate dalla direzione generale Gddkia hanno sempre il diritto di entrare nell’area del cantiere dove è in corso la costruzione o di effettuare controlli sullo stato dei viadotti e la manutenzione stradale. E sono autorizzate a richiedere chiarimenti scritti o verbali e avere accesso a tutti i dati relativi all’oggetto del controllo. E quello che è accaduto a Genova, spiegano a Varsavia, costituisce “un ulteriore incentivo nel loro lavoro per la verifica e il monitoraggio dello stato di viadotti e ponti gestiti da concessionari”. Il livello di controlli nei confronti dei concessionari e della Stalexport di Atlantia anche in Polonia è, insomma, destinato ad aumentare. E non è una congiura sovranista.

Quello strano caso dello spread fermo

La cosa che più spaventa gli investitori finanziari è l’incertezza. E mai come ora c’è stata incertezza sulle sorti economiche e politiche dell’Italia: a un giorno dalla presentazione dei primi numeri della legge di Bilancio nessuno sa bene cosa aspettarsi, quanto deficit e quali misure. La nebbia delle dichiarazioni dei membri del governo resta fitta. Eppure lo spread, cioè la differenza di rendimento tra titoli di Stato italiani e tedeschi, non si muove. Resta intorno a 230. Che non è poco, come ci ha ricordato anche il governatore della Bce, Mario Draghi e non è privo di conseguenze per famiglie e imprese. Ma è più o meno lo stesso livello da quando si è insediato il governo Conte. Sono scomparse quelle brusche oscillazioni che, per esempio durante la crisi del 2011, sembravano accompagnare ogni dichiarazione politica.

I mercati sono cambiati o questo governo è più rassicurante di come lo dipingono i critici? La risposta corretta è la prima. Come spiega un operatore finanziario che investe sul debito italiano, “i mercati non sono più quelli del 2011”. Con i tassi a zero, i fondi preferiscono lucrare sulle commissioni di gestione piuttosto che su quelle di risultato. Invece che fare scommesse rischiose e in continuo aggiornamento, lasciano praticamente immobili vaste somme di denaro e si accontentano di bassi guadagni. Perché fare la fatica di speculare se i ritorni sono poco allettanti e i rischi alti? E poi c’è il machine learning: molte compravendite sono automatizzate, si compra o si vende se gli altri comprano o vendono, per adeguarsi. Risultato: resta tutto immobile finché non cambiano le informazioni di fondo (si insedia l’esecutivo, arrivano i numeri della Manovra). Con il governo Conte, gli investitori si sono adeguati all’improvviso, con un aumento di 100 punti di spread tra aprile e giugno. Il mercato procede a gradoni anziché per adeguamenti quotidiani. Resta da capire quanto sarà alto il gradino da salire quando gli algoritmi e i trader incorporeranno, in un colpo solo, le scelte del governo sui numeri del Bilancio.