Pessina, due anni all’Unità, 20 milioni di fatturato in più

Fare l’editore conviene. Magari non ai giornalisti, che dall’editore possono essere cacciati a casa. E non alla testata, che per quanto gloriosa può essere chiusa. Ma agli imprenditori che si lanciano in un’avventura editoriale, sì: rivestire per una stagione i panni di chi manda in edicola un giornale può far bene ai loro affari. È il caso di Massimo Pessina e di Guido Stefanelli, rispettivamente presidente e amministratore delegato di Pessina Costruzioni. La loro azienda, fondata nel 1954 da Carlo Pessina, zio di Massimo, sede a Milano, cantieri anche all’estero, nel 2015 ha una svolta: diventa editrice della più storica tra le testate giornalistiche italiane, L’Unità, fondata da Antonio Gramsci. La storia è nota: Pessina Costruzioni e Guido Stefanelli costituiscono la società Piesse, che acquista l’80 per cento dell’ex quotidiano del Pci; il restante 20 per cento è di Eyu (Europa Youdem Unità), nelle mani del Pd allora strettamente controllato da Matteo Renzi. Partenza scoppiettante, navigazione subito difficile, crisi lunghissima e dolorosa, fino al 2 giugno 2017, quando l’editore annuncia la sospensione delle pubblicazioni. “L’Unità è di un privato”, se ne lava subito le mani Renzi. Il “privato”, intanto, torna a fare il costruttore a tempo pieno. Ha perso soldi nell’avventura editoriale. Ma ha visto rifiorire il suo core business. Ha acquisito commesse. Ha aperto cantieri. Molti con soldi pubblici.

Vediamo le cifre, che non sono opinioni. Fatturato 2016: 44,8 milioni di euro. Fatturato 2017: 66 milioni. La Pessina è risalita al ventitreesimo posto della classifica delle imprese di costruzione italiane, con un utile netto di 8,8 milioni. Gli ingredienti di questo successo sono diversi. Nel 2017, Pessina vince un arbitrato contro A2a, la multiutility dell’energia controllata dai Comuni di Milano e Brescia, che le porta in cassa 44,2 milioni ottenuti come risarcimento da A2a. Così i ricavi salgono da 90 a oltre 113 milioni e permettono a Columbia Prima, la holding che controlla Pessina Costruzioni, di chiudere già il bilancio 2016 con un profitto di 9,1 milioni, dopo che l’anno precedente aveva registrato una perdita di 700 mila euro. Nella primavera 2018, poi, Pessina ingloba, partecipando a un’asta del Tribunale di Bolzano, la Oberosler, una delle più grandi società di costruzioni dell’Alto Adige, attiva soprattutto nella realizzazione di strade e gallerie, con un portafoglio lavori di oltre 270 milioni di euro, tre concessioni per la realizzazione di tratti autostradali e una commessa per la realizzazione del tunnel di base di una centrale elettrica.

Più in generale, il portafoglio ordini della Pessina si dilata: a Torino, gli uffici della Reale Mutua e il progetto Juventus Village; a Pescara il centro direzionale della Fater; a Bogliasco il centro sportivo Mugnaini della Sampdoria. Ma a moltiplicarsi sono soprattutto i progetti che hanno a che fare con committenti pubblici: la Casa della salute, il nuovo poliambulatorio di Bologna; il velodromo di Spresiano, a Treviso, che sarà il più grande d’Italia; l’ospedale Felettino di La Spezia; il polo bionaturalistico dell’Università di Sassari; l’ospedale di Garbagnate, in provincia di Milano; il liceo Sigonio di Modena; l’Accademia della Guardia di finanza a Bergamo, realizzata da Cassa depositi e prestiti; la ristrutturazione, per l’Agenzia del demanio, dei caselli daziari a Milano; la partecipazione, sempre a Milano, a “Reinventing cities”, il bando internazionale per rigenerare e rendere ecologici siti degradati della città (per Pessina, le Scuderie de Montel, nei pressi dello stadio di San Siro).

Fu il programma tv Report, nel 2017, a sostenere che l’acquisto dell’Unità aveva come contropartita, per la Pessina, appalti in Kazakistan (opere civili, industriali e infrastrutturali legate ai giacimenti dell’Eni), e in Iran (cinque ospedali da costruire). L’azienda smentì immediatamente ogni collegamento tra l’impegno nell’Unità e i suoi appalti all’estero. In Italia, intanto, si moltiplicavano i lavori di peso e le polemiche. Sull’ospedale di La Spezia, fu il candidato del centrodestra alla Regione Liguria Giovanni Toti (poi vincitore) a sollevare il problema durante la campagna elettorale: “È singolare che a pochi giorni dal voto si firmi un appalto da centinaia di milioni per la realizzazione di un nuovo ospedale. E che il gruppo che lo realizzerà, unico a presentare l’offerta, sia, guarda caso, il maggiore titolare delle quote dell’Unità, giornale che il segretario del Pd e premier Matteo Renzi si è preso l’impegno di salvare. Sarà tutto certamente regolare, ma lascia perplessi”. Reazione stizzita del gruppo Pessina: “C’è stata una regolare gara e noi l’abbiamo vinta in base all’offerta migliore”. Le polemiche non riguardano soltanto storie di mattoni e cemento, ma anche di acqua. Sì, perché il gruppo Pessina, attraverso la holding Columbia Prima, controlla anche una serie di marchi di acque minerali, i più noti dei quali sono Norda e Sangemini, con 26 fonti e 130 milioni di fatturato. Ebbene, proprio il gruppo Norda ha ricevuto nel 2017, dal presidente della Regione Abruzzo, il pd Luciano D’Alfonso, la concessione per l’utilizzo della sorgente Sponga di Canistro, in provincia de L’Aquila. Dopo un lungo contenzioso, nell’agosto del 2018 la Regione ha dovuto bandire una nuova gara. In questa storia con molte incertezze, di certo c’è solo che Pessina cresce, e l’Unità non c’è più.

 

Mail Box

 

L’odio social contro i disabili sintomo di “disabilità morale”

Gli insulti sul web ai danni di disabili, che hanno visto come bersagli la nuotatrice paralimpica parmigiana Giulia Ghiretti o poco tempo fa la partecipante a Miss Italia Chiara Bordi, sono semplicemente spregevoli. Anche la schermitrice Bebe Vio, disabile campionessa paralimpica mondiale ed europea in carica, fu pesantemente ingiuriata in rete circa due anni fa. Faccio fatica solamente a pensare che soddisfazione si provi a sbeffeggiare chi è affetto da disabilità. Ma soprattutto chi, come queste ragazze, ha avuto la forza di reagire e trasformare una mancanza in punto di forza. Reazione che deve fungere da esempio per tutti. Ci sono persone talmente frustrate e insoddisfatte, ma allo stesso tempo incapaci, che danno ad altri la colpa dei loro mali. E cercano di ferire e procurare malessere altrui per bilanciare un disagio che rappresenta la propria personale “disabilità”. Una disabilità morale ed intellettiva che nessuna protesi potrà mai colmare e che non deve impietosire ma essere emarginata da una società seria e rispettosa. Vengono chiamati “troll”, nel gergo di internet. Termine ispirato alle leggende scandinave, una specie di orco demoniaco. Bruttino ma sicuramente meno ripugnante di chi si permette di scrivere certe volgarità.

Cristian Carbognani

 

Dov’erano i tecnici del Mef quando Monti era al governo?

Chi sia questo Casalino, all’italiano medio che non lo ha certamente votato, importa molto poco. Sarebbe interessante invece conoscere i nomi dei tecnici del ministero contro i quali egli si sarebbe scagliato. Sapere se si tratta di lavoratori assunti in pianta stabile e che hanno il reddito di cittadinanza vita natural durante a partire da quando hanno superato il concorso. Le critiche che presumibilmente i famosi tecnici del Mef sollevano riguardano le misure economiche di questo governo: si avrebbe lo sfascio totale dei conti pubblici. Doveroso chiedersi dove fossero questi tecnici quando un certo Monti varava norme che sul breve termine hanno dato l’impressione di salvare il Paese ma che a conti fatti hanno portato a una esplosione del debito e a una contrazione del Pil, con un numero vergognosamente elevato di imprese chiuse e un ceto medio ridotto allo stato di indigenza. “We’re actually destroying domestic demand through fiscal consolidation” disse egli stesso in una intervista alla Cnn. Può essere che anche a quei tempi il governo abbia imposto la cieca ubbidienza, con la differenza sostanziale che questa notizia non è mai trapelata.

Piero Sositivo

 

Se Berlusconi dovesse tornare l’Italia toccherebbe il fondo

Finalmente, nel misero scenario del Paese, si apprestano novità interessanti, sia immediate e sia futuribili. Lui è nuovamente sceso in campo, al fianco di Salvini, e si appresta a chiedere alla Meloni se è interessata a far parte della coalizione che alle imminenti prossime elezioni nazionali sbaraglierà il campo, apprestandosi a governare il Paese. Questo è quanto ha dichiarato alla stampa Silvio! Coloro che non lo hanno pensato alzino la mano! È da sempre che, pur se indegnamente, aspira a salire al Colle; quale migliore occasione potrebbe mai presentarsi? È sostenuto nei suoi desideri da uno stuolo di ambigui servitori, per non affermare di peggio, la maggior parte dei quali gli sono debitori di chissà quali inconfessabili favori. Quello che è certo, se ciò dovesse avvenire, è che l’Italia, rispetto al mondo intero, sarebbe arrivata a raschiare il fondo del barile!

Renzo Tassara

 

Anche in Zambia ci sono problemi ma nessuno è solo

Dal piccolo centro di accoglienza per bambini di Mthunzi a Lusaka, in Zambia, l’Italia è lontana 10.000 km e non se ne sente la mancanza. Ogni tanto vedo articoli di gatti o ricci salvati dai vigili del fuoco, liti personalistiche interne a tutti i partiti, sfiducia e rancore diffuso. Fatti urlati, sarcasmo da social e poi l’onnipresente declinazione all’Io che si fa diritto. Anche qui i problemi non mancano, ma ci sono quelle strette di mano, i sorrisi e i cori dei bambini: ogni passo una carica di entusiasmo vitale proprio di un paese giovane (il 46% della popolazione ha meno di 14 anni). Nessuno è solo e poi c’è quell’armonia libera e necessaria del declinare tutto al Noi.

Non è meglio o peggio, ma i modi di vivere le cose degli altri forse possono aiutarci: andare lontano può aiutare a vedere vicino.

Fabrizio Floris

 

Boschi, la libera professione incompatibile con il mandato

Il Fatto ci informa che la Boschi ha ripreso o intende riprendere a esercitare la professione di avvocato. Evidentemente un deputato ha tutto il tempo per dedicarsi alla sua libera professione trascurando i doveri del parlamentare. Ricordo che il Fatto aveva pubblicato il 29 agosto 2015 un’intervista al procuratore della Repubblica di Torino Armando Spataro che si concludeva con questa affermazione: “È necessario che si preveda l’impossibilità dell’esercizio della professione forense durante il mandato politico”. Parole sagge che non avranno mai alcun seguito.

Claudio Carlisi

Come si dice “montagna del sapone” in francese?

Ieri abbiamo appreso che le Alpi sono non solo confine naturale e amministrativo, ma pure ontologico: di là la logica economica funziona, di qua no. Quindi, lo diciamo con sollievo, è solo colpa delle Alpi se in Italia la maggior parte dei commentatori sostengono politiche autolesioniste sui conti pubblici. Questa scoperta la dobbiamo a Emmanuel Macron, che dimostra così di conservare una sua residua utilità. Ricapitoliamo: Parigi s’è impegnata anni fa al pareggio di bilancio senza mai trovare il tempo di farlo. Il nuovo presidente invece ci tiene, ma purtroppamente deve rinviarlo: quest’anno doveva raggiungere un deficit/Pil del 2,3% e ha annunciato il 2,6%; l’anno prossimo l’1,9 e andrà al 2,8% per fare una riforma fiscale. È bellissimo constatare come – lo certificano i nostri meglio commentatori – questo aumento del deficit aiuterà la crescita e, per questa via, contribuirà pure a stabilizzare il debito pubblico. Ma quindi funziona? Certo, plaude l’editorialista collettivo: un po’ più di spesa pubblica, più crescita, debito stabile o in calo rispetto al Pil (e, nel caso di Macron, fischiettii da Bruxelles). Ma che davvero? Certo, ma solo al di là delle Alpi: di qua c’è lo spread, ente spirituale che ha una sua moralità e non dipende affatto da politica e rapporti di forza (disclaimer: sarcasmo). Polemiche sterili, ci bacchetta l’editorialista collettivo, visto che Macron ha già scritto nel suo Def che nel 2020 il deficit sarà all’1,4% e l’anno dopo al pareggio (pappappero!). E quindi va chiarita solo un’ultima cosa: come si dice “montagna del sapone” in francese?

Elezioni. L’astensionismo non interessa. Ma con politici così perché votare?

 

Nel corso delle ultime campagne elettorali la preda preferita di tutti i partiti erano coloro che da anni ormai avevano rinunciato a votare, tutti coloro che non si sentivano più rappresentati da partiti o aspiranti leader. Un enorme serbatoio di voti che faceva gola a tutti se solo avessero trovato il modo per metterci sopra le mani.

Dal 4 marzo di tempo ne è passato e la politica ha mostrato un drastico cambio di rotta. I sondaggi mostrano solo l’avanzata di quel partito e la perdita di consenso di quell’altro. Ma non vedo previsioni in merito alla eventuale variazione dell’astensione se si andasse a votare adesso. Dopo anni di non democrazia e di voto tradito, gli italiani potrebbero tornare ai seggi se vedessero che finalmente il loro voto serve a qualcosa.

Il prossimo banco di prova saranno le elezioni europee. In molti vedono l’occasione per cambiare un continente intero, e magari un ritorno all’esercizio del diritto di voto.

Giuseppe Peroni

 

Gentile Giuseppe,il tema dell’astensione è un tema ormai strutturale della politica, non solo italiana. Lasciando da parte l’affluenza alle urne nei Paesi anglosassoni il fenomeno è ormai parte integrante delle democrazie continentali. Un dato che non è mai stato preso in seria considerazione, basti pensare alla sufficienza con cui il Partito democratico ha affrontato la bassissima affluenza – circa il 37% – di elettori alle ultime Regionali in Emilia Romagna, la sua terra d’elezione e il suo radicamento storico. Sarebbe bastato fare attenzione a quell’evento per captare la bufera che si è poi manifestata lo scorso 4 marzo.

Lei ha quindi ragione a osservare che del fenomeno, in fondo, non interessa molto a nessuna formazione politica. La contesa sembra essere ingaggiata soprattutto per conquistare il voto di chi già vota e soprattutto vota per il partito ritenuto più contiguo. E così vediamo che gran parte della vicenda governativa consiste in una marcatura stretta da parte della Lega sul M5S per rubargli elettori. Quello cui in fondo ambirebbe Matteo Renzi, stavolta nei confronti di Berlusconi. E invece fuori dai recinti già occupati c’è una popolazione in cerca di rappresentanza, posto che la spinta verso formazioni storicamente “antisistema” come il M5S abbia raggiunto il suo massimo. Però, parliamoci chiaro, per conquistarne i favori servirebbero progetti coraggiosi, programmi ambiziosi. E invece ci troviamo con una contesa politica asfittica, fatta di insulti e di parodie dell’avversario. Con dirigenti politici così, in fondo, perché gli elettori dovrebbero andare a votare?

Cordialmente,

Salvatore Cannavò

Flexsecurity, il solito giochetto a due fasi sulla pelle dei lavoratori

Con tutta la bella retorica sull’uscita dalla crisi, e la ripresina – dopo dieci anni di implacabile tosatura dei redditi dei ceti medio bassi – ecco che abbiamo un problemino. Muore, infatti, gran parte della cassa integrazione per le aziende in crisi o in cessazione di attività. Il che significa avere davanti la prospettiva di 140.000 (centoquarantamila!) lavoratori senza reddito, solo tra i metalmeccanici, cui si aggiungono altre categorie, tavoli, trattative, crisi, emergenze per un totale che nessuno sa calcolare ma che dovrebbe, alla fine dell’anno e nei primi mesi del 2019, sfiorare quota 200.000 (duecentomila!).

Sono famiglie che rischiano di restare senza reddito, quindi di più o meno mezzo milione di persone che sentono la terra che cede, il pavimento che diventa fangoso, e avvertono spaventate uno scivolamento verso la povertà. La questione è già stata approfondita dai leader politici, cioè approfondita come sanno fare loro, in scambi di contumelie di 280 caratteri, virgole e spazi compresi. Di Maio ha dato a Renzi dell’“assassino politico” per il Jobs act, Renzi ha risposto per le rime, eccetera eccetera. La solita seconda media con ragazzi difficili, che – immagino, ma sono quasi sicuro – produrrà in quelle 200.000 famiglie sull’orlo della povertà una notevole irritazione (eufemismo: saranno incazzati come cobra). Al di là del disastro, che ora bisognerà evitare in qualche modo, va fatta una riflessione seria sulla sbobba che in questi anni ci hanno fatto mangiare, a pranzo e a cena, benedetta e santificata in una parolina inglese (e te pareva, la lingua di Shakespeare sembra la vaselina migliore quando si parla di lavoro in Italia): flexsecurity. Per anni, più o meno dal 2009, quella della flexsecurity è stata la teoria liberista del lavoro, mutuata da suggestioni danesi (Pil una volta e mezzo il nostro, abitanti meno di un decimo), spinta dai pensatori liberal-liberisti, tradotta assai maldestramente in legge dal jobs act. Consiste, più o meno, nell’aumentare sia la flessibilità del lavoro (flex), sia la sicurezza sociale (security), con il geniale progetto, una specie di speranza con tanto di ceri alla Madonna, che la prima riesca più o meno a finanziare la seconda. Cosa che non è avvenuta. Su colpe, responsabilità, omissioni, pezze da mettere al buco si vedrà, ma preme qui affrontare un aspetto della questione un po’ più teorico e (mi scuso) filosofico. Perché entra qui in gioco una grande tradizione italiana, che potremmo chiamare il trucchetto delle due fasi. Prima fase: si chiedono sacrifici e rinunce, limature e taglio di diritti, stringere i denti, tirare la cinghia. Ma tranquilli, è solo la prima fase, poi verrà la seconda fase e vedrete che figata.

Ecco, la seconda fase non arriva mai. Qualcosa si inceppa. O si sono sbagliati i calcoli. O cade un governo. O cambia la situazione internazionale. O il mercato non capisce. O l’Europa s’incazza. Insomma interviene sempre qualche fattore per cui la fase uno si fa eccome, soprattutto nella parte dei diritti tagliati e del tirare la cinghia, e la fase due… ops, mi spiace, non si può fare, non ci sono i soldi, che disdetta.

Sono anni e anni che questo giochetto delle due fasi viene implacabilmente attuato sulla pelle dei lavoratori italiani, anni in cui gli si chiede di partecipare in quanto cittadini al salvataggio della baracca, rinunciando a qualcosa come garanzie o potere d’acquisto in cambio di un futuro in cui i diritti ce li avranno tutti – un po’ meno, ma tutti – e aumenterà il benessere collettivo. Mai successo. Ma mai.

La superiorità del porto francese su quello italiano

Balzac, sublime osservatore della società francese, nel celebre Trattato scrive: “Un uomo diventa ricco; nasce elegante”. Essì perché è l’eleganza il segreto di tutto. E i francesi, con quella loro inconfondibile (e intraducibile, non a caso) allure, possono fare quello che vogliono. Per esempio: se il loro Monsieur le President ha problemi di consenso e decide di tagliare drasticamente le tasse, tipo una riduzione di 24 miliardi di euro (mica bruscolini) non si pongono minimamente il problema del rapporto deficit/pil come noi zotici scialacquatori: “La prosperità” ha detto il ministro delle Finanze Bruno Le Maire, “non deve basarsi su maggiore spesa pubblica, più debito e più imposte”. Giusto! E pazienza se per finanziare questa maxi-manovra si farà salire un po’ il deficit l’anno prossimo, che era già salito un po’ più del previsto quest’anno. Quando qualcuno dei nostri governanti osa sostenere il bizzarro paragone – “siamo uno Stato sovrano anche noi” – viene sommerso d’improperi, quando non ridicolizzato: qui c’è il debito pubblico più alto, e poi abbiamo i ministri inaffidabili che fanno scappare gli investitori con parole dal sen fuggite. Gente cafona che si fidanza con le soubrette televisive – che vulgarité – invece che con le professoresse agée. Oltre alla liberté e alla egalité, in Francia hanno anche l’affidabilité, una roba che noi ce la sogniamo.

Ieri i giornali si sono occupati, senza gran trasporto, della vicenda Aquarius 2, la nave della Ong Sos Méditerranée che batte bandiera panamense in cerca di un porto dove attraccare. E di cui – tanto! – si era parlato nei giorni scorsi per via delle accuse all’Italia mosse dalla ong a proposito di presunte pressioni sul governo di Panama perché revocasse l’iscrizione dell’imbarcazione sul registro navale. Parigi invece aveva “suggerito” che l’imbarcazione con a bordo 58 migranti sbarcasse a Malta e non a Marsiglia, dove la nave aveva chiesto di attraccare. “Siamo chiari sul fatto che non bisogna fare quattro o cinque giorni in mare, per andare in Francia o in Spagna. Bisogna farla sbarcare rapidamente, e oggi si trova vicino a Malta”, aveva detto una fonte della presidenza d’Oltralpe. Che così continuava: “Lavoriamo a una soluzione europea, come abbiamo fatto precedentemente”, alludendo all’Aquarius 1, la nave che in giugno fu autorizzata a sbarcare a Valencia, in Spagna (i migranti che erano a bordo furono ripartiti fra diversi Paesi). Ecco, i francesi non chiudono i porti, come potremmo fare noi razzisti. Loro “suggeriscono” un’altra soluzione. Converrete che è assai più elegante. In questa faccenda, fortunelli, sono stati anche supportati dall’Europa, solitamente severa (con noi). Sentite che cosa ha dichiarato Natasha Bertaud, portavoce della Commissione: “La situazione legale dell’Aquarius 2 è la seguente. È una nave senza bandiera europea, e ha operato in un’area di ricerca e salvataggio libica”, perciò “non impegna la responsabilità europea. Nessuno Stato membro si è fatto avanti” per aiutare. E quindi? Cazzi loro, sintetizzeremmo noi che siamo dei maleducati ma che non pensiamo che l’accoglienza possa essere un valore a giorni alterni. In serata si è saputo poi che la nave ha attraccato a Malta e che i migranti saranno ripartiti – la fonte è il governo portoghese – tra Spagna, lo stesso Portogallo e la Francia (non si sa in quali dosi).

Ora è evidente che per capire le differenze di trattamento di cui sopra, la prossima volta sarà meglio nascere francesi. Anche se, ancora con Balzac, “L’uomo abituato al lavoro non può comprendere la vita elegante”.

Ue, l’ammissione di impotenza

Arrivano momenti in cui perfino i più europeisti devono constatare l’impotenza assoluta di questa costruzione comunitaria, sempre più simile a quei condannati a morte che aspettano con serenità il giorno dell’esecuzione, che in questo caso è il 23 maggio 2019, quando gli elettori di 27 Paesi dovranno votare per l’Europarlamento. Tre vicende denotano la totale mancanza di controllo politico delle istituzioni comunitarie: il caso della nave Aquarius, le reazioni al decreto Sicurezza e il comportamento sulla legge di Bilancio.

L’imbarcazione di Sos Mediterranée e Medici senza frontiere cerca un porto dove sbarcare 58 libici salvati in mare. A fine giugno i governi dei 27 Paesi riuniti nel Consiglio europeo hanno riconosciuto la linea dell’Italia e la necessità di “un approccio globale alla migrazione che combini un controllo più efficace delle frontiere esterne dell’Ue”. La Francia di Emmanuel Macron nega a Sos Mediterranée di sbarcare nel porto di Marsiglia e cerca di rinviare a Malta, Paese con molte colpe ma che non può risolvere da solo la questione migranti (ha circa gli stessi abitanti di Firenze, 436.000). Malta ovviamente nega. E, interpellato a Bruxelles, un portavoce della Commissione Ue si limita a dire che “in termini legali, anche se non ha bandiera europea, l’Aquarius può chiedere di sbarcare negli Stati membri e gli Stati membri possono autorizzarlo” e si augura che “una soluzione sia trovata”.

Nessun richiamo alle conclusioni del Consiglio Ue che, sia pure su base volontaria, richiedono a tutti e 27 i Paesi di farsi carico dei migranti via mare. Nessuna invocazione di responsabilità. Soltanto un pilatesco disinteresse. La Commissione Ue non può obbligare gli Stati, ma potrebbe almeno richiamarli a quei valori fondanti del progetto europeo che accusa l’Ungheria di Viktor Orbán di violare. Alla fine la condivisione finalmente viene decisa – se li dividono Germania, Francia, Malta e Portogallo – ma senza alcuna regia. Decidono i governi, come se l’Unione europea non ci fosse.

Sempre un portavoce della Commissione, aggiunge poi che le misure nel decreto Sicurezza appena varato da Matteo Salvini “non sembrano misure completamente fuori bersaglio”. Pare un tentativo di compiacere un leader, Salvini, che ormai non viene più trattato come un corpo estraneo da espellere ma come una minaccia interna da contenere. A Bruxelles si sta diffondendo un vero terrore: i funzionari, in particolare quelli della Commissione, a cominciare dal presidente Jean Claude Juncker, temono di trasformarsi nel bersaglio dei partiti anti-establishment destinati a rafforzarsi nella campagna elettorale del 2019. Soprattutto sui migranti, dove a Salvini ma non solo serve ripetere la narrativa dell’“Europa che ci ha lasciati soli” e che invece di arginare il flusso di migranti finisce quasi per favorirlo.

Al netto di chi ha qualche ambizione personale, come il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici (quello dei “piccoli Mussolini”), la scelta più diffusa è quella del silenzio e del concedere tutto quanto si può concedere. Basta guardare i lavori preparatori della legge di Bilancio: mai la Commissione era stata così silente, nonostante l’incertezza assoluta sui numeri, e l’annuncio di misure contrarie a ogni indicazione comunitaria (tutti zitti perfino sulle ipotesi di condono Iva, che è un’imposta comunitaria). Si profila lo schema che abbiamo visto in questi anni applicato, per ragioni opposte (cioè di appoggio esplicito e non di timore) ai governi Renzi e Gentiloni: un’approvazione con riserva di qualunque progetto di legge di Bilancio verrà inviato a Bruxelles e il rinvio di un giudizio finale a tempi migliori, cioè dopo le Europee di maggio. Chiusi nella loro bolla di Bruxelles, questi tecnocrati non si rendono conto di confermare così tutte le accuse dei loro avversari: l’interpretazione discrezionale di regole, che dovrebbero essere severe ma almeno chiare e prevedibili, conferma soltanto che i vincoli sui conti pubblici cambiano a seconda del colore politico del governo che li vuole violare.

In questa gelatina tremolante di paure eurocratiche resiste soltanto Mario Draghi a rivendicare valori e principi fondanti che, fino a prova contraria, anche la maggioranza degli europei condivide ancora, stando ai sondaggi. Ma la forza del presidente della Bce deriva proprio dal non essere eletto direttamente. Mentre sono i rappresentanti di istituzioni influenzate dal consenso degli elettori che, se non vogliono arrendersi allo spirito del tempo sovranista e anti-europeo, dovrebbero ricordarsi e ricordare il senso profondo delle regole e delle procedure di cui chiedono il rispetto. Altrimenti avrà ragione chi contesta all’Ue di essere diventata una burocrazia preoccupata soltanto della propria sopravvivenza.

Modena, il 16enne scomparso è stato ucciso da un suo coetaneo

La giovane vita di Giuseppe Balboni è finita in fondo a un pozzo profondo tre metri tra le province di Bologna e Modena. Ucciso con una pistola per mano di un coetaneo che ha confessato. Vicino a un casolare, si sono tragicamente interrotte le ricerche del sedicenne scomparso da lunedì 17 settembre, quando avrebbe dovuto iniziare la scuola in un istituto tecnico di Bologna e quando invece non è più tornato a casa a Zocca, nel Modenese.

Del caso si occupano i carabinieri coordinati dalla Procura per i minorenni, con il procuratore capo Silvia Marzocchi che è personalmente andata sul luogo del delitto, un casolare a Tiola di Castello di Serravalle. La presenza del magistrato e quella di un altro pm dei minori, Alessandra Serra, sono stati fin da subito più che un indizio sull’età anagrafica del presunto killer o comunque sull’orientamento che avevano preso fin da subito le indagini. Diversi minorenni infatti, amici o conoscenti della vittima, sono stati sentiti dagli investigatori. Nel pomeriggio è stato interrogato a lungo soprattutto un conoscente del sedicenne, su cui si puntavano i maggiori sospetti. E il ragazzo ha ammesso i fatti: ha ucciso e lo ha fatto con la pistola del padre.

Devastato l’oliveto dell’assessore comunale

Ennesimo atto intimidatorio contro un amministratore pubblico in Sardegna. Nella notte tra venerdì e sabato è stato devastato l’oliveto dell’assessore comunale allo Sport e ai Lavori pubblici di Seneghe (Oristano) Antonio Vincenzo Feurra. Armato di motosega l’autore – o gli autori – ha potuto operare con tutta tranquillità abbattendo una trentina di ulivi e altre piante da frutto più recenti. L’assessore non ha dubbi sul fatto che l’intimidazione subito sia collegata alla sua attività di amministratore e al piano di revisione degli usi civici che l’amministrazione di cui fa parte sta mandando avanti. Tra i primi a esprimergli solidarietà il sindaco del paese Gianni Oggianu, anche lui vittima di un atto intimidatorio. Lo scorso maggio era stato infatti divelto il cancello di una sua proprietà. Nell’estate 2017 invece era toccato invece alla vicesindaca Sandra Mancosu, alla quale era stata incendiata l’auto.

Sette anni all’ex presidente del Tribunale di Imperia

La Corte d’appello di Torino ha confermato la condanna di Gianfranco Boccalatte, ex presidente dei Tribunali di Sanremo e Imperia, processato per una serie di reati commessi nell’ambito dello svolgimento del suo incarico. La pena, rispetto alla sentenza di primo grado, del 27 giugno 2016, è stata rideterminata in 7 anni di reclusione. Boccalatte era stato accusato di corruzione in atti giudiziari, peculato, falso, millantato credito per episodi avvenuti tra il 2002 e il 2011.

A marzo, sempre a Torino, si aprirà in tribunale un altro processo per il caso della nomina illegittima di un tutore per una persona interdetta, considerato inizialmente come abuso in atti di ufficio ma poi riqualificato – per decisione dei giudici di primo grado, che avevano restituito gli atti alla procura – in peculato.