In fiamme le colline di Pisa: 700 sfollati

“Sembrava l’apocalisse”. Occhi stanchi, sguardi ricoperti di fuliggine e poca voglia di parlare: nelle prime ore del mattino i vigili del fuoco tornano in paese ma alle loro spalle la montagna brucia ancora. Molti di loro nella notte hanno rischiato la vita per le fiamme alte fino a 30 metri che continueranno ad imperversare sul Monte Serra per tutta la giornata distruggendo boschi, campi e anche qualche casa. A Calci, piccolo paesino di settemila abitanti che divide Pisa dalle montagne lucchesi, sembra di essere scesi direttamente all’inferno: qualcuno intorno alle 22 di lunedì ha appiccato il fuoco vicino al paesino di San Giusto e poi ha fatto tutto il vento. Gli alberi secolari e gli oliveti che fino a ieri circondavano il paese non ci sono più e durante la mattinata si è temuto anche per la Certosa di Calci, il monastero trecentesco che oggi ospita il Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa: le fiamme però non l’hanno nemmeno sfiorata.

Nonostante l’intervento dei cinque Canadair, a fine giornata il bilancio sarà di almeno 600 ettari distrutti dalle fiamme e la Coldiretti stima danni per 4 milioni di euro (“un disastro immane” lo definisce il sindaco di Calci Massimiliano Ghimenti). Fortunatamente non c’è nessuna vittima e i tre feriti che sono rimasti intossicati sono stati portati subito all’Ospedale di Cisanello (Pisa) per ulteriori accertamenti: si riprenderanno. Eppure, tra Calci e la vicina Vicopisano, gli sfollati sono più di 700: “Stiamo vivendo un incubo – racconta una residente che nella notte di lunedì è stata accolta nella palestra comunale – diteci solo se potremo tornare presto nelle nostre case”. Non sarà possibile: per la seconda notte di fila, coloro che non sono riusciti a trovare una sistemazione da amici o parenti, dormiranno in albergo. Nel pomeriggio di ieri l’aeroporto di Pisa è stato chiuso per qualche ora per permettere ai mezzi antincendio di transitare più velocemente e il Presidente della Regione Enrico Rossi ha firmato il decreto di stato di emergenza con cui sono stati stanziati i primi 200.000 euro per soccorso e assistenza.

Non è certo il primo incendio che colpisce la zona: negli ultimi anni sono stati sempre più frequenti e l’ultimo risale a una settimana fa quando l’innesco era stato ritrovato sempre a San Giusto, nello stesso luogo di ieri. Per questo la Procura di Pisa ha aperto un’indagine per “incendio doloso”: gli investigatori ipotizzano che ad agire possa essere stata la stessa mano criminale. Nel frattempo, nella serata di ieri la situazione è lievemente migliorata, ma l’intervento dei Canadair e dei pompieri è andato avanti fino a tarda ora.

Il centrosinistra sardo ricasca sull’Urbanistica

Stesso luogo, stessa arma, stesso movente: il governo del territorio e le diverse visioni di sviluppo legate agli straordinari valori ambientali del paesaggio sardo. Sembra un amarcord da delitto perfetto, lo stop all’attesissima discussione in aula della legge Urbanistica della Sardegna, che sancisce la crisi di fatto della maggioranza di centro sinistra in Regione. Proprio come nel 2008, solo che il Governatore di allora Renato Soru si dimise all’istante dopo essere andato sotto su un emendamento da lui stesso suggerito durante la votazione sulla legge Urbanistica, che causò la fine anticipata della legislatura.

Dieci anni dopo la stessa sorte tocca a Francesco Pigliaru, che però evita la conta in aula (e le dimissioni) chiedendo il rinvio del provvedimento alla commissione Urbanistica, nel tentativo di trovare con ulteriori aggiustamenti quel “sostegno ampio e compatto” che al momento manca, e davanti al quale “occorre fermarsi”. I tempi sono però strettissimi, ed il rinvio, ironicamente convocato al “30 di febbraio” dallo stesso presidente della Commissione Antonio Solinas (Pd) appare più che altro un escamotage finalizzato a consentire alla maggioranza di centrosinistra di reggere fino all’approvazione della Finanziaria. È lo stesso Pigliaru ad ammetterlo implicitamente quando, uscendo dall’aula ricorda che c’è ancora molto lavoro da fare, riferendosi proprio alla legge di Bilancio. “Credo che nessuno credo voglia mandare la Regione in esercizio provvisorio e faccio un appello alla responsabilità di tutti. Però è chiaro: al momento si vede giorno per giorno come vanno le cose”.

Il professore non nasconde l’amarezza davanti alle defezioni di una parte della maggioranza e del Consiglio delle Autonomie locali, “che non ha mai espresso un parere definitivo né ha mai avanzato proposte emendative sul testo del ddl”. È evidente però che il problema è soprattutto politico: a votare contro sarebbero stati, compatti i consiglieri del Partito dei Sardi, alleati di maggioranza il cui leader Paolo Maninchedda non nasconde l’ambizione di concorrere come prossimo candidato alla carica di governatore all’interno di “primarie nazionali sarde” aperte a tutti coloro i quali riconoscano la specificità nazionale della Sardegna e da organizzare entro il mese di novembre.

Sembra rivolgersi a loro più che a chiunque altro, il Presidente quando in aula parla di “ragioni di merito non sempre chiare” e quando aggiunge che per troppo tempo in Sardegna si è scelta la politica del rinvio. “Invece l’isola ha bisogno di riforme e ha bisogno di una legge urbanistica, non di rinvii in attesa di sempre nuove elezioni o di rimandi a ipotetici contesti che si ritengono più opportuni per fare scelte che comunque in tutti i momenti rimangono difficili come tutte le scelte in politica”.

Da questo momento si naviga a vista. Con una legislatura praticamente conclusa ed un centrosinistra in affanno, alla ricerca del candidato-federatore in grado di unire una coalizione il più possibile ampia, che comprenda non solo il Pd e Campo Progressista, ma tutte “tutte le forze democratiche di ispirazione liberale, cattolica, di sinistra e identitaria, e il mondo civico degli amministratori locali”. Al momento l’unico in grado di affrontare la sfida sembrerebbe il sindaco di Cagliari Massimo Zedda, che però non ha ancora sciolto le riserve.

Sul fronte del centro-destra è probabile che alla fine si trovi una convergenza tra Forza Italia e Lega, con il nome di Christian Solinas presidente. Il giovane segretario del Partito Sardo d’Azione infatti, fiutata l’aria del cambiamento, ha da tempo abbandonato l’antica vocazione socialista del partito azionista sardo siglando con Matteo Salvini un patto di ferro che prevedeva l’apparentamento alle politiche dello scorso marzo e alle prossime regionali di febbraio 2019.

Il Movimento 5 Stelle correrà da solo, con il suo candidato ufficiale Mario Puddu, che sull’epilogo della legge Urbanistica in Consiglio Regionale ha commentato: “La decisione di non portare la legge in aula è frutto di una tardiva presa d’atto: come da tempo sanno bene i sardi, questa giunta rappresenta solo se stessa ed è priva di una vera maggioranza in Consiglio regionale”.

Come ti nascondo la notizia

Non deve essere sembrata interessante ai primi giornali italiani per diffusione la notizia del provvedimento di sequestro disposto dal Tribunale di Catania su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, per circa 150 milioni di euro, nei confronti di Mario Ciancio Sanfilippo. Il Corriere ha dedicato alla vicenda circa 1.500 battute a pagina 18, titolando in punta di penna “Sequestrati 150 milioni all’editore della Sicilia”. Repubblica ha relegato la notizia al colonnino di pagina 18, quello accanto ai necrologi e sotto la mezza pagina dedicata allo stupro della studentessa di Firenze. Non senza difficoltà si legge: “L’antimafia confisca beni per 150 milioni all’editore Ciancio”. Più accurate le edizioni locali: Repubblica edizione Bari ha titolato l’articolo di pagina 5 “Gazzetta, arriva il Commissario. Il primo sequestro di un giornale”. Il titolo dell’articolo a pagina 5 dell’edizione di Palermo è invece “Confiscati giornali e tv di Ciancio”. Anche il Corriere del Mezzogiorno, edizione di Bari, ha dedicato un intero articolo all’editore: “Bufera su Ciancio Sanfilippo. Sequestrate anche le quote di maggioranza della Gazzetta”. Peccato che nei tre titoli non compaia alcun riferimento al capo d’imputazione: concorso esterno in associazione mafiosa.

Tra De Benedetti e mafia, potere e latte di mandorle

L’istantanea è di Nino Milazzo, che fu vicedirettore del Corriere della Sera, poi richiamato da Mario Ciancio a co-dirigere La Sicilia negli anni 2000: Milazzo rivoluzionò il giornale iniziando da Messina, dove l’informazione è tradizionalmente paludata, ma l’iniziativa non piacque al corrispondente dello Stretto, uno dei “fedelissimi” di Ciancio: “Una sera si presenta l’editore assieme a questo signore – raccontò Milazzo – e lo porta nella mia stanza per mettere le cose a posto. Io dissi che a me non stava bene. L’editore mi disse di uscire dalla stanza. Io gli dissi che doveva uscire lui, visto che ero il direttore. Lui disse di essere il padrone, allora io risposi che non ero il suo massaro… L’indomani mi sono dimesso, spiegando le ragioni”.

Padre padrone di un giornale (e poi di due tv), presidente della Fieg e vicepresidente dell’Ansa, amico di Pippo Baudo e Carlo De Benedetti, abilissimo uomo di affari impegnato su più tavoli, dall’editoria agli appalti all’agricoltura, Mario Ciancio è stato il volto del potere siciliano nascosto, discreto e affabile all’apparenza, duro e insofferente a ogni regola nella sostanza, crocevia a Catania e non solo delle relazioni tra potenti che hanno determinato i destini di politica e affari nella parte orientale dell’isola.

Con amici ovunque, anche all’Agenzia delle Entrate: quando la Procura scoprì che, nonostante avesse occultato al Fisco una parte delle somme all’estero era stato ammesso di nuovo allo scudo fiscale, l’allora procuratore Giovanni Salvi all’Antimafia parlò di “supermercato dell’impunità”; la Commissione tributaria che aveva archiviato gli illeciti fiscali era presieduta da Giovanni Tinebra, il procuratore della strage di via D’Amelio, come scoprì Claudio Fava solo leggermente corretto da Salvi: era “presidente della sezione ma non presidente del collegio”.

Amico di tutti sindaci degli ultimi 40 anni, le pagine di cronaca comunale de La Sicilia venivano confezionate all’ufficio stampa del Comune e poi “passate” alla redazione. E ancora oggi i locali che ospitano la redazione catanese dell’Ansa sono all’interno del palazzo de La Sicilia. Per chi arrivava a Catania per un affare, un’intervista o un semplice saluto, l’appuntamento con foto nell’ufficio del direttore era un must, condito dal latte di mandorle dell’anziana segretaria, gemella della segretaria di Nino Drago, capo degli andreottiani catanesi.

Potere pubblico mediaticamente esibito, potere privato esercitato stringendo in una morsa l’editoria catanese, e non solo: per stampare in Sicilia Repubblica, il gruppo L’Espresso dovette rinunciare alla diffusione dell’edizione siciliana a Catania, per non “disturbare” La Sicilia. E quando i Siciliani giovani decisero di ripubblicare il giornale che fu di Pippo Fava affidandone 5.000 copie al distributore si videro restituire acconto e copie: “Noi lavoriamo con Ciancio”, disse un impiegato, né miglior fortuna ebbero con un altro che confidò loro: “Una persona molto importante ci ha suggerito di trovare ogni scusa per boicottarvi il giornale”.

Potere felpato, gestito abilmente sottotraccia strizzando l’occhio ai boss per i quali, come emerge dall’inchiesta e dalle carte dell’Antimafia, Ciancio ha avuto spesso un atteggiamento di riguardo. E infatti veniva difficile accettare il necrologio dei familiari del commissario di polizia Beppe Montana, ucciso dalla mafia, respinto perché “si parlava di alti mandanti”.

Ma non era vero, nel necrologio, che ribadiva tutto il disprezzo dei familiari per Cosa Nostra e i suoi complici occulti, di “alti mandanti” non c’era traccia.

Bugie utilizzate anche in occasione della pubblicazione di una lettera di Vincenzo Santapaola, fratello del boss Nitto, che rinchiuso al 41 bis era riuscito a fare avere la missiva al giornale che l’aveva pubblicata, sollevando una marea di polemiche. “L’ha autorizzata il gip”, scrisse il giornale, ma anche in questo caso non era vero, e a smentire La Sicilia fu il presidente dell’ufficio Gip, Rodolfo Materia.

E se il collaboratore Franco Di Carlo rivelò che anche Ciancio, insieme al cavaliere del lavoro Costanzo, era intervenuto su un capitano dei carabinieri a favore di Santapaola fermato in occasione dell’omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, dalle parole di un altro collaboratore, Giuseppe Catalano, viene fuori che le “attenzioni” erano ricambiate: nel ’93 fu costretto dal boss Aldo Ercolano a restituire il bottino da un miliardo trafugato nella villa di Ciancio, che aveva ospitato Lady Diana, perché “Ciancio era un loro amico e non si doveva toccare più”.

In cambio ricevette una busta con circa “20 milioni”.

“Ciancio, giornali fatti con i boss”

“Una pericolosità sociale qualificata da parte di Mario Ciancio Sanfilippo, fondata sulla verifica del fatto che vi è stato un apporto costante nel tempo e di grande rilievo nei confronti di Cosa nostra”. Parole del Procuratore Capo di Catania Carmelo Zuccaro a proposito del decreto di sequestro e confisca ai danni dell’editore etneo, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, che coinvolge 31 aziende più altre 7 partecipate, conti correnti e beni immobili, per un valore complessivo di circa 150 milioni di euro. Secondo i pm, già dagli anni 70, Ciancio avrebbe intrattenuto stretti rapporti con la mafia etnea facente capo a Giuseppe Calderone, detto cannarozzu d’argento e già componente della commissione regionale di cosa nostra, carica poi passata in consegna a Nitto Santapaola, legato al rinnovamento dei corleonesi.

Per Ciancio è stata chiesta la sorveglianza speciale, rigettata però dal giudice perché “l’età avanzata e il tempo risalente degli ultimi accertamenti (2013) hanno indotto il Tribunale a escludere l’attualità della pericolosità sociale”. La gestione editoriale de La Sicilia, secondo l’accusa, avrebbe “apportato uno stabile contributo a cosa nostra catanese”.

Nel decreto è citato un episodio del 1993, quando il giornalista Concetto Mannisi in un articolo sui reati ambientali scrisse che Giuseppe Ercolano, cognato di Santapaola, era considerato “massimo esponente della nota famiglia sospettata di mafia”. Ercolano si recò da Ciancio per avere spiegazioni, e l’editore convocò il giornalista davanti al boss. Mannisi spiegò al suo direttore che l’informazione derivava a una nota del Ministero dell’Interno, ma Ciancio ribadì che non era loro compito dire che “Ercolano fosse mafioso”.

Direttore per 51 anni de La Sicilia, Ciancio insieme al figlio Domenico ha deciso di dimettersi, affidando le redini ad Antonello Piraneo. La situazione del quotidiano più diffuso nell’est Sicilia resta però molto critica. “L’obiettivo è mantenere il valore sociale del quotidiano pur partendo da una situazione pessima”, ha spiegato il pm Antonino Fanara, che ha coordinato l’inchiesta, ribadendo che “lo Stato si occuperà degli utili e non della linea editoriale”. Discorso simile per la Gazzetta del Mezzogiorno, confiscata al 70% per le quote di Ciancio ma non coinvolta in vicende di mafia, che si troverebbe in una situazione “molto grave” sotto il profilo economico. In entrambi i casi ci sono state delle assemblee di redazione e sono previsti degli incontri con gli amministratori giudiziari, per confrontarsi sulla vicenda. Se da una parte si segnalano i messaggi di solidarietà dei sindacati di categoria, resta però l’assordante silenzio della politica, soprattutto catanese, che non si è espressa sul caso Ciancio, a eccezione di Claudio Fava, che si auspica che le “testate siano affidate ai giornalisti”.

Inchiesta stadio Roma, chiesta l’archiviazione per Giovanni Malagò

La Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione per il presidente del Coni Giovanni Malagò, indagato per corruzione nell’inchiesta sul nuovo Stadio della Roma, che ha portato il 13 giugno scorso all’arresto del costruttore Luca Parnasi. Nell’informativa si legge che “Malagò ha presentato il compagno della figlia a Parnasi col preciso scopo di creargli un’occasione professionale”, di qui l’indagine sul numero uno del Coni che nel luglio scorso era stato interrogato. Secondo la procura, il gruppo Parnasi avrebbe tentato di “oliare” i vari passaggi dell’approvazione del progetto dello stadio di Tor di Valle mettendo in atto una corruzione che la gip Maria Paola Tomaselli ha definito “sistemica”. Per arrivare all’approvazione del progetto, Parnasi si sarebbe servito tra gli altri dell’avvocato, ex presidente di Acea, Luca Lanzalone, finito ai domiciliari con l’accusa di corruzione, che per la giunta Raggi seguiva la trattativa sulla modifica del piano e che in cambio dell’aiuto fornito avrebbe ricevuto incarichi e consulenze del valore di 100 mila euro. In carcere, il 13 giugno scorso, oltre a Parnasi sono finiti cinque suoi stretti collaboratori, oggi tutti ai domiciliari come il costruttore.

Far West Bari, terza sparatoria in pochi giorni

Sparatorie in orari di punta, quando i bambini escono da scuola e la gente passeggia per strada. Una settimana, tre agguati, un morto e due feriti. A Bari è in corso una guerra tra clan rivali per il controllo delle piazze di spaccio. Ieri l’ennesimo fatto di sangue: alle 12.30, a pochi passi da una scuola elementare del quartiere San Paolo, è stato ferito un uomo. Per gli investigatori è una lite in famiglia: almeno in questo caso la criminalità non c’entra. La tensione però continua a crescere. Solo 24 ore prima due fratelli – Walter e Alessandro Rafaschieri – sono stati colpiti dopo un inseguimento partito dal quartiere Carbonara e terminato nei pressi dello stadio San Nicola. Walter, 23 anni, è morto sul colpo. Gravemente ferito suo fratello, poco più che 30enne. Esecuzione in piena regola e in pieno giorno. Una risposta, secondo gli investigatori, all’agguato di una settimana fa nel quartiere Madonnella. Poco dopo le 20 del 17 settembre, una raffica di colpi è stata sparata tra i passanti contro un 28enne già noto alle forze dell’ordine. Per chi indaga entrambi gli episodi fanno parte del conflitto in atto per accaparrarsi fette di territorio.

I due fratelli Rafaschieri, del resto, sono figli di Vincenzo e nipoti di Emanuele. Quest’ultimo è stato un pezzo da novanta nel panorama criminale del capoluogo: smerciava droga dall’Albania per poi rivenderla nel capoluogo, in particolare nel quartiere Madonnella. Vincenzo, invece, fu ucciso 15 anni fa. Come suo figlio, al quale forse non è stato perdonato uno sgarro. Uno strappo con il clan di appartenenza? Forse. Perché per gli investigatori la più grande difficoltà è ricostruire dinamiche criminali in continua mutazione: i clan si intrecciano e si spaccano troppo velocemente. E si spara, fino a quando non si ristabilisce un nuovo equilibrio.

L’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia offre una fotografia chiara del contesto: Bari si conferma “un territorio dove, anche attraverso il porto, giungono e sono smistati ingentissimi quantitativi di stupefacenti”. Fiumi di denaro e piazze da gestire, con “il traffico di stupefacenti che si conferma settore di interesse criminale primario”. Più quartieri si controllano, maggiore potere si conquista, se necessario anche a colpi di pistola.

Secondo la Dia il clan Strisciuglio continua a essere “l’aggregato criminale di più consistente spessore, certamente indebolito da numerose operazioni di polizia e dalla carcerazione sofferta dai leader storici, ma non per questo fiaccato nei tentativi di espansione territoriale”.

Ed è proprio lo scontro tra il clan Strisciuglio e quello opposto (quello dei Parisi-Palermiti) per conquistare le piazze di spaccio il punto di partenza di questa guerra che ha ucciso Walter Rafaschieri, dagli amici definito un “leone” mentre dietro le sbarre veniva invitato a “resistere”. “Sarai presto fuori” avevano scritto su Facebook: solo qualche mese dopo è stato ucciso, a 23 anni. Intanto il sindaco di Bari, Antonio Decaro, ha chiesto al ministro dell’Interno Matteo Salvini, a nome di tutti i baresi, di dar seguito alle dichiarazioni rilasciate un paio di settimane fa nel quartiere Libertà e di potenziare al più presto gli strumenti di controllo e di prevenzione in città. Senza dimenticare che a Bari c’è anche un’altra grande emergenza: un tribunale penale che si trova in un edificio a rischio crollo e che ancora aspetta di riappropriarsi della propria dignità.

Il capo delle Entrate: “Briatore mi porti clienti vip e si salva”

“L’accordo comprendeva l’attività di Briatore volta a ‘convogliare personaggi illustri e a dare contatti e numeri di telefono e fornire visibilità nelle occasioni mondane alle attività di Pardini in Kenya”. Scrive così il gip di Genova nelle 50 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti domiciliari Walter Pardini (ex direttore dell’Agenzia delle Entrate di Genova) e Andrea Parolini, commercialista di Briatore. Anche l’imprenditore è indagato (corruzione aggravata) con altri due dipendenti dell’Agenzia.

Già, nuovi guai giudiziari per Briatore. Sempre per “colpa” del suo gioiello, il maxi yacht “Force Blue” ancora confiscato. Secondo i magistrati, Briatore e il suo commercialista si sarebbero accordati con l’allora direttore dell’Agenzia delle Entrate. Oggetto del patto: Briatore avrebbe mandato amici vip nel resort che il direttore delle Entrate aveva in Kenya e in cambio Pardini si sarebbe impegnato a fornire un parere che alleggeriva la posizione di Briatore nel processo penale d’appello. Pagando le imposte dovute si sarebbe ripreso lo yacht da 20 milioni evitando la condanna. Peccato che all’epoca Pardini fosse già nei guai per un altro caso del genere (per cui poi è stato arrestato). I suoi uffici erano imbottiti di microspie e i telefoni controllati. E dai colloqui spunta il nome di Briatore. Ecco Pardini che chiama al telefono il commercialista Parolini. Usa il cellulare privato e scherza: “Adesso se vuole fare qualche proposta oscena la fa direttamente al cellulare”. Seconda scena: il duo si incontra in ufficio con la fidanzata di Pardini, lei pure dipendente dell’Agenzia (non indagata). Pardini le parla di “grandi opportunità”. Di più si lancia in un’orazione sui generis sulla figura del pubblico dipendente: “Via da questo posto di merda dove sei… perché sei una ragazza in gamba… per dare anche un giusto seguito alla professionalità e alle capacità… se ti si prospetta la possibilità di vivere anche con qualche tono sopra le righe… non è giusto? Molti aspettano il principe azzurro. Non capisci amore mio?”. Pardini la butta sull’esistenziale: “Io di queste cose sono uno scienziato. Nella vita non essere ottusi è importante”. Il discorso non fa presa sulla fidanzata. Racconta la donna, sentita come testimone: “La risposta di Parolini fu che Briatore si sarebbe prestato a convogliare clienti vip presso la proprietà di Pardini in Kenya. In quell’occasione il commercialista disse espressamente che parlava a nome di Briatore”.

Parolini, sentito dai pm, alleggerisce la posizione di Briatore: gli fu mostrato il biglietto ricevuto dal direttore dell’Agenzia, “Briatore ascoltò e non commentò”. Ma cosa doveva scrivere l’Agenzia? “Noi abbiamo bisogno di cinque righe che ci aiutano in sede penale”.

In pratica: la tesi dell’accusa nel processo Force Blue era che Briatore usasse personalmente il mega yacht usufruendo però delle agevolazioni fiscali milionarie previste per chi noleggia le imbarcazioni. Secondo i pm, il direttore dell’Agenzia avrebbe dovuto fornire un parere da cui risultava che la norma alla base della condanna in primo grado era di incerta applicazione. Insomma, Briatore assolto e il resort del direttore pieno di vip. Non è andata così: Briatore, nel frattempo condannato in appello, ora ha un’inchiesta in più sul groppone. L’ex direttore dell’Agenzia è ai domiciliari. Briatore ha sempre respinto le accuse. Ma il gip, a leggere l’epitaffio contenuto nell’ordinanza, non è tenero: “Briatore che in Italia risulta nullatenente e che, come risulta dal processo principale, ha intestato fittiziamente ogni suo avere a un trust di diritto estero controllato mediante diversi livelli di interposizione”.

Politico.eu: sabato a Roma Bannon ha incontrato Di Maio

Steve Bannon avrebbe incontrato sabato il leader dei Cinque Stelle, nonché vicepremier, Luigi Di Maio. A scriverlo è il sito Politico.eu, che sostiene che a raccontare di questo incontro sarebbero state due persone: un deputato del Movimento e una fonte vicina allo stesso ex guru di Donald Trump. La notizia non è stata smentita. Bannon era a Roma per partecipare ad Atreju. Per adesso al suo “The Movement”, ha aderito formalmente Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia, mentre Matteo Salvini si è avvicinato in maniera ancora informale. All’appello mancano i Cinque Stelle: Bannon stava cercando un contatto da mesi. E a questo punto sarebbe arrivato. L’incontro con Di Maio sarebbe stato “costruttivo”: ma se alla fine il Movimento diventerà parte organica del processo sovranista è tutto da vedere. Al Parlamento europeo, la Lega siede nel gruppo Europa delle Nazioni e delle libertà, mentre i Cinque Stelle stanno con l’Ukip di Nigel Farage (gruppo destinato a scomparire, con la Brexit). Come si presenteranno alle elezioni del 2019 è tutto da vedere.

Bambini stranieri senza mensa: “Studieremo meglio le richieste”

Il telefono squilla. “Sindaco buongiorno”. Sara Casanova, primo cittadino di Lodi, leghista, risponde ma va di fretta. Solo il tempo per chiederle se sulla vicenda della mensa scolastica negata ai figli di genitori extracomunitari ha cambiato idea. “Nessun cambiamento di rotta, ora mi scusi ho due riunioni di fila”. Nel pomeriggio chiamerà il suo ufficio comunicazioni per ribadire, con toni cordiali, che “la delibera resta, solo c’è una disponibilità nello studio delle domande pervenute”.

Allo stato 259, pochissime quelle accettate. Sul tavolo le tariffe agevolate per mensa e scuolabus, il cui accesso è vincolato alla consegna di certificati di non possesso di beni immobili e mobili nei Paesi di origine. L’autocertificazione non vale. Il caso, come raccontato sabato dal Fatto, è diventato di interesse nazionale. Casanova però va avanti, forte anche del sostegno del ministro dell’Interno Matteo Salvini che in un tweet del 20 settembre scriveva: “La nostra Sara Casanova chiede una certificazione del patrimonio a chi chiede agevolazioni per i servizi scolastici. Sono orgoglioso dei nostri sindaci”. Lodi nuovo laboratorio leghista per cacciare i bimbi stranieri dalle scuole. Se nulla cambierà, questo sarà il risultato, da esportare poi in altri comuni. Eppure Casanova solo due giorni fa ha fatto delle aperture, ma si resta sempre nell’ambito di una maggiore attenzione alla visione delle richieste. Altro non c’è, anche se la maggioranza resta divisa. Il fronte liberale rappresentato da Forza Italia preme per un cambio di direzione drastico. Il prossimo quattro ottobre ci sarà un consiglio comunale dedicato alla questione. E per quella data è ipotizzabile che qualcosa venga cambiato. Tra le modifiche più probabili, spiegano le opposizioni, c’è quella di allargare la lista dei Paesi stranieri dove è oggettivamente impossibile recuperare i documenti richiesti. A oggi la giunta ne ha individuati quattro (Yemen, Siria, Afghanistan, Libia). Si potrebbe arrivare così a una decina di Paesi. Lo staff del sindaco nega questa via, ma conferma l’impegno a valutare le domande. Gli uffici per i servizi sociali dovranno contattare i Paesi stranieri per capire se alcuni documenti sono reperibili oppure no. Con quasi certezza l’Ecuador farà parte di questa nuova lista. E, viene spiegato dalle opposizioni, il motivo è legato a un ricorso specifico nel quale è allegata la richiesta allo Stato di avere quei documenti, richiesta rimasta poi lettera morta.

Le opposizioni chiederanno le dimissioni dell’assessore ai Servizi sociali Sueellen Belloni. Il motivo: “A giugno il comune aveva oltre 60 richieste. Di queste già allora quattro erano state dichiarate idonee”. Sindaco e giunta potevano agire in anticipo e non attendere che il caso deflagrasse il primo giorno di scuola. Nell’attesa i bambini vanno avanti con il panino da casa. Altri hanno già dovuto cambiare scuola.