Per i 58 salvati dall’Aquarius accordo a cinque senza Italia

Giocare ai quattro cantoni nel mar Mediterraneo con le vite degli altri: la nave Aquarius, che batte ancora bandiera panamense, ma che è stata cancellata dal registro navale dello Stato del Canale, non attraccherà nel porto di Malta, ma i migranti a bordo – 58 persone soccorse al largo delle coste libiche – saranno trasbordati su un’imbarcazione maltese in acque internazionali e portati sull’isola. Saranno in seguito ridistribuiti tra Francia, Germania, Spagna e Portogallo. Berlino ne prenderà in carico 18, Parigi e Madrid 15 ciascuna, Lisbona 10. La Valletta non contribuirà all’accoglienza. La Aquarius potrà invece proseguire verso il porto di Marsiglia, dove dovrà cercare di regolarizzare la sua posizione, dato che nei giorni scorsi le è stata ritirata la bandiera di Panama. Perno dello sblocco della vicenda pare essere stato, stavolta il Portogallo, con una decisione “presa in modo solidale e concertato” – dicono le autorità di Lisbona – con Spagna e Francia, cui poi s’è associata la Germania. “Malta e Francia ancora una volta si fanno avanti per risolvere un’impasse sui migranti”, scrive il premier maltese Joseph Muscat: “Vogliamo mostrare l’approccio il più multilaterale possibile”.

Come in Rashomon, ciascuno racconta una storia diversa. La giornata, come le precedenti, è stata una successione di colpi di freno e di contraddizioni, mentre le istituzioni europee si smarcavano, come del resto impone loro lo sciagurato accordo raggiunto, a giugno, dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte con gli altri leader Ue al Vertice di Bruxelles: ogni Stato è libero di fare come vuole. La Commissione europea puntualizza così “la situazione legale dell’Aquarius”: “È una nave che non ha bandiera europea e che ha operato in un’area di ricerca e salvataggio libica”; perciò “non impegna la responsabilità europea”. Ponzio Pilato non se ne sarebbe lavato le mani meglio.

In primo piano, anziché la sorte dei migranti, ci sono i litigi fra Roma e Parigi strumentalizzati dall’una e dall’altra parte a fini di politica interna. La Francia, che pareva disposta ad accogliere l’unità della Ong Sos Méditerranée e il suo carico, fa un passo indietro: la nave sì, i migranti no. E ciò basta a riaccendere le polemiche tra Roma e Parigi. Per il governo francese bisogna definire “regole comuni” se si vuole “affrontare insieme la sfida dell’immigrazione”: le attuali prevedono che la nave “attracchi nel porto più vicino, quindi non a Marsiglia”. Concetti esplicitati anche dal ministro per gli Affari europei Nathalie Loiseau, che chiama in causa il governo italiano: “L’Europa è oggi dieci volte più solidale di quanto non lo fosse in precedenza – sostiene –. È il motivo per cui ridiciamo all’Italia che l’idea di chiudere i porti a persone in pericolo è contraria al diritto e all’umanità“.

Dall’Italia, bordate di segno opposto, contro chi – è la tesi delle forze che sostengono il governo – predica bene e razzola male, come il presidente francese Macron. Ma, da noi e Oltralpe, l’Aquarius è stata soprattutto terreno di polemiche politiche interne.

A spingere verso la soluzione delineatasi nel tardo pomeriggio, il maltempo: “Nelle prossime ore – avvertivano da bordo gli operatori dell’Aquarius – aspettiamo mare con onde fino a cinque metri”. La nave e le 58 persone soccorse tra giovedì e sabato hanno goduto fino a ieri di bel tempo: condizioni ideali per le partenze, ma anche per la navigazione. Ma la minaccia di un fortunale consiglia di sbarcare in fretta i migranti. “Umanità – sosteneva il portavoce del governo francese Benjamin Griveaux – significa lasciare attraccare la nave nel porto più vicino e più sicuro. In cooperazione con i nostri partner europei, forniremo una soluzione. Non cadiamo nella trappola che alcuni (l’Italia?, ndr) ci tendono”.

Intanto, la Aquarius deve fare i conti con la revoca dell’iscrizione nel registro navale panamense, causa pressioni, sostengono i responsabili della Ong Sos Mediterranée , del governo italiano – circostanza non confermata –: “Nel messaggio inviatoci dall’Autorità marittima di Panama si legge che ‘sfortunatamente è necessario che l’Aquarius sia esclusa dal nostro registro perché se vi restasse vi sarebbe un problema politico per il governo e per la flotta panamense nei porti europei”.

All’Aquarius si contesta di non avere consegnato ai libici le persone soccorse in acque territoriali libiche. “Se lo avessimo fatto – replica la Ong – avremmo violato la Convenzione di Amburgo e quella di Ginevra”.

Comitato democrazia: “Decreto incostituzionale”

“Il provvedimento su immigrazione e sicurezza è incostituzionale, inutile e dannoso; la sua emanazione come decreto legge può provocare guasti a cui sarà difficile porre riparo”. La critica al decreto sull’immigrazione voluto da Matteo Salvini, arriva dal “Coordinamento per la democrazia liberale”, comitato nato per il “no” alla riforma costituzionale del governo Renzi. “L’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari – è scritto in una nota firmata, tra gli altri, dall’ex sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi e il magistrato Domenico Gallo – è mirata specificamente a sgonfiare il volume dei permessi di soggiorno, creando una serie di drammi personali (…). L’unico effetto reale sarà l’allargamento dell’area della clandestinità: ciò comporterà l’incremento di una popolazione di persone senza diritti, impossibilitate a lavorare e costrette al lavoro schiavile, facile preda della criminalità”. “Parimenti incostituzionale – continua la nota – è la norma che prevede la sospensione della procedura d’asilo ed il rimpatrio del richiedente asilo che abbia subito una condanna in primo grado: è contraria alla presunzione di non colpevolezza e al principio che la difesa è diritto inviolabile”.

“Tra Roma e il resto dell’Unione è in atto una crisi politica”

“C’è una crisi politica tra l’Italia e il resto dell’Europa. L’Italia ha scelto di non seguire più le leggi internazionali e in particolare quelle umanitarie del mare, secondo cui quando una nave è in una situazione umanitaria va nel porto più vicino”, ha detto Emmanuel Macron parlando ai giornalisti al Palazzo di Vetro a margine dell’assemblea generale dell’Onu. Il presidente francese ha anche riaffermato la necessità di un voto entro l’anno in Libia, nonostante il perdurare dei combattimenti tra le fazioni nell’area di Tripoli, portando avanti una polemica che dura da mesi con l’Italia.

Italia/Europa, le leggi cambiano ma la protezione umanitaria c’è

Il Pd l’ha definito “una miscela di propaganda e incostituzionalità”, secondo l’Arci si tratta di “una pagina nera per la democrazia” e Maurizio Acerbo (Rifondazione comunista) parla di ritorno alle leggi razziali. Il decreto Sicurezza e immigrazione – ribattezzato dl Salvini – per una volta ha unito la sinistra, compatta nella difesa dei permessi di soggiorno per motivi umanitari su cui invece il governo ha deciso una stretta. Spesso, negli ultimi mesi, Salvini e i suoi avevano evidenziato come questo tipo di assistenza fosse un’“anomalia” italiana e con una circolare dello scorso 5 luglio il Viminale aveva esortato i prefetti e le sezioni territoriali per il riconoscimento della protezione umanitaria a non abusarne. Allora Giorgia Meloni aveva confermato che una protezione del genere “esiste solo in Italia”, mentre due giorni fa al Fatto Luigi Di Maio si era detto favorevole al decreto, per eliminare un regime presente “solo in Italia e in Slovacchia”. Ma è davvero così?

 

Le tre forme di tutela che esistono oggi

La protezione umanitaria è uno dei tre strumenti di tutela oggi riconosciuti agli stranieri in Italia, assieme allo status di rifugiato e alla protezione sussidiaria. Gli ultimi due, però, sono garantiti da accordi e convenzioni internazionali, mentre la protezione umanitaria è regolata soltanto a livello nazionale e ciascuno Stato europeo ha norme diverse.

Lo status di rifugiato è previsto dalla Convenzione di Ginevra del 1951 per chiunque, nel proprio Paese, rischi persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale od opinioni politiche.

La protezione sussidiaria riguarda invece chi non possa dimostrare di esser vittima di persecuzione nel Paese di residenza, ma viene ritenuto comunque a rischio di subire un grave danno (condanna a morte, tortura, minaccia alla vita in caso di guerra, ecc.) nel caso di rientro a casa.

I permessi per ragioni umanitarie sono concessi a chi ha “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano” per ricevere protezione. Così l’art. 5 comma 6 del Testo unico sull’immigrazione del 1998 (Turco-Napolitano), che istituì il permesso per motivi umanitari sulla base dei dettami costituzionali – all’art. 10: lo straniero al quale è impedito nel suo Paese l’esercizio di libertà democratiche ha diritto di asilo in Italia – e della Convenzione di Ginevra, che vieta (art. 33) di respingere un rifugiato verso territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate. La norma era dunque volutamente ampia, unostrumento residuale per aiutare chi, pur non vivendo in Paesi disastrati da bombe o e dittature, avesse alle spalle storie di particolare gravità.

I numeri. Con gli sbarchi sono cresciute anche le richieste di asilo. E in Italia la protezione umanitaria è diventata il modo più frequente per concedere permessi a chi arrivava e non più una soluzione residuale: nel 2017 sono state presentate circa 130 mila domande di protezione nel nostro Paese, di cui il 52% respinte, il 16 accolte in egual misura tra protezione sussidiaria e status di rifugiato e ben il 25% approvate per ragioni umanitarie. Così il decreto ha ridimensionato questo tipo di protezionale, limitandolo ad alcuni casi specifici (vittime di violenza domestica, di sfruttamento lavorativo ecc).

 

Sedici Paesi su ventotto li hanno concessi nel 2017

Una così alta percentuale di richieste per protezione umanitaria approvate (25% del totale, 40% dei permessi concessi) è in effetti molto alta in confronto al resto d’Europa. L’unica eccezione è la Slovacchia, dove lo scorso anno è stato accettato oltre il 70% di domande di asilo per ragioni umanitarie. Molti altri Paesi non hanno una legge ad hoc, ma prevedono comunque tutele simili (per la salute o il diritto allo studio, per esempio). Un rapporto Eurostat sull’immigrazione per il 2017 evidenzia che 16 Paesi su 28 dell’Unione hanno accolto migranti per “motivi umanitari”, anche se con numeri e percentuali molto diverse. La Repubblica Ceca e la Spagna, per dirne due, hanno offerto questo tipo di tutela soltanto a 5 persone ciascuno, una goccia nel mare delle 538 mila domande di asilo approvate. Soltanto la Germania, secondo Eurostat, ha accolto più migranti dell’Italia per ragioni umanitarie: oltre 50 mila, che però percentualmente incidono meno che da noi dato che Berlino ha rilasciato più di 325 mila permessi di soggiorno. La stessa Slovacchia, che come detto approva oltre il 70% delle richieste per motivi umanitari, ha accolto soltanto 60 migranti in un anno. Belgio, Bulgaria, Estonia, Francia, Lituania e Portogallo non hanno accettato neanche un permesso con questa formula, pur concedendo qualche migliaio di protezioni con lo status da rifugiato o con la sussidiarietà. È dunque falso affermare che l’Italia fosse la sola ad avere un sistema di protezione umanitaria, condiviso invece, seppur in maniera diversa, da molti altri Paesi europei. Emerge però lo squilibrio denunciato dal governo: numeri molto alti sia in percentuale sia in valore assoluto. Il rapporto Eurostat 2018 dirà se il decreto avrà invertito la rotta.

Libertà e Giustizia: “Sulla cittadinanza sudditanza M5S”

“La revoca della cittadinanza come sanzione per la commissione di determinati reati”, di terrorismo o assimilati, è “una previsione che, colpendo una parte soltanto della popolazione (i cittadini non per nascita), frantuma la nozione di cittadinanza, vale a dire il fondamento stesso dello Stato costituzionale”. Lo scrive Libertà e Giustizia in una nota sul decreto Salvini a firma di Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Paul Ginsborg, Tomaso Montanari, Francesco Pallante, Valentina Pazè, Elisabetta Rubini, Salvatore Settis, Nadia Urbinati e Gustavo Zagrebelsky. “ Discriminare all’interno della cittadinanza, dando vita a posizioni giuridiche tra loro diseguali, significa creare un ordinamento separato sulla base dell’appartenenza etnica. Alcuni saranno cittadini; gli altri sudditi”. Per Libertà e Giustizia è “questione di uscita dalla civiltà giuridica contemporanea. Colpisce la totale sudditanza alla Lega del Movimento 5 Stelle (…). Ci rivolgiamo a tutti coloro, che nel Movimento, erano sinceri nel difendere la Costituzione, e che oggi non possono non soffrire, vedendola calpestata da un governo anche loro: è il momento di far sentire la vostra voce di dissenso, ora è la democrazia ad essere in gioco”.

“Parlano di sicurezza ma dimenticano la mafia”

“Per piacere, in questo decreto Salvini la mafia non chiamatela in causa. Non c’è nulla. È obbligatorio aspettarsi molto di più”. Catello Maresca, pm di Napoli nel pool reati Pubblica amministrazione dopo dieci anni di indagini sul clan dei Casalesi, boccia senza se e senza ma le politiche del governo gialloverde su giustizia e sicurezza. Maresca è docente di Legislazione antimafia alla Vanvitelli di Napoli. Tra i suoi libri, le conferenze nelle scuole e l’impegno civile nell’associazione Arti e Mestieri, dove si insegna un lavoro onesto ai giovani usciti dal carcere per non farli rientrare più, è un punto di riferimento dei movimenti antimafia.

Cosa non le piace del decreto Sicurezza di Salvini?

Sul versante della lotta alla mafia manca tutto. Manca totalmente una strategia.

Eppure Salvini ha annunciato che verrà presto a Napoli per liberare le strade dalla camorra e salvarne i ragazzi che “hanno diritto ad avere un’alternativa”.

Mi fa piacere. Lo invito a visitare la nostra associazione che lavora in trincea. Gli mostreremo cosa si fa e di cosa c’è davvero bisogno nella quotidiana battaglia contro le devianze giovanili. Ci sono tanti ragazzi che aspettano solo un gesto concreto, che chiedono solo “audienza”, come si dice nei quartieri.

Sul fronte antimafia salva qualcosa del decreto?

Ci sono solo poche disposizioni per migliorare il funzionamento dell’Agenzia per i beni confiscati. Ma anche qui sembra mancare ancora una volta un disegno organico sulla loro destinazione.

Spieghi meglio.

Il problema sono i tempi. È inutile scrivere che l’agenzia potrà vendere i beni, perché dopo anni di processo (con la rovina degli immobili) sarà difficile trovare acquirenti a prezzi di mercato. Serve un profondo intervento del Parlamento. Ma la strada del decreto legge non aiuta.

Invece il Guardasigilli Bonafede ha scelto il disegno di legge per la “spazzacorrotti”, da lui definita “riforma rivoluzionaria”.

Venti anni di esperienza da pm mi inducono a essere estremamente cauto sull’utilità degli strumenti anticorruzione propagandati come panacea di tutti i mali.

Si riferisce a cosa?

All’agente sotto copertura. Per come è scritto assomiglia molto più a un agente provocatore, figura non ammessa né ammissibile nel nostro ordinamento. Occorrerà riscriverla bene per superare questa ambiguità. Finora poi questa figura è stata utilizzata pochissimo e per reati associativi, dove è intuitivamente più facile infiltrarsi.

Perché è più difficile usarlo contro la corruzione?

È un delitto contrattuale tra due soggetti. Come e dove si potranno infiltrare gli agenti, stando attenti a non provocare l’altra parte, per ora è difficile immaginarlo.

Cosa ne pensa del Daspo perpetuo per i corrotti?

Varrà per le persone fisiche e non per le società spesso a loro riconducibili. Si rischia di fare una legge per cui è già stato trovato l’inganno.

Allora come si combatte la corruzione?

Semplificando i procedimenti amministrativi, eliminando le complessità immotivate dietro le quali si annida la devianza corruttiva. Per la lotta alle mafie e alla corruzione serve una strategia complessiva per entrambi i fenomeni, che spesso vanno a braccetto. Mafia Capitale ha mostrato le modalità operative delle mafie 2.0 ed è qui che bisogna agire, con interventi normativi sul reato di scambio elettorale politico-mafioso e sul 416 bis nella parte sulla collusione delle nuove mafie nella Pubblica amministrazione.

Bonafede e Salvini, due versioni opposte per il decreto sull’asilo

Sull’articolo 10 del decreto immigrazione e sicurezza il ministro di Giustizia Alfonso Bonafede, quindi il M5S, e il vicepremier Matteo Salvini, non hanno affatto la stessa idea. Anzi. La domanda è semplice: per sospendere la pratica di richiesta di asilo, ed espellere il richiedente, bisogna attendere una sentenza di primo grado, come sostiene Bonafede in un’intervista al Corriere della Sera, oppure è sufficiente l’iscrizione nel registro degli indagati con annessa dichiarazione di pericolosità sociale, come sostiene invece il Viminale? Dopo settimane di incontri, dialoghi e trattative – soprattutto dopo l’annuncio dell’approvazione del testo – ci si aspetterebbe una risposta univoca. E invece no. L’articolo 10, licenziato due giorni fa dal Consiglio dei Ministri, prevede che “nel caso in cui il richiedente asilo è sottoposto a procedimento penale… la commissione territoriale sospende l’esame della domanda e il richiedente ha l’obbligo di lasciare il territorio nazionale”. In sostanza, è sufficiente l’iscrizione nel registro degli indagati – alla quale va aggiunta la “pericolosità sociale” – per sospendere la pratica e avviare l’espulsione. Decisione che può essere adottata anche in “caso definitivo di condanna”. Insomma, un caso non esclude l’altro. Almeno, secondo il Viminale. Per il ministero di Giustizia invece non è così. Non solo. Fonti di via Arenula aggiungono che, se si sospendesse la pratica, e si procedesse all’espulsione, con la sola inscrizione nel registro degli indagati, la norma “sarebbe molto a rischio a livello di costituzionalità”. Precisano che “l’intesa raggiunta al Consiglio dei ministri è questa”. Ovvero: sospensione ed espulsione solo in caso di condanna. E che, infine, il tutto procede “salvo intese”. interpellate fonti del Viminale la versione è diametralmente opposta: sul punto non sono previste intese, si procede con la semplice iscrizione nel registro degli indagati, a condizione della pericolosità sociale, e non c’è più nulla di discutere. Che Bonafede sia convinto del contrario lo prova l’intervista rilasciata due giorni fa al Corriere, nella quale sostiene: “Abbiamo introdotto la sospensione dell’iter per l’asilo politico dopo una condanna in primo grado, cioè quando c’è un fumus abbastanza fondato di mancato rispetto delle regole. E io ho voluto evitare le espulsioni immediate e automatiche anche per una questione di certezza della pena”.

Parole nette che consentono infatti al Corriere di titolare: “La norma ora è equilibrata. Ho voluto evitare le espulsioni automatiche”. Il punto è che le cose non stanno esattamente così. È vero che, accanto a questa ipotesi, nel nuovo testo del decreto è stata aggiunta – come dice Bonafede al Corriere – quella della condanna in primo grado. Ma dal testo – per quanto risulta al Fatto – non è mai stata “eliminata” l’altra. Che per altro non riguarda reati gravi come il terrorismo ma anche – per fare un esempio – la violenza a pubblico ufficiale. E non si tratta di una sfumatura.

Perché può accadere che il richiedente asilo sia poi archiviato, o assolto in primo grado, o in appello e persino in Cassazione. Nel frattempo – per reato mai commesso – sarà stato comunque espulso e, per far riaprire la sua pratica, come previsto dalle nuove norme, dovrà attendere un paio d’anni nella migliore delle ipotesi. “Non c’è stata alcuna contrapposizione tra me e il collega Salvini”, dice Bonafede al Corriere, “ma solo normale dialettica governativa”. E anche Salvini, pochi minuti dopo l’approvazione del testo in Consiglio dei Ministri, ha commentato: ““Si tratta del dl più condiviso, più modificato, più aggiornato nella storia almeno di questo governo”.

Bonafede sul Corriere ha dichiarato che “certe modifiche appartengono alla norma e alla prassi, non significa che uno tirava da una parte e uno dall’altra”. Infatti. Salvini non è stato tirato da nessuna parte: quel che aveva stabilito – con l’aggiunta di un requisito: la pericolosità sociale –, per il Viminale resta là dov’era. Al ministero di Giustizia credono che non ci sia più. E che se ancora vi fosse, come crede il Viminale, rischierebbe l’incostituzionalità. Su un punto così importante, nel Governo non si sono ancora capiti.

Asta per internet 5G: lo Stato ha raccolto già 5 miliardi di euro

Si è conclusa ieri la nona giornata della fase dei rilanci per la procedura di assegnazione delle frequenze per il 5G. Lo riferisce il Ministero dello Sviluppo economico. L’asta ha visto partecipare dei più grandi cinque gruppi che operano in Italia: le società Iliad Italia, Fastweb, Wind 3, Vodafone e Tim. Fino ad oggi sono state svolte 108 tornate. Nella nona giornata la competizione si è continuata a concentrare sulla banda 3700 MHz, raggiungendo un ammontare complessivo pari a 2,9 miliardi di euro euro. L’ammontare totale delle offerte ha così raggiunto nella giornata odierna quota 5,15 miliardi di euro, pari a più del doppio dell’introito minimo fissato nella Legge di Bilancio. Per questo motivo, il governo gialloverde potrà beneficiare di risorse provenienti da una gara bandita dall’esecutivo di Paolo Gentiloni. Le frequenze per gli operatori telefonici sono state “sottratte” alle televisione grazie allo sviluppo tecnologico delle trasmissioni digitali. Alle ore 10 di oggi, riprenderà la seduta dedicata ai miglioramenti competitivi e dunque i ricavi dello Stato sono destinati a crescere.

Da Casini a Spadafora: Matano, il mezzobusto che piace (quasi) a tutti

Alberto Matano piace perché si piace e pure perché ci crede: “Ho fatto tutti gli scalini e mi sono sudato tutto da vent’anni a questa parte, quindi non è arrivato niente all’improvviso, ma per gradi”, ha detto un paio di mesi fa, già in perenne ascesa nel totonomine di Viale Mazzini – stavolta per il Tg1 – tra la conduzione serale del telegiornale di Rai1, un programma su Rai3 inventato con Daria Bignardi, un libro tratto dal programma, un successo mediatico tratto dal libro e dal programma di scarso successo (il docu-drama Sono innocente – campionario di errori giudiziari – ha registrato una media del 4,4 per cento in prima serata).

All’improvviso il giovane Matano – classe ’72 di Catanzaro, studi in Giurisprudenza, collaboratore del quotidiano dei vescovi Avvenire, scuola di giornalismo di Perugia, un periodo di rodaggio al radiogiornale del servizio pubblico – viene chiamato al Tg1 da Gianni Riotta nel 2007, durante la transizione che va dal claudicante governo di Romano Prodi all’imminente ritorno di Silvio Berlusconi e del centrodestra senza il solista Pier Ferdinando Casini. Matano sostiene che il destino un po’ sussiste e un po’ va alimentato.

Il destino di Matano – chissà se in senso biblico, cioè coincidente con la volontà divina – si compie con Casini, all’epoca politico influente anche in Viale Mazzini e non semplice senatore ramingo. Il destino, per lunghi anni, ha officiato la permanenza nel medesimo partito – l’Unione democratici cristiani e derivati – di Casini e di Maria Teresa Fagà, detta Marisa, mamma di Alberto, ex responsabile nazionale per le pari opportunità dell’Udc; ex capo di Arcapal, l’agenzia calabrese per l’ambiente e di Ande, l’associazione nazionale donne elettrici. Alberto è accolto dai colleghi del Tg1 con l’etichetta di “casiniano”, categoria consunta dal tempo, ma che la memoria – e la malizia – di chi frequenta Saxa Rubra rievoca per rallentare la placida camminata – no, non è una corsa – verso la guida del Tg1 su spinta di Vincenzo Spadafora, sottosegretario a Palazzo Chigi, che vigila su Viale Mazzini su mandato del vicepremier Luigi Di Maio e perciò dei Cinque Stelle.

Matano incarna lo spirito democristiano, che poi è un primordiale istinto di sopravvivenza: molti amici, molto onore. Ingresso al Tg1 con Casini, lenta conversione al renzismo e scoperta del Movimento tramite Spadafora. Matano sta bene ovunque. Va d’accordo con Mario Orfeo, con Campo Dall’Orto, con la Bignardi. Un giorno sindacalista, un giorno mondano. Un giorno membro del comitato di redazione del Tg1, un giorno presentatore del premio Biagio Agnes da Sorrento, simulacro del potere Rai. Un giorno con Maria Elena Boschi per celebrare l’uscita del suo saggio Innocenti sulle ingiustizie della giustizia e un giorno con i poco garantisti dei Cinque Stelle. Molti Matano per una qualità: funziona in diretta, buca lo schermo, in versione mezzobusto al Tg1 o conduttore estivo di Unomattina. Scalate le gerarchie del Tg1, Matano è travolto dalla popolarità nel 2013 con i collegamenti dal Festival di Sanremo e i rapidi duetti con Luciana Littizzetto: “Ma che figo che c’è al telegiornale. Avete fatto fuori Giorgino?”.

“Il gran tronco di pino” (citazione) poi va a consegnare un mazzo di fiori a Littizzetto a Che tempo che fa, introdotto da Maria De Filippi, sotto lo sguardo commosso di mamma Marisa in platea. Il caposervizio agli interni Matano assume così le sembianze del giornalista istituzionale. Quello che racconta con voce sottile il giuramento del presidente della Repubblica o dei governi d’Italia o illustra gli speciali sugli eventi mondiali.

Viale Mazzini l’ha costruito per diventare l’anti-Vespa. Vuoi la caratura differente, vuoi il destino – quel destino – beffardo, ma il vecchio Vespa è ancora imbattibile e Matano è inciampato nella notte del golpe in Turchia, quando l’imprevedibile cronaca gli ha cambiato il copione e confuso i testi.

Matano non è un esperto gestore di un telegiornale, neanche di un’edizione notturna – non s’è mai cimentato – però è un maestro nell’assecondare il destino: “Ciò che conta – ha risposto sul tema a Io Donna – è essere consapevoli e sintonizzati con se stessi per non vivere vite che non ci appartengono”. Alberto lo sa, il destino l’ha scelto. Che si chiami Casini o Spadafora, non importa.

Il giorno di Foa: processo in Vigilanza, poi presidente

Oggi dovrebbe essere la giornata in cui Marcello Foa diventerà presidente della Rai. Dopo la bocciatura del primo agosto, per il giornalista italo-svizzero sarà una sorta di liberazione dopo settimane passate sulla graticola. Ma anche oggi per lui non sarà una passeggiata di salute. Perché prima del voto, previsto per le 19.30, all’ora di pranzo Foa sarà sentito in audizione, come ha chiesto Forza Italia. E in commissione sarà sottoposto al fuoco di fila dell’opposizione. Pd e LeU, infatti, si presenteranno con una serie di domande molto scomode, con l’obiettivo di mettere in difficoltà il candidato presidente. Verrà scandagliato il suo passato e le affermazioni su Mattarella e molto altro. E sarà interessante ascoltare il Foa-pensiero finalmente dal diretto interessato, che finora è rimasto assai silente. Il dibattito si prevede infuocato. Anche per questo gli Uffici di presidenza hanno deciso di programmare il voto in serata, così da far raffreddare gli animi. Anche se i tempi saranno contingentati: Foa avrà a disposizione 20 minuti all’inizio e alla fine, i partiti 10 e 5 minuti.

Sulla carta Foa può contare sui voti di 5Stelle (14), Lega (7), FdI (2) e Forza Italia (6, escluso Barachini): in totale 29 voti, di poco superiore al quorum dei due terzi – 27 voti –, ma comunque sufficienti. In teoria nessuno dovrebbe fare scherzi: far saltare il banco non converrebbe nemmeno a Forza Italia, anche se nel partito berlusconiano la retromarcia del leader ha generato più di un malumore. Subito dopo a Viale Mazzini si riunirà il Cda per la ratifica e poi via al giro di poltrone per reti e Tg, probabilmente già dalla settimana prossima.

Nel frattempo continua la guerra dei pareri legali. L’ultimo è stato inviato dal presidente dell’Usigrai, Vittorio Di Trapani, a Fico e Casellati, e al presidente della Vigilanza, Barachini. Secondo tale parere – dello studio Principato & Porraro – non avendo raggiunto il quorum in una precedente votazione, il nome di Foa non può essere ripresentato per un nuovo voto in Vigilanza. E a supporto viene citato il precedente del 2005 quando il Cda Rai propose come presidente Andrea Monorchio, che però in Vigilanza non raggiunse i due terzi. In allegato viene riportato lo stenografico della seduta della Vigilanza del 12 luglio 2005 in cui l’allora presidente, Claudio Petruccioli, spiegò come “la totalità della commissione condivide l’opinione del ministro delle Comunicazioni (all’epoca Mario Landolfi, ndr) secondo cui la mancata approvazione del presidente designato da parte della Vigilanza implica la decadenza di quest’ultimo anche dalla carica di consigliere”. Cosa che poi avvenne. Insomma, anche se oggi Foa sarà presidente, tra pareri legali e ricorsi annunciati, le polemiche sulla vicenda non si placheranno. E ogni sua esternazione e decisione sarà passata al lumicino.