Il Pd da Parnasi alla colletta

C’è posta per il militante dem: “Ciao a tutti, il 30 settembre il Pd scende in piazza per manifestare la sua più profonda contrarietà a questi primi 100 giorni di governo gialloverde. Abbiamo bisogno di voi e del vostro sostegno per contrastare una deriva demagogica e populista. Dateci una mano con una piccola donazione”. L’email è firmata dal tesoriere, Francesco Bonifazi. In ossequio allo status di “partito del centro storico”, il Pd chiede dunque agli abbienti elettori di aprire il portafogli per finanziare il suo sit-in. Niente di male. Pure se ad agitare il piattino è lo stesso Bonifazi indagato nell’inchiesta sullo stadio della Roma per presunti fondi illeciti (i 150 mila euro versati da Luca Parnasi alla fondazione Eyu). E pure se è lo stesso partito che ha licenziato tutti i suoi 130 dipendenti dopo aver speso 14 milioni di euro per la campagna del referendum costituzionale. Acqua passata: ora c’è una deriva demagogica da contrastare.

3 domande a Ugo Sposetti

“Ho sempre sostenuto la necessità della massima trasparenza per la politica, ma questo disegno di legge mi pare fuffa”. Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, più volte parlamentare, commenta così le norme sul finanziamento ai partiti contenute nel ddl Anticorruzione

La convince il disegno di legge?

Io non ho ancora visto il testo, quindi non posso giudicare nel dettaglio.

Se passasse la norma, fondazioni e partiti sarebbero tenuti a rendere noti i nomi di tutti i finanziatori. Una grande novità rispetto alla normativa attuale.

Intanto ricordo che esiste già l’obbligo della dichiarazione congiunta per chi finanzia i partiti, e che gli estremi vengono pubblicati sul sito della Camera. C’è già, la trasparenza.

Ma vale sopra i 5 mila euro, e chi lo desidera può mantenere l’anonimato.

A me pare che tornare al registro bollato dal notaio (dove vanno annotati i contributi, ndr) sia una cosa da medioevo. A questo punto, tanto vale imporre il versamento solo tramite i bonifici, che sono tutti tracciabili. Cosa c’è di più trasparente?

Con l’obbligo della pubblicità dei dati personali, molti potrebbero non versare più un euro, per timore di essere etichettati politicamente. Per la politica sarà il crollo dei finanziamenti?

Mah, a me pare che ormai molti si siano già scoraggiati dall’aiutare i partiti.

E allora, che succederà?

Io chiedo: queste norme si applicano alla Casaleggio associati? Non credo.

La Casaleggio non è una fondazione. Piuttosto, la piattaforma web Rousseau riceverà 300 euro al mese da ogni parlamentare dei 5Stelle.

Guardi, io sono favorevolissimo alla massima trasparenza, sia per formazione culturale che per la mia esperienza di tesoriere. Ma questo disegno di legge è fuffa, glielo ripeto.

Le nuove regole per fondazioni e partiti: fuori i nomi di chi paga

Via il muro della privacy e obbligo di completa trasparenza sui nomi dei finanziatori, per qualsiasi importo. Un vincolo che varrà per i partiti e anche per fondazioni e associazioni, comprese quelle non direttamente collegate con movimenti politici. Mentre i candidati a elezioni saranno tenuti a pubblicare il certificato penale sul web, entro 20 giorni dal voto. È quanto prevede il disegno di legge Anticorruzione che ieri è stato trasmesso alla commissione Giustizia della Camera.

Un provvedimento costruito e fortemente voluto dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, uno dei maggiorenti dei Cinque Stelle, e che contiene quattro articoli con “nuove norme in materia di trasparenza e controllo dei partiti e movimenti politici”. Regole scritte in collaborazione con Palazzo Chigi, che cambiano radicalmente la vecchia normativa. E la principale novità riguarda la privacy, perché secondo l’attuale legge, la 13 del 21 febbraio 2014 (ossia l’ultimo giorno del governo Letta), partiti e singoli candidati non devono rendicontare i contributi fino a 5 mila euro, mentre di quelli sopra tale cifra va trasmessa la documentazione entro tre mesi alla Camera, con l’elenco dei nomi dei donatori: ma l’identità di questi ultimi può essere resa nota solo con il consenso degli interessati, “ai sensi del codice in materia di protezione dei dati personali”.

Ora invece il ddl Anticorruzione vuole cambiare tutto, vietando a partiti e movimenti di “ricevere contributi, prestazioni gratuite o altre forme di sostegno a carattere patrimoniale, in qualsiasi modo erogati, da parte di persone fisiche o enti che si dichiarino contrari alla pubblicità dei relativi dati”. Ergo, niente soldi da chi pretende l’anonimato. E stop anche ai soldi da governi o enti pubblici di Paesi esteri, e soprattutto da persone giuridiche con sede in un altro Stato.

Un divieto che varrà anche per tutte le fondazioni, associazioni e comitati, una galassia che a oggi non è tenuta alla trasparenza sui finanziamenti dati e ricevuti. Invece il ddl intende cambiare tutto, partendo dalle fondazioni collegate direttamente con i partiti, ossia i cui organi direttivi siano indicati in tutto o parte dai partiti, fino a quelle “che abbiano come scopo l’elaborazione di politiche pubbliche”, i cui dirigenti siano esponenti di partiti o anche ex eletti a qualsiasi livello “nei dieci anni precedenti”. Per arrivare a fondazioni e associazioni senza politici nel loro organigramma, a patto che abbiano versato contributi a partiti o politici per un importo dai 5mila euro in su, oppure che abbiano finanziato iniziative “o servizi a titolo gratuito” in favore di partiti, movimenti politici “o loro articolazioni interne”, sempre del valore minimo di 5mila euro.

Tutti, sia i partiti che le fondazioni, dovranno pubblicare entro un mese nomi e importi dei contributi ricevuti sul proprio sito istituzionale e comunicarli alla Camera. E il dettaglio di finanziamenti e prestazioni andrà annotato anche in un registro, bollato in ogni foglio da un notaio, da custodire presso la sede legale del movimento o della fondazione. Insomma, andrà tutto certificato. Con un’unica eccezione, “i contributi occasionalmente corrisposti in contanti nel corso di manifestazioni e eventi politici, per un importo non superiore a 500 euro”. E chi non si adegua? Rischia multe pesanti, fino a cinque volte l’importo dei finanziamenti ricevuti. Norme che, se approvate, cambierebbero profondamente il rapporto tra politica e soldi.

Basta ricordare l’inchiesta a Roma sui soldi versati a fondazioni e politici dal costruttore Luca Parnasi, per la quale sono indagati per finanziamento illecito sia il tesoriere della Lega, Giulio Centemero, sia quello del Pd Francesco Bonifazi. Vicende parallele, visto che Bonifazi è presidente della fondazione Eyu, che da Parnasi ha ricevuto 150mila euro a cavallo delle elezioni politiche di marzo, mentre Centemero presiede l’associazione Più Voci, che ne ha avuti 250mila nel 2015. E il sospetto della Procura di Roma è che i contributi siano stati dati a Eyu e Più Voci per aggirare le norme sul finanziamento della politica. D’altronde l’esigenza di norme per la trasparenza delle fondazioni era stata sollevata più volte anche dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone. E il governo risponde con una selva di norme, in cui è previsto anche l’obbligo per partiti e movimenti di collegarsi a una sola fondazione o associazione. Ma la forza politica e la fondazione collegata devono comunque essere autonome tra loro per quanto riguarda “la gestione corrente e la contabilità finanziaria”.

E tra le pieghe degli articoli c’è anche un precetto per la campagna elettorale: ogni partito dovrà pubblicare sul proprio sito web curriculum e soprattutto certificato penale dei propri candidati non oltre 20 giorni prima del voto. Ora la parola passa alla commissione Giustizia della Camera, dove il disegno di legge inizierà il suo iter parlamentare. Stando a quanto detto da Luigi Di Maio al Fatto lunedì, “la normativa su fondazioni e partiti ha avuto il via libera della Lega”. Ma il ddl Anticorruzione ha un viaggio complicato davanti a sé. E quelle norme su soldi e politica faranno parecchio discutere, anche dentro la maggioranza.

N.1 5Stelle ai sindacati: “Stop licenziamenti, proroghiamo la Cig”

Il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio ha affermato l’intenzione del governo di “non lasciare senza tutele i lavoratori in cassa integrazione. Il governo – si legge in una nota diffusa ieri – assicurerà la copertura della cassa integrazione per i lavoratori che oggi restano scoperti da ammortizzatori. Una misura che risponde a un’emergenza generata dal Job acts nell’attesa di una riorganizzazione generale delle misure di sostegno al reddito che sarà realizzato in legge di Bilancio. In legge di Bilancio metteremo fine alle distorsioni”. Una misura che dovrà essere applicata per decreto urgente e destinata ai lavoratori delle aziende che cessano l’attività o sono in fallimento scongiurando migliaia di licenziamenti. “Poi caso per caso, cioè azienda per azienda, con provvedimenti ad hoc, sarà prolungata la cassa integrazione e anche i contratti di solidarietà per quelle industrie che devono completare il percorso di ristrutturazione”, spiega Rocco Palombella, segretario generale della Uilm. Si tratta di almeno 30 mila metalmeccanici, che rischiavano il licenziamento al 31 dicembre di quest’anno, cifra che sale a 189 mila lavoratori con le aziende in stato di crisi in tutti i settori industriali.

Csm, Mattarella sbarra la strada a Ermini

Più forte e chiaro di così non poteva essere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ieri, in vista dell’elezione del vicepresidente del Csm, ha voluto ricordare che i membri laici, secondo la Costituzione, sono eletti dal Parlamento non per la loro appartenenza ai partiti ma per competenza. E dopo queste parole, a molti sembrate un monito, David Ermini, deputato renziano del Pd finito a Palazzo dei Marescialli, ha perso terreno in vista dell’elezione di giovedì in Plenum. Salgono, decisamente, le possibilità che venga eletto uno dei professori in quota M5S: Fulvio Gigliotti, in testa, o Alberto Maria Benedetti, il preferito di diversi togati per il suo profilo accademico.

Il capo dello Stato e presidente del Csm ha parlato alla cerimonia di “passaggio di consegne” tra vecchi e nuovi consiglieri. Un discorso indicativo della preoccupazione del Quirinale che il Consiglio, più volte accusato dalla base dei magistrati di fare nomine lottizzate dalle correnti, perda ancora credibilità con una nomina decisamente legata a un partito, per di più vissuto dalla larga maggioranza degli italiani, a torto o a ragione, rappresentante di un grumo di interessi.

Un discorso, a meno che non si appartenga alla classe dei peggior sordi, quelli che non vogliono sentire, che dovrebbe stoppare Ermini, che finora aveva una maggioranza, sia pure risicata, proprio perché è stato deputato di punta di un partito fino a poche settimane fa. “I componenti laici, ha sottolineato il presidente, secondo quanto prevede lo stesso art. 104 della Costituzione, sono eletti non perché rappresentanti di singoli gruppi politici bensì perché dotati di specifiche particolari professionalità…”. E ai togati ha intimato che “non possono e non devono assumere le decisioni secondo logiche di pure appartenenza”. Ma anche ieri i togati, tornati a riunirsi, non sono riusciti a trovare un candidato comune. Il pallino è in mano ai cinque centristi di Unicost che, a quanto sembra, devono metabolizzare l’alto discorso del presidente. Oggi dovrebbero far sapere se confluiscono su uno dei “prof”. I togati di MI, sulla carta corrente di destra, ma con un leader di fatto, Cosimo Ferri, deputato renziano del Pd ed ex FI, hanno provato a portare avanti Alessio Lanzi, indicato da FI, avvocato di Fedele Confalonieri e David Mills, ma non era aria, nonostante a suo favore sia scesa in campo (dietro le quinte) pure la presidente del Senato e berlusconiana Elisabetta Casellati. Dunque, su spinta di Ferri MI è passata a sponsorizzare Ermini, facendo pressing su Unicost, spaccata e sui membri di diritto del Consiglio: il presidente della Cassazione Mammone ( MI) e il Pg Fuzio ( Unicost). I quattro togati di Area (sinistra) e i due togati di AeI (la corrente di Davigo) invece, vorrebbero un vicepresidente che non sia catalogabile come un politico prestato al Csm. Dunque, l’orientamento è andato verso i professori in quota M5S, che hanno una storia meno radicata in politica. Due in particolare: Fulvio Gigliotti e Alberto Maria Benedetti, dato che Filippo Donati sconta il suo sì al referendum di Renzi. Nessun nome indicato dal ministro M5S Bonafede, come ribadito ieri, per rispetto dell’indipendenza del Csm. Sulla carta, per uno dei professori in quota M5S, ci sarebbero 11 voti: sei di Area e AeI, e cinque dai laici targati M5S e Lega. Nelle prossime ore però altri voti potrebbero arrivare anche da Unicost se cambiasse linea, come sembra. Oppure ci potrebbe essere un pari con Ermini. In quel caso sarebbero determinanti i capi di Corte. Oggi ultime trattative perché il Consiglio domani arrivi a eleggere un vicepresidente almeno a larga maggioranza.

Niente accordo sul deficit: “Così non votiamo il Def”

A 24 ore dalla scadenza il governo ancora non ha trovato la quadra sulle dimensioni della Manovra. L’ultima offerta avanzata dal ministero dell’Economia guidato da Giovanni Tria sul deficit pubblico da fissare nel 2019, da cui discende tutto il resto, non ha per nulla soddisfatto gli alleati, specie il Movimento 5 Stelle. “Così non votiamo il Def”, minaccia Di Maio in serata. Lo scontro è totale.

Domani il governo dovrà varare la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def) che fa da base per la legge di Bilancio da approvare entro il 20 ottobre. Il governo Gentiloni s’era impegnato a ridurre il deficit il prossimo anno allo 0,8% del Pil, quasi un punto sotto il livello a cui chiuderà quest’anno. Sarebbe una stangata fiscale da oltre 15 miliardi. Dopo aver ottenuto un via libera informale dalla Commissione Ue, Tria ha proposto di restare all’1,6% in modo da mostrare almeno una minima correzione del “deficit strutturale”, cioè al netto del ciclo economico, parametro assai caro a Bruxelles. Così però ci sono a stento i soldi per rinviare di un anno gli aumenti automatici dell’Iva. Mancano tutte le risorse almeno per avviare il programma di governo, dalla flat tax (per ora solo un taglio delle imposte per le partite Iva fino a 65 mila euro di reddito) al reddito e pensioni di cittadinanza alla riforma della Fornero (cosiddetta quota 100). Tutte cose su cui al momento la discussione è praticamente ferma. Anche sul condono (la “pace fiscale”), che dovrebbe finire in un decreto collegato, non si discute più nei dettagli. Il motivo è semplice: manca la decisione politica su quante risorse trovare in deficit.

Gli alleati pretendono di avere 8-10 miliardi a testa per le misure e hanno rigettato la proposta di Tria. Nell’ultimo vertice di lunedì a Palazzo Chigi il Tesoro, presente con tutti i suoi massivi vertici, dal ragioniere generale Daniele Franco al dg Alessandro Rivera al capo di gabinetto Roberto Garofoli, ha sondato la possibilità di arrivare all’1,8-1,9%, recuperando così altri 5 miliardi, senza neanche sapere se davvero riuscirà a rispettare lo stesso la correzione imposta dall’Ue. Dopo ore di riunioni, e uno scontro a tratti anche molto duro, il vertice si è chiuso senza un accordo. Stando a quanto filtra non c’è l’avallo politico sul quel numero, che peraltro comporterebbe un robusto ridimensionamento delle risorse disponibili per la Manovra, considerando anche che i saldi che verranno infilati nel Def saranno assai peggiori di quelli fissati da Gentiloni a causa del rallentamento della crescita.

I 5Stelle hanno rifiutato l’offerta di Tria e chiedono di superare il 2%. Neanche la Lega ha dato il via libera, anche se vuole evitare uno scontro diretto col ministro che ha pur sempre indicato. Ieri Di Maio ha convocato a tarda sera una riunione a Palazzo Chigi con tutti i ministri M5S per impostare la linea in vista della fase finale del negoziato: “Se la nota di aggiornamento non sarà coraggiosa non avrà i nostri voti. Non ha senso parlare solo di deficit, serve la crescita”, fa trapelare in serata. Lo scontro con Tria è ormai conclamato. E lo stesso interessato non sembra fare nulla per evitarlo. Ieri una velina del Tesoro ha aperto un incidente diplomatico. Per rispondere ad alcune indiscrezioni sui dubbi della ragioneria sulle coperture che avrebbero bloccato il decreto su Genova, ha fatto sapere che il testo “è arrivato agli uffici in una versione molto incompleta”, neanche un’ora prima di averle trovate, costringendo Palazzo Chigi a diramare una smentita di fuoco.

Per risolvere l’impasse è possibile che il governo ricorra allo stesso meccanismo usato dal governo Renzi nel 2016: fissare un livello di deficit e poi alzarlo in manovra, correggendo ex post i saldi della nota di aggiornamento. Due anni fa in manovra Renzi lo portò 0,3 punti oltre il livello fissato in precedenza facendosi però autorizzare preventivamente dal Parlamento. 5Stelle e Lega puntano almeno a fare altrettanto, portando il deficit al 2,2%. Una linea che, manco a dirlo, non piace a Tria.

Il governo vota contro le misure alternative per le madri detenute

La commissione Giustizia del Senato ha espresso parere favorevole al decreto riscritto dal governo Conte per l’attuazione della riforma penitenziaria dell’ex Guardasigilli Andrea Orlando. L’opposizione però protesta contro la maggioranza gialloverde, che ha bocciato l’ipotesi di introdurre misure alternative al carcere per le detenute madri con figli al seguito. Un tema particolarmente sensibile, dopo il caso di cronaca della donna carcerata a Rebibbia che ha ucciso i suoi due figli. “Al di là delle parole – ha detto la senatrice del Pd Valeria Valente – è chiaro che il ministro Bonafede e la maggioranza non hanno alcun interesse a intervenire per sostenere una riforma del sistema penitenziario più giusta. Neanche i recenti fatti di cronaca hanno portato a un ravvedimento per la situazione delle detenute madri”. Lo stesso Bonafede in serata ha replicato di voler intervenire su questa materia: “I bambini non hanno responsabilità alcuna – ha scritto su Facebook – e non devono pagare per colpe che non sono loro. Ho chiesto agli uffici di contattare immediatamente gli enti locali competenti per ampliare il numero delle strutture a custodia attenuata per le madri, i cosiddetti ‘Icam’”.

Renzi: “Zingaretti è ambiguo col M5S”. Poi lite sui funerali

Non credo che Nicola Zingaretti “vada bene come candidato, la sua posizione sui M5S è molto ambigua. Per me è fondamentale dire con chiarezza che non si possono fare accordi con chi non vuole i vaccini. Dopodiché se vince Zingaretti non faccio quello che hanno fatto a me, il fuoco amico”. Matteo Renzi a Otto e mezzo, su La7 è nettissimo nei confronti del Presidente del Lazio. Finora non era stato così eplicito, anzi aveva preso in considerazione pure l’ipotesi di sostenerlo (per poi condizionarne l’operato). Renzi lo critica, ma conferma di non avere intenzione di candidarsi: “Il mio ciclo si è chiuso alla segreteria del Pd. Io farò altro a partire dalla Leopolda”. Renzi si concede anche un passaggio controverso sui funerali di Stato di Genova del 18 agosto per le vittime del crollo del ponte Morandi. L’ex segretario accusa Luigi Di Maio e Matteo Salvini di aver allestito una clac che li applaudisse in diretta televisiva: “Il governo si è organizzato una ‘ola’ che sembrava una roba da curva sud”. Sull’argomento polemizza con il fondatore del Fatto, Antonio Padellaro, che l’invita a circostanziare le sue accuse. Invano.

Tutti in fila per il processo, ma non Toninelli

“Palazzo di Giustizia”. Sono arrivati a centinaia ieri davanti al Tribunale di Genova per l’incidente probatorio dell’inchiesta sul ponte. Una folla richiamata forse da quella parola, ‘giustizia’, scritta a caratteri dorati sul portone. Il verdetto è lontano, ma parenti, amici, semplici cittadini sono venuti lo stesso. Mancava il ministero delle Infrastrutture che non si è costituito parte civile (finora).

L’appuntamento era nell’aula magna del Tribunale, dove in passato sono state celebrate le udienze di altre tragedie di Genova: il terrorismo, il G8, le alluvioni. Il percorso del processo sarà complicato. Lo si è capito già ieri. Come quando la difesa di un indagato ha contestato il fatto che un perito scelto dal gip lavori per un soggetto che è stato consulente di Autostrade. Un riferimento a Giampaolo Rosati, professore del Politecnico di Milano che compì per Autostrade uno studio sul Morandi. Il gip ha respinto le eccezioni. In aula e in strada poi si è sentito un brusio quando si è saputo che il ministero delle Infrastrutture non si è costituito parte civile. “Ci costituiremo appena ne avremo facoltà, ossia in sede di udienza preliminare, dopo che la Procura avrà esercitato l’azione penale”, ha spiegato il ministro Danilo Toninelli. Ha pesato anche il fatto che l’avvocatura dello Stato già difendeva uno degli indagati. Si rischiava, è la tesi, una questione di opportunità. Ma la spiegazione non ha convinto molti. Il ministero resta tagliato fuori dall’incidente probatorio. C’è chi fa notare che nel frattempo il gip ha ammesso il Codacons a partecipare all’incidente come parte lesa.

L’incidente di ieri ha fissato le prossime tappe. I tre periti – Rosati, Massimo Losa e Bernhard Elsener (Zurigo) – compiranno il primo sopralluogo il 2 ottobre. Poi avranno due mesi di tempo per ulteriori accertamenti e per presentare le loro conclusioni. Fino ad allora sarà impossibile demolire il ponte? “Assolutamente no”, chiarisce Francesco Cozzi, procuratore di Genova. Aggiunge: “Anzi, nel mandato ai periti è scritto che devono essere concordate modalità di demolizione idonee a salvaguardare le prove”. Quindi si può demolire anche perché, ricorda Cozzi, “alcuni elementi pericolosi del ponte potranno essere esaminati soltanto una volta rimossi”. Nessun ritardo per colpa dei pm. Il punto, semmai, è che nessuno ha ancora deciso nulla sulla demolizione e sul progetto da realizzare.

In aula sedevano soprattutto magistrati, avvocati e consulenti. Tra gli indagati era presente soltanto il provveditore alle Opere Pubbliche della Liguria, Roberto Ferrazza, l’unico tra i dipendenti pubblici indagati ad aver chiesto di essere assistito dall’Avvocatura dello Stato.

Fuori dal palazzo la folla silenziosa. Nessuna protesta. Ma nei discorsi sentivi ricorrere quelle parole: “Verità”, “responsabilità”, “giustizia”.

L’altra contestazione: “Il traffico andava fermato”

A parte l’inadempimento degli obblighi manutentivo-conservativi dell’opera, “la responsabilità contingente più rilevante consiste nel fatto che, nonostante tutte le criticità sopra evidenziate, la Società Concessionaria Aspi non si sia avvalsa, nel concreto, dei poteri limitativi e/o interdittivi regolatori del traffico sul viadotto di cui al combinato disposto dell’art. 6 comma 4 lett. a) e del successivo comma 6 del Codice della strada”. La conclusione della commissione è netta. Aspi aveva tutti gli elementi di conoscenza a disposizione per chiudere o limitare il traffico sul viadotto. Come è provato, secondo la commissione ministeriale, dalla stessa lettera spedita il 31 agosto scorso da Aspi al ministero, in cui si sostiene la tesi il ponte è rimasto in condizioni perfette per 25 anni, si è molto degradato per quattro anni e poi si è stabilizzato. “In tale relazione ci sono le rappresentazioni grafiche che ricostruiscono la sequenza dei voti attribuiti dagli ispettori della Spea (società di Aspi, ndr) in relazione ai difetti riscontrati sugli elementi strutturali del viadotto. Emerge, in tutta evidenza l’inattendibilità dei voti assegnati ai difetti rilevati, considerata l’improbabilità logica, prima ancora che tecnica della perfetta conservazione dei manufatti (voto 0) per lunghissimi periodi, anche in assenza di manutenzioni (per 25 anni voto zero), cui fa seguito per 4 anni una evoluzione del degrado rapidissima fino a valori di soglia critica, seguiti da una stabilizzazione del fenomeno, pur senza interventi di manutenzione o di ripristino”.