Per Donald non c’è giustizia senza guerra

Il vicesegretario alla Giustizia Rod Rosenstein offre le dimissioni, un attimo prima che Trump lo licenzi: avrebbe suggerito di registrare in segreto le conversazioni con il presidente, dopo che questi aveva licenziato il direttore dell’Fbi James Comey in seguito a un colloquio privato. E intanto si complica il percorso di conferma alla Corte Suprema del giudice Brett Kavanaugh, l’uomo scelto per blindare a destra per una generazione la massima magistratura degli Stati Uniti: dono diventate tre le donne che lo accusano di molestie.

Con Rosenstein, sono almeno 13 i ministri, i vice o i consiglieri dell’ ‘inner circle’ di Trump ‘saltati’ in 20 mesi: tra questi, il segretario di Stato e altri due membri del gabinetto, ben due consiglieri per la sicurezza nazionale, praticamente tutte le posizioni apicali alla Casa Bianca.

L’uscita di scena del viceministro Rosenstein, che Trump detestava, potrebbe avere ripercussioni sul Russiagate, l’inchiesta sulle collusioni tra la campagna 2016 dell’allora candidato repubblicano ed emissari del Cremlino. Rosenstein, infatti, supervisionava l’operato del procuratore speciale Robert Mueller – un altro che Trump detesta -, dopo l’auto-ricusazione del ministro della Giustizia Jeff Sessions, il prossimo nome sulla lista di proscrizione della Casa Bianca (il presidente ne ha già annunciato la messa da parte dopo le elezioni di mid-term del 6 novembre).

Trump potrà ora rimpiazzare Rosenstein con una persona di sua fiducia, controllando più da vicino le indagini di Mueller, che rischiano di trascinarlo in una procedura di impeachment per ostruzione alla giustizia, specie se il voto di novembre desse ai democratici il controllo del Congresso, come non è escluso.

Le dimissioni di Rosenstein erano nell’aria dopo che il New York Times gli aveva attribuito l’idea d’intercettare Trump – espressa nel 2017, dopo il licenziamento di Comey -. L’interessato aveva blandamente smentito. Le affermazioni del Nyt si collocano nel filone del libro di Bob Woodward sul clima alla Casa Bianca (‘Paura’) e della pubblicazione d’un testo anonimo d’un alto funzionario dell’Amministrazione, secondo cui è in atto una “resistenza silenziosa” per evitare che Trump causi all’Unione e al Mondo danni irreparabili.

Prima di recarsi alla Casa Bianca, Rosenstein aveva già annunciato le dimissioni al capo dello staff del presidente John Kelly, anch’egli non certo di restare al suo posto – Trump vuole liberarsi di tutti coloro che gli remano contro, cioè non gli lasciano fare quello che gli passa per la testa. L’incontro con Trump avverrà giovedì.

Il sisma Rosenstein scuote l’Amministrazione Trump quando Christine Blasey Ford, la donna che accusa di molestie sessuali il giudice Kavanaugh, è pronta a testimoniare davanti alla commissione del Senato che deve avallare la nomina. Le accusatrici di Kavanaugh si sono intanto moltiplicate: alla Ford, docente universitaria, compagna di liceo di Kavanaugh, s’è aggiunta Deborah Ramirez, 53 anni, che studiò con il giudice all’Università di Yale. E ci sarebbe una terza ‘donna di cuori’.

Corbynism, la quarta via della Sinistra è ancora inglese

Uno spettro si aggira per la City: è lo spettro del corbynismo. L’ipotesi non remota, data la crisi di credibilità e leadership dei Conservatori, che una incarnazione ortodossa del Socialismo si insedi a Downing Street, e avvii una lotta senza sconti al capitalismo della finanza, della grande industria, delle privatizzazioni.

Che non sia una fantasia lo dimostra l’attenzione con cui, in questi giorni, i quotidiani più vicini alla City o ai Conservatori – Financial Times, City am, Daily Telegraph – seguono le dichiarazioni di John McDonnell, ministro ombra dell’Economia e storico sodale del segretario laburista Jeremy Corbyn. Assaggi di governo corbynista? La distribuzione del 10% del capitale netto delle società ai lavoratori. Il pacchetto completo prevede anche un sostanzioso aumento delle tasse societarie, la nazionalizzazione di molte società di servizi e delle ferrovie e l’estensione di garanzie a tutte le categorie di lavoratori – purché iscritti a un sindacato. Politiche da partito dei Lavoratori, ma lontane anni luce da quello di Tony Blair.

L’ascesa di Jeremy Corbyn alla segreteria del Labour, nel 2015, è stato il frutto quasi casuale di un vuoto di leadership, ma da allora Corbyn e il suo entourage si sono mossi con consumata abilità politica, spostando il Labour su posizioni socialiste. Come? Con la rapida e spregiudicata emarginazione di fatto – in Parlamento e a livello di amministrazioni locali – di ogni dissenso significativo. Una rivoluzione degli equilibri interni con il recupero della centralità dei sindacati e l’ascesa degli attivisti di Momentum, il movimento che portò Corbyn alla segreteria e da allora rappresenta una sorta di sua milizia personale nel corpo del partito. Ma la trionfale marcia del Socialismo in Uk ha di fronte un ostacolo serio: Brexit, tema su cui iscritti e simpatizzanti sembrano lontanissimi dalla linea del segretario.

Che da sempre vede l’Unione europea come un consesso di interessi elitari, poteri forti e lacci burocratici e Brexit come l’occasione per liberarsene e dare il via, senza diktat della Troika o vincoli di bilancio, al suo programma di massiccio interventismo statale e conseguente aumento della spesa pubblica.

Quanto all’immigrazione, Corbyn tiene al benessere dei lavoratori – quelli britannici – da difendere anche con misure protezionistiche. In questa prospettiva, limitare l’immigrazione, specie non qualificata, significa conquistarsi consenso nelle aree del paese dove il lavoro è conteso al ribasso.

Posizioni che lo pongono in rotta di collisione con il grosso degli iscritti, tutt’altro che euroscettici o contrari alla libertà di movimento.

Il Congresso del Labour in corso a Birmingham rischia di essere il momento in cui queste contraddizioni deflagreranno. Il dibattito sulla Brexit non può più essere censurato, come successe lo scorso anno. E infatti inaugurando i lavori Corbyn ha aperto alla possibilità di sostenere un voto popolare su Brexit – lo chiede l’85% degli iscritti – salvo poi mandare McDonnell a chiarire che fra le opzioni non ci sarebbe quella del Remain, perché il referendum per lasciare l’Ue c’è già stato e va rispettato. A meno di cambi dell’ultimo minuto la mozione che oggi andrà al voto fra i delegati è il topolino partorito dall’elefante: il partito si impegna “a supportare ogni opzione sul tavolo, compresa una campagna per un voto popolare”, ma la priorità resta far cadere il governo e andare a elezioni.

Prevedibile una rivolta degli iscritti, ma Corbyn e il suo entourage, oltre alle convinzioni personali, hanno ragioni politiche legittime per non prendere posizioni chiare sulla Brexit. La principale: le elezioni non si vincono con la lealtà degli iscritti, ma con l’appoggio degli elettori, e non ci sono segnali convincenti che sull’Unione europea la maggioranza dei britannici, anche nei distretti Labour dove ha vinto il Leave, abbia cambiato idea. Schierarsi contro la Brexit rischia di alienarli. L’Europa può attendere. Il Socialismo ha già aspettato troppo.

I 1500 bambini immigrati scomparsi negli Usa

In Texas, nella città di Browswille, al confine con il Messico, un centro commerciale dismesso della catena Walmart ospita ben 1470 minori. È il centro governativo per ragazzi (la maggioranza tra i 10 e i 16 anni) più affollato degli Usa, sotto la custodia dell’Health and Human service. Molti di questi minori hanno passato il confine da soli, altri sono stati separati dai loro genitori dopo la decisione di Trump di far perseguire dai tribunali chi entra negli Usa senza documenti. Nel centro i minori hanno due ore di libertà e alcuni sono riusciti a scappare pur di non vivere sotto sorveglianza. Chi riesce a uscire senza fuggire è perché gli incaricati federali sono riusciti a trovare dei parenti residenti negli Usa o i cosiddetti sponsor, persone che hanno mostrato, a sentire gli ufficiali federali, di avere le carte in regola per l’affido temporaneo. Peccato che di 1500 bambini, tra quelli messi al “riparo” nelle strutture statali, si siano perse le tracce.

L’amministrazione Trump, per la seconda volta in meno di un anno, non è stata in grado di individuare dove e con chi circa 1.500 bambini immigrati irregolarmente abbiano trascorso gli ultimi 3 mesi. La cifra è stata resa nota da un gruppo bipartisan di senatori che hanno messo a punto un disegno di legge per rendere il governo responsabile della custodia di questi bambini anche dopo il loro rilascio. Negli ultimi 8 mesi la polizia di frontiera ha fermato 32mila minori non accompagnati, 1300 poco più che neonati. Intanto il numero di quelli accompagnati è sceso a 59mila a partire dall’anno scorso.

Dal 1 ° aprile al 30 giugno, l’Hhs ha effettuato chiamate di controllo a 11.254 bambini immigrati rilasciati ma non è stata in grado di sapere dove sia il 13%, rivelano i dati rilasciati dalla sottocommissione investigativa del comitato di senatori. Venticinque sarebbero fuggiti dalle case dove erano stati trasferiti.

Il senatore repubblicano Rob Portman, presidente della sottocommissione, si occupa di questo enorme problema dal 2015, quando 8 bambini privi di documenti sono stati scoperti nelle mani di trafficanti di esseri umani in Ohio: “Il nostro disegno di legge garantirà che i minori vengano protetti dalla tratta e dagli abusi di eventuali sponsor e inoltre contribuirà ad assicurare che compaiano davanti alle commissioni incaricate di aiutarli a chiedere l’asilo”, ha detto Portman in una nota. “Non si tratta di essere democratici o repubblicani, è una soluzione pragmatica oltre che umanitaria. I problemi sono iniziati durante la precedente amministrazione e sono continuati sotto l’attuale”.

Uno dei co-sponsor della legge, il senatore James Lankford, repubblicano dell’Oklahoma, ha detto in un’audizione di martedì che vorrebbe anche che l’Hhs non affidi più bambini senza documenti a nessuno che sia entrato negli Usa illegalmente. Un funzionario dell’immigrazione e delle dogane che ha testimoniato, Matthew Albence, ha affermato che eliminerebbe circa l’80% degli sponsor.

Il numero di bambini immigrati detenuti negli Stati Uniti è salito alle stelle, sebbene il tasso di minori non accompagnati che attraversano illegalmente la frontiera sia relativamente stabile da diversi anni.

Se lavori troppo vai in carcere. A Seul arriva il riposo di Stato

Nel 2008 Kwon Yong Seok aveva un’ulcera al fegato, la bocca amara, piena di alcol e sigarette. Lavorava 100 ore a settimana. Non riusciva a staccarsi da faldoni e scrivania neppure per andare a dormire. Era la sua dipendenza. “Ero esausto, ma non avevo il coraggio di smettere di lavorare, non sapevo cosa fare nella mia vita”. Cercando conforto o liberazione, pensò che per curarsi l’isolamento forzato fosse una buona idea e una ancora migliore era costruire una prigione per tutti quelli che soffrivano come lui. Dieci anni fa posò il primo mattone del carcere “la Prigione dentro di me”. Un penitenziario per chi lavora troppo, una gattabuia per stakanovisti, un carcere dove a qualche miglio da Seoul, i detenuti sono tutti workaholic, lavoratori patologici, che “si consegnano” volontariamente a Gangwon. No relazioni umane, no alcol, no fumo. Solo silenzio e detenzione. Almeno 2 mila sono già stati rinchiusi e curati.

Prima di entrare in prigione consegnano cellulare, orologio, vestiti e infilano l’uniforme da galeotto sudcoreano. Il primo giorno in cerchio si raccontano chi sono, poi un giro di chiavistello, il secondo e sanno dal rumore della serratura che sono stati imprigionati. In cella ci sono un tappeto per lo yoga, un quaderno bianco, una teiera, un bottone anti-panico per le emergenze e, per molti, anche sollievo.

Nel mondo senza profitto e risultato, deadline di consegna e contratti da chiudere, c’è solo una fessura nella porta blindata da cui viene servito cibo. Poi abissale silenzio per aiutare la meditazione. La salvezza in 6 metri quadri di isolamento costa 500mila won alla settimana, meno di 500 euro, agli esausti in burnout, letteralmente bruciati dalla missione lavorativa. Compulsivi e maniacali, i 28 prigionieri delle 28 celle hanno tutti 28 storie diverse, ma una sola in comune: l’ossessione per la loro professione. Sono studenti, impiegati semplici o amministratori delegati che, pur di sentirsi liberi, si fanno imprigionare.

Duemilaventiquattro l’anno, 14 al giorno: queste sono le ore che i sudcoreani passano al lavoro, più di tutti in Asia, i terzi al mondo nella lista Ocse, Organizzazione per la cooperazione e sviluppo economico. Un tempo “disumano” secondo il ministero delle pari opportunità del paese. Per migliorare le condizioni di vita, aumentare tasso delle nascite, le autorità di Seoul hanno ridotto le ore lavorative da 68 a 52 settimanali lo scorso luglio. Proposta della Federazione coreana del commercio è anche pagare extra nei weekend, perché non bisogna lavorare nel fine settimana e compensare di più chi invece è tenuto a farlo. Sono tagli che forse per molti vorranno dire salari inferiori, per altri peggioramento della qualità del lavoro, per le grandi imprese è un rischio che si aggira su 12 trilioni di won in perdite, secondo il Korean Economic Research Insitute, oppure, dicono altri esperti, in un aumento del rendimento e della produttività. Ma è una scommessa, un passaggio obbligato verso la felicità voluto dal presidente Moon Jae che ha concesso ai suoi cittadini “il diritto al riposo”. Un ozio che per molti però è solo inferno ed astinenza, e quando fuggono, cercano qualcuno che li chiuda fuori da se stessi.

Il confino forzato è il nocciolo “del concetto del programma” dice Noh Jihyang, moglie dell’avvocato fondatore, che ora sorride dietro gli occhiali e sfoglia ormai solo fiori nei boschi, invece che vecchi incartamenti in ufficio. “Molti detenuti-ospiti facevano resistenza all’inizio, ma poi dicevano che la prigione non era la cella, ma il mondo fuori”.

Che tempi che fanno, il ritorno dei cloni tv

Riparte l’autunno, cadono le foglie e in Tv cominciano le repliche. Ma come, dirà il solito marziano, le repliche non erano d’estate? Una volta forse, oggi non più. Nulla di più inedito della carta stampata (il solito Flaiano), niente è più moderno degli archivi di Techetechetè, dove ogni anno si allarga lo spread tra gli inventori di ieri e i solerti replicanti di oggi. Da domenica si replicano Che tempo che fa di Fabio Fazio (Rai1) e Non è l’arena di Massimo Giletti (La 7), copie conformi all’apparenza l’una contro l’altra armate, nella sostanza complementari. Il vento gialloverde ci consegna un inedito Giletti filogovernativo, con 50 estatici minuti di Matteo Salvini Show. Che tempi che fanno. Di qua il margravio di Padania in collegamento dal Walhalla; di là Carlo Cottarelli ospite fisso nel ruolo della Fata turchina a mettere in guardia dai lucignoli populisti: il vento gialloverde ci consegna un inedito Fazio all’opposizione (c’è sempre una prima volta). Due programmi “contro”, dunque. Poi si torna nel solco della tradizione: su Rai1 si canonizza Totti, giustamente perplesso, “ottavo re di Roma”, Giletti manda l’ennesima replica del talk contro la legge Fornero con il fornaio Mauro e l’avvocato Paniz (tutti esperti del ramo, mancava solo mister Michetta), poi lo “scoop mondiale” con l’intervista a Jimmy Bennett. Si va in Tv per dare scandalo o si fanno gli scandali per andare in Tv? A saperlo. Pazienza, prima o poi tornerà l’estate, e vedremo qualcosa di nuovo.

Silvio e il tramonto di un leader orfano di se stesso

C’è un momento in cui devi smettere, possibilmente all’apice, e quel momento non lo “senti” mai. O forse lo senti, ma proprio per questo ti ostini ad andare avanti, illudendoti che il tempo non sia passato. Capita ai campioni, anche quelli più grandi, e pure ai malati di onnipotenza. Quindi anche a Silvio Berlusconi. È difficile immaginare un viale del tramonto più mesto di quello che lo vede da anni protagonista (si fa per dire). L’età e gli acciacchi, che non fanno sconti neanche agli Unti del Signore, hanno amplificato un crepuscolo che sarebbe arrivato comunque: forse non così male, però. In campagna elettorale Berlusconi ha collezionato gaffe e raccontato storie stravaganti sui clandestini che entrano di nascosto in casa delle pensionate, bevono l’olio (?) dal frigo (??) e lasciano le impronte (???) sul collo della bottiglia. Dopo le consultazioni al Quirinale, ha questuato scampoli di fama “contando” gli interventi di Salvini, con la Meloni che lo guardava come una nipote guarda il nonno mezzo rincitrullito. Due giorni fa Berlusconi è tornato in scena. Lo ha fatto dallo strapuntino di Fiuggi, ospite di nessuno e dunque di Tajani, uno che negli anni d’oro (tanti, troppi) del berlusconismo era una comparsa di terza fila e che in pieno Sessantotto faceva il diciottenne pasionario monarchico (no, non è una battuta).

Nel bel mezzo di cotanta tristezza, Berlusconi è apparso in tutta la sua stanchezza. Accartocciato e incartapecorito. Sembra impossibile, tenendo conto che in vent’anni e più ha sfasciato – politicamente e ancor più moralmente – questo Paese, ma faceva tenerezza. Acclamato da una folla che lo avrebbe applaudito anche se avesse detto solo “Fava”, e per inciso sarebbe stato un discorso assai più convincente, il Cavaliere ha sciorinato le solite frasi fatte d’ordinanza. Ovviamente si è scagliato contro le “nefandezze” dei 5 Stelle: “Questo governo e in particolare il Movimento 5 Stelle sono nemici della libertà (…) Il M5S si sta rivelando peggiore di quanto immaginavamo, peggiore della sinistra, nemico delle imprese e delle infrastrutture, propenso alle nazionalizzazioni”. Ha poi attaccato il portavoce di Conte: “In una democrazia il signor Casalino dovrebbe stare già fuori con la valigia in mano”. E ha dato spazio alle paure personali: “Hanno annunciato misure sui tetti pubblicitari che farebbero chiudere Mediaset il giorno dopo e limitano la libertà delle imprese che vogliono decidere dove meglio allocare la loro pubblicità”. Berlusconi ha straparlato poi di deficit da non sforare, lui che quando poteva lo sforava sempre. Infine ha annunciato – convinto che a qualcuno interessasse – la candidatura alle prossime Europee, note non a caso come “cimitero degli elefanti”. Quel che resta di Silvio non ha lesinato frecciate a Salvini, che dopo le finte rassicurazioni dei giorni precedenti ha ribadito ad Atreju quel che tutti sanno: oggi Forza Italia è la ruota di scorta della Lega e serve unicamente in funzione comunale e regionale. Sul piano nazionale, Berlusconi conta sempre meno. È vero che il Caimano si è più volte inabissato, tornando poi più vivo (e spietato) che mai: guai a darlo anzitempo per finito. Mai come adesso pare però prossimo ai titoli di coda di una carriera politica (purtroppo) fortunatissima. A Fiuggi, Berlusconi era un leader oltremodo postumo di se stesso. E il paradosso è che gli oppositori (veri) si sono stancati così tanto di combatterlo che, nel frattempo, gli (ci) è pure passata la voglia di esultare. Forse perché siamo troppo buoni. O forse perché avremmo preferito una vittoria diversa.

La guerra civile spagnola diventa “fiction”

Al tempo della storia-fiction, tutto è possibile. Dunque Marcello Simoni, recensore su Tuttolibri-La Stampa di L’ultima carta è la morte, romanzo di Arturo Pérez-Reverte, può dire che la guerra civile di Spagna 1936-39 fu un “contrasto tra fronte nazionale e quello repubblicano, di ispirazione marxista”.

Non fu proprio così. Lo storico Leo Valiani, che quella guerra combatté con le milizie antifasciste, scriveva che la legittima Repubblica spagnola, aggredita dai golpisti di Francisco Franco con il sostegno di Hitler e di Mussolini, “aveva identificato le sue sorti con le idee del liberalismo, della democrazia, del socialismo”. Tanto che Franco “fu costretto a dichiarare subito che guerreggiava contro tutte queste idee universali e in favore di idee opposte, autoritarie ed oligarchiche”.

Valiani, che non fu comunista, bensì socialista, azionista (Giustizia e Libertà) e quindi radicale-repubblicano, affermava queste cose nel 1942. Della tempra di Valiani era Carlo Casalegno. Pur non andando in Spagna, fece la Resistenza con Giustizia e Libertà; vicedirettore de La Stampa, finì assassinato dalle Brigate Rosse. Adesso, sullo stesso giornale di Casalegno (e di Norberto Bobbio, di Alessandro Galante Garrone, di tanti altri amici di quel Renzo Giua caduto da antifascista in Estremadura), è lecito parlare della guerra civile spagnola, anteprima dell’aggressione nazifascista del 1939 al mondo libero, non troppo diversamente da come veniva descritta dalla propaganda fascista e franchista: una guerra “nazionale” e cristiana di civiltà contro la barbarie rossa. Presentare la guerra di Spagna in tale maniera, tuttavia, non che è che l’ennesimo esempio di come oggi la storia, sui giornali, in tv, nell’industria editoriale, non sia più storia, ma fiction.

Esemplare è l’accoglienza acritica, salvo eccezioni (come fu nel caso di Giorgio Bocca), riservata ai libri di Giampaolo Pansa, campione della fiction revisionista in chiave fascista.

Per lui i patrioti della guerra civile italiana, o lotta di liberazione, non furono i partigiani, ma i fascisti della Repubblica fantoccio: i cosiddetti ragazzi (e le ragazze) di Salò, alleati dei nazisti. Nell’eterna zona grigia di questo Paese, del resto, fanno cassetta, soprattutto dall’era Berlusconi in poi, i “vinti” del nazifascismo: i brigatisti neri, le repubblichine, le spie, le Ciano e le Petacci. La storia è travisata, le vicende individuali assurgono a valore universale. Tutto può diventare fiction: chi uccideva la libertà, i fascisti e i nazisti, in realtà era un patriota. E il contesto storico annega nella mistica dell’azione per l’azione, come nel libro di Pérez-Revert; affascina il mito della “bella morte” fascista. Forse perché la morte nei lager nazisti e nelle galere di Franco, in effetti, non fu altrettanto bella.

La fiction, il revisionismo facile e spregiudicato, convivono con quello che si può chiamare l’abbandono della storia. “L’abisso che separa ricerca storica e revisionismo”, ha scritto lo storico Marco Labbate, “è solo all’apparenza netto. Talvolta la frattura si colloca dentro la stessa storiografia. È l’abisso che divide l’elaborazione innovativa della Resistenza come simultanea compresenza di tre guerre (di liberazione, di classe e civile), condotta da Claudio Pavone, dagli espedienti di Pansa, che abbondano di quelle strumentalizzazioni della storia da lui stesso condannate ancora all’inizio degli anni Novanta. Eppure il passato di Pansa è quello di un discepolo attento ed efficace del metodo storiografico: la sua è dunque la deliberata scelta di un abbandono”. Un abbandono con fiction, naturalmente.

A Fiuggi il sinodo di B. il papa riesumato

Più guardiamo a Berlusconi e al suo mondo, in questo suo (e, per colpa sua, anche nostro) lento declinare politico e fisiologico, più ci viene in mente quell’episodio della Storia noto come “Sinodo del cadavere”. Nell’897, papa Stefano VI ordinò la riesumazione del corpo di papa Formoso, morto un anno prima, che venne rivestito di tutti i paramenti papali e messo a sedere su un trono per ascoltare le imputazioni. Accanto al cadavere, in piedi, un giovane diacono rispondeva al suo posto alle accuse del pubblico ministero. Non andò bene: Formoso fu giudicato colpevole, amputato delle tre dita con cui impartiva le benedizioni, legato a un cavallo e trascinato per Roma, indi gettato nel Tevere. Come in tutte le storie a lieto fine, sei anni dopo però venne ripescato e riabilitato, e oggi riposa a San Pietro.

Ecco: B., ripescato dopo la condanna (anzi, ripescatosi da sé per i capelli o fibrina capillare come il barone di Münchausen), riabilitato nel maggio scorso dal Tribunale di sorveglianza di Milano, rivestito dei paramenti sacri (il Caraceni blu, la cravatta Marinella a pois) che ne hanno fatto un’icona di stile presso tutti gli oligarchi russi, ricompare in una delle sue numerose epifanie e annuncia la candidatura alle prossime europee. Cambia poco, nella realtà, e anche nel simbolico (giacché quando si tratta di B., i semiologi insegnano, il simbolo è raso al suolo da una stupefacente e desolata concretezza), visto che il 4 marzo siamo andati a votare su una scheda che conteneva un simbolo con la scritta “Berlusconi presidente”, benché egli risultasse incandidabile causa Severino, e che oggi comunque, per un prodigio legislativo detto “elezioni suppletive”, potrebbe agevolmente sedere al posto di un parlamentare all’uopo dimissionario facendosi eleggere nello suo stesso collegio uninominale.

Ancora oggi, B. ha un piccolo contenzioso con la Giustizia (è indagato dalla Procura di Firenze per le stragi di mafia del 1993), ma in fondo chi non ha una multa o una cartella pendente di Equitalia, e comunque qui si tratta di “salvare l’Italia”, dai 5Stelle, s’intende, stante la leggerissima dissonanza cognitiva che vuole l’altro padrone del governo suo alleato quando si tratterà di passare all’incasso dei voti. È incredibile, e sembrerebbe plausibile solo presso qualche tribù cannibale della Papa Nuova Guinea o appunto nella terra di papa Formoso, che un leader politico rivelatosi ladro di soldi pubblici (almeno 7 milioni e 300 mila euro, più altri prescritti) possa impunemente rivendersi quale salvatore della comunità e addirittura guadagnarsi i titoli dei giornali con una frase da sollevatore di questioni morali: “In una democrazia uno come Casalino sarebbe fuori, con la valigia in mano”. Lo spettacolo è macabro e gustoso, conoscendo la personale concezione di “democrazia” del Tinto dal Signore (e menomale che non è passata la “riforma costituzionale” che lui con Verdini aveva ideato col duo dei Jalisse Renzi-Boschi, sennò Casalino altro che portavoce: avrebbe spadroneggiato su una Cameretta ridotta a passacarte del governo).

C’è del morboso, nel commentare “il Manifesto della Libertà” letto a Fiuggi, dove si va a guarire dagli acciacchi della vita, da uno che allestiva tende beduine a Villa Pamphili per accogliere Gheddafi, mimava l’uccisione con mitraglietta di una giornalista russa per compiacere Putin, faceva entrare a Palazzo Grazioli, presidiato da pattuglie di forze dell’ordine, ricattatori, prostitute, narcotrafficanti (una volta il fidanzato di Marysthell Polanco venne trovato in possesso di alcuni chili di droga, distribuiti tra la dimora di via Olgettina pagata dal premier italiano e l’auto di Nicole Minetti, consigliere regionale del Pdl poi condannata insieme per favoreggiamento della prostituzione, sempre a favore dell’allora premier).

In questo macabro Sinodo del Riesumato, Tajani è il diacono rispondente (anche se, a dire il vero, quando parla lui è come l’albero che cade nella foresta vuota), e dopo aver percorso tutto il codice penale e aver prodotto cronaca nera, rosa, gialla e mélange, ecco l’inevitabile fine da Grand Guignol, la sua cosmetica, che tanta fortuna gli ha portato, ormai ridotta a tanatoprassi. E noi a vittime di una berluscofagia perpetua: dalla sua Tv-scuola ingurgitata ogni dì, alla politica fatta per mezzo e per conto di lestofanti, mafiosi, traffichini, leccaculi, cortigiane e vaiasse, inopinatamente giunti al soglio delle decisioni pubbliche a far le leggi che poi i magistrati (“matti”, “golpisti”, “cancro della democrazia”) applicano tuttora a loro rischio e pericolo. E invece di inorridire davanti a Papa Silvio, dedichiamo articoli seri a questo nuovo soggetto politico, Forza Italia, che dovrebbe salvarci dai populisti e tenerci agganciati all’Europa. Andiamo bene.

Mail box

 

Sono necessari fatti concreti per aiutare le persone

Chi vive in Italia si trova ad affrontare i problemi derivanti dalla disoccupazione, in particolare nel Mezzogiorno. Talora si ha l’impressione di essere impotenti di fronte all’attuale crisi economica, lavorativa e politica.

Le sfide che gli italiani non possono più affrontare sono anche gli aumenti delle tasse nazionali, regionali e comunali degli ultimi vent’anni. Gli industriali, gli imprenditori, i dipendenti, i lavoratori autonomi e i pensionati da tanti anni stanno cercando di sostenere lo Stato pagando più del dovuto, ma purtroppo non si riesce a decollare e a risanare il debito.

In questi anni passati molti cittadini italiani hanno cercato di progettare il modo di vivere investendo tutta la propria ricchezza intellettuale e i propri risparmi per mantenere la famiglia e far studiare i propri figli. Caro presidente del Consiglio, gli italiani che vogliono bene al proprio paese continueranno, anche in questo periodo di crisi, a credere nella Patria ma per aiutarli a credere voi del nuovo governo Lega e M5S dovete aiutare le aziende, i giovani, i disoccupati, le famiglie. Il nostro Paese ha bisogno di gentiluomini che pensino coi fatti a salvare la povera gente. Senza aiuti, lavoro e senza una diminuzione delle tasse non ci sarà futuro per nessuno.

Antonio Guarnieri

 

Etruria, una nuova insegna per dimenticare i responsabili

Oggi mi trovavo di passaggio a Civitavecchia e sono passato davanti alla ex sede di Banca Etruria. Ora c’è una nuova insegna, quella dell’Ubi. Basta cambiare insegna e cambiare ragione sociale. I trombati rimangono con le pive nel sacco come gli italiani che non si vedranno restituiti i 49 milioni di euro dalla Lega, alla quale Salvini, appena potrà, cambierà nome e ragione sociale. Poi vai a cercare i responsabili della vecchia Lega… campa cavallo che l’erba cresce. “Hasta la victoria siempre” si fa per dire, l’inventore dello slogan è rimasto lungo in Bolivia.

Maurizio Dickmann

 

Italiani, un popolo che crede a tutte le promesse

Secondo un’indagine Ipsos l’Italia è il paese dove la forbice tra realtà e percezione è maggiore; siamo un popolo di creduloni che si beve volentieri ciò che vogliono farci credere, si tratti dell’Impero sui colli fatali, di ridurre le tasse o rinegoziare il debito; da noi un Churchill che pose le basi per la vittoria promettendo agli inglesi lacrime e sangue sarebbe stato linciato. Ovvio quindi che i nostri politici siano costretti, per ottenere consenso, ad alzare di continuo l’asticella: tu prometti un reddito per tutti? E io prometto la flat tax anzi la no tax. È storia poi che il più abile venditore di fumo degli ultimi 25 anni si chiama Silvio B., il famoso contratto con gli italiani andrebbe studiato nelle scuole. Oggi è tornato alla ribalta con i denti finti più aguzzi di quando erano veri, ha trovato in Salvini l’uomo che gli farà il lavoro sporco e gli tutelerà la bottega, decideranno insieme se, quando e come buttare a mare il M5S certi che oggi un governo di centro-destra-destra, che vada da Casini a Casapound, avrebbe la maggioranza. L’unica incognita si chiama Ue e cioè se non decideranno prima loro di buttare a mare noi: dato il debito pubblico in infinita crescita, la questione migranti e il possibile sforamento dei conti pubblici, le premesse ci sono tutte.

Vincenzo Bruno

 

Nel 2011 non era necessario intervenire sulle pensioni

Sono un ex bancario in pensione, con anni 42 e 10 mesi di contribuzione. Mi sono occupato di mercati per lunghi anni, sicuramente non condivido la teoria economica della Sig.ra Fornero. In ogni caso nel 2011 i conti Inps erano sostenibili. Non vi era necessità di intervenire sulle pensioni. In qualità di tecnico la Signora poteva occuparsi di una bella patrimoniale. Per fare investimenti pubblici e privati e combattere l’evasione fiscale e contributiva. Ora capite perché il Paese va male. Ci sono misure che non vanno prese perché il capitale non vuole.

Giorgio Giliberti

 

DIRITTO DI REPLICA

Gentile Direttore, con riferimento all’articolo di Pierfrancesco Curzi pubblicato sull’edizione di domenica del vostro quotidiano, mi preme precisare che l’Italia è uno dei pochi Paesi europei a mantenere una propria presenza diplomatica nella capitale libica. L’Ambasciata a Tripoli e il personale che vi presta servizio, sebbene – come noto – a ranghi ridotti, svolge in condizioni di estremo disagio una insostituibile funzione di tutela degli interessi italiani, assicurando piena operatività in settori strategici: politico, commerciale, culturale, consolare e di cooperazione allo sviluppo.

Alessandro Cortese, Capo del Servizio per la Stampa e la Comunicazione Istituzionale della Farnesina

I NOSTRI ERRORI

Per un nostro errore l’articolo “I latitanti a Dubai li ha salvati Nico D’Ascola” pubblicato il 23 settembre 2018 portava la firma di Daniele Martini invece di quella corretta di Lucio Musolino. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.

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Nel bilancio di una vita bisogna ricordare gli errori e anche meriti

La stampa nazionale ha celebrato la scomparsa della ricca comunista Inge Feltrinelli (1930-2018) come la regina dei libri, oltre che moglie di un terrorista, ma chi era poi nella realtà questa “nobildonna”? Anno 1977: Indro Montanelli (1909-2001), che in quanto a cultura non era certamente inferiore alla beatificata Inge, ecco cosa scrisse di lei: “Nel suo salotto hanno brindato all’attentato contro di me. Se non sempre scelgo bene i miei amici, invece scelgo benissimo i miei nemici”.

Caro Bernasconi, è tutta una questione di momenti. A me, come del resto a lei, piace molto polemizzare quando le circostanze lo richiedono e lo consentono. Ma con i vivi, non con i morti. L’esercizio di sputare sulle bare o sulle tombe mi ripugna, perché è il gesto più vile che si possa immaginare. E questo l’ho imparato proprio da Montanelli, che i suoi nemici (ne aveva tanti e – come scrisse nel suo diario – sapeva sceglierseli benissimo) li combatteva da vivi, concedendo poi l’onore delle armi quando diventavano dei vinti o delle salme. Ricordo quando nel 1987 andò a visitare la mostra di quadri dipinti in carcere da Franco Bonisoli e Lauro Azzolini, i brigatisti che dieci anni prima gli avevano sparato alle gambe e strinse loro la mano. O quando, caduto il muro di Berlino nel 1989, smise di essere anticomunista, per dedicarsi a emergenze più attuali, mentre molti montanelliani della prima e anche dell’ultima ora continuarono a combattere un pericolo “rosso” che non esisteva più, ovviamente a rischio zero. Credo che, se fosse sopravvissuto a Inge Feltrinelli, oggi Montanelli sarebbe con lei altrettanto magnanimo. Cioè riuscirebbe a vedere nella sua figura e nella sua biografia non soltanto quell’osceno brindisi alla gambizzazione del “fascista”. Ma anche tutto il resto: l’intelligenza, la brillantezza, talvolta il coraggio di una donna che lasciò l’ormai ex marito “Giangi” al suo destino di improbabile bombarolo e preferì coltivare le passioni per la fotografia e la letteratura, ampliando e impreziosendo con grandi autori il catalogo della casa editrice che aveva ereditato. Ebbi modo di incrociarla nel 2002, quando il figlio Carlo chiese a me, a Gomez e a Barbacetto un libro sulla vera storia di Mani Pulite e poi non lo pubblicò perché rifiutammo di tagliare alcuni paragrafi sulle tangenti rosse. Allora polemizzai furiosamente. Ma ora che Inge Feltrinelli non c’è più, ricordarla soltanto come la (ex) moglie di un terrorista o come colei che brindò all’attentato a Montanelli (così han fatto i giornali di destra) o per quella censura mi pare ingiusto e vile. Nel bilancio di una vita, bisogna ricordare tutto. Gli errori, ma anche i meriti.