Emigra un altro pezzo di made in Italy. Versace, una delle ultime Case di moda che erano rimaste in mani italiane, è stata venduta al gruppo statunitense Michael Kors. Dopo giorni di rumors e anticipazioni di stampa, ieri è arrivata la notizia ufficiale. Il prezzo della transazione dovrebbe essere attorno ai 2 miliardi di dollari, secondo quanto riporta l’agenzia Bloomberg, sono 1,7 miliardi in euro. Il gruppo Michael Kors che fattura (bilancio al 31 marzo 2018) 4,7 miliardi di dollari annui, è proprietario del marchio omonimo di pelletteria e del marchio londinese di scarpe da donna di super lusso Jimmy Choo (270 euro un paio di ciabatte, con le scarpe si arriva tranquillamente a 4 mila) acquisito nel 2017 per un miliardo di dollari.
Non si sa se la vendita sarebbe stata gradita da Gianni Versace, il fondatore della Casa, ucciso a Miami Beach in circostanze mai del tutto chiarite nel luglio del 1997. Sicuramente allontana il rischio di un futuro un po’ meno opulento per il resto della famiglia. In un settore del lusso che corre grazie alla nuova domanda asiatica e alla crescita globale dei milionari (aumentati del 170% dal 2000 secondo la rivista Fobes), la maison Versace negli ultimi anni non ha infatti brillato, tanto che i Versace hanno dovuto mettere le mani nelle riserve della società. Il fatturato 2017, a 673,8 milioni di euro è in linea con quello del 2016; nel 2016 il gruppo perdeva 7,4 milioni, l’anno scorso ha realizzato 14,9 milioni di utile ma soprattutto grazie a proventi sui cambi (9,7 milioni), il risultato operativo, tolti quelli, è di soli 5 milioni, cioè una redditività ben misera. La capogruppo Gianni Versace Spa nel 2016 ha perso 24 milioni e l’anno scorso 8 milioni. Un andamento che non ha però inibito i soci, cioè la famiglia (attraverso la finanziaria Givi holding), più il fondo Blackstone che ha il 20% del capitale, a concedersi lauti dividendi, prendendoli dalla riserva sovrapprezzo azioni: 6 milioni in entrambi gli anni. In parole povere, la società va male ma i Versace, il presidente Santo, la sorella vicepresidente Donatella e la figlia di Donatella, Allegra Versace Beck, invece di investire hanno deciso di ritirare milioni dalla cassa.
Ma non c’è solo una questione di gestione. “Come in altri settori, nella moda è in corso un consolidamento, la dimensione è fondamentale – spiega David Pambianco, a capo della omonima storica società di consulenza del settore – gli investimenti richiesti sono sempre maggiori, per esempio nell’e-commerce, nella logistica e nei punti vendita. La logica delle aziende è quindi quella di approdare in un grande gruppo. Visto che in Italia non ne abbiamo, a comprare sono i gruppi esteri. Inoltre – continua il consulente – per Versace c’è un aspetto generazionale, dopo Donatella e Santo non sembra esserci nessuno in famiglia in grado di portare avanti il business”.
Secondo un report della società di consulenza Deloitte, il fatturato medio delle aziende italiane del lusso (inteso in senso lato, non solo moda) è di 1,4 miliardi di dollari mentre per i gruppi francesi si parla di 5,8 miliardi e negli Usa di 3,4. Versace va quindi ad aggiungersi alla lunga lista di griffe espatriate nell’ultimo decennio: Valentino al fondo della famiglia reale del Qatar, Ferré a quello di Dubai, Krizia ai cinesi di Marisfrolg Fashion; Bulgari, Fendi, Loro Piana e Pucci al gruppo francese Lvhm (Luis Vuitton Moët Hennessy) di Bernard Arnault; Gucci, Bottega Veneta, Pomellato e Brioni all’altro gruppo di punta francese, Kering (ex Ppr), di François-Henri Pinault. La famiglia Versace manterrebbe una quota di minoranza nella società, mentre Blackstone uscirebbe dal capitale. Il fondo americano Blackstone, che nel 2014 aveva acquistato la partecipazione del 20% a 210 milioni di dollari, valutando quindi la società poco più di un miliardo di dollari, se il prezzo di vendita sarà quello ipotizzato, ne esce con una buona plusvalenza.
Riguardo al sistema moda va comunque detto che il trasloco dei marchi all’estero finora non si è tradotto in grandi perdite di posti di lavoro in Italia. Gli artigiani e le maestranze del settore sono un asset apprezzato e la produzione resta in gran parte in Italia, permettendo al settore di fatturare complessivamente, ancora oggi, circa 90 miliardi di euro.
Apprezzati sono anche i creativi, da Gucci a Krizia da Valentino a Loro Piana e Bulgari, la maggior parte dei direttori creativi dei marchi finiti all’estero è infatti italiana.
Ai mercati l’accordo non è però piaciuto, il titolo di Michael Kors è sceso del 7% in apertura di Wall Street, per poi peggiorare con un rosso di oltre l’8% quando l’accordo è stato dato per certo, e chiudere attorno al 7,5%.