Sanità a rischio corruzione: convegno oggi a Milano

Un convegnoin difesa della sanità pubblica e contro la corruzione che la infesta o che rischia di infestarla a causa dei continui tagli che la colpiscono: si svolgerà a Milano oggi alle ore 17 (a Palazzo Marino, piazza della Scala, Sala Alessi) l’iniziativa dal titolo “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della comunità. In difesa della Sanita Pubblica: contro le privatizzazioni e la corruzione che ne compromettono I’efficienza, violando il dettato costituzionale”.

Un evento che cercherà di discutere su varie tematiche legate alla sanità, dall’influenza delle scelte politiche sulla Salute e sulla “qualità della vita” delle persone all’impegno delle Amministrazioni Locali per la Salute dei Cittadini. Tra i relatori, il consigliere comunale del Movimento 5 Stelle Gianluca Corrado al rappresentante storico della sinistra milanese, e consigliere comunale Basilio Rizzo. In locandina, anche Gino Strada e Nando dalla Chiesa nonché il giornalista del Fatto Quotidiano, Gianni Barbacetto.

Gli Usa si comprano Versace e il Made in Italy dei dividendi

Emigra un altro pezzo di made in Italy. Versace, una delle ultime Case di moda che erano rimaste in mani italiane, è stata venduta al gruppo statunitense Michael Kors. Dopo giorni di rumors e anticipazioni di stampa, ieri è arrivata la notizia ufficiale. Il prezzo della transazione dovrebbe essere attorno ai 2 miliardi di dollari, secondo quanto riporta l’agenzia Bloomberg, sono 1,7 miliardi in euro. Il gruppo Michael Kors che fattura (bilancio al 31 marzo 2018) 4,7 miliardi di dollari annui, è proprietario del marchio omonimo di pelletteria e del marchio londinese di scarpe da donna di super lusso Jimmy Choo (270 euro un paio di ciabatte, con le scarpe si arriva tranquillamente a 4 mila) acquisito nel 2017 per un miliardo di dollari.

Non si sa se la vendita sarebbe stata gradita da Gianni Versace, il fondatore della Casa, ucciso a Miami Beach in circostanze mai del tutto chiarite nel luglio del 1997. Sicuramente allontana il rischio di un futuro un po’ meno opulento per il resto della famiglia. In un settore del lusso che corre grazie alla nuova domanda asiatica e alla crescita globale dei milionari (aumentati del 170% dal 2000 secondo la rivista Fobes), la maison Versace negli ultimi anni non ha infatti brillato, tanto che i Versace hanno dovuto mettere le mani nelle riserve della società. Il fatturato 2017, a 673,8 milioni di euro è in linea con quello del 2016; nel 2016 il gruppo perdeva 7,4 milioni, l’anno scorso ha realizzato 14,9 milioni di utile ma soprattutto grazie a proventi sui cambi (9,7 milioni), il risultato operativo, tolti quelli, è di soli 5 milioni, cioè una redditività ben misera. La capogruppo Gianni Versace Spa nel 2016 ha perso 24 milioni e l’anno scorso 8 milioni. Un andamento che non ha però inibito i soci, cioè la famiglia (attraverso la finanziaria Givi holding), più il fondo Blackstone che ha il 20% del capitale, a concedersi lauti dividendi, prendendoli dalla riserva sovrapprezzo azioni: 6 milioni in entrambi gli anni. In parole povere, la società va male ma i Versace, il presidente Santo, la sorella vicepresidente Donatella e la figlia di Donatella, Allegra Versace Beck, invece di investire hanno deciso di ritirare milioni dalla cassa.

Ma non c’è solo una questione di gestione. “Come in altri settori, nella moda è in corso un consolidamento, la dimensione è fondamentale – spiega David Pambianco, a capo della omonima storica società di consulenza del settore – gli investimenti richiesti sono sempre maggiori, per esempio nell’e-commerce, nella logistica e nei punti vendita. La logica delle aziende è quindi quella di approdare in un grande gruppo. Visto che in Italia non ne abbiamo, a comprare sono i gruppi esteri. Inoltre – continua il consulente – per Versace c’è un aspetto generazionale, dopo Donatella e Santo non sembra esserci nessuno in famiglia in grado di portare avanti il business”.

Secondo un report della società di consulenza Deloitte, il fatturato medio delle aziende italiane del lusso (inteso in senso lato, non solo moda) è di 1,4 miliardi di dollari mentre per i gruppi francesi si parla di 5,8 miliardi e negli Usa di 3,4. Versace va quindi ad aggiungersi alla lunga lista di griffe espatriate nell’ultimo decennio: Valentino al fondo della famiglia reale del Qatar, Ferré a quello di Dubai, Krizia ai cinesi di Marisfrolg Fashion; Bulgari, Fendi, Loro Piana e Pucci al gruppo francese Lvhm (Luis Vuitton Moët Hennessy) di Bernard Arnault; Gucci, Bottega Veneta, Pomellato e Brioni all’altro gruppo di punta francese, Kering (ex Ppr), di François-Henri Pinault. La famiglia Versace manterrebbe una quota di minoranza nella società, mentre Blackstone uscirebbe dal capitale. Il fondo americano Blackstone, che nel 2014 aveva acquistato la partecipazione del 20% a 210 milioni di dollari, valutando quindi la società poco più di un miliardo di dollari, se il prezzo di vendita sarà quello ipotizzato, ne esce con una buona plusvalenza.

Riguardo al sistema moda va comunque detto che il trasloco dei marchi all’estero finora non si è tradotto in grandi perdite di posti di lavoro in Italia. Gli artigiani e le maestranze del settore sono un asset apprezzato e la produzione resta in gran parte in Italia, permettendo al settore di fatturare complessivamente, ancora oggi, circa 90 miliardi di euro.

Apprezzati sono anche i creativi, da Gucci a Krizia da Valentino a Loro Piana e Bulgari, la maggior parte dei direttori creativi dei marchi finiti all’estero è infatti italiana.

Ai mercati l’accordo non è però piaciuto, il titolo di Michael Kors è sceso del 7% in apertura di Wall Street, per poi peggiorare con un rosso di oltre l’8% quando l’accordo è stato dato per certo, e chiudere attorno al 7,5%.

Consiglio di Stato, Patroni Griffi nominato presidente

“Il Consiglio dei ministri, su proposta del presidente Giuseppe Conte, visto il parere unanime del Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa, ha deliberato la nomina di Filippo Patroni Griffi qualepresidente del Consiglio di Stato”: è quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi diffusa ieri.

Nel comunicato viene precisato che “il procedimento di nomina si concluderà con l’emanazione del decreto di nomina da parte del presidente della Repubblica”.

Già magistrato ordinario e giudice amministrativo, Filippo Patroni Griffi ha ricoperto l’incarico di ministro per la Pubblica amministrazione e la semplificazione nel governo Monti e di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri nel governo Letta. Prima era stato capo di Gabinetto del ministro per le Riforme Istituzionali Giuliano Amato, capo di gabinetto della Funzione pubblica con il ministro Renato Brunetta e capo del Dipartimento affari giuridici nel secondo governo Prodi. È stato presidente aggiunto di Palazzo Spada e andrà a ricoprire l’incarico svolto negli ultimi anni da Alessandro Pajno, andato in pensione alla fine di agosto.

L’uomo dei “tagli Gelmini” a capo dell’Università

Una nomina “ancora da perfezionare” secondo il ministero dell’Istruzione ma che è praticamente fatta: Giuseppe Valditara, attualmente professore ordinario di Diritto Romano all’Università di Torino, sarà il nuovo capo del dipartimento Università del Miur, il ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca. Valditara, già Senatore di Alleanza Nazionale per tre legislature, è stato il relatore della legge 240/2010, la Riforma Gelmini che ha visto il Ffo, il Fondo di finanziamento ordinario dell’università che copre gran parte delle spese degli atenei, passare dai 7,41 miliardi di euro del 2008 ai 6,45 miliardi del 2013: un taglio da 960 milioni di euro.

La nomina scontenta tutti: il mondo accademico, gli studenti (il coordinamento universitario Link ieri ha annunciato battaglia: “Sembra che il cambiamento che ha in mente questo governo sia solo una formula retorica. Non possiamo accettare una scelta del genere: ci mobiliteremo in tutte le piazza”) e i pentastellati che, nel ministero, hanno una rilevanza quasi nulla.

Il ministero dell’Istruzione infatti è totalmente nelle mani della Lega, che sull’università non ha mai avuto una posizione chiara né un progetto organico: il nome di Valditara è stata fatto senza neanche consultare il viceministro con deleghe all’Università e alla Ricerca, Lorenzo Fioramonti. Tutta l’area Cinque Stelle si è infatti opposta da quando il nome di Valditara è iniziato a circolare, a giugno, ma senza effetti se non un leggero ritardo nell’avvio dell’iter per le pressioni esercitate in consiglio dei ministri.

La proposta arriva direttamente dall’intellighenzia dietro al pensiero del ministro dell’Interno Matteo Salvini, ed è stata spinta dal capo di gabinetto Giuseppe Chinè. Oggi Valditara è il coordinatore del think tank anti-europeo Logos, fondato con relativa rivista online nel 2015 e vicino alle posizioni della Lega Nord e Noi con Salvin. Il suo libro, “Sovranismo, una speranza per la democrazia”, porta la postfazione di Marcello Foa.

Il viceministro Fieramonti non parla, l’iter di nomina non è concluso, ma lo scontento pentastellato è forte. Nonostante le pacche sulle spalle e le concilianti discussioni informali all’interno del ministero, il peso dei Cinque Stelle è praticamente nullo quando si tratta di decidere, l’opposizione alla nomina non è stata tenuta in considerazione e le posizioni apicali sono state occupate da uomini chiave vicini al Carroccio. Quella di Valditara è ancora più importante perché il ministro Marco Bussetti non ha competenze dirette sul mondo universitario (ex docente di educazione fisica è stato dirigente dell’Ambito territoriale di Milano) e quindi si tratta di un ruolo con risvolti pratici molto forti sull’università, visto che nel ministero ci sono tre dipartimenti, di cui solo uno riguarda gli atenei.

Come se non bastasse, sono state fatte anche le nomine della segreteria tecnica del dipartimento dell’Università, cinque membri di cui ancora non si conoscono i nomi, che coadiuvano il lavoro del capo dipartimento. Anche queste sono arrivate senza alcuna consultazione né con Fieramonti né con i direttori generali del dipartimento stesso, né con gli altri sottosegretari. Scelte calate dall’alto, insomma, che portano il timbro della Lega.

Lobby Lottomatica, le porte girevoli tra burocrazia e Tar

Chi non è avvezzo ai culti misterici del diritto amministrativo può trovare la storia incredibile. Invece non solo è vera ma è anche normale. Accade dunque che al Tar (Tribunale amministrativo regionale) del Lazio si discute un ricorso del colosso dei giochi Sisal contro il governo italiano, accusato di aver favorito l’altro colosso nazionale, la Lottomatica. L’anno prossimo scadrebbe la concessione del Gratta e Vinci, un affare da 10 miliardi di euro nel quale, come in tutto il dorato mondo del gioco d’azzardo all’italiana, tutti meno lo Stato realizzano guadagni crescenti. Ma un anno fa il governo Gentiloni ha deciso di prorogare la concessione per nove anni, fino al 2028, senza gara e facendosi pagare un onere di concessione immutato rispetto a quello precedente, 800 milioni per nove anni: 90 milioni all’anno in cambio di un aggio riconosciuto ormai vicino ai 400 milioni.

La disinvolta operazione si poteva fare? Una dettagliata inchiesta di Marco Dotti per il mensile Vita racconta che, quando Lottomatica chiede al governo il regalone, il vicedirettore generale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli Alessandro Aronica firma la relazione tecnica che dice “si può fare”. A quel punto la Sisal scrive una lettera per dire che è pronta a partecipare a una gara in cui gli 800 milioni possono essere la base d’asta. Insomma, il governo può guadagnare di più. La lettera è indirizzata al ministro Pier Carlo Padoan, al sottosegretario Pier Paolo Baretta (quello che ci ha messo la faccia e la firma) e al capo di gabinetto Roberto Garofoli, l’unico che è ancora lì a via XX settembre, inamovibile nonostante le intemerate del portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino. Garofoli non ha firmato niente. Aronica invece è stato fatto fuori mentre Baretta, ex sindacalista Cisl, non è stato rieletto dal Pd. Hanno grattato la schedina sbagliata.

Il governo Gentiloni fa dunque orecchie da mercante e rinnova la concessione senza gara, sostenendo che è una scorciatoia consentita da una legge del 2009. In quell’anno era ministro dell’Economia Giulio Tremonti e capo di gabinetto il potente Vincenzo Fortunato, l’uomo che per un pelo non è diventato segretario generale di Palazzo Chigi con il governo Conte nel giugno scorso.

Gli avvocati della Sisal Saverio Sticchi Damiani e Luigi Medugno eccepiscono che quella legge non è uno scudo giuridico sufficiente per il comportamento del governo che giudicano illegittimo. Ma a difendere Lottomatica argomentando la bontà di quella legge del 2009 c’è il migliore degli avvocati possibili. Proprio lui, Vincenzo Fortunato, all’ennesima reincarnazione. Egli è ex giudice del Tar, ex capo di gabinetto del ministero dell’Economia (dove con 536 mila euro di stipendio, più del doppio del Presidente della Repubblica, è stato il quarto più pagato dipendente statale), ex vicepresidente del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (Cpga, il Csm dei giudici di Tar e Consiglio di Stato, quello che decide le loro carriere).

Il caso Fortunato-Lottomatica è esemplare del fenomeno delle porte girevoli tra giustizia amministrativa, alta burocrazia dello Stato e interessi privati difesi da una schiera di avvocati ex qualcosa. A dar manforte a Fortunato nella lite Sisal-Lottomatica c’è Alessandro Botto, oggi amministrativista di grido per lo studio Legance, ma in precedenza consigliere di Stato, capo di gabinetto della Funzione pubblica con Franco Frattini (oggi presidente di sezione del Consiglio di Stato), segretario generale dell’Agcom e membro dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, oggi Anticorruzione. In questi signori dal curriculum invidiabile convivono l’avvocato, il giudice e il super burocrate.

Sisal ha sollevato anche questioni di legittimità rispetto alle norme europee. Un’altra azienda del settore, la Stanley Bet, ha annunciato un ricorso alla Corte di Giustizia europea per protestare contro le concessioni all’italiana. Niente paura. A difendere Lottomatica c’è anche Roberto Baratta, fine giurista ma soprattutto dal 2006 al 2014 consigliere giuridico della rappresentanza permanente dell’Italia presso l’Unione europea.

 

Tim, cda fiume di 8 ore: rinviata la resa dei conti con Genish

La resa dei conti con l’amministratore delegato, Amos Genish, è rinviata: dopo otto ore di cda, Tim prova a silenziare i rumors e si concentra sui dossier caldi, ma senza prendere nessuna decisione. L’ad Genish ha portato al tavolo la proposta di acquisto del quinto operatore telefonico brasiliano Nextel, aprendo così una nuova stagione di consolidamento in Brasile; in Italia invece riparte il processo di dismissione di Persidera con il mandato dato all’ad di trattare un miglioramento delle due offerte sul tavolo. Anche se non è più pressante l’impegno con la Commissione Ue, essendo decaduto il coordinamento e controllo di Vivendi, Tim e Gedi intendono cedere il 100% della jv nella società dei multiplex. La base sono i circa 250 milioni di euro offerti da F2i e Rai Way (che puntano alle sole infrastrutture) e quella simile del fondo ISquared (per l’asset), ritenute fino a 6 mesi fa insufficienti da Gedi anche sulla base della stima di Credit Suisse secondo cui la jv poteva valere circa 440 milioni e la fairness opinion del professor Mauro Bini, che indicava invece un range tra 257 e 282 milioni. Per Sparkle si attende la nomina degli advisor e si ragiona sull’opportunità di cedere la quota, o parte, di Inwit.

Parigi taglia le tasse, il disavanzo salirà al 2,8%

L’iniziativa è destinata a innescare una reazione a catena sulle politiche fiscali dei Paesi dell’area euro ed è anche un assist al governo gialloverde. La Francia di Emmanuel Macron ha deciso ieri che la legge di Bilancio 2019 conterrà un maxi taglio delle tasse da 24,8 miliardi di euro. L’effetto sarà quello di portare il deficit pubblico del prossimo anno al 2,8% del Pil, 0,2 punti in più rispetto a quanto chiuderà nel 2018 e poco sotto la soglia del 3% imposta da Maastricht. Poco dopo l’uscita della notizia, Luigi Di Maio ha esultato su twitter: “Siamo un Paese sovrano come la Francia. I soldi ci sono e si possono spendere a favore dei cittadini. In Italia come in Francia”.

Indebolito da una crescente impopolarità, arrivata a livelli record, perfino superiori a quelli del predecessore François Hollande, Macron prova così a presentarsi alle Europee senza l’etichetta del “presidente dei ricchi” che ormai lo insegue in patria. Ma del maxi taglio di imposte, ben 18,8 miliardi sono destinati alle imprese e solo 6 alle famiglie. Per queste ultime viene ulteriormente ridotta la tassazione sulle case insieme a diverse misure per aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori (defiscalizzazione degli straordinari, tagli ai contributi e piccole integrazioni per i salari più bassi). Difficile però prevedere l’impatto sull’opinione pubblica delle misure, anche perché l’intero pacchetto viene finanziato anche con tagli alle prestazioni sociali (vecchio pallino di Macron), soppressione di 4mila posti nel settore pubblico oltreché con l’aumento delle accise su carburanti e sigarette.

Secondo il governo francese l’aumento del deficit 2019 è “una tantum”, cioè si verificherà solo il prossimo anno perché riflette lo slittamento temporale di alcune uscite ed entrate, altrimenti il deficit sarebbe calato all’1,9%. In realtà la traiettoria dei conti francesi da almeno un decennio diverge dalle regole fiscali care a Bruxelles. Solo nel giugno scorso la Francia è infatti uscita dalla procedura per deficit eccessivo avviata alla Commissione europea nel 2009, anno a partire dal quale il disavanzo pubblico transalpino è sempre risultato superiore al 3% (e a quello italiano). Solo lo scorso anno si è fermato al 2,6%, grazie a una crescita economica maggiore del previsto che ha alzato le entrate tributarie. Secondo il Programma di stabilità dello scorso aprile, il deficit avrebbe dovuto chiudere il 2018 al 2,3% per poi salire al 2,4 nel 2019.

In realtà nel 2018 salirà al 2,6 e secondo le previsioni di primavera della Commissione Ue, il prossimo anno avrebbe dovuto chiudere già al 2,8% senza contare le ultime misure decise dal governo francese (anche il disavanzo strutturale, cioè al netto del ciclo economico, peggiora). Il rischio che a conti fatti il 2019 si chiuda con un deficit oltre il 3% è concreto, anche perché il governo prevede che la crescita del Pil rallenterà all’1,7%, quest’anno, rispetto al 2,2% con cui ha chiuso il 2017, e questo avrà un effetto anche su conti del 2019.

L’involontario assist di Macron al governo gialloverde è poi duplice, visto che l’esecutivo francese mette nero su bianco che nonostante l’aumento del deficit il debito calerà, seppure di un decimale, al 98,6% del Pil. Insomma il maggior disavanzo non si tradurrà in maggior debito grazie alla crescita. Allo stesso modo del governo italiano, però, anche quello francese perpetua la solita finzione della correzione dei conti futura: si impegna a varare una stangata fiscale nel successivo triennio per raggiungere il pareggio di bilancio imposto dal Fiscal compact. Non ci riuscirà, ma tanto basta a tranquillizzare Bruxelles.

Deficit, per l’Italia è difficile imitare la Francia di Macron

Si può fare come la Francia che vuole alzare il deficit al 2,8 per cento del Pil per finanziare un taglio di tasse da 25 miliardi? “I soldi ci sono e si possono finalmente spendere a favore dei cittadini. In Italia come in Francia”, dice Luigi Di Maio. Premesso che se un governo spende in deficit è perché i soldi non li ha e li chiede in prestito sui mercati, il paragone non è così semplice. Il deficit francese atteso per il 2018 era il 2,6 per cento del Pil, aveva previsto il 2,4 nel 2019, ora indica 2,8 (la Commissione Ue già prevedeva 2,8). Una differenza di 0,4 punti. L’Italia, al momento, nei documenti ufficiali prevede un deficit 2018 allo 0,8 per cento del Pil. Arrivare alla soglia francese comporterebbe per il governo italiano un aumento pari a cinque volte quello francese. Con conseguenze diverse sul mercato dei titoli di Stato: l’Italia ha più debito (131,8 per cento del Pil) della Francia (97).

Di Maio ha però un altro argomento da usare: il calo del deficit previsto nel bilancio dal governo Gentiloni non è mai stato considerato realistico, dall’1,6 per cento del 2018 allo 0,8 del 2019. Quel calo incorpora, tra l’altro, l’aumento automatico dell’Iva di 12,5 miliardi che il governo (come i precedenti) promette di evitare. Come effetto dei vincoli europei – inseriti nell’ordinamento italiano – l’Italia deve presentare leggi di Bilancio triennali che prevedano il raggiungimento dell’obiettivo di deficit strutturale (un deficit scontato che considera gli effetti del ciclo economico) a zero entro il triennio. Il deficit nominale massimo compatibile con questo obiettivo è quell’1,6 per cento che pare essere il punto fermo del ministro dell’Economia, Giovanni Tria.

Se guardiamo al deficit degli ultimi anni, tutti i governi hanno sempre fatto un disavanzo maggiore rispetto a quello che pretende Tria: si va dal picco del 5,3 per cento nel 2009 (grande recessione, spese anti-crisi e crollo del Pil) al 3 per cento del primo anno renziano, il 2014, al 2,4 lasciato in eredità da Gentiloni. L’unico vero sforzo di correzione è stato quello del governo Monti, nella legge di Bilancio del 2012, i governi successivi hanno fatto tutto il deficit che potevano ma senza far ripartire l’accumulazione di debito. Il rapporto tra indebitamento e Pil si è più o meno stabilizzato: dal 131,8 per cento del 2014 al 131,2 nel 2017. Il contenimento del deficit nominale è dovuto soprattutto al calo della spesa per interessi (nel 2016 era il 4 per cento del Pil, nel 2018 sarà il 3,5), merito della Bce, non dell’austerità interna.

Quel deficit eccessivo, rispetto agli impegni originari dell’Italia, è stato fatto con il consenso della Commissione europea. Soltanto tra 2015 e 2016 ha concesso 18,9 miliardi di “flessibilità” motivata per 4,1 miliardi nel biennio per gli effetti della crisi, ben 8,3 miliardi per finanziare le riforme renziane (dall’istruzione al mercato del lavoro), per 4,2 miliardi per gli investimenti e 1,2 miliardi per l’emergenza migranti. Ma gli investimenti pubblici non sono aumentati e quei soldi si sono dispersi per mille rivoli. Quella che assorbe più risorse, negli anni di Renzi e tuttora perché è strutturale, è il bonus 80 euro che vale 10 miliardi all’anno. Ora risulta difficile farsi autorizzare altro deficit con gli stessi argomenti, perché la flessibilità compatibile con le regole Ue e italiane è esaurita.

Anche se la Commissione non obiettasse – a Bruxelles temono lo scontro con l’Italia perché temono le ripercussioni nella campagna elettorale per le Europee – resterebbe il tema della reazione dei mercati. Gli investitori sanno che non c’è da fidarsi degli impegni teorici sul deficit: nel 2014 doveva essere l’1,8, alla fine è stato il 3. Nel 2015 l’1,8 ed è arrivato al 2,6, nel 2016 l’1,8 e ha toccato 2,5, nel 2017 ancora 1,8 e invece è stato 2,4. Quest’anno si aggiunge l’incognita della bassa crescita, che nel 2019 potrebbe essere inferiore all’1 per cento. E con la crescita più bassa, il Pil è minore del previsto e il deficit risulta in percentuale maggiore.

Nominato un generale a capo dell’Ispettorato del Lavoro

Il generale dei carabinieri Leonardo Alestra è il nuovo direttore dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro. La nomina è stata annunciata ieri dal ministro del Lavoro Luigi Di Maio sottolineando che la scelta di un carabiniere, prima volta nella storia, è stata determinata dalla volontà del governo di dare un “importante segnale contro il lavoro nero e il caporalato”. “Alestra – ha sottolineato Di Maio – è stato comandante provinciale dei carabinieri in Calabria, terra di mafia e caporalato, e capo di tutte le specialità dei carabinieri tra cui quella del Nucleo tutela del lavoro. È la prima volta nella storia che la direzione di un ispettorato va a un carabiniere. Ne siamo orgogliosi perché con questa nomina abbiamo voluto dare un importante segnale contro il lavoro nero e il caporalato”. Nato a Firenze nel 1956, Alestra ha fatto l’Accademia Militare di Modena, si è laureato in Scienze della sicurezza interna ed esterna, e ha seguito il Corso di Alta Formazione presso Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizie. Dal ’93 al 2001 è stato a capo della sezione dell’ufficio personale ufficiali presso il comando generale, dal 2007 è in Calabria come comandante Provinciale. La promozione a Generale di brigata è del 2012.

La Cassa sta per scadere: in 140 mila a rischio

Èvicina l’ora della verità per migliaia di metalmeccanici italiani che rischiano di perdere il posto di lavoro. La cassa integrazione, diventata più breve e difficile da attivare a causa del Jobs Act, sta per scadere in tante aziende del settore. In molti casi è scaduta proprio ieri e presto gli esuberi, protetti in questo periodo solo grazie all’ammortizzatore sociale, potrebbero trasformarsi in licenziamenti nelle imprese che sono ancora in crisi.

Ieri i sindacati Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm hanno manifestato al ministero dello Sviluppo economico per chiedere l’estensione della cassa e Luigi Di Maio li ha riconvocati per oggi: “Se la Cassa integrazione straordinaria finisce è perché sia quella per cessazione sia questa ha una fine prevista dal Jobs Act: sia dannato il 7 marzo 2015, quando fecero il Jobs act”.

È difficile stimare i posti a rischio; considerando i settori di elettrodomestici, siderurgia, telecomunicazioni, elettronica e automotive, abbiamo 140 mila lavoratori coinvolti in situazioni di crisi, con 80 mila interessati dalla cassa straordinaria. In generale, sono 144 i tavoli aperti al ministero dello Sviluppo, con 189 mila lavoratori coinvolti. Ma, come detto, sono le tute blu a destare più preoccupazione.

L’Electrolux è un esempio: la situazione più complicata è a Solaro (Milano), con la cassa integrazione che scadrà il 31 dicembre. Gli operai lavorano sei ore al giorno anziché otto, e si fermano per 30 giorni. Con questo ritmo si gestiscono 200 esuberi. Ora però le possibilità sono due: o la Electrolux garantisce l’occupazione piena con nuovi investimenti, oppure licenzia chi è “di troppo”. La terza possibilità, richiesta dai sindacati, è che il governo garantisca un periodo più lungo di cassa integrazione. “Il piano del 2014 – spiega Alberto Larghi della Fiom di Milano – aveva preventivato la produzione di 850 mila lavastoviglie, ma siamo attorno alle 580 mila. Ci preoccupano questi bassi volumi”.

Spostandosi a Torino, la Comital – che produce alluminio sottile – è stata dichiarata fallita a giugno. Da quel giorno 127 lavoratori sono nel limbo: niente cassa integrazione, perché non è prevista in questi casi, niente stipendio (non ci sono soldi) e niente sussidio di disoccupazione, perché il curatore fallimentare sta provando a vendere l’azienda e ha voluto trattenerli. “La cassa – dice Julia Vermena della Fiom di Torino – ci serve come il pane, per proteggere i lavoratori fino al rilancio”. Qualche problema, in Piemonte, è anche in casa Fiat: la cassa è scaduta a Mirafiori e il Lingotto ha trasferito un migliaio di addetti a Grugliasco. Se nella case madre questo ha evitato licenziamenti, sono diverse le aziende dell’indotto con gli ammortizzatori agli sgoccioli, e senza nuovi investimenti da parte di Fca anche qui si rischiano posti. Al Sud, c’è la vicenda di Industria Italiana Autobus, presente a Flumeri (Avellino) con 300 lavoratori (altri 150 sono a Bologna). L’azienda – che ha ereditato l’ex Irisbus – avrebbe commesse per mille autobus, ma serve liquidità per ristrutturare i capannoni. Pochi giorni fa è stata a un passo dalla messa in liquidazione, ma questo epilogo è stato evitato dal governo che ha preso un mese di tempo per cercare un nuovo acquisitore. “Se il governo non trova una soluzione – dice Silvia Curcio, della Fiom di Avellino – c’è il rischio che il 10 ottobre vengano portati i libri in tribunale”. La cassa integrazione scade il 31 dicembre anche qui, ma secondo i sindacati si rischia di fallire prima.

Per la leader Fiom, Francesca Re David, “va bloccata l’emergenza, ma poi bisogna pensare ad ammortizzatori universali”.