La novità è rilevante, vista la delicatezza della materia e i guai che ha causato al precedente governo. L’esecutivo gialloverde studia un decreto “collegato” alla manovra dedicato alle banche. O meglio ai “truffati” dagli istituti di credito, le migliaia di risparmiatori tosati dalla “risoluzione” di Banca Etruria & Co. e delle Popolari venete. L’indicazione dovrebbe arrivare nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza che il governo approverà giovedì e su cui ancora non ha trovato la quadra sul deficit.
L’obiettivo è potersi presentare subito con un provvedimento dal forte impatto pubblico. Il progetto, a cui lavora il sottosegretario all’Economia Alessio Villarosa (M5s), prevede di quintuplicare le risorse per il fondo di ristoro per azionisti e obbligazionisti delle banche finite in dissesto. Fondo istituito dal governo Gentiloni. Ora il fondo ha a disposizione solo 100 milioni, 25 l’anno dal 2019 al 2021, attingendo ai cosiddetti “fondi dormienti”, cioè i depositi di denaro, libretti di risparmio, conti correnti etc. che non vengono toccati da 10 anni (trascorsi altri 10 possono essere presi dallo Stato). In realtà quel fondo è molto più capiente. Secondo i dati consegnati a Villarosa, ad agosto “cifrava” a 1,544 miliardi. Di questi, 500 sono già usabili perché andati in prescrizione, cifra che salirebbe a 650 nel 2019 e di circa 100 milioni ogni anno per i prossimi 10 anni. L’idea è collegare alla manovra un decreto che alza il fondo di 600 milioni già nel 2019, con le risorse che salirebbero nel triennio. Fondo, peraltro, mai partito perché il governo Gentiloni s’è scordato di approvare il decreto attuativo con i criteri di ammissione.
Finora solo gli obbligazionisti di Banca Etruria, Marche, CariFe e CariChieti oltreché di Pop Vicenza e Veneto Banca hanno potuto ottenere, non tutti e solo per l’80% della cifra persa, il rimborso al fondo di solidarietà, alimentato dal settore bancario. Finora sono stati rimborsati 15.443 obbligazionisti (su 16mila richieste). Una parte dei bondisti si è rivolta all’arbitrato Anac per riavere l’intera cifra persa (finora sono stati liquidati 15 milioni a 419 risparmiatori, su 1.700 che si sono rivolti all’Autorità anticorruzione). Dalla partita sono rimasti fuori tutti gli azionisti, parliamo di oltre 100 mila persone, al netto di quelli delle popolari venete che hanno chiuso i contenziosi accettando l’offerta forfettaria avanzata dagli istituti, che hanno perso una cifra intorno ai 4 miliardi.
Anche per loro il governo Gentiloni aveva messo a disposizione solo 25 milioni l’anno per 3 anni. Salvo sorprese, il collegato banche dovrebbe alzare la cifra a 600 milioni. Tra gli obiettivi c’è anche quello di semplificare i criteri di accesso eliminando l’onere della prova per quanti hanno acquistato bond e azioni dopo il 2008, quando è cambiata la normativa a tutela dei risparmiatori. Nel testo potrebbero finire anche altre misure a tutela di famiglie e aziende in difficoltà esposte con gli istituti di credito.
Quello banche non sarà l’unico testo collegato alla manovra. Anche la “pace fiscale”, cioè il condono, dovrebbe finire in un decreto ad hoc da approvare a fine settembre, ma è scontro sulle modalità. La Lega va avanti con l’idea di fissare il limite per i debiti fino a 1 milione di euro, “inaccettabile” per il M5S, e di estenderlo a tutti i contenziosi tributari.
A due giorni dalla scadenza, la maggioranza ancora non ha trovato l’accordo su come finanziare le misure per avviare il programma. Oltre dieci ore di riunione a Palazzo Chigi, tra il premier Conte, Luigi Di Maio, Matteo Salvini il ministro dell’Economia Giovanni Tria non sono bastate ieri per definire il livello di deficit per il 2019, da cui tutto dipende. Tria punta all’1,6% e ha offerto di arrivare all’1,8-1,9%. Così si riuscirebbe solo a evitare l’aumento automatico dell’Iva. Lega e M5S spingono per superare il 2%. “Possiamo fare come la Francia”, ha attaccato Di Maio.