Manovra, arriva il collegato banche: 600 mln ai truffati

La novità è rilevante, vista la delicatezza della materia e i guai che ha causato al precedente governo. L’esecutivo gialloverde studia un decreto “collegato” alla manovra dedicato alle banche. O meglio ai “truffati” dagli istituti di credito, le migliaia di risparmiatori tosati dalla “risoluzione” di Banca Etruria & Co. e delle Popolari venete. L’indicazione dovrebbe arrivare nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza che il governo approverà giovedì e su cui ancora non ha trovato la quadra sul deficit.

L’obiettivo è potersi presentare subito con un provvedimento dal forte impatto pubblico. Il progetto, a cui lavora il sottosegretario all’Economia Alessio Villarosa (M5s), prevede di quintuplicare le risorse per il fondo di ristoro per azionisti e obbligazionisti delle banche finite in dissesto. Fondo istituito dal governo Gentiloni. Ora il fondo ha a disposizione solo 100 milioni, 25 l’anno dal 2019 al 2021, attingendo ai cosiddetti “fondi dormienti”, cioè i depositi di denaro, libretti di risparmio, conti correnti etc. che non vengono toccati da 10 anni (trascorsi altri 10 possono essere presi dallo Stato). In realtà quel fondo è molto più capiente. Secondo i dati consegnati a Villarosa, ad agosto “cifrava” a 1,544 miliardi. Di questi, 500 sono già usabili perché andati in prescrizione, cifra che salirebbe a 650 nel 2019 e di circa 100 milioni ogni anno per i prossimi 10 anni. L’idea è collegare alla manovra un decreto che alza il fondo di 600 milioni già nel 2019, con le risorse che salirebbero nel triennio. Fondo, peraltro, mai partito perché il governo Gentiloni s’è scordato di approvare il decreto attuativo con i criteri di ammissione.

Finora solo gli obbligazionisti di Banca Etruria, Marche, CariFe e CariChieti oltreché di Pop Vicenza e Veneto Banca hanno potuto ottenere, non tutti e solo per l’80% della cifra persa, il rimborso al fondo di solidarietà, alimentato dal settore bancario. Finora sono stati rimborsati 15.443 obbligazionisti (su 16mila richieste). Una parte dei bondisti si è rivolta all’arbitrato Anac per riavere l’intera cifra persa (finora sono stati liquidati 15 milioni a 419 risparmiatori, su 1.700 che si sono rivolti all’Autorità anticorruzione). Dalla partita sono rimasti fuori tutti gli azionisti, parliamo di oltre 100 mila persone, al netto di quelli delle popolari venete che hanno chiuso i contenziosi accettando l’offerta forfettaria avanzata dagli istituti, che hanno perso una cifra intorno ai 4 miliardi.

Anche per loro il governo Gentiloni aveva messo a disposizione solo 25 milioni l’anno per 3 anni. Salvo sorprese, il collegato banche dovrebbe alzare la cifra a 600 milioni. Tra gli obiettivi c’è anche quello di semplificare i criteri di accesso eliminando l’onere della prova per quanti hanno acquistato bond e azioni dopo il 2008, quando è cambiata la normativa a tutela dei risparmiatori. Nel testo potrebbero finire anche altre misure a tutela di famiglie e aziende in difficoltà esposte con gli istituti di credito.

Quello banche non sarà l’unico testo collegato alla manovra. Anche la “pace fiscale”, cioè il condono, dovrebbe finire in un decreto ad hoc da approvare a fine settembre, ma è scontro sulle modalità. La Lega va avanti con l’idea di fissare il limite per i debiti fino a 1 milione di euro, “inaccettabile” per il M5S, e di estenderlo a tutti i contenziosi tributari.

A due giorni dalla scadenza, la maggioranza ancora non ha trovato l’accordo su come finanziare le misure per avviare il programma. Oltre dieci ore di riunione a Palazzo Chigi, tra il premier Conte, Luigi Di Maio, Matteo Salvini il ministro dell’Economia Giovanni Tria non sono bastate ieri per definire il livello di deficit per il 2019, da cui tutto dipende. Tria punta all’1,6% e ha offerto di arrivare all’1,8-1,9%. Così si riuscirebbe solo a evitare l’aumento automatico dell’Iva. Lega e M5S spingono per superare il 2%. “Possiamo fare come la Francia”, ha attaccato Di Maio.

Concorsi truccati, per Pittella divieto di dimora a Potenza

C’è una buona notizia per Marcello Pittella. Il governatore Pd della Basilicata riacquista libertà di parola in pubblico e di movimento. Il Gip di Matera Angela Rosa Nettis ha alleggerito la misura cautelare nei suoi confronti, revocando gli arresti domiciliari e disponendo il divieto di dimora a Potenza. La decisione è arrivata quattro giorni dopo l’avviso chiusura indagini della Procura sul presunto sistema di concorsi truccati e nomine pilotate nella sanità lucana che secondo l’accusa aveva in Pittella il “dominus”. Per il giudice, il decorrere del tempo dagli arresti dell’operazione “Suggello” (avvenuti il 6 luglio), la sospensione dalla carica di governatore per la legge Severino e la chiusura dell’inchiesta sono elementi che attenuano le esigenze cautelari di Pittella. Il provvedimento non incide sulla solidità del quadro indiziario confermata in estate dal Riesame, sul quale si pronuncerà la Corte di Cassazione in seguito al ricorso degli avvocati Donatello Cimadono ed Emilio Nicola Buccico. La Basilicata dovrebbe tornare alle urne nel prossimo gennaio. Il M5S invoca elezioni subito.

Pd, la piazza è pronta. Ma nessuno vuole stare “dietro” a Martina

Contrordine (ex) compagni: la manifestazione non sarà sabato 29, ma domenica 30. È iniziata così la stagione del Pd. Con la piazza convocata “per l’Italia che non ha paura” che in realtà di paure dem ne evoca non poche. Prima di tutto, quella che alla fine in Piazza del Popolo, a Roma, domenica pomeriggio (appuntamento ore 14 e 30) non ci sia esattamente il pienone. E poi, c’è la questione palco.

L’iniziativa è stata del segretario, Maurizio Martina. Il quale non sa fino a quando rimarrà al suo posto, ma nel frattempo prova a porsi come l’uomo che unisce. Missione impossibile.

Intanto, è partita l’organizzazione di pullman e treni. Con quali risultati, si vedrà. E poi c’è la questione palco. Prima di tutto, nel senso tecnico del termine: come verrà montato? Quanto sarà grande? Obiettivo numero 1, evitare l’effetto vuoto.

Poi, c’è il discorso “format”: chi parlerà? Premessa: tutti i big hanno fatto sapere che parteciperanno. Dunque, ci saranno Matteo Renzi, Nicola Zingaretti, Carlo Calenda, Paolo Gentiloni. Tensioni garantite: i due ex premier non si parlano più, l’ex ministro dello Sviluppo economico si è visto rifiutare platealmente il suo invito a cena, con dileggio generale annesso e connesso; il Governatore del Lazio si è candidato a un congresso senza data e sta facendo lo sforzo titanico di tenersi il più lontano possibile dalle dinamiche interne al Pd.

E dunque, l’idea di Martina è far parlare “gente normale”. Per adesso, sicuri sono “un giovane” e “uno dell’Ilva”. Tipo salvatore della patria, ci sarà Federico Romeo, presidente del municipio genovese di Polcevera. Un 26enne che si è dato molto da fare dopo il crollo del ponte Morandi e che in questo momento viene considerato il volto più presentabile del Pd. Per adesso, il casting ha prodotto queste presenze. Poi, ci sono i sindaci: qualcuno è stato anche invitato a parlare, di molti è stata sollecitata la presenza. Entusiasmo nelle risposte? Zero.

Quel che è certo è che a chiudere sarà Martina. Anche qui, i precedenti non sono grandiosi: a seguire l’intervento di Renzi alla Festa nazionale dell’Unità di Ravenna non c’era nessuno della segreteria Martina. Così come al comizio di chiusura del segretario non c’era praticamente nessuno del gruppo dirigente. Dunque, al Nazareno si riflette: sarà il caso di chiedere ai dirigenti presenti di salire sul palco alla fine oppure è meglio non rischiare di mostrare vistosi buchi, con gente che si sottrae all’invito?

Al Lingotto di Torino, organizzato da Renzi a inizio 2017, il segretario chiamò tutti a salire sul palco. Paolo Gentiloni, allora premier, non era entusiasta, ma seguì l’indicazione. Rispetto a oggi, bei tempi. Ora lo sfilacciamento è costante e continuo. Senza contare che esce fuori un candidato alla settimana. Soprattutto in area renziana.

In questa fase, tocca alle donne farsi avanti. Negli scorsi giorni, Calenda ha lanciato Roberta Pinotti. Ieri, Elisabetta Gualmini si è proposta. Anna Ascani prima ha raccontato al Foglio che il volto del renzismo sarebbe stato lei e quando l’ha visto scritto, l’ha smentito con rabbia. Teresa Bellanova doveva essere l’asso nella manica di Renzi, ma pare non scaldi. “La” donna prescelta, d’altronde, era Maria Elena Boschi: ma pure lei è stata testata, con esiti impietosi. Astro definitivamente caduto.

Rai, nel toto-nomi per il Tg1 c’è anche Franco Di Mare

Sconvocare la Vigilanza. Questa la richiesta del Pd ai presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico ed Elisabetta Casellati, in merito all’audizione e poi al voto in commissione domani sulla ricandidatura di Marcello Foa a presidente della Rai. Una richiesta che i dem avanzano anche a seguito del parere legale richiesto allo studio Del Re & Sandrucci (in Vigilanza ne sono stati depositati altri due richiesti dalla Lega). “Vi chiediamo di sconvocare la seduta e di incontrarci, per illustrarvi i nostri motivi di preoccupazione”, recita una nota dei capigruppo dem Graziano Delrio e Andrea Marcucci. Secondo i quali “la ricandidatura di Foa è illegittima considerato l’esito negativo della prima votazione, un risultato che, non essendo stato impugnato da nessuno, conserva la sua validità ed efficacia”. Difficile che Fico e Casellati sconvochino la riunione, ma non è escluso che una delegazione dem venga ricevuta.

Nel frattempo, in vista della conclusione della vicenda Foa, in Viale Mazzini impazza il toto direttori. Secondo le ultime voci, lo spoils system potrebbe essere a due velocità: subito i direttori di Raiuno e Tg1 e delle testate senza guida (Raisport, Radiorai e Tgr). Poi, nelle settimane successive, il resto. L’incognita riguarda sempre come i due partiti di governo (M5S e Lega) si spartiranno Tg1 e Tg2. Se per il Carroccio resta in corsa Gennaro Sangiuliano, per quanto riguarda il M5S al nome di Alberto Matano (che secondo alcuni grillini ha un recente passato troppo filo-renziano) si aggiunge quello di Franco Di Mare. L’ex inviato di guerra, ora conduttore di Unomattina, viene considerato un professionista con un curriculum di peso, può vantare anch’egli (come Matano) un buon rapporto col sottosegretario alla presidenza Vincenzo Spadafora, che lo conosce anche in qualità di testimonial dell’Unicef. Unico punto debole, dicono, è avere qualche vecchia ruggine in sospeso con Elisa Isoardi, ma questi sono pettegolezzi. Per quanto riguarda il Tg3, diverse fonti danno come sicura la riconferma di Luca Mazzà, ma in corsa potrebbe esserci anche la quirinalista del Tg1 Simona Sala. Per quanto riguarda le reti, per Raiuno in pole position c’è sempre l’attuale direttore dei palinsesti Marcello Ciannamea, per Raidue c’è la direttrice di Raiteche Maria Pia Ammirati, mentre a Raitre potrebbe restare Stefano Coletta. A Raisport dovrebbe andare Jacopo Volpi, ma in corsa c’è anche Enrico Varriale. Per la Radio si fanno i nomi del vicedirettore di Raiuno Ludovico Di Meo e di Paolo Corsini, ma per un incarico, magari a Radiodue, potrebbe rientrare Flavio Mucciante, che proprio da queste parti ha ottenuto buoni risultati. Alla Tgr, fortemente voluta da Salvini, invece, sono in corsa Alessandro Casarin, Roberto Pacchetti e Maurizio Losa. Se a Rainews (per ora) dovrebbe restare Antonio Di Bella, a Rai Parlamento potrebbe arrivare Antonio Preziosi (oggi corrispondente da Bruxelles), unica direzione in quota Forza Italia. L’attuale direttore del Tg1 Andrea Montanari, infine, è dato in corsa per Rai Quirinale. L’ex dg Mario Orfeo, invece, secondo i boatos, punterebbe a un incarico extra azienda: la direzione generale della Federcalcio. Mentre Monica Maggioni guarda sempre alla direzione del canale in inglese.

Eppure, mentre si discute il futuro, tra i cronisti di centrodestra continua il malumore per i telegiornali sempre molto legati al passato, ovvero al Pd. “Siamo il primo Tg1 anti-governativo, con servizi confezionati per mettere in risalto le divisioni nella maggioranza. Si va avanti come se il 4 marzo non fosse successo nulla”, raccontano da Saxa Rubra. L’ultimo caso che ha fatto storcere il naso è l’intervista al turborenziano Luciano Nobili, domenica sera nel Tg1 delle 20. “Un nome completamente sconosciuto al di là del Grande Raccordo Anulare…”, hanno fatto notare in molti. La battaglia per i Tg è appena iniziata.

Sms con Buzzi, il Csm archivia il caso del giudice De Cataldo

Non esistono i presupposti per l’apertura di un procedimento di trasferimento per il giudice, autore di Romanzo criminale e Suburra, Giancarlo De Cataldo, per le telefonate e sms scambiati con il ras delle coop romane Salvatore Buzzi, prima che questo venisse arrestato nell’inchiesta su Mafia Capitale. L’ultimo Plenum del Csm archivia definitivamente la richiesta. Dall’istruttoria compiuta, durante la quale sono stati ascoltati i vertici della Corte d’appello di Roma, dove De Cataldo è giudice nel settore penale, non sono emersi elementi per ipotizzare che gli “sporadici contatti” possano aver avuto “un oggettivo riverbero negativo” sulla sua funzione, ha deliberato il Csm, approvando la proposta della Prima Commissione. Buzzi era all’epoca ritenuto da De Cataldo un ex detenuto modello, riabilitato e attivo nel settore sociale. E tra i due non vi era “alcun legame di natura economica, clientelare, affaristica o parapolitica”, “commentavano superficialmente notizie di costume o di attualità”. Il caso così è chiuso. Mentre Buzzi è stato condannato in Appello con l’accusa (caduta invece in primo grado) di mafia a 18 anni e 4 mesi di reclusione.

Il ministero rinuncia a dichiararsi parte offesa

Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli ha deciso che il governo non si dichiarerà parte offesa all’incidente probatorio per il crollo del ponte Morandi di Genova, nel quale sono morte 43 persone il 14 agosto scorso. L’indiscrezione è confermata da più fonti autorevoli ma non è stato possibile contattare i portavoce di Toninelli. L’incidente probatorio si apre questa mattina a Genova alle 9,30. Per prevenire contestazioni e l’afflusso di curiosi il presidente del tribunale ha disposto un servizio d’ordine gestito dai carabinieri e dalla società di vigilanza che si occupa della sicurezza del palazzo di Giustizia.

L’udienza si svolgerà a porte chiuse nell’aula bunker e potranno partecipare i familiari delle vittime e i feriti, insieme ai legali, oltre che i 22 indagati. Tra le numerose persone sotto indagine c’è anche l’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia Giovanni Castellucci. Il giudice per le indagini preliminari Angela Nutini, dopo avere verificato la correttezza delle notifiche alle persone interessate, conferirà l’incarico ai tre periti nominati lo scorso 13 settembre e darà un termine per le conclusioni (per un periodo che va da 30 giorni a 3 mesi).

Una così ampia partecipazione fa risaltare la apparentemente inspiegabile decisione di Toninelli, le cui motivazioni non è stato possibile verificare ieri sera con le fonti ufficiali del ministero. Addirittura è riuscita a ottenere l’ammissione all’incidente probatorio l’associazione di consumatori Codacons. Non è chiaro se Toninelli abbia condiviso la sua decisione con Palazzo Chigi, dove peraltro in queste ultime ore l’attenzione è più che altro rivolta alla messa a punto della manovra finanziaria. Sicuramente la decisione disertare l’incidente probatorio appare in contrasto con l’atteggiamento preso da tutto il governo all’indomani del crollo, quando è stata affermata con nettezza la responsabilità del gruppo Atlantia, cioè della concessionaria, ed è stata annunciata senza tentennamenti la decisione di revocare la concessione.

Il clamoroso passo indietro di questa mattina va forse letto alla luce di un’altra mossa decisa da Toninelli in queste ore. Il ministro delle Infrastrutture ha chiesto all’Avvocatura generale dello Stato di assumere la difesa dei tre alti dirigenti indagati per il crollo di Genova. Si tratta del direttore della struttura di vigilanza sulle concessionarie autostradali Vincenzo Cinelli, del suo predecessore Mauro Coletta e del provveditore alle opere pubbliche di Piemonte, Liguria e Val d’Aosta Roberto Ferrazza. I tre dirigenti, nell’ipotesi investigativa che è per ora del tutto preliminare, sarebbero corresponsabili in diversi modi con la concessionaria della mancata manutenzione del ponte Morandi e della mancata prevenzione della tragedia del 14 giugno. La mossa di Toninelli di chiedere all’Avvocatura dello Stato di scendere in campo potrebbe significare che i tre alti dirigenti indagati, o chi per loro, potrebbero aver convinto il ministro pentastellato a schierare il ministero, e quindi il governo e lo Stato, al loro fianco. Allo stato attuale si potrebbe prefigurare una situazione imprevedibile fino a pochi giorni fa, cioè che il governo pentaleghista, dopo le severe dichiarazioni dei primi giorni, potrebbe portare lo Stato dentro il processo per la strage del ponte di Genova non come parte offesa ma schierato al fianco degli avvocati difensori della società Autostrade.

Il decreto Genova sparito: neppure il Colle l’ha visto

Il cosiddetto decreto Emergenze è ormai divenuto una sorta di paradosso legislativo: essendo un decreto riveste già di per sé “caratteri di necessità e urgenza”; essendo poi intitolato alle “emergenze” (ricostruzione a Genova e terremoto a Ischia per lo più) dovrebbe essere, per definizione, urgentissimo. Eppure è sparito. Venerdì scorso notavamo come – a oltre una settimana dalla sua approvazione in Consiglio dei ministri il 13 settembre, cioè giusto il giorno prima che il premier andasse in Liguria a commemorare le vittime del Morandi a un mese dalla tragedia – il testo fosse sparito e ne circolassero bozze in totale contrasto con quanto votato dall’esecutivo.

Quel giorno, anche lui in visita a Genova, il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli ci rassicurò e sostenne di aver portato il decreto “agli sfollati” e che la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale sarebbe avvenuta “a ore”. Le ore, da allora, sono diventate giorni e ancora niente: “Pochi minuti fa il presidente Mattarella ha confermato che non ha ancora avuto notizia del decreto”, ha spiegato gongolante il presidente della Liguria Giovanni Toti ieri mattina dopo un incontro al Quirinale (com’è noto è un fan della ricostruzione affidata ad Autostrade per l’Italia, esclusa ancora ieri da Luigi Di Maio). La notizia però c’è: com’è noto, senza la firma di Sergio Mattarella quelle norme non possono divenire legge.

A quel punto il presidente del Consiglio ci ha voluto rassicurare anche lui: “Aspettiamo i riscontri del Tesoro e poi confidiamo di inviarlo al Quirinale già domani se i riscontri si chiuderanno in giornata”. Problemi di coperture, insomma, che non è chiaro in quanto tempo verranno risolti: fonti parlamentari sostengono che la pubblicazione del decreto è ipotizzabile per venerdì, quindici giorni dopo l’approvazione. Curioso, infine, come il testo intitolato alle emergenze rischi di ritardare anche quello sulla sicurezza di Matteo Salvini (ammesso che sia pronto): quest’ultimo non verrà mandato al Colle se non dopo il primo, ci ha informato il premier. Per Conte, comunque, è tutto a posto: “Oggi in Consiglio non si è discusso di Genova per la semplice ragione che ci è già passato: la formula ‘salvo intese’ non vi deve trarre in inganno, significa che noi non decretiamo più su quell’argomento”.

Il decreto fu, infatti, approvato con la formula “salvo intese”, che segnala che su alcuni aspetti dubbi c’è un approfondimento in corso. Difficile però che consenta, nel raggiungimento delle necessarie “intese”, di riscrivere l’intero decreto come è stato fatto a giudicare dalle bozze. È una questione di forma che, come spesso capita, diventa sostanza. Intanto la legge stabilisce che i ministri debbano, prima del voto in Cdm, ricevere il testo di cui dovranno occuparsi e che sia proprio il Consiglio – unico organo di direzione politica del governo – ad approvarlo nella sua forma definitiva: non si può votare un testo a Palazzo Chigi e poi pubblicarne un altro. E quello che si profila è proprio un altro: cambiano i poteri del commissario e il modello di ricostruzione; cambia il rapporto con Autostrade e il processo di ricostruzione del ponte; cambiano i poteri degli enti locali.

Questa non è, lo ribadiamo, solo una questione di forma: se il testo si modifica fuori dal suo normale iter, semplicemente non si sa chi ne sia il padre e questo è tanto più grave trattandosi di un decreto, le cui previsioni entrano immediatamente in vigore. Chi ha proposto e scritto le modifiche? In che contesto, parlandone con chi, subendo quali pressioni? Abbiamo già visto all’opera manine e manone intrufolarsi nei decreti: le procedure sono lì per rendere più semplice il controllo e l’attribuzione delle responsabilità; la ricostruzione di Genova inizia male.

Casalino, l’Ordine lombardo apre indagine sull’audio

Un’inchiesta formale per l’audio in cui minaccia “una megavendetta contro i tecnici del ministero dell’Economia”. L’ha aperta l’Ordine dei giornalisti della Lombardia nei confronti del suo iscritto Rocco Casalino, ossia il portavoce del presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Nel dettaglio, come ha spiegato il presidente, Alessandro Galimberti, l’Ordine ha avviato l’iter per la trasmissione al Consiglio di disciplina territoriale del file audio registrato da Casalino “ nell’esercizio delle sue funzioni e destinato a un giornalista”.

Il Consiglio dovrà quindi verificare se le dichiarazioni del portavoce di Conte, giornalista professionista, e in particolare il loro tenore e l’uso del linguaggio “siano pertinenti, continenti e compatibili con gli articoli 2 e 11 della legge professionale numero 69 del 3 febbraio 1963”. Ovvero, con l’articolo che prevede diritti e doveri dei giornalisti, e con un altro, l’11, che regola le attribuzioni dei Consigli dei vari ordini regionali e impone loro di vigilare “sulla condotta e sul decoro degli iscritti”.

La “badante” di B. vuol risarcire le ragazze

Stop al processo Ruby 3, fino al 14 novembre: per dare tempo a un’imputata, la senatrice di Forza Italia Mariarosaria Rossi, fedelissima di Silvio Berlusconi, di trattare un risarcimento con le tre ragazze che si sono costituite parte civile nel procedimento.

Le tre sono Imane Fadil, Chiara Danese e Ambra Battilana. Invitate alle “cene eleganti” del bunga-bunga, nel 2010, ne erano scappate a gambe levate e poi, nei processi a Silvio Berlusconi (Ruby 1) e ai tre ritenuti gli organizzatori delle feste di Arcore, Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti (Ruby 2), avevano rotto il fronte delle ragazze che partecipavano alle feste e degli altri invitati, raccontando prima ai pm, durante l’inchiesta, e poi ai giudici, durante i processi, i giochi erotici del dopo-cena. Le feste non erano proprio “eleganti”, piuttosto “un puttanaio”, secondo la definizione intercettata al telefono di un’altra delle ragazze, Melania Tumini, grande amica di Nicole Minetti.

Nel Ruby 3, Berlusconi e altri 27 imputati, tra cui Karima El Mahroug, la Ruby che ha dato il nome alla vicenda e che al tempo era minorenne, sono a vario titolo imputati di falsa testimonianza e di corruzione giudiziaria, con l’accusa di aver mentito ai giudici, spinti dalle generose donazioni dell’ex presidente del Consiglio, che distribuiva auto, appartamenti, regali, buste e, per alcune, uno stipendietto mensile: “Chi vuole avere una barca”, aveva dichiarato Silvio, “non deve chiedersi quanto gli costa l’equipaggio”. Come parti civili in questo procedimento, Fadil, Danese e Battilana chiedono di essere risarcite perché la storia del bunga-bunga “ha distrutto le loro vite”. Ecco ora entrare in scena Mariarosaria Rossi che anticipa i tempi e propone loro un pagamento risarcitorio, subito e non alla fine del processo. Con il prevedibile risultato di far loro ritirare la costituzione di parte civile.

Di quanti soldi si parla? L’avvocato di Fadil, Paolo Savesi, risponde: “Aspettiamo di vedere l’offerta”. Che non è ancora stata formulata e che potrebbe partire da alcune decine di migliaia di euro per ciascuna delle ragazze.

La rinuncia a essere parte civile non farebbe comunque uscire del tutto di scena le tre, che resterebbero comunque testimoni d’accusa: ma forse meno determinate, dopo aver incassato un cospicuo assegno? L’accordo potrebbe anche comprendere la rinuncia a interviste e dichiarazioni alla stampa, ancor più fastidiose ora che Berlusconi, incassata la “riabilitazione”, ha annunciato di voler tornare a far politica attiva e di candidarsi alle elezioni europee della prossima primavera. Proprio ieri, a fine udienza, la modella Imane Fadil ha rilasciato ai giornalisti una dichiarazione che voleva essere un consiglio a Berlusconi: “Pensi a fare il nonno, invece di candidarsi alle Europee”.

Ad annunciare di voler avviare una trattativa per il risarcimento non è stato però Berlusconi, bensì Mariarosaria Rossi. Ne avrà certamente un beneficio processuale, perché chi risarcisce le parti offese ha diritto, in caso di condanna, a uno sconto di pena; così per Rossi, imputata di falsa testimonianza, scatterebbe un’attenuante che le farebbe avere un terzo di pena in meno.

Ma la senatrice, così vicina all’ex Cavaliere da essere stata impietosamente definita “la sua badante”, agisce solo per sé? Se lo sono chiesti subito i giornalisti presenti all’udienza di ieri: “Dietro il risarcimento della senatrice c’è Berlusconi?”, hanno domandato all’avvocato Salvatore Pino, spiritoso legale della Rossi. La risposta è stata una risata e una battuta: “Ma voi giornalisti siete proprio dei cornuti”.

Giletti alza e Salvini schiaccia. Il gran volley domenicale in tv

Grande volley domenica sera in tv. Quello degli Azzurri ai Mondiali contro l’Olanda, mentre a Non è l’Arena, Giletti alzava la palla per Salvini che immancabilmente schiacciava. Con armonia e autentico spirito di squadra, Massimo-Zaytsev e Matteo-Juantorena hanno felicemente duettato. Anche con veloci scambi di ruolo quando il bravissimo conduttore ha preteso dal pure inflessibile ministro degli Interni più rigore (e aerei funzionanti) nel rispedire a casa i furbetti dell’immigrazione. E di non perdere d’occhio, mi raccomando, i traffici di certe ong.

Dallo studio, un susseguirsi di applausi scroscianti per un Salvini radioso, ammiccante, in un brodo di giuggiole. Il tutto dentro un contesto di sublime empatia leader-popolo-informazione (per così dire). Tale da interrogarci sulla necessità di dover ricorrere, ancora nel 2018, all’ausilio dei comunicatori professionali. Quando Capi e Capitani mostrano di possedere tanta e tale capacità (e possibilità) di autopromuoversi, senza filtri inutili e pericolosi. Concetto che, uomo di mondo, il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti così sintetizza: “Basta non averlo il portavoce e non c’è problema”. L’allusione, non certo velata, è a Rocco Casalino, nel fine settimana audioprotagonista di “megavendette” contro l’orrida burocrazia che rema contro il popolo sovrano. Di cui la senatrice M5S, Elena Fattori deplora la “violenza verbale”, dimentica “di essere stata eletta in un Movimento che ha detto vaffanculo nelle piazze per anni” (indiscutibile Di Maio al Fatto).

Opinabile anche l’altra affermazione della senatrice, secondo cui “i comunicatori hanno ormai troppo potere”. Ok se allude (come allude) ai casini interni ai Cinque Stelle perché altrimenti si tirerebbe in ballo una figura professionale piuttosto superata nell’era dell’informazione diffusa e incontrollabile. Il portavoce che sussurra ai giornalisti le veline emollienti del governo sembra infatti Loreto impagliato e il busto di Alfieri nel salotto dell’amica di Nonna Speranza. Ma se invece si lascia trascinare dal turpiloquio da stadio, egli sui giornali ci finirà senza indugio.

Imperdonabile, se per un disegno preordinato (come da complottismo d’ordinanza) poiché le minacce, una volta rese esplicite, non faranno altro che meglio imbullonare le forze oscure dei tecnici in agguato, trasformate in povere vittime.

Preferiamo pensare che l’ing. Casalino si senta un po’ stretto nelle vesti di comunicatore di un tale (Giuseppe Conte) che non a caso guadagna meno di lui e comunica francamente poco. E che dunque (come gli androidi di Blade Runner) abbia preso a comunicare in proprio, forse stufo di portare la voce di chi non possiede voce. Da qui la suggestione di questo diario che il vero premier sia in realtà Casalino e Conte la sua controfigura. Tutti problemi comunque estranei al Salvini in Facebook che, ormai più da sovrano che da sovranista, può parlare direttamente alle masse, senza fastidiose intermediazioni. Che, generoso d’animo, in televisione ci va per alzare gli ascolti degli amici. E magari per giocare a pallavolo, possibilmente senza avversari.