Era a completa disposizione della cosca Alvaro. Con l’accusa di associazione mafiosa, ieri la Dda di Reggio Calabria ha arrestato il sindaco di Delianuova (Reggio Calabria), Francesco Rossi, area Pd ed eletto nel 2015 con una lista civica. Nominato qualche mese fa anche consigliere della Città metropolitana di Reggio Calabria, Rossi è tra i 18 fermati dell’operazione “Iris” che ha colpito la famiglia mafiosa di Sinopoli. Grazie a una microspia piazzata in un casolare utilizzato come quartier generale della cosca, l’inchiesta ha ricostruito l’organigramma degli Alvaro che sono riusciti a infiltrarsi non solo nel Comune di Delianuova, ma anche in alcuni appalti pubblici importanti come i lavori di realizzazione dell’elettrodotto Sorgente-Rizziconi. Una grande opera che garantisce la sicurezza della connessione della rete elettrica siciliana a quella del resto d’Italia per ridurre il rischio di black-out in Sicilia. Secondo gli inquirenti, c’era un vero e proprio “accordo” tra la Roda Spa, impresa aggiudicatrice dei contratti da Terna Spa, e alcune ditte di Sinopoli, Sant’Eufemia e San Procopio, tutte collegate o riconducibili agli Alvaro.
Così hanno scoperto la rete dell’imprenditore
La Dda ha chiesto di scandagliare archivi notarili, delle camere di commercio, degli uffici tributari. Ha riesumato note della Guardia di Finanza vecchie di oltre trent’anni. Ha fatto analizzare una per una oltre 100 modelli 740, 500 modelli di sostituto d’imposta, più di 1500 bilanci e un migliaio di visure societarie.
“Questo modo di procedere – scrivono i pm Antonino Fanara e Agata Santonocito – rappresenta una novità perché in genere le perizie si basano su documenti che depositano le parti o, comunque, si rinvengono nelle banche dati”. La procura di Catania ha invece dato mandato a un colosso delle consulenze finanziarie, la Pricewaterhouse Coopers – Pwc – impartendole direttive molto precise. L’analisi sui patrimoni di Ciancio Sanfilippo parte dal 1976 e si ferma al 2015. Sono stati vagliati acquisti e cessioni di partecipazioni, versamenti di capitale sociale, ripianamenti di perdite, finanziamenti e anticipazioni erogati dai soci, prestiti obbligazionari, distribuzione degli utili. Un lavoro immenso, spalmato su ben 38 anni, per analizzare “flussi di movimenti che si riflettono nel patrimonio personale di Ciancio e dei suoi familiari”. I documenti riguardano atti riferiti all’editore e ai suoi familiari. Flussi che per l’accusa si collegano alla storia criminale di Ciancio Sanfilippo e s’intrecciano spesso, quindi, con un quarantennio vicino a Cosa Nostra.
Sequestro e confisca della totalità delle quote de La Sicilia Multimedia Srl, per esempio, perché “tutti gli investimenti avvengono con somme non giustificate”, per circa 2 milioni di euro. Secondo i magistrati, il quotidiano avrebbe “apportato uno stabile contributo a Cosa Nostra catanese”, a partire dalla mancata pubblicazione del necrologio di Beppe Montana, commissario di polizia di Palermo ucciso dalla mafia, passando per la visita in redazione del boss Giuseppe Ercolano, cognato di Benedetto Nitto Santapaola, e la campagna di stampa contro il collaboratore di giustizia Maurizio Avola. E ancora: i titoli sull’arresto dello stesso Santapaola e le lettere dal carcere del figlio Vincenzo.
Sequestrato anche il 70% delle quote riconducibili a Ciancio nella Edisud Spa, che controlla il quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari – in questo caso non si leggono collegamenti con la mafia – poiché sarebbero stati “investiti oltre 10 milioni di euro, di cui 9 con somme non giustificate”. Idem per l’altro fiore all’occhiello del settore editoriale, la Etis Spa: “dal 2010 al 2014” sarebbe stata “finanziata per 3,2 milioni di euro” ritenuti non giustificati.
Chiesto anche il sequestro e la confisca di quasi tutte le quote di PK Sud Srl e Publipiù Srl, società del settore pubblicitario, e della Simeto Docks, che si occupa di cartellonistica, che non avrebbe giustificato 10 milioni. Per la Sige Spa, negli oltre 37 anni di attività aziendale, Ciancio avrebbe ricevuto “33 milioni”, considerate “entrate illecite”, che “non avrebbero dovuto essere conteggiate tra l’attivo”. Su “10,4 milioni di euro immessi nella società, ben 9,4 milioni sono non giustificati”.
La Cisa Spa, colosso del settore immobiliare, “nasce con dei capitali giustificati”, ma a partire dagli anni 2000 sarebbero stati “inseriti nella società oltre 12 milioni di euro con somme non giustificate”.
La Procura ha chiesto e ottenuto di bloccare i conti dell’editore, per un valore che si aggira attorno ai 25 milioni di euro, inclusi i depositi dei conti correnti Ubs di Lugano, Intesa San Paolo di Catania e Credit Suisse di Chiasso.
“Ciancio è socio di mafiosi ”Sequestrati anche i giornali
Centocinquanta milioni di euro circa sequestrati dal Tribunale di Catania su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia nei confronti dell’imprenditore ed editore Mario Ciancio Sanfilippo (che ieri con il figlio Domenico si è dimesso dal quotidiano “La Sicilia”) . Un provvedimento che riguarda un’intera galassia finanziaria che comprende 31 società, le quote di partecipazione di altre sette ditte, conti correnti, polizze assicurative e beni immobili.
L’inchiesta patrimoniale sui beni di Ciancio, condotta dai magistrati Antonino Fanara e Agata Santonocito, ha portato alla scoperta di un “tesoretto da 52 milioni” detenuto in conti svizzeri e collegato ad alcune fiduciarie nel Liechtenstein. Nel 2015 il sequestro di 17 milioni di euro, poi confiscato con condanna in primo grado. La Procura ha quindi affidato alla Pwc, una delle società internazionali che si occupano di revisione di bilanci, un ulteriore studio sull’evoluzione patrimoniale del gruppo Ciancio.
L’analisi comprende il periodo tra il 1976 e il 2013, con l’estensione del 2014 e 2015, in cui la Pwc ha spulciato 1500 bilanci, oltre 1000 visure societarie e migliaia di documenti, per visionare i flussi che si riflettono nel patrimonio personale di Ciancio e dei suoi familiari. L’editore Ciancio, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbe “mantenuto rapporti con Cosa Nostra catanese in modo sistematico” a partire “dagli anni 70 a oggi”, e secondo l’accusa “continua oggi a operare come imprenditore mantenendo rapporti con importanti esponenti di Cosa Nostra catenese e palermitana, con i quali è socio”.
Nel provvedimento sono finiti il quotidiano La Sicilia, le quote di maggioranza della Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, e le emittenti televisive regionali Antenna Sicilia e Telecolor.
Per la Dda la “linea editoriale del quotidiano La Sicilia” sarebbe stata “piegata” alla volontà di Ciancio, che avrebbe scelto “sempre persone di sua fiducia”, “allontanando i giornalisti non graditi”, e avrebbe imposto “alcuni servizi” e “partecipato alle interviste ai politici importanti”.
“Ritenevo di avere dimostrato, attraverso i miei tecnici e i miei avvocati, che non ho mai avuto alcun tipo di rapporto con ambienti mafiosi e che il mio patrimonio è frutto soltanto del lavoro di chi mi ha preceduto e di chi ha collaborato con me”, ha dichiarato Ciancio tramite un comunicato apparso sul sito web de La Sicilia. L’editore si è detto convinto che la vicenda si concluderà con il riconoscimento della sua “estraneità ai fatti”.
La Federazione nazionale della Stampa italiana, l’Associazione Siciliana della Stampa, l’Associazione della Stampa di Puglia e l’Associazione della Stampa di Basilicata, in rappresentanza dei giornalisti, hanno espresso la loro “preoccupazione per il sequestro” e auspicano che si possa aprire presto un dialogo con gli amministratori giudiziari. Nella tarda serata di ieri, ci sono state le assemblee di redazione nella sede di Catania de La Sicilia e a Bari per La Gazzetta del Mezzogiorno. Negli ultimi anni c’è stato un vistoso ridimensionamento delle redazioni di Siracusa e Ragusa, e in quasi tutte le sedi i cronisti hanno affrontato mesi di solidarietà tributaria, mentre si segnalano ritardi nei pagamenti per i collaboratori esterni, che in alcuni casi arrivano fino a 16 mesi.
In fibrillazione anche i giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno che ieri hanno espresso “preoccupazione per gli avvenimenti” che vedono coinvolto il loro editore. Ribadendo “pieno rispetto e fiducia nell’operato della magistratura” si augurano che le “necessarie procedure giudiziarie non compromettano l’esistenza della Testata” e non “penalizzino i lavoratori della Edisud Spa già da anni alle prese con tagli occupazionali e cassa integrazione”. “La Gazzetta del Mezzogiorno – concludono – ha sempre assicurato la corretta e libera informazione nell’interesse delle comunità di Puglia e Basilicata”.
Taser ai vigili urbani e stretta contro gli occupanti abusivi
Una strettasul noleggio di auto e furgoni, taser alla polizia locale e sanzioni più dure nei confronti di chi occupa immobili. Sono alcune delle norme contenute nel decreto Sicurezza varato ieri dal Consiglio dei ministri. E si parte del giro di vite sul noleggio di autoveicoli, come misura antiterrorismo. In particolare, i dati di chi affitta autoveicoli andranno comunicati prima della consegna al Ced, la banca dati delle forze di Polizia per verificare eventuali situazioni a rischio. E sempre in chiave antiterrorismo, si introduce il Daspo dalle manifestazioni sportive anche per gli indiziati di questo reato. E il Daspo urbano potrà essere applicato anche nei presidi sanitari e in aree destinate allo svolgimento di fiere, mercati e spettacoli. Vengono inoltre potenziati gli apparati tecnico-logistici del ministero dell’Interno, con particolare riguardo a quelli utilizzabili per la prevenzione e il contrasto del terrorismo. Mentre il blocco stradale torna a essere sanzionato penalmente e non più in via amministrativa. Come ampiamente annunciato, è poi prevista la sperimentazione di armi e impulsi elettrici da parte dei vigili urbani nei Comuni con più di 100mila abitanti. Non solo: il personale dei corpi e servizi della polizia municipale potrà anche accedere a taluni archivi del Ced interforze. Un’altra novità è il braccialetto elettronico per gli imputati di reati di maltrattamento in famiglia e stalking. C’è poi un giro di vite contro le occupazioni abusive, con sanzioni più severe (reclusione fino a quattro anni) nei confronti di chi promuove od organizza l’invasione di terreni ed edifici, con la possibilità di usare le intercettazioni a carico degli accusati per le occupazioni. C’è poi il potenziamento dell’Agenzia per i beni confiscati, che potrà assumere con un concorso pubblico “70 unità di personale qualificato”. Infine, ci sono risorse per le forze dell’ordine. È previsto il pagamento delle indennità accessorie alla Polizia, con sblocco degli straordinari arretrati e un ulteriore stanziamento di 38 milioni per il 2018, in deroga al limite previsto dalla normativa ordinaria.
Gli “effetti del Capitano”: oltre 130 mila irregolari in più
Quale sarà l’esito, almeno a breve, del cosiddetto “decreto Salvini”? In parole povere: più “clandestini”. Basta tenere a mente qualche numero e un dato di fatto incontrovertibile, questo: le espulsioni sono pochissime e costose e così sarà in futuro. I numeri, invece, riguardano i molti ostacoli posti alla regolarizzazione di chi arriva illegalmente nel nostro Paese: prima la Turco-Napolitano e poi la Bossi-Fini hanno reso quasi impossibile regolarizzare persino chi un lavoro in Italia lo ha già. Ora il decreto Salvini rende più difficile concessione e rinnovo della protezione internazionale.
Il mezzo principale per raggiungere questo scopo è l’abolizione della “protezione umanitaria” concessa ai richiedenti asilo, di gran lunga la scelta “preferita” finora dalle autorità italiane: 20.166 persone nel 2017, pari al 25% delle 81.527 domande esaminate nel 2017. Per avere un’idea basti dire che i rifugiati veri e propri sono stati 6.827 (l’8% del totale) e i “dinieghi” 46.992 (il 58%). Queste 20mila persone, insomma, passeranno tra i “dinieghi” divenendo clandestini. Quest’anno, per ora, la situazione è questa: 61.735 le richieste di asilo esaminate al 31 agosto, circa il 60% sono state respinte, le protezioni umanitarie accordate sono 16.761 (il 27%).
L’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) ha simulato gli effetti delle politiche del ministro Salvini: ai 490 mila irregolari già presenti in Italia, se ne aggiungeranno 72 mila per l’arretrato delle commissioni che analizzano le richieste di asilo; altri 32.750 per il mancato rinnovo della protezione umanitaria e 27.300 per la mancata concessione. Il totale fa 622mila, oltre il 20% in più in un colpo solo. L’unico dato positivo, per Salvini, è che nel 2018 per la prima volta da anni, oltre agli sbarchi, calano pure le richieste di asilo: 40 mila in otto mesi; nel 2017 furono 130 mila.
Come ti vendo una legge-bandiera: il tam tam digitale del social-ministro
Per Matteo Salvini è il momento in cui mesi di propaganda su navi e migranti si trasformano in qualcosa di concreto (“dalle parole ai fatti”): il decreto legge omonimo, prima bandiera dei 115 giorni di egemonia leghista nel governo gialloverde. In verità nelle nuove norme non paiono esserci svolte epocali, come ci si poteva aspettare sfogliando il frasario quotidiano del social-Capitano su neri, rom e esseri umani di vari colori ed etnie. Ma il decreto è una bandiera, appunto; soprattutto un pezzo di carta. Come quello sventolato dal capo della Lega e dal premier Giuseppe Conte in sala stampa a Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio si presta a fare la spalla – così lo descrivono i Tg Rai – e mostra con sorriso incerto un foglio su cui compare il nome del dirimpettaio: “#decretosalvini sicurezza e immigrazione”. Più che una legge, un hashtag.
È l’apice di una giornata di celebrazioni, imbastita dalla propaganda leghista lungo i soliti binari su Facebook, Twitter e Instagram. Il mood festaiolo viene inaugurato di mattina, ore 9.30: “Buona settimana Amici, si parte! Finalmente oggi in Consiglio dei Ministri porto il Decreto Sicurezza, un bel passo in avanti nella lotta contro mafiosi, delinquenti e scafisti (emoticon del pugno chiuso). Vi voglio bene!!!”.
Alle 12.43 la lieta novella è anticipata sulla chat della comunicazione, a uso e consumo delle agenzie di stampa: “+++DECRETO APPROVATO ALL’UNANIMITÀ+++”. In contemporanea Salvini aggiorna gli italiani sul suo stato d’animo: “Sono felice (faccina che sorride). Un passo in avanti per rendere l’Italia più sicura. Per combattere con più forza mafiosi e scafisti, per ridurre i costi di un’immigrazione esagerata (…). Dalle parole ai fatti, io vado avanti!”. Lo staff comunicazione si raccomanda di usare l’hashtag già menzionato, #decretosalvini. I risultati arrivano subito. Il Capitano li celebra sempre su Twitter e dintorni (ore 16): “#DecretoSalvini PRIMO in Italia su Twitter, decine di migliaia di ‘Mi piace’ e commenti di sostegno su Facebook e su Instagram, migliaia di messaggi di congratulazioni (e non solo sui social). GRAZIE ITALIANI, io lavoro per voi”.
I concetti sono declinati in un’altra manciata di slogan sui social, ma il Capitano non trascura la tv: alle 16.15 sale agli studi Mediaset del Palatino, a Roma, per registrare l’intervista con Nicola Porro per Quarta Repubblica. Ma pure nel dì di festa, Salvini non si dimentica di continuare a battere lo stesso ferro. Da mattina a sera. Ore 10.58, dichiarazione dettata alle agenzie: “Due rom di 16 e 14 anni rubano una macchina a Frascati (Roma), scappano dalla polizia, investono una donna e poi si scontrano con la Volante. Minorenni che si comportano da criminali incalliti”. Più tardi il ministro promette “la chiusura di tutti i campi rom entro la fine della legislatura”. Nel tardo pomeriggio (18 e 56) commenta un altro triste fatto di cronaca: “Una studentessa 21enne originaria della Mongolia è stata violentata a Firenze. La polizia ha fermato un 25enne rumeno, senza fissa dimora e con precedenti. Le bestie che stuprano meritano la sperimentazione della castrazione chimica”.
“Recepiti” i paletti: la tregua armata tra Lega e Quirinale
Era da venerdì scorso che al Quirinale aleggiava un inquietante interrogativo negli uffici del presidente della Repubblica. Questo: “Ma Salvini vuole andare allo scontro e alla crisi istituzionale oppure è disponibile a un confronto per recepire i nostri rilievi?”. Oggetto, il decreto sicurezza sui migranti, naturalmente. Con il sottotesto che un eventuale muro contro muro tra il Colle e la Lega salviniana, seppure nel segno dei diritti costituzionali della persona, avrebbe potuto lanciare ancora di più il ministro dell’Interno nei sondaggi, isolando il capo dello Stato.
La risposta è arrivata già sabato, con quell’“interlocuzione” tra Palazzo Chigi, Quirinale e Viminale confermata ieri dal presidente del Consiglio. Non solo. Per l’occasione, il premier Giuseppe Conte ha fatto ricorso alla sua sapienza di giurista per accelerare il lavoro di revisione di quello che a Mattarella e ai suoi consiglieri giuridici è sembrato delineare – nella prima versione del decreto filtrata la scorsa settimana, sull’onda dei timori grillini – un vero e proprio Stato di polizia.
Insomma, almeno stavolta, il vicepremier nonché ministro dell’Interno non ha voluto replicare il caso Diciotti a uso e consumo della “pancia” sovranista e xenofoba e avrebbe accettato la moral suasion del capo dello Stato. Il condizionale è d’obbligo perché ieri il decreto, com’è consuetudine nel consiglio dei ministri, è stato approvato con riserva. Il testo definitivo, in pratica, non c’è ancora. Forse sarà pronto stamattina e arriverà a distanza di pochi minuti (Salvini dixit) da quello annunciato sul ponte di Genova, per il quale sarebbero state trovate dal ministero dell’Economia le coperture necessarie.
Ieri, quindi, “l’interlocuzione” tra capo dello Stato, meglio i suoi uffici, premier e ministro dell’Interno si è svolta su due bozze aggiustate e limate nei punti più controversi e delicati.
Il primo, secondo la valutazione del Quirinale: la sospensione del diritto d’asilo in base all’apertura di un procedimento giudiziario, non escludendo l’espulsione finale dall’Italia. È questo il provvedimento che ha evocato l’ombra sinistra di uno “Stato di polizia”, mettendo in moto il meccanismo della moral suasion sui rilievi costituzionali, con al centro i diritti fondamentali dell’uomo.
Il secondo: la revoca della cittadinanza in caso di condanna in primo grado o terzo grado. Qui “l’interlocuzione” è ancora in atto per definire la griglia dei reati. Nel senso che il capo dello Stato aspetta la versione definitiva di questo aspetto e che investe migranti diventati cittadini italiani a tutti gli effetti, fuori quindi dalla platea degli irregolari.
Il terzo importante punto seguito con attenzione dal Colle riguarda un migrante dichiarato socialmente pericoloso. È il caso, per esempio, di un venditore ambulante che non conosce la lingua italiana e viene fermato da un poliziotto: se non risponde alle domande potrebbe essere giudicato per resistenza a pubblico ufficiale.
Come saranno rimodellati questi articoli del decreto, in base ai paletti costituzionali del Colle, Mattarella lo saprà solo oggi, sempre se il decreto gli verrà recapitato come annunciato da Salvini. L’ipotesi di un ulteriore slittamento viene tenuta in conto dal Quirinale per il semplice motivo che “il lavoro di revisione per recepire i rilievi” è tuttora in corsa. E qualora dovesse essere portato in giornata al capo dello Stato non è detto che venga licenziato e firmato subito. Trattandosi di diritti della persona, il controllo sarà lento e meticoloso, simulando finanche casi che possono essere sfuggiti al governo legislatore.
Il senso politico della vicenda dovrebbe concludersi quindi con un sostanziale via libera del presidente della Repubblica, a meno di altre clamorose sorprese celate dalla versione definitiva del decreto che sta così a cuore a Salvini. Del resto, in questi giorni, al Quirinale le polemiche sul provvedimento voluto dal leader leghista sono state l’occasione per puntualizzare il ruolo di arbitro del capo dello Stato. A quanti infatti lo invocano per una sorta di “opposizione politica” al governo gialloverde, Mattarella ribatte e ribatterà con le sue scelte un concetto molto chiaro: per quanto possa essere un decreto duro, ritenuto di estrema destra, la “responsabilità politica” spetta solo al governo, una volta rispettati i paletti costituzionali indicati nella fase di preparazione. A maggior ragione se il temuto Salvini, stavolta, non ha preso la strada dello scontro istituzionale.
Aboliti i permessi umanitari, meno diritti a chi chiede asilo
Le nuove norme sull’immigrazione viaggiano insieme con quelle sulla sicurezza – segno tangibile della loro equiparazione politica – e occupano le prime 14 pagine del decreto “Salvini” licenziato ieri dal Consiglio dei ministri. Il decreto immigrazione e sicurezza – ha commentato il ministro dell’Interno – è “stato approvato all’unanimità, dimostrando come fossero inesistenti le polemiche di cui abbiamo letto sui giornali: si tratta del dl più condiviso, più modificato, più aggiornato nella storia almeno di questo governo. Il testo – ha concluso – non è blindato, arriverà in Parlamento dove potranno esserci modifiche importanti”.
In effetti, a giudicare dalle bozze circolate in precedenza, Salvini sembra vincere su tutta la linea. Le smussature sono poche. La revoca della cittadinanza, che nelle intenzioni iniziali interveniva se lo straniero divenuto italiano era condannato con “sentenza in primo grado confermata in appello”, adesso agisce soltanto in presenza di una “condanna definitiva” per terrorismo. Resta in piedi la “sospensione del procedimento per il riconoscimento della protezione internazionale”: è sufficiente essere indagati per vedersi sospesa la richiesta di protezione con conseguente “obbligo di lasciare il territorio nazionale”. Per quali reati? Violenza sessuale, produzione, traffico e detenzione di stupefacenti, rapina, estorsione, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, lesioni personali gravi e gravissime, mutilazione degli organi genitali femminili, furto e furto in abitazione aggravati dal porto di armi o narcotici. Se poi, al termine del procedimento penale, il richiedente viene assolto in via definitiva, ha 12 mesi per chiedere la riapertura della sua pratica.
Quel che più conta, però, è che resta totalmente in piedi l’abrogazione della protezione umanitaria. La protezione umanitaria è una misura residuale – interviene nei casi in cui non opera né la Convenzione di Ginevra (con lo status di rifugiato) né la protezione sussidiaria (quando l’immigrato giunge da un paese in guerra) – che secondo le stime del Viminale nel 2018 ha operato per il 28 per cento delle richieste. Rispetto alla versione circolata nei giorni scorsi, l’unica differenza è nel numero di casi in cui, ferma restando la sua abrogazione – è possibile concedere un “permesso di soggiorno temporaneo per esigenze di carattere umanitario”. I casi passano da tre a cinque: agli “atti di particolare valore civile”, “eccezionali calamità naturali” e “motivi di salute di eccezionale gravità” – già previsti – si aggiungono il “grave sfruttamento lavorativo” e la “violenza domestica”.
Questo permesso di soggiorno per “casi speciali” dura un anno, consente l’accesso ai servizi assistenziali, allo studio, lo svolgimento di lavoro subordinato e autonomo. Alla scadenza può essere convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro o di studio”. Ma questo non accade per tutti. Sono esclusi i richiedenti per condizioni di salute e calamità. In quest’ultimo caso il permesso dura sei mesi. Per chi ha gravi problemi di salute, invece, è invece legato al tempo attestato dalla certificazione sanitaria. Può superare l’anno, se rinnovato, ma soltanto finché l’immigrato non è in condizioni di rientrare. E per chi, prima del decreto, ha chiesto di accedere alla protezione umanitaria? Per i procedimenti in corso, il decreto prevede che, se la Commissione territoriale non ha ancora accolto la domanda, venga rilasciato un permesso di soggiorno per “casi speciali” della durata di due anni. Può poi essere convertito in un permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo o subordinato. Chi invece ottiene la protezione umanitaria mentre il decreto va in vigore, potrà ottenere un rinnovo alla sua scadenza, ma solo a patto che “sussistano i presupposti previsti dalle nuove norme”.
Per accedere alle misure di accoglienza, invece, l’immigrato dovrà dichiarare “d’essere privo di mezzi sufficienti di sussistenza”. Fortemente ridimensionato l’apporto della rete Sprar – Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati – che con la nuova legge sarà riservato solo ai titolare di protezione e ai minori non accompagnati. E i richiedenti asilo? Saranno destinati, si legge nella relazione al decreto, “esclusivamente nei centri di accoglienza. In teoria si accelerano i rimpatri per i quali, però s’allunga il tempo a disposizione dello Stato, che passa dagli attuali 90 giorni a 180. “L’intervento normativo prevede misure necessarie e urgenti per assicurare l’effettività dei rimpatri di chi no ha titolo a soggiornare nel territorio nazionale”. Tra le misure previste, la possibilità di procedere attraverso procedure negoziate “per l’esecuzione dei lavori di costruzione o ristrutturazione dei Centri per i rimpatri” in un “arco temporale di tre anni”. Il richiedente asilo non potrà più iscriversi all’anagrafe dei residenti anche se la relazione precisa che potrà comunque “accedere al servizio sanitario, al lavoro, all’iscrizione scolastica dei figli e alle misure di accoglienza”.
La copertura finanziaria – conclude l’articolo 16 – ammonta a 1,5 milioni per l’anno 2019 che viene cofinanziato dall’Ue per il periodo 2014/2020. E da altri 2,3 milioni che affluiscono dalle casse dello Stato. L’attuale direttore del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), nonché ex Capo del Dipartimento Libertà civili e Immigrazione del Viminale, Mario Morcone, ha commentato: “Con questo provvedimento portiamo nell’irregolarità una serie di persone”. Molto critico, il Cir, sul ridimensionamento della rete Sprar: “Il mio timore è che si voglia andare di nuovo verso i grandi Centri di accoglienza con l’obiettivo di risparmiare costruendo solo marginalità e conflitti. Lo Sprar è un modello d’eccellenza relegato ora a una marginalità per favorire nuovamente i grandi Centri gestiti dallo Stato”.
La questione Morani
Da tempo denunciamo la pericolosa assenza di opposizione al governo Conte, a parte quella che quotidianamente si fanno i ministri del medesimo. Ma ora, fortunatamente, l’emergenza è passata. Due video, inviatici da un amico che frequenta i social, testimoniano la vigorosa, arrembante riscossa del Pd al seguito di un’agguerrita pattuglia di nuovi e soprattutto nuove leader destinati, ma soprattutto destinate, a riaprire una partita che pareva chiusa per sempre e a mettere a dura prova la maggioranza gialloverde. Stiamo parlando, casomai non l’aveste capito subito, di Alessia Morani, Alessia Rotta, Anna Ascani e Franco Vazio, comunicatori coi fiocchi (altro che Casalino) e protagonisti di due vibranti cortometraggi-denuncia di chiara ispirazione neorealista, nella migliore tradizione del cinema d’impegno. Nel primo, dedicato alla ributtante rapina governativa dei fondi per le periferie, la Morani – che è un po’ la caposcuola della nuova cinematografia dem – compare accanto alla Ascani in uno scantinato illuminato da una finestra alle loro spalle, ottenendo un suggestivo effetto controluce, tipo vedo-non vedo. Lo spazio è angusto, forse per via delle ristrettezze del fu Pd. Di talché le due renziane sono costrette a stringersi un po’, come le gemelline di Shining, ma senza pregiudicare l’efficacia del messaggio. Alessia e Anna parlano un po’ per una, come Qui Quo Qua, e quella che momentaneamente tace guarda la gemellina parlante e fa sì sì con la testolina. “I cittadini saranno sempre più soli”, sì sì. “Le imprese non potranno più investire”, sì sì. “Cari grillini e leghisti, dovete passare dal governo del dire al governo del fare”, sì sì. “La pacchia dell’opposizione è finita”, sì sì. Roba che nemmeno la telenovela “Turbamenti” di Mai dire gol.
Il video, pubblicato sui rispettivi profili Twitter, dovrebbe registrare il consueto fifty fifty di commentatori pro (gli elettori Pd) e contro (i troll di Casaleggio, o di Putin che è lo stesso). Invece Anna e Alessia riescono nell’impresa di totalizzare quasi il 100% di dissensi. “Un consiglio: mettete una luce davanti ai vostri volti, non alle spalle. Tutti siamo preoccupati perché sembrate sequestrate”. La Morani ribatte: “Non abbiamo i potenti mezzi di Casaleggio e Salvini”. Ma quello insiste: “Non c’entrano i potenti mezzi. Basta mettersi la finestra davanti e non alle spalle”. “Sarà per la prossima volta”, fa lei, ma lui incalza: “Brava, la prossima volta lo faccia con la luce davanti, ma soprattutto rivolga le accuse ai suoi senatori che hanno votato compatti quell’emendamento, che posticipa i fondi a enti locali che non hanno progetti pronti, ma non li annulla”..
Già, perché l’orripilante norma denunciata dalle gemelline l’ha votata compatto il Pd, Renzi in testa, ovviamente a loro insaputa. Altri segnalano la “musichetta da film porno in sottofondo”, postano il fumetto delle sorelle di Cenerentola, trovano che “avete la stessa credibilità di Cip e Ciop”, mentre l’autore delle frasi di Osho si scompiscia: “La strategia sit-com sta funzionando bene, me pare”. Insomma, un trionfo.
Visto lo strepitoso successo della prima sit-com, la Morani ne fa un’altra cambiando il cast: lei c’è sempre perché funziona alla grande, ma al posto della Ascani ci sono la Rotta e Vazio. Hanno scoperto un fatto “di gravità inaudita”, anzi “terribile”, infatti vibrano tutt’e tre di sdegno: Salvini ha riunito 200 parlamentari e amici leghisti nella sua residenza ministeriale offrendo porchetta a volontà. E non una porchetta qualunque: quella “di Ariccia”, non so se mi spiego. Gli interrogativi, che anticipano un’interpellanza parlamentare al governo, si sprecano. Il Trio Lescano se li divide equamente: uno a testa. Vazio: “Chi ha pagato (la porchetta, ndr)?”. Morani: “E la luce chi la paga?”. Rotta: “E i funzionari chi li pagano?” (testuale). Anche nell’eventualità che offrisse Salvini, tuona Vazio, “rimane un problema di merito: nel mentre in cui (sic, ndr) i sindaci venivano rapinati sulle periferie, loro festeggiavano”. “Si può utilizzare un (sic, ndr) spazio pubblico? Non si profila il reato di peculato?”, domanda la Rotta agli altri due, “perché gli avvocati, i giuristi siete voi”. La Morani alza le mani, come a dire: “Non guardare me” (peccato che dal profilo Twitter risulti “avvocato”). Insomma “qualche problema ci sono” (ri-sic).
Anche per questo video, commenti unanimi. “Alla Lidl hanno messo le zappe a 4,99 euro, dovreste approfittarne”. “Totò, Peppino e la porchetta”. “Se è questa l’opposizione, Lega e M5S stanno tranquilli al governo per 500 anni”, “Troppo comici, all’inizio ho pensato a un video ironico della Lega, poi ho capito che la cosa era seria. Muoio!”. “Siamo ai livelli di ‘Pedro bevi qualcosa’”. “Ahi, stavolta il Pd ha trovato il grimaldello per scardinare l’odiato governo: dopo il Watergate, il Porchettagate”. “Che belli Mimì, Cocò e cacm ’o cazzo”. “Stanate la talpa che ha trafugato questo imbarazzante video e l’ha reso pubblico per danneggiare il Pd”. “Quante volte l’avrete provata prima per far uscire questa ciofeca stile Bollywood?”. “All’Actor Studio je fate ’na pippa”, “Se la Taverna guarda ’sto video, fa il confronto e j’aumenta l’autostima”. “Che teneri, mi avete ricordato le recite delle elementari”. “Non ho capito, è il trailer di una nuova serie tv?”. “Sembrate la brutta copia di ‘Tre cuori in affitto’!”. Altri evocano cene senza porchetta ma con menu più sostanziosi e chiedono lumi su quelle pagate da Buzzi, dei voli di Stato dell’altro Matteo per le vacanze d’inverno, dell’Air Force Renzi ecc. Ma è chiaro che li manda tutti Putin. Si attende a minuti una nuova sit-com contro il “vergognoso taglio dei fondi ai disabili” denunciato da Maurizio Martina e realizzato dal governo Gentiloni di cui lui era ministro. Per completare la trilogia. Seguirà il trapianto di faccia.
La Juve insegue il Bate, non il Real
Buone notizie per il calcio italiano: il Bate Borisov ha cominciato il suo cammino in Europa League vincendo 2-0 in casa del Vidi. Voi direte: che c’entra il Bate Borisov con le fortune del calcio di casa nostra? C’entra moltissimo: e ve lo spieghiamo subito. Dovete sapere che il Bate Borisov è il club campione di Bielorussia: nel 2017 ha vinto l’ultimo campionato (che là si chiama Vyšejšaja Liha) ma la cosa importante è che si è trattato del 12° titolo vinto consecutivamente. È dal 2006 che il Bate gioca in patria senza avversari. Il campionato è di una noia mortale ma al Bate non interessa perchè punta a entrare nel Guinness dei primati: ancora tre titoli e scavalcherà il Lincoln di Gibilterra e lo Skonto Riga di Lettonia che sono i club europei ad aver vinto il maggior numero di titoli nazionali consecutivi: 14.
Voi direte: d’accordo, ma continuiamo a non capire perchè il calcio italiano debba essere felice se il Bate Borisov si fa strada in Europa. Seguiteci. Anche se nessuno lo dice, il calcio italiano sta andando in picchiata verso i livelli di Gibilterra, Lettonia e Bielorussia. La nazionale è precipitata al 20° posto del ranking mondiale appena sopra a Perù, Stati Uniti e Tunisia; e in quanto al campionato, la Serie A è diventata ormai un teatrino d’avanspettacolo dopo essere stata agli occhi del mondo, per un quarto di secolo (anni 80-90 e primi anni Duemila), una via di mezzo tra l’Opéra e il Metropolitan grazie alle esibizioni di Maradona, Zico, Falcao, Rummenigge, Gullit, Van Basten, Matthaeus, Platini, Ronaldo, Zidane, Kakà, per non parlare dei nostri campioni, da Totti a Buffon, da Baresi a Baggio, da Maldini a Del Piero, da Nesta a Pirlo.
Nei dieci campionati degli anni 80 vinsero lo scudetto 6 club diversi, tra cui il Verona; negli anni 90 lo fecero in 4, tra cui la Sampdoria; dopodiché arrivarono Moggi e Calciopoli e nulla fu più come prima. Cinque scudetti all’Inter e uno al Milan prima della Restaurazione bianconera; e poi sette, e col prossimo faranno otto consecutivi, alla Juventus tornata in scena più maramalda che mai. L’ultima Champions vinta da un club italiano risale al 2010 (Inter), la penultima al 2007 (Milan). Nonostante questo, i pifferai di regime continuano a cantare le gesta della Juventus che in realtà più che al Real Madrid sembra aver gettato il guanto di sfida al Bate Borisov che rischia di rendere vana, con la sua serie, la performance italiana del club di Andrea Agnelli. Che avendo vinto 2 Champions contro le 13 del Real Madrid, l’ultima 22 anni fa (nei promo di Sky vediamo ancora Ravanelli), punta in realtà a superare il Bate nel numero di “scudetti” consecutivi vinti.
E allora: poiché nel campionato bielorusso il Bate è primo con svariati punti di vantaggio sul Vitebesk, l’auspicio è che vada il più avanti possibile in Europa League. Il dispendio di energie potrebbe favorire il sorpasso del Vitebesk e fermare a quota 12 la serie di “scudetti” consecutivi del Bate. Se così fosse, la Juventus potrebbe fare il colpaccio: tempo 4-5 stagioni e supererebbe il Bate con 13 scudetti vinti consecutivamente per poi dare l’assalto al Lincoln di Gibilterra e allo Skonto Riga di Lettonia e bruciarli a quota 15. Dopodichè, il calcio italiano entrerebbe nella Leggenda. E insomma: stringiàmci a coorte! E tutti insieme gridiamo: alè Juve! Ma soprattutto: alè Bate Borisov.