Noi ragazze innamorate di Luis Miguel

Le ragazzine stravedono, le mamme approvano e anche Manolita vorrebbe sposarlo. È Luis Miguel Gallego Basteri, il sole del Messico, un quindicenne, che illumina i sogni di tante italiane, giovani e non. “Noi ragazzi di oggi, noi… con tutto il mondo davanti a noi…” per ora davanti a noi una lunghissima fila di ragazzi urlanti e piangenti al botteghino della Capannina di Forte dei Marmi per il concerto del cantante quasi bambino. Al festival di Sanremo è arrivato secondo con una canzone scritta da Toto Cotugno, che è diventata il tormentone estivo. Manolita s’è abbigliata alla messicana, con tanto di poncho e sombrero, vuole far colpo su Luis Miguel con dei segni chiari dalla platea. Come tutte le altre del resto. Le dico che rischia una denuncia, lui è minorenne e noi abbiamo da poco raggiunto la maggiore età. Niente! È decisa. Sta studiando lo spagnolo, ha fatto delle ricerche sulla antica civiltà azteca, vuole diventare la signora Miguel e trasferirsi a Città del Messico. Ha preparato anche uno striscione con su scritto: “Dispuesta a hacer cualquier cosa”. È pazza di lui! Sudate e sedute per terra aspettiamo un’ora l’inizio del concerto. “Chissà, forse Luis deve prima finire i compiti delle vacanze…”, le dico. Lei non raccoglie e si predispone con il suo sombrero all’incontro come una futura promessa sposina. Buio in sala. Luce. È più ragazzino di quanto appaia in tv, Manolita comincia a gridare a squarciagola, canta, balla e piange, io a ridere con la faccia nella camicetta. Il concerto non si rivela memorabile, se non per i tentativi meravigliosi della mia migliore amica di essere notata. All’ultimo disperata gli tira il sombrero, poi una scarpa e lo colpisce in un occhio. Fine! Ora piange sul bagnasciuga e sembra inconsolabile. Manolita voleva attaccare il cappello e, invece, ha solo lanciato un sombrero.

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Bilancia, ti basta una camomilla. Pesci: consolati tra le sue braccia

ARIETE – Natsume Soseki ti mette in guardia dalla “vecchia di ottanta chili che per natura si fa beffe degli altri in modo irriguardoso e ti sferza con la sua ironia”. Segnati tutti gli sgarbi sul Diario della bicicletta (Lindau) e spiffera in giro, sul suo conto, le sue stesse malignità.

TORO – Se mi guardo da fuori, non mi faccio poi così schifo, dice Teresa Righetti (DeA Planeta). Anche tu non sei così male, brufoli a parte: “Prima di dire ‘No’ lascia che ti accarezzi la gamba ancora un po’. Lo fa con confidenza”. Dai un’altra chance al corteggiatore.

GEMELLI – Matteo Cellini ti svela I segreti delle nuvole (Bollati Boringhieri): “Qui, nel silenzio assoluto e lontani da tutte la tristezze, ci chiudemmo dentro una nuvola come una mandorla dentro un confetto”. Trovati un degno compagno di isolamento: non quello che frequenti ora.

CANCRO – “Mi sono chiesta/ se nulla mi volesse/ perché non mi voglio io”. Yes, risponde Rupi Kaur in The sun and her flowers (Tre60). Consolati, però: tu sei “il veleno e anche l’antidoto”. Dosati bene prima di ingoiare l’intruglio che ti trasformerà da rospo in principe/ssa.

LEONE – “Mi hanno detto che non siamo i benvenuti, che nessuno ci ha invitato, che dovremmo portare altrove le nostre disgrazie”. Abbi fede, come Khaled Hosseini nella Preghiera del mare (Sem): presto troverai chi ti darà asilo e cure e affetto.

VERGINE – Inviato In America (Longanesi), Tiziano Terzani appunta: “La grande fiera è cominciata. Qui la chiamano: campagna elettorale”. In casa tua il clima è simile: per evitare la zuffa parentale, organizza un pranzo e tessi una sottile alleanza con gli anziani.

BILANCIA – Rosanna Rubino macina 331 metri al secondo (Harper Collins): “Butto giù tre compresse di Xanax una dietro l’altra. Mangio pane, bevo un sorso d’acqua”. Pure tu sei un po’ su di giri, ma evita di seguire questa dieta psicotropa: ti basta una camomilla.

SCORPIONE – “Il suo corpo aveva fatto gola a più d’uno, e due nobili a momenti si sfidavano a duello per averlo”. Luca Scarlini non sta parlando dell’Ultima regina di Firenze (Bompiani), ma di un amabile giovinetto: il tuo. Non sei l’unico a desiderarlo: prepararti a lottare.

SAGITTARIO – Triade minore di Luigi Ferrari (Ponte alle Grazie) parla di un triangolo amoroso. Nulla di piccante, anzi: “Detto con franchezza, mi sembra tutto così metafisico”. Non darti arie da grande amante: anche tu sei in una relazione multipla, più scomoda che allettante.

CAPRICORNO – La luce che resta è tanta: “Almeno, fare l’amore smette di essere un obbligo”, commenta Evita Greco (Garzanti). Goditi la liberazione dal partner ammorbante: la solitudine porterà altri, meravigliosi, proibiti frutti.

ACQUARIO – La distanza tra me e il ciliegio è risibile; quel che conta è il consiglio che ti dà Paola Peretti (Rizzoli): “So che non ti piacciono le bugie, ma tra poco devo dirne una e tu devi stare zitta”. La menzogna è di natura sentimentale: sta a te accettarla o cambiare amore.

PESCI – Scrive Gaetano Cappelli in Floppy disk (Marsilio): “Era bella C.. Lei sospirò e io capii che avrei dovuto dire qualcosa. Sentii stringermi la gola e salire le lacrime”. Consolati tra le sue braccia, senza temere la figuraccia: C., o chi per lei, è mooolto comprensiva.

Facce di casta

 

Bocciati

Cercasi opposizione Matteo Renzi comunica con un tweet di essere rientrato da un viaggio di lavoro in Cina, trasferta che ha addirittura preferito alla cena della riscossa a casa di Carlo Calenda: “Rientro da alcune conferenze in Cina. Il mondo parla di intelligenza artificiale e Big Data, noi di chiusure domenicali e vaccini. Governano con la demagogia e con la paura ma all’Italia serve #Altro”.
Ecco, se dovesse avanzargli del tempo tra una conferenza e l’altra, saremmo curiosi di sapere in cosa consista quest’“altro”. Forse per avere una risposta ci conviene documentarci su data (senza big) e luogo della prossima conferenza internazionale. Perché al momento sembra che gli esponenti dell’opposizione siano impegnatissimi a fare tutto fuorché l’opposizione: Maria Elena Boschi, ad esempio, ha raccontato di essere finalmente riuscita a tornare a fare l’avvocato. La domanda sorge spontanea: se loro hanno così tanto da fare, a fare l’opposizione chi ci pensa?

voto 4

 

Promossi

Elementare, mio caro Watson! Guido Crosetto, da sgamato interprete qual è delle dinamiche politiche, non poteva non cogliere il vero senso dei frequenti contatti che Matteo Salvini ha ripreso ad avere con Silvio Berlusconi: “Dalle misure economiche alla giustizia, dentro quel movimento c’è tutto un blocco di sinistra giustizialista che sta lavorando per spostare l’asse a sinistra, appunto. Non mi riferisco a Di Maio. Matteo per fortuna lo ha capito. Ecco perchè la sponda a destra in questo momento gli serve, eccome”.
Che Salvini, come nota Crosetto, sia uno che non si lascia cogliere impreparato è un fatto, così come è un fatto che tra Lega e Cinque Stelle esistano differenze evidenti che vengono sempre più al pettine. La soluzione più sicura Salvini l’ha individuata subito: mentre si fa la maggioranza nel frattempo si fa anche l’opposizione, in maniera che quando arriverà il momento delle decisioni non si avrà che l’imbarazzo della scelta.

voto 6

Molte calorie per nulla “Amici cari, visto che voi vi dedicate alle cene e continuate a prendere tempo mentre il Pd scivola sempre più in basso, io smetto di mangiare. Dalla mezzanotte di ieri sciopero della fame per chiedere che sia fissata subito la data del congresso”: così Roberto Giachetti ha risposto alla sequela d’inviti a cena con cui si sono dilettati i più illustri esponenti del Pd negli scorsi giorni. Sui social, in molti hanno ironizzato sulla questione, catalogando anche l’iniziativa di Giachetti tra i deliri onirici della sinistra. A mio avviso, senza indulgere nelle sovrainterpretazioni, l’obiettivo della provocazione del deputato democratico, che peraltro attinge alla sua storia radicale e agli innumerevoli scioperi della fame portati avanti in difesa di battaglie civili, è esattamente quello opposto: portare il grottesco alle estreme conseguenze per sottolineare il teatro dell’assurdo, con ambientazione gastronomica, che stanno mettendo in scena i suoi colleghi di partito, tentando disperatamente di riportarli alla realtà.
Tentativo nobile, ma sulla riuscita non ci conteremmo troppo.

voto 7

Passerella politica. Torneremo a vestire alla rivoluzionaria

“Ciò che più influenza la moda in questo momento sono la protesta, il cambiamento e la politica”. Parola di @girlimusic, cantante outsider ospite della settimana della moda a Londra. E non è certo l’unica a pensarla così. Nel Regno di sua Maestà – che dio ci conservi le sue borsette – il protagonismo della regina durante le ultime sfilate non è l’unico tono politico in passerella. “Altro che matrimonio del secolo! Dello stile Meghan Markle non si è sentita neanche l’eco sui tappeti delle maison londinesi”. Nothing: l’effetto sposina – come fu per Kate Middleton – secondo il Guardian non c’è stato. Ma tant’è, assente o presente che sia, di rivoluzione si parla.

Tutto iniziò a New York, dove tra tute operaie, preferibilmente di jeans e outfit coprenti per donne che non hanno bisogno di mostrare mai, accanto al brutto a tutti i costi, è tornato di moda l’abito che fa l’anti-Trump. Abbiamo visto spillette contro le politiche migratorie del presidente Usa comparire su mega-giubotti di jeans che evocano quelli indossati dai gruppi di giovani delle periferie metropolitane. Abbiamo letto dichiarazioni di direttori di piccole case di moda sulla “sostenibilità ambientale” degli abiti che si producono, ma soprattutto “della quantità di abiti prodotti”. E giù con la responsabilità dei marchi sulla questione ambientale: “Una bussola per il mestiere”. Abbiamo ascoltato giovani designer interessati al messaggio che si trasmette in passerella: “Siccome la moda fa parte del sistema consumistico, le persone non vedono l’arte che c’è dietro né il lavoro di migliaia di persone”.

Immigrazione, sostenibilità, arte, lavoro. Temi che hanno sfilato in prima fila non solo nella Grande Mela. A Londra, come dicevamo, è tornato protagonista il vintage, contro il nuovo a tutti i costi. Il riutilizzo contro l’oblio. E di necessità virtù, insieme al ritorno della mania lo style ‘80 e ‘90 si sono rivisti proprio loro: gli abiti di una volta. E sempre restando agli usi di una volta, si è rivisto anche il femminismo. Questa volta, neanche a dirlo, in abiti tutti nuovi, sotto le spoglie di Rose McGowan, la donna che ha denunciato Harvey Weinstein per molestie, a capo di un esercito di hacker (#MeToo?) di sesso femminile in scarpette tecnologiche, con vestiti che invece guardavano al passato. A chiudere una fila di abiti in stile vittoriano tra pizzi e tulle, cappellini quasi ridicoli per piccolezza e volti coperti, a evocare i travestiti del XIX secolo, quando “l’autoespressione non era un crimine”. Come oggi non lo è togliere il volto alle modelle che sfilano, evidentemente. Fantasmi di questo tempo. Ma Londra si sa è sempre la più eccentrica.

Non come Milano, tutta Ferragnez e mannequin che sfilano come figurini colorati su carta modello. C’è chi li disegna così. L’esatto opposto di quando si augura la docente di sociologia e fashion blogger sessantenne @iconoccidental: “Spesso siamo parte delle grandi rivoluzioni sociali. Spero che l’industria diventi un po’ meno superficiale e piegata al marketing e invece possa diventare una forza importante per il cambiamento”.

La settimana Incom

 

Bocciati

Cassandra In un’intervista a Oggi, Cristiano Malgioglio parla di Gianluca Vacchi: “Quel signore non lo seguo, non so cosa faccia: chi è? Mi limito a ricordarle che io sono nato sui tacchi, Vacchi no”.
Il riferimento è a un video, su un brano interpretato da Paris Hilton (sic) in cui Malgioglio balla sui tacchi.
La settimana scorsa Barbara D’Urso gli ha chiesto di esibirsi a Domenica Live e lui è caduto dall’alto dei suoi trampoli di 12 centimetri.
Mai peccare di hybris (o fare incazzare Vacchi).

 

N.c.

Non è Francesca A titoli di coda ormai terminati, lunedì scorso Lilli Gruber fa riaccendere le luci in studio per lanciare l’imminente diretta di Miss Italia, di cui si era dimenticata. Nell’annunciarlo sbaglia il nome della conduttrice Diletta Leotta, e la chiama Francesca.
Capita. Ben più grave della supposta gaffe è il risultato di share di Miss Italia (4%), considerando che gaffe o non gaffe, la Gruber aveva lasciato la linea al 7%.

Servizio Pubblico Barbara D’Urso sostiene di essere stata censurata da Viale Mazzini, perché era prevista una sua intervista a Carta Bianca (in onda RaiTre) che poi è saltata.
Finiti i tempi di Raiset?

 

Promossi

Piccoli capitani crescono Ha rinunciato a segnare un gol per accertarsi delle condizioni di un suo avversario e poi ha raccontato l’accaduto alle telecamere sfoggiando un inglese impeccabile (meglio di quello del papà…).
Gran bella figura per il piccolo Cristian Totti che ha partecipato (con la maglia della Roma, ovviamente) alla Madrid Football Cup, il torneo riservato alle migliori squadre Under 14 d’Europa.
“Per me era importante sapere che stesse bene, non mi importava del gol”, ha detto Cristian, che naturalmente gioca in attacco.
“Lui mi ha detto che non gli importava, ma che era felice che fossi andato da lì. L’allenatore, poi, mi ha detto che avevo fatto un buon lavoro ed era orgoglioso di me”, ha aggiunto.

Diritto privato Fabio Volo a Grazia: “La gente sui social mette i greatest hits, i momenti migliori. Ma io posso dire che la mia vita è davvero migliore del mio Instagram. Quando rido coi miei figli e faccio le foto, le tengo per me. Gente come l’imprenditrice digitale Chiara Ferragni o il rapper Fedez sono un’altra cosa. Io non ho nemmeno fatto entrare dal medico la mia mamma a vedere l’ecografia di mio figlio. Era una cosa tra me e Johanna. Loro facevano le storie su Instagram del loro bambino. Non sono meglio o peggio di loro, ma appartengo a un’altra generazione: io non riesco a pubblicare le facce dei miei figli. Se regalo a 600 mila follower la faccia di Johanna al mattino, bellissima, quando ancora sta dormendo, a me poi che cosa resta?”.
Forse, ai suoi mille mestieri, bisogna aggiungere “filosofo”.

Peni in pena: anche la salute vien mangiando. Sennò c’è il chirurgo

Ha impiegato 414 pagine, il dottor Spitz, per spiegare come rendere “il pene felice”, ma sarebbero bastate due righe: con x, con y, con z, oppure da dietro. Epperò il dottor Spitz tiene alle misure: più lungo è (il libro), meglio è. Fine della discussione sulle 414 pagine – disegni inclusi – del Libro del pene felice.

Veniamo al contenuto, un “argomento che non lascia indifferenti… il Nostro è sovente incompreso, calunniato e trattato duramente, anche se in certe occasioni la durezza va più che bene”: Spitz, tra i più importanti urologi americani e “orgoglioso possessore” di pene (al singolare), non disdegna l’ironia e i doppisensi. Facile, però, quando si discetta di anatomia “penetrante”.

In bilicotra saggio medicamentoso, trattato scientifico e manuale di self-help, Il libro del pene felice è una accozzaglia di informazioni, illustrazioni e aneddoti, articolata in tre parti, spesso ridondanti: come funziona; come farlo funzionare; problemi. Quest’ultima è fin spaventosa, trattando di serie patologie che vanno dalla disfunzione erettile ai tumori, dalle malattie veneree alle infezioni, e poi storture varie, priapismo, fratture, traumi e una lunga serie di disturbi correlati, quali l’obesità, il tabagismo, il diabete, gli psicofarmaci, l’eccessivo consumo di pornografia, la bicicletta, l’ansia da palcoscenico…

Eppure, di coup de théâtre è innaffiato il testo, soprattutto le sezioni dedicate ai “sessercizi” – niente di complicato, per carità: ci sono i desegnini – e il “programma in cinque step per mantenerlo in salute” con tanto di dieta ad hoc: poche proteine (Spitz sponsorizza il regime vegetariano, se non vegano) e molti beveroni, il cui ingrediente segreto rimarrà qui segreto. Ma attenzione: l’ingrediente segreto contiene anche “ammine, molecole derivate dall’ammoniaca”, dai nomi eloquenti come “cadaverina e putrescina” e dai sapori chi lo sa.

Oltre ai rimedi naturali, alla toelettatura, ai giocattoli e ai sex toys, corrono in soccorso del pene – con grande invidia della controparte genitale femminile – anche la chimica e la chirurgia: interventi per l’allungamento e l’ingrandimento, pillole, ormoni, punturine, protesi e supposte uretrali.

Il pene, poi, è genuinamente democratico e “trasversale: tocca tutte le classi sociali, le razze (sic!) e i generi”. Chi non si è mai chiesto, a qualsiasi latitudine del globo, “chi ce l’ha più grosso? Chi ce l’ha più piccolo? Chi ce l’ha più duro? Chi è più veloce? Perché fa questo? Perché non fa quest’altro?”.

Per fortuna, è arrivato il dottor Spitz a ringalluzzire i peni in pena di tutto il mondo, sfornando una buona dose di consigli pratici e incoraggiamenti psicologici, un po’ guru e un po’ vecchia zia. L’importante è non sottostimare mai il gingillo: “Per molti si tratta solo di una parte del corpo che fa sporadiche apparizioni e che per lo più si limita a penzolare”. Che spettacolo penoso: su questo ha ragione il dottor Spitz.

L’antico limite alla detenzione delle armi

Le nuove e più larghe norme italiane sulla detenzione di armi, in ossequio a un impegno elettorale leghista con la lobby delle armi, in combinato disposto con il tentativo di stravolgere la legittima difesa prevista dal nostro codice penale, rischiano di introdurre un altro pericoloso elemento di deterioramento sociale del nostro Paese. Fortunatamente ancora lontani in materia dagli Usa, l’isteria collettiva suscitata dalla pulsione securitaria, in parte profondamente nutrita e in parte assecondata dal governo del cambiamento, non costituisce un avanzamento né sul piano della civiltà giuridica né su quello sociale della sicurezza. Il divieto o il forte limite alla detenzione delle armi è un principio antichissimo, di carattere sacrale, che dovrebbe appartenere al nostro dna etico. Eppure. Nella Roma antica, sin dalle sue origini, era vietato oltrepassare con armi il pomerium, striscia di terra attorno alla città indicante il confine religioso della stessa. E conseguentemente era vietato l’ingresso in città dell’esercito che doveva essere convocato, appunto extra pomerium, in Campo Marzio. Persino in età tardoantica, tra il 455 e il 457 d.C., l’imperatore Marciano emanò una costituzione imperiale, i cui destinatari però erano i barbari, per vietare il commercio di armi (corazze, scudi, archi, spade, frecce, ecc.) all’interno della sacratissima urbs (Roma) e nelle altre città (Codice Giustiniano 4.41.2). La ratio della norma è la stessa: la circolazione di armi costituisce sempre un pericolo. Ora, se persino gli antichi mostravano una profonda consapevolezza del problema, qualcuno spieghi oggi la bontà di questo cambiamento. Chi l’ha detto che più armi in giro assicurino maggiore sicurezza?

“Un Quirinale che non c’è”, ma io elogio il presidente mite

Donato Mutarelli, autore del saggio Un Quirinale che non c’è (Edizioni Iduna) ha la scrittura perentoria e veloce di chi sa di avere un messaggio e di doverlo recapitare nel modo più veloce e più corretto possibile. Il messaggio è corretto, nel senso che ogni affermazione è documentata e attentamente attribuita, ed è veloce perché si tratta di un attacco a Mattarella che arriva un po’ prima che si sia formato il fronte ostile (che è in preparazione) a carico del presidente della Repubblica. Dirò subito che Mutarelli non inventa, non improvvisa e non fa polemica nel vuoto. Usa fatti e cose accadute vere e pesanti. Dirò subito, d’altra parte, che non mi fido della verità quando mi accorgo che l’uso di cose vere e di fatti veri è organizzato in modo da condurre allo stesso tempo due battaglie: una contro il sistema italiano di presidenza parlamentare, e l’altra contro il titolare della carica in questi anni. In questo senso l’autore di Un Quirinale che non c’è (vivacemente attaccato in questo testo proprio perché c’è) naviga sul grande fiume della più invocata, la più discussa e la più pericolosa delle riforme costituzionali. Pericolosa perchè la Repubblica presidenziale viene invocata proprio nel momento in cui la capacità o voglia di aggregazione dei cittadini è minimo, il desiderio di avere un nemico cui dare la caccia senza tregua è molto alto, e aleggia su un numero molto grande di elettori la ricerca di un leader che comandi (e se necessario reprima), non “del presidente di tutti” (a ciascuna parte sembrerebbe una sconfitta) verso cui punta la Costituzione ancora in vigore. L’autore (e la folla facilmente immaginabile che condivide) porta il suo caso sotto le finestre del Quirinale come se si trattasse di una polemica istituzionale. Ma ascoltando (leggendo) ci si accorge che l’avversario non è tanto l’istituzione malata quanto l’occupante della carica, Mattarella, che intende gestire tutto il potere (non grande ma preciso) previsto dalla Costituzione, e su quel potere non intende discutere, perché è materia già decisa da alcuni articoli e dall’insieme della Carta Costituzionale.

È bene conoscere il libro di Mutarelli perché racconta in chiaro ciò che i partiti attualmente al governo si limitano a mormorare (oppure a gridare e poi cancellare). Ma il giudizio, secondo noi, non può cambiare. Meglio Mattarella. Meglio la mite presidenza di una Repubblica parlamentare. Senza piccoli Mussolini in giro.

La scuola e gli studenti hanno bisogno del ritorno in classe del signor Maestro

Come non è un giorno qualunque, la domenica, così non è un lavoro uguale agli altri quello del maestro, è qualcosa – spiega Maurizio Piscopo, insegnante di scuola elementare – “che si porta per sempre nell’anima”. Ed ecco, per i tipi di Torri del Vento La maestra portava carbone – Quando la scuola diventa cattiva, recita il sottotitolo – un libro (8 euro, 56 pag.) a doppia partitura scritto da Giuseppe Maurizio Piscopo che è anche un raffinato musicista e da Salvatore Ferlita, critico e docente di letteratura contemporanea, immerso nel magma buio della violenza praticata dai maestri sugli alunni.

L’abilità di Piscopo è tutta di bisturi, nella scrittura che sa impietrire: “Erano bambini di sei anni particolarmente esuberanti, non scolarizzati, non abituati alle regole ma avvezzi ancora al gioco della loro giovane età”. È “carcere di gioventù prigioniera”, allora, la scuola per come ricorda Ferlita con Michel de Montaigne descrivendo tra le aule i ragazzi tormentati e i maestri preda di collera. Ed è, con Giovanni Papini, in Chiudiamo le scuole, l’antro di tutte le noie, un luogo di contenimento la cui prima pulsione dei guardiani “è la sadica voluttà di potere annoiare, intimorire e tormentare impunemente, in capo alla vita, qualche migliaio di bambini e di giovani”.

Un colpo al cerchio dell’immaginazione, questo libro. E un altro alla botte della memoria personale, con la “Storia di Faustina”, dove Piscopo racconta la più grande emozione vissuta nella sua pluriennale esperienza di signor Maestro. Ed è quello di avere attraversato lo spavento con una bimba da portare in ospedale, durante una gita scolastica.

Anche gli insegnanti devono avere un insegnamento, e “significa”, scrive Piscopo, “affrontare la vita in tutti i suoi aspetti; avrei voluto scrivere anche questa storia sul registro di classe, ma il ministero dell’Istruzione prevede solo la programmazione…”. Dopo la chiusura dei negozi la domenica l’altra cosa da far tornare – perché l’indirizzo politico deve pur avere una destinazione di ricostruzione della “persona” – è il signor Maestro.

La responsabilità dell’alfabeto, nella fabbrica delle parole e dunque nell’edificio della vita civile, è tema delicatissimo e quel che non si scorge più all’orizzonte – con la cattedra portata al livello dei banchi degli alunni – è proprio il signor maestro, ancor più “maschio”. L’insegnate della scuola primaria, partecipe di un destino “magistrale” è ridotto al rango di genitore supplente o, ancora peggio, di parcheggiatore laddove lavagna, gessetto e merendina risultano essere accessori dell’intrattenimento in transito tra età evolutiva e adolescenza ma – come annotava Leonardo Sciascia – “occorrono molti anni ancora perché veramente la scuola sia scuola”.

L’amore romantico non c’è. “Io credevo in quei week end a Ibiza con Jean Pierre”

Gentile Selvaggia, che poi non è mica vero che a me non interessi l’amore.

A me semplicemente non interessano le cazzate, i soliti giri di parole per poi finire sempre allo stesso punto: ma dove l’ho trovato questo?

Credevo fermamente al mito dell’amore di Platone: incrociare quegli occhi poteva essere una possibilità, doveva essere per forza una possibilità.

Ma quello che non consideravo proprio era la mia miopia mista ad astigmatismo con un tocco di ipermetropia.

Un paio di anni fa per esempio, uno di quegli incontri insoliti, due sorrisi vicino ad una porta del bagno di un locale, poi baci bollenti e barbe folte che si increspavano allo sfregamento. Mi dice: mi chiamo Antonio vivo a Firenze, dobbiamo rivederci prima che parta.

Ci rivedemmo il giorno dopo in una strada affollata, l’abbigliamento era cambiato, un po’ più soft per entrambi, un leggero imbarazzo, e un moscow mule.

I baci erano gli stessi della sera prima.

Iniziò una storia.

Ci fu una piccola gita a Napoli, hotel con vetrata sul Golfo, magiche passeggiate notturne per i quartieri vecchi di Napoli. E poi Firenze e poi Milano. E poi le pasticcerie più belle, i macaron de ladureé, e quell’infinito charme misto a merenda con pane e salame sui colli fiorentini. E poi il suo profilo Facebook nascosto, Romeo, che cercava insaziabilmente nuove prede da far cadere nella sua intricata rete di chat. Sipario.

L’altra estate fui convinto di aver trovato l’amore, quello dei vent’anni , quell’amore che tanto si troverà il modo di andare avanti. Questo amore pianta le radici ad Ibiza, tra un bacio, un volo imminente per Barcellona e un biglietto con scritto “voglio rivederti, Jean Pierre”. Ogni due settimane eravamo a Ibiza. Attraversare l’isola tutti i giorni nelle calette più nascoste, per boschi e campagne e terrazze ventose sul mare. La vita che volevamo. O meglio che avrei voluto dieci anni prima.

Una sera di ottobre inoltrato, Ibiza era silenziosa, strana, modesta, stanca, vuota. Bar in Plaza del parque, candele accese, due vini rossi.

Una leggera pioggerellina.

Io avrei finito tutti i vini tinti della cantina , avrei ballato e cantato del nulla, fino a limonare bagnati, io e lui, sotto un balcone di sa penya. Invece per Jean Pierre non era così . Continuava a toccarsi quei quattro capelli incerati con la migliore wax cream del mercato americano, manco facesse miracoli sulla calvizie. Ma la pioggerella era un guaio per l’acconciatura da l’oreal trophy of The year. Bisognava andare a casa.

Quella notte fece le valigie di nascosto, e al primo accenno di luce sgattaiolò fuori come un ladro. Ecco, l’amore – ripeto – non è che non mi interessi, ma tutto il contorno di cazzate che gli irrisolti si costruiscono addosso, ormai preferisco evitarle come la peste. Anzi, come il gel sui capelli.

Alessandro

 

Per carità, loro saranno stati pure meschini casi umani, ma pure te Alessandro, pensavi di invecchiare con un francese il cui concetto di relazione era “vederci nel fine settimana a Ibiza”?

 

“Povero Bettarini, che prova a stare in tv con l’ex Ventura”

Cara Selvaggia, ho letto su il Fatto la sua simpatica recensione su Temptation Island e devo confessarle che per la prima volta avevo idea di cosa parlasse perché mia moglie, sere fa, mi ha costretto a vederlo affermando che non posso vivere ignorando quello di cui ride il popolo se poi voto 5 stelle. Le ho risposto che io vorrei continuare a ridere del popolo che vede questi reality ma avevo un paio di cose da farmi perdonare (ho dimenticato il nostro anniversario e pure il regalo riparatore che le avevo preso il giorno dopo sull’autobus).

Fatto sta che in qualità di maschio dominante (lo confesso), volevo difendere dai suoi strali la figura del Bettarini, il quale ha lo scomodo ruolo del concorrente che ha un passato sentimentale con la conduttrice, ovvero la signora Ventura.

Io ne ammiro il coraggio, mi creda. Ce ne vuole parecchio per presentarsi lì con la nuova ragazza (una belloccia poco più che ventenne) con evidenti problemi di autostima, che incolpa lui di non inculcarle sicurezza. Già, e tutta quella chirurgia plastica da dove arriva? Era un’imposizione del Bettarini o la ragazza era già passata sotto i ferri più volte prima di conoscerlo perché incapace di accettarsi così com’era?

E poi mi scusi: le pare corretto doversi confrontare con una ex moglie sulle sue nuove dinamiche relazionali? Potrà mai, la Ventura, essere una persona lucida e super partes? Non credo, visto che da quel che rammento il divorzio fu turbolento. Lei dovrebbe essere più clemente con quest’uomo, mi dia retta, perché il poveretto si è infilato in un vicolo cieco da cui è ben difficile uscire.

Leandro

 

Caro Leandro: il vicolo non è cieco, mi creda. Il caro Bettarini ha un’alternativa favolosa al partecipare a programmi in cui ci sia la presenza dell’ex moglie: non partecipare a programmi in cui ci sia la presenza dell’ex moglie. Mi pare una trovata semplice, ma così semplice che potrebbe arrivarci… che so, perfino Stefano Bettarini.

 

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