La solitudine dell’emerito Ratzinger, che sconfessa i suoi fedelissimi

Danno l’immagine tenera ma ferma di un uomo di 91 anni, consapevole di portare su di sé il peso di una decisione che ha fatto storia. Un uomo quindi solo, dal punto di vista mondano, cioè del mondo.

Parliamo di Benedetto XVI, al secolo Papa emerito dopo la rinuncia al pontificato del 2013. La scorsa settimana la tedesca Bild ha pubblicato due lettere di Ratzinger indirizzate a quello che un tempo veniva indicato come uno dei suoi migliori amici: il cardinale Walter Brandmüller, uno dei quattro autori dei Dubia sulle aperture ai divorziati dell’Amoris Laetitia di Francesco. Le lettere risalgono al 9 e al 23 novembre del 2017 e sono due risposte ratzingeriane alle pesanti obiezioni dell’amico cardinale – i due sono entrambi tedeschi – sulle “dimissioni” dal pontificato nella stagione dei corvi del Vatileaks numero uno.

Nella prima, Benedetto XVI inquadra il problema in senso storico e canonico e soprattutto sconfessa tutti gli oppositori di Bergoglio che vedono nell’emerito l’argine più alto al corso riformista di Francesco. In merito, Ratzinger è di una semplicità priva di ambiguità: “Con il Papa emerito ho cercato di creare una situazione nella quale io fossi per i mass media assolutamente inaccessibile e nella quale fosse pienamente chiaro che c’è solo un Papa”.

Ma a colpire sono i toni della seconda lettera a Brandmüller, laddove l’emerito affronta “il dolore” diventato “rabbia” dell’amico cardinale per la clamorosa rinuncia al trono di Pietro. Il passaggio merita una lettura completa: “Posso ben capire il profondo dolore che Lei e molti altri avete provato con la fine del mio pontificato, ma il dolore, così mi sembra, in alcuni e anche in Lei è diventato una rabbia che non riguarda più solo la rinuncia, ma si estende sempre più anche alla mia persona e al mio pontificato nel suo insieme. In questo modo il pontificato stesso è stato svalutato e confuso con la tristezza sulla situazione della Chiesa oggi”.

Vari dietrologi della destra clericale e farisea ritengono l’ultima frase come l’ennesima stroncatura a Francesco. Al contrario, per prima cosa, l’emerito denuncia in modo fortemente critico la “rabbia” diventata “forma di agitazione” degli oppositori di Bergoglio.

Se dev’essere Medioevo, allora si legalizzino anche i bordelli

Simone dice che è molto semplice e queste cose lui le sa: butta in aria il divorzio, l’aborto è da cancellar e le unioni civili le dobbiamo bruciar. Il Simone è Pillon, il senatore leghista che fuori sembra Diego Della Palma e dentro, ahimé, è Simone Pillon, quello che vuole “obbligare le donne a partorire” e, se si separano, a mantenere i figli alla pari col padre, in un Paese in cui nelle coppie il gap economico fra lui e lei è del 50 per cento, a favore dell’uomo, of course. C’è chi ha parlato di ritorno al Medioevo, senonché ridurre il Medioevo all’oppressione sessuale è come andare a Parigi e visitare solo i cessi della Gare de Lyon. Se dev’essere Medioevo, senatore Pillon, allora facciamo le cose per bene: vogliamo anche gli ecclesiastici (dal prete al Papa) con moglie e figli, la legalizzazione dei bordelli e la masturbazione consigliata dalla scuola medica salernitana come disintossicante per mente e corpo.

Vogliamo le feste pubbliche che duravano giorni e le corti d’amore in cui dame e poeti discettavano di sottili questioni erotiche con ben altro spessore che nelle nostre “poste del cuore”. Vogliamo donne potenti come Eleonora d’Aquitania e Matilde di Canossa, autorevoli come Ildegarda di Bingen e Christine de Pisan, sante spaccatutto come Giovanna d’Arco e Caterina da Siena. E non mi rifaccio a Feudalesimo e Libertà, il blog brancaleonico filo-Sacro Romano Impero, ma a una medievista cara ai conservatori, la compianta Regine Pernoud. Età difficile e violenta, quella di mezzo, dove si amava, si odiava e si godeva con un’intensità oggi impensabile. Archiviare le conquiste civili non è tornare al Medioevo, e nemmeno agli anni Cinquanta. È realizzare in Italia la Galaad del Racconto dell’ancella di Margaret Atwood, lo stato dispotico in cui le donne valgono solo in quanto fattrici. Senza nemmeno il contentino dell’amor cortese.

Il ministro vuole le donne come megere malvagie e manipolatrici

Non sarà un caso se Maurizio Crozza ha deciso di imitare il senatore leghista Simone Pillon presentandolo come uno che tiene le donne legate in cantina e che le brucia come Giovanna d’Arco nel caso decidessero di divorziare. D’altronde l’ossessione per la stregoneria attraversa la mente dell’esponente leghista da sempre, tanto da portarlo ad attaccare un innocuo progetto interculturale sulle fiabe proposto in una scuola di Brescia.

Insomma, proprio come altri colleghi dalla stessa forgia, vedi il ministro della Famiglia Fontana, anche Pillon fa allegramente parte di quel drappello di politici, cui i 5Stelle hanno inspiegabilmente appaltato il tema cruciale dei rapporti tra le persone e quello dei diritti, che vorrebbe rimettere indietro le lancette dell’orologio. E neanche di poco, se è vero che Pillon – che fa parte dei neocatecumentali, movimento che predica, anzi impone, che la donna stia a casa e faccia una dozzina di figli – ha presentato un disegno di legge in materia di separazione che farebbe rabbrividire persino conservatrici menti ottocentesche. Perché introducendo il concetto, che la scienza giustamente neanche considera, di “alienazione parentale”, di fatto trasforma le donne in megere malvagie che manipolerebbero i figli per strapparli per sempre dai padri. E quindi le punisce, togliendo loro qualsiasi forma di assegno di sostentamento, nel paese in cui, si sa, le donne lavorano poco e male, sono licenziate e mobbizzate. Si attendono duelli medioevali e il ritorno della cintura di castità, tolta, ovviamente, solo nel periodo dell’ovulazione, per rimpolpare la patria con figli possibilmente bianchi e maschi. Meglio se con stipendio da senatore, così nel caso si separassero proverebbe il godimento perverso di dare caviale ai propri figli durante i loro giorni, mentre la madre, nei suoi, sarebbe costretta a dargli pane e pomodoro.

Multiculturalismo, la minaccia più subdola per l’integrazione

Sono tempi durissimi per chi crede nell’importanza di un approccio laico alla vita sociale e politica. Il dibattito pubblico nel nostro continente sembra infatti dominato da due fazioni certo opposte, ma accomunate dalla scarsa laicità. La prima posizione è quella di chi considera il crocifisso l’emblema dell’Europa minacciata dall’orda islamica. Nella seconda posizione, quasi egemonica a sinistra, si collocano invece le nutrite schiere dei difensori del multiculturalismo, ovvero di tutti coloro che considerano a tal punto positiva la sopravvivenza, tra gli immigrati, e soprattutto tra i musulmani, di strutture comunitarie basate sull’appartenenza religiosa da ritenere che esse vadano incoraggiate, tutelate e finanziate dagli stati europei.

La prima posizione è talmente inaccettabile da non essere nemmeno degna di essere discussa. La seconda invece merita certamente un esame più attento da parte di chi ha a cuore il futuro della democrazia. È quello che ha fatto Cinzia Sciuto nel suo saggio Non c’è fede che tenga. Manifesto contro il multiculturalismo (Feltrinelli). Secondo l’autrice, quella multiculturale è una risposta sbagliata al problema dell’integrazione degli immigrati.

Per esempio, considerare “naturale” che una donna musulmana indossi il velo o rispetti certe leggi della tradizione islamica che ne impongono la sottomissione al maschio vuol dire rafforzare strutture di potere ingiuste e afflittive. Soprattutto è un grave errore analitico e politico considerare a priori quella che accetta volontariamente di indossarlo una donna davvero libera e autonoma. Sarebbe così solo se essa fosse in possesso di tutti gli strumenti culturali, politici ed economici per liberarsi, qualora lo volesse, del peso di quella tradizione, per comportarsi diversamente e andare in giro a capo scoperto o sottrarsi alla subordinazione al marito padrone.

Il dovere degli Stati non è quindi quello di preservare gli aspetti peggiori delle tradizioni culturali, ma di fornire alle persone, alla totalità dei cittadini nuovi e d vecchia data, tutti le risorse, culturali e legali, per compiere delle scelte davvero libere, autonome, personali, insomma per poter fare, citando Michel Foucault, della propria vita un’opera d’arte unica e singolare.

Sciuto identifica correttamente in un malinteso senso di colpa da ex colonialisti l’origine dell’approccio multiculturale. Esso suona più o meno così: dal momento che per secoli abbiamo, come occidentali, dominato e vessato altri popoli, ora dovremmo astenerci da ogni interferenza e considerare i nostri valori equivalenti a quelli dei popoli extraeuropei del terzo e quarto mondo. Si tratta di un ragionamento sbagliato. Come cittadino europeo, io mi vergogno profondamente di una parte rilevante della nostra storia: mi vergogno delle crociate, dei roghi degli eretici, dell’Inquisizione, dello schiavismo, dell’Olocausto, delle abominevoli teorie razziste e delle loro applicazioni pratiche. Non mi vergogno però dell’affermazione dei diritti civili, delle libertà politiche, della democrazia, della separazione dei poteri e di tante altre scoperte certo fatte in Europa, ma che hanno un valore universale, non in quanto “nostre” europee, ma in quanto espressione di una civilizzazione universale che, per una serie di mere contingenze storiche, si è espressa qui prima che altrove. Naturalmente, non è pensabile che questi valori siano (come vaneggiava qualche stupido presidente americano) esportati con la forza, ma nemmeno che siano pericolosamente considerati equivalenti a quelli premoderni della sottomissione e della mutilazione femminile, della legittimità della violenza domestica, della discriminazione degli omosessuali.

La laicità ovviamente, e Sciuto lo ricorda, non vale solo per i musulmani, ma anche per i religiosi di casa nostra. La vita delle chiese e delle sette cristiane, al pari di quella di altri gruppi religiosi, andrebbe attentamente monitorata per evitare che si verifichino, soprattutto a danni dei bambini, forme di manipolazione, plagio e violenza psicologica. In generale, chiese e sette andrebbero tenute lontane dallo spazio pubblico, andrebbe loro sottratta ogni possibilità di ottenere privilegi indebiti, come quello di catechizzare i giovani nella scuola pubblica o di ricevere montagne di denaro dallo stato per poter mantenere in vita i loro costosi apparati burocratici. Pensando all’Italia, la totale separazione dalla sfera pubblica, avrebbe tra l’altro un effetto benefico e rigenerante, se non per le casse almeno per lo spirito della Chiesa Cattolica, che potrebbe finalmente avvicinarsi alla forma delle origini, quella di un “piccolo resto”, di una chiesa povera e per i poveri impegnata soprattutto nell’annuncio del Vangelo.

Il denso libro di Sciuto esamina in profondità questi e molti altri temi. Vorrei chiudere con un’ultima precisazione: una laicità rigorosa che mette al centro gli individui e la loro libertà consapevole non può prescindere dalla distribuzione egalitaria di opportunità e diritti sociali. Per scongiurare l’attrazione fatale del fondamentalismo è necessario che i nuovi europei (soprattutto se di religione islamica) sentano di avere le stesse opportunità di condurre una vita dignitosa che hanno tutti gli altri. Solo così il progetto laico diventerà davvero la promessa mantenuta di un mondo migliore.

Argentina, svanisce l’illusione di Macri: un’austerità indolore

Il governo argentino ha inviato al parlamento il progetto di bilancio per il 2019, elaborato sotto l’emergenza di un deprezzamento record del peso contro dollaro e crescenti timori che il Paese non sia in grado di ripagare il proprio debito in valuta. Per il prossimo anno è previsto l’azzeramento del deficit primario del Paese, cioè della differenza tra entrate e spesa pubblica al netto di quella per interessi, che oggi è pari al 2,6% del Pil. Una stretta fiscale molto pesante, che rottama l’approccio gradualista inizialmente previsto dal presidente Mauricio Macri col pieno appoggio del direttore generale del Fmi, Christine Lagarde. Il progetto originario prevedeva un rilascio graduale dei dollari del Fondo, a fronte di un percorso di rientro dal deficit primario molto più esteso, per ridurre il disagio della popolazione e non nuocere alle probabilità di rielezione di Macri, il prossimo anno. Per l’istituzione di Washington l’opportunità era anche quella di “fare ammenda” rispetto agli errori fatti in Argentina a inizio anni Duemila, quando chiuse entrambi gli occhi sulla drammatica perdita di competitività che il cambio fisso col dollaro stava causando al paese, in un contesto di lassismo fiscale, soprattutto a livello locale. Macri, dopo l’ascesa al potere, ha seguito un approccio market friendly che ha permesso di indebitarsi pesantemente in dollari per rimpinguare le riserve valutarie e rimandare i dolorosi aggiustamenti imposti da anni di dissipatezza fiscale del governo di Cristina Fernandez de Kirchner. Entro fine 2019 l’Argentina dovrà servire debito per circa 82 miliardi di dollari. Come ogni Paese emergente con deficit gemelli (fiscale e delle partite correnti), ogni fase di rialzo dei tassi sul dollaro e di apprezzamento del biglietto verde è destinata a causare seri problemi. Il budget del governo Macri per il 2019 prevede, in rapporto al Pil, tagli ai sussidi per trasporti ed energia pari allo 0,7%, che causeranno un ulteriore aumento dell’inflazione, oltre a quella importata a causa del crollo del cambio, un taglio agli investimenti pubblici dello 0,5% e minori trasferimenti alle province per lo 0,3%. Dal lato delle entrate, viene ripristinata la tassazione sulle esportazioni, che dovrebbe fornire un gettito di 1,1 punti percentuali di Pil. Prevista anche una sanatoria fiscale che dovrebbe portare fondi per lo 0,4% del prodotto interno lordo. Nel secondo trimestre di quest’anno l’economia argentina si è contratta di ben il 4,2% sullo stesso periodo dello scorso anno, ed è facilmente prevedibile che le nuove misure fiscali causeranno una recessione molto profonda. A peggiorare la situazione, una pesante siccità ha danneggiato i raccolti di soia e mais, riducendo gli introiti valutari. Ma l’Argentina continua a pagare anni di distruttivo populismo kirchnerista, non certo il presunto liberismo di Macri. A meno di arrivare a concludere che la realtà ha un noto bias liberista. Percorso che noi italiani abbiamo intrapreso da tempo.

Chirurgia in Liguria: -15% di interventi

Il viaggio nell’Italia senza medici prosegue in Liguria. Anche qui i reparti sono ridotti all’osso e per assicurare la copertura dei turni il personale salta le ferie. “C’è chi ha accumulato fino a 4 mesi di riposo e in tutta la Regione si contano 200mila ore di lavoro in eccesso”, denuncia il segretario dell’Anaao Liguria Giovanni Battista Traverso. I disagi peggiori sono nella asl di Savona, dove per la mancanza di anestesisti (5 in meno rispetto a quelli in pianta organica) e ortopedici (8 in meno) c’è una riduzione di 500 interventi chirurgici l’anno, pari al 15% del totale. “I bandi per trovare i candidati vanno quasi sempre deserti. In un anno ne abbiamo tentati 4 per gli anestesisti, 4 per gli ortopedici e 3 per cardiologi e pediatri. Dobbiamo aspettare ogni volta la fine delle specializzazioni per contenderci i neospecialisti”, spiega il direttore generale Eugenio Porfido. Entro fine anno per la prima volta tre presidi, quello di Albenga, Cairo Montenotte e Bordighera, verranno ceduti al privato accreditato (per un tempo di 7 anni rinnovabili per altri 5). L’impegno dei nuovi gestori sarà riaprire il pronto soccorso in ogni struttura perché la Regione non se lo può permettere.

Le microplastiche arrivano in tavola e noi ce le beviamo

Se pensate di bere un cola, un’aranciata, un tè freddo, un’acqua tonica o una gassosa il rischio di ritrovarvi nel bicchiere tracce di microplastiche è assai alto: frammenti di pochi millimetri impercettibili che ingeriamo senza conoscere le conseguenze sull’organismo. Particelle che, dopo essere arrivate nei nostri piatti, ora abbondano anche nei soft drink. Nessuno escluso. A lanciare l’allarme è il mensile Il Salvagente che nel nuovo numero di ottobre in edicola da domani – di cui il Fatto Quotidiano anticipa in esclusiva l’indagine – dedica la prima ricerca sulle microplastiche contenute in 18 bottiglie di bevande industriali scoprendo che tutte sono risultate contaminate con valori che vanno da poco meno di una particella in media per ogni litro di bevanda a quasi 20. La microplastica, un insieme di polimeri di dimensioni inferiori ai 5 millimetro frutto della frammentazione delle plastiche più grandi gettate nei nostri mari oppure di quelle che si trovano in alcuni prodotti cosmetici come scrub o dentifrici, è tutt’altro che innocua: è un vettore privilegiato per sostanze tossiche come interferenti endocrini, molecole cancerogene e batteri. Ma, pur non essendoci un limite di legge alla concentrazione di queste sostanze nei cibi e nelle bevande, i risultati emersi segnalano comunque un’emergenza per un inquinamento da plastica ormai persistente.

Da qualche anno chi cerca la microplastica, a prescindere da cosa analizza, la trova sempre. C’è nei pesci e nei molluschi che ne accumulano anche quantità che fanno impressione, nei frutti di mare, nel sale marino, nelle acque (di fiumi, di rubinetto, perfino nelle minerali). Non risparmia neppure prodotti come il miele. Lo aveva già denunciato nel 2017 l’associazione non profit di giornalismo Orb Media. Lo ha confermato uno studio dell’Università di Pisa, curato dal dipartimento di Chimica e pubblicato su Environmental Science and Technology, la rivista dell’American chemical society. Inevitabile, dunque, che fosse rilevabile anche nei soft drink. Pepsi, San Benedetto, Schweppes, Beltè, Coca-Cola, Fanta, Sprite sono solo alcuni dei marchi finiti sotto la lente de Il Salvagente che, per la prima volta al mondo, ha passato al setaccio le bevande più vendute sugli scaffali dei supermercati di tutta Italia. Con il valore medio rivelato di microparticelle per litro che va dal minimo raggiunto da Freeway Lidl The al limone (0,89 mpp/l) al massimo di Seven Up (18,89 mpp/l). In mezzo tutte le altre marche. “I dati del nostro laboratorio – commenta Daniela Maurizi, l’esperta di sicurezza alimentare che ha effettuato le analisi di laboratorio – confermano il legame tra inquinamento ambientale e catena alimentare”.

Quindi, sono tante o poche le particelle registrate dalle analisi presentate da Il Salvagente? “La domanda è inevitabile, ma la risposta non è semplice. Certo – spiega Riccardo Quintili, direttore del mensile e curatore dell’inchiesta – tra il risultato del tè al limone della Lidl e la Seven Up c’è una bella differenza. Ma sarebbe bene considerare che si tratta, nell’uno e nell’altro caso, di una presenza sgradita che dunque non dovrebbe esserci. Una contaminazione contro la quale sarebbe bene si impegnassero tutti i produttori. L’ingestione della plastica riguarda anche gli altri animali che si nutrono di pesci. Come gli uccelli. E, ovviamente, gli uomini. Siamo a rischio ogni volta che mettiamo nel piatto tonno, pesce spada, sgombro, spigola, granchi, cozze. La nostra zuppa, avvertono alcuni studiosi, è sempre più una zuppa di plastica. I microframmenti, infatti, arrivano agli esseri umani risalendo la catena alimentare. Non si sa ancora con certezza quali siano i rischi per la nostra salute, ma probabilmente le sostanze chimiche presenti nelle diverse materie plastiche sono dannose per il nostro organismo. Dalle prime ricerche, ad esempio, sembra che alcune possano interferire con il sistema endocrino e con lo sviluppo del feto, altre siano tossiche per il sistema immunitario, altre ancora cancerogene”.

La sola certezza è l’emergenza che ci coinvolge tutti e che rischia di innescare un effetto boomerang devastante per noi e per l’ambiente. “Ogni anno centinaia di migliaia di tonnellate di plastica invadono il Mediterraneo. Serve un’azione decisa e immediata per evitare che il mare soffochi nella plastica”, afferma Gaetano Benedetto, direttore generale Wwf Italia che ha lanciato una petizione (che si può firmare su change.org/plasticfree) per chiedere di mettere fuori produzione in Italia le microplastiche da tutti i prodotti (a cominciare dai detergenti) entro il 2025, confermandone il divieto nei cosmetici dal primo gennaio 2020.

Quanti guai: Trump così lascia a secco gli aiuti a Ramallah

Tempi duri per gli aiuti alla Palestina, che passano in gran parte attraverso l’ Unrwa, agenzia Onu per i rifugiati della Striscia di Gaza, della Cisgiordania e quelli di Paesi vicini come Libano, Giordania e Siria. A gennaio l’amministrazione Trump aveva già deciso di ridurre a metà gli aiuti (65 milioni di dollari su 125 previsti) via Onu, poi è arrivato l’annuncio del taglio definitivo a partire dal prossimo anno. E verranno meno anche 200 milioni di dollari in aiuti diretti, che rischiano di mettere in ginocchio i progetti di molte ong, a cui si aggiunge anche il ritiro – rimasto in forse fino all’ultimo – di 25 milioni di dollari destinati agli ospedali di Gerusalemme Est.

Il taglio più doloroso riguarda proprio l’Unrwa, struttura delle Nazioni Unite, creata nel 1948 come gigantesco ammortizzatore sociale per i palestinesi espropriati delle loro terre dal nascente Stato di Israele. L’Unrwa assiste una parte importante della popolazione della Cisgiordania, se solo si pensa che sui quasi due milioni di residenti a Gaza il 70% vengono classificati come “rifugiati”, e che nella stessa situazione si trovano circa la metà dei 3 milioni di abitanti dei Territori occupati. Non solo fornisce cibo, cure mediche e istruzione, ma dà anche lavoro complessivamente a circa 30 mila palestinesi. Servizi e posti di lavoro che potrebbero venire meno dal 2019, secondo l’allarme lanciato dagli stessi funzionari Unrwa anche se altri Paesi dovessero contribuire maggiormente, coprendo così l’ammanco dei soldi americani. Perché sono gli Usa a essere stati finora il primo donatore, con più del doppio dei fondi rispetto al secondo finanziatore, l’Ue (364 milioni contro 142 nel 2017).

È in merito alla svolta di Washington che la discussione si fa più accesa, anche sullo sfondo di un rapporto rafforzato tra Usa, Israele e i suoi alleati nella regione. La rivista Foreign Policy ha rivelato come la decisioni della drastica sforbiciata ai fondi per la Palestina sia da attribuire a Jared Kushner, genero di Trump e consigliere della Casa Bianca per il Medio Oriente, convinto in questo modo di poter imporre un nuovo piano di pace per la regione, che tenga la Palestina sotto ricatto. D’altronde Unrwa ha tanti nemici, secondo i quali gli scopi umanitari dell’agenzia non sarebbero altro che il pretesto per coprire il “diritto al ritorno” dei palestinesi esuli dal 1948: appena 20 mila persone, e non invece tutti i loro discendenti, da contare oggi in milioni.

“Considerata l’eccezionalità di un conflitto in atto da 70 anni, l’aver tenuto quasi 5 milioni di persone sotto aiuti umanitari per tutto questo tempo è già uno scandalo – spiega da Gaza Meri Calvelli dell’Associazione cooperazione e solidarietà (Acs), ong italiana presente in Palestina – Se l’agenzia Onu dovesse chiudere, la questione del ritorno dei profughi alle loro terre sarebbe cancellata”. Con tanti saluti alla risoluzione 194 dell’Onu e al diritto internazionale.

Tra le strade del Congo, grande fallimento Onu

Penetrando nel caldo-umido della foresta equatoriale e muovendosi lungo i sentieri fangosi o lavici ai pendii delle montagne e dei vulcani del Congo orientale, da ormai quasi quattro lustri ci si può imbattere nei drappelli dei caschi blu che dovrebbero difendere i congolesi dai loro signori della guerra che devastano i luoghi e le esistenze che tentano irrimediabilmente di spartirsi.

Indiani, pachistani, sudafricani, uruguaiani: migliaia di soldati di decine di Paesi percorrono a bordo dei blindati bianchi il reticolo di piste mal battute di una terra vasta centinaia di migliaia di chilometri quadrati. Un mare verde dove la più grande missione di peacekeeping delle Nazioni Unite si perde e affonda nell’inefficacia cronica di un pachiderma tra le liane.

“Dietro il fiume la foresta attutiva i massacri”

“Alla curva del fiume la foresta attutiva i massacri”, scriveva nel suo romanzo-resoconto del Congo il poi premio Nobel per la Letteratura sir Vidiadhar Surajprasad Naipaul, sintetizzando l’orrore silenzioso che a decenni è la costante delle terre selvagge dell’ex colonia belga. Coperte dalla vegetazione e dall’aria pesante che dal maestoso fiume Congo ricopre le province più distanti dalla capitale della Repubblica democratica del Congo (l’ex Zaire del cleptocrate post-coloniale Mobutu) le stragi sono avvenute e avvengono tutt’ora lontano dagli sguardi del mondo, seppur davanti agli occhi ormai velati e indifferenti dei rappresentanti della società planetaria che dovrebbe avere come mandato di pacificare la Terra.

E quale occasione migliore di riscatto per l’Occidente se non l’intervento, con la collaborazione del resto del mondo, nel Paese che anche letterariamente rappresenta il “fardello dell’uomo bianco”, ovvero l’eredità disgustosa della rapacità dei coloni, belgi in questo caso conre Leopoldo II padre-padrone delle terre ottenute nella spartizione con gli altri europei, che irrompendo nell’ultimo dei nuovi mondi intatti ne hanno succhiato le ricchezze accanendosi sulle popolazioni sfruttate per estrarre proprio quelle ricchezze.

Crimini continui e quasi indicibili

Qui negli ultimi vent’anni, solo intensificati dal genocidio del 1994 nel confinante Ruanda (altra debacle onusiana), crimini continui e quasi indicibili sono stati compiuti da decine di milizie di sbandati invasati dalle infinite ricchezze che giacciono nel suolo del Cuore di tenebra del continente africano. Come un Blade Runner del presente chi si è recato tra la foresta e i vulcani del Kivu, o nell’Ituri, ha potuto assistere o ricevere testimonianze di orrori ai quali sono stati sottoposti la popolazione civile e i tanti profughi giunti dai conflitti dei Paesi confinanti. I rari viaggiatori neutrali hanno potuto vedere gli effetti delle violenze su donne, bambini, animali: nessuno è risparmiato in un conflitto che dura ufficialmente dal 1999. Che è stato per anni conflitto internazionale per poi tornare a essere “solo” scontro regionale nel quale però i morti si sono sempre contati a decine di migliaia al mese (per un totale che si aggira attorno ai sei milioni: il maggior numero di vittime dopo la Seconda guerra mondiale).

Profughi affamati persi nei santuari dei gorilla dalla schiena d’argento che si cibano dei primati già in via d’estinzione; gli abitanti di interi villaggi schiavizzati per l’estrazione dei tesori del sottosuolo: dal coltan ai diamanti; le giovani brutalizzate dalle milizie (e talvolta anche dai membri della missione delle Nazioni Unite); continui episodi di pulizia etnica nell’intricata composizione razziale: l’intervento dei militari dell’Onu in questi casi si è spesso risolto con la morte e la cacciata degli stessi difensori, sempre più demotivati e attenti a non incappare in mezzo ai combattimenti. Tutto ciò compone un quadro del fallimento lungo due decenni, misurabile in decine di miliardi di dollari e milioni di morti. Chi si domanda a cosa possano servire ancora le Nazioni Unite al tempo del disincanto e del disimpegno umanitario, quasi mai volge lo sguardo verso il Congo, dove l’Onu ha dal 1999 la più complessa (e compromessa) missione di peacekeeping della sua storia.

L’operazione-agonia prolungata ancora

Nel palazzo di Vetro di New York in primavera s’è deciso comunque di prolungarla d’un anno ancora, fino all’aprile prossimo: faranno vent’anni esatti (prima sotto il nome di Monuc poi di Monurso) di questa mastodontica operazione multicontinentale (sul terreno africani, asiatici, americani ed europei) scossa da scandali d’ogni genere e dalla reputazione d’inefficacia e irrilevanza comprovata negli anni.

Dispiegati per controllare e sedare gli scontri che ciclicamente si accendono tra bande armate in lotta per interessi etnici, economici o territoriali, i caschi blu hanno raggiunto in alcune fasi le 20 mila unità, ridotti periodicamente di qualche migliaio per abbassare i costi annui della missione che si aggirano costantemente sopra il miliardo di dollari.

Luogo senza speranza dimenticato da tutti

La mega-missione stancamente arranca nell’inedia e nel disinteresse della comunità internazionale; la sua sopravvivenza è costellata di denunce più o meno grandi sulle esazioni dei suoi membri, la sua notorietà affidata ormai solo a episodici resoconti delle organizzazioni umanitarie religiose che ancora seguono le vicende del Congo come luogo senza speranza né carità. Il resto del mondo non sa nemmeno più che l’Onu è lì per dei motivi che la maggior parte dell’opinione pubblica non ha nemmeno mai conosciuto. Lentamente muore sbiadendo nell’indifferenza l’alto ideale delle Nazioni Unite, ridotto a testardo mantenimento di una crisi che nessuno non solo è capace di risolvere, ma addirittura di continuare a vedere.

La battaglia di Anna in difesa della biblioteca di quartiere a Piacenza

Il nome promette bene: Leonida. Ma il protagonista di questa piccola e bella storia iniziata circa un anno fa non è un guerriero. È una gentile e tenace signora di nome Anna, che si è messa in testa di difendere la biblioteca della Besurica, quartiere di periferia piacentino nato negli anni Settanta. Ogni tanto succede. La voce di una ristrutturazione dei servizi, l’idea che al posto di una biblioteca molto frequentata stia meglio, in tempi di sicurezza, un presidio dei vigili urbani, e subito cittadini che approvano. Succede però anche, sempre ogni tanto, che si metta di traverso educatamente, ma cocciutamente un cittadino amante della partecipazione. Anna, impiegata, mamma di un giovane tirocinante, figlia di una ragazza della Resistenza, proprio non ha capito, spiega, perché quando si progetta una città, socialità e cultura debbano finire per prime sul tagliere.

Così, ha stretto alleanza con altri cittadini, coinvolto un’associazione (“Nuovi viaggiatori”) e ha iniziato a obiettare. Con garbo. Ha pure costituito di recente un gruppo di lettura per presidiare meglio il luogo amato. Si sono trovati a commentare il primo libro l’altro pomeriggio, continuando a discutere per un’ora fuori dalla biblioteca fino all’imbrunire. E se il concetto di “gruppo di lettura” richiama donne colte con tempo da occupare, qui le 25 persone che si sono incontrate sono popolo allo stato puro. Che difende con umile fierezza una risorsa a cui non capisce perché rinunciare. “Non ci siamo costituiti in comitato”, spiega Anna. “Valuteremo se farlo. Anche l’idea che sta venendo fuori delle social street mi affascina. Per ora, vesto i panni del ‘facilitatore’, dell’animatore:tengo i contatti, faccio proposte, cerco di costruire ponti tra le persone. La rete, in fondo, è come il lavoro a uncinetto: devi avere molta pazienza. Il nostro sogno è quello che la biblioteca metta radici, grazieal nostro aiuto.Perciò abbiamo presentato al Comuneun progetto dal nome “Besurica insieme”, proponendo che la biblioteca si rafforzi e si integri con altre realtà del quartiere e dintorni: parrocchia, centro diurno anziani, associazioni, scuole ecc., insomma, tutto quel mondo che si affaccia sul grande giardino della Besurica da poco dedicato alle vittime di mafia. Vogliamo progettare e realizzare iniziative culturali e sociali gratuite, il più inclusive possibile”. È nata così un’idea dal nome stuzzicante: la “banca dei talenti”. Per dire che il quartiere custodisce cose preziose su cui investire, grazie alla generosità dei singoli. Cose da offrire agli altri per stare meglio tutti insieme.

Come già fa Marco, pensionato appassionato di scacchi, che tiene un corso gratuito da maggio. O Tommaso, ex prof di matematica, reduce da un mini corso di preparazione alla prima superiore a cui hanno partecipato 18 ragazzi entusiasti reclutati in una settimana. O come si accinge a fare Ottavio, tecnico chimico in pensione che prossimamente istruirà i suoi concittadini su inquinamento e qualità delle acque. O Gianni, che sta preparando proprio con Anna un piccolo laboratorio di storia e memoria locale del quartiere. È nato insomma un piccolo movimento creativo, fatto di gesti e di presenze. Il dono di Attilio, per esempio, ottantanovenne vedovo e solo, che ha citofonato ad Anna portandole borsoni di libri a lui cari da devolvere alla causa. O il lavorio di Maria Rosa “che da un anno ci presenta l’un l’altro, con entusiasmo e discrezione, dando le basi a questo piccolo movimento. L’ho conosciuta a un’assemblea in biblioteca. ‘Un anno fa moriva mio marito’ mi ha sussurrato, ‘Non potevo stare in casa. Qui mi sento meglio’”. Anna snocciola tanti nomi: Nella, Luigi, Luciana, Mariuccia, Nanni, anche don Franco il parroco. E non manca il farmacista. Precisa pure che non vogliono contrapporsi a chi rivuole i vigili o ad altre associazioni che desiderino uno dei locali della biblioteca. Ripete come un mantra quella formula, “soluzione inclusiva”, accendendo un’idea che di questi tempi appare rivoluzionaria: c’è posto per tutti. Come andrà a finire la pacifica lotta dei nostri beniamini? “Il Comune ha mostrato negli ultimi mesi segni di apertura e questo ci fa sperare: già collaboriamo con le bibliotecarie e organizziamo attività in proprio”. Nei tempi delle urla e degli annunci a vuoto questi gruppi di persone che fanno in silenzio, e in silenzio ottengono, e costruiscono gratis, suonano come meraviglioso controcanto. In Italia ce ne sono migliaia. Che diventino finalmente il nostro modello.