Il Deltaplano ferisce l’Umbria

Chi ti dice “non c’è alternativa”, di solito ti sta fregando. Specialmente se a non avere alternativa è il consumo di suolo, il cemento, la speculazione. E specialmente se te lo dice la politica, che da gran tempo e da ogni parte ha rinunciato ad una qualunque pedagogia civile, o anche solo a non assecondare i peggiori sommovimenti della pancia dei sudditi.
È quel che succede a Castelluccio di Norcia, in Umbria: dove, lunedì scorso, la Regione Umbria e il Comune hanno inaugurato il “Deltaplano”.
Cos’è, il Deltaplano?
Il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno, ha minacciato di querelare chi lo ha definito “centro commerciale”: così lo chiameremo, come fanno lui stesso e la presidente della Regione, Catiuscia Marini, una “struttura con attività ricettive e commerciali” a forma, appunto, di deltaplano.

Una struttura di 11.000 metri quadrati, di cui 6.500 al coperto progettata dall’architetto Francesco Cellini (definito sobriamente archistar dalle autorità locali), per ospitare venti esercizi commerciali, tutti dotati di “veduta panoramica”. Costo dichiarato: 1.263.318,52 euro, a carico di Regione Umbria e Protezione civile – mentre la Nestlé, sponsor annunciato, si è poi defilata.

Ebbene, qual è il problema? Almeno due sono i peccati mortali: d’opera e d’omissione.

L’opera. Siamo in un Parco naturale, quello dei Monti Sibillini. E siamo sui Piani di Castelluccio, un altopiano di bellezza sconvolgente, uno dei paesaggi più indimenticabili che io abbia mai visto. Un paesaggio che a giugno, con la superba fiorita, si veste di un manto cromatico senza eguali, che sembra gareggiare con i Monet, o meglio con i Pissarro, più visionari. Ora, in questo angolo di paradiso nulla si sarebbe mai potuto costruire senza il ruolo determinante del Grande Tentatore: il maledetto terremoto, che alle 7.40 del 30 ottobre 2016 ha raso al suolo Castelluccio. E che ora, in nome della gestione dell’emergenza, ha permesso di aggirare vincoli, leggi e procedure consentendo di sbancare suolo vergine e di tombarlo con una gettata di cemento che serve a sostenere la struttura sedicente ecologica.

L’ipocrisia formale che ha permesso tutto questo è lo statuto di “temporaneità” dell’opera. Ma è un’illusione ottica, o peggio un inganno. Il perché lo ha spiegato benissimo l’urbanista e territorialista Laura Colini sul portale berlinese Tesserae: “La clausola che permette la realizzabilità del progetto è la temporaneità. Nell’urbanistica italiana la ‘temporaneità’ ha tempi paurosamente elastici specie quando non c’è un piano e una volontà politica che ne determini la sua precisa durata. Nel caso del Deltaplano, la temporaneità andrebbe pianificata fissando esattamente la vita della costruzione a Castelluccio (non i generici 15-20 anni), e un definendo un piano per lo smaltimento da un punto di vista logistico, funzionale ed economico. Una volta costruito, il Deltaplano è lì e ci starà a lungo: è tecnicamente smontabile ma non temporaneo. Non ci saranno probabilmente fondi per smantellarlo, non si saprà dove metterlo, e si farà a gara per decidere cosa farne. Forse tra 50 anni quando le strutture portanti, tanto all’avanguardia oggi saranno obsolete, allora si penserà alla dismissione, ma intanto il Pian Grande sarà sempre più urbanizzato, pezzo dopo pezzo, dalle strade, dalle auto e dalla turistizzazione insostenibile che occuperà anche questo pezzo di paradiso”. Ecco il problema: non solo l’esistenza di questo brutto (si può dire?) edificio in un luogo che doveva il suo fascino anche all’assenza di simili ombre, ma soprattutto il modello di sviluppo insostenibile che il Deltaplano si porta dietro, e che innescherà una urbanizzazione e una commercializzazione del luogo, queste sì, sicuramente definitive.

Accanto all’opera, l’omissione. Mentre la presidente dell’Umbria, Catiuscia Marini, inaugura il non-centro-commerciale, solo il 7% dei cantieri per ricostruire le abitazioni è partito: negozi sì, case no. E non parliamo del patrimonio culturale diroccato, su cui ancora piove e nevica. I soldi spesi nel Deltaplano non sono stati utilizzati per ritirare su le case antiche di Castelluccio, magari usando le tecniche originarie. Né si è pensato (ecco l’alternativa possibile: che c’è sempre) di destinare agli esercizi commerciali oggi nel Deltaplano l’area orientale del paese, quella delle vecchie stalle mai recuperate: come nel luglio scorso esortava a fare, per esempio, l’architetto Carlo Brunelli, in un intervento coraggioso e lucido fin dal titolo: “Castelluccio merita qualcosa in più della solita, squallida speculazione”.

E gli abitanti di Castelluccio, che pensano? La maggioranza apprezza il Deltaplano, e applaude il sindaco e la presidente della Regione.

Come non capirli? Abbandonati da tutto e da tutti già ben prima del terremoto, anime morte di quelle aree interne di cui davvero nessuno, sulle coste e nelle grandi città, sembra conservare memoria. Quale politica ha detto loro che, sì, un’alternativa è possibile? Che non sono obbligati a scegliere tra lo stravolgimento del loro territorio e della loro storia e una lenta morte per fame e oblio collettivo? Quale pedagogia civile, ambientale, economica è stata esercitata da coloro che avevano e avrebbero i mezzi culturali e decisionali? Quale reale partecipazione è stata attuata?

Nulla di tutto questo è avvenuto, e una classe dirigente e politica drammaticamente non all’altezza ha colto l’“occasione” del terremoto per dare l’illusione di aver finalmente fatto qualcosa per città ed aree che aveva colpevolmente dimenticato.

È sempre così: come se l’ostacolo al governo del territorio fossero le regole, e non le spinte speculative e l’inadeguatezza di chi, incapace di gestire l’ordinario, si getta a corpo morto sul treno – anzi, sul deltaplano – dell’emergenza.

Da ragazza a Barbie che vale 30 milioni: “Un potere pazzesco”

Come quelli un po’ cialtroni dell’Olimpo, anche gli dei del web hanno tutte le nostre vite in mano, ci giocano e si annoiano. Annoiandosi, architettano misteri. Così accade che una giovane donna, Chiara Ferragni, 31 anni, bianca di pelle, bionda di cuore, nativa del grande schermo d’Occidente, fotografata, selfizzata, instangrammata, snapchattata, laikizzata e infine condivisa più o meno 100 milioni di volte a settimana da 10, 20, 30 milioni di bimbe sole, ragazzini soli, ammiratori, ammiratrici, odiatori & seguaci, navigatori compulsivi di eterna e depressa adolescenza, tutti di razza umana, tutti viventi nel medesimo schermo dei desideri in offerta speciale, sia in definitiva e resti fino a oggi – nonostante il cospicuo guardaroba di sorrisi tristi e camicette allegre – quasi del tutto inspiegabile.

Un enigma. Intendendo enigma per noumeno, realtà inconoscibile, però pensabile, come lo zero, come l’infinito. Che a moltiplicarli insieme, sempre zero danno, cioè un vicolo cieco dove si resta intrappolati. E questo a dispetto del bimbo Leone che ha appena scodellato nella nursery social; del matrimonio a Noto che ha appena celebrato, “il matrimonio dell’anno!”; del fatturato in milioni di euro che ha appena incassato. E dei paesaggi veri o verosimili con cui da dieci anni arreda la sua vita in pubblico, dentro la quale ha appeso solo merci sponsorizzate, cominciando dalla sua prima borsa “la mia Speedy Bag di Louis Vuitton, indimenticabile!”. E compreso il suo compagno di bimbo, di matrimonio e di fatturato: Federico Fernando Lucia, in arte Fedez, 28 anni, rapper di buona fattura e sorprendenti parole in rima, non per nulla fabbricato alla periferia della canzone italiana con melodia crescente e rabbia fatalmente in declino, visto che nacque proletario, respirando l’asfalto di Buccinasco e ora nuota nel superattico e nella bambagia neo yuppy di City Light, Milano centro, come è giusto che sia, proprio secondo le regole di ascesa sociale che faceva finta di odiare. E vergognandosene almeno un po’ si va progressivamente cancellando dentro al nero dei tatuaggi, sperando di farla franca, anche a dispetto delle regole di insurrezione anarchica che faceva finta di amare.

Chiara e Fedez – eroi di un vertiginoso successo sul palcoscenico degli sguardi, dei desideri, dei punti esclamativi – sono una coppia specchiante. Una coppia a quattro zampe, direbbero gli psicoanalisti. Respirano nella stessa inquadratura virtuale di ieri, di oggi e forse persino di domani. Ma restano distinti come il giorno e la notte. Lui è dritto per dritto. È così come lo vedi, il bello e tenebroso dell’ultimo banco. La dannazione dei presidi e il sogno erotico delle supplenti. Il gansta rapper che pattina sul proprio specchio: “Mangio pane e malavita, pippo polvere da sparo”, ma lo fa prudentemente, con la mamma manager e il contrattino da giurato di X Factor, dove non distribuisce metanfetamina o pallottole, ma ricette per fare carriera nel buon senso e nel bel canto. Lei no. Chiara Ferragni non sai come prenderla anche se sai com’è fatta. Abita nel black mirror di un inquieto futuro già presente, sebbene venga da un passato assai rassicurante. È nata tra i torroni e la mostarda di Cremona. Famiglia di media borghesia. Due sorelle, lieta infanzia, buone scuole. Padre dentista in perpetua forma jogging detto @paponemarco. Madre che sembra la quarta sorella bionda, Marina Di Guardo, allegra più di tutte, sebbene circondata dai molti cadaveri dei suoi thriller, pubblicati a tiratura crescente, grazie alla locomotiva di casa che lei si ostina a chiamare “la mia Chiarotta”.

La quale è venuta su dal nulla della sua cameretta sversata in Rete, moltiplicando quel nulla all’infinito: “Ho cominciato a 15 anni fotografandomi 50 volte al giorno”. Papone non capiva: “Perché lo fai?”. E a onor del vero neanche lei capiva: “Non lo so, ma mi va di farlo”. A intuire che quell’impulso non era un gioco, ma una vocazione, ci pensò il fidanzato di allora, Riccardo Pozzoli, bocconiano col ciuffo, il quale le spiegò che quella misteriosa attitudine si chiamava personal branding: una emissione di luce nella notte in cui tutte le identità sono grigie. Un sentiero da costruire aprendo il guardaroba e disponendolo – inquadratura dopo inquadratura – fino a formare un sentiero fatto di magliette, gonne, scarpe, smalti, collanine, borse, borsette, tutti sassolini bianchi per trovare la propria strada, tutti segnali di felicità portatile per i followers, i seguaci, che erano 15 mila alla fine del primo anno. Non molti, ma abbastanza da trasformare il gioco in un lavoro e il lavoro (finalmente) nel benedetto denaro, l’equivalente di tutte le merci, comprese quelle esposte da Chiara, coniugando tre verbi solamente: indossare, sorridere, essere. Più il quarto decisivo: diventare.

Così nacque il sito Blonde Salad, insalata bionda, il 12 ottobre 2009, non per nulla anniversario della scoperta dell’America, stavolta in versione fashion blogger: “Una sorta di territorio dove le persone potessero entrare, conoscermi, uscire, tornare”. Chiara diventa cibo per gli smartphone. Diventa moda di nicchia, poi tendenza di massa. Infine influencer. Se ne accorgono i grandi marchi, i pubblicitari, la televisione. “Un giorno sono cominciati gli inviti, prima la Settimana della Moda di Milano, poi le agenzie, poi Chiambretti”. Quando nel 2013, in piazza Duomo, presenta il suo libro – che poi sono consigli di stile, dritte per vestirsi, raccomandazioni “per super divertirsi!” – arrivano duemila ragazzine bionde come lei, magre come lei, vestite come lei.

In loro nome scala il cuore del web più di tutta la concorrenza. “Mi amano, mi seguono”. Prima un milione di seguaci, poi il doppio. Poi il doppio del doppio. “Oggi parlo a 13 milioni di persone senza filtri. È un potere pazzesco!”. Vola a Los Angeles, dove compra casa e ufficio. Disegna un logo, firma scarpe, accessori e assegni. Ha fatturato 10 milioni di dollari nel 2015, quest’anno la sua attività di impresa digitale vale il triplo, ha una squadra di assistenti, dalla quale è stato appena escluso il suo ex fidanzato. Il suo blog è diventato “una piattaforma ispirazionale”, una miniera del product placement. A cominciare dal suo corpo arredato con 22 tatuaggi, l’ultimo è un planisfero, il mondo che ha appena conquistato. Secondo la rivista Forbes è “tra i 30 giovani più influenti al mondo”. Ma nessun analista – o poeta, o manager, o esorcista – sa spiegare perché. Chiara Ferragni non canta, non balla, non recita, non si spoglia, non fa scandali, a parte il bimbo spedito dal primo giorno a succhiare il latte artificiale del web. Sta da sempre seduta al primo banco. È bella, ma non bellissima. È stirata, ma mai elegante. È allegra, ma con il sorriso triste. Non è fredda, non è mai calda. Scrive adolescente e pensa standard: “Io sono il boss di me stessa”; “Non sono mai andata dallo psicanalista, ma mi farebbe super piacere farlo”; “Una donna è molto più di un corpo”. Ma sa essere paradossale: quando Mattel annuncia di avere messo in produzione una Barbie a sua immagine, esulta. E al contrario della fiaba, dove è il burattino di legno che desidera diventare un bimbo in carne e ossa, dice: “Sono una Barbie, il mio sogno da bambina è diventato realtà”.

Chiara Ferragni è un vaso di Pandora a fin di bene. Una Cenerentola che distribuisce scarpine di cristallo a milioni di sorelle. Ma è anche un talento che si sceglie il principe, lo fa inginocchiare all’Arena di Verona e infine se lo sposa, rivestito Versace, mentre intorno danza la luce di 10 mila telefonini trillanti a registrare l’istante.

Il tutto vidimato da contratti, un centesimo di argento a selfie, per un totale, dicono a consuntivo dello sposalizio, di 36 milioni di euro. Più o meno quanto una media azienda. Anche se fatta di nulla. Ma un nulla che consola. E che poi sarebbe il vero segreto che Chiara custodisce, davanti agli indistinti spettatori, disponibili a credere in tutto quello che vedono, salvo che a se stessi.

Nazionalpopolare addio, ci sono solo le mega-nicchie

Qualche sera fa ero ad uno show-cooking con mio figlio. Lui non aveva la più pallida idea di chi fosse il “social chef” da cui lo avevo trascinato nonostante il tizio che cucinava polpette avesse 200.000 follower su Instagram. Mentre quello spadellava, mio figlio tredicenne sbirciava dei video di tale Ninja, 18 milioni di iscritti su YouTube, che io non avevo mai sentito nominare. Finito lo show-cooking una signora che mi segue su Facebook è venuta a salutarmi con sua figlia, 8 anni, che ovviamente non sapeva chi io fossi (ho 2,5 milioni di follower tra i vari social). Ho chiesto alla bambina: “Anche tu seguivi Ninja su YouTube come mio figlio mentre si parlava di cottura del pomodoro?”. E lei: “Mai sentito Ninja, a me piace Elisa Maino”. Io non sapevo chi fosse Elisa Maino e quindi ho chiesto supporto a mio figlio. Che non aveva mai sentito nominare Elisa Maino, una quindicenne con 2 milioni di iscritti su musical.ly. Morale: ognuno di noi, in una fascia di età tra gli 8 e i 45 anni, aveva il suo influencer di riferimento e ignorava l’influencer di riferimento dell’altro, nonostante tutti i nomi citati avessero un numero di seguaci che neanche Osho ai bei tempi.

Tornando a casa ho pensato all’evoluzione dei social negli ultimi 15 anni, dall’avvento dei primi blog di successo a Facebook, Youtube, Twitter e Instagram. In principio fu la parola, oggi la comunicazione visiva la parola l’ha spazzata via. Quei diari virtuali che furono i blog sono stati tumulati da tempo. Mentre Facebook (che ha sostituito i blog) è in affanno (-40% di iscritti tra i giovani nell’ultimo anno), Instagram vive una sorta scatto della pubertà, +36% di utenti all’anno. Idem musical.ly (in cui si balla cantando in playback), più di 4 milioni di iscritti in Italia.

I primi influencer scrivevano molto e finivano nei salotti tv o su qualche pagina di giornale, i nuovi influencer scrivono poco e della tv non hanno bisogno, i loro canali hanno più pubblico di metà palinsesto televisivo globale. Un pubblico enorme, perché parte dall’età in cui un bambino riesce a far scivolare il dito sullo schermo dell’iPad. Dunque, non sono più la tv, le case discografiche o la libreria a eleggere l’influencer. È l’influencer 2.0, al limite, a regalare numeri e influenza alla tv e a fare e disfare le classifiche. Chiara Ferragni, non a caso, nasce nel 2006, ma è la crescita esponenziale di Instagram a regalarle la straordinaria popolarità degli ultimi due anni. Il matrimonio di Fedez e la Ferragni ha contato 3 milioni di spettatori sulle dirette Instagram, più spettatori di molte prime serate tv. La storia su Instagram di una Giulia De Lellis qualunque ha un milione di views di media. Il libro di Iris Ferrari, 15 anni e star di Youtube, è stato primo in classifica generale per molte settimane, davanti a quello di altri due youtuber.

Molti influencer finiscono poi per fidanzarsi tra di loro con un travaso reciproco di follower dal proprio account a quello dell’altro. (Francesco Sole e Sofia Viscardi ai bei tempi, per esempio). Morale: oggi, in Italia, un quattordicenne può avere un pubblico di 5 milioni di follower perché canta in playback o gioca live a Fortnite. Favij, lo youtuber più famoso, ha video da 17 milioni di visualizzazioni. Il discorso a reti unificate di Sergio Mattarella a Capodanno ha fatto sei milioni di spettatori.

Oggi gli influencer hanno i numeri del nazional popolare senza essere necessariamente nazional popolari. Parlano a nicchie affollatissime di cui la nicchia affollatissima e confinante non si accorge nemmeno. Ed è così che ragazzini che si tagliano i primi baffi col rasoio, si ritrovano con responsabilità immense (oltre che con hater e insulti da metabolizzare in piena adolescenza), di cui neppure si rendono conto. Alcuni reggono il peso, altri no (la youtuber Greta Menchi ha più volte pubblicato video in lacrime in cui raccontava quanto fosse difficile gestire la popolarità), alcuni inciampano in errori eclatanti (lo youtuber americano Logan Paul filmò divertito un impiccato nella foresta dei suicidi in Giappone e lasciò temporaneamente Youtube) ma, in linea di massima, nessuno utilizza il proprio seguito per lanciare messaggi positivi. Qualcuno (più adulto, va detto) come Clio make up utilizza il suo seguito per parlare di accettazione di sé e del proprio corpo, Iris Ferrari ha parlato di bullismo, ma per il resto, non si ricorda un’iniziativa seria, strutturata di una Chiara Ferragni o di un Favij per educare i ragazzini all’utilizzo dei social, per esempio.

Ho chiesto al tredicenne della famiglia se si ricordi uno youtuber che gli abbia insegnato qualcosa di bello. Mi ha risposto: “A Fortnite c’è un tizio abbastanza famoso che si fa dire i nickname di chi ti ruba le armi nel videogioco in modo scorretto e poi per fare giustizia anche per te, lo va a ammazzare”. Nel videogioco, sia chiaro.

Insomma, l’unica lezione di vita di mio figlio da un gamer è, per ora, l’importanza del regolamento di conti. Direi che gli influencer possono fare di più.

Re Influencer: chi comanda oltre la Ferragni

Sul pavimento di marmo di un’anticamera che lascia immaginare una enorme casa di Miami, esattamente una settimana fa qualcuno ha passato una grande spazzola piatta. A ritmo di musica, muovendo il bacino dalle forme toniche e perfette, un enorme sorriso sul volto e i lunghi capelli chiari, Michelle Lewis faceva le pulizie, in diretta Instagram, guadagnando in 30 secondi poco meno di un operaio in 8 mesi. La 32enne venezuelana è una delle influencer del fitness più pagate al mondo, Forbes l’ha inserita tra le dieci più eminenti, su Instagram è seguita da 13,2 milioni di fan. Alle domande del Fatto , risponde un membro del suo “management”, A.J. “Michelle lavorava in una clinica prima di andare negli Stati Uniti. Ha iniziato a fare la modella e ha aperto i profili di Facebook e Instagram. Lì ha iniziato a mostrare i suoi esercizi di fitness, ma in un modo diverso”. Diverso in che senso? “Tutti gli altri erano duri, mentre Michelle lavorava col sorriso. È diventata la ragazza della porta accanto con un corpo raggiungibile per i suoi follower”.

Nel mondo del marketing lo definiscono “influenzare” gli utenti, chi è dentro preferisce parlare del più nobile “ispirare”. “I suoi video sono per metà educativi e per metà divertenti”. Le ragazze la vedono come modello, i ragazzi la scelgono “perché è più piacevole farsi istruire da una ragazza”. E così, pesi in spiaggia, pesanti sequenze di fitness in giardino, flessioni e addominali nella sala. I suoi muscoli sono scolpiti. “Ammettiamolo – scrive in un post – ci alleniamo per star bene con noi stessi ma anche per stare bene nudi”. Michelle ora è proprietaria del suo marchio di abbigliamento sportivo, one0one.com, di una linea di integratori, di app di allenamento e firma le attrezzature per l’allenamento domestico. Ma quando pubblicizza un prodotto altrui sui suoi canali si fa pagare tra i 20mila e i 25mila dollari per ogni post. Tantissimo rispetto alla media.

La giungla degli influencer è piena di esemplari. Sul podio del fashion internazionale resta l’italiana Chiara Ferragni (di cui trovate un ritratto dettagliato a pagina 8), con i suoi 15 milioni di seguaci su Instagram, il social network di riferimento dei nuovi idoli dei marchi. Le aziende pagano fior di quattrini per far comparire i propri prodotti nelle foto di questi influencer, che li pubblicizzano ormai senza nasconderlo. Anzi. La Ferragni ha sempre sostenuto che era proprio questa trasparenza la forze dei suoi scatti. Le apparenze piacciono e rendono: si stima che su Instagram le aziende paghino in media mille dollari ogni 100mila follower, su Youtube sono cento ogni mille visualizzazioni. Sono nati imperi, società per azioni con tanto di dissidi interni e strane dinamiche. Sempre in casa Ferragni, la settimana scorsa c’è stata una lotta interna per decidere il nuovo consigliere del cda dopo l’abbandono dell’ex fidanzato, Riccardo Pozzoli. Unica stranezza: a guardare l’ultimo bilancio della società Serendipity, che gestisce accessori e scarpe col nome della blogger, si notano ricavi per 1,7 milioni di euro (1,5 nel 2016) ma con un utile netto di soli 273mila euro. Anche gli utili precedenti erano stati molto bassi, poche migliaia di euro.

La moda,però, non è l’unico regno degli influencer, anzi. Sul podio dei più cliccati, e quindi più pagati, c’è il settore dei videogames. Il fenomeno è interessante: milioni e milioni di teenagers spendono il loro tempo a guardare su Youtube altri ragazzi giocare ai videogame. Nel 2017 Forbes ha incoronato lo Youtuber Markiplier. Il suo vero nome è Mark Fischbach: quando ha creato il suo canale YouTube nel 2012 era nel pieno di uno sfogo emotivo. Nato alle Hawaii, era uno studente di ingegneria medica di 22 anni all’Università di Cincinnati. “Quell’anno ho rotto con una ragazza, sono stato licenziato, ho avuto un tumore alla ghiandola surrenale – ha detto. – È stata una serie di eventi sfortunati: avevo bisogno di qualcosa sotto il mio controllo”. Ha iniziato a guardare i video di altri creatori di giochi, imparando e decidendo come differenziarsi. La sua specialità sono i videogiochi horror e indipendenti. Gli introiti di questi youtuber arrivano dalle pubblicità del canale video, meno dal product placement: Markiplier guadagna circa 5,5 milioni di dollari all’anno, l’altro famosissimo dei videogame, PewDiePie ne guadagna 15.

Per il cibo, ci spostiamo in Italia. Gli influencer dei fornelli nascono quasi tutti come food blogger, la loro notorietà è scaturita dalle ricette che hanno condiviso scrivendo online con gli utenti. Chiara Maci su Instagram è Chiarainpentola, 423mila follower, nelle foto piatti gustosi e qua e là prodotti sponsorizzati. “Chiarainpentola nasce per dare continuità al blog chiaramaci– spiega – . L’obiettivo è raccontare il cibo. “Non ho mai avuto la presunzione di insegnare, quanto di trasmettere il mondo della cucina, casalinga o di alto livello”. Il suo modello di business è semplice. “Scelgo le aziende con cui lavorare, costruisco un progetto, racconto a modo mio un prodotto o un servizio e lo faccio da quando ancora gli influencer non esistevano”. Oggi i blog contano poco, “perché conta sempre meno la scrittura. Le nuove leve vivono di foto perfette, video brevi e comunicazioni veloci. Io della scrittura ne avevo fatto un mio cavallo di battaglia e continuo a credere che tornerà di moda, prima o poi”.

New York. A guidare la redazione di The Points Guy, in cui ci sono circa 20 giovani redattori, è Alberto Riva, un giornalista milanese approdato lì dopo 20 anni come reporter “tradizionale”. The Points Guy è Brian Kelly, incoronato da Forbes come il più importante influencer nel campo dei viaggi. Dieci anni fa era recruiter per Morgan Stanley e si è accorto che qualcuno doveva fare chiarezza su come utilizzare al meglio i punti mille miglia. Da allora, la scalata. Il suo sito, nato come blog nel 2011, fa 6,6 milioni di utenti unici al mese: “Siamo uno dei siti di notizie più importanti degli Stati Uniti – spiega Riva –. Il mese scorso, a un incontro con il presidente di Emirates, c’erano i maggiori quotidiani Usa. E noi”. Le entrate arrivano dalle società di carte di credito, in commissioni ogni volta che un consumatore richiede una carta o un servizio tramite i loro link. “Un volume d’affari enorme. Tutte le recensioni, invece, sono autonome. Viaggi, alberghi: li paghiamo di tasca nostra”. È una sorta di influencer etico: “Oggi gli influencer fanno patti del tipo ‘ho tot seguaci, tu ci fai stare in hotel gratis e scrivo che è fighissimo’: ma per noi non esiste”. Quanto è importante la figura di Brian? “Rimane The points guy, un asset fenomenale in termini di branding. È il principale attrattore, anche se non unico. Senza, avremo sicuramente una storia diversa, di successo ma minore in termini numerici”.

“Rifaccio la sinistra unita: senza sfigati alle Europee”

“Tra il ministro dell’insicurezza nazionale Salvini e il suo collega Toninelli che chiudono i porti, io scelgo le ong, uomini e donne che salvano la gente in mare”.
Luigi de Magistris, sindaco di Napoli, ha passato una estate fatta di poco mare e tanti incontri, al Sud come al Nord e sul governo Conte ha le idee chiare: “Tra chi come Di Maio vuole restringere il campo dei diritti, io sto con chi il campo vuole allargarlo. Io sto con i feriti di Bari e non con un governo che, in violazione della Costituzione, fa vivere e sostiene organizzazioni nazifasciste. Io sto con chi non si rassegna allo stato attuale delle cose e vuole costruire un vero governo del cambiamento che faccia da argine al ritorno di Berlusconi e di una destra xenofoba, razzista e antidemocratica egemonizzata dal ministro e vicepremier Salvini”.

È iniziata la lunga marcia di DeMa, il suo movimento?

Il laboratorio Napoli viene visto come un punto di riferimento, per chi in un momento oscuro ha resistito e lavora dal basso per la piena applicazione della Costituzione. Il nostro movimento si mette a disposizione per unire le forze democratiche e popolari del nostro Paese: reti civiche, coalizioni popolari, movimenti, associazioni, militanti di partito che non hanno tradito, per arginare l’avanzata delle destre.

Quindi liste alle europee?

Siamo disponibili ad esserci, ma a determinate, insopprimibili condizioni. La prima che non deve essere la confederazione degli sfigati o della sinistra radicale o di tutti quelli che stanno a sinistra del Pd, un mosaico che già è stato sconfitto e che non ci appartiene. Altra condizione: l’unità delle forze in campo. È impensabile che di fronte ai tre poli che ci saranno, Salvini con Berlusconi, Di Maio e il Pd, noi andiamo divisi e ci facciamo etichettare come un polo di una sinistra vetusta e con idee novecentesche. A noi interessa costruire, mettere in campo movimenti, reti civiche, chi ha lottato da Sud a Nord per l’acqua pubblica e contro le discriminazioni razziali, tutto quello che si è visto in questi anni, tutti coloro che non si sono rassegnati. Sarà matura già per le europee questa alternativa alle destra? Non lo so, ci stiamo lavorando.

Come giudica l’esperienza di governo del M5s?

Il Movimento si è assunto una grave responsabilità politica, che rischia di diventare storica: aver fatto diventare maggioritario chi era minoranza, Salvini, alleato di Forza Italia. Berlusconi non è un oppositore di questo governo, è nel campo di questo governo. I Cinquestelle hanno preso il 32%, un voto per il cambiamento contro Renzi e Berlusconi. Al Sud hanno avuto consenso non certo per allearsi con un antimeridionale come Salvini. Come orientamento politico questo è il governo più a destra della Repubblica e Salvini appare esserne di fatto il capo politico. Impone temi, mostra i muscoli e ha ridotto l’Italia ad essere vista e giudicata nel mondo come un Paese razzista. Un abominio.

Di Maio sembra inseguire Salvini quando plaude alla eliminazione delle ong nel Mediterraneo e annuncia il reddito di cittadinanza solo per gli italiani.

Tutto ciò è vergognoso, la regola è prima le persone come dice la nostra Costituzione che sui diritti non fa distinzioni di confini. Sono i governi precedenti, compresi quelli che vedevano presente la Lega di Salvini, ad aver trasformato l’immigrazione in una bomba sociale.

Quindi lei è pronto a raccogliere l’implosione del M5s e del Pd, a dare una casa politica a delusi e scontenti?

Non sono così presuntuoso. Diciamo che mantengo un dialogo significativo con esponenti importanti del Movimento, riconosco che nel governo ci sono componenti che lavorano perché ci sia un cambiamento, sono consapevole che in molte aree del Movimento c’è un disagio forte per la deriva profondamente salviniana, estremista, di destra, eversiva, della politica governativa. Attualmente vedo l’asse Di Maio-Salvini blindato, almeno fino alle elezioni europee. Ma appena i nodi verranno al pettine e si renderanno conto che tutto quello che hanno promesso non riusciranno a realizzarlo, il nemico diventerà l’Europa. Propaganda. Invece dei segnali possono e devono essere dati subito.

I Cinquestelle puntano sul reddito di cittadinanza.

Di per sé è una misura necessaria per tamponare le tante povertà create dalle politiche liberiste. Detto questo, si tratta di una misura che non ha un valore strutturale, chi pensa che sia una panacea sbaglia. Non è un processo di emancipazione dalle povertà che fa esplodere diritti, a cominciare da quello al lavoro. Il governo cominci a dare un segnale togliendo vincoli normativi e finanziari che strozzano le autonomie locali. Il Paese riparte se si creano le condizioni affinché nei territori si possa investire, creare lavoro. Chi pensa di far svoltare l’economia con la flat tax e con un po’ di briciole per gli affamati sbaglia e pure di grosso.

A Napoli la camorra ricomincia a sparare. Molti chiedono cosa fa il sindaco?

La città va avanti, senza soldi abbiamo fatto una rivoluzione culturale. Napoli da anni è prima per crescita turistica, siamo tra i primi per imprenditoria giovanile da start up, abbiamo una migrazione di ritorno di giovani, 450 produzioni cinematografiche e televisive in tre anni, i luoghi abbandonati vengono rivitalizzati dalle comunità locali con esperienze di governo dal basso, ma io non sono lo sceriffo. Qui le forze dell’ordine danno il massimo. Potrei assumere 150 poliziotti locali, il concorso è già fatto, ma non me lo consentono. Le responsabilità sono del governo e del ministro dell’Interno Salvini, impegnato in modo ossessivo su un solo tema, l’immigrazione.

D’Alema e Marx: “Una miniera d’oro”

Compagno Massimo D’Alema, per la celebrazione del bicentenario di Karl Marx. Accade a Testaccio, quartiere popolare di Roma, all’ex Mattatoio.

Si chiude la festa nazionale di Articolo 1. Sono le otto di sera e ci sono più di cinquecento persone. L’attesa genera un silenzio totale. Dice una compagna dell’organizzazione: “D’Alema è uno dei pochi politici che provoca questo effetto”. Figuriamoci adesso che si riscopre il padre del comunismo, a due secoli dalla nascita e nell’anno zero della sinistra italiana. L’incipit dalemiano è pragmatico. Prima di lui, il filosofo Maurizio Iacono riscopre la necessità di “ricollegare l’aristocrazia del pensiero coi bisogni della gente”. Il rapporto, cioè, tra teoria e politica.

E l’ex premier non si sottrae: “Non è una stravaganza stare qui a ricordare Marx. Sono stato al convegno mondiale sul marxismo organizzato dai comunisti cinesi. La presenza italiana era marginale, ma c’erano 50 professori delle università americane più importanti. Marx non è un cane morto, è una miniera d’oro. Quando c’è una crisi si riprendono in mano i classici”. Parla di Marx, D’Alema, ma dà la sensazione di riferirsi anche a se stesso.

Ovviamente, lui che è stato l’epigono del blairismo italico non può aggirare la sbornia liberal-capitalista della sinistra italiana nella Seconda Repubblica. I risultati sono sotto gli occhi tutti.

D’Alema è giustificazionista sul passato recente: “Se la sinistra italiana ha ceduto all’influenza liberale è perché il capitalismo globale con il suo ritmo di sviluppo ha fatto crollare il socialismo reale dell’Europa orientale e ha mandato in crisi il modello socialdemocratico. Così noi abbiamo avuto una visione liberale pur temperata dai valori del socialismo. Ma il tardoblairismo (Renzi, ndr) è stato catastrofico”.

Poi è arrivata la crisi devastante del 2008 e il pensiero unico neoliberista ha iniziato a vacillare. Solo che il capitalismo finanziario non ha prodotto antagonisti evidenti: “Il terzo libro del Capitale è fondamentale per l’analisi del capitalismo finanziario. Noi siamo cresciuti consapevoli che il modello della fabbrica produceva l’operaio, antagonista del capitalista. Oggi, ci dice Marx, c’è questa magia del denaro che produce denaro e l’estrazione del plusvalore non ha più il suo antagonista storico, l’operaio”. Alle nove di sera, D’Alema continua a ragionare e nessuno fiata. Ancora tutti zitti e seduti. Il futuro della sinistra è marxista? “La rivolta del populismo, risposta regressiva e pericolosa, c’insegna che il dominio dei mercati fa male”. Ergo il finale è un classico dalemiano: “Ritornare al primato della politica per contrastare il dominio del capitalismo finanziario”.

Nel frattempo più prosaicamente, non per volare basso, Articolo 1 dichiara per bocca di Roberto Speranza che non vuole tornare nel Pd, né fare un rassemblement di sinistra radicale. Una terza via, di nuovo. Marx permettendo. Il “militante Marx”, per dirla alla D’Alema.

Meloni da Atreju: “Rifondare il centrodestra, FdI con Bannon”

“Siamo pronti per ricostruire il centrodestra, non un’operazione di restyling pre-elettorale ma la fondazione di un grande movimento conservatore e sovranista che metta al primo posto patria e identità”. Dal palco di Atreju – nel terzo e ultimo giorno della festa di Fratelli d’Italia che si tiene ogni anno a Roma – la sua leader, Giorgia Meloni, lancia un appello per allargare i confini a un nuovo soggetto politico e, in contemporanea con l’intervento di Silvio Berlusconi da Fiuggi, rivendica il proprio ruolo per il riscatto del centrodestra.

Anche se si dice contenta dell’incontro a tre con Berlusconi e Salvini nella prima giornata di Atreju, la Meloni chiarisce che il centrodestra va rifondato dalle fondamenta. “Siamo disposti a mettere in condivisione la nostra casa politica. Il mio è un appello ai Toti, ai Musumeci e a tutti quelli che cercano una casa”. La leader di FdI chiarisce però che serve “un movimento distinto ma alleato con Salvini” con cui ora condivide anche l’adesione a The Movement, l’organizzazione sovranista fondato da Steve Bannon in vista delle Europee. L’ex stratega di Donald Trump, intervenuto sabato ad Atreju, ha infatti chiamato a raccolta “i patrioti dell’Occidente contro il partito di Davos e in difesa del presidente Usa, un uomo di pace che non ha il dito sul grilletto, ma vuole solo che le persone si sentano al sicuro”. Per la Meloni si tratta, insomma, di “una grande occasione per mettere in relazione le nostre idee a quello che sta accadendo nel resto del mondo”, guardando “con interesse anche a realtà come la Russia di Vladimir Putin o all’India di Modri”.

Intanto l’ex stratega della Casa Bianca intervistato da Lucia Annunziata in Mezz’ora in più (Rai3) tornando sulla mancata nomina di Paolo Savona al ministero dell’Economia, ha detto che “il suo nome è stato respinto perché non piaceva alla Banca centrale europea. Una sollevazione che rappresenta uno dei fatti più significativi del XXI secolo”.

Primarie del Pd: Renzi irrilevante come Calenda

Quanto vale Matteo Renzi oggi? Presto detto: ha lo stesso peso dell’ex montezemoliano Carlo Calenda, autoinvestitosi leader del Pd senza mai misurarsi con quella piccola cosa che si chiama consenso popolare. È il risultato di un sondaggio condotto dalla Izi, società specializzata in indagini di mercato, di cui il Fatto dà conto in anteprima. Una ricerca su nove personaggi politici individuati come possibili protagonisti delle prossime primarie del Pd, all’inizio del 2019: mille interviste effettuate tra il 17 e il 20 settembre scorso su un campione di elettori che hanno votato centrosinistra il 4 marzo, omogeneo per età, sesso e area geografica.

Renzi, dunque, per il sondaggio dell’Izi, raccoglie appena il 15,5 per cento, poco più del rampante Calenda, icona di quel Pd diventato partito della Ztl – votato solo nel centro storico e nei quartieri bene delle grandi città – e che adesso dovrebbe fare da partito guida delle élite (il Fronte Repubblicano) contro populismo e sovranismo. Calenda prende il 13,1 per cento e precede di un soffio un volto storico della “Ditta” rosso antico: quel Pier Luigi Bersani che alle ultime elezioni politiche, insieme a Massimo D’Alema, ha fatto campagna per il raggruppamento Liberi e Uguali che aveva come leader l’ex presidente del Senato Pietro Grasso.

Per questo motivo, la presenza di Bersani nel sondaggio, al quarto posto con il 12,5 per cento e davanti al reggente dei dem Maurizio Martina, fermo al 10,3 per cento, implica una riflessione duplice. A differenza dell’irriducibile Renzi, convinto di poter rimanere ancora in campo a onta delle sue sconfitte, oppure di Calenda o dello stesso Martina, Bersani alle ultime elezioni si è volutamente messo di lato dalle posizioni di vertice. In tanti dentro Articolo 1 – Mdp (il partito nato dalla scissione dal Pd) e il rassemblement di LeU lo hanno invocato fino all’ultimo minuto come leader al posto di Grasso. E forse con il ticket formato da Bersani e Anna Falcone, tanto per fare un esempio, Leu non avrebbe conseguito solo un deludente 3,3 per cento.

A distanza poi di sei mesi dalle elezioni e dieci dalla scissione, l’ultimo segretario della “Ditta” non solo viene ancora identificato col Pd ma ha uno zoccolo duro di elettori fedelissimi in quell’area politica.

Renzi secondo, Calenda terzo, Bersani quarto e Martina quinto. E il primo? È il risultato più prevedibile. Nicola Zingaretti, naturalmente. Con il 28,6 per cento. Il governatore del Lazio si conferma come il principale candidato per derenzizzare il Pd. Il suo nome non scatena passioni ed entusiasmo ma al momento è l’unico capace di aggregare il ceto politico diversamente renziano che vuole sopravvivere all’ex Rottamatore: da Franceschini a Orlando, da Gentiloni alla Pinotti.

Insomma, Zingaretti garantirebbe la tenuta del partito, magari rosicchiando qualche punticino alle Europee. Il venti per cento, non di più, lontano da numeri che potrebbero indicare un recupero tra gli elettori grillini di sinistra e tra gli astensionisti. La ricerca dell’Izi è completata da altre quattro posizioni. Dopo Martina, ben tre donne. Ma non c’è Maria Elena Boschi, non testata. La prima è un’altra esponente di LeU, con il 7,5 per cento: l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, la personalità più a sinistra tra le nove del sondaggio. Seguono Debora Serracchiani, 6,6 per cento, ed Elisabetta Gualmini, al 4,4 per cento. Ultimo Matteo Orfini, con l’1,4 per cento. Per inciso, Orfini è il presidente del Pd.

Migranti, l’Aquarius è illegale. Le Ong accusano l’Italia

Rischia di diventare una nave pirata la Aquarius2, con a bordo 58 migranti recuperati ieri mattina da un gommone: Panama ha avviato le pratiche per revocare l’iscrizione della nave dal proprio registro marittimo ufficialmente per “motivi di irregolarità”. Ma per le ong Sos Méditerranée e Medici Senza Frontiere la decisione “è frutto di pressioni economiche e politiche da parte delle autorità italiane”. La Aquarius 2 altro non è che la ex Aquarius dopo che la nave alla fine di agosto è passata dai registri marittimi di Gibilterra a quelli di Panama. Ora per l’imbarcazione non solo si profila il rischio di restare senza bandiera (l’iter è partito il 21 settembre), ma anche di non avere un porto a disposizione dover portare i migranti, il cui salvataggio sarebbe avvenuto al termine di una trattativa molto tesa con la Guardia costiera libica. In serata è arrivata la replica del ministro dell’Interno, Matteo Salvini: “Denuncerò per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina chi aiuta gli scafisti”. E poi ha risposto alle accuse delle Ong sostenendo che il Viminale non ha fatto “alcuna pressione su Panama”. È in questo clima che il decreto sicurezza-migranti, che presenta rischi di incostituzionalità, arriva oggi in Cdm.