Elezioni Ue, B. si candida: “Tetti agli spot in tv? Mediaset finita”

L’annuncio arriva da Fiuggi, dalla kermesse di Forza Italia organizzata dal presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. In chiusura della festa dei forzisti, Silvio Berlusconi conferma ai cronisti la volontà di candidarsi alle prossime Europee: “Se dobbiamo, salvare l’Italia, bisogna cominciare a fare le cose sul serio”, ha detto. E lancia anche il “Manifesto della libertà”, perché “è l’ora di una grande mobilitazione delle coscienze per noi che rappresentiamo l’Italia seria, onesta, concreta, fattiva”.

Parla di politica, ma anche di affari. I suoi, al solito. Era stato infatti il sottosegretario con delega all’editoria Vito Crimi (M5S) che – proprio sulle pagine del Fatto – ha parlato della necessità di ridistribuire la pubblicità tra tv e carta stampata, inserendo dei tetti agli spot. Non è una bella notizia per le tasche dell’ex premier. Il Biscione perderebbe centinaia di milioni di euro visto che ora, con ascolti medi del 30-35% si accaparra il 60% delle risorse a disposizione. E B. lo sa bene: “Farebbero chiudere Mediaset il giorno dopo e limitano la libertà delle imprese che vogliono decidere dove meglio allocare la loro pubblicità”.

Di certo all’ex premier non piace la proposta dei 5stelle che definisce “incompetenti e ignoranti” e commenta anche l’audio del portavoce del premier Giuseppe Conte, Rocco Casalino, diffuso nei giorni scorsi dai quotidiani: “In una democrazia il signor Casalino dovrebbe stare già fuori con la valigia in mano”. E ancora: “Trattano il Ministero dell’Economia come un Bancomat per i denari di cui hanno bisogno per finanziare le loro promesse elettorali. Fare più deficit sarebbe un disastro”. Davanti ai suoi, ha parlato anche di Salvini: “Il vertice del centrodestra ha confermato che la coalizione è definitiva per tutti e tre i partiti. Poi Salvini ha uscite non gradevoli e non accettabili da parte nostra. Lo fa con la scusa di non far scoppiare un diverbio con il M5s, che noi vogliamo invece che scoppi”.

“Dirigenti ci remano contro Subito carcere agli evasori”

Non arretra, anzi: “Nella viscere dello Stato ci sono dirigenti che ci remano contro”. Ma soprattutto parla della legge di Stabilità, su cui oggi ci sarà un nuovo vertice a Palazzo Chigi: “Sarà una manovra del popolo che aiuta gli ultimi e fa la guerra ai potenti: e dentro ci saranno il reddito di cittadinanza, il superamento della Fornero e i soldi per i truffati dalle banche. Troveremo le risorse, anche facendo deficit”. Rientrato dalla Cina, il vicepremier Luigi Di Maio risponde al Fatto.

Tutti parlano dell’audio in cui Rocco Casalino, il portavoce di Conte, minaccia “di far fuori quei pezzi di m…del ministero dell’Economia”. Parole inaccettabili, non crede? Anche Salvini lo ha definito un “audio incauto”.

C’è grande ipocrisia. Tutti ci arrabbiamo e capita di dire parolacce in conversazioni private. Ma la gente in queste ore ferma Casalino per strada e gli dice: “Andate avanti”. Ha capito il merito del problema: c’è gente che ci rema contro.

Era una conversazione di lavoro. E l’audio ha disturbato anche alcuni dei vostri parlamentari.

Rocco era arrabbiato, perché sa quello che ci succede. Quanto ai nostri eletti, ho letto alcune interviste (quelle di Luigi Gallo e Elena Fattori, ndr) e dico che anche qui ho visto ipocrisia. Sono stati eletti con un Movimento che ha detto vaffanculo nelle piazze per anni e si scandalizzano?

Se non vi fidavate dei tecnici del Mef, perché non avete cambiato le figure apicali come vi consentiva la legge?

Il problema non è con alcune figure, e tanto meno con il ministro Tria, di cui ci fidiamo. Ma ci sono tanti dirigenti dentro i ministeri che non possiamo toccare, e che rallentano o complicano il lavoro. Per me la Pubblica amministrazione deve essere indipendente, ma in questi anni ci ha messo mano la politica.

Pretesti, i tecnici fanno quello che gli ordinate.

Per ultimare un provvedimento ci vogliono mille passaggi, e se ti vogliono mettere i bastoni tra le ruote possono. Io stesso fino a febbraio non posso cambiare i dirigenti dei miei ministeri.

Lei si fida del ragioniere generale dello Stato Franco?

L’ho visto solo una volta, non è questione di persone. Ci conosceremo meglio. Ma faccio controllare ogni norma ai miei collaboratori, perché non mi fido.

Supererete il 2 per cento in manovra? E di quanto?

Non dico cifre. Ma il tema non è tanto il deficit, ma le misure per far crescere il Pil. Il Portogallo è arrivato ad avere un rapporto tra deficit e Pil del 7 per cento, ma ha abbassato il debito grazie alla crescita.

Tria non la pensa così. E neanche l’Europa.

Troveremo risorse facendo deficit. E la manovra farà salire le pensioni minime a 780 euro e darà il reddito di cittadinanza a tutta la platea, esclusi gli stranieri.

Bel favore a Salvini.

Falso. La proposta l’avevamo già cambiata nel 2015: tenendo dentro i migranti ci avrebbe fatto saltare i conti. E poi sarebbe stato un fattore di richiamo per tanti stranieri. Ma il reddito spetterà ai residenti in Italia da dieci anni.

La Lega parla di condono. Per voi è un’eresia?

Il condono fino a un milione di euro per noi è inaccettabile. I furbi non vanno premiati, e infatti a fine settembre nel decreto fiscale verrà previsto il carcere per chi evade.

La pace fiscale è un condono mascherato, in manovra.

Abbiamo chiesto agli uffici i dati per individuare le persone in difficoltà, dai piccoli imprenditori alle famiglie. E su quelli costruiremo soglia e platea della pace fiscale. E non ci saranno scudi fiscali o rientri di capitali esteri.

E la flat tax per le imprese come sarà costruita?

È una misura della Lega. Ho proposto che vengano premiate le imprese che assumono. Ma ci sarà una flat tax verde: chi meno inquina, meno pagherà di Ires.

È vero che la Fornero verrà superata per i quota 100 con 36 anni di contributi?

Verrà superata. E ci saranno anche altre misure.

Spieghi.

Verranno risarciti tutti i truffati dalle banche.

Servono 12,4 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva. È vero che potreste aumentare alcune aliquote?

Questo non avverrà mai.

Ma quanto vale la manovra? E dove troverete i soldi?

Niente cifre. Ma ci saranno anche tagli. Toglieremo le esenzioni fiscali ai petrolieri. E potremmo inserire in manovra il taglio delle pensioni d’oro sopra i 4500 euro netti.

Dove sono finite le norme per la trasparenza sui soldi a partiti e fondazioni? Dovevano essere nel ddl anticorruzione.

Sono già nel testo, che in settimana andrà in commissione Giustizia alla Camera. Partiti e fondazioni dovranno dichiarare la provenienza dei soldi ricevuti, e dovranno farlo entro 15 giorni, anche in campagna elettorale, o subiranno pesanti multe.

La Lega sarà entusiasta…

Hanno dato il via libera alla norma. Con me sono sempre stati aperti alla trasparenza.

Sarà. Intanto dovrete litigare sul decreto immigrazione e sicurezza di Salvini. I tecnici del Quirinale hanno molte riserve e anche il suo M5S è preoccupato. Lo nega?

Ci sono alcuni punti che non sono nel contratto di governo, e quindi li discuteremo in Parlamento. È previsto l’adeguamento della disciplina dei permessi di soggiorno agli altri paesi europei. Solo in Slovacchia e in Italia c’è quello umanitario ed è per questo che viene abolito. Questo però non può far ignorare le condizioni delle persone. Per questo verrà introdotto un nuovo tipo di permesso che è quello per casi come calamità naturali e altri. Lo Sprar (il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ndr)continuerà ad esistere così com’è. E varrà per tutti i permessi umanitari in corso e per tutti i rifugiati, compresi i minori non accompagnati.

Resta un passo indietro.

Non è così, e i rimpatri saranno saranno solo verso Paesi in cui ci sono condizioni di sicurezza. I principi costituzionali vanno rispettati, da tutti.

Ma mi faccia il piacere

Magari. “Il governo vuole tetti pubblicitari che farebbero chiudere Mediaset il giorno dopo” (Silvio Berlusconi, presidente FI, 23.9). Ma allora dillo che ci vuoi proprio tutti gialloverdi!

5Stelle a 5 punte. “Di Maio mi ricorda il brigatismo” (Giordano Riello, ex vicepresidente Confindustria, Libero, 23.9). In effetti è un incrocio fra Renato Curcio e Mario Moretti.

Levategli il vino. “Le analogie sono impressionanti… I Cinque Stelle come la mafia. Casalino come Riina” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 23.9). Morto Riina, solo Dell’Utri può sporgere querela a tutela del buon nome di Cosa Nostra.

Congiuntivite. “La mia risposta non ha tutti i dati di quello che può succedere se ci sarebbero due aliquote” (Roberto Fico, M5S, presidente della Camera, Atreju, 22.9). Una volta tanto, è perfettamente d’accordo con Di Maio.

Burini. “Quando in giro vedo una donna brutta, la guardo sempre con attenzione. Nel 99,9% dei casi mi rendo conto che se si curasse, se dimagrisse e via dicendo non diventerebbe bella, ma certo di aspetto non sgradevole. Una volta che si è non sgradevoli la partita è aperta. Fidatevi” (Roberto Burioni, virologo, Twitter, 17.9). Il celebre tuttologo ha scoperto pure il vaccino contro la racchiaggine. Per quello contro le cazzate, ci sta ancora lavorando.

Cazzulli. “E poi come si mantengono i figli concepiti nelle domeniche di Di Maio?” (Aldo Cazzullo risponde a un lettore favorevole alla proposta Di Maio sulla chiusura domenicale dei negozi, Corriere della sera, 18.9). Vedi sopra.

Onan il Barbaro. “Grazie al Pd, dal 2015 chi si masturba in pubblico non ha conseguenze penali ma solo una multa. Roba da matti. Un altro ‘regalo’ della sinistra agli italiani a cui cercheremo di rimediare. Scriverò subito al ministro della Giustizia!” (Matteo Salvini, Lega, vicepremier e ministro dell’Interno, Twitter, 18.9). Legittima difesa pure contro le pippe.

Non è mai troppo tardi. “La campagna preventiva del Colle per evitare strappi alla Costituzione” (Stampa, 16.9). C’è sempre una prima volta.

Tosinelli. “Ho revocato la revoca della concessione al mio barbiere” (Danilo Toninelli, M5S, ministro delle Infrastrutture, Instagram, 15.9). Vista l’acconciatura, ha perso un’ottima occasione.

Mangino brioche. “Macron e lo schiaffo al disoccupato: ‘Attraversa la strada e il lavoro lo trovi’” (il Giornale, 17.9). Renzi, è lei?

Autopolemiche. “Salvini si è riempito la bocca con la creazione del ministero della Disabilità. Ora che fa col suo complice Di Maio? Taglia del 10% il fondo per i disabili stanziato con il ‘Dopo di noi’. Ignobile. Il governo provveda subito al ripristino dei 10 milioni tagliati senza dare spiegazioni. L’ennesima follia di un governo che fa solo danni a chi è più fragile” (Maurizio Martina, sereggente del Pd, Facebook, 16.9). Purtroppo a tagliare i fondi è stato il governo Gentiloni, di cui Martina era ministro. E senza dare spiegazioni. Ignobile. O no?

L’intenditore. “Siamo pronti ad aiutare Salvini. Ma lui si liberi dei 5Stelle dilettanti allo sbaraglio” (Antonio Tajani, vicepresidente FI e presidente del Parlamento europeo, il Giornale, 22.9). Invece Nicole Minetti, per dire, era una vera professionista.

L’uomo-sveglia. “Non sottovaluterei che Renzi è tra i pochi a saper risvegliare la gente” (Pierferdinando Casini, senatore centrosinistra, Repubblica, 14.9). Pure quella morta: ha fatto addirittura rieleggere Casini.

L’uomo-talk. “Il governo Conte ha una grande capacità televisiva. Per la comunicazione si affidano a un’esperienza del Grande Fratello, per l’università alle Iene. Il ministro dell’Interno apre gli avvisi di garanzia come a C’è posta per te. Ma il vero punto di riferimento televisivo di questo governo sono le promesse elettorali da Scherzi a parte” (Matteo Renzi, senatore Pd, discorso nell’aula di Palazzo Madama, 20.9). E, quel che è peggio, questi poveretti hanno stracciato un ex premier che veniva nientemeno che dalla Ruota della Fortuna.

Il titolo della settimana/1. “Fermiamo lo stalinismo dei grillini” (Marta Fascina, deputata FI, il Giornale, 18.9). Uahahahahah.

Il titolo della settimana/2. “Patto con i santi. Più Matteo cita Dio meglio vanno le cose. In un’intervista il ministro Salvini ha menzionato 4 volte il Creatore, una volta la Provvidenza e una il Purgatorio. E la gente apprezza” (Libero, 17.9). Ai bei tempi dell’Antico Testamento, sarebbe già una statua di sale.

Il titolo della settimana/3. “I Cinquestelle si occupano di preservativi” (Libero, 22.9). Il famoso Condom di Cittadinanza.

L’Inganno dei politici ai danni del Sudtirolo ribelle e identitario

Chiede Lilli Gruber: “Il Sudtirolo fu quindi, come ritengono diversi storici e testimoni, un laboratorio per la strategia della tensione?”. Giorgio Napolitano annuisce: “Questo credo sia fondato dirlo, perché in nessun altro punto d’Italia si sfidò l’autorità dello Stato, l’ordine pubblico e qualsiasi principio di sicurezza, anche per le vite dei cittadini. Lì fu il punto di massima aggressività. Su questo non so quanto si sia riflettuto”.

Probabilmente poco, aggiungiamo noi, fino a quando Lilli Gruber ha deciso di riaprire quel capitolo dimenticato della grande storia recente nel suo ultimo libro: Inganno (Rizzoli). Legato alle sorti “di uno sperduto fazzoletto di terra tra le Alpi”. Lo ha fatto con gli strumenti del giornalismo, quello che rispetta rigorosamente i fatti (nel periodo in cui il racconto della realtà è impestato dalle fake news). Andando alla ricerca di documenti, testimoni, protagonisti. “Ho visitato luoghi noti e meno noti. E ho mosso anche un passo avanti in un mondo che mi è meno familiare, quello della narrazione”. Poiché, spiega, “dove la realtà non si lascia penetrare, l’immaginazione viene in aiuto nutrendosi della ricostruzione minuziosa di un contesto plausibile”.

Sono, da una vita, un frequentatore assiduo e appassionato dell’Alto Adige. Considero la Val Gardena il mio “altro” luogo di adozione sentimentale, insieme a Roma la città dove sono nato. D’estate e d’inverno, ogni volta che lascio l’autostrada e da Chiusa salgo verso Selva ho il cuore colmo di riconoscenza per quelle montagne e per la cura che gli abitanti dedicano a ciò che hanno ricevuto in dono. Tuttavia, dopo quasi mezzo secolo, nel contatto umano con le persone che conosco – dall’albergatore, al farmacista, al conducente di taxi – al di là dei modi cortesi spesso colgo come un diaframma di cautela, a cui ancora non mi abituo. Che nel migliore dei casi può significare: siate i benvenuti ma non dimenticate mai che siete ospiti a casa nostra. Ma anche: voi italiani, noi no. Un’estraneità che ho sempre pensato fosse simbolicamente rappresentata dalla testata del Dolomiten, il quotidiano in lingua tedesca che vedevo sfogliare, con attenzione partecipe, dai bravi gardenesi. In quei caratteri, neri, gotici, antichi che sembrano celebrare una cerimonia riservata a chi è. Ma preclusa a chi non è.

Dalla lettura di Inganno questa distanza mi è apparsa più comprensibile, e nello stesso tempo più allarmante. Lilli ha molto scavato e di questa “diversità” ha portato alla luce le radici. C’è riuscita perché, nata a Bolzano, quello è il suo giardino, che conosce palmo a palmo ma che non ha smesso mai di perlustrare con i suoi libri. Dopo Eredità e Tempesta, infatti, Inganno è il terzo atto di una saga familiare che non è soltanto romanzo e rievocazione storica ma che rappresenta in fondo quell’autobiografia che ogni vero scrittore costruisce pezzo dopo pezzo sulla domanda: da dove vengo e dunque chi sono?

In quello sperduto fazzoletto tra le Alpi è accaduto di tutto. L’annessione all’Italia dopo la dissoluzione dell’impero austroungarico. L’italianizzazione forzata pretesa dal fascismo, con la lingua tedesca bandita dalle scuole, dagli uffici, dai luoghi pubblici. Poi, nel dopoguerra, l’accordo De Gasperi-Gruber tenta di lenire, con la concessione al Sudtirolo dell’autonomia, un risentimento profondo e inguaribile. Quindi, crescere della tensione, gli attentati ai tralicci, la Notte dei Fuochi, la strage di Malga Sasso, l’epopea dinamitarda di Amplatz e Klotz, i maneggi dei Servizi segreti deviati e non. I militanti della secessione, gli idealisti e gli agenti provocatori che nel contesto della guerra fredda Est-Ovest giocano una partita di cui spesso non hanno contezza.

È il romanzo di un’epoca e dell’inganno imposto dalla politica quando pensa che basti scrivere sui cartelli stradali Italia perché ci si senta davvero Italiani. Sullo sfondo si muovono i personaggi di una fiction, definiti “antieroi moderni”: Max e Peter due ragazzi sudtirolesi tentati dalla avventura ribelle. Klara e Umberto che incarnano l’ambizione e l’esercizio cinico del potere.

Ma la storia, quella vera, continua. E non nelle forme migliori perché, ricorda l’autrice, nazionalismi, regionalismi, localismi stanno rialzando la testa in tutto il vecchio continente. Colpa, spiega Massimo Cacciari, di un’Europa costruita sulla base di una filosofia della storia che non ha voluto “conoscere e riconoscere le profonde faglie identitarie, giuste o sbagliate che fossero”. Un peccato originale alla base di quelle spinte sovraniste di estrema destra che oggi inducono il governo austriaco a chiedere a quello italiano il doppio passaporto agli abitanti germanofoni della provincia di Bolzano. Lilli Gruber cita all’inizio del suo viaggio un discorso di Silvius Magnago, demiurgo della Sudtiroler Volkspartei, che nel lontano 1957 poneva in termini allarmati il tema delle “migrazioni che non alterano solo la composizione in Sudtirolo, ma anche il quadro generale”. Cosa vi ricorda?

“I funerali rossi di Volonté, le lacrime di Mastroianni e poi quelle foto della Muti”

Nella sua vita c’è tragedia (“ho assistito alla morte di Angelopoulos”); commedia all’italiana (“come Mastroianni che controllava la Deneuve”); goliardate da cine-panettone (“grazie a una foto della Muti mi sono salvato dalla polizia”); avventura (“i miei viaggi? Anche in auto da Roma a Kabul”). Quindi amicizia, amore, politica, crolli finanziari e successive riprese. Sesso, arte, famiglia (“per anni sono stato sposato con Barbara Alberti. E oggi viviamo insieme”).

Amedeo Pagani, storico sceneggiatore e produttore, è il cinema perenne, quello artigianale, costruito fotogramma su fotogramma, quando la vita entra pirandellianamente in scena e con essa convive in armonia. Si siede e subito accende una sigaretta.

Quante ne fuma?

Venti.

Sempre?

Sul set molte di più.

Da sempre.

Ho smesso una sola volta e per una settimana (sottolinea l’arco temporale come se quei sette giorni fossero durati un’eternità); poi sono tornato sul set con quel pazzo di Zhang Yimou (Oscar con Lanterne rosse): lui ne fuma 60 al giorno. Ho ceduto. Quando lavoro è così, la sigaretta mi calma.

Il cinema.

Non è per imprenditori, ma per artigiani, e basta con questa prosopopea di definirlo un’industria. Non lo è.

Sicuro?

Non c’è un capitale, ma degli sciagurati che amano questo mestiere e si avventurano sul nulla.

Ancora oggi?

Meno di ieri, ci sono dei veri professionisti, ma la struttura produttiva resta fragile.

Ha conosciuto dei “bassi” molto accentuati…

Ho preso delle belle botte, alcune ingiustificate come con Cronaca di una morte annunciata, e solo per una questione politica.

Perché?

Quell’anno Márquez aveva vinto il Nobel, Rosi era il regista. Tutti e due socialisti. A un certo punto alcuni politici mi chiamano per ottenere dei finanziamenti a favore della carriera politica di un signore targato garofano: volevano candidarlo a sindaco di Roma.

E lei?

Gli ho risposto: siete pazzi. Subito dopo sono saltati i contratti. E ne avevo con tutta Europa.

I conti economici li sa gestire?

Sono negato.

Soluzione?

Delego: la questione amministrativa mi è aliena e antipatica.

La politica l’ha incrociata spesso?

No, ma altro capitolo sono le banche: produco La domenica specialmente, un film di Tornatore fresco di Oscar, con protagonisti Philippe Noiret e Ornella Muti, coinvolta anche la Miramax di un Weinstein agli albori.

Weinstein ovunque.

Mi chiede di coinvolgere la Titanus. Accetto. Non l’avessi mai fatto. Era piena di debiti, e siccome l’accordo era al cinquanta per cento, la banca ha sostenuto che ero solidale. E ho pagato.

Da cosa parte il suo giudizio per un nuovo film?

Dalla storia. Come per le pagine di Bechis dedicate a Garage Olimpo. Una folgorazione. Ma io arrivo dalla sceneggiatura, la lettura è la base, è lì che iniziano le mie fantasie, e tramuto le parole scritte in immagini mentali.

Lei nasce sceneggiatore…

E ci sono arrivato da sciagurato insieme a Barbara.

Come?

Tornavo dagli Stati Uniti dove avevo vinto una borsa di studio, lei già scriveva. Un giorno ci guardiamo: “Il nostro prossimo passo?”. Silenzio per lungo tempo. Poi scopriamo I fiori blu di Raymond Queneau con traduzione di Italo Calvino: decidiamo di realizzarne una sceneggiatura, ma appena finito quel lavoro volontario, non sapevamo come utilizzarlo.

Soluzione?

Cambiamo i soldi, prendiamo un bel mazzo di gettoni, entriamo in una cabina telefonica, chiamiamo Gallimard a Parigi: “Buongiorno, cerchiamo Queneau, abbiamo scritto una sceneggiatura”.

Semplice, no…

Risposta: “Che bello! Venite qui, vi porto in tutti i posti citati dal romanzo”. Partiamo. E veniamo accolti nel suo appartamento, stupendo, un luogo da vero letterato: il tavolo centrale aveva le zampe composte da pile di libri; libri ovunque. Quindi ci traghetta per le vie della città fino a presentarci lo stesso Calvino.

Risultato?

Torniamo a Roma con i diritti sull’opera, e appena rientrati scoppia la riffa, con i produttori e i registi scatenati per acquistarlo, e non persone qualunque, i nomi più alti dell’epoca: da Monicelli a Fellini, con Marlon Brando protagonista. Noi intanto incassiamo 150mila lire, per i tempi una cifra colossale.

Il film non esiste.

Mai realizzato, ma intanto io e Barbara avevamo incassato e soprattutto eravamo entrati nel mondo del cinema, coinvolti ogni sera per l’aperitivo delle sette quando i grandi registi, scrittori, produttori si ritrovavano in un paio di locali e altrettanti appartamenti del centro di Roma.

Ugo Pirro lo racconta ne “L’osteria dei pittori”.

Infatti c’era anche lui. Comunque alle sette ci ritrovavamo con Age, Scarpelli, Nanni Loy, De Bernardi, e tanti altri; accettavano due ragazzini come noi e con una disponibilità assurda. Ti accoglievano e proteggevano, erano attenti alle idee, ogni spunto ben accetto.

Argomenti principali?

Molta politica cinematografica, in particolare la divisione tra comunisti e socialisti, con liti importanti, dure, lunghissime, argomentate. Periodo irripetibile, chiuso con gli anni bui del terrorismo.

Lei, era?

Socialista. E molti socialisti, come Scarpelli ed Ettore Scola, poi sono passati al Pci.

Convenienza o convinzione?

Allora essere più a sinistra era quasi un dettato.

Con voi anche Fellini?

No, lui viveva isolato, da sognatore, rinchiuso mentalmente e fisicamente tra Cinecittà e Fregene.

Lei e la Alberti più intelligenti, fortunati, incoscienti…

Tutti e tre. Aggiungo: dotati.

Avete contribuito alla fama di Bud Spencer e Terence Hill.

Grazie a Italo Zingarelli: un uomo particolare dal fisico simile a quello di Carlo (Pedersoli), con uno humour sfrenato e una enorme capacità di trasmettere il suo sapere; per noi rappresenta la “bottega del Verrocchio”. È stato lui a creare il filone Bud e Terence in chiave comica e a partire da Più forte ragazzi.

E poi Io sto con gli ippopotami.

Fenomeno mondiale…

La colonna sonora degli Oliver Onions vendette 300 milioni nella sola Germania.

Bud Spencer…

Persona deliziosa, mangiava delle quantità di cibo non umane; poi si perdeva un po’ nel Casinò di Cannes: giocava delle cifre altrettanto non umane.

Hill ascetico…

Ragazzo pulito, carino, intelligente, moderato.

Gli opposti.

Sì, ma con una sintonia perfetta, reale e per tutta la vita.

Ha lavorato con Marco Ferreri…

Sempre con Barbara abbiamo riscritto i dialoghi tra Mastroianni e la Deneuve ne La cagna, film tratto da un racconto di Flaiano.

Mastroianni innamorato della Deneuve.

Innamoratissimo, quando se n’è andata l’ho visto piangere come pochi altri in vita mia. Poi prese una casa a Parigi e tutti i giorni si piazzava in un baretto, tanto che i propietari dell’esercizio gli dedicarono il nome di un sandwich.

Sempre lì…

Sì, perché quel baretto era di fronte alla casa di Catherine. La controllava.

La Deneuve è arrivata dopo Faye Dunaway…

In quel caso è stato lasciato perché non voleva sposarla…. Con Faye ho realizzato un film con la regia di Coppola e tratto da un libro di John Fante, Aspetta primavera, Bandini.

Come è arrivato a Coppola?

In realtà è lui ad aver raggiunto noi: voleva lavorare su Fante, poi ha scoperto che i diritti erano miei e di Franceschi.

Torniamo agli anni del terrorismo: oltre a Volonté, il mondo del cinema ne ha subito una fascinazione?

Certamente, ma in maniera collaterale, non strutturata. Il dato peggiore è che dopo Moro anche noi ci siamo chiusi nelle nostre case, si è perso quel flusso trasversale e osmotico.

Il suo collega Lucisano ha dichiarato: “I registi li domino”.

Io per niente, sono loro complice, dominarli è una follia. Anzi, non metto mai sotto contratto nessuno, chi vuole lavorare con me è per libera scelta, e vado sempre sul set.

Piacere e controllo…

Se c’è una sceneggiatura solida, il film si realizza da solo, è come una pianta in grado di crescere autonomamente. Quella pianta va solo innaffiata, potata e interrata.

Il suo regista…

Sono molto legato a Theo Angelopoulos, è lui ad avermi insegnato a girare i film in due tappe: inizio, arrivo a una fase, mi fermo, verifico, rifletto e calibro il seguito. Tutti dicono che così spendo di più, ed è vero, ma è il metodo giusto, a volte obbligatorio come quando è morto Volonté sul set de Lo sguardo d’Ulisse…

Era il protagonista.

Un disastro totale, una perdita assoluta. Gli abbiamo organizzato un funerale meraviglioso, con una cappella completamente foderata di rosso, lui con il volto sorridente, e Mozart nell’aria….

E il film?

Theo mi ferma e suggerisce: “Chiama Mastroianni”. Va bene. Telefono. Neanche finisco la proposta che Marcello mi manda affanculo: “Brutto stronzo mi coinvolgi solo adesso? Comunque non posso, sono impegnato con Pereira”. Ci ha salvato Erland Josephson.

Volonté.

Il più bravo. Ricordo la prova costume per Lo sguardo di Ulisse: lo raggiungiamo a casa sua, valuta gli abiti scelti, non gli piacciono. “Aspettate”. Va in soffitta e scende con degli involucri misteriosi. Li apre. Ed estrae dei vestiti di scena utilizzati da Eduardo De Filippo. Aveva vinto.

Lui temuto.

C’è una foto di Koudelka che racconta con lucidità la realtà di allora: Gian Maria serio e sereno, mentre Keitel lo guarda terrorizzato.

Volonté amava il poker. Giocava con lui?

No, ma a Roberto Calasso (proprietario di Adelphi) una sera ho tolto molti libri grazie alle carte: negli anni Sessanta lavoravo per la Marsilio, chi perdeva cedeva tomi e a lui è andata veramente male.

Koudelka è uno dei grandi fotografi del 900.

Tipo particolare: eravamo a Belgrado la notte dei bombardamenti e non sapevamo dove rifugiarci; l’addetto culturale francese ci invita in ambasciata, posto da sogno con i quadri di Braque alle pareti. Io e Theo prendiamo due suite, tanto la sede diplomatica era vuota, mentre Koudelka resta zitto. Poco dopo lo scopriamo sdraiato nel corridoio avvolto nel suo sacco a pelo. Dormiva solo così.

Si parla degli attori come creature fragili.

Bud e Terence, no; stessa cosa per Volonté; mentre Mastroianni dormiva fino a un attimo prima del ciak.

Ha nominato Weinstein.

Professionalmente un uomo molto capace, intelligente, veloce e con lui ho pure sbagliato: mi aveva offerto un milione di dollari per le vendite all’estero di un mio film. Ho rifiutato.

Oltre la professione?

Che fosse un maiale è storia nota; detto questo trovo discutibile la vicenda montata, con denunce arrivate dopo troppi anni e con modalità non proprio chiare; in questo mondo, e quasi sempre, se una donna non vuole attenzioni non le riceve.

Quindi…

Le attrici dovrebbero protestare per i diritti ancora non riconosciuti a partire dalla parità di stipendio rispetto agli uomini.

Hanno mai provato a sedurla.

Sì, ma non mi è mai interessato; tutto sommato amo le affettuosità dell’amore.

Come giudica la vittoria di un film Netflix a Venezia?

Quella polemica è una stupidaggine: il cambio tecnologico è triste e da molti punti di vista, ma è necessario abituarsi a un contesto definitivamente mutato. È giusto abituarsi e aprire alla fruizione contemporanee di tutte le forme di condivisione.

Quindi Barbera ha ragione.

Perfettamente, anche se oramai i Festival contano meno di un tempo.

Lei ha vinto Berlino, Venezia e Cannes.

Cannes due volte.

Nessun produttore ha questo palmares.

(Si illumina e sorride sornione) Peggio per loro.

Ha lavorato spesso con la Muti…

Vera star, una volta mi ha salvato indirettamente dalla polizia: mi fermano per un controllo ed ero senza patente.

Come l’ha salvata?

Viaggiavo con le sue foto autografate nel bagagliaio, erano un passe-partout per molte occasioni.

Oggi non esistono più le grandi star.

Abbiamo una serie di ottimi attori, ma non dei divi in grado di spostare le folle; l’unico in grado di prendere un po’ di pubblico è Toni Servillo, il più bravo di tutti, strepitoso come attore e come uomo, coltissimo, consapevole del suo lavoro, ed è bello vederlo mentre legge il copione, come lo sottolinea; (si ferma, cambia tono) eravamo insieme sul set quando è morto Theo, e da quel giorno siamo legati per la vita.

Di cosa ha paura?

Di nulla, neanche della morte; forse solo di soffrire.

Cosa lascia e lascerà?

Un buon artigianato, una buona bottega. E dei soldi non me ne frega nulla.

Nulla?

Zero.

Qual è la sua idea di cinema?

(Si alza, va alla libreria e prende un libro, accende una sigaretta). Legga.

(È Majakovskij: “Per voi il cinema è spettacolo. Per me è quasi una concezione del mondo. Il cinema è portatore di movimento. Il cinema svecchia la letteratura. Il cinema demolisce l’estetica. Il cinema è audacia. Il cinema è un atleta. Il cinema è diffusione di idee. Ma il cinema è malato. Il capitalismo gli ha gettato negli occhi una manciata d’oro. Abili imprenditori lo portano a passeggio per le vie, tenendolo per mano. Raccolgono denaro, commovendo la gente con meschini soggetti lacrimosi. Questo deve aver fine. Il comunismo deve togliere il cinema di mano agli speculatori”).

Se toglie “comunismo”, è la mia idea di cinema. E di vita.

I nuovi zapatisti con la CocaCola

All’ingresso della comunità autonoma zapatista di Oventic ci sono due cartelli. Su uno c’è scritto che è proibito rubare, transitare con veicoli illegali e piantare droga. Nell’altro che qui comanda il popolo ed il governo ubbidisce. A Oventic non ero mai stato, in Chiapas decine di volte, la prima nel 2005 quando venni a comprare libri per la biblioteca di Nuevo Horizonte, la comunità guatemalteca dove lavoravo. Per arrivare ad Oventic abbiamo preso un taxi collettivo alla periferia di San Cristobal del las Casas, la più bella città del Chiapas.

Entrare ad Oventic è stato semplice. Un paio di uomini in passamontagna ci hanno chiesto le ragioni della nostra visita, le nostre professioni e i passaporti. Meglio non parlare di reportage da scrivere, pare che anche da queste parti i giornalisti non godano di ottima fama. Non sono e non sarò mai giornalista, credo che l’ordine dovrebbe essere abolito, ma era troppo complicato spiegarglielo. Ho detto che facevo il volontario in una comunità in Guatemala e non ho mentito dato che è ciò che sto facendo adesso. La visita alla comunità zapatista è durata un paio d’ore, i due uomini non ci hanno mai perso di vista, ci hanno autorizzato a scattare foto ai murales della comunità, al piccolo edificio dove ha sede la Giunta del Buon Governo e alla scuola.

Sono passati ventiquattro anni dal giorno in cui l’Ezln – l’Esercito zapatista di liberazione nazionale – occupò alcune cittadine del Chiapas per protestare contro il trattato di libero commercio con gli Stati Uniti d’America. L’epoca in cui il Subcomandante Marcos affascinava partiti e movimenti di sinistra in tutto il mondo pare sia finita, lo stesso Marcos non esiste più, oggi si fa chiamare Subcomandante Galeano, in onore di un membro dell’Ezln assassinato qualche anno fa. Eppure le comunità zapatiste sono ancora qui, molti dei primi insorti sono vecchi, altri sono morti ma i loro figli e i loro nipoti continuano a studiare nelle scuole ribelli delle comunità. Studiano comunicazione politica, il materialismo marxista e la cosmovisione maya anche se alcuni conoscono meglio la biografia di Cristiano Ronaldo. La loro autonomia non è più minacciata dall’esercito nazionale o dai politici messicani. Al termine della visita ad Oventic siamo andati a mangiare nel piccolo ristorante comunitario. C’erano buoni piatti da scegliere: zuppa di fagioli, carne di manzo con cipolle e il pollo in mole, una squisita salsa a base di cacao e tortillas bruciate. C’era la Coca-Cola e ce l’hanno offerta.

 

Il rito propiziatorio con le bottiglie gassate

A un paio d’ore da Oventic si trova San Juan Chamula, una comunità maya tzotzil. I chamula, l’etnia indigena di questo territorio, venerano Giovanni Battista nel tempio di San Juan, una chiesa con una facciata imbiancata a calce e delle pittoresche arcate tinteggiate di verde e azzurro. Gli tzotzil detestano essere fotografati. C’è chi è stato prelevato con la forza per aver contravvenuto ai loro ordini, quindi niente foto. Non c’erano né banchi né sedie in chiesa. Chi prega è abituato a farlo per terra. Il pavimento era ricoperto di aghi di pino il cui profumo si mescolava con quello dell’incenso. I fedeli erano tutti indigeni, alcuni di loro sembravano assenti, sprofondati nella magia dei rituali. Con gli occhi chiusi pregavano e cantavano. Altri si passavano reciprocamente sul corpo dei piccoli rami con delle foglie. Tra una parola indigena e un’altra spuntava fuori un Jesus, una Maria, un amén, un Padre Nuestro. C’erano bottiglie di Coca-Cola dappertutto. Se le passavano come fosse il calumet della pace. Bevevano, ruttavano, poi strofinavano le bottiglie di Coca Cola sul corpo dei loro figli. Un tempo per i rituali si utilizzavano le bevande a base di mais. Il nuovo sincretismo non è più tra religioni, ma fra tradizioni e neoliberismo.

A Merida, la capitale dello Yucatan, i muratori vanno in cantiere con una bottiglia da tre litri e mezzo di Coca Cola a testa. Prima ancora che inizi il turno, alle 7 e mezza del mattino, se ne sono già scolati quasi la metà. Sono sottopagati, ma la Coca Cola se la possono permettere, spesso costa meno dell’acqua (e comunque quasi tutta l’acqua che si beve in Messico viene prodotta dalla Coca Cola Company).

I messicani sono oggi il popolo più obeso al mondo, hanno superato gli statunitensi. Chi ha denaro e istruzione mangia e lavora meglio. I supermercati che vendono prodotti biologici spuntano come funghi in California mentre i più disgraziati si nutrono di cibi ipercalorici, bevono alcol, sono dipendenti dallo zucchero e muoiono prima. I colonizzatori di oggi non devono aprirsi la strada con le armi, gli bastano i trattati di libero commercio o le novelas che mostrano modelli di vita irraggiungibili. Si chiama globalizzazione e i partiti di sinistra europei, se ancora così si possono chiamare, ne sono diventati i principali paladini. E continuano imperterriti su questa strada, parlano di Ttip o Ceta spacciando il libero mercato come la chiave per lo sviluppo globale e poi, per lavarsi le coscienze, improvvisano passerelle sulle navi dei migranti dimenticando che quella gente fugge dalle disuguaglianze che loro stessi hanno contribuito a creare.

 

La filosofia politica dei fagioli e del mais

Il neo-imperialismo, quello dei mercati, non produce ingiustizie soltanto nel terzo mondo. Negli Stati Uniti molti tra coloro che hanno votato Donald Trump l’hanno fatto anche per le sue dichiarazioni contro il Nafta – North American Free Trade Agreement – proprio il trattato di libero commercio tanto osteggiato dagli zapatisti del Chiapas. Lo stesso Trump l’ha definito un accordo scellerato che ha prodotto una ecatombe di posti di lavoro. Vedremo se sarà in grado di cancellarlo. Grazie al Nafta si sono arricchite multinazionali che fatturano più di un medio stato latinoamericano. In particolare le multinazionali dell’agro-business, i padroni dei semi, i padroni del cibo, i padroni del mondo.

Pensate che il libero mercato sia libero davvero? Andatelo a raccontare a quei contadini costretti a vendere le proprie terre perché dagli Usa, grazie al trattato Nafta, arrivano derrate di mais a basso costo che hanno reso insostenibile lavorare la terra. Da contadini umili ma pur sempre padroni di loro stessi si sono trasformati in quell’esercito di derelitti che ha prima popolato i bassifondi delle metropoli centroamericane vedendo i figli strappati dalle bande armate dei quartieri caldi, poi ha attraversato il Messico sperando che al di là del muro vi fosse un’opportunità per le loro famiglie.

Il bello è che tra gli obiettivi del Nafta c’era anche quello di contrastare l’immigrazione clandestina. Ma nei dieci anni che vanno dagli inizi del 1980 al 1990 il numero dei messicani presenti negli Stati Uniti d’America passò da 2 a quasi 4 milioni e mezzo. Dal 1994 – anno dell’entrata in vigore del Nafta – al 2000, raggiunsero quasi i 10 milioni. Il perché lo spiega Aldo Gonzalez, leader della Unsojo, l’Unione delle Organizzazioni Contadine della Sierra Juarez, la principale catena montuosa dello stato di Oaxaca. Aldo è di etnia zapoteca, come Benito Juarez, il primo presidente di origine indigena del Messico, anch’egli di Guelatao. Una milpa è un campo destinato alla coltivazione del mais. Aldo coltiva la sua milpa come si faceva ancor prima che arrivassero gli spagnoli. Ci pianta il mais, i fagioli e la zucca così da ottenere carboidrati, proteine e vitamine. Il mais permette alla pianta di fagioli di arrampicarsi, le radici della zucca si diffondono sotto terra riducendo la crescita di piante infestanti e il fagiolo è una leguminosa capace di arricchire di azoto il terreno. “Ci serve cooperazione, protezione. Guarda la milpa, insegna agli uomini come comportarsi”, spiega Aldo.

Il Messico è il paese dove è nato il mais e se ne contano 1200 varietà diverse, eppure oggi ne importa una grande quantità dagli Stati Uniti. Teoricamente in Messico non si può coltivare mais transgenico eppure di mais modificato geneticamente ne arriva parecchio sulle tavole messicane e questo ha contaminato alcuni campi del Paese. Dal 1994 in poi sono arrivate tonnellate su tonnellate di mais dagli Stati Uniti. Il mais costava pochissimo, i contadini non potevano resistere e hanno venduto le loro terre e lasciato il campo. Libero mercato? Negli Usa il mais è sovvenzionato, con miliardi di dollari. I contadini, spiega Aldo, spesso vendono le loro terre a latifondisti legati, direttamente o indirettamente, alle stesse multinazionali dell’agro-business.

 

La sovranità alimentare comincia dall’indipendenza

La pseudo-sinistra vede il fascismo ovunque: lo vede in quello che definisce populismo sudamericano, lo vede nei movimenti che cercano di fare tabula rasa dell’establishment europeo, lo vede in Putin o nelle case di chi ha una bottiglia di vino con Mussolini sull’etichetta. Tuttavia proprio non riesce a vederlo dove realmente dimora: nello strapotere del libero mercato. Aveva ragione Pier Paolo Pasolini quando disse che la civiltà dei consumi – il vero fascismo – stava distruggendo le varie realtà particolari dell’Italia, i vari modi di essere uomini.

In Messico i conquistatori di oggi sono gli ipermercati della Walmart ai quali i governi messicani hanno aperto le porte di casa come fece Moctezuma con Hernan Cortez. La battaglia politica del secolo non è più quella tra destra e sinistra ma tra chi ci vuole passivi consumatori di qualsiasi cosa, dal cibo alle notizie dei telegiornali, e chi prova a riprendersi fette di sovranità.

Da queste parti qualcuno ha capito che occorre partire dalla sovranità alimentare. L’ha capito Aldo Gonzalez e i promotori della Unosojo che girano le montagne di Oaxaca incontrando le popolazioni indigene e provando con loro a mettere in piedi progetti a difesa del mais nativo. L’hanno capito Maria Estela Barco e Faustino Guzman di Desmi, una delle organizzazioni sociali più antiche di San Cristobal de las Casas che sostiene le comunità indigene del Chiapas e collabora con quelle zapatiste. “Essere padroni dei nostri semi è il primo passo per la sovranità alimentare”, dice Maria Estela Barco. Ogni anno fuggono dal Messico verso gli Stati Uniti decine di migliaia di contadini. Secondo Maria Estela il solo modo per impedire questo esodo di massa è sostenere le comunità agricole diffondendo pratiche agro-ecologiche. “L’autonomia delle comunità indigene è in pericolo. I governi messicani ricevono ordini dai lobbisti della multinazionale Monsanto e stanno pensando a mettere fuori legge i semi nativi. Pretendono solo l’utilizzo di semi certificati, quelli prodotti dalle multinazionali. Ma un contadino che non produce i propri semi è un contadino morto”.

Mi rendo conto che sia complicato mettere in relazione la produzione dei semi con fenomeni enormi quali i flussi migratori. Ma non c’è contadino al mondo che potendo vivere dignitosamente lascerebbe la propria terra. La globalizzazione avanza eppure c’è chi vi si oppone e non lo fa con atti vandalici o con un post su Facebook. Lo fa piantando semi nativi, lo fa creando delle banche dei semi per mettere in sicurezza il futuro degli uomini. Lo fa parlando di sovranità, di autonomia, di libertà. Lo fa combattendo contro i trattati di libero commercio, come fanno da 24 anni gli zapatisti. Lo fa percorrendo le strade sterrate del Chiapas per raggiungere una comunità di montagna dove vivono uomini e donne che neppure parlano spagnolo e che pensano che la povertà sia la loro condizione naturale.

 

Il nostro futuro passa per una pannocchia

La povertà non è ineluttabile, come predicò per tutta la vita Don Samuel Ruiz Garcìa, il Vescovo degli indigeni fondatore di Desmi. Il lavoro di don Samuel a sostegno dei poveri del Chiapas è stato osteggiato da molti: i governi messicani lo accusarono di eversione e di aver preparato il terreno alla nascita degli zapatisti. I latifondisti dello Stato lo considerarono un pericolo per il loro interessi e la Curia romana preferì prendere le loro parti piuttosto che quelle delle popolazioni indigene del Messico. Don Samuel è sepolto nella cattedrale di San Cristobal de las Casas, chiusa da quando l’ultimo terremoto ha colpito il Chiapas. Papa Francesco, nel 2016, ha pregato sulla sua tomba e non è stato un gesto da poco.

Al primo piano del Palazzo del governo di Merida c’è un mural che raffigura la nascita dell’essere umano secondo il Popol Vuh, il libro sacro dei maya. L’uomo viene creato dal mais, sboccia da una pannocchia. Non so se questa indissolubile unione tra il principale prodotto della fertile terra messicana e l’uomo rappresenti davvero il passato, senz’altro rappresenta il futuro.

La denuncia: “Negata una casa in affitto perché sono disabile”

Non si affitta ai disabili. Succede a Omegna – cittadina di 15 mila abitanti in provincia del Verbano-Cusio-Ossola, in Piemonte – dove una ragazza di 21 anni, Sabrina Vittoni, è stata protagonista suo malgrado di una storia che, come ha raccontato, “mi ha fatto sentire come se il mondo mi fosse crollato addosso”. La giovane donna ha da poco trovato un lavoro stabile. Per evitare di sobbarcarsi 70 km al giorno fra andata e ritorno ha cercato un alloggio in affitto nel Cusio e, quando credeva di avere raggiunto l’accordo per il tramite dell’agenzia immobiliare, con tanto di versamento di caparra, è stata respinta. “Mi è stato detto – racconta – che i proprietari non vogliono affittare la casa a persone disabili. Non mi hanno voluto né parlare al telefono né incontrare. Forse temevano che per colpa della mia disabilità avrei potuto apportare delle modifiche all’appartamento. Ma a me la casa andava bene così com’era, ed ero disposta a metterlo per iscritto nel contratto. Sono rimasta basita e sconcertata”. I mediatori dell’agenzia hanno fatto sapere che non si è trattato di una “discriminazione” e che “la disabilità non c’entra nulla”, ma che adattare i locali alle esigenze della ragazza avrebbe richiesto costi troppo alti.

Risarcita l’ultima vittima del “direttorio”

Il nome di Nunzia De Girolamo, che oggi inizia una nuova vita da inviata nel programma “Non è l’Arena” di Massimo Giletti, non compare nella sentenza del giudice del lavoro. Ma se nel mese di luglio l’ex dirigente del settore Budgeting dell’Asl di Benevento grazie a questa sentenza ha ricevuto un primo risarcimento di circa 175mila euro, regolarmente annotati nel cedolino, forse un pochino è anche colpa sua.

Il dirigente in questione si chiama Arnaldo Falato, e quel pacco di soldi è il risultato di una causa di lavoro intentata e vinta contro l’azienda sanitaria sannita, accusata di averlo demansionato ingiustamente, privato di ufficio e scrivania, avergli ridotto e poi cancellato la retribuzione dopo il suo rifiuto di accettare un incarico minore. Procurandogli “danni patrimoniali e non patrimoniali a causa del comportamento mobbizzante tenuto nei suoi confronti dall’Asl e, in particolare, dal suo Direttore generale dell’epoca, dott. Michele Rossi, che avrebbe perseguito un disegno volto alla sua estromissione per ragioni di appartenenza politico-partitica”. Il giudice nel provvedimento non lo scrive perché non ce n’è bisogno, ma quel “disegno” altro non erano che le decisioni e le strategie assunte durante le riunioni del “direttorio” di De Girolamo, mutuando una espressione del Gip di Benevento Flavio Cusani. Si svolsero nel 2012 nella villa del padre dell’ex deputata berlusconiana, vi parteciparono il manager Rossi (appunto), il direttore sanitario Gelsomino Ventucci, alcuni dei più stretti collaboratori di De Girolamo (l’ex segretario Luigi Barone, l’avvocato Giacomo Papa), e furono registrate di nascosto dall’ex direttore amministrativo dell’Asl, Felice Pisapia.

Quando nel gennaio 2014 Il Fatto rese pubbliche le trascrizioni di alcuni audio, De Girolamo fu travolta dallo scandalo e si dimise da ministro delle politiche agricole del crepuscolare governo Letta. Le registrazioni infatti rivelarono i complotti di una cricca che agli ordini della deputata ragionava di come trarre profitto elettorale dal controllo politico-amministrativo della sanità, spostando quel presidio da qui a lì a seconda dell’appartenenza del sindaco, orientando qualche appalto, favorendo gli amici e punendo i nemici.

Tra gli amici, sicuramente, lo zio e la cugina di De Girolamo, che ottennero la gestione del bar dell’ospedale “Fatebenefratelli”. E tra i nemici, perché mastelliano, c’era Falato. Nelle carte delle indagini culminate nel rinvio a giudizio per associazione a delinquere di De Girolamo, Rossi&C, (un’udienza si è svolta il 13 settembre), ci sono quattro verbali di Falato (a sua volta imputato di una concussione). Due sono datati 14 gennaio e 13 maggio 2013. Gli audio di Pisapia erano ignoti. Falato accusava Rossi di perseguitarlo per motivi politici. E spiegava le vessazioni sul lavoro per le quali avrebbe poi fatto causa per mobbing. Vincendola.

Il giudice ha disposto il rimborso delle mancate retribuzioni, circa 300mila euro lordi. Per i danni da mobbing ci sarà un giudizio civile a parte. “Il danno erariale è superiore ai 400mila euro” sostiene Falato in una denuncia alla Corte dei conti contro Rossi. Uno del direttorio di De Girolamo.

Roma, la sfida del Sant’Andrea: primo trapianto totale di volto

Era il 2005 quando per la prima volta si è posto il problema etico dei trapianti di faccia: ad esserne sottoposta, una donna francese smostrata per l’aggressione del suo cane. Si temeva che “portare la faccia di un altro” potesse creare problemi di identità.

Da allora, in tutto il mondo ci sono stati circa 50 interventi che hanno previsto il prelievo dei tessuti del volto di un donatore per trasferirli su un altro, quasi tutti negli Stati Uniti. Ieri, anche in Italia.

È il primo trapianto totale di volto nel nostro Paese: un’operazione avvolta nel massimo riserbo perché per almeno due giorni bisognerà tenere il paziente sotto osservazione per verificare che non ci sia un rigetto immediato dei tessuti. Tanto silente che l’approvazione di questo protocollo (che è sperimentale visto che non esiste una tecnica univoca e che ogni team che lo affronta deve proporre e dettagliarne tutti i passaggi, le tecniche e le specifiche del caso) ormai risale a quattro anni fa: prima è stato dato il parere favorevole del Consiglio Superiore della Sanità, poi c’è stato il via libera del Centro Nazionale Trapianti e alla fine la valutazione etica dell’Istituto Superiore della Sanità. Tutto senza scalpore né risonanza mediatica: era fondamentale non caricare di pressione un’operazione così delicata, sia per i pazienti che per i parenti dei donatori, ma anche per la reputazione medico-scientifica dell’Italia.

E così ieri, a Roma, all’ospedale Sant’Andrea, il fermento era palpabile. Impossibile riuscire ad avere notizie ufficiali, è oggi il giorno cruciale per sapere come è andata. Semplificando molto, i due terzi del volto di un donatore vengono prelevati in una sola volta e installati su un’altro, “come se fosse una maschera – spiegano fonti qualificate –. Evidentemente il protocollo è stato giudicato valido, anche considerando che alcuni aspetti dell’operazione sono innovativi rispetto a quanto avvenuto nel resto del mondo”. Per la ricostruzione del volto, infatti, la tecnica più usata consiste nel prelevare i tessuti da altre parti del corpo (cosiddetto trapianto autologo) perché il rischio di rigetto è molto più basso. Inoltre, in questo modo si migliora la mobilità delle palpebre e si riducono le cicatrici.

Chi ha fatto l’operazione è una donna di 49 anni, affetta da neurofibromatosi di tipo I, una malattia genetica. La donatrice ha invece 21 anni. L’attesa è durata oltre tre anni. Ogni volta che sembrava potesse esserci un donatore compatibile, per un problema o un altro scompariva: o perché i tessuti non potevano essere utilizzati o perché i familiari decidevano di non donare il volto dei propri cari (scelta che, assicurano, ha un impatto psicologico non da poco) o perché non era pronto il sistema immunitario della stessa destinataria che, comunque, col passare dei mesi ha dovuto sempre essere nelle migliori delle condizioni possibili.

Al Sant’Andrea, in questi anni, si sono esercitati nell’attesa di questo momento. I due co-team leader sono Fabio Santanelli di Pompeo, responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia Plastica dell’Azienda ospedaliera, e Benedetto Longo, pluripremiato (è stato vincitore del premio Hans Anderl per la chirurgia plastica) che fa parte del team dell’ospedale anche se precario. Si sono esercitati sui cadaveri, hanno sperato e studiato nell’attesa.

L’operazione è iniziata all’alba di ieri e si è conclusa in serata. Nel momento in cui il giornale va in stampa, però, non è ancora possibile conoscerne l’esito. Bisognerà aspettare le prossime ore.