L’affare-Weinstein, a questo punto, assume i riflessi d’una scintilla caotica e preliminare a ciò che s’annuncia come il Caso-Zero nella guerra culturale sul tema della sopraffazione sessuale e delle sue connessioni con la psicologia del Paese e la sua dimensione politica.
La chiamata a solidarietà delle donne americane, o di coloro che vogliano dichiararsi solidali sulla questione, sbarca ora nell’aula delle udienze senatoriali per la ratifica dell’elezione del nuovo giudice della Corte Suprema, il massimo organo legislativo americano, del quale si entra a far parte a vita, assumendo responsabilità di decidere su questioni essenziali, costituzionali e spesso “storiche” nel dibattito delle idee.
Proviamo a fare un resumé. Spostiamoci a Bethesda, sobborgo elegante di Washington, non il più ricco – che è Chevy Chase – ma quello d’un benessere consolidato e connesso col potere e le sue postazioni in città. Qui la 15enne di buona famiglia Christine Blasey frequenta la selezionatissima Holton-Arms School, scuola privata femminile d’élite, con eccellenti risultati e generale popolarità. Il 17enne Brett Kavanaugh, invece, è iscritto all’altrettanto riverita Georgetown Prep School, liceo cattolico di un quartiere più centrale e ben abitato della capitale. Gli alunni cattolici dei licei di queste aree benestanti sono soliti mescolarsi, provenienti come sono dalle medesime scuole elementari e frequentando le stesse parrocchie. Siamo nel 1982: c’è Reagan alla Casa Bianca e la cultura giovanile americana si va orientando verso un volatile edonismo. Bere e spassarsela sono i passatempi di punta tra i teenagers e “weekend” è sinonimo di una casa lasciata libera dai genitori d’un amico per qualche festicciola scatenata. Christine e Brett si conoscono la sera in cui, secondo l’impalpabile ricostruzione per ora offerta dalla donna, si ritrovano in una casa vuota, insieme a un piccolo gruppo di compagni – quale casa con precisione, lei non riesce proprio a ricordarlo e neppure in quale data. Per i giovani maschi, in situazioni così, ubriacarsi è la scorciatoia per allentare i freni inibitori e azzardare gesti altrimenti preclusi dall’autocontrollo. Per esempio quello imperdonabile di sospingere una ragazza in una stanza vuota, dopo averla seguita al piano superiore. E poi, con la complicità di un compare, saltarle addosso, provare a spogliarla con la forza, sovrastarla col proprio peso, dopo averla costretta sul letto.
Brett e l’amico, che Christine identifica col nome di Judge, chiudono la porta a chiave, alzano la musica a palla e lui le tappa la bocca per impedirle di gridare: flagrante tentata violenza carnale. Perché tutto poi si esaurisce rapidamente, allorché Judge, proiettandosi a sua volta sul letto, permette a Christine di sfilarsi e scappare.
Da quel giorno lei, reginetta delle feste, scompare dalla circolazione, va a studiare in North Carolina e poi in California, si laurea in psicologia e opta per una carriera di ricerca, felicemente coniugata e con due figlie. Fin quando sui media Usa appare il nome di Brett Kavanaugh come favorito per il posto vacante di giudice della Corte Suprema. Christine sente che il suo ricordo ancora radioattivo e doloroso, sebbene sbiadito, non può restare nel cunicolo in cui lo ha costretto. Scrive una lettera confidenziale a Dianne Feinstein, venerabile senatrice democratica, ex-sindaco di San Francisco e paladina dei diritti femminili, descrivendole quel “qualcosa” che le ha oscurato la vita per decenni. È il luglio 2018: ci vorranno quasi due mesi perché la storia affiori, investendo l’apparentemente scontata nomina di un conservatore illuminato a rafforzare la sponda repubblicana della Corte Suprema – procedimento che si vuole concretizzare prima delle elezioni di midterm di novembre, perché un’eventuale vittoria democratica darebbe il controllo della commissione giudicante ai progressisti, che non vedono Kavanaugh di buon occhio. Kavanaugh, infatti, sostituirebbe il dimissionario giudice Anthony M. Kennedy, di orientamento bipartisan e la sua nomina modificherebbe in senso conservatore gli equilibri della corte, e dunque la giurisprudenza americana per molti anni a venire.
Dunque, lo scandalo, di cui la Feinstein assume la regia, coadiuvata dagli avvocati della Blasey, è prima di tutto un argine politico e da subito appare come una sortita ben pianificata, con Christine che, prima di far emergere la vicenda, si è sottoposta a una macchina della verità (confermando l’attendibilità delle sue affermazioni) e con la testimonianza della sua psicoanalista, che conferma di essere al corrente dell’episodio già dal 2012. Quando la storia affiora, per un catartico istante gravita nel limbo della credibilità: potrebbe esplodere come una bolla di sapone, oppure aumentare la propria potenza come un uragano, abbattendosi sulla candidatura di Kavanaugh. Ancora venerdì il presidente Donald Trump, padrino della candidatura di Kavanaugh, ha tentato la spallata mediatica: “Perché non è andata alla Polizia al tempo dei fatti?”, ha twittato.
Da un lato adesso c’è l’opinione pubblica, scossa dalla ricorrenza di accuse, confessioni, rivelazioni di violenze di uomini potenti ai danni di donne troppo a lungo reticenti. Dall’altro c’è l’occasione d’espandere l’esperimento di purificazione collettiva – reale? fittizio? ipocrita? – che dall’altare delle celebrità, si vorrebbe colasse nei gironi della gente normale, nella società americana. La furia della sopraffazione e l’assurdità della sottomissione, stavolta rivissute attraverso una storia antica, che però assedia quel simbolo dell’inappuntabile rispettabilità che è la Corte Suprema. Un giudice della quale non può avere macchie.
Così, nonostante le resistenze dei trumpiani, l’accusa di Christine ha messo radici nella commissione giudicante. E lei, prima è stata reticente a sottoporsi a testimonianza, ora appare disponibile (mercoledì o giovedì prossimo?), mentre da più parti s’invoca un’indagine preventiva dell’Fbi che non avrebbe comunque né fondamento, né tempi tecnici. Ci si avvia verso la scena-madre: si deve credere alla Blasey? (intanto è riapparso quel Judge presente nella famosa stanza, che dice di non ricordare nulla).
Il vero dubbio è: quanto è giusto che un giudice della Corte Suprema in pectore si appelli alla stessa presunzione d’innocenza e alla produzione di prove certe che vale per i normali cittadini, per difendere dal discredito la sua vita e la sua carriera? La legge è uguale per tutti e nel suo caso il ragionevole dubbio basterebbe a costituire un non luogo a procedere? E tutto ciò appartiene alla sola sfera legale, o in effetti stiamo parlando di politica?
Mentre i media rispolverano vecchie nomination andate a male e complesse vicende a sfondo razziale, come le udienze in cui Anita Hill ricostruiva le malefatte erotiche del futuro giudice Clarence Thomas, gli americani si chiedono se l’istituzione in cui credono più che in qualunque altra, il sacrario del suo progetto-nazione, non sia in realtà una succursale di quel mondo-Weinstein che da un anno sbatte loro in faccia il suo predominio sugli universi dell’etica, della decenza e della verità.