Il rogo che avvelena la reputazione tedesca

Stato di emergenza e rischio di evacuazione nella Bassa Sassonia, nell’area di Meppen, a due passi dal confine con i Paesi Bassi. Per la credibilità delle forze armate tedesche è un nuovo duro colpo all’immagine, già scossa da scandali su nonnismo, neonazismo, armamenti superati e mezzi poco affidabili. Un incendio scoppiato il 4 settembre scorso durante un’esercitazione della Bundeswehr è ormai fuori controllo tanto che la superficie del rogo copre almeno 800 ettari. La torbiera in uso all’esercito ha preso fuoco dopo che un elicottero militare aveva sparato dei razzi. Una scelta infelice per i test dopo un’estate caratterizzata dalla siccità. E, soprattutto, come ha riferito l’emittente Rtl, con i due aerei cisterna per lo spegnimento degli incendi fuori uso. Nel frattempo l’esercito ha deciso di impiegare aerei da trasporto, Tornado e due elicotteri per mappare il territorio e spegnere il rogo.

I vigili del fuoco, coadiuvati dai militari (non meno di 1.300 persone in azione), stanno provando a circoscrivere le fiamme da 18 giorni. Senza successo, anche perché il vento, con raffiche fino a 85 chilometri all’ora, continua ad alimentare il rogo. Che si è esteso al sottosuolo: con il ricorso a 7 chilometri di manichette i soccorsi stanno cercando di provocare una sorta di inondazione artificiale per bagnare il terreno e ridurre le fiamme.

Lo stato di emergenza è attivo da venerdì per consentire l’eventuale sgombero d’urgenza degli abitanti. Per il momento quelli più esposti sono poco più di mille, i residenti dei comuni di Groß Stavern e Klein Stavern, ai quali è già stato chiesto di predisporre il minimo indispensabile per lasciare le abitazioni in caso di allarme. Ma se la situazione dovesse peggiorare rischiano anche i 7.500 residenti di Sögel. Con i suoi 200 chilometri quadrati di estensione, l’area WTD 91 impiegata fin dal 1876 dall’azienda Krupp prima di passare alle forze armate dopo la seconda guerra mondiale, è il più grande poligono strumentale dell’Europa occidentale.

Il rogo potrebbe avere anche conseguenze giudiziarie, oltre che politiche. Ursula von der Leyen (Cdu), la ministra della difesa, ha visitato ieri la zona assieme al governatore della Bassa Sassonia, Stephan Weil (Spd), ed è tornata a scusarsi. Ha concesso che l’esercito ha compiuto errori, non attivandosi tempestivamente per chiedere l’intervento dei soccorsi. Si è anche interrogata sull’opportunità di “condurre le esercitazioni in un questa stagione, dopo un’estate così arida”. La Procura di Osnabrück ha aperto un fascicolo, per il momento contro ignoti, per incendio doloso disponendo la perquisizione del centro di comando dell’area WTD 91. Sembrano esclusi rischi gravi per la salute, anche se il fumo dell’incendio è arrivato fino a Brema, a oltre 100 chilometri di distanza. Nella Germania che combatte per ridurre gli ossidi di azoto, l’incendio ha già causato emissioni di NOx (ossidi di azoto e miscele) pari a quelle di un anno in una città di 50 mila abitanti.

Stupri, database con 440 mila schedati. Le attiviste: “Misura che servirà a poco”

Solo a Delhi nel 2014 si sono contati 1.700 stupri. Quelli nelle aree rurali sono indefiniti nella loro dimensione tragica. Così il ministero dell’Interno ha elaborato un registro nazionale dei condannati per violenza sessuale: si chiama NDSO: National Database Sexual Offenders. Una buona idea? Mica tanto per l’attivista Kavita Krishnam, segretaria della All India Progressive Women’s Association: “Il database è un’iniziativa dettata dal panico, e servirà a poco; nella gran parte dei casi non c’è bisogno di andare a cercare chissà dove per identificare chi perpetra violenze sulle donne: si tratta quasi sempre di persone note alla vittima, che, molto spesso, appartengono alla sua cerchia familiare” . Per rafforzare la sicurezza delle donne indiane è stato lanciato anche il portale cybercrime.gov.in, dove si potranno segnalare tutti contenuti legati alla pedofilia, agli abusi sui minori o che mostrino esplicitamente violenze sessuali o stupri. Tornando al registro, sarà accessibile alle forze dell’ordine e agli inquirenti, ma non al pubblico: conta oltre 440 mila schede di condannati con nominativi, foto, indirizzo, impronte digitali, e il codice Dna. Una ricerca della Thompson Reuters Foundation lo scorso giugno, ha definito l’India il paese più pericoloso al mondo per le donne.

I vegani hanno i loro ultràs e i macellai assoldano vigilantes

La macelleria L’Esquermoise nel centro di Lille è stata attaccata più volte in pochi mesi dagli ultràs vegani. A giugno le vetrine del negozio sono state rotte e qualcuno vi ha scritto con sangue finto “Stop allo specismo”.

Altri negozi sono stati saccheggiati e alcuni esercenti specializzati nel commercio di carne sono diventati bersagli di minacce dirette. In occasione del veggie pride – manifestazione per rivendicare l’orgoglio di essere vegani – a Parigi per il fine settimana, e diversi happening previsti in tutta la Francia, anche a Lille, la Federazione macellai del Nord ha deciso di assumere degli agenti di sicurezza privati.

I vigilanti si sono piazzati davanti a ogni macelleria, rosticceria e salumificio a rischio – uno per ogni esercicio commerciale – altri si sono organizzati in ronde e proteggere gli altri negozi di alimentari, ora che neanche pescivendoli e latterie stanno più tanto tranquilli. In Francia la guerra di chi condanna apertamente l’uso di carni a tavola è dichiarata. Episodi come quelli di Lille si ripetono in tutto il Paese. A inizio settembre, la città di Calais stava per annullare un festival vegano per via degli appelli alla violenza che circolavano sui social.

Il festival alla fine è stato mantenuto, ma si è svolto sotto strettissima sorveglianza della polizia. Secondo Jean-François Guihard, presidente della Confederazione nazionale macellai, gli attacchi si sono fatti più accesi dopo l’attentato terroristico di marzo in un supermercato di Trèbes, in cui aveva perso la vita un dipendente del reparto macelleria.

Tre giorni dopo, una militante vegana aveva pubblicato sui social un messaggio in cui si rallegrava per la morte del macellaio: “Almeno c’è un po’ di giustizia”. La donna autrice della pubblicazione era stata condannata per apologia del terrorismo, ma da allora i 18 mila macellai francesi hanno paura. Le associazioni di categoria si sono rivolte al ministero dell’Interno per chiedere protezione e scongiurare episodi spiacevoli che possano mettere a rischio non solo le attività commerciali ma la salute degli esercenti.

Guihard ha scritto al ministro Gérard Collomb: “I vegani sono solo 200.000 in Francia. Non si può permettere a una minoranza di imporre la sua legge. Il 97% dei francesi mangiano in modo occasionale o regolare la carne e devono poterlo continuare a fare in tutta libertà”. Nessuna risposta. Il fronte vegano attacca il cuore della gastronomia francese, piatti come il boeuf bourguignon e la famosa choucroute alsaziana a base di salsicce di Strasburgo.

Gli anti-specisti rivendicano la parità tra uomo e animale e denunciano i trattamenti disumani che maiali, polli e agnelli subiscono nei mattatoi; da qualche anno, fra i più agguerriti di questo tipo di comunicazione c’è l’associazione L214 con video e filmati spesso registrati con telecamere nascoste.

Per il veggie pride è stato allestito un villaggio vegano gigante in place de la République, a Parigi.

Un’attivista di Boucherie Abolition ha manifestato nella capitale tenendo tra le braccia un maialino morto. L’anno scorso i militanti dell’associazione avevano rubato una ventina di conigli dell’Istituto di ricerca agraria di Tolosa, ma fanno la distinzione tra le loro azioni “pacifiche” e le violenze dei nuovi black bloc anti-carne.

Nel dibattito è intervenuto anche Romain Leboef, famoso macellaio di Parigi, considerato uno dei migliori di Francia: “I vegani – ha sostenuto – hanno sbagliato bersaglio. Attaccano professioni che non hanno nulla a che vedere con le pratiche irrispettose del benessere animale proprie alle industrie della carne”.

Ma c’è da aspettarsi che questo invito alla riflessione non sarà ascoltato da tutti: e i titolari dei negozi di carne continuano a temere di finire nel mirino dei vegani più oltranzisti.

Terroristi anche contro gli ayatollah

Il rumore degli spari è stato per qualche secondo coperto dalle note delle trombe che aprivano la parata militare. Ma non appena i primi soldati e civili sono caduti a terra, la folla radunatasi per assistere alla commemorazione ha capito che non si trattava di pallottole di giubilo, secondo la tradizione mediorientale. Nella città di Ahvaz, nel sud ovest dell’Iran, la parata militare per commemorare l’inizio della sanguinosa guerra tra Iraq e Iran (1980- 1988) è finita in una carneficina. Poco dopo l’inizio, quattro uomini armati travestiti da soldati hanno aperto il fuoco sui soldati e sulla gente assiepata uccidendo 25 persone e ferendone almeno una sessantina. Secondo le informazioni diffuse dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim, tra le vittime ci sarebbero anche dei bambini e 12 miliziani delle Guardie Rivoluzionarie. L’Islamic Revolutionary Guards Corp (Irgc) è la spada e lo scudo del regime clericale sciita dalla rivoluzione islamica del 1979. Le Guardie svolgono anche un ruolo importante negli interessi regionali dell’Iran in paesi come Iraq, Siria e Yemen e sono direttamente legate agli Hezbollah libanesi.

La tv di Stato, che ha mandato in onda le immagini in cui si vedono le persone cadere come birilli, ha detto che l’assalto ha preso di mira una tribuna in cui i funzionari assistevano alla tradizionale parata. Il presidente Hassan Rohani ha dato mandato alle forze di sicurezza di “usare tutto il loro potere per identificare i terroristi”. Ma circa l’identità degli attentatori, tutti uccisi, non c’è ancora chiarezza, se mai ci sarà, data la mancanza nella repubblica guidata dagli ayatollah, di media indipendenti. Di sicuro si può dire che non temevano di perdere la vita e nemmeno di finire nelle mani delle forze di sicurezza, note per i metodi efferati di interrogatorio, e che sono molto organizzati, essendo stati in grado di bucare le maglie assai strette dell’intelligence.

I primi resoconti descrivono gli assalitori come “uomini armati di Takfiri”, termine usato per indicare lo Stato Islamico. Si potrebbe trattare anche del movimento di opposizione arabo etnico iraniano chiamato Ahvaz National Resistance, che ha rivendicato la responsabilità dell’attacco, così come l’Isis, ma entrambi non hanno ancora fornito prove evidenti.

Un portavoce dell’esercito ha affermato che gli aggressori sono stati addestrati da due Stati del Golfo e sono collegati a Israele e Usa. “Questi terroristi sono stati addestrati e organizzati da due paesi del Golfo”, ha detto il brigadiere generale Abolfazl Shekarchi all’agenzia ufficiale Irna.

Anche il ministro degli Esteri Mohammad Zarif ha incolpato i paesi sunniti e i loro “maestri provenienti degli Stati Uniti” per i terroristi reclutati, addestrati, armati e pagati da un regime straniero. La regione dove sorge Ahvaz è la più ricca di petrolio e il Paese sta per affrontare un periodo difficile sotto il profilo economico: a novembre verranno implementate le sanzioni economiche volute dagli Usa. La crisi economica ha già spinto molti iraniani a sfidare pasdaran e polizia scendendo in piazza e chiudendo per giorni il gran bazar di Teheran per protestare contro la svalutazione monetaria, l’inflazione e il sistema bancario corrotto.

Tra faide, morti e black-out. Tripoli sprofonda da sola

La violenza è riesplosa a Tripoli dopo pochi giorni di tregua mediata dall’Unsmil, l’agenzia Onu per la missione in Libia. A sud di Tripoli gli scontri tra ieri e stamattina hanno causato almeno 15 morti, portando il bilancio dell’ultimo mese a oltre 111 vittime accertate, oltre a 25mila sfollati. La zona più calda è quella attorno all’ex aeroporto internazionale, distrutto nel 2014. Epicentro i popolosi quartieri di Abu Salim, Ain Zara e Trik al-Matar. A fronteggiarsi la brigata “Ghneiwa” in supporto alla sicurezza del Governo di Concordia Nazionale (Gna) e la “Somoud brigade” guidata da Salah Badi. L’obiettivo è la conquista delle caserme di Hamza. Scontri con armi pesanti anche tra la “Settima Brigata” di Tarhouna e la “Rada”, la forza di deterrenza di ispirazione salafita che appoggia il premier al-Sarraj. Colpito un importante generatore di corrente elettrica, con black-out diffusi in tutta la città, e un deposito di petrolio (La situazione dei serbatoi di stoccaggio è “catastrofica e pericolosa” ha detto il presidente della Noc, la National Oil corporation, ndr). Chiuso, voli militari a parte, a tempo indeterminato l’aeroporto Mitiga e collegamenti civili spostati a Misurata.

In questo scenario di tensione la nostra sede diplomatica è praticamente inattiva. Senza l’ambasciatore, Giuseppe Perrone, da quaranta giorni, con appena due funzionari e una manciata di impiegati. Intatto l’apparato di protezione. Se non ci fossero di mezzo “incombenti motivi di sicurezza”, sarebbe da chiedersi il senso della presenza di una cinquantina di carabinieri fissi a difesa della nostra rappresentanza diplomatica.

Un drappello ben armato e addestrato per funzioni di scorta e protezione del nostro ambasciatore, bloccato a Roma in attesa di capire il futuro suo e della nostra credibilità internazionale. Un apparato difensivo con battaglioni speciali ad alternarsi ogni 4 mesi. Una macchina oliata e costosa che, oltre agli alti stipendi dei militari, giustificati dal rischio elevato della missione, prevede spese logistiche ingenti tra forniture, missioni e difesa degli apparati. Quasi un danno all’erario se, appunto, non ci fosse una giustificazione straordinaria, l’incolumità dell’ambasciatore. I quaranta giorni senza una reale rappresentanza diplomatica stanno riportando l’Italia al gennaio 2017, quando l’ambasciata riaprì i battenti nella polveriera libica dopo gli anni bui seguiti dalle rivolte sanguinose del 2014.

Perché far rientrare Perrone? All’inizio di agosto, la situazione a Tripoli era di calma assoluta. Gli scontri tra milizie e gli attacchi terroristici, sarebbero arrivati due settimane dopo. Oggi la città è in fiamme, i centri di detenzione per migranti abbandonati a loro stessi. La perdita dei rapporti con i ‘sindaci’, una ventina di capi tribù da nord a sud della Libia assoldati per tenere d’occhio le frontiere e i flussi di disperati dal Sahel, è un patrimonio che rischia di essere depauperato. Addirittura da luglio nessun funzionario italiano ha più messo piede dentro i centri detentivi dell’area di Tripoli gestiti dal governo libico con l’appoggio delle organizzazioni umanitarie. In precedenza le visite erano quasi giornaliere. Il deposito della nostra ambasciata è pieno di aiuti umanitari che non possono essere consegnati senza un minimo di operatività. Chiudere di nuovo l’ambasciata, confermare Perrone, rimandandolo immediatamente nel suo ufficio con vista sul Mediterraneo, oppure cambiargli la destinazione e nominare un nuovo rappresentante diplomatico? C’è una importante Conferenza sulla Libia da organizzare in Italia, a novembre, e senza un ambasciatore attivo a Tripoli non sarà facile. L’Italia ha mostrato la sua debolezza cedendo alle pressioni internazionali e ascoltando gli aut aut di Parigi e del suo uomo forte in Libia, il generale Khalifa Haftar, leader della Cirenaica. Il progetto geopolitico dell’Eliseo è chiaro: sostituire, o meglio assumere le quote libiche dell’Italia per averne il controllo totale, da est a ovest. La ferma volontà di organizzare le elezioni presidenziali in una Repubblica parlamentare, oltre a un mantra ripetuto fino all’ossessione dalla Francia, altro non è che una scorciatoia per colonizzare uno Stato che di fatto, oggi, non esiste. Con una serie di mandati cruciali in scadenza, in particolare i vertici dei nostri Servizi in Libia, non è da escludere che il ‘congedo forzato’ di Perrone, in vista di un siluramento, sia considerato il male minore. Qualcuno a Tripoli è di troppo e gli equilibri di governo potrebbero richiedere un cambio di strategia, ma indecisioni e dissidi interni rischiano di cancellare i progressi fatti dall’Italia.

Mail Box

 

I miei amici meridionali hanno la memoria corta

I miei nonni erano pugliesi, arrivati nel profondo nord nel 1899. Pertanto scrivo “terrone” in senso assolutamente amichevole. Ho visto l’invasione dei lanzichenecchi della Lega. Allora eravamo noi terroni al centro dei loro slogan umilianti. Dovevamo sparire e la (loro) Italia doveva finire sulla linea del Po. Ora quegli stessi razzisti cambiano slogan, cambiano i bersagli per fini propagandistici, il “cazzaro verde” conquista l’Italia (isole comprese), viene assolto dai suoi peccati, è elevato a statista dall’intera nazione… E si è “comprato” anche i miei amici terroni. Vado spesso al sud e scopro che molti votano Lega, ci sono candidati sindaci alle prossime amministrative che corrono col Carroccio.

Dove sta l’inganno? I meridionali lo fanno per uscire dalla polvere, per sentirsi emancipati? Pensano di sentirsi meno terroni e più italiani? E la presa per il sedere? E la Memoria? “Diecimila lire per sentirti dire micio, bello e bamboccione” (Faber).

Franco De Pasquale

 

Oggi ricordiamo il sacrificio del carabiniere D’Acquisto

Il 23 settembre 1943 venne assassinato dai tedeschi il vice brigadiere Salvo D’Acquisto che non esitò a sacrificare la propria vita per salvare gli ostaggi che i nazisti si accingevano a fucilare. È una data da ricordare, perché emblematicamente segna il tramonto irreversibile della dittatura e della monarchia e la nascita della nuova Italia che si riappropria dei valori più preziosi della sua civiltà.

Da una parte un re codardo, disattesi i propri doveri, si apprestava ad abbandonare il paese consegnandolo ai nazifascisti, dall’altra, un cittadino esemplare con il suo gesto eroico restituiva dignità e onore alla patria ricordando a tutti che le istituzioni devono essere al servizio dei cittadini. La lezione di un gigante ad un re nano. Quell’atto di coraggio culminato nell’estremo sacrificio ha contribuito a spazzare via dittatura, violenza, leggi razziali, teste coronate, e a scrivere le pagine più nobili della Costituzione della Repubblica.

Maurizio Burattini

 

Lega, le furbate del debito a rate e della “pace fiscale”

L’accordo raggiunto per la restituzione del maltolto in circa 70 anni è davvero un’operazione che servirà da fulgido esempio per tutti noi che paghiamo tutto e subito, senza sconti e senza rateizzazione, ma anzi in anticipo (io sono un pensionato metalmeccanico Inps). E più che per noi, la furbata sarà di esempio e stimolo per le nuove generazioni. Se poi ci aggiungiamo la proposta di “pace sociale” per le evasioni fino a 1 milione di euro e la flat tax, il quadro si definisce in modo sempre più chiaro. Avendone la possibilità, questo sarebbe un Paese da evitare.

La giustizia, la democrazia, l’equità fiscale, il controllo democratico del potere, insomma tutto ciò che distingue un Paese civile da una Repubblica delle banane non alberga più nel Bel paese. Se per punire la “casta” diamo credito e potere a questi incredibili ciarlatani siamo messi proprio male.

Marco Gallo

 

La tv di Stato è apertamente schierata contro il governo

Quando la tv pubblica è in completa sintonia con chi è al governo del Paese si è in presenza di una dittatura. Quale definizione dare al sistema informativo pubblico quando è schierato apertamente contro chi governa?

Pasquale Mirante

 

DIRITTO DI REPLICA

Chiedo di rettificare l’articolo a firma di Tommaso Rodano, dal titolo: “Le 12 promesse non mantenute”, in quanto il testo “Il nuovo ministro dei beni culturali Alberto Bonisoli, ha annunciato l’abolizione delle domeniche gratis nei musei” non è corrispondente al vero. Infatti, rispetto al passato governo, che prevedeva dodici giornate ad ingresso gratuito, il ministro Bonisoli ha già annunciato che saranno portate a 20. Da ottobre a marzo resterà l’ingresso gratuito la prima domenica del mese. In più è prevista una settimana intera di ingresso gratuito che, nel 2019, cadrà nel mese di marzo. Inoltre altri 8 giorni a ingresso gratuito saranno a disposizione dei singoli responsabili dei siti e dei musei che potranno liberamente utilizzarli quando vorranno.

Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Ufficio Stampa e Comunicazione

 

Il ministro Bonisoli non ha abolito le domeniche gratis, ma l’obbligo per i direttori dei musei di istituirle. I musei saranno aperti gratuitamente per un numero maggiore di giorni, ma non d’estate, nel periodo di maggiore afflusso turistico. Prendo atto della rettifica del ministro e chiedo venia per l’approssimazione (ha contribuito il poco spazio per argomentare).

To.Ro.

Il Pd come l’araba fenice: dove sia nessun lo sa

 

“In questo Pd come segretario servirebbe uno psichiatra”.

Carlo Calenda

 

Forse siamo sordi, oppure molto distratti ma c’è un’Italia che da almeno sei mesi non dà più notizie di sé. Niente, neppure una cartolina. Silenzio di tomba. Sono esattamente 6.134.727 persone, quelle che lo scorso 4 marzo hanno votato Pd. Mi correggo, qualcuna di meno perché sei o sette parlano in continuazione. Litigano su tutto, s’invitano a cena, poi si tirano i piatti e dicono che ci vorrebbe lo psichiatra. Togliamo anche chi ricopre incarichi elettivi, coloro che malgrado tutto continuano a fare militanza, il pubblico che partecipa alle feste di partito, e arrotondiamo. Diciamo allora che abbiamo alcuni milioni di elettori Pd a cui è stata tolta la parola. Per carità, nessuno li ha imbavagliati ma l’impressione è che gli sia passata proprio la voglia. Un po’ come quando in famiglia i figli si chiudono in camera e mettono le cuffie per non sentire le urla dei genitori. Poi succede che qualcuno si stufi e silenziosamente si chiuda la porta alle spalle. In poco tempo, secondo gli ultimi sondaggi dopo quel triste 18,7% delle Politiche al Pd, strada facendo, mancano un altro paio di punti. Se fossero numeri confermati sarebbero circa tre milioni perduti, scomparsi, evaporati rispetto alle Politiche del 2013 (rispetto al 41% delle Europee neanche a parlarne). Nel frattempo, i sei o sette di cui sopra continuano a scannarsi su tutto. Chi vuole il congresso, chi non lo vuole. C’è perfino la corrente nichilista che dice: sciogliamoci e arrivederci. Come se il Pd fosse di loro proprietà, un negozietto che un bel giorno abbassa la serranda e mette tutto in liquidazione. Il loro ego ipertrofico non può certo stare dietro a certe minuzie. E se ci sono sei milioni di persone smarrite, pace. Una situazione che imbarazza perfino gli avversari, che infatti del Pd cercano di parlare il meno possibile, forse per non infierire. Del resto, a quegli elettori nessuno ha chiesto se l’ipotesi di un governo con i Cinque Stelle poteva essere esaminata, approfondita, magari approvata. Invece i sei o sette hanno subito detto di no, non se ne parla (anzi lo ha detto uno soltanto che pur avendo dimezzato il partito conta più di tutti gli altri messi insieme). Anzi, il capataz ha tagliato corto affermando che con il loro voto gli italiani avevano mandato il Pd all’opposizione. Non risulta che i sei milioni avessero votato per questo, ma lui ha deciso così punto. Senza contare che da quando “fanno opposizione” il gradimento del governo gialloverde è schizzato al 62%. Bella prova. Il silenzio di chi ha votato Pd non è affatto uno scherzo. Perché toglie voce a un pezzo importante del Paese, per esempio su temi fondamentali come l’immigrazione o il reddito di cittadinanza o l’abbassamento della pressione fiscale. Perché sappiamo che gli elettori leghisti sono tutti con Salvini. Quelli grillini (quasi) tutti con Di Maio. Mentre a nome di tutto il Pd (o di quel che ne resta) parlano sempre gli stessi. Un caso di sequestro di partito senza precedenti: dopo la Diciotti, il sequestro del Diciotto (per cento). Vero è che tra due domeniche è stata convocata a Roma una manifestazione di piazza. Dove probabilmente parleranno gli stessi, ma è pur meglio di niente. Vero anche che nella vita democratica dei partiti gli iscritti intervengono nei congressi. In quelli di una volta, almeno era così. Spesso erano delle baraonde, anche piuttosto rissose, ma cariche di politica e di passione. In questo Pd senza parole, la parola congresso evoca qualcosa di misterioso. Come l’araba fenice: che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. I più spericolati evocano le primarie. I gazebo e tante persone in fila. Mute.

La corte suprema delle molestie

L’affare-Weinstein, a questo punto, assume i riflessi d’una scintilla caotica e preliminare a ciò che s’annuncia come il Caso-Zero nella guerra culturale sul tema della sopraffazione sessuale e delle sue connessioni con la psicologia del Paese e la sua dimensione politica.

La chiamata a solidarietà delle donne americane, o di coloro che vogliano dichiararsi solidali sulla questione, sbarca ora nell’aula delle udienze senatoriali per la ratifica dell’elezione del nuovo giudice della Corte Suprema, il massimo organo legislativo americano, del quale si entra a far parte a vita, assumendo responsabilità di decidere su questioni essenziali, costituzionali e spesso “storiche” nel dibattito delle idee.

Proviamo a fare un resumé. Spostiamoci a Bethesda, sobborgo elegante di Washington, non il più ricco – che è Chevy Chase – ma quello d’un benessere consolidato e connesso col potere e le sue postazioni in città. Qui la 15enne di buona famiglia Christine Blasey frequenta la selezionatissima Holton-Arms School, scuola privata femminile d’élite, con eccellenti risultati e generale popolarità. Il 17enne Brett Kavanaugh, invece, è iscritto all’altrettanto riverita Georgetown Prep School, liceo cattolico di un quartiere più centrale e ben abitato della capitale. Gli alunni cattolici dei licei di queste aree benestanti sono soliti mescolarsi, provenienti come sono dalle medesime scuole elementari e frequentando le stesse parrocchie. Siamo nel 1982: c’è Reagan alla Casa Bianca e la cultura giovanile americana si va orientando verso un volatile edonismo. Bere e spassarsela sono i passatempi di punta tra i teenagers e “weekend” è sinonimo di una casa lasciata libera dai genitori d’un amico per qualche festicciola scatenata. Christine e Brett si conoscono la sera in cui, secondo l’impalpabile ricostruzione per ora offerta dalla donna, si ritrovano in una casa vuota, insieme a un piccolo gruppo di compagni – quale casa con precisione, lei non riesce proprio a ricordarlo e neppure in quale data. Per i giovani maschi, in situazioni così, ubriacarsi è la scorciatoia per allentare i freni inibitori e azzardare gesti altrimenti preclusi dall’autocontrollo. Per esempio quello imperdonabile di sospingere una ragazza in una stanza vuota, dopo averla seguita al piano superiore. E poi, con la complicità di un compare, saltarle addosso, provare a spogliarla con la forza, sovrastarla col proprio peso, dopo averla costretta sul letto.

Brett e l’amico, che Christine identifica col nome di Judge, chiudono la porta a chiave, alzano la musica a palla e lui le tappa la bocca per impedirle di gridare: flagrante tentata violenza carnale. Perché tutto poi si esaurisce rapidamente, allorché Judge, proiettandosi a sua volta sul letto, permette a Christine di sfilarsi e scappare.

Da quel giorno lei, reginetta delle feste, scompare dalla circolazione, va a studiare in North Carolina e poi in California, si laurea in psicologia e opta per una carriera di ricerca, felicemente coniugata e con due figlie. Fin quando sui media Usa appare il nome di Brett Kavanaugh come favorito per il posto vacante di giudice della Corte Suprema. Christine sente che il suo ricordo ancora radioattivo e doloroso, sebbene sbiadito, non può restare nel cunicolo in cui lo ha costretto. Scrive una lettera confidenziale a Dianne Feinstein, venerabile senatrice democratica, ex-sindaco di San Francisco e paladina dei diritti femminili, descrivendole quel “qualcosa” che le ha oscurato la vita per decenni. È il luglio 2018: ci vorranno quasi due mesi perché la storia affiori, investendo l’apparentemente scontata nomina di un conservatore illuminato a rafforzare la sponda repubblicana della Corte Suprema – procedimento che si vuole concretizzare prima delle elezioni di midterm di novembre, perché un’eventuale vittoria democratica darebbe il controllo della commissione giudicante ai progressisti, che non vedono Kavanaugh di buon occhio. Kavanaugh, infatti, sostituirebbe il dimissionario giudice Anthony M. Kennedy, di orientamento bipartisan e la sua nomina modificherebbe in senso conservatore gli equilibri della corte, e dunque la giurisprudenza americana per molti anni a venire.

Dunque, lo scandalo, di cui la Feinstein assume la regia, coadiuvata dagli avvocati della Blasey, è prima di tutto un argine politico e da subito appare come una sortita ben pianificata, con Christine che, prima di far emergere la vicenda, si è sottoposta a una macchina della verità (confermando l’attendibilità delle sue affermazioni) e con la testimonianza della sua psicoanalista, che conferma di essere al corrente dell’episodio già dal 2012. Quando la storia affiora, per un catartico istante gravita nel limbo della credibilità: potrebbe esplodere come una bolla di sapone, oppure aumentare la propria potenza come un uragano, abbattendosi sulla candidatura di Kavanaugh. Ancora venerdì il presidente Donald Trump, padrino della candidatura di Kavanaugh, ha tentato la spallata mediatica: “Perché non è andata alla Polizia al tempo dei fatti?”, ha twittato.

Da un lato adesso c’è l’opinione pubblica, scossa dalla ricorrenza di accuse, confessioni, rivelazioni di violenze di uomini potenti ai danni di donne troppo a lungo reticenti. Dall’altro c’è l’occasione d’espandere l’esperimento di purificazione collettiva – reale? fittizio? ipocrita? – che dall’altare delle celebrità, si vorrebbe colasse nei gironi della gente normale, nella società americana. La furia della sopraffazione e l’assurdità della sottomissione, stavolta rivissute attraverso una storia antica, che però assedia quel simbolo dell’inappuntabile rispettabilità che è la Corte Suprema. Un giudice della quale non può avere macchie.

Così, nonostante le resistenze dei trumpiani, l’accusa di Christine ha messo radici nella commissione giudicante. E lei, prima è stata reticente a sottoporsi a testimonianza, ora appare disponibile (mercoledì o giovedì prossimo?), mentre da più parti s’invoca un’indagine preventiva dell’Fbi che non avrebbe comunque né fondamento, né tempi tecnici. Ci si avvia verso la scena-madre: si deve credere alla Blasey? (intanto è riapparso quel Judge presente nella famosa stanza, che dice di non ricordare nulla).

Il vero dubbio è: quanto è giusto che un giudice della Corte Suprema in pectore si appelli alla stessa presunzione d’innocenza e alla produzione di prove certe che vale per i normali cittadini, per difendere dal discredito la sua vita e la sua carriera? La legge è uguale per tutti e nel suo caso il ragionevole dubbio basterebbe a costituire un non luogo a procedere? E tutto ciò appartiene alla sola sfera legale, o in effetti stiamo parlando di politica?

Mentre i media rispolverano vecchie nomination andate a male e complesse vicende a sfondo razziale, come le udienze in cui Anita Hill ricostruiva le malefatte erotiche del futuro giudice Clarence Thomas, gli americani si chiedono se l’istituzione in cui credono più che in qualunque altra, il sacrario del suo progetto-nazione, non sia in realtà una succursale di quel mondo-Weinstein che da un anno sbatte loro in faccia il suo predominio sugli universi dell’etica, della decenza e della verità.

Visco odia Savona pure su quel ramo del lago di Como

Noi apprezziamo la determinazione di Ignazio Visco. A capo di una società specializzata in fusioni e acquisizioni, un tempo nota come Banca d’Italia, ha attraversato in un decennio una serie di fallimenti che avrebbero stroncato chiunque: non lui, detto governatore per antico vezzo. Ieri, per dire, se n’è andato su quel ramo del lago di Como e ci ha parlato non del bail-in o degli amici di Pop Vicenza, ma della legge di Bilancio: “Non vanno sottovalutati i rischi a cui ci esporrebbe un aumento improduttivo (sic) del disavanzo”: se i mercati si innervosiscono e lo spread sale di altri 200 punti, il debito “si collocherebbe presto su una traiettoria insostenibile”. E questo, evidentemente, Visco lo dice per tranquillizzarli, i mercati, e lo fa dalla bizzarra posizione di capo di una banca dello Stato che non può, per legge, garantire il debito dello Stato (altrimenti, pare, la Madonna piange). Il punto che gli premeva, però, era criticare la spesa per investimenti (e cioè Savona): non bisogna usare moltiplicatori fiscali troppo “ottimisti” circa i suoi effetti sulla crescita. Per carità, non sia mai… Certo, sarebbe stato carino metterci in guardia pure sui moltiplicatori “pessimisti” imposti dall’Ue per tranquillizzare i mercati e che invece hanno aggravato la crisi: una cosa facile, tipo “l’austerità rischia di far diventare il debito insostenibile”. Volendo poteva citare il report della Bce del 5 settembre sui moltiplicatori che lo comprova. Insomma, se proprio si usa paccottiglia ideologica dell’Ottocento come se fosse la verità, almeno che sia up to date.

“Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo e il servitore di tutti”

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Marco 9, 30-37).

Lungo la strada, mentre attraversano la Galilea, Gesù predìce per la seconda volta che viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma… ucciso, dopo tre giorni risorgerà. La Passione viene descritta mediante tre verbi: venir consegnato, ucciso, risorgere. Il libro della Sapienza (2,12.17.20) icasticamente ci offre la scansione esistenziale, l’esito della vocazione del Profeta: tendiamo insidie, mettiamolo alla prova con tormenti, condanniamolo a una morte infamante. Chi si nasconde dietro una falsa religione, chi si riveste d’ipocrisia, chi costruisce trame continue per imporre il suo stile di vita in una legalità ingannevole, non tollera, anzi elimina e spegne la voce della profezia: Per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni!

Per quanto Gesù continui a introdurre, con attenta e spirituale pedagogia, il gruppo dei discepoli nei suoi pensieri, nella prospettiva della sua missione, essi non riescono a trovare luce e conforto in questi discorsi. Diventano estranei, non si capiscono più. Anzi, la paura di domandare è più forte della loro inadeguatezza: Non capivano queste parole e avevano timore d’interrogarlo. Perché non interrogare direttamente il Maestro? Da dove deriva questo “timore” che indurrà Giuda a tradirlo, Pietro a rinnegarlo, gli altri alla fuga e all’abbandono? Le parole e le soluzioni dei discepoli non sono in sintonìa con quelle di Gesù che li interroga, senza ottenere risposta, sulla loro discussione, valutazione ragionata (dieléchthesan). Per la strada avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Spesso affoghiamo la Parola di Dio tra le nostre parole e aspettative: non le prestiamo ogni giorno un ascolto orante, intelligente, affettivo, sincero ed efficace. Eppure la Parola di Gesù è il suo stesso cammino! Capovolgendo precedenze, privilegi, ranghi, persino personali diritti, Gesù prospetta il primato del servizio che libera dalla paura della morte e genera l’autentica libertà dell’amore: Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo e il servitore di tutti.

Ma non basta. Con tenera e compassionevole esemplarità Egli prende un bambino, lo pose in mezzo e, abbracciandolo si mette a far vedere ai suoi l’accoglienza, la gratuità, la piccolezza: questo è il nome nuovo della civiltà! Il bambino (paidíon) diviene un richiamo all’umiltà, alla fiducia; introduce nella nuova dimensione di relazione che Gesù instaura con il discepolo, con l’umanità nuova: Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me (…) e colui che mi ha mandato. Il bambino si fida, non vive il fascino del potere, riceve amore, forse non offre spontaneamente quanto gli appartiene perché egocentrico, ma piacevolmente si lascia servire!

Noi cristiani dobbiamo scoprire ogni giorno la meraviglia del servizio prestato agli altri, ai bisognosi, agli ultimi, frutto della grazia gioiosa del dono della morte e risurrezione di Gesù Cristo. Il cristianesimo fonda l’amore del prossimo sull’amore gratuito di Dio per me. Questa è l’alternativa culturale: con una libertà redenta, rispondere con amore senza limiti all’amore infinito del Signore Gesù.

* Amministratore Apostolico di Camerino – San Severino Marche