L’eterna caccia al tesoro nascosto nei conti pubblici

Il portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino sale all’onore delle cronache da par suo grazie a un messaggio audio a due cronisti, finito poi on line, in cui definisce i dirigenti del ministero dell’Economia “pezzi di merda” perché nascondono possibili tagli al bilancio dello Stato, necessari a finanziare il reddito di cittadinanza: “Non è accettabile che non si trovano dieci miliardi del cazzo”. Al netto di semplificazione e volgarità, Casalino ha ragione. E speriamo che adesso esterni anche sui “pezzi di merda” di Palazzo Chigi, sennò non vale. Al tempo stesso, concentrandosi sui “dieci miliardi del cazzo”, perpetua l’errore storico della politica italiana. Si sceglie un dettaglio per far credere – o credendo in buona fede, molto più grave – che lì si giochino i destini della Nazione.

Casalino forse non lo sa, ma da decenni i governi italiani si esercitano nella ricerca di quattro soldi del cazzo per non affrontare i problemi veri. Il ministro pro tempore e qualche “pezzo di merda” a diretto riporto si vestono come zio Paperone nel Klondike e si avventurano alla ricerca dei “fondi”. Dove cercano? In un luogo mitico chiamato “pieghe del bilancio”. C’è una vasta letteratura in materia. Quando il primo governo con la Lega nella stanza dei bottoni, nel 1994, affrontò il tema delle pensioni (i conti dell’Inps non tornano mai), il ministro Adriana Poli Bortone avvertì: “Nelle pieghe del bilancio vanno cercate ulteriori risorse”. Qualche anno dopo fu la volta del taglio delle tasse e il ministro Maurizio Gasparri non vedeva “pezzi di merda” in giro: “I tecnici stanno lavorando per individuare nelle pieghe del bilancio risorse che possano essere dirottate da spese superflue”. La spending review, che teneri: non trovarono niente. E Mario Monti, ve lo ricordate? Per finanziare la riforma degli ammortizzatori sociali “bisogna lavorare nelle pieghe del bilancio”, faceva sapere. Poi venne il governo Letta. “Abbiamo trovato i fondi per tagliare le tasse”, annunciò il ministro Flavio Zanonato, tutto serio. Poi venne il governo Renzi e trovò “tra le pieghe del bilancio”, un tesoretto di 1,5 miliardi. E appena due settimane prima delle elezioni del 4 marzo scorso, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin tornò dal Klondike con il botto elettorale: “Abbiamo trovato risorse per gli ospedali di Penne e Teramo”. Sembra di vederli, ministri e superburocrati entrare negli uffici e intimare: “Cacciate fuori le pieghe del bilancio”, e poi accanirsi su ogni scrivania e aprire tutti i cassetti per vedere se ci sia qualche risorsa da cinque euro. Come se lo Stato italiano galleggiasse su un mare di pieghe di bilancio intrise di fondi aggiuntivi. Il nostro petrolio.

Dove sbaglia Casalino? Come tutti quelli che vanno al potere all’improvviso, ha perso il contatto con la realtà. E si occupa di “dieci miliardi del cazzo”, quando il bilancio dello Stato è di circa 800 miliardi, e non saranno quei dieci miliardi a cambiare la storia. Vada a studiarsi i dati Eurostat (dimentichi per un momento che quelli che li producono a Bruxelles sono forse “pezzi di merda” anche loro), guardi la riga “Italy” e noti che il prodotto interno lordo italiano è sceso dai 1687 miliardi del 2007 ai 1594 del 2017. In altre parole, oggi, rispetto a dieci anni fa, il reddito annuo degli italiani è calato di “90 miliardi del cazzo”. Intanto quello dei tedeschi (pezzi di merda anche loro? Gli dichiariamo guerra?) è cresciuto di “350 miliardi del cazzo”. L’economia italiana sta andando a picco, mancano milioni di posti lavoro, ci siamo fumati decine di miliardi di Pil, e Casalino si occupa di trovare nelle pieghe del bilancio i “dieci miliardi del cazzo” che gli servono a mandare i suoi boys a sparare nuove cazzate nei talk show.

Chi sono gli italiani di Salvini e Di Maio?

La vivace esortazione di Luigi Di Maio, vice primo ministro ma anche ministro del Lavoro e dello Sviluppo, al ministro dell’Economia Tria ha richiamato giustamente molta attenzione, ed è inevitabile qualche riflessione. Mi riferisco alle due frasi divenute un passaggio obbligato del dibattito politico italiano. La prima: “Pretendo che il ministro dell’Economia trovi i soldi per gli italiani”. La seconda: “Un ministro serio i soldi li deve trovare”.

Le affermazioni appaiono come il grido di qualcuno disorientato, che non sa bene chi è e non sa bene dov’è. La parola chiave è “italiani”. Genera confusione. Di Maio esige dal ministro dell’Economia, che gestisce i soldi degli italiani, di “trovare” (“un ministro serio li trova sempre”) soldi per gli italiani. Non sta parlando di ridistribuzione della ricchezza, perché i ricchi non c’entrano. Piuttosto sembra non rendersi conto del senso delle sue severe ammonizioni. Di Maio è un’autorità dello Stato, portatore di cariche e responsabilità diverse che si armonizzano solo se vissute nella loro normale prospettiva gerarchica. Di Maio infatti è il vice primo ministro, un finto numero due che in realtà è un numero uno come il suo simmetrico collega e rivale Salvini. Come tale Di Maio condivide l’intera responsabilità di governo, di cui il ministro dell’Economia è solo gestore, e non può dire “mi trovi i soldi” perché alla fine la firma è sua (insieme a quella di Salvini e con la benevola ma solo scenografica partecipazione del primo ministro). Insomma, ha dimenticato che non è lo spettatore esigente di uno spettacolo, ma il protagonista, di cui Tria compare con un ruolo che lui, Di Maio, autore e regista, intende come minore. Sbaglia, s’intende. Ma non è questo a stupire. Stupisce che sia uno dei due registi dello spettacolo a sbagliare. La battuta detta in piena scena – “Dove sono i soldi?” – ridicolizza il protagonista responsabile. Possibile che un leale dipendente non lo abbia avvertito? Ma Di Maio si è anche confuso nello scegliere i portafogli. Salvini, che vuole comandare, si è astutamente attribuito l’incarico di ministro dell’Interno, cioè un punto da cui comincia la caccia allo straniero che (come per Orbán) è l’impegno della sua vita. Il percorso va dritto e senza interferenze dal comando all’esecuzione (anche per la straordinaria e sorprendente cortesia del ministro delle Infrastrutture Toninelli, che ha offerto pronta obbedienza per la chiusura dei porti senza darci di suo, a differenza di Salvini, alcuna ragione).

Di Maio invece ha scelto due incarichi (Sviluppo e Lavoro) che discendono da tutto il resto delle iniziative politiche, sociali, economiche e organizzative che il governo vorrà adottare. Il quasi capo del governo Di Maio di politica, per ora, non ne ha adottata nessuna. Ma esige di goderne i risultati, pronti e subito, da altri che stanno sotto di lui (lui è il vice premier) ma anche sopra di lui (che è incaricato di due dicasteri che non possono generare né il lavoro né lo sviluppo), come il ministro dell’Economia, che regola e gestisce le principali conseguenze dell’azione di governo, ma anche le premesse possibili di quell’azione. A chi grida dunque il vice capo e sotto ministro del governo di un partito che ha vinto le elezioni e perduto l’iniziativa? Il fatto clamoroso di avere perduto, anzi ceduto, l’iniziativa (dunque anche credibilità e immagine) alla controparte del contratto Di Maio lo riconosce pubblicamente e senza imbarazzo con l’affermazione che segue, dopo la litigata un po’ indecorosa sul trovare i soldi. Quella litigata era un curioso rimprovero a chi non sa trovare gli espedienti, le solite strade temporaneamente coperte che servono a togliere soldi a qualcuno per darli a un altro, finché qualcuno non scopre da dove vengono le risorse che non c’erano.

La frase, che adesso sembra pacata e in piena armonia con il contratto tra i due soci politici, è questa: “Il reddito di cittadinanza sarà solo per gli italiani”. Vuol dire che anche per i Cinque Stelle il motto della Repubblica diventa e resta quello della Lega: “Prima gli italiani”, che è la bandiera del razzismo? Ma ecco che siamo costretti a ritornare all’invettiva di Di Maio contro il ministro dell’Economia per domandarci: chi sono gli italiani di cui ci parlano in continuazione sia l’uno che l’altro dei vice primi ministri? Sono tutti gli italiani? Non è vero, come molti di noi per fortuna sanno. Stiamo andando verso Orbán (i Cinque Stelle hanno ben poco obiettato alla dichiarazione di unità di intenti e di vedute fra Salvini e Orbán, benché apertamente ispirato al nazismo), ma non siamo arrivati a quel traguardo tragico. Forse i Cinque Stelle si ribelleranno al triste destino di diventare tanti Borghezio. Forse. Purtroppo al momento, come dimostra Toninelli, impegnato febbrilmente ogni giorno a tenere chiusi tutti i porti italiani, nonostante l’estrema e irrisolta emergenza di Genova, diresti che la sottomissione è già cominciata.

“In questo paese non vive più nessuno. Sono scappati tutti”

Partiti in cerca di un lavoro. Gli emigranti esistono anche in Italia. Vanno verso il nord del Paese, verso l’Europa, verso l’America. Lasciano la famiglia come a inizio Novecento, con una ideale “valigia di cartone”. Dopo l’articolo di Antonello Caporale ecco alcune delle loro storie raccontate a valigiadicartone.ilfatto@gmail.com

 

“E che ci stiamo a fare a Sala Consilina?”

Vivo a Sala Consilina, in provincia di Salerno. Quando vado al lavoro guardo con malinconia la luce accesa dell’appartamento di un mio zio che ha 90 anni. Penso che tra qualche anno quell’appartamento sarà vuoto perché due dei suoi tre figli, miei coetanei, se ne sono andati a Milano e a Urbino nel 1983. I due figli della sorella, unica rimasta a Sala, vivono a Milano e Londra. I miei nipoti (23 e 20 anni) studiano a Venezia e a Bologna. Sono incazzatissimo per tutto ciò. Già a 14-15 anni iniziano a dire “E che faccio qua? Che ci sto a fare?”. Sicuramente ci sono problemi strutturali, ma è pur vero che c’è una narrazione maledetta che inchioda Napoli alla perdizione assoluta (complice anche Saviano a mio modesto avviso) e che fa sognare ai nostri nipoti la Bocconi, il Politecnico di Torino, e via dicendo. Guarda ho una rabbia che non posso contenere.

Giulio Pica

 

Cosa mi trattiene qui con i miei figli altrove?

Domenica 16 settembre 2018, stazione di Potenza centrale, frecciarossa delle 7.38 per Milano. Ho accompagnato mia figlia che parte per Bologna per iscriversi all’università; sulla banchina tanti giovani come lei con le rispettive famiglie. Parte il treno, saluto mia figlia trattenendo le lacrime, mi guardo intorno e vedo che sulla banchina siamo rimasti solo noi genitori. Cosa mi trattiene qui se i miei figli vanno via? Il cielo terso, l’aria pulita, la mancanza di stress, l’assenza di traffico, il costo della vita non elevato o i risparmi di una vita investiti (ormai persi) in immobili da destinare un giorno ai figli? Io e le mie sorelle rivogliamo con noi i nostri figli. Lo stiamo gridando ma purtroppo non c’è nessuno che ci ascolta.

Pina

 

Nella nostra città solo impiegati e pensionati

Siamo i genitori di due figlie, ormai quarantenni, entrambe bravissime. Eravamo convinti che non avrebbero avuto problemi nel trovare un lavoro che le gratificasse per il loro impegno, magari non proprio nella loro città, ma comunque in Italia. Così non è stato. La prima, non ha voluto andare all’estero (dove le assicuravano ponti d’oro, dalla Germania, dall’Olanda e persino dalle Hawaii). Adesso fa l’insegnante di scuola media per contribuire al mantenimento della piccola famiglia che si è formata alcuni anni fa in una città dell’Italia del Nord.

La seconda figliola, dopo l’esempio della prima, ha subito deciso di andarsene dall’Italia ed ha trovato immediatamente impiego a Bruxelles.

Ormai nella nostra città non c’è famiglia che non abbia un figlio all’estero. Su meno di 50.000 abitanti vi sono seimila appartamenti invenduti, hanno chiuso tutte le poche attività produttive, restano solo impiegati e pensionati, tutti sempre più vecchi e sempre più rassegnati ad un declino ineluttabile.

 

Dal Piemonte a Madrid (che non discrimina)

Il 10 Ottobre 2005 lasciai l’Italia con il timore di quello che avrei trovato a Madrid ma soprattutto con molta speranza e voglia di ricominciare daccapo. In pieno berlusconismo l’Italia non mi rappresentava più, mi sentivo straniero in un Paese che mi trasmetteva sempre più superficialità e insicurezza, forse dovuto al fatto che come omosessuale l’Italia non è il miglior Paese dove si possa vivere. Quando arrivai a Madrid avevo ventinove anni e qui, per la prima volta, ho preso per mano il mio ragazzo, camminando per strada. Ero intimorito perché in Italia, soprattutto in una cittadina piccola e conservatrice come Asti, non avevo mai potuto farlo, per paura. Qui non è lo stesso. Presi la mano del mio compagno in pieno centro, nella meravigliosa Gran Via, e rimasi sconcertato nell’accorgermi del fatto che nessuno ci guardava, quella moltitudine di persone ci passava a fianco e ci ignorava, come una qualsiasi coppia che si tiene per mano. Mi emozionai e mi innamorai ancora di più di Madrid, città di contrasti, con i suoi lati positivi e negativi, come tutte le città ma che a me continua a sembrare meravigliosa. Laureato in lingua e letteratura in Italia lavoravo in un hotel, sto trattando la pubblicazione (in spagnolo, si, alla fine l’ho imparato piuttosto bene) del mio primo romanzo e studio Psicologia nell’Università più grande di Spagna. Ora guardo l’Italia con il binocolo, da fuori, come se stessi guardando attraverso lo spioncino di una porta che chiusi io e mi chiedo che cosa diavolo stia succedendo nel Paese in cui sono nato.

Marco William L.

 

Sono “uscito e riuscito” e non tornerò in Sicilia

I miei amici mi chiamano “rinisciotu”: in Sicilia c’è il detto “cu niscia riniscia”, che letteralmente significa “chi esce riesce”. E “rinisciotu” è una persona che nella vita “è riuscita”, ma ha anche un labile accento dispregiativo, perché il “rinisciotu” è anche uno che alla lunga disprezza il luogo in cui è nato, sputa sul piatto dove ha mangiato. Devo ammettere che per certi versi mi calza bene.

Ho 32 anni, convivo a Milano con Martina, abbiamo preso una casa in patto di futura vendita; lavoro da 6 anni e mezzo, faccio il consulente informatico, e la mia branca di specializzazione mi ha aperto tantissime porte e reso una persona molto fortunata; ho diverse richieste, in Italia e all’estero, ho anche lavorato per un anno circa a Lione.

Fino a 6 anni e mezzo fa, poco prima di prendere la mia laurea triennale in fisica, vivevo con mia madre e mio padre ad Adrano, in provincia di Catania, e campavamo con la pensione minima da meccanico di mio padre (circa 800 euro), una sfilza infinita di cartelle esattoriali dell’INPS ed un mutuo di circa 300 euro al mese da pagare. Come facevamo a vivere? C’era zia Pina. Dio l’abbia in gloria per sempre! Solo a ricordarla mi vengono gli occhi lucidi. Zia Pina era la sorella di nonno Agatino, era una suora spogliata, conduceva quindi una vita più che modesta fra casa e chiesa, e prendeva una pensione niente male. Così ogni tanto, quando arrivava una bolletta troppo alta e non sapevamo come fare, mia zia controllava nel cassettone sotto la TV. E lasciava quella carta di 100-200 euro che ci serviva per tirare avanti, e soprattutto per permettermi di completare gli studi.

Perché sono “rinisciotu”? Perché ogni volta che mi trovo in chat a discutere con i miei amici dico peste e corna riguardo alla terra in cui sono nato e ho vissuto per 26 anni. Perché sono consapevole che in Sicilia non metterò mai più piede per un periodo più ampio di 2 settimane. Perché in Sicilia l’ambizione viene frustrata continuamente da problemi di tipo sociale, economico ed ambientale. Non puoi vivere in Sicilia se ti sei acclimatato ai ritmi di una città regolata come Milano

Ma, in mia difesa, sono “rinisciotu” perché odio ciò che succede in Sicilia. Ormai sono siciliano solo nel cuore, e milanese nella vita. E non tornerò più. Perché sono “rinisciotu”…

Alessio Luca

“In Germania sei mesi per trovare un lavoro, poi l’espulsione”

Berlino minaccia di cacciare chi non ha lavoro. Gli italiani e tutti gli europei emigrati in Germania rimasti senza lavoro potrebbero essere espulsi se non trovano un’occupazione entro sei mesi. “Se fosse vero, sarebbe molto grave”, dice all’Ansa il sottosegretario agli Esteri, Ricardo Merlo, sottolineando che “sarebbe un paradosso: l’Italia sotto accusa perché cerca di difendere l’Europa dall’immigrazione illegale e la Merkel che starebbe colpendo un diritto fondamentale dei cittadini Ue”. L’allarme è stato lanciato da Radio Colonia, con un servizio in italiano che ha trasmesso il racconto di una donna italiana convocata dall’Ufficio per gli immigrati: “Mi hanno detto che avevo 15 giorni, visto che non potevo provvedere a me stessa, per trovare un lavoro: altrimenti mi avrebbero rimpatriato e avrebbero pure pagato il viaggio a me e alle bambine”. La donna dice di aver rinunciato al lavoro per una gravidanza e di essersi poi separata, rimanendo senza mezzi. Dopo la richiesta del sussidio sociale e un’attesa di tre mesi, è arrivato l’avviso. E sono in molti ad aver avuto lo stesso ultimatum. Una circolare ha stabilito che chi si trasferisce in Germania per trovare lavoro ha sei mesi, dopo scade la libertà di circolazione.

Olimpiadi a Torino, l’occasione mancata

Nella vicenda della candidatura italiana ad ospitare le olimpiadi invernali del 2026 emerge la differenza tra la politichetta imperante e il bene comune. Finora è prevalsa la prima. L’occasione è ghiotta, perché il Cio (Comitato olimpico internazionale), non volendo ripetere l’esibizione costosa di qualche grande potenza mondiale (versione Sochi), ha messo a disposizione della città ospitante oltre 900.000 dollari. Dopo la rinuncia di Sion e Graz, e con Stoccolma e Calgary ancora in alto mare, una qualificata candidatura italiana in economia avrebbe ottime possibilità.

Tuttavia, la candidatura italiana, nella configurazione trina per mesi sostenuta da governo e Coni, costituisce, a essere benevoli, un bluff per conciliare le diverse pressioni politiche in campo (Lega per Milano e/o Cortina; Pd sempre per Milano; M5S blandamente per Torino). Infatti, un regolamento vincolante, approvato nel giugno 2018 dal Cio, impone una Host City Contract, con una sola città titolare dell’olimpiade che funge da coordinatrice e controparte giuridica, mentre altre regioni possono soltanto aggiungersi alla città ospitante che è e resta tale. Di fronte a tale ostacolo, che per mesi hanno finto d’ignorare, il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti, fin dall’inizio in coppia con Giovanni Malagò, presidente del Coni oltre che tifoso di Milano, al Senato dichiara morti i sedicenti giochi “delle Alpi”. Invece spunta, con tempismo perfetto, la candidatura oggi in campo: capofila Milano, priva di montagne fornite da Cortina. Traduzione di un intrigo: Lega soddisfatta, Pd anche, M5S subalterno a Salvini (soltanto una voce a favore di Torino, che rischia di essere fuori tempo massimo, del ministro Toninelli), che ha già indebolito il rifiuto di fondi governativi alle Regioni ospitanti.

Giorgetti ha già fatto sapere ai piemontesi che, se abbassano la cresta, cedendola a Milano, qualche boccone per le loro valli potrebbe anche scapparci. Invece, è ignorato l’interesse generale, chiaro ed evidente: il futuro della nostra economia dipende in larga parte dai beni culturali e ambientali e dalla loro valorizzazione turistica. Alcuni centri sono addirittura saturi (Roma, Firenze e Venezia) o autopropulsivi (Milano, in parte il Nord-Est). E, quindi interesse italiano indirizzare qualsiasi candidatura internazionale – che si tratti di organizzazioni internazionali, aziende o singoli eventi – verso altri luoghi di pregio da promuovere.

La candidatura di Torino e del Piemonte all’olimpiade invernale 2026 è la sola a corrispondere perfettamente a queste esigenze. Il suo territorio è dotato di tutti gli impianti necessari ereditati dalle olimpiadi del 2006 e delle linee di comunicazione necessarie per raggiungere le montagne e gli altri luoghi di gara. I due trampolini di salto e la pista da bob sono restaurabili con una spese ragionevoli. L’impatto ambientale è nullo. I costi, debitamente rendicontati a differenza di quelli indicati da Milano e da Cortina, sono contenuti. Infine, secondo un recente sondaggio, oltre l’80% dei torinesi, tutte le istituzioni pubbliche e private, sostiene il progetto, a differenza di 4 o 5 consiglieri comunali che preferiscono scommettere sui futuri voti di qualche centro sociale.

Allora, cosa manca? La volontà del governo – con il Coni finora al suo servizio – di scegliere, tra le singole candidature, quella più valida. Anche la pur meritoria sindaca di Torino Appendino non ha trovato modo di portare in fondo la sua. La soccorre un grande poeta sempre svedese, del Settecento, Verner von Heidenstam, “Meglio udire/ lo schiocco di una corda che si spezza/ che non avere mai teso un arco.”

Addio Murdoch: Comcast gli sfila il controllo di Sky

Alla fine l’ha spuntata Comcast. Il gruppo televisivo Sky, 27 miliardi e passa di sterline (30 miliardi in euro) di capitalizzazione di Borsa, 13 miliardi di sterline di ricavi annui, va al colosso dei media di Filadelfia, che nell’asta chiusa ieri sera a Londra ha offerto 17,28 sterline per azione contro le 15,67 offerte da Disney – Fox. Per i dettagli bisognerà aspettare l’ufficializzazione, poi ci vorranno due settimane per conoscere il verdetto degli azionisti della pay-tv .

In ballo oltre ai valori economici, ci sono 23 milioni di abbonati Sky in Europa, tra Gran Bretagna, Irlanda, Germania, Austria e Italia (quasi 5 milioni), che vuol dire 60 milioni di spettatori. Una platea a cui Sky trasmette sport, intrattenimento e news. La nuova sfida per Comcast si giocherà soprattutto sul campo dello streaming internet, dopo che Netflix e Amazon hanno rivoluzionato il mercato mandando in crisi le tv via cavo.

La contesa, vedeva schierate la 21st Century Fox di Rupert Murdoch (che quest’estate, con un acquisto da 71,3 miliardi di dollari, è ufficialmente diventata una partecipazione del gruppo Disney) e Comcast da un anno e mezzo.

La disfida. La 21st Century Fox, già in possesso del 39% di Sky, il 15 dicembre 2016 aveva manifestato l’intenzione di acquistare le quote rimanenti, al prezzo di 10,75 sterline per azione. Mentre avvocati e autorità dei paesi interessati erano al lavoro sul mega affare, il 27 febbraio scorso Comcast, primo operatore tv via cavo degli Stati Uniti, terzo operatore telefonico, proprietaria della tv Nbc e degli studi Universal (che era stata battuta da Disney nella battaglia per il controllo di 21st Century Fox), aveva annunciato il suo interesse per la tv britannica, lanciando in aprile una contro offerta a 12,50 sterline per azione

L’11 luglio scorso il gruppo Disney-Fox aveva rialzato la posta, a 14 sterline, mossa alla quale Comcast aveva ribattuto, il giorno stesso, con una proposta da 14,75 sterline.

A chiudere una contesa di cui non si vedeva la soluzione e che teneva il mercato e gli speculatori in perenne allerta, ci ha infine pensato, in accordo con i duellanti, il Takeover panel, organismo indipendente che vigila e regola le operazioni di fusione e acquisizione societarie nel Regno Unito: ha bandito l’asta al miglior offerente aperta alle 17 di venerdì scorso e chiusa ieri sera.

L’Antitrust. Oltre che agli appassionati di media e di battaglie borsistiche, l’affare fin dal principio ha destato l’interesse del ministro britannico della Cultura, Matt Hancock, e dell’autorità antitrust del Paese, la Competition and market authority, che aveva manifestato la sua perplessità sull’ascesa di Fox-Disney, per l’influenza eccessiva che rischiava di avere sulla pubblica opinione britannica, già servita dai canali tv di Fox. Ora bisognerà vedere che garanzie offrirà Comcast.

Disney-Fox aveva cercato di tranquillizzare i regolatori impegnandosi a mantenere i notiziari in capo a Sky news per 15 anni, periodo durante il quale il canale sarebbe stato gestito da un board indipendente e non avrebbe potuto essere ceduto ad altri senza il consenso delle autorità britanniche.

La politica. Mentre Disney, conglomerato globale nei media, è una public company, che negli Usa ha finanziato sia le campagne dei democratici, sia quelle dei repubblicani, Comcast è un gruppo a controllo familiare, guidato con circa il 30% del capitale dalla famiglia Roberts, e orientato verso i democratici. L’attuale ad, Brian Roberts, è in stretti rapporti di amicizia con l’ex presidente Usa Barak Obama, di cui ha finanziato le campagne elettorali con circa 2 milioni di dollari.

Con la proposta del colosso della tv via cavo il valore di Sky arriva a 29,7 miliardi di sterline, oltre 33 miliardi in euro.

In ogni caso, Sky diventa parte di un gruppo a controllo statunitense con un peso economico e un potenziale d’influenza culturale e politica maggiori di quelle del conservatore Rupert Murdoch e degli altri concorrenti europeo, comprese la francese Vivendi e l’Italiana Mediaset.

Grasso a Bersani: “Basta pensare solo al congresso del Pd”

“Leu è a un punto di stallo”. Alla festa di Mdp l’attacco arriva da Pietro Grasso, ex presidente del Senato. “Il 26 maggio abbiamo deciso di fondare un nuovo soggetto politico di sinistra in un momento in cui l’ondata razzista e fascista è più forte”, dice Grasso. E ricorda: “Avevamo ipotizzato due fasi: una di raccolta delle idee, con umiltà e fantasia, per darci un’identità e non essere erroneamente ritenuto come una costola del Pd”.

Le considerazioni arrivano dopo che Pier Luigi Bersani aveva aperto al Pd, nel dibattito di inaugurazione della Festa con il direttore del Fatto, Marco Travaglio. “Nei prossimi mesi dobbiamo prendere la strada della sinistra popolare. Dobbiamo andare a riprendere il nostro popolo. Dobbiamo essere un innesco per un percorso più grande”.

Grasso esprime la paura che “si guardi troppo altrove” perché “si commenta troppo il congresso del Pd e si lavora poco per il nostro, ma dai territori arrivano segnali chiari, si chiede di andare avanti sul nostro percorso”.

L’Aquila, niente cittadinanza per l’ombra di B.

A L’Aquila era tutto pronto per festeggiare Gianni Letta. E consegnargli simbolicamente le chiavi della città, ad eterno riconoscimento del suo impegno durante e dopo il terremoto del 6 aprile 2009. E invece nulla: la seduta straordinaria per conferire la cittadinanza onoraria all’uomo ombra di Silvio Berlusconi è stata cancellata. Perché qualcuno ha storto il naso. E alla fine il presidente del Consiglio comunale Roberto Tinari, regista dell’iniziativa, ha dovuto fare marcia indietro. Non senza imbarazzo di tutta la giunta di centrodestra che sostiene il sindaco Pierluigi Biondi. L’appuntamento è stato cancellato ufficialmente a causa di un “sopraggiunto e non rinviabile impegno di Letta”. Che si è tolto d’impaccio, vista la mal parata.

“Lavoreremo insieme per superare divergenze e strumentalizzazioni, riconducendo la discussione nell’ambito della serenità e dell’obiettività”, ha precisato Tinari la cui delibera per insignire con il massimo riconoscimento cittadino l’ex sottosegretario alla Presidenza aveva incassato una valanga di voti. Ma non l’unanimità. Un paio di consiglieri si sono astenuti, altri due non hanno partecipato al voto, uno, del Pd, era assente, ma, sembra, giustificato. Giustino Masciocco di Articolo 1, invece, ha votato contro. “La cittadinanza onoraria non è una onorificenza che si può imporre, che si può conferire senza condivisione. L’onorevole Letta è uomo ‘di parte’, politicamente parlando e, dunque, si sarebbe dovuto partecipare l’intendimento con tutto il Consiglio comunale e con la città”.

Nel 2015, quando Letta divenne cittadino onorario di Avezzano, la città abruzzese dov’è nato, andò tutto liscio: ad accoglierlo il sindaco Di Pangrazio e ben 37 primi cittadini della Marsica in festa. Nessun problema neppure a Scanno, nel 2017, ultima in ordine di tempo a conferirgli gli allori. Che nella carriera di Letta sono stati numerosissimi: il presidente della Repubblica Ciampi nel 2002 lo fece Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica, nel 2009 ottenne la Legion d’onore dalla Francia, nel 2005 la Santa Sede gli conferì il titolo di Cavaliere dell’Ordine Piano.

Ma c’è stato pure qualche nota stonata. Specie in Abruzzo: anche a Pescasseroli, dov’è nato Benedetto Croce, la proposta di conferirgli la cittadinanza onoraria venne stoppata nel 2010 e pure nel 2013. In quella occasione si fece sentire Rifondazione comunista che liquidò la faccenda così: “È vero che Letta sul finanziamento per la manutenzione della seggiovia Orsa Maggiore ha fatto molto, ma in fondo ha fatto il suo dovere”. Nel 2014, a marzo, infine arrivò il riconoscimento, sebbene dopo un lungo travaglio. Niente, comunque, rispetto alle polemiche che esplosero nel 2011, quando al sindaco di Aielli, in provincia de L’Aquila, venne in mente di scoprire un busto di Guido Letta, zio di Gianni, ma soprattutto prefetto fascista, realizzato con fondi destinati al terremoto. Per poi decidere qualche mese più tardi di consegnare le chiavi della città al più famoso nipote, deus ex machina di Palazzo Chigi. Apriti cielo: intervenne pure l’Associazione nazionale partigiani che scrisse addirittura all’allora ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri. A Letta venne comunque accordata la cittadinanza, ma nel frattempo ad Aielli la statua del prefetto-zio è stata rimossa.

Auditorium di Roma, a rischio gli affari del genero di Letta

Con una convenzione stipulata nel 2003 con la Fondazione Musica per Roma (Mpr) la Relais Le Jardin di Stefano Ottaviani, genero di Gianni Letta, da quasi 16 anni ha l’esclusiva del catering per gli eventi commerciali che si svolgono all’Auditorium Parco della Musica di Roma e per la gestione del bar interno. I soci di Mpr sono il Campidoglio, che ha conferito in concessione d’uso per 99 anni l’immobile Auditorium alla Fondazione, finanziandola a suon di milioni ogni anno (6 milioni e 999 mila nel 2017, altrettanti l’anno prima), la Camera di Commercio e la Regione Lazio. Ma, a quanto pare, le attività commerciali in Mpr vengono gestite come se l’Auditorium fosse un’azienda privata a tutti gli effetti: il catering e la gestione del bar interno sono appannaggio della Relais con una convenzione che si rinnova in automatico ogni quattro anni. Inoltre non è chiaro se il pagamento delle royalties, che la Relais deve a Mpr, sia stato eseguito secondo i termini stabiliti dalla convenzione, tant’è che Roma Capitale ha presentato a gennaio un esposto alla Corte dei Conti, firmato anche dalla sindaca Virginia Raggi. “Recentemente – spiega Andrea Coia, consigliere comunale M5S – ne ho presentato uno anche alla Procura di Roma perché dopo un anno e mezzo di istanze abbiamo ottenuto dalla Fondazione Musica una documentazione insufficiente e parziale”.

La vicenda suscita ulteriori perplessità se si pensa che Letta è stato nel cda della fondazione Mpr fino al 2015. “Nel 2002 – spiega la Fondazione – ci fu un bando al quale parteciparono 27 aziende e vinse Relais le Jardin”. Al tempo Letta non era ancora membro del cda, lo diventò tre mesi dopo la stipula della convenzione con la società del genero. Un’esclusiva che avrebbe fruttato alla Relais “almeno 70 milioni di euro, tra eventi e bar interno”, sottolinea un dipendente Mpr che preferisce mantenere l’anonimato.

L’accordo sancisce il rapporto commerciale “eterno” tra Relais e Mpr che ogni 4 anni “si rinnoverà tacitamente” ma Mpr ci tiene a sottolineare al Fatto Quotidiano che “l’attuale Ad della Fondazione, Josè Ramon Dosal, ha deciso di non rinnovare la convenzione, in scadenza a gennaio 2019”. L’altro aspetto singolare della convenzione è quello relativo al pagamento delle royalties. La Relais le Jardin “per l’uso dei locali” deve versare a Mpr una quota fissa e una variabile in relazione al fatturato annuo. Parte della quota fissa corrisposta a Mpr in quote mensili di 8.333 euro e la differenza eventuale corrisposta “con le stesse modalità e gli stessi termini previsti per le quote variabili”. Ma per le quote variabili è sufficiente una semplice autocertificazione del fatturato e solo “a richiesta di Mpr l’impresa presenterà le proprie scritture contabili”. Impossibile verificare questo aspetto. Mpr riferisce che i fatturati della Relais “sono dati protetti da privacy che noi non abbiamo”. La Fondazione sostiene che gli importi ottenuti dalla Relais oscillano dai 250 mila ai 480 mila euro annui. Cifre su cui lo stesso Comune di Roma nutre dei dubbi. E per fare chiarezza ha presentato gli esposti alla Corte dei Conti e alla Procura. Anche perché l’Auditorium ospita “oltre 300 manifestazioni all’anno. Con una media di 1.000 partecipanti”, come recita il sito.

Anche la composizione societaria è inusuale. Risalendo la china dell’intreccio aziendale della Relais si arriva fino in Lussemburgo, con la società capofila Viva Gestion Immobilieres, una Sarl che ha come socio di maggioranza Stefano Ottaviani, insieme al fratello Roberto. Società fondata dalla Viva Holding Sa, con sede a Nassau (Bahamas), presieduta sempre dal genero di Letta, e la World Corporate Management Ltd, con sede alle isole Vergini. La Relais le Jardin Srl è amministrata dal genero di Letta ed è controllata con il 99% dalla Immobiliare Villa Miani 90 Srl (il restante 1% è di Marco Fabio Lauretti). Anche Immobiliare Villa Miani ha come amministratore unico Stefano Ottaviani e il 100% delle sue quote societarie sono della Viva Gestion Immobilieres, amministrata dal socio di minoranza della Relais, Lauretti. Un intreccio societario strano che, è il sospetto, permetterebbe al genero di Letta di trasferire gli utili della Relais alla Viva Gestion Immobilieres in Lussemburgo.

Protesta dei sindacati: finisce la cassa per migliaia di lavoratori

Ammortizzatori sociali agli sgoccioli e migliaia di lavoratori a rischio. L’allarme arriva dai sindacati, che lanciano la mobilitazione e chiedono un intervento al governo. Con lo slogan “Difendere l’occupazione, tutelare il lavoro. Per lo sviluppo industriale”, i metalmeccanici si preparano al presidio unitario, organizzato da Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil, domani davanti al ministero dello Sviluppo. I sindacati chiedono “nuovi ammortizzatori sociali per evitare migliaia di licenziamenti”. Sono 140 mila le sole tute blu coinvolte da situazioni di crisi aziendali, con oltre 80 mila interessate dalla cassa integrazione straordinaria. L’appuntamento non è casuale: il 24 settembre per “migliaia di lavoratrici e lavoratori” , dicono i sindacati, iniziano a scadere i 36 mesi di cassa integrazione e i contratti di solidarietà a disposizione nell’arco di cinque anni “mobili”. Tetto introdotto con il Jobs Act, entrato in vigore il 24 settembre di tre anni fa. “Per le limitazioni e le riduzioni” introdotte dalla norma, avvertono i sindacati, “in molte aziende verrà superato il limite dei 36 mesi di cassa”. Per questo “serve l’intervento del governo”. Sono 140.000 i metalmeccanici coinvolti dalle crisi.