A Racalmuto l’orologio si è fermato. Nel paese che Leonardo Sciascia raccontò dalle pagine di “Regalpetra”, questo, veniva descritto come un luogo in cui la vita è lontana dalla ragione. Dal 1989, anno in cui morì Sciascia, a cambiare sono stati strade e quartieri, teatri chiusi per cavilli burocratici, una biblioteca sparita nel nulla. A non cambiare è quella Fondazione, voluta dallo stesso scrittore lì dove prima sorgeva la centrale Enel, che custodisce libri, lettere e quadri dell’autore. Se quella centrale era però fonte di energia, di luce, oggi è tutto spento. Se infatti la Fondazione fosse un’impresa, avrebbe già dichiarato fallimento: negli ultimi anni il numero dei visitatori annuali non supera le 2 mila persone; dentro la Fondazione lavorano in due: tra loro c’è un’unica bibliotecaria, una, per un lavoro immane qual è quello della catalogazione delle 14 mila lettere custodite dentro la Fondazione; gli unici fondi arrivati nel 2018 sono 31mila 500 euro da parte della Regione. Come se non bastasse il Cda, il consiglio d’amministrazione formato da letterati, amministratori comunali e parenti dello scrittore, è da più di un anno monco di due elementi. A fare da sfondo a questa immobilità un sito internet datato che non viene aggiornato da 4 anni.
Del Cda oggi fanno parte i due parenti dello scrittore, Nicolò Catalano e Salvatore Fodale, il giornalista Felice Cavallaro, l’assessore Oriana Penzillo e il sindaco Emilio Messana (presidente). A fare rumore con le sue dimissioni fu però Antonino di Grado, oggi ancora presidente del comitato scientifico di vigilanza: “È necessario uno svecchiamento– dice a gran voce Di Grado – sia dal punto di vista anagrafico, sia con l’immissione di persone di rilievo del panorama nazionale che dessero più lustro alla Fondazione”. Ad una Fondazione azzoppata dalle incomprensioni frequenti tra le due parti all’interno del Cda, da un lato i parenti dello scrittore, dall’altro l’amministrazione comunale, i cui componenti smentiscono le polemiche raccontate attraverso il quotidiano Malgrado tutto fondato dallo scrittore.
Proprio il Comune però potrebbe fare di più, se si pensa che il sindaco pro tempore diventa di diritto presidente del Cda: “Il Comune non ha soldi in cassa – spiega invece Di Grado – mentre noi abbiamo necessità di qualcuno che si occupi della comunicazione, settore dove la Fondazione è deficitario. L’ente si era impegnato all’origine a finanziare la Fondazione, ma questo negli ultimi 18 anni non è mai accaduto”. A parlare di una “macchina ferma” è anche Piero Carbone, ex assessore alla Cultura: “L’efficienza culturale della Fondazione è stata sempre deficitaria a prescindere dall’assenza di finanze del momento – spiega il professore di Racalmuto – il problema è il comitato di vigilanza: conta componenti che negli anni sono stati impegnati in altro e soprattutto il fatto sono gli stessi membri del cda. La carenza è stata sempre nella parte operativa e dell’organizzazione. La gestione oggi non è per niente trasparente, così come non lo è stata in passato”. Carbone pensa anche che la chiusura o il trasferimento non siano ipotesi remote: “Se vengono a mancare le condizioni può accadere di tutto”.