Il triste epilogo della Fondazione Sciascia

A Racalmuto l’orologio si è fermato. Nel paese che Leonardo Sciascia raccontò dalle pagine di “Regalpetra”, questo, veniva descritto come un luogo in cui la vita è lontana dalla ragione. Dal 1989, anno in cui morì Sciascia, a cambiare sono stati strade e quartieri, teatri chiusi per cavilli burocratici, una biblioteca sparita nel nulla. A non cambiare è quella Fondazione, voluta dallo stesso scrittore lì dove prima sorgeva la centrale Enel, che custodisce libri, lettere e quadri dell’autore. Se quella centrale era però fonte di energia, di luce, oggi è tutto spento. Se infatti la Fondazione fosse un’impresa, avrebbe già dichiarato fallimento: negli ultimi anni il numero dei visitatori annuali non supera le 2 mila persone; dentro la Fondazione lavorano in due: tra loro c’è un’unica bibliotecaria, una, per un lavoro immane qual è quello della catalogazione delle 14 mila lettere custodite dentro la Fondazione; gli unici fondi arrivati nel 2018 sono 31mila 500 euro da parte della Regione. Come se non bastasse il Cda, il consiglio d’amministrazione formato da letterati, amministratori comunali e parenti dello scrittore, è da più di un anno monco di due elementi. A fare da sfondo a questa immobilità un sito internet datato che non viene aggiornato da 4 anni.

Del Cda oggi fanno parte i due parenti dello scrittore, Nicolò Catalano e Salvatore Fodale, il giornalista Felice Cavallaro, l’assessore Oriana Penzillo e il sindaco Emilio Messana (presidente). A fare rumore con le sue dimissioni fu però Antonino di Grado, oggi ancora presidente del comitato scientifico di vigilanza: “È necessario uno svecchiamento– dice a gran voce Di Grado – sia dal punto di vista anagrafico, sia con l’immissione di persone di rilievo del panorama nazionale che dessero più lustro alla Fondazione”. Ad una Fondazione azzoppata dalle incomprensioni frequenti tra le due parti all’interno del Cda, da un lato i parenti dello scrittore, dall’altro l’amministrazione comunale, i cui componenti smentiscono le polemiche raccontate attraverso il quotidiano Malgrado tutto fondato dallo scrittore.

Proprio il Comune però potrebbe fare di più, se si pensa che il sindaco pro tempore diventa di diritto presidente del Cda: “Il Comune non ha soldi in cassa – spiega invece Di Grado – mentre noi abbiamo necessità di qualcuno che si occupi della comunicazione, settore dove la Fondazione è deficitario. L’ente si era impegnato all’origine a finanziare la Fondazione, ma questo negli ultimi 18 anni non è mai accaduto”. A parlare di una “macchina ferma” è anche Piero Carbone, ex assessore alla Cultura: “L’efficienza culturale della Fondazione è stata sempre deficitaria a prescindere dall’assenza di finanze del momento – spiega il professore di Racalmuto – il problema è il comitato di vigilanza: conta componenti che negli anni sono stati impegnati in altro e soprattutto il fatto sono gli stessi membri del cda. La carenza è stata sempre nella parte operativa e dell’organizzazione. La gestione oggi non è per niente trasparente, così come non lo è stata in passato”. Carbone pensa anche che la chiusura o il trasferimento non siano ipotesi remote: “Se vengono a mancare le condizioni può accadere di tutto”.

Raddoppio di Fiumicino, il primo stop ai Benetton

Il megagalattico raddoppio dell’aeroporto di Fiumicino del valore di 18 miliardi di euro viene messo per quasi un anno nel freezer (10 mesi per la precisione). E i Benetton che di quel progetto sono i sostenitori e gli eventuali beneficiari devono per la prima volta frenare i loro appetiti dopo essere stati abituati a galoppare per decenni a briglia sciolta come concessionari di beni pubblici.

L’alt viene impartito con una lettera dall’Enac, l’Ente dell’aviazione civile guidato per un quindicennio da Vito Riggio, finora sempre incondizionatamente a fianco degli imprenditori veneti. Protocollata il 22 giugno, la missiva evidentemente era finita in un cassetto e non porta la firma di Riggio il cui mandato scade a giorni, ma del direttore generale Alessio Quaranta. La sospensione è salutata come “una prima grande vittoria” dal Comitato Fuoripista, l’associazione che da un decennio si batte non contro lo sviluppo dell’aeroporto, ma contro il faraonico raddoppio. E a sorpresa viene incassata se non di buon grado almeno senza virulente contrapposizioni anche dagli stessi Benetton che con l’Ente dell’aviazione civile hanno concordato “di non voler procedere ad alcuna azione di rivalsa” contro la sospensiva e il conseguente allungamento dei tempi per Fiumicino.

Ci sono due possibile spiegazioni per questo inatteso fair play. La prima è che in queste settimane e mesi i Benetton intensificheranno il lavoro di lobby in vista di due scadenze importanti: le attese sentenze del Tar e del Consiglio di Stato sui confini e la classificazione dei terreni della Riserva naturale del litorale romano su cui dovrebbe insistere il gigantesco raddoppio dello scalo. L’altra spiegazione è che in questo momento per i Benetton va bene qualsiasi soluzione, sia che il raddoppio si faccia sia che non si faccia. Da quando alla vigilia di Natale del 2012 hanno avuto dal governo di Mario Monti, ormai dimissionario e in vita solo per l’ordinaria amministrazione, il via libera all’aumento di 10 euro delle tariffe aeroportuali, Fiumicino è diventato il secondo bancomat dei Benetton al fianco dei 3 mila chilometri di autostrade. Le tariffe aeroportuali del primo scalo romano, difatti, sono le più alte d’Italia: in media 30,94 euro a passeggero. È vero che in teoria gli incassi non utilizzati per gli investimenti promessi dovrebbero essere retrocessi dai Benetton allo Stato. Ma, appunto, di teoria si tratta e intanto corrono interessi e dividendi: più di 700 milioni di euro in 5 anni.

Il destinatario della lettera dell’Enac è il ministero dell’Ambiente, poi per conoscenza sono coinvolti anche il ministero dei Trasporti, Beni culturali e infine la società Aeroporti di Roma dei Benetton (AdR). Il ministero dell’Ambiente in questo momento è il fulcro della vicenda perché è in corso la Via (Valutazione di impatto ambientale), cioè la complessa procedura relativa alle ricadute sull’ambiente derivanti dall’eventuale costruzione della quarta e quinta pista e della nuova aerostazione. Come è noto lo sviluppo proposto dai Benetton si basa su un’espansione a nordest dell’attuale sedime su una superficie di 1.300 ettari della Riserva naturale del litorale romano tutelati da vincoli ambientali precisi e stringenti. Novecento di questi 1.300 ettari sono di proprietà dei Benetton e se il progetto del raddoppio dovesse andare avanti, questi terreni dovrebbero essere espropriati dallo Stato. Trattandosi di una grande opera di interesse pubblico sarebbero pagati a un prezzo notevolmente superiore a quello sborsato dai Benetton allo stesso Stato quando li acquistarono come terreni agricoli dall’Iri.

La sospensiva imposta dall’Enac è ufficialmente collegata proprio alla procedura della Via. Il ragionamento è questo: siccome sono in fase di definizione i due ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, allora appare opportuno “voler attendere per un periodo stimato di 10 mesi, la definizione di tali questioni prima del prosieguo della procedura di Via, la quale altrimenti sconterebbe una situazione giuridico amministrativa non ancora cristallizzata”.

Il Comitato Fuoripista ricorda però che il sì al raddoppio fu dato nel 2012 quando la Riserva esisteva già da 16 anni ed era noto che l’espansione avrebbe interessato aree “sottoposte a vincoli che ne precludevano la realizzazione”. Per il Comitato “dovrebbe essere lapalissiano e di buon senso che non sia possibile costruire un secondo mega aeroporto dentro una Riserva naturale”.

B. si coccola Salvini: “Va capito, deve tener buono il M5S”

“Salvini deve tenere rapporti con l’altra parte, quindi bisogna capirlo”, dice l’ex Cavaliere. Seppur a distanza e a periodi alterni, la sintonia tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini è tornata in auge dopo il vertice di Arcore e il patto sulla Rai, su Mediaset e le elezioni regionali. Ieri Berlusconi ha risposto ai cronisti arrivando alla kermesse di Fiuggi, soprattutto a chi gli chiedeva un commento alla parole del segretario leghista, il quale ha detto che la Lega si alleerà solo a livello locale con gli azzurri. Poi ha aggiunto: “Domani (oggi, ndr) parlerò e quindi penso che avrete tante risposte su quella che è la nostra visione della situazione italiana di oggi è sull’operato di questo governo. La cosa importante per noi sarà anche confermare il processo di rinnovamento di Forza Italia e di apertura a quella che abbiamo chiamato l’altra Italia, cioè a tutti quegli italiani moderati, cattolici liberali che la pensano come noi, che sono italiani ragionevoli, di buonsenso, che magari non sono andati a votare la volta scorsa o hanno espresso un voto di rabbia e di protesta contro la politica.”

“I latitanti a Dubai li ha salvati Nico D’Ascola”

In Parlamento la ratifica del trattato tra l’Italia e gli Emirati Arabi, che avrebbe favorito l’estradizione dei latitanti come Amedeo Matacena, sarebbe stata bloccata “da un avvocato di Reggio Calabria che è anche senatore. D’Ascola”.

“Senta, voi però questo non lo dovette mettere”. Definito il principe dei faccendieri, già condannato a 10 anni di carcere per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna e ad altri tre per il crac dell’Ambrosiano, Franco Pazienza ci prova e chiede agli investigatori che una parte del suo interrogatorio non venga trascritto.

Naturalmente, Pazienza parla e gli uomini della Dia registrano. Le dichiarazioni dell’ex agente del Sismi, al centro delle più intricate trame italiane, finiscono così nel processo “Breakfast” dove, a Reggio, è imputato l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola accusato di aver favorito l’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena nel tentativo di trasferirsi da Dubai in Libano.

Pazienza sarà sentito come testimone dal Tribunale di Reggio Calabria dove il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha depositato una memoria. Il teste dovrà spiegare in aula i rapporti tra la cosca Araniti e l’ex segretario della Dc Pino Pizza organizzatore delle cene romane alle quali partecipava anche Marcello Dell’Utri. Ma non solo. Dovrà riferire pure sulle confidenze di Stefania Franchini, un avvocato italiano che vive da 27 anni in Libano, in merito “all’intervento del senatore Nico D’Ascola – scrive il pm – per non fare concretizzare la firma sul trattato d’estradizione tra gli Emirati e l’Italia”.

Davanti agli inquirenti, Pazienza elogia l’avvocato Franchini: “È lei che ha preparato il trattato di estradizione”. Gli investigatori cercano di capire qualcosa in più sul trattato che “l’Italia non vuole ratificare”. Ed è a questo punto che Pazienza sbotta (“Però va raccontata tutta la storia…”) e mette in fila i ricordi delle sue chiacchierate con la professionista. Chi ha spinto per non ratificare il trattato? “Un avvocato di Reggio Calabria – è la sua risposta – che è anche senatore adesso non mi ricordo il nome… è presidente della Commissione giustizia del Senato. Io le sto dicendo quello che m’ha detto l’avvocatessa Franchini. M’ha detto: ‘È lui che ha bloccato la ratifica da parte dell’Italia perché giù (in Libano, ndr) l’hanno firmata’”. Qualche minuto e Pazienza ricorda il nome del parlamentare: “D’Ascola”. È Nico D’Ascola, già presidente della commissione Giustizia del Senato nella passata legislatura, ex avvocato di Berlusconi poi transitato nel Nuovo centrodestra di Alfano e, alle ultime Politiche, candidato non eletto nella coalizione del Pd.

Accuse fondate o illazioni di chi pesca nel torbido? D’Ascola ha preferito non commentare anche perché, fino al 2014, l’ex parlamentare è stato il difensore di Scajola e ha rinunciato alla nomina dopo le polemiche sorte quando era relatore del ddl anticorruzione.

Non ratificando il trattato con gli Emirati, il Parlamento ha di fatto garantito la latitanza a Dubai di Matacena condannato in via definitiva per concorso esterno con la ‘ndrangheta, ma anche del cognato di Gianfranco Fini, Giancarlo Tulliani e di camorristi vari. La nuova Camera ha già ratificato il trattato, al Senato Davide Mattiello del Pd e Mario Michele Giarrusso del M5S chiedono alla presidente Maria Elisabetta Casellati di calendarizzare quanto prima il provvedimento.

Foa presidente Rai: il duello di pareri legali tra Pd e Lega

Sul caso Foa è guerra di pareri legali. Con fior di avvocati che duellano in punta di diritto: può un nome precedentemente bocciato in commissione di Vigilanza Rai essere riproposto alla stessa commissione? Chi dice di no si appella ai regolamenti parlamentari, secondo cui una legge o un emendamento bocciato non può essere ripresentato. Chi dice sì, invece, spiega che una nomina è diversa dall’approvazione di una legge. Al momento sul campo si confrontano tre pareri depositati in Vigilanza: due commissionati dalla Lega (allo studio dell’avvocato Federico Freni e allo studio Villarboito & Zuffanti), favorevoli Foa, e uno dal Pd (allo studio Del Re & Sandrucci), contrario.

Dopo la bocciatura di agosto, quando il suo nome non raggiunse i due terzi in Vigilanza, Marcello Foa venerdì scorso è stato rivotato dal Cda Rai e mercoledì si ripresenterà in Parlamento per una seconda votazione. È possibile? Secondo l’avvocato Andrea Del Re, “il parere negativo della Vigilanza è espressione di una valutazione amministrativa e quindi contiene implicitamente un giudizio in ordine all’(in)idoneità del candidato a ricoprire il ruolo di presidente della Rai, giudizio che, a nostro avviso, non può essere ‘superato’ con una nuova candidatura”. Quindi “riproporre il candidato sarebbe contrario ai principi di imparzialità e buona amministrazione”. Se così fosse, “la commissione vedrebbe menomata la funzione di garanzia e vigilanza cui è deputata”. E l’eventuale rielezione di Foa “si configurerebbe come un atto illegittimo per eccesso di potere sotto il profilo dell’illogicità e dell’ingiustizia manifesta”.

Su queste considerazioni Rita Borioni ha diffidato il Cda di Viale Mazzini dal procedere a una nuova votazione (poi avvenuta) e il dem Michele Anzaldi promette ricorsi al Tar, in sede civile e penale e al Tribunale delle imprese. Agitando lo spauracchio del danno erariale per i consiglieri, perché illegittime sarebbero le decisioni future del Cda. Come accadde ai 5 membri del Cda Rai che, nel 2005, votarono come dg Alfredo Meocci (nomina poi ritenuta illegittima) e che, nel 2011, la Corte dei conti condannò a un maxi-risarcimento di 11 milioni.

Poi ci sono i pro-Foa. Secondo l’avvocato Alberto Villarboito, la normativa (art. 49 comma 5 della legge 177 del 2005) rende la Vigilanza “in quanto espressione del potere politico (il Parlamento) libera di rielaborare, sviluppare, modificare il proprio parere in relazione al medesimo candidato”. Il parere della commissione “è un atto di indirizzo politico e, pertanto, non soggiace alle limitazioni degli atti amministrativi in senso stretto”. Dunque la legge “non pone alcun limite alla modificabilità del parere che, per sua natura, risponde alle esigenze e alle istanze politiche del momento”. Stessa conclusione da parte dell’avvocato Federico Freni, che però sottolinea come “la ripresentazione del medesimo candidato non costituisce un prolungamento o un ripensamento rispetto al giudizio precedente, bensì un procedimento del tutto nuovo e autonomo”. Quindi, “un nuovo parere della Vigilanza di segno contrario al precedente non risulta impugnabile in sede giurisdizionale”. E vengono citati illustri precedenti.

Il più “sovrapponibile” è la nomina di Alessandro Ortis a presidente dell’Autorità per l’energia elettrica, bocciata dalla commissione Industria del Senato il 13 novembre 2003 e passata il giorno successivo. Poi la nomina di Carlo Rubbia a presidente dell’Enea, bocciata dalla Camera nell’ottobre 2003 e rivotata con esito positivo in dicembre. E la nomina di Pier Carlo Padoan a presidente dell’Istat che in Senato, il 15 gennaio 2014, non raggiunse il quorum dei due terzi, salvo poi farcela il 22 gennaio. Incarico che Padoan non assunse mai perché di lì a poco diventò ministro dell’Economia nel governo Renzi.

Infine ci sono altri due pareri, non depositati in Vigilanza, ma importanti: quello del centro studi di Montecitorio (richiesto da Alberto Barachini) e quello della Direzione Affari Legali della Rai (chiesto da Salini). Entrambi “non ravvisano criticità” di fronte all’ipotesi di un nuovo voto su Foa.

Di Battista lo difende, Giorgetti minimizza. Il Pd: “L’ha diffuso lui”

Una raffica di reazioni indignate è arrivata soprattutto dalle linee del Pd dopo la diffusione dell’audio di Rocco Casalino, portavoce del presidente del Consiglio. L’ex premier Paolo Gentiloni ha twittato “Casalino non è più compatibile con la sua funzione”. Luciano Nobili, deputato Pd, ha ipotizzato una diffusione programmata ad arte: “Non faranno il reddito di cittadinanza e ora cercano un alibi”. Per Alessia Morani è il premier a essere “imbarazzante”: “Ora è chiaro, Conte è il portavoce di Casalino”. Anche Orfini ha esortato Conte a dimostrare di “avere un briciolo di autonomia” allontanando “questa gente indegna”. Il premier si è limitato a confermare la propria fiducia al portavoce. Se il sottosegretario Giorgetti ha liquidato la faccenda in termini di competenza (“il portavoce non ha il potere di cacciare i tecnici”), Alessandro Di Battista dal Guatemala ha rincarato: “Siamo onesti, Casalino ha sbagliato. Certe cose vanno dette pubblicamente e con orgoglio”. Infine Luigi Di Maio invita a non fare gli ipocriti: “Non ci sono i vocali dei portavoce di Renzi, Berlusconi o Salvini?”

Chat sbagliate, pressioni e tante gaffe. Quando il portavoce mette nei guai

Chat sbagliate, uscite infelici, conversazioni private che diventano pubbliche: le insidie della comunicazione hanno spesso procurato imbarazzi agli spin doctor di politica e aziende (e soprattutto ai loro superiori). Ne sa qualcosa Filippo Sensi, factotum della comunicazione di Matteo Renzi negli anni a Palazzo Chigi. Ad agosto 2016 al posto del consueto messaggio serale nella chat coi giornalisti spedì uno strano invito: “Proviamo a menare Di Battista sul discorso della Libia ricordandogli l’Isis”. Se il suggerimento fosse rivolto ai deputati o a qualche collega della comunicazione non è dato sapere. Lui si scusò dicendo che il messaggio era stato scritto da un onorevole Pd e incollato per errore in quella chat. La gaffe non ha provocato scossoni alla carriera di Sensi. Diversamente è andata a Rinaldo Arpisella, ex portavoce di Emma Marcegaglia silurato dopo che Panorama denunciò le sue pressioni nei confronti del settimanale che stava indagando sull’azienda di Marcegaglia: “Creerebbe grossi problemi a Emma e tu sai quali sono i rapporti di Confindustria con l’attuale governo – diceva Arpisella al giornalista -. Scusa se sono esplicito, ma è inutile girare attorno a un dito”.

Al centro delle polemiche finì anche Girolamo Archinà, ex responsabile Relazioni istituzionali di Ilva che nel 2009 strappò il microfono a un cronista, reo di aver chiesto conto a Emilio Riva, storico proprietario dell’acciaieria, delle morti per tumore nel tarantino. Il video di quella scena era piaciuto persino a Nichi Vendola, che diversi mesi dopo dirà ad Archinà di aver riso un quarto d’ora nel vedere il suo “scatto felino” per afferrare il microfono.

Ben più leggera la gaffe di Luca Ferlaino, ex responsabile social per Maurizio Gasparri, costretto alle dimissioni per un errore di grammatica: “È vero che Giorgia Meloni è figlia della storia di destra – scrisse con l’account del senatore – e per quello a suo tempo le chiesimo la disponibilità”. La pagò cara anche Massimo Zennaro, portavoce di Maria Stella Gelmini nell’ultimo governo Berlusconi. Suo il copyright – almeno ufficialmente – sull’ormai celebre “tunnel di neutrini tra il Gran Sasso e Ginevra”, costruito da Italia e Svizzera per amore della scienza.

Ma qualcosa è andato storto anche nell’ultima legislatura. Il ministro Beatrice Lorenzin, per esempio, finì nei guai per alcuni volantini sul Fertility Day. In uno, si vedevano “le buone abitudini”, rappresentate da amici sorridenti in camicia, contrapposte ai “cattivi compagni (sic) da abbandonare”, raffigurati da capelli rasta, sigarette e pure da un ragazzo di colore. A farne le spese fu Daniela Rodorigo, direttore della comunicazione del ministero. Andò meglio ad Antonio Funiciello, a lungo nello staff di Luca Lotti, che due anni fa scrisse su Twitter che Chiara Appenino “è bocconiana, come Sara Tommasi”. Non proprio un complimento: la showgirl aveva appena girato film porno e tentava di riprendersi da difficoltà personali.

Casalino e M5S, dichiarazione di guerra ai tecnici del Tesoro

Comincia come una fuga di notizie, diventa una formale dichiarazione di guerra del Movimento Cinque Stelle al ministero del Tesoro. Vari quotidiani danno notizia (e poi pubblicano on line) un audio di Rocco Casalino in cui il portavoce del premier Giuseppe Conte annuncia che “nel M5S è pronta una mega-vendetta, se non dovessero uscire i soldi del reddito di cittadinanza, tutto il 2019 sarà dedicato a far fuori una marea di gente del Mef”, cioè del ministero dell’Economia e finanze. Il ministro del Tesoro Giovanni Tria “c’entra il giusto”, il bersaglio è la burocrazia che ha “in mano il meccanismo”. Il blog dei Cinque Stelle specifica che si trattava di comunicazioni private a due giornalisti, Pietro Salvatori e Alessandro De Angelis. L’inviato e il vicedirettore dell’Huffington Post replicano: “Noi non l’abbiamo diffuso”. Salvatori e De Angelis usano le informazioni dell’audio in due articoli del 18 e 19 settembre. L’audio lo ha anche Claudia Fusani che su Tiscali.it ne riferisce i contenuti il 20.

La questione è superata dal fatto che l’intemerata di Casalino diventa la posizione ufficiale del M5S e del governo. Il blog dice che quelle parole rappresentano “la linea del MoVimento 5 Stelle detta e ridetta”. E il premier Conte rifiuta “di entrare nel merito” ma ribadisce fiducia a Casalino, pur ricordando il “sostegno delle strutture amministrative” con cui sta lavorando. Il vicepremier Luigi Di Maio rincara addirittura: “Il sistema, negli ultimi 20 anni, ha piazzato nei gangli fondamentali dello stato dei servitori dei partiti”. Il Tesoro risponde che “il bilancio dello Stato è pubblico” e decidere come ripartire le risorse “è una scelta politica”.

La frustrazione del Movimento Cinque Stelle ha una ragione precisa: il ministro Tria ha confermato quasi tutti gli uomini e le donne della gestione precedente, quella di Pier Carlo Padoan, che non sono certo sensibili alle istanze di cambiamento (interventi radicali e più deficit) del Movimento: dal capo di gabinetto Roberto Garofoli ai capi dei dipartimenti principali al ragioniere generale dello Stato Daniele Franco, l’uomo addetto a verificare le coperture dei provvedimenti di spesa che è il bersaglio principale degli strali a Cinque Stelle. Franco, ex di Banca d’Italia, è stato prorogato dal governo Gentiloni l’8 maggio e poi confermato dallo stesso governo Conte, il 24 luglio. Il mandato di Franco, 65 anni, scade a marzo, quando andrà in pensione. Nessuno crede che il governo possa sostituire il ragioniere generale in piena legge di Bilancio, e neppure che il problema sia personale. Al Tesoro spiegano tutta questa pressione come un tentativo del M5S di cercare alleati nella prima linea della ragioneria: se qualcuno tra Biagio Mazzotta, capo ispettorato Bilancio, Alessandra Dal Verme (Affari economici, cognata di Paolo Gentiloni) o altri candidati alla successione di Franco vuole fare qualcosa per conquistare quella poltrona, è il momento di dimostrare spirito di collaborazione.

Il problema vero, però, resta Tria e la squadra di cui si è circondato, che intorno alla sua capo segreteria Renata Pavlov ha eretto una barriera insormontabile per le priorità del M5S. Funziona così: i viceministri Massimo Garavaglia (Lega) e Laura Castelli (M5S), tuttora senza deleghe per volontà del ministro, o i sottosegretari, fanno riunioni con i tecnici della Ragioneria. I politici dicono quello che vorrebbero fare, i tecnici spiegano quali le conseguenze, i politici capiscono che il messaggio è sempre “non si può fare”. Ci sono ragioni su entrambi i fronti: soprattutto i Cinque Stelle sono convinti che, una volta individuata la voce su cui intervenire (per esempio le 610 agevolazioni fiscali da 76,5 miliardi all’anno) il lavoro sia fatto. Invece è lì che comincia. L’ex commissario alla revisione della spesa, Carlo Cottarelli ha spiegato che è praticamente impossibile cancellare una voce di spesa, perché ci sarà qualche funzionario che a quei soldi deve il proprio potere. Meglio ridurre in modo graduale le risorse, così da lasciare al burocrate l’illusione del potere e limitare la sua resistenza. Poi la struttura del Tesoro ha idee di politica economica che non ha nascosto: per esempio che i 12,5 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva a gennaio andrebbero trovati rimodulando i panieri delle aliquote agevolate, invece che in deficit.

Presto la pressione si trasferirà dalla Ragioneria al dipartimento del Tesoro e al direttore generale Alessandro Rivera, incaricato di negoziare con la Commissione europea. Una volta capito quante e quali coperture si possono considerare, si può scrivere la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, da presentare giovedì. E poi toccherà al Tesoro difenderla a Bruxelles, dove la Commissione si aspetta almeno una riduzione dello 0,1 del saldo strutturale (il deficit al netto del ciclo economico) e l’impegno al pareggio di bilancio entro il triennio sui cui agisce la legge di Bilancio. La dichiarazione di guerra di Casalino e del M5S non rende certo più semplice questo dialogo.

Visco: “L’aumento del deficit dà solo benefici temporanei”

“Il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo potrebbe rapidamente portarsi su una traiettoria insostenibile.” Il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco, al Convegno della Corte dei Conti di Varenna (Lecco), ha sostenuto che ”vanno tenuti in considerazione i vincoli che derivano dall’elevato livello del debito”. “Un aumento improduttivo del disavanzo finirebbe col peggiorare le prospettive delle finanze pubbliche, alimentando i dubbi degli investitori e spingendo più in alto il premio per il rischio sui titoli di Stato” ha aggiunto. Il Governatore ha avvertito che “accrescere la spesa per investimenti finanziandola in disavanzo, senza incidere sul potenziale di crescita, fornirebbe benefici solo temporanei”. Un vero e proprio allarme sul debito quello prospettato da Visco, che ha esortato alla cautela nel fare ricorso al deficit “nelle attuali condizioni della finanza pubblica e con un basso grado di efficienza nell’amministrazione”. Secondo Visco, inoltre, “in Italia la dotazione di infrastrutture è inadeguata”: andrebbero utilizzate al meglio le risorse disponibili e selezionate le opere pubbliche davvero necessarie.

Giorgetti adesso fa il pompiere: “Vincoli europei da rispettare”

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, aprendo ieri l’ultima giornata della 64esima edizione del Convegno di Studi Amministrativi di Varenna (Lecco), rilancia il piano Juncker e ricorda gli impegni presi dall’Italia con l’Ue. E dichiara che i vincoli imposti dall’Europa non possono essere trascurati “per non esporre la finanza pubblica ad alti rischi”. “Nell’ultimo decennio abbiamo fatto i conti con il crollo delle risorse per gli investimenti con la spesa pubblica ridimensionata per rispettare i vincoli europei. Una situazione che – ha spiegato – ha portato la Commissione europea ad adottare il piano Juncker che, grazie anche alla Banca europea per gli investimenti (Bei), ha avuto un effetto migliore rispetto alle aspettative, anche sul fronte delle infrastrutture”. Il rilancio del piano Juncker, ha aggiunto, “sarebbe decisivo per la crescita economica europea”. Un riferimento, infine, anche al piano infrastrutturale interno: “Progetti concreti, cantierabili in tempi ragionevoli, permetterebbero di sostenere la domanda interna”.