Piccoli leader crescono: la nuova destra europea

Destra nuova, volti nuovi. Già al suo sorgere, la cosiddetta alt-right americana di Bannon e Trump, portò alla ribalta in Europa figure lontane dalla scena del potere come Marine Le Pen, Nigel Farage o Matteo Salvini. Ma per movimenti in crescita di consensi e alla ricerca di sintonia con un elettorato poco ideologizzato, la presenza di leader trentenni potrebbe non apparire troppo sorprendente. In particolare nell’anno in cui la galassia della destra del Vecchio continente fa prove di unità in vista dell’appuntamento elettorale europeo di maggio 2019. L’ultimo arrivato è l’austriaco Martin Sellner. Ventinove anni, capelli e occhiali alla Clark Kent, Sellner ha un passato da neonazista (“Non c’era alternativa, all’epoca mancava un partito patriottico di destra”, dice). Oggi è esponente di spicco di Generazione identitaria, movimento xenofobo nato in Francia nel 2012 ma diffusosi rapidamente anche altri paesi, Italia inclusa. Il gruppo è noto per azioni eclatanti, come aver affittato una nave l’estate scorsa per sabotare i soccorsi delle ong nel Mediterraneo. L’austriaco si era già messo in luce nell’aprile 2016 con un’irruzione nel teatro dell’Università di Vienna allo scopo di interrompere una pièce teatrale recitata da rifugiati siriani, spargendo finto sangue sul palcoscenico. Lo aiuta nella sua ascesa mediatica, il sodalizio con la compagna, la videoblogger americana 26enne Brittany Pettibone, altra ferma sostenitrice della teoria del “genocidio dei bianchi” da parte degli immigrati. A Vienna, dove l’ultraconservatore Sebastian Kurz è già al governo ad appena 32 anni, la stella di Sellner è sicuramente in ascesa. Più giovane ancora è la 28enne Marion Maréchal Le Pen, nipote della leader del RN Marine e del fondatore del FN Jean-Marie. Se la sua presenza in politica non è una novità, lo è piuttosto il suo ritorno, dopo un annunciato ritiro a vita privata all’indomani delle elezioni presidenziali del 2017 vinte dal rivale Emmanuel Macron. La ritroviamo a Lione, come direttrice dell’Issep, istituto universitario che si propone di formare la futura classe dirigente dell’estrema destra.

Compito simile a quello che si propone il 32enne Raheem Kassam, già collaboratore di Nigel Farage e direttore della sezione londinese del magazine online ispiratore dell’alt-right Breitbart News. Figura, la sua, complementare a quella di Sellner: tanto l’austriaco è guidato dalla ricerca della visibilità, quanto Kassam lavora nelle retrovie. Steve Bannon gli ha affidato la responsabilità di The Movement, la nuova “cosa” che vorrebbe unificare sotto la bandiera del sovranismo il più alto numero di partiti sovranisti europei prima del voto del prossimo anno. Come e più ancora dell’austriaco, il giovane Kassam pare riassumere in sé tutte le spiazzanti contraddizioni del suo fronte politico: di origini indiane ma nato a Londra e formato all’Università di Westminster, è un musulmano convertito all’ateismo e un feroce critico dell’islam della società multietnica. Non c’è più la destra “bianca” di una volta: questi trentenni sono anche il frutto di tutto quello che dicono di non volere.

Negli Usa solo flop, l’Ue ultima spiaggia

C’è stato un tempo in cui pochi dell’establishment repubblicano si sarebbero fatti vedere in giro con Steve Bannon. La sua storia tortuosa – da ufficiale di Marina a banchiere d’investimento a produttore di documentari sul fascismo islamico, fino alla direzione del sito dell’alt-right Breitbart e alle accuse di antisemitismo, razzismo e violenze contro la ex moglie – lo escludeva dai circoli del partito di Washington. Come disse il portavoce di Mitch McConnell, capo dei senatori repubblicani, Bannon era “il campione del Klu Klux Klan”.

Come è andata a finire è noto. A partire dall’appoggio al Tea Party, Bannon ha prefigurato quei temi – isolazionismo, nazionalismo, populismo economico – che hanno spinto Donald Trump alla Casa Bianca. Alla guida di Breitbart, tra il 2012 e il 2016, Bannon definiva le femministe “un gruppo di lesbiche dell’East Coast”; il suo attacco al “vittimismo razziale” lasciava trapelare il riferimento a un certo colore della pelle; e il 50 per cento dei musulmani diventava fanatico sostenitore della Sharia. Lo stile aggressivo si adattava all’avventura politica di Trump. Bannon diventa capo della campagna repubblicana nell’agosto 2016. Dopo la vittoria, il presidente inventa per lui la carica di chief strategist.

Nel momento di trionfo inizia la caduta. Bannon odia, ricambiato, i repubblicani dell’amministrazione; non lega con i familiari di Trump. Sempre più isolato, lascia la Casa Bianca e torna a Breitbart, da cui spera di scatenare “la guerra civile contro i repubblicani”, per spostare il partito a destra. Compie però un errore. Nel libro Fire and Fury di Michael Wolff, Bannon si lascia andare a virgolettati pesanti: Ivanka sarebbe “stupida come un sasso”; il procuratore Mueller starebbe per “schiacciare Donald Jr. come un uovo”; e vero “tradimento” sarebbero stati i contatti tra membri della campagna Trump e gli emissari russi. I miliardari e benefattori delle sue campagne, Robert Mercer e la figlia Rebekah, lo scaricano. Breitbart lo licenzia.

Bannon si lancia in una nuova impresa: imporre suoi candidati alle primarie repubblicane, in vista delle elezioni di midterm. Ma buona parte dei prescelti non ce la fa. L’ultimo fallimento è Kelli Ward, una repubblicana dell’Arizona che lui esalta come “colei che costruirà il Muro” e che perde le primarie. Altro flop Roy Moore, il giudice che Bannon sostiene come senatore in Alabama, abbattuto da accuse di pedofilia. Mentre raccoglie risultati sempre più grami nella politica americana, Bannon è comunque già impegnato nella nuova avventura europea. Quando Trump arriva a Londra, a luglio, Bannon si installa in una camera d’albergo a Mayflower e riceve i leader della destra europea in pellegrinaggio. In quei giorni prende forma il progetto di The Movement per “le elezioni più importanti mai tenute in Europa”.

Il suo sogno resta quello illustrato ai conservatori, in Vaticano, nel 2014. Tornare a un Occidente giudaico-cristiano forte. Limitare l’ascesa dell’Islam, smantellare moneta comune e universalismo liberale. Un programma che lui persegue con i mezzi di sempre. Una campagna di comunicazione incessante. L’immagine da cane sciolto della Destra, un po’ messia un po’ cialtrone, con cui spera di conquistare gli scontenti d’Europa.

I leghisti e gli anti-Papa: la rete di Steve in Italia

Alti prelati, lobbisti misteriosi, politici della vecchia e della nuova generazione: Steve Bannon la sua rete in Italia la sta costruendo da anni. Una via di mezzo tra un millantatore professionista e un grande burattinaio internazionale: così appare oggi l’ex guru di Trump. Sembra una contraddizione in termini, ma in tempi in cui il consenso è volatile, le vecchie categorie sono tutte defunte, essere al posto giusto nel momento giusto ha il suo peso.

Ai vertici della Lega c’è chi alza le spalle: “Bannon? Se ci vuole dare una mano ben venga. Ma noi andiamo avanti per la nostra strada”. Con gli amici, il ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana (che sta costruendo le alleanze del Carroccio in vista delle Europee) la mette così. A conoscerlo da anni è Guglielmo Picchi, il Sottosegretario agli Esteri, che portò Salvini da Trump nel 2016. Qualche riunione con lui l’ha fatta e lo incontrerà anche domani. In realtà, Bannon intrattiene rapporti con tutta la Lega. Alcuni magari indiretti. È di settembre la foto con Matteo Salvini e con Mischael Modrikamen, uno dei fondatori di “The Movement”. Ma già a marzo incontrò segretamente il ministro dell’Interno e il presidente della Rai in pectore, Marcello Foa (lo rivelò l’Espresso).

I “Bannon boys” raccontano che nella sua visita a Roma, all’inizio dell’estate, l’ex stratega di Trump aveva un filo diretto con Armando Siri: gli era così piaciuta la “sua” flat tax che avrebbe consigliato a Salvini di cominciare da quella e non dall’immigrazione. A giugno pure l’incontro interlocutorio con la Meloni.

E poi c’è il sottobosco vaticano. In Italia, il suo agente è un giornalista americano della sezione italiana della Breitbart, il 54enne Thomas Williams, vaticanista e sommelier. Difese il capo dei Legionari di Cristo, l’ordine religioso conservatore cui apparteneva, dalle accuse di pedofilia, poi rivelatesi fondate. Fu travolto in prima persona da uno scandalo: ha dovuto lasciare gli abiti sacerdotali quando emerse che era diventato padre.

La “Alt Right” in Europa ha il suo luogo di riferimento: è un’Abbazia, la Certosa di Trisulti in Ciociaria, che guarda a Bannon e alla Chiesa anti-Bergoglio. È la sede della fondazione presieduta da Benjamin Harnwell, la Dignitatis Humanae Institute. Nel nuovo anno, partirà una scuola politica per formare i quadri del futuro. “Promuoveremo il Vangelo a livello politico e difenderemo le fondamenta cristiane della civiltà, che vuole l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio”, ci spiega Harnwell. Ex capo di gabinetto del deputato europeo Nirj Deva (Partito conservatore britannico), Bannon lo definì “il ragazzo più intelligente di Roma”. E con lui organizzò un convegno in Vaticano nel 2014, “Third International Conference on Human Dignity”. Lì espose alcuni temi centrali della campagna elettorale americana che sarebbe arrivata poi, scagliandosi contro il “marxismo culturale”, il “laicismo” e l’ “islamofascismo”. Presente anche Raymond Burke (che presiede il consiglio di garanzia del Dea), il prelato statunitense tra i più forti oppositori di Papa Francesco.

Quando ha ricevuto Bannon alla Certosa a fine maggio, Harnwell gli ha fatto trovare un grande vecchio della diaspora Dc, Rocco Buttiglione (che aveva tradotto in italiano lo speach del 2014 dell’americano). Questi gli ha consigliato la lettura de Il suicidio della rivoluzione dello storico Augusto Del Noce, come base di partenza per capire il fallimento della sinistra che ha preferito difendere i diritti borghesi piuttosto che le masse.

Bannon snobba i 5Stelle: “Nel 2019 vince la destra”

Bannonate sul populismo italico. Fino a qualche settimana, l’ormai celebre ideologo di Donald Trump, Steve Bannon, sommergeva d’entusiasmo e di speranze (sul Corriere della Sera) il governo gialloverde, tra la Lega di Matteo Salvini e il M5S di Luigi Di Maio (e Giuseppe Conte).

Nel giro di qualche giorno tutto muta e “Steve”, come lo appella adorante “Georgia” Meloni – “thank you Georgia, thank you Brothers of Italy”, che poi sarebbe Fratelli d’Italia, il partitino meloniano -, “Steve” dicevamo “cambia” governo all’Italia e parla come se Lega e FdI stessero insieme a Palazzo Chigi: “Il partito di Davos, l’élite vi odia e odia tutto quello che rappresentate. Cercheranno di distruggere i vostri leader con i media al loro servizio. Faranno a voi quello che hanno fatto a Trump”.

Forza e suggestione del sovranismo. Ché Bannon appare come uno stregone che evoca l’Apocalisse: “Tra venticinque anni la razza umana sarà distrutta se vincerà il partito di Davos”. Boato nell’area Carlo Magno della festa di Atreju a Roma, sull’Isola Tiberina. Ragazzini e donne, anziani e uomini maturi. Tanta paccotiglia fascista sulle t-shirt esibite. “Fortemente credere”. “Le radici profonde non gelano mai”. Il sovranismo americano di Trump incrocia l’eterna nostalgia plebea per l’Uomo Forte e per l’Impero. Ecco Alessandro Giuli, tra i papabili per il prossimo Tg2, che lo intervista: “Bannon questi sono patrioti che custodiscono la fiamma dell’identità italiana da oltre mezzo secolo”.

Dal Movimento sociale a “The Movement”, il raggruppamento di Bannon che muove alla conquista dell’Europa, cui Fratelli d’Italia ha aderito.

Uno stregone certo, ma trasandato, se non inguardabile. Bannon infila il tendone dell’area Carlo Magno poco dopo le diciotto. Poliziotti, security, volontari di FdI, la stessa Meloni formano il corteo trionfale. Lui indossa un pantalaccio blu con tasconi laterali; mocassini senza calzini; una camicia nera che pende da fuori, sull’ampio ventre; e una giacca scura rubata a qualche completo a coprire tutto. Un americano a Roma. Da quella che un tempo era la parte sbagliata.

Un’ora di show. Prima lo “spicccc”, come annuncia “Georgia”, indi l’intervista con il nostalgico Giuli. Bannon inchioda il sovranismo a pochi concetti che ripete in maniera ossessiva. Pensierini elementari ché il populismo è materia semplice.

“La crisi è colpa dell’incompetenza e dell’avidità del partito di Davos”.

“La vostra rabbia, la rabbia dei millennials esclusi, è un sentimento razionale. Voi siete la colla che tiene insieme la società, lavorate, pagate le tasse, crescete i figli ma le vostre risorse vanno all’un per cento che si accaparra tutto”.

“I migranti sono forza lavoro per i profitti dell’élite, che poi vi chiama xenofobi, razzisti e nativisti”.

Bannon predica il Verbo sovranista o populista, “io sono un populista perché la mia famiglia appartiene alla classe lavoratrice”, e si rivolge sempre a Salvini e “Georgia”, spiegando pure che la loro “rivoluzione”, che comprende la flat tax al 15 per cento, è stata anticipata da Brexit e Trump. “Sono qui perché tutto si tiene insieme”.

Il Nuovo Mondo sovranista va da New York a Mosca, “Putin è un vero patriota” (e qui la platea sembra cascare per l’ovazione), passando per l’Occidente giudaico-cristiano. L’Europa non è contemplata. Un mero accidente della Storia e del benedetto partito di Davos. Conta la civiltà nata ad Atene, Gerusalemme e Roma, soprattutto.

Bannon si lascia trascinare dall’enfasi e dalla retorica: “M’inchino davanti a voi, sono onorato di essere tra voi. Prendete esempio dal coraggio dei Gracchi che si batterono a favore dei poveri”.

Ergo: Meloni, La Russa, Santanchè, Crosetto come i fratelli tribuni che fecero la legge agraria contro il Senato romano. Chi fa Cornelia, la madre? Lo stregone trasandato non dimentica tutta l’Internazionale sovranista, ma la traduzione simultanea lascia un dubbio: cita solo Le Pen nipote o anche la zia Marine? Sottigliezze. Per il resto: “Trump, Farage, Salvini, Meloni”. Quella che formerà la nuova “élite di patrioti”.

La lunga campagna populista per le Europee è cominciata in riva al Tevere e al cronista sovviene un unico grande dubbio: ma a Bannon avranno spiegato che Brothers of Italy lotta sulla soglia del 4 per cento per entrare nel Parlamento di Strasburgo? Non proprio un dettaglio secondario.

Aquarius ora è illegale. Panama toglie la bandiera alla nave

L’Autorità Marittima di Panama ha avviato il processo di cancellazione dal proprio registro navale di “Aquarius 2” prima “Aquarius”, perché “non tiene conto delle procedure legali internazionali sul recupero degli immigrati e durante le operazioni nel Mar Mediterraneo”. Aquarius sta ora cercando un porto dove scaricare gli 11 migranti prelevati in Libia. L’Autorità marittima di Panama (Amp) ha spiegato che la richiesta arriva “dalle autorità italiane, che hanno riferito che il capitano della nave si è rifiutato di consegnare i clandestini alla guardia costiera libica”. E ancora: “La ricerca da parte del Registro della nave panamense ha rivelato che la nave era stata espulsa mesi fa dal Gibilterra Maritime Administration, che non ha dato il permesso ad ‘Aquarius’ di agire come nave di salvataggio”.

L’amministrazione marittima di Gibilterra fa sapere che anche, a giugno e luglio di quest’anno ha chiesto formalmente alla nave di Msf di sospendere le sue operazioni e tornare allo stato di registrazione originale come nave oceanografica.

Galantino (Cei) difende gli Sprar: “Funzionano”

No ad interventi da “ferro e fuoco”, guardare alla persona non a “trarre profitti da certi atteggiamenti”. Così monsignor Nunzio Galantino, presidente dell’Apsa e segretario generale uscente della Cei, si sofferma anche sul decreto migranti che domani arriverà al Cdm. In particolare lancia l’allarme sul fatto che il decreto sancisce la cancellazione degli Sprar “l’unico sistema pubblico di accoglienza che funziona”. Galantino, che nei cinque anni in Cei ha frequentato tanti campi profughi all’estero (in Kurdistan, in Giordania, in Libano) ma ha raccolto testimonianze anche nel nostro Paese, osserva: “Gli Sprar dove sono tenuti bene, e sono la stragrande maggioranza, sono istituzioni straordinarie perché il modo in cui sono stati concepiti dà garanzie”. Galantino bolla come “bufala” la “storia dei 35 euro dati agli immigrati: è una balla grossa perché tutti sanno che lo Sprar non si fa all’aria aperta ma in un locale che deve avere sua consistenza per legge, una sua cura, deve avere operatori e tutte queste realtà non possono essere fatte in nero. Le utenze sono pagate all’Italia, il cibo è comprato in Italia quindi sono soldi che di fatto restano qui eccetto quei 2.50 euro che vengono dati a queste persone”.

Aggressione al corteo antirazzista: “Noi picchiati da CasaPound”

Mazze e tirapugni. E poi botte e cinghiate. La manifestazione “Mai con Salvini” di ieri a Bari, diventa occasione di un’aggressione fascista. Questo raccontato alcuni manifestanti che puntano il dito contro CasaPound. Tra le vittime dell’aggressione, l’europarlamentare della lista Tsipras, Eleonora Forenza. Con lei, altri manifestanti raccontano di essere stati picchiati selvaggiamente mentre si trovavano nel quartiere Libertà, a pochi passi dalla sede di Casapound. In due sono rimasti feriti.

Una trentina di militanti di CasaPound sono stati identificati, almeno 8 avrebbero partecipato attivamente all’aggressione. Secondo gli investigatori, un gruppo di manifestanti, dopo il corteo, avrebbe urlato frasi provocatorie sotto la sede. Così 5 o 6 militanti di CasaPound sarebbero usciti e avrebbero malmenato un secondo gruppo di manifestanti arrivati nel frattempo, tra cui la Forenza. CasaPound nega: “Un gruppo di persone ha aggirato i controlli delle forze dell’ordine(…), con il chiaro intento di assaltare la sede. Sono stati respinti dai nostri militanti”. Liberi e Uguali chiama Salvini a riferire in Aula, mentre Libertà e giustizia chiede “alla magistratura di verificare se esistano i presupposti per lo scioglimento di CasaPound”.

Meno integrazione e più espulsioni (per finta): legge fabbrica-clandestini

Ci sono una serie di rilievi di costituzionalità, dalla presunzione di innocenza al principio di uguaglianza e alla tutela del diritto d’asilo, che potrebbero addolcire il discusso decreto manifesto del ministro Matteo Salvini, rimandato da settimane e destinato domani a un’approvazione verosimilmente “salvo intese”, cioè con alcune norme ancora da scrivere. Si potrà espellere solo per violenza a pubblico ufficiale o solo per violenza al medesimo? Si potrà togliere il gratuito patrocinio legale a chi chiede l’asilo? Davvero basterà un atto amministrativo per revocare la cittadinanza? I dettagli avranno grande impatto sulla vita di migliaia di persone e sulle attività di questure, tribunali, commissioni per l’asilo, Cas, Cara e Sprar. È già evidente, però, che il risultato della stretta salviniana potrà essere solo l’aumento degli immigrati irregolari cosiddetti “clandestini”.

Saranno di più e saranno anche meno integrati se è vero che Salvini esclude dall’accoglienza negli Sprar i richiedenti asilo, ovvero penalizza l’unico sistema che funziona sulla base di piccole strutture in cui gli stranieri ricevono assistenza qualificata e imparano almeno la lingua, a volte un mestiere, a vantaggio dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) che costano un po’ meno perché danno solo vitto e alloggio in centri per lo più di grandi dimensioni che le popolazioni residenti, notoriamente, non vogliono vicino casa.

Il giro di vite sulla protezione umanitaria, peraltro già in corso, moltiplicherà i cosiddetti “denegati” che al termine di procedure e ricorsi saranno cittadini irregolari in Italia. Lo stesso vale per le nuove regole sull’espulsione e la revoca della cittadinanza per chi commette questo o quel reato, accertato o meno, ma anche per le barriere “etniche” al reddito di cittadinanza e quelle che negano agli stranieri i servizi sociali, fiore all’occhiello degli amministratori locali leghisti (la sindaca di Lodi, come abbiamo scritto sabato, esclude di fatto i bambini stranieri dalle mense scolastiche): così anche gli immigrati regolari rischieranno di scivolare nell’illegalità. Il risultato è sempre quello: aumenteranno gli irregolari, cioè i potenziali destinatari di decreti di espulsione che per la stragrande maggioranza finiranno appallottolati in fondo a qualche cassonetto dei rifiuti.

Un conto sono i pezzi di carta, tutt’altro i rimpatri veri e propri. Lo stesso Salvini dice che ci vorrebbero ottant’anni. In Italia ci sono tra i trecento e i cinquecentomila immigrati in situazione irregolare e i rimpatri effettivi sono stati, finora, meno di quattromila l’anno, di cui duemila nella sola Tunisia, perché gli stranieri non possono essere (ancora) lasciati in mezzo al mare o in Paesi terzi (magari ci arriveremo: è il “no way” australiano più volte evocato da Salvini). Per ora servono accordi con i Paesi d’origine e costano tanti soldi perché i Paesi d’origine hanno interesse alle rimesse dei migranti, perfino dei più sfigati, che sono parte significativa del loro Pil, e non a riprendersi persone che a volte sono delinquenti o mezzi delinquenti.

Se Salvini farà un mezzo miracolo raddoppierà i rimpatri e così andremo dall’1 al 2 per cento del totale, ma non è detto perché il totale degli irregolari nel frattempo aumenterà con i provvedimenti di cui sopra, con gli sbarchi per quanto ridotti e più o meno fantasma, con i passaggi sulle Alpi che sempre ci saranno. Il capo della Lega però potrà dire di aver aumentato i rimpatri, e soprattutto potrà continuare a gridare che ci sono troppi clandestini, troppi reati commessi da clandestini, ecc… Non è neppure detto che gli dispiaccia: su questo ha costruito e continuerà a costruire le sue fortune politiche. Senza contare che gli immigrati irregolari sono anche più ricattabili da chi li sfrutta sul lavoro, comprese le organizzazioni criminali e magari anche qualche “imprenditore” che vota Salvini.

L’Onu si preoccupa: possibili violazioni dei princìpi sull’asilo

Per ora si tratta di osservazioni, suggerimenti, raccomandazioni. Ma la posizione dell’Unhcr sull’abrogazione della protezione umanitaria (e altri punti del decreto sull’immigrazione) è già chiara. Ed è parecchio distante dalla visione di Matteo Salvini. Il ministro dell’Interno, dalla festa di Atreju organizzata da Fratelli d’Italia, già soffia sul fuoco: “Vi dò uno scoop, lunedì dopo l’approvazione del decreto sicurezza-migranti, ci sarà l’allarme dell’Onu, Osce, della Croce rossa, di quella bianca, dei vegetariani, dei vegani e degli animalisti perché limitiamo i diritti. Vedrete, ci saranno ricorsi e contro ricorsi, ma io me ne frego. Se devo darmi un criterio di scelta, prima vengono i cittadini italiani”.

Sarà difficile “fregarsene” però delle raccomandazioni che l’Unhcr – stiamo parlando dell’agenzia per i rifugiati dell’Onu – ha già inviato a Viminale e Governo, sebbene per ora solo in via informale, considerato che non ha ancora ufficialmente ricevuto alcuna bozza del decreto in questione. Il decreto – stando alle bozze circolate finora – abroga i “permessi di soggiorno per motivi umanitari” limitandone la concessione a tre soli casi. La protezione umanitaria è un caso “residuale” previsto dal nostro ordinamento che, nel 2018, è stato concesso nel 28 per cento dei casi. Residuale, perché riguarda i richiedenti che nei Paesi di provenienza corrono dei rischi che, però, non rientrano nei casi previsti dalla Convenzione di Ginevra (in questo caso interviene lo status di rifugiato) e non sono legati a un conflitto armato generalizzato (qui opera la protezione sussidiaria). Il decreto intende concedere la possibilità di concedere la tutela umanitaria ai soli tre casi di “condizioni di salute di eccezionale gravità”, “situazioni contingenti di calamità naturale nel Paese di origine”, premio per “il cittadino straniero che abbia compiuto atti di particolare valore civile”.

La bozza del decreto prevede anche una forte compressione dello Sprar, ovvero il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati costituito dalla rete degli enti locali, anche se fonti del Viminale negano l’ipotesi della sua soppressione. E proprio su protezione umanitaria e sistema di accoglienza l’Unhcr muove i suoi primi rilievi.

L’agenzia Onu raccomanda innanzitutto all’Italia di non allontanarsi dagli obblighi previsti dalla Convenzione di Ginevra del 1951 della quale – fa notare – il nostro Stato è firmatario: “L’Italia – ha fatto sapere Unhcr al governo – deve rispettare i suoi obblighi e principi, in primo luogo il principio di non respingimento”. Non solo. Raccomanda di continuare nel solco dell’articolo 10 della Costituzione, che rimanda in modo specifico ai diritti umani, ai rifugiati, alla promozione della tolleranza e della diversità. La protezione umanitaria – sottolinea l’Unhcr – consente di agire in modo umano e solidale nei riguardi di persone che hanno dovuto sopportare violenze e abusi nei Paesi di transito, come accade per esempio in Libia, dove avvengono stupri e torture. E avverte di essere fortemente “preoccupata” da qualsiasi “tentativo” di “limitare il diritto delle persone di accedere alla procedura di asilo, soprattutto il diritto di accedere a una procedura “equa”.

Riconosciuto il diritto di rimpatriare chi non ha diritto all’asilo, l’Unhcr osserva che, diversamente, i richiedenti asilo si ritroverebbero dinanzi a una scelta obbligata: “Entrare in modo irregolare”. “Tutti – ribadisce l’agenzia Onu – hanno il diritto di chiedere asilo. Le richieste devono essere valutate su base individuale, ponendo attenzione alla vulnerabilità e ai bisogni dei richiedenti”. In sostanza secondo l’Onu l’abrogazione della protezione umanitaria, penalizzerebbe persone molto vulnerabili, che emigrano per motivi economici ma, non avendo una strada legale, finiscono per essere vittime di stupri e torture da parte dei trafficanti.

In questo senso, da anni, l’Unhcr chiede l’apertura di vie legali per l’asilo e per le migrazioni, con particolare riferimento ai corridoi umanitari. Infine sottolinea l’importanza dell’inclusione che “dovrebbe iniziare nelle prime fasi della procedura di asilo e riguardare tutti gli aspetti dell’integrazione sociale, economica e culturale, compresa l’istruzione”.

Decreto Sicurezza, Salvini sfida la Corte costituzionale

Il cavaliere che fu verde e ora è soprattutto nero gioca in casa perfino in riva al Tevere. E si sente così forte da permettersi di raggelare la platea, giurando fedeltà al governo gialloverde, “perché ho firmato un contratto e io la parola la mantengo” e svicolando (in parte) su una possibile modifica dalla legge elettorale per le europee. Soprattutto, si dice pronto alla battaglia con i magistrati: “Se la Consulta ponesse dei rilievi sul decreto su immigrazione e sicurezza? Vorrà dire che discuterò amabilmente con la Corte…”.

Camicia bianca e tanta fiducia in se stesso, ecco Matteo Salvini ad Atreju, la festa di Fdi a Roma sull’isola Tiberina, nello stesso giorno in cui sul palco appare il presidente della Camera, il grillino “rosso” Roberto Fico. In una mattinata di afa tropicale il leghista si infila in un tendone stracolmo. E sono baci e abbracci con Giorgia Meloni, un po’ alleata un po’ no. Il ministro dell’Interno, intervistato da Enrico Mentana, si prende facili applausi rivendicano la sua battaglia contro i migranti: “Se avessi rispettato tutte le regole, di immigrati ne sarebbero arrivati 100-150mila, come negli anni passati. Le regole sono fatte per essere cambiate”. Però il decreto immigrazione, che sarà il primo provvedimento di governo a sua firma, preoccupa il Quirinale e agita i 5Stelle. E non solo.

Lui, è evidente, già pregusta la bufera: “Lunedì (domani, ndr) dopo l’approvazione del decreto sicurezza-migranti, ci sarà allarme dell’Onu, della Croce rossa, bianca, dei vegani e degli animalisti”. Ma il ministro punge in particolare le toghe. Ricorda con toni sardonici di essere indagato per sequestro di persona aggravato per la vicenda della nave Diciotti. E non solo. “Quando i nostri ragazzi in divisa arrestano gli spacciatori, poi certi giudici li rimettono in libertà”. Però l’immigrazione resta il filo rosso, per alcuni fastidioso. Per esempio sul Fatto di ieri un maggiorente del M5S come Massimo Bugani esortava a smetterla di parlare di migranti “perché i problemi veri sono altri”. Mentana lo fa notare, e Salvini fa melina: “Sono d’accordo, ma io vengo pagato per fare il ministro dell’Interno e quindi per occuparmi di immigrazione e sicurezza”. Poi si parla di reddito di cittadinanza, che alla Meloni e ai suoi proprio non piace, e il leghista si arrangia: “Ho chiesto che non fosse un reddito di divananza”.

Poi però avverte: “Ho chiesto all’amico Di Maio che il reddito di cittadinanza fosse riservato ai cittadini italiani: mi sembrava il minimo, perché di regali per coloro che italiani non sono se ne fanno anche troppi. Sicuramente ci saranno ricorsi e contro ricorsi: e chi se ne frega”. E tanti saluti, ancora, ai giudici. Per il resto, Salvini si sente padrone del gioco. Lo dimostra con un lapsus, quando parla di sé come presidente del Consiglio, per poi correggersi con un sorriso (“vicepremier”). Hanno meno voglia di ridere i vertici di Fdi che, come anticipato dal Fatto giovedì, temono che il Carroccio voglia modificare la legge elettorale per le Europee, alzando dal 4 al 5 per cento la soglia di sbarramento, e introducendo le liste bloccate. Meloni chiede lumi in diretta, e Salvini giura: “L’ultima delle mie intenzioni è occuparmi di legge elettorale, come Lega e come governo non c’è intenzione di alzare la soglia per rompere le scatole a qualcuno…”.

Peraltro, dice che l’esecutivo poteva essere “allargato a Giorgia Meloni ma non a Forza Italia”. Però sulle liste bloccate svicola. E i dirigenti di Fdi scuotono la testa: “Non ha fatto chiarezza”. Salvini invece è chiaro nel dire che si fida di Luigi Di Maio. Però sulla sindaca di Roma Virginia Raggi è duro: “Penso che da lei ci si aspettasse molto di più, ogni giorno in macchina qui è un vero e proprio rally”. E Fico? “Io voglio durare al governo 5 anni, poi siamo nelle mani di Dio e scendendo più in basso in quelle di Fico”. Risatine, e saluti.

A mezzogiorno e qualcosa, ecco il presidente della Camera. Meloni invita più volte ad applaudirlo. Ma ovviamente non è lo stesso clima. Fico, in maglietta verde (sottile provocazione), non vuole alimentare polemiche.

Però una botta a Salvini la tira: “Il calo degli sbarchi dei migranti è una prosecuzione di quanto iniziato quando era ministro Minniti”. Il giornalista Nicola Porro lo stimola, ma lui dribbla. Però assicura che “il governo è contro il condono, mentre la pace fiscale è un aiuto a chi è in chiaro ed è già in difficoltà: se è così, ben venga”. Poi scivola su un “ci sarebbero”, ossia su quel congiuntivo che per Di Maio è un complesso. Qualcuno mormora e lui si difende: “Calma, capita a tutti”. E Salvini è già lontano.