Pirla con tartufi

Rocco Casalino, portavoce del premier Conte e capo della comunicazione dei 5Stelle, ha commesso vari errori, ma non quello che gli viene rimproverato con grande scandalo dai migliori tartufi nazionali: cioè di aver fatto sapere informalmente ad alcuni giornalisti che certi burocrati del Tesoro remano contro le proposte del M5S e, se non seguono il programma di governo, verranno rimpiazzati. Chi vuol cambiare davvero le cose deve munirsi di una burocrazia capace e leale, altrimenti finisce tutto a tarallucci e vino, all’italiana: come diceva Longanesi, “questi nostri rivoluzionari pretendono di fare le barricate con i mobili degli altri” e “la rivoluzione d’accordo coi carabinieri”. Nella nota vocale incautamente inviata a un paio di cronisti, Casalino spiega che il problema sono alcuni tecnici ministeriali, “una serie di persone che stanno lì da decenni e proteggono il solito sistema”, non il ministro Tria, divenuto l’idolo delle opposizioni e dei giornaloni al seguito come se fosse un emissario loro, o del Quirinale, o dell’Ue, e non il ministro del Tesoro gialloverde. E Tria ogni tanto pare credere a questa barzelletta, dimenticando di aver accettato di entrare in un governo di cui conosceva bene il programma con relativi costi: se li riteneva insostenibili, nessuno lo obbligava a fare il ministro, anche perché un mestiere ben avviato ce l’aveva.

Se un cronista chiede a un portavoce che aria tira, e quello gli risponde off records quel che di lì a poco dirà il suo leader (Di Maio), fa il suo mestiere. Poi si può discutere Di Maio, che a volte la fa fuori dal vaso: ma prendersela col portavoce è ridicolo. Sarebbe grave se Casalino dicesse che al Mef è tutto rose e fiori e si scoprisse che non lo è, non il contrario. Da settimane c’è uno scontro alla luce del sole fra i vicepremier che vogliono sforare l’1,6% di deficit e il Mef che ritiene quella soglia immaginaria un tabù, e così le opposizioni (inclusi Renzi, che un anno fa propose sul Sole-24 ore di sforarla fino al 2,9, e FI che l’aveva sempre contestata e sfondata).

Qui, semmai, più che di privacy, c’è da discutere della correttezza di cronisti che, per la prima volta in vita loro, diffondono (e per farli pubblicare altrove: su Repubblica, Giornale e Foglio) i messaggi di una fonte che mai parlerebbe con loro se sapesse di essere poi virgolettata o “intercettata”. Queste furbate si possono fare una sola volta nella vita, poi la fonte è bruciata e nessuno parla più con nessuno. A meno che chi ha pubblicato l’audio di Casalino non voglia farci credere che i portavoce di precedenti ministri, premier, capi dello Stato non inviavano messaggi simili.

E che l’usanza delle istituzioni di comunicare con la stampa anche con fonti ufficiose e confidenziali destinate a rimanere coperte, è nata il 2 giugno 2018 col governo Conte e il suo incontinente portavoce. Ciò detto, quel pirla di Rocco ha commesso almeno due errori madornali (oltre a tenersi lo stipendio del portavoce renzian- gentiloniano Filippo Sensi).

1) Il linguaggio: chi sta accanto al presidente del Consiglio non minaccia “coltelli” e “megavendette” per “far fuori questi pezzi di merda”. Il problema non è il turpiloquio, usato in privato più o meno da tutti; ma il tono tipico non di chi governa pro tempore, ma del padrone del vapore che ha preso il potere e pensa di potersi permettere tutto. Se alcuni tecnici del Mef sabotano le riforme del “cambiamento” democraticamente votato dagli elettori, il premier o un ministro spiega chi e perché non gode più della fiducia del governo, e lo sostituisce. Com’è suo diritto e dovere fare, non trattandosi di figure “terze” di garanzia, come i magistrati, le Authority e i giornalisti, ma di esecutori tenuti a obbedire a direttive politiche.

2) L’imprudenza: è vero che la nota vocale denota la confidenza fra Casalino e il cronista, che evidentemente in altre occasioni aveva registrato le sue “dritte” coprendo la fonte e guadagnandosene la fiducia. Ma un 5Stelle dovrebbe sapere a chi risponde gran parte della stampa, fino a ieri governativa per definizione e ora antigovernativa per partito preso. In particolare anti-grillina, visto che l’establishment punta sulla Lega per conservare i privilegi. Al M5S non viene perdonato né concesso nulla di ciò che era ed è perdonato e concesso agli altri. Quindi fidarsi di chicchessia è un peccato mortale. C’è poi un terzo errore, che non riguarda il portavoce M5S, ma il titolare della voce: Di Maio. Che, ripetiamo, ha il diritto e il dovere di allontanare eventuali funzionari infedeli. Ma è poi certo di averne altri, non solo fedeli ma pure capaci, in grado di sostituirli? La classe dirigente nelle seconde file del governo lascia a desiderare, infatti i neoministri han preso a prestito burocrati e boiardi berlusconiani e/o renziani in mancanza di meglio.

Ora però l’operazione trasparenza su Casalino è partita e non vorremmo che si fermasse a lui. I colleghi che menano scandalo sull’audio di Rocco diano una controllata ai loro cellulari: vedi mai che conservino qualche succoso messaggio di Renzi, o dei suoi garruli portavoce, o di quelli di Napolitano, o di Mattarella, o di B. Un giorno Filippo Sensi invitò la libera stampa a “menare Di Battista”, ma sbagliò indirizzo e la cosa si venne a sapere. Ora i neofiti della trasparenza potrebbero trovare altro materiale interessante. Che so, autorevoli inviti a manganellare Di Matteo, Ingroia, Woodcock, Giannini, Floris, la Gabanelli, la Berlinguer, o più di recente Savona, o più addietro Biagi, Luttazzi, Santoro, Freccero… Coraggio, ragazzi: date fondo agli screenshot e pubblicate tutto. Così vediamo quanti Casalino ci sono in giro (anche più efficaci di lui, visto che le epurazioni degli altri, diversamente dalle sue, si avveravano). E inauguriamo finalmente la Fiera del Tartufo.

Gattuso ha trovato il totem, non i riti

L’Europa riconsegna al campionato un Cristiano furioso: cavoli del Frosinone, domani sera. Le partite più croccanti sono Sampdoria-Inter e Toro-Napoli. Fino all’85º di martedì, Pochettino era un genio e Spalletti un pirla. I gol di Icardi e Vecino hanno ribaltato l’ordalia con il Tottenham in puro stile “aziendale”. I tifosi si interrogano inquieti: sarà la volta buona, per il salto di qualità, o è stata l’ennesima puntata di un romanzo che non finisce mai per tornare, sempre, alla prefazione? Occhio alla Samp. Gioca bene, e intende riscattare il clamorosissimo 0-5 della stagione scorsa. Ha pareggiato 1-1 nel recupero con la Fiorentina, ha un Quagliarella che, sostituito, le ha “sussurrate” a Giampaolo. Insomma: capace di molto, esattamente come l’avversario. Per questo, consiglio la tripla. Il Napoli di Ancelotti è reduce dall’eccesso di zero di Belgrado, il Toro di Mazzarri si sta assestando, anche se gli mancherà Iago Falque. Non si esclude il varo della coppia Belotti-Zaza: l’istinto al potere. Carletto, lui, sta cercando di cambiare i riferimenti “sarristi” senza stravolgere i sogni. A volte ci riesce, a volte no. Mi aspetto sorprese.

Milan-Atalanta è snodo delicato, pericoloso. Gattuso ha trovato il totem (Higuain), non ancora i riti con cui gestire gli sbalzi di ritmo (vedi Cagliari). I fantasmi di Copenaghen continuano a zavorrare i corsari di Gasperini. C’era una “Dea” prima e ce n’è una dopo: più leggibile, più battibile. Il fattore campo potrebbe orientare il pronostico. Una squadra che si fa rimontare due gol dal Chievo può beccarne serenamente tre al Bernabeu. È la sintesi dell’ultima Roma. Che a Bologna, contro rivali a secco di reti, dovrà buttare la maschera.

Il muro per l’Italia. Dalla Russia agli Usa aspettando il Brasile

Non i tifosi, che numerosissimi stanno seguendo e sostenendo gli atleti della Nazionale azzurra di pallavolo in questo Mondiale, ma c’era chi – tra i nostri avversari – non si aspettava certo il percorso netto dell’Italia al primo turno: cinque partite vinte su cinque (le vittorie contro l’Argentina di Velasco e contro il Belgio non potevano essere date per scontate) e ottenendo il punteggio massimo, 15 punti.

È ancora presto per avventurarsi nel territorio insidiosissimo dei pronostici, e soprattutto contravverrebbe alla filosofia (c’è da dirlo, vincente) dello step by step del Ct Gianlorenzo Blengini e dei suoi atleti. “Ogni partita è importante, come qualsiasi altra in questo torneo,” afferma il coach, che in questo modo protegge con intelligenza i propri atleti dalla pressione di un Mondiale in casa e da quella degli avversari più temibili. Nella Pool che si svolge a Milano, dopo il match contro la Finlandia, l’Italia affronta stasera l’avversario forse più ostico: la Russia.

Vincitrice della Volleyball Nations League (Vnl) 2018, la Nazionale russa ha dimostrato un gioco di alto livello. Sulla carta è una squadra di fenomeni, tra cui spiccano il quasi infermabile centrale Dmitrij Aleksandrovic Musèrskij (2,18 m) e l’opposto Maksim Michajlovic Michajlov, capace di trasformare ogni palla in punto. Tuttavia, anche il gioco russo ha delle pecche (ha ottenuto soltanto tre vittorie nel primo girone): da un lato vi è l’eccessivo individualismo di una squadra poco collaborativa e divisa in compartimenti, dall’altro gli atleti russi giocano una pallavolo molto fisica fondata principalmente sulla forza. Il loro Ct, Sergei Shliapnikov, ha le idee chiare: “Vogliamo vincere tutte le partite e qualificarci alla Final-Six di questo Campionato del mondo.”

E se anche la Nazionale azzurra, come speriamo tutti, si qualificherà per la Final-Six di Torino, sono almeno altri due gli avversari ardui contro cui potrebbe ritrovarsi: il Brasile e gli Stati Uniti, squadre che esprimono probabilmente una pallavolo quanto più simile al gioco azzurro, un mix ben calibrato di tecnica, velocità e imprevedibilità.

Il Brasile ha forse il gioco più spettacolare. Ma basteranno le acrobazie del capitano e regista Bruno Mossa de Rezende e compagni – tra cui il centrale Lucas Saatkamp, capace di ingannare anche il muro meglio piazzato, l’opposto Wallace de Souza e lo schiacciatore Ricardo Lucarelli – a incantare e lasciare ammutoliti i giocatori italiani, come successo due anni fa nella finale olimpica di Rio de Janeiro?

Oppure, proprio come nell’edizione 2018 della Vnl, sarà la Nazionale italiana a riscuotere la propria rivincita sui carioca? “I brasiliani sono sempre i favoriti”, lo sa anche Bruno, che però aggiunge “lo dovremo dimostrare sul campo”. Chi, invece, ha ancora un conto in sospeso con noi è la Nazionale a stelle e strisce, sconfitta proprio dall’Italia nella semifinale olimpica.

Il team degli Stati Uniti sa bene cosa significhi essere un gruppo: sebbene formato da veri fuoriclasse (Maxwell Holt al centro, Matt Anderson come opposto e il rapidissimo giocoliere-regista Micah Christenson), esprime un gioco generoso, compatto e fantasioso con a volte, tuttavia, delle ingenuità. Se ha una pecca, è quella di sottovalutare il proprio avversario: ma questo è un vizio più dell’intera nazione che del singolo atleta. E poi, come sempre, spazio agli outsider: che sia la Francia di N’Gapeth? O la Polonia, l’unica squadra che, come l’Italia, ha effettuato un percorso netto alla prima tornata?

Farò un film e forse X-Factor con Fibra. Per ora canto Love

Tommaso Paradiso è uno a cui piace un sacco il cinema, per cui credo che quello che sto per dire dell’ultimo album dei Thegiornalisti, Love, gli piacerà. Dal nome del disco, che è un evidente inno all’amore, ai testi delle canzoni che celebrano spudoratamente l’amore di Tommaso per il mare, per Dr House e per una fidanzata che lo salverà, questa operazione mi ha ricordato la scena di un film bellissimo con Jim Carrey nel ruolo del comico Andy Kaufman, Man on the moon.

Nella pellicola, a un certo punto della sua vita, il comico decide che il suo nuovo show deve essere un inno all’amore talmente melenso da risultare quasi indecente, per cui sul palco si alternano angeli che scendono dal cielo, cavallucci di legno, Babbo Natale con la slitta, le ballerine e alla fine latte e biscotti per il pubblico. Love è più o meno questo. C’è tanto love in questo disco. Anzi, tanto Love Love Love, come direbbe Verdone versione hippy in Un sacco bello (e Verdone è un mito di Tommaso Paradiso, quindi gradirà anche questa citazione, probabilmente). È un disco, Love, destinato ad allargare di qualche ulteriore km la nota spaccatura tra chi vede nei Thegiornalisti il pop più schietto e contemporaneo e tra chi vede nei Thegiornalisti più o meno il ritorno dell’Anticristo. È un disco, Love, da “quanto è bello tornare al mare, coi finestrini semi-abbassati”, da “I tuoi baci guariscono, love”, da “Ti mando un vocale di dieci minuti soltanto per dirti quanto sono felice”. Insomma è amore profuso, cantato, glorificato.

“È nato prima il nome Love dell’album stesso, non ho mai avuto mezzo dubbio”, mi dice Tommaso Paradiso durante un’intervista che durerà quasi un’ora. “Questo disco è un invito ai buoni sentimenti anche nella fase più banale, più mielosa”.

Paradossalmente però il successo dei Thegiornalisti nasce anche dal fatto che siate così divisivi, così amati, ma pure così odiati.

Sì, ma l’odio non mi tocca più di tanto, abbiamo già venduto 110.000 biglietti del tour che sta per iniziare, le radio passano tre pezzi nostri, il consenso è molto più del dissenso.

Sei sempre molto specifico quando parli di felicità nelle tue canzoni, ma sei sempre vaghissimo quando parli di infelicità. Cos’è che ti incupisce?

È vero, e credo che questa vaghezza derivi dal fatto che conosco molto bene i rimedi per farmi passare i momenti negativi, ma non ne capisco quasi mai le origini. Io poi somatizzo tutto, mi sale la pressione, divento vulnerabile, suggestionabile. Alla fine sono convinto che sia tutta una questione chimica. Una mattina ti svegli male perché la sera prima hai mischiato mozzarella e un cattivo vino e la conseguenza è quel malessere diffuso, poco spiegabile.

Sei in fissa col mare. È la cosa che citi di più nell’album.

Io sono uno di quelli che aspettano trepidanti il primo caldino per fare un bagno anche nell’acqua più zozza del litorale romano. Però ho già prenotato le vacanze invernali in montagna, vado nelle Alpi svizzere.

Come mai questa fretta di prenotare le vacanze?

Devo avere un pensiero felice per il mio futuro per affrontare il presente. Fare il tour con un traguardo in mente mi rende le cose più facili.

La frangia degli intellettuali della musica si accanisce molto sul tuo slang. Facciamo che “Zero stare sereno” (titolo di un singolo di Love) te lo passo, ma “Love mio” non è un po’ cacofonico?”.

È il modo in cui chiamo Carolina, la mia fidanzata.

Cosa ha detto lei quando ha ascoltato il disco?

Non l’ha ascoltato alla fine, ma dall’inizio, ha assistito alla gestazione dell’album, c’era sempre. È stata una fase stupenda, ci eravamo appena conosciuti, ero a duemila per lei e in più avevo la botta emotiva di scrivere le canzoni nuove.

In Love dici che le sue foto ti uccidono. Cos’altro ti uccide di Carolina?

Lo sguardo, quello che ti frega.

Hai dedicato una canzone al “controllo” ed è un tema su cui in qualche modo torni spesso. Perché?

Perché prima ero solo NON CONTROLLO. Mi sfondavo tutte le sere e poi la mattina stavo a letto, come un debosciato. Poi è arrivata la fase in cui ho cominciato a stare male, recuperavo sempre più lentamente. In più il lavoro aumentava sempre di più, non potevo permettermi di fare un’intervista come questa biascicando, non essendo lucido… Ora ho la mia disciplina.

Fammi capire. Come diventi quando ti “sfondi”?

Quando bevo un po’ mi prende bene, divento simpatico, voglio bene a tutti, alle persone, al cielo, alle piante!

Dai molta importanza all’amicizia. È nota quella con Alessandro Borghi. Come si diventa amici tuoi?

Scatta la scintilla. L’amicizia per me è una sorta di innamoramento. E sono generoso.

Quindi mandi davvero le note vocali di 10 minuti come dici nel disco?

Sì, ma campione del mondo di note vocali è l’ex cantante degli Amor fou, Alessandro Raina. Lui le manda di 23 minuti, io le sento quando porto a spasso il cane, sono meravigliose.

Hai visto il film col tuo amico Borghi su Cucchi?

Sì, ho visto il film con lui, durante una proiezione privata. Lo guardavo e provavo rabbia, volevo entrare nello schermo per dire ‘Che cazzo aspetti a dire quello che ti sta succedendo?’. Al di là di questo io sono un amante del talento e la performance di Alessandro è stata impressionante. Gli ho detto ‘quanto cazzo sei bravo!’.

Hai dichiarato che faresti X-Factor solo potendo scegliere i giudici. Chi vorresti con te?

Elisa, ma soprattutto Fibra, con lui mi spaccherei a farlo!

La tua musica ha un sacco di richiami vintage, come fai a sembrare moderno, nonostante tutto?

Uso un linguaggio attuale. Manzoni ha scritto tre volte i Promessi sposi, per star dietro al linguaggio che cambiava. Io sto dietro al linguaggio, non ho la sindrome della belle époque. Non penso che quello che c’era prima fosse meglio per forza, come tanti che devono fare i nostalgici a tutti i costi.

Lo farai mai un film come attore?

Non so recitare e non ho memoria, anche nei concerti ho supporti grafici per i testi, se trovo un regista molto paziente può anche darsi.

Neanche un piccolo ruolo?

Sì, quello sì, da piccolo nei film di Bud Spencer mi sarebbe piaciuto anche fare l’attore secondario, quello che prende le pizze. Magari lo scriverò un film, quello sì.

Quando hai mandato il disco finito ai discografici, cosa ti hanno detto?

Il primo messaggio me l’ha mandato Dario Giovannini. Tengo per me il testo, ma ti dico che si è fatto un selfie e piangeva.

La mia traccia preferita, comunque, è New York, sappilo.

Non so se è la più bella, però posso dirti che il mio produttore, Dardust, quando l’ho finito, mi ha detto: ‘Questo sarà uno dei pezzi più importanti per la tua carriera’.

Stefan Zweig, che ha pagato il prezzo di essere (anche) un grande scrittore

Il 22 febbraio 1942, a Petropolis, triste località di villeggiatura a settanta chilometri da Rio de Janeiro, Stefan Zweig si uccise con la moglie. Aveva sessantun anni. Era stanco di fuggire. Viveva a Salisburgo; con l’Anschluss il terrore nazista l’aveva costretto a peregrinare. Inghilterra, Stati Uniti, Brasile. Non ne poteva più. Ancora pareva che la Germania potesse vincere; la morte voleva per il Maestro essere anche un segno di rivolta; ma Zweig era coscienza così alta che, se fosse vissuto, avrebbe parimenti denunciato i bombardamenti alleati, Amburgo, Dresda, Vienna, Hiroshima. Un romanzo che ho appena letto, Gli ultimi giorni di Stefan Zweig, di Laurent Seksik, apparso in italiano per Gremese, ricostruisce in modo preciso e appassionante. L’ultima sua opera, scritta proprio in Brasile e apparsa postuma, è una delle sue più belle: Die Welt von Gestern, Il mondo di ieri (conviene leggerla nella limpida traduzione di Lavinia Mazzucchetti, 1945, traduttrice anche di Mann: non si lavora più così!), è una rievocazione della Vienna avanti la Prima Guerra, ove la Germania, l’Austria, la Boemia, e un finissimo cosmopolitismo ebraico capace di coltivare anche le memorie imperiali, si uniscono in uno dei più affascinanti crogiuoli della morente Europa. Musil, Roth, Mahler, Schönberg, Trakl… Chi ama la civiltà e l’arte non può leggerlo senza commuoversi per la bellezza e la finezza di ricordi personali e universali.

Al mondo ebraico Zweig s’era dedicato in modo marginale. Egli è uno dei più grandi cantori della civiltà, intesa nel senso della Kultur, contrapposta alla “civilizzazione”. È un narratore di qualità, ma le opere che gli diedero la fama sono prevalentemente storiche, oppure di narrazione biografica di grandi personalità. Se ho trascorso la passata estate con Sciascia, ho vissuto questa con lui. È amore antico: la sua biografia di Fouché, lo spretato assassino degli annegamenti di Nantes, poi ministro di polizia di Napoleone, una serpe ripugnante, la lessi a quindici anni. L’esser un grande scrittore, se gli valse un enorme successo, ha determinato la sfortuna di Zweig presso gli storici burocratici, in ispecie quelli dell’università. Egli si documenta come il più accanito professionista; ma il grandioso soffio della sua narrazione, coinvolgendo l’anima dei protagonisti, le recondite cause del loro agire, la natura politica della religione, la comunanza dello spirito entro la stessa epoca (quel che si chiama il Zeitgeist, lo “Spirito del Tempo”), che avvolge la politica come le arti e la filosofia, supera l’episodicità dei fatti e si volge al loro significato. Così, per l’esser storico insieme e poeta, taluno lo giudica un dilettante. Balzac, Nietzsche, Dickens, Händel, Dostoevskij, Verlaine, Proust, Freud, Byron, Maria Stuarda, Maria Antonietta (una delle più profonde opere sulla Rivoluzione Francese che io conosca), Erasmo …

Ognuna di queste biografie merita d’esser letta per l’arte e il contenuto rivelatorio; ed è prodigioso che il Maestro sia riuscito, insieme con tanta narrativa, a mantener un livello inalterabilmente alto in una tale mole di produzione.

Un piccolo libro, ripubblicato da Castelvecchi nel 2015, mi è particolarmente caro: Castellio contro Calvino. Narra di come il cosiddetto riformatore religioso, in realtà un oscuro despota ammantato dello stesso orrore di Hitler, conquista un paese instaurandovi un terrore simile a quello staliniano e nazista. E della persecuzione fatta contro un medico spagnolo, Michele Serveto, arrostito a fuoco lento a Ginevra per “deviazioni teologiche”. E del tentativo di un santo e dotto uomo, Sebastiano Castellio, di opporre a Calvino la forza della ragione. Già sconfitto, sfuggì al rogo solo per esser morto prima che lo acchiappassero. Poi Zweig principiò a scrivere la storia del contravveleno, quella del filosofo del dubbio e della tolleranza, Montaigne. Ma preferì lasciarla incompiuta e morire.

La scappatella dell’evoluzione: sesso tra i Sapiens e i Neanderthal

Ormai è sulla bocca di tutti: qualche scappatella c’è stata. Anzi, più di qualcuna. Parliamo di eventi preistorici che iniziamo ormai a conoscere talmente bene da poterli quasi considerare “storia”. Ci riferiamo a incontri sessuali di un tempo remoto, a incroci genetici e ibridi fertili, dei quali molti di noi portano ancora le tracce nei propri cromosomi. Ma vediamo meglio. Cominciamo col dire che nel tardo Pleistocene, i Neanderthal – cioè le popolazioni della specie estinta Homo neanderthalensis – occupavano tutta l’Europa e parte dell’Asia. In quello stesso periodo, la nostra specie (Homo sapiens) era comparsa in Africa e si andava diffondendo anche fuori da quel continente. Quando le due specie entrarono in competizione ecologica per gli stessi spazi, in Asia occidentale e poi in Europa, i Neanderthal erano già duramente colpiti dagli effetti dell’ultima glaciazione e accusarono la presenza dei nuovi venuti.

Alla fine, intorno a 40 mila anni fa, i Neanderthal si estinsero.

È una storia di grande fascino. Ci sarei voluto essere (come osservatore impalpabile, sia chiaro) quando le due specie umane, differenti ma strettamente imparentate, si confrontarono per decine di millenni su territori a est e a nord del Mediterraneo. Nel corso della storia è successo innumerevoli volte che popolazioni di diverse etnia, regime economico e risorse tecnologiche abbiano interagito, spesso anche brutalmente, ma si è sempre trattato di popolazioni della stessa specie. Là invece, nel tardo Pleistocene, in un orizzonte geografico che dal Sinai si apre a ventaglio fra lo stretto di Gibilterra e la Mongolia, a incontrarsi e competere per le risorse furono popolazioni di specie differenti. Ce lo dice la morfologia dei loro resti scheletrici e ce lo conferma il loro Dna, che da una ventina d’anni abbiamo imparato a estrarre anche dai fossili.

Sappiamo anche che già verso 100 mila anni fa, gruppi di esseri umani anatomicamente moderni ormai traboccavano fuori dall’Africa. I loro scheletri vengono dal territorio di Israele, proprio in corrispondenza dell’unica via di terra dall’Africa verso l’Eurasia. Da sempre, quel territorio rappresenta un crocevia di migrazioni e diaspore umane. Lì ci deve essere stato un prolungato periodo di coesistenza con le popolazioni levantine dei Neanderthal. Fu quasi una “fase di studio”; come fosse il primo tempo di una partita di calcio fra due squadre forti e blasonate, che saggiano la forza dell’avversario. Fu proprio in questo lasso di tempo e proprio lì in Vicino Oriente che le due specie si incrociarono geneticamente. I dati a nostra disposizione suggeriscono che l’ibridazione sia avvenuta solo in quelle determinate circostanze, visto che tutte le popolazioni umane dell’intero pianeta, tranne quelle africane, ne portano ancora oggi le tracce e queste non sono maggiori nelle altre aree dove i Neanderthal si confrontarono a lungo con i nostri antenati.

Africani a parte, siamo tutti figli di quei gruppi umani di origine africana che nel tardo Pleistocene passarono per la medesima strettoia geografica. Se poi si analizza accuratamente il nostro Dna si scopre che quello dei Neanderthal con cui ci siamo incrociati ha contribuito con bassissime percentuali al genoma degli esseri umani attuali. I geni che sono passati da una specie all’altra sembra che all’inizio siano stati molto più numerosi, ma una gran parte si è diluita nelle nostre popolazioni, mentre ci espandevamo sempre più e il Dna esogeno contenuto nelle nostre cellule si andava per così dire polverizzando.

Va inoltre sottolineato che l’ibridazione avvenne tra esseri umani che appartenevano a specie distinte, anche se affini. Neanderthal e uomini moderni provenivano da contesti genetici ai limiti della compatibilità biologica, tanto che i discendenti diretti delle loro unioni avrebbero avuto una ridotta fertilità, particolarmente gli ibridi maschi. Questo lo deduciamo dal cromosoma X di Homo Sapiens, che porta una modesta dose di Dna Neanderthal (un quinto circa) rispetto ad altre parti del genoma. Sarebbe stato “ripulito” a ogni generazione proprio a scapito della frazione maschile.

Tutto ciò ci ricorda le storie raccontate da Björn Kurtén, nel suo romanzo preistorico del 1978, La danza della tigre, dove immaginò ibridi che erano per certi aspetti più vigorosi, ma almeno parzialmente sterili. Fu visionario, anzi preveggente, visto che la paleogenetica ha iniziato solo diversi decenni dopo a scoprire le tracce fossili di quelle scappatelle. Da rileggere.

“La questione catalana non si risolverà a breve”

Una terra ai confini dell’impero, depredata ogni sei anni, ultimi i Visigoti – “roba da far perdere a chiunque la voglia di vivere” – abbandonata dalla discendenza carolingia, non ancora preda del nemico Al-Andaluz. Lo scrittore alicantino Juan Francisco Ferrándiz, al suo terzo romanzo, architetta una vicenda epica dai tratti mitologici e insieme specchio bifronte della contemporaneità. Da un lato la Storia, quella della Marca Hispanica dell’IX secolo d.C. con Barcellona, maledizione di chiunque provi a conquistarla. Dall’altra il riscatto, la libertà, la resistenza dei suoi abitanti e di colui che – il vescovo Frodoino, realmente esistito – è chiamato a liberarla. Non prima di attraversare boschi infestati di creature semi-umane con un seguito di “perdenti” in cerca della terra promessa, donne indomite – “ho trovato documenti dell’epoca che attestavano la compravendita di terreni da parte femminile”, fino ad arrivare all’antica Barcino. “L’unica città della zona rimasta in piedi grazie all’identità catalana, che niente ha a che fare con l’indipendentismo”.

Come è arrivato a raccontare questa storia?

Casualmente, da un libro che parlava di questo periodo che non compare neanche nei libri di scuola. In Spagna, il momento storico dopo l’arrivo dei Visigoti e prima di quello di Al-Andaluz non è mai stata interessante. La colonna vertebrale della Storia spagnola sono la Conquista saracena e la Riconquista. Tutto gira intorno a questo, anche a livello letterario.

Perché?

Uno dei problemi è la scarsa documentazione. Per la “Terra maledetta” inoltre, è stato imprescindibile per me conoscere il catalano, lingua usata dalla maggior parte degli storici che hanno studiato quest’epoca.

La sua Barcellona è una città di frontiera. La storia si ripete.

Questo romanzo è ottimista. Racconta di una città condannata a sparire dalle mappe, che resiste grazie all’unione di più persone, pur con ambizioni diverse. Che poi è ciò di cui avremmo bisogno oggi.

Il contrario di ciò che sta succedendo in Catalogna un anno dopo il referendum per l’indipendenza da Madrid.

È un momento difficile. Quasi non si vede più il problema, ma solo l’orgoglio di non cedere. La situazione si è incancrenita. Non so se sarà questa la generazione che riuscirà a risolvere la questione catalana. Oltretutto, in un’epoca così complessa per l’intera umanità, questo sembra un litigio tra bambini, anche se chi ci crede lo prende seriamente.

Il genere del romanzo storico si lega molto alle questioni identitarie e nazionaliste.

Bisogna distinguere tra indipendentismo o nazionalismo e l’identità di un popolo. Mi piace sentirmi parte di una collettività che condivide lingua e usi: la traccia della identità catalana. I catalani sono un popolo particolare e io racconto quali furono le circostanze storiche che hanno generato in loro la coscienza di esserlo. Altra cosa è l’indipendentismo, i cui interessi sono altrove. In Spagna le identità regionali sono protette: ciascuna ha la propria lingua, una televisione pubblica, ecc. Andare oltre e dire ‘mi voglio separare’ è un’altra cosa. Lì entrano in gioco questioni politiche, economiche e il mio romanzo lì non arriva. Io parlo di persone che lottano per sopravvivere, cosa che crea un legame tra loro.

Nella Marca Hispanica c’è sempre un nemico.

Ogni sei o sette anni, Barcellona veniva attaccata e rasa al suolo. Era una zona terribile conquistata sessanta anni prima dal figlio di Carlo Magno con Al-Andaluz che riprovava a prenderla. La città resistette grazie alle mura romane, altrimenti ora sarebbe una zona archeologica.

Un paradosso: stiamo tornando ad alzare muri contro il “nemico”.

Le vecchie mura si abbatterono perché le città si espandevano, ma anche perché non lasciavano passare l’aria e quella dentro si imputridiva. Immaginiamo che l’aria siano le idee, senza muri si espandono, la gente si muove e le idee si contaminano e si rigenerano. Insomma, c’è un motivo perché quelle mura non esistono più. È incredibile come nel XXI secolo abbiamo perso la visione storica e abbiamo dimenticato questa lezione.

Forse lo riscopriremo con il suo libro.

Lo spero! Ma soprattutto spero che si capisca che il punto è sempre lo stesso: sopravvivere. Il conflitto catalano non è una questione di sopravvivenza: i politici, che siano a favore o contro l’indipendentismo, a fine mese prendono lo stipendio e nessuno muore di fame. È importante ricordare questa differenza tra il secolo IX e il XXI.

Altro tema del suo libro sono i personaggi femminili. Tutte donne forti che hanno fatto la Storia.

Capire questo concetto mi pare il minimo. Che sia scritto sui libri di scuola o no, le donne hanno fatto la Storia.

La Cina compra armi russe e Trump s’arrabbia

Come ti prendo due piccioni – e grossi, la Russia e la Cina – con una fava (le sanzioni, che paiono ormai essere lo strumento di politica estera preferito da Donald Trump e dal suo staff). Certo, ci sarebbe da calcolare l’effetto domino e pure l’effetto boomerang, ma Trump e i suoi fidi non sono molto dotati nel guardare lontano. Oggi, battono un pugno sul tavolo e mettono un dito nell’occhio a Putin e Xi; domani, si vedrà.

La mossa delle sanzioni può anche avere motivazioni militari: Russia e Cina hanno appena dato vita alle più imponenti manovre militari congiunte in Siberia dalla fine della Guerra fredda: le Vostok-2018 avrebbero coinvolto – sulle cifre, l’intelligence occidentale avanza – oltre 300 mila uomini. Al confronto, la risposta della Nato sarà poca cosa: in Norvegia, alla fine di ottobre, esercitazioni impegneranno 40.000 militari di 30 Paesi alleati o loro partner.

L’annuncio delle sanzioni è stato fatto giovedì, a neppure 72 ore dall’introduzione di nuovi dazi sull’export cinese negli Stati Uniti: le misure ‘puniscono’ l’ufficio acquisti dell’esercito cinese ‘colpevole’ di avere acquisito dalla Russia 10 caccia Su-35 nel 2017 e sistemi anti missilistici terra-aria S-400 nel 2018. Il dipartimento di Stato motiva la decisione con la violazione delle sanzioni contro Mosca per le interferenze nelle presidenziali Usa 2016, quelle che Trump ha sempre negato (fin quando non è stato costretto ad ammetterle) e per l’annessione della Crimea e la guerra nell’Est dell’Ucraina. Pechino non ha mai fatto proprie le sanzioni americane.

Nella lista nera degli Stati Uniti, sono così entrati l’Equipment Development Department (Edd) dell’esercito cinese, il suo direttore, Li Shangu, e 33 altre persone: è una puntura di spillo, ma desta interrogativi e irritazioni. I commenti da Pechino e da Mosca non si sono fatti attendere e sono stati piccati, specie da parte russa, perché c’è la preoccupazione che gli strali Usa possano fare scappare altri clienti: gli S-400 si vendono bene. Nel breve termine, c’è la curiosità di vedere come Washington si comporterà nei confronti di Paesi amici e alleati, tipo la Turchia e l’Arabia saudita, che sono pure interessati a comprare dalla Russia gli S-400, evoluzione di quegli S-300 che negli Anni Ottanta spaventarono l’Occidente e l’indussero a dotarsi degli euromissili.

Le autorità di Ryad hanno già espresso l’auspicio di non finire nel mirino di Washington, nonostante la loro cooperazione militare “con la Russia stia crescendo”, ammette l’ambasciatore a Mosca Rayed Krimly. Durante la visita in Russia del re saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud, nell’ottobre del 2017, vennero firmati numerosi accordi di cooperazione militare: quello che riguarda gli S-400 è in bilico.

Per Mosca, Washington “sta giocando col fuoco”, senza capire che la situazione può “diventare pericolosa”. Fronte commerciale, il Cremlino parla di “concorrenza sleale”. E, fronte politico, auspica che il pugno di ferro di Trump “spinga altri Paesi ad affrancarsi dagli Stati Uniti”. Pechino, dal canto suo, protesta “indignata”. Al di là dell’episodio contingente, i comportamenti dell’Amministrazione statunitense innescano nuove dinamiche sullo scacchiere internazionale e sembrano quasi incoraggiare un avvicinamento tra Cina e Russia, che, sulla carta, dovrebbe essere l’ultima cosa voluta dagli Stati Uniti. .

L’alleanza di Macron come il Titanic: tutti cercano il salvagente

Nella destra conservatrice francese c’è chi paragona la fuga dei ministri dal governo di Emmanuel Macron alla fuga dal Titanic. Dopo le dimissioni del popolare ministro dell’Ecologia, Nicolas Hulot, e quelle della ministra dello Sport, Laura Flessel, molla Macron anche Gérard Collomb. È ora il numero 2 del governo, uno dei macronisti della prima ora, a sferrare l’ultimo brutto colpo al presidente. Il ministro dell’Interno era uno dei suoi fedelissimi.

Uno dei primi socialisti a consegnare il tesserino del Ps per appoggiare il giovane ex ministro dell’Economia di Hollande nella sua conquista dell’Eliseo, aiutandolo nella creazione del movimento En Marche! e mettendogli a disposizione la sua esperienza e la sua rete di conoscenze durante la campagna.

Tra i due si era instaurato un rapporto padre-figlio, basato sul parlar franco: “Credo di essere il solo a dire al presidente quando sono in disaccordo con lui e a difendere il mio punto di vista, senza che la cosa lo urti”, aveva detto Collomb. Invece in un’intervista a L’Express il ministro ha annunciato che lascerà l’esecutivo per candidarsi alle elezioni municipali a Lione, città di cui è già stato sindaco per 16 anni. Se dovesse essere eletto nel 2020, inizierà, a 73 anni, il suo quarto mandato, a dispetto della regola contro il cumulo dei mandati nel tempo, con un massimo di tre tollerati, che Macron vorrebbe iscrivere nella Costituzione. Al presidente impone i tempi delle dimissioni, che rimetterà dopo le elezioni europee del maggio 2019. Per fare il suo annuncio Collomb ha scelto un momento delicato per Macron, con gli strascichi negativi del Benallagate, la popolarità in forte calo, l’addio al governo di Hulot, la situazione economica che non è buona come previsto. E con nuove riforme impopolari da portare avanti, i sussidi di disoccupazione, le pensioni, la bioetica. Puro egoismo? Intenzione di denunciare dei disaccordi?

Si sa che Collomb non condivide alcune decisioni del governo, in particolare quelle che pesano sul potere d’acquisto dei pensionati. Il ministro non ha neanche approvato il modo in cui l’Eliseo ha gestito il Benallagate. Davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta che lo ha convocato, il ministro non è apparso convincente. Collomb ritiene anche che Macron non ascolti abbastanza i francesi. Che il crollo di popolarità dovrebbe indurre il presidente a porsi delle domande: “Forse abbiamo mancato di umiltà”, ha detto in un’intervista a BFMTv. In ogni caso l’effetto su Macron è disastroso. “Difficile immaginare decisione più politicamente scorretta e che Collomb possa ancora gestire i pesanti fascicoli che incombono al suo dicastero”, ha scritto Le Monde in un duro editoriale.

La destra ha chiesto l’esclusione immediata del ministro part-time: “La Francia brucia e Collomb pensa solo a se stesso”, ha commentato Guillaume Peltier dei Républicains. Eric Ciotti ha detto: “Collomb è ormai un ministro precario, un precario della sicurezza”.

La situazione per l’Eliseo si fa imbarazzante. Il premier Édouard Philippe ha assicurato che Collomb continuerà a svolgere il suo lavoro “a tempo pieno”. Ma anche all’interno della République en Marche in molti pensano che il ministro dovrebbe lasciare il posto al più presto senza aspettare le europee: sarebbe una palla al piede troppo pesante da trascinare per otto mesi. Anche i sindacati dei poliziotti sono preoccupati. Temono che certe riforme importanti non vengano accolte con la stessa serietà. È appena stata lanciata la nuova polizia di quartiere. Il ministero deve occuparsi del fascicolo delicato della riorganizzazione dell’Islam di Francia. E poi c’è la minaccia terroristica, che resta incombente.

Una retata anti golpe e la crisi se ne va

Dopo che il presidente turco Erdogan è riuscito a ottenere dal leader russo Putin il consenso alla creazione di una zona demilitarizzata nella sovrappopolata provincia siriana di Idlib, ultima roccaforte dei ribelli, per evitare nuovi bombardamenti, molti paesi europei e gli Stati Uniti hanno elogiato la determinazione del sultano di fronte allo zar. Mentre i ministri degli Esteri britannico e tedesco ieri spendevano parole di apprezzamento nei confronti di Erdogan per aver allontanato l’ennesima catastrofe umanitaria, dentro i confini turchi è andata in scena l’ennesima purga.

Ottantacinque soldati in servizio sono stati arrestati per presunti legami con l’organizzazione terrorista FETO dell’ex imam Fethullah Gulen, da quasi vent’anni autoesiliatosi negli Usa. Secondo Erdogan e la magistratura turca, Gulen, che fu il mentore e l’alleato più stretto del presidente fino al 2013, avrebbe orchestrato il fallito golpe del 2016. Tra i militari arrestati ieri ci sono tre colonnelli, due tenenti colonnelli, sei comandanti di squadrone, tre capitani, 18 primi luogotenenti, un sottotenente e 77 sergenti.

Dalla notte del fallito golpe sono finiti in carcere centinaia di militari. Ma l’attuale operazione potrebbe avere, secondo alcuni analisti, anche un secondo fine: distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dalla crisi economica deflagrata durante l’estate e lungi dall’essere scongiurata.

La scorsa settimana, la decisione della Banca Centrale Turca di alzare i tassi di interesse portando il riferimento principale per il costo del denaro addirittura al 24%, facendo crescere nell’immediato del 5% sul dollaro la debolissima lira turca (per poi ridimensionarsi nel giro di qualche ora), non ha riportato la fiducia attesa ma ha aumentato la rabbia di Erdogan contrario a questa misura adottata dalla BCT per tentare di bloccare l’inflazione galoppante arrivata a due cifre.

Gli economisti tuttavia avvertono che se la Turchia vuole evitare il ricorso a un prestito del Fondo Monetario Internazionale per arginare l’emorragia delle proprie riserve estere, deve procedere a un ulteriore rialzo. È per ora escluso che Erdogan possa accettarlo, dopo aver più volte criticato la logica del rialzo dei tassi di interesse come ciambella salvagente e attaccato pubblicamente l’indipendenza della Banca Centrale. Fatto che ha destato nuove preoccupazioni a livello internazionale perché è un altro segnale della deriva dispotica del presidente, che per far capire alle autorità monetararie chi comanda si è anche auto-nominato a capo del Fondo sovrano turco, costituito dopo il fallito golpe, mettendosi al fianco il genero Beirat Albayrak, l’attuale ministro del Tesoro e delle Finanze. Un altro problema dell’economia turca è la mancanza di un programma di sostegno fiscale a medio termine per banche e aziende. Erdogan inoltre ha “chiesto” alle autorità di controllo di investigare sull’attività del maggior partito di opposizione (Chp) nel consiglio di Isbank, il principale istituto di credito locale. La strategia economica e quella politica in Turchia ormai sono entrambe nelle mani del sultano.

Bloomberg ha dato notizia che il governo di Ankara si preparerebbe a presentare un piano di sostegno generale proprio per il sistema bancario al fine di scongiurare la mina dei non-perfoming loans (NPL), le sofferenze sui prestiti concessi, emersa con le peripezie della lira turca.