Uscita dall’Ue senza accordo. May gioca a fare la dura

“Abbiamo trattato l’Ue con nient’altro che rispetto e mi aspetto lo stesso da loro”. È una Theresa May livida di rabbia, dura nei toni e nelle parole quella che ieri pomeriggio, in una dichiarazione televisiva a sorpresa, ha replicato all’Unione europea il giorno dopo l’umiliazione subita al vertice di Salisburgo, dove il suo piano per Brexit è stato quasi interamente rigettato. Un’umiliazione che la fa arrivare indebolita al congresso dei Tories, a fine mese. Ma che sembra aver ricompattato i britannici nella loro ostilità verso Bruxelles.

“Come ho detto ai leader europei, nessuna delle parti dovrebbe fare all’altra richieste inaccettabili”. La premier respinge quindi, almeno pubblicamente, la richiesta del presidente della Commissione Ue, Donald Tusk di presentare un nuovo piano entro 28 giorni e rilancia chiedendo controproposte sui due nodi fondamentali: il confine nord-irlandese e gli accordi commerciali. Ma sottolinea: “Qualsiasi soluzione che non rispetti il referendum o divida il paese significherebbe un cattivo accordo, e ho sempre detto che nessun accordo è meglio di un cattivo accordo”.

Un inasprimento che avvicina la prospettiva tanto temuta di un no deal. Su questo May ha rassicurato i cittadini europei già residenti nel Regno Unito, dicendo che in ogni caso i loro diritti saranno protetti, e quelli nord-irlandesi, assicurando che farà di tutto per evitare un confine con l’Eire. Immediata la reazione dei mercati, con la sterlina in picchiata su euro e dollaro.

Il Cremlino voleva salvare il “compagno” Assange

Incontri segreti di diplomatici russi a Londra. Una incredibile fuga, sotto il naso di Scotland Yard. L’ultimo scoop del Guardian sembra la trama di un film d’azione, e invece è il racconto di una operazione studiata per “liberare” il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, dal lungo esilio nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, e portarlo probabilmente in Russia, al riparo dalla richiesta di estradizione degli Stati Uniti, dove è accusato di spionaggio.

Secondo la ricostruzione del Guardian l’operazione era fissata per la notte di Natale del 2017 ed era legata al tentativo poi fallito, da parte dei diplomatici ecuadoriani, di far ottenere ad Assange un passaporto diplomatico. Il punto di contattato con i russi sarebbe Fidel Narváez, ex console dell’Ecuador e amico di Assange.

In una intervista al quotidiano inglese, Narváez ha negato di aver discusso l’operazione con i russi, ma ha confermato di aver visitato l’ambasciata londinese della Federazione Russa a Kensington per due volte insieme ad altri 20 o 30 diplomatici di diverse nazioni: incontri pubblici, organizzati durante la crisi internazionale seguita all’avvelenamento di Serghei e Yulia Skripal a Salisbury, nel marzo scorso. Ma i rapporti di Narváez con Mosca sembrano più stretti di quanto lui ammetta. Il suo nome è legato a un altro famoso rivelatore di segreti e spina nel fianco degli Stati Uniti: Edward Snowden, a cui il diplomatico ecuadoriano aveva garantito un visto diplomatico che gli aveva permesso, durante la sua fuga, di volare da Hong Kong a Mosca, dove vive sotto la protezione di Vladimir Putin. Una iniziativa di cui il governo ecuadoriano non era al corrente, secondo quanto dichiarato allora dall’ex presidente Rafael Correa. Secondo il canale di news americano in lingua spagnola Univision, l’ex console aveva raggiunto Mosca lo stesso giorno di Snowden. Il piano stava per essere realizzato, tanto che il capo dell’intelligence ecuadoriana Rommy Vallejo sarebbe arrivato a Londra intorno al 15 dicembre 2017 per dirigerlo. All’ultimo, non è chiaro in quali circostanze, l’operazione era stata annullata perché considerata troppo rischiosa.

Il principale ostacolo sarebbe stato il rifiuto delle autorità britanniche di garantire l’immunità diplomatica richiesta per Assange dall’Ecuador. Chi ha passato queste informazioni al Guardian? Lo scoop è firmato da tre giornalisti: la corrispondente investigativa a Washington Stephanie Kirchgaessner, il corrispondente dal Perù Dan Collyns e l’esperto di Russia Luke Harding, con base a Londra e autore del libro Collusion sulle presunte collusioni fra elementi del Cremlino e lo staff della campagna elettorale di Donald Trump.

Si ritorna alla pista dei rapporti fra Russia e Assange, che resta una figura centrale nell’inchiesta del procuratore speciale Robert Muller sulle presunte interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016 vinte da Trump. Secondo Mueller, Wikileaks avrebbe avuto un ruolo cruciale nella sconfitta di Hillary Clinton, dopo la pubblicazione di circa 50 mila documenti “ottenuti da spie russe”, fra cui le email che avevano azzoppato la campagna della candidata democratica. Accuse respinte da Assange, che ha sempre negato di aver ricevuto quelle email dalla Russia. Per l’ambasciata russa a Londra, come da copione, lo scoop è “l’ennesimo esempio di disinformazione da parte dei media britannici”.

Licenziato perché malato di Parkinson: scontro sul reintegro

Il giudice aveva ordinato all’azienda di reintegrarlo e di restituirgli gli stipendi arretrati: la “colpa” costata il licenziamento a Franco Minutiello, dipendente della Teknoservice di Piossasco (Torino), azienda che gestisce la raccolta di rifiuti, era di essersi ammalato di Parkinson. La sentenza del 9 luglio scorso, però, è rimasta lettera morta: l’operaio non ha riavuto né il posto di lavoro, né i soldi. Così ieri, come riporta Repubblica, il capogruppo di LeU nel Consiglio regionale del Piemonte, Marco Grimaldi, ha minacciato di presentarsi davanti all’azienda “con più gente possibile” se il lavoratore, Franco Minutiello, non verrà reintegrato. La Teknoservice aveva licenziato il lavoratore nel marzo 2017, per “giustificato motivo”, non potendo individuare una nuova mansione adeguata all’handicap subentrato. Il giudice del lavoro di Ivrea Matteo Buffoni aveva annullato il licenziamento condannando l’azienda a reintegrare il dipendente e a pagare gli stipendi non incassati. Aveva inoltre intimato alla Teknoservice “di modificare l’organizzazione per assicurare il diritto al lavoro dei dipendenti portatori di handicap”. L’azienda si dice “umanamente dispiaciuta” e sostiene di “cercare una conciliazione” in attesa dell’appello.

Il lobbista “cacciato” dal M5S verso il processo con Barbareschi

Traffico di influenze illecite. È il reato che la Procura capitolina contesta all’ex deputato e attore, Luca Barbareschi, attuale direttore del Teatro Eliseo di Roma. Per lo stesso reato sono indagati l’ex Ragioniere dello Stato, Andrea Monorchio, e Luigi Tivelli, ex parlamentare Psi. Secondo il pm Giuseppe Cascini, “Tivelli riceveva da Monorchio e Barbareschi la promessa di (…) 70 mila euro e l’utilità consistita nell’assunzione della figlia di Tivelli con un contratto a tempo determinato (…) presso la società Casanova Spa, riconducibile a Barbareschi”.

Era la promessa (mai concretizzata) in cambio di un affare non da poco, ossia “la mediazione illecita presso pubblici ufficiali del ministero dell’Economia e delle finanze e della Presidenza del Consiglio dei ministri” affinché inserissero “nella manovra finanziaria di aprile 2017 un finanziamento di 4 milioni di euro a favore del Teatro Eliseo”.

Siamo quindi nel 2017, quando al governo c’era Paolo Gentiloni, all’Economia Pier Carlo Padoan e in manovra finanziaria entrò, prima di esser ritirato e infine di nuovo approvato, il generoso sostegno a Barbareschi, ancora oggi oggetto di ricorsi amministrativi da parte delle altre sale romane che da tempo ne denunciano lo sproposito.

Ma al di là dell’aspetto giudiziario, l’indagine della Procura di Roma restituisce alle cronache il nome di Tivelli, fine conoscitore della politica e delle dinamiche parlamentari, scrittore di libri insieme allo stesso Monorchio (“Dove va l’Italia?”, 1999) e a Lamberto Dini (“Oltre la partitocrazia”, 2008) e infine, per i detrattori, “mercante nel tempio”. Così lo definirono infatti 5 anni fa i deputati del M5S, quando lo scelsero come emblema del “lobbista da cacciare dal Parlamento” e stamparono la sua faccia su alcuni fogli di carta da sventolare in aula. La colpa di Tivelli era stata farsi beccare dai 5 Stelle mentre si vantava al telefono di aver fatto ribaltare una proposta di legge a firma Roberto Speranza (allora Pd) sul taglio delle pensioni d’oro: “Ho dovuto scatenare mari e monti – diceva Tivelli – è stata una battaglia durissima, ormai questo è il Parlamento”. Tivelli non nascondeva i suoi meriti nell’aver portato il tetto al cumulo tra pensioni e incarichi pubblici e da 150 mila a 294 mila euro, un bel regalo, spiegava ancora il lobbista al telefono, “a professori universitari, consiglieri di Stato, gente con privilegi”.

Il deputato M5S Giorgio Sorial aveva poi portato tutto in aula, accusando i dem di essersi fatti dettare la linea da un lobbista mentre tutti i suoi colleghi alzavano un cartellone con la faccia di Tivelli e la scritta: “Caro Pd, decido io”. Ne seguì qualche giorno di polemiche, con i 5Stelle determinati a voler regolamentare il lavoro dei lobbisti, attività riconosciuta in altri Paesi. Ora le indagini ipotizzano che Tivelli abbia fatto valere la sua esperienza, anche in altri casi: quattro anni dopo, secondo i pm, per conto di Barbareschi.

Dieselgate, lo scandalo infinito: “Vw paga lo Stato, non i clienti”

Le associazioni dei consumatori accusano la magistratura di eccessiva morbidezza sul caso Volkswagen. La Casa automobilistica tedesca è sotto processo penale in Italia sin dal 2015, a seguito della multa incassata dall’Agenzia ambientale Usa per aver truccato le emissioni inquinanti dei veicoli omologati nel mercato americano.

“Se si continua con la lentezza e le negligenze che hanno ostacolato il procedimento finora, vi è il rischio che il reato cada in prescrizione e che, nel nostro paese, la Vw ne esca paradossalmente innocente”, protesta Matteo Ferrari Zanolini, avvocato di Federconsumatori che, insieme a Codacons e Adusbef, si è costituta parte civile nel processo, a tutela delle migliaia di italiani truffati tramite l’acquisto di auto Vw: certificate Euro 6 (la categoria più ecologica), in realtà inquinano oltre i limiti di legge.

L’Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato, già due anni fa, ha comminato a Vw Italia una sanzione amministrativa di 5 milioni di euro a beneficio dell’erario statale, sulla base della documentazione ricevuta dalle autorità Usa.

La richiesta di risarcimento dei cittadini vittime del raggiro resta invece bloccata presso la Procura di Verona, città dove ha sede ufficiale Vw Italia. “Sono trascorsi quasi tre anni e siamo ancora impelagati nelle indagini preliminari per stabilire se l’azienda ha commesso o meno un crimine”, afferma Ferrari Zanolini. . Prima di rinviare a giudizio gli amministratori aziendali (quattro italiani e due tedeschi), occorre cioè accertarsi che le auto della casa automobilistica tedesca vendute in Italia siano provviste o meno del cosiddetto defeat device. Si tratta del computer di bordo che intuisce se il veicolo è sottoposto a test di omologazione su rulli in laboratorio o se invece è in situazione di guida reale su strada: nel primo caso attiva i sistemi di controllo delle emissioni, nel secondo li disattiva, rilasciando nell’aria eccedenze di ossidi di azoto (NOx), responsabili di 75.000 decessi prematuri l’anno in tutta Europa. L’unico illecito al momento contestato è però la frode in commercio. Pare archiviata l’ipotesi di disastro ambientale che comporta indennizzi ben superiori alla truffa. A ventilarla era il fascicolo dell’ex procuratore di Torino, Raffaele Guariniello, poi confluito in quello di Verona nel 2016.

“I test dovevano iniziare a settembre 2017”, spiega il legale di Federconsumatori, “ci siamo arenati a causa dei contrasti sulle procedure anomale seguite dai periti nominati dal Gip”. Da questi ultimi un secco no comment.

Ecco i fatti, documenti alla mano. Il programma concordato prevedeva per gli otto veicoli sotto sequestro, un esame in quattro fasi. Una prova su rulli e una su strada, entrambe poi da ripetere a centralina riprogrammata: ossia con un software pulito (detto di “richiamo”) al posto di quello originale, in cui si anniderebbe il sospettato defeat device. Lo scarto tra le emissioni costituirebbe la prova del crimine.

Tuttavia, lo scorso ottobre, i periti del Gip, gli ingegneri Filippo Mafredi e Giovanni Cipolla, hanno testato su rulli e su strada il modello più inquinante, la Tiguan, in assenza dei consulenti delle parti civili. Per di più, subito dopo, hanno installato il software di richiamo, senza conservare una copia di quello originale.

Le Associazioni dei consumatori si sono lamentate di non aver potuto verificare il corretto svolgimento delle misurazioni e hanno chiesto la ricusazione dei due periti al Gip che a gennaio di quest’anno l’ha respinta. “La nostra istanza non è stata sostenuta dal pm Marco Zenatelli, che ha perfino deciso di rinunciare al suo stesso perito”, dichiara Ferrari Zanolini.

I restanti veicoli sono stati sottoposti alla prima prova in primavera. Ma, per ridurre tempi e costi, all’ultima udienza di luglio il Gip Raffaele Ferraro ha deciso di rendere solo eventuali le prove previste su pista, sostituendole nell’immediato con nuovi test in laboratorio. Questi verranno comunque effettuati con tecniche non convenzionali, come ad esempio brusche sterzate, in modo da replicare condizioni simili a quelle di guida reale.

Foss’anche appurata la presenza del dispositivo nelle auto sequestrate, l’accusa dovrebbe ulteriormente dimostrare che i vertici italiani Vw ne fossero al corrente e che ne abbiano tratto un profitto per l’azienda (aumento vendite). Sennò niente condanna. Stessa lungaggine per la class action presentata separatamente da Altro Consumo, per la quale il tribunale veronese ha ordinato a giugno una proroga delle indagini.

Mail Box

 

Il governo perderà consensi con il condono fiscale

Glissando sull’avviso-intimidazione dell’Ocse all’Italia, certamente di natura strumentale, non v’è dubbio che il Def (Documento economico e finanziario) e la manovra economica o di bilancio costituiscano, come è evidente, il primo vero banco di prova per questo strano governo, basato su un’intesa tra un partito (Lega) e un movimento (M5S) i cui punti di divisione sono maggiori di quelli che li uniscono. Ciò detto, non sarebbe tuttavia difficile per un governo siffatto capire che qualunque condono fiscale, sia pure gabellato come pace fiscale, e soprattutto qualunque riduzione delle aliquote progressive dell’Irpef a tre proporzionali (in buona sostanza la famigerata flat tax), faranno perdere i consensi di oltre il 60% in atto suddivisi tra Lega e 5S. Tria, il nostro ministro dell’Economia, è come il vaso di coccio tra due vasi di ferro (Salvini e Di Maio), con in più l’obbligo di non deludere i masnadieri burocrati dell’Ue. Insomma, va fatto solo il reddito di cittadinanza senza, però, regalare soldi a chi ce li ha, ma aiutando i veri poveri.

E, per il resto, si eviti di avvantaggiare i grandi ricchi e gli evasori fiscali.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Volevano truffarci fingendo di aver hackerato il nostro pc

Vorrei denunciare pubblicamente tramite il vostro giornale un tentativo di truffa internet che, a mio parere, ha enorme diffusione. A me e mio marito da settimane arrivano mail in inglese e in italiano. I mittenti dicono che nel 2017 hanno hackerato il nostro computer e hanno preso il controllo della telecamera registrandoci durante il compimento di atti innominabili di pedofilia, di sesso estremo e di altre piacevolezze che non cito. Ci hanno chiesto entro 2 giorni 300 euro in bitcoin (valuta che non usiamo) da versare su un conto cifrato di cui hanno allegato gli estremi, minacciando di rendere pubblici i video. Peccato per loro che il nostro computer abbia da anni la telecamera coperta con un cerotto nero (mio marito esperto analista è da sempre consapevole dei rischi di hackeraggio), e che in genere usiamo posti ben più comodi della nostra scrivania per avere normali e lecitissimi rapporti sessuali. Quindi al massimo potrebbero avere registrazioni esclusivamente audio di noi che parliamo male dei governi Renzi o Gentiloni, che ci farebbe solo piacere vedere diffuse. Questi delinquenti ovviamente hanno gioco facile con vittime che, non avendo preso le nostre precauzioni, potrebbero sentirsi minacciate da alcuni comportamenti, leciti nel privato e fraudolentemente ripresi, e quindi pagare. Noi abbiamo già sporto denuncia non avendo nulla da temere, ma quanti lo avranno fatto realmente, per indurre le autorità a una indagine approfondita?

Albertina Lodi

 

Quello fornito dalla Rai è davvero servizio pubblico?

Il settore radio televisivo italiano dà lavoro diretto e indiretto a molte persone e fornisce un servizio e intrattenimento ai cittadini/telespettatori. Ha sempre avuto tantissime lacune partendo da un sistema tv comunista di stile jugoslavo con le reti tutte in mano allo Stato, per passare, con gli anni, a tante realtà tv locali che non potevano per legge essere nazionali e chissà perché non fare la diretta. E’ sempre stato poco artistico e scenico e molto politicizzato (purtroppo). Finalmente in Italia ora c’è un sistema pluralista e funzionale anche se ancora con molti vantaggi per la tv pubblica con il canone! Vorrei chiedere: cosa fa di tanto in più la Rai per giustificare il pagamento di un canone? E poi, fa veramente servizio pubblico? O serve solo come contenitore di amici e parenti del politico di turno? Ad esempio, qual è il servizio pubblico svolto da Rai 4? Io credo che le emittenti di Stato, almeno quelle piu’ appetibili, vadano vendute.

Dopodiché, o diventano veramente di servizio pubblico o è meglio dividere il canone tra le varie tv locali (che hanno sempre bisogno) in modo da permettere che il telespettatore decida dove far arrivare il proprio obolo statale per vedere la tv.

Massimo Moletti

 

Alto Adige, l’intromissione austriaca è pura ostilità

Il governo italiano tollera le intromissioni dell’Austria in Alto Adige dopo tutte le nostre concessioni a quella provincia. Senza parlare delle spese. Chi accetta il passaporto austriaco dovrebbe pagare una tassa di soggiorno tra i 3 e i 5 euro al giorno. Quella dell’Austria è pura ostilità, come quando ha portato i blindati sul confine. Gli austriaci non hanno dato alcun peso, sapendo cosa siamo diventati, alle proteste del nostro governo. E ovviamente non c’è da aspettarsi nulla da Bruxelles, dominata com’è da elementi antitaliani. L’Austria sa che l’Europa la sostiene ma non dobbiamo lasciarci intimidire e dobbiamo reagire con fermezza. Altrimenti presto la Slovenia vorrà Trieste e la Francia vorrà la provincia di Imperia. E la Valle d’Aosta.

Il nostro lassismo verso l’estero è una brutta eredità democristiana, ma almeno i media si facciano sentire per difenderci dalla prepotenza di chi ci vede così poco interessati ai nostri confini.

Gianni Oneto

La sinistra futura. Meglio guardare alle “mucche” in casa che ripartire da zero

 

Riusciremo a rivedere una sinistra in Italia? Vedo da giorni che esiste un dialogo a distanza tra una parte del Pd e gli scissionisti di Bersani e compagni. Anche leggendo la cronaca dell’incontro della festa di Liberi e Uguali a cui ha partecipato il direttore Marco Travaglio, sembrerebbe che questo partito sia pronto a rientrare nel Pd se vincessero i nemici di Renzi, o se lui stesso si mettesse da parte. Onestamente non so se il Pd può davvero tornare a essere un partito che guarda ai problemi delle persone. Il modo in cui ha chiuso qualsiasi possibilità di accordo con il Movimento 5 Stelle dopo le ultime elezioni lo fa sembrare irrecuperabile. Il vostro giornale sembra invece credere che una sinistra diversa sia possibile. È davvero così? Vedremo di nuovo una sinistra che guarda al popolo?

Vincenzo, Pistoia

 

Caro Vincenzo, ci è capitato molte volte di scrivere che, quando si tratta di farsi del male, la sinistra italiana sa escogitare rimedi impensabili. Vedremo quindi cosa saranno in grado di inventare nei prossimi mesi e soprattutto quali sono le reali intenzioni di colui che al momento sembra essere lo scoglio maggiore per un possibile rinnovamento, cioè Renzi. Quello che però sarebbe sbagliato è pensare che si possa ripartire sempre da zero e che quanto è successo negli ultimi venti anni non conti nulla. Lo stesso Bersani dovrebbe guardare di più alla “mucca” che la sinistra si è messa in casa perlomeno dalla metà degli anni 90, da quando ha sposato la linea liberista alla Tony Blair. Da lì in avanti è stato tutto un privatizzare, stringere la cinghia per rispettare Maastricht, e così via.

Renzi non è venuto fuori per caso, ma è il frutto di scelte di cui porta la responsabilità l’intero gruppo dirigente di ciò che rimane del Pd, compreso il suo fondatore. Personalmente ho idee molto più radicali di quelle che possono avere oggi Bersani e compagnia, ma uno dei problemi del sistema politico italiano è anche la mancanza di una sinistra compiutamente riformista, socialdemocratica, anche se in epoca di crisi galoppante del capitalismo anche la socialdemocrazia ha smesso di avere margini di manovra. È in crisi in Francia, in Germania e vedremo cosa accadrà in Spagna e in Gran Bretagna dove il Labour ha abbondonato Blair per scoprire Corbyn. Se la sinistra italiana volesse intraprendere una nuova fase dovrebbe almeno stare a quel livello.

Salvatore Cannavò

Anno 2018: Miss Italia è invecchiata (e ha le rughe)

Da anni Miss Italia tira avanti nella camera iperbarica della polemica, unico escamotage per conquistare un briciolo di visibilità anche tra i non appassionati di archeologia. Anche quest’anno è andata così; prima i tweet contro la concorrente disabile Chiara Bordi, ora le foto sexy pubblicate dal settimanale Oggi della vincitrice Carlotta Maggiorana, di cui vengono oltretutto svelati i pregressi impegni televisivi e cinematografici; uno scoop che metterebbe a rischio la corona della reginetta. In pratica, le si rimprovera di avere già frequentato lo showbiz e sperimentato le stesse cose per cui ha deciso di competere; ma allora invece di pensare alla squalifica gli organizzatori dovrebbero accendere un cero alla Madonna: aver mostrato un minimo di intraprendenza e di talento dovrebbe essere un buon segno, considerato che tutte le ultime Miss Italia cadono sistematicamente nell’oblio, l’ultima di cui si tramanda una qualche memoria è Cristina Chiabotto, nota per fare tanta plin plin. Ma quale Miss Italia, questa è Missing Italia, perfino le polemiche a cui è attaccata come alla cannula dell’ossigenoterapia ne accentuano le rughe. La parata nordcoreana di costumi olimpionici e sorrisi a barre dovrebbe prendere atto del suo anacronismo, l’unico futuro è convertirsi in una rievocazione storica come lo Sbarco del Saraceno o la Partita a scacchi di Marostica. Oppure in un museo delle cere: in tal caso, nessuno noterebbe la differenza con lo spettacolo dal vivo.

I nuovi “bombaroli” e la ribellione cantata da De André

“Chi va dicendo in giro/ che odio il mio lavoro/ non sa con quanto amore mi dedico al tritolo/ è quasi indipendente, ancora poche ore poi gli darò la voce, il detonatore. Il mio Pinocchio fragile parente artigianale di ordigni costruiti su scala industriale/ di me non farà mai un cavaliere del lavoro/ io sono d’un’altra razza: son bombarolo. Nello scendere le scale ci metto più attenzione/ sarebbe imperdonabile giustiziarmi sul portone/ proprio nel giorno in cui la decisione è mia sulla condanna a morte o l’amnistia. Per strada tante facce non hanno un bel colore/ qui chi non terrorizza si ammala di terrore/ C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo/ io sono d’un altro avviso son bombarolo/ Intellettuali d’oggi idioti di domani ridatemi il cervello che basta alle mie mani/ profeti molto acrobati della rivoluzione oggi farò da me senza lezione/ Vi scoverò i nemici per voi così distanti/ e dopo averli uccisi sarò fra i latitanti/ ma finché li cerco io i latitanti sono loro/ ho scelto un’altra scuola son bombarolo/ Potere troppe volte delegato ad altre mani/ sganciato e restituitoci dai tuoi aeroplani/ io vengo a restituirti un po’ del tuo terrore, del tuo disordine, del tuo rumore/ Così pensava forte un trentenne disperato/ se non del tutto giusto quasi niente sbagliato/ cercando il luogo idoneo adatto al suo tritolo/ insomma il posto degno d’un bombarolo/ C’è chi lo vide ridere davanti al Parlamento/ aspettando l’esplosione che provasse il suo talento/ c’è chi lo vide piangere un torrente di vocali/ vedendo esplodere un chiosco di giornali/ Ma ciò che lo ferì profondamente nell’orgoglio/ fu l’immagine di lei che si sporgeva da ogni foglio/ lontana dal ridicolo in cui lo lasciò solo/ ma in prima pagina col bombarolo”.

Questo brano di Fabrizio De André è del 1973. Racconta la storia di un giovane impiegato (“un trentenne disperato”) che esasperato dalle violenze che lui e tanti come lui sono costretti a subire si fa la fantasia di diventare bombarolo e farsi giustizia da sé e per tutti, finendo nel ridicolo perché il suo massimo successo è far saltare un chiosco di giornali. La canzone è a tutt’oggi attuale, ma cosa veramente straordinaria è che è ancora più attuale oggi pur parlando di un soggetto che Fabrizio nel 1973 non poteva né conoscere e nemmeno immaginare: il kamikaze islamico, la sua psicologia, i suoi metodi, le sue ragioni.

“Potere troppe volte delegato ad altre mani, sganciato e restituitoci dai tuoi aeroplani io vengo a restituirti un po’ del tuo terrore, del tuo disordine, del tuo rumore”.

Nel gennaio del 2015 Ahmedy Coulibaly fu autore di un attentato, che era l’ultimo di alcuni altri, a un supermercato kosher a Parigi provocando quattro morti. Uscirà allo sbaraglio dal supermercato consapevole di andare incontro a una morte certa. Prima però aveva lasciato una sorta di ‘testamento spirituale’ che dice così: “Tutto quello che facciamo è legittimo. Non potete attaccarci e pretendere che non rispondiamo. Voi e le vostre coalizioni sganciate bombe sui civili e sui combattenti ogni giorno. Siete voi che decidete quello che succede sulla Terra? Sulle nostre terre? No. Non possiamo lasciarvelo fare. Vi combatteremo”. Alla trasmissione di Corrado Formigli, a mio parere la migliore in circolazione, io feci mie le parole di Coulibaly. Formigli mi avvertì: “Guarda che in Francia per molto meno qualcuno si è messo in grossi guai”. “E va bene – risposi – allora arrestatemi in nome della libertà di espressione”.

Il pinocchio fragile ricorda gli strumenti artigianali (autocarri sulla folla, coltelli) cui i “lupi solitari” ricorrono per reagire in qualche modo alla sproporzione tecnologica in campo (“parente artigianale di ordigni costruiti su scala industriale”).

“Per strada tante facce non hanno un bel colore, qui chi non terrorizza si ammala di terrore”. Lo si vide a Torino nella fuga degli spettatori, in maggioranza giovani, che stavano guardando in piazza San Carlo, su un grande schermo, la finale di Champions League Juventus-Real Madrid, che presi dal panico nemmeno per lo scoppio di un petardo ma solo per un suo sospetto, fecero 1.500 feriti e un morto. Sì, in Occidente siamo “ammalati di terrore” perché abbiamo perso ogni vitalità e virilità.

So bene che quello fra Occidente e Isis è lo scontro di due totalitarismi speculari. Noi vogliamo imporre con la violenza, delle armi ma anche economica, il nostro modello, i nostri valori, o presunti tali, la nostra Democrazia all’universo mondo. L’Isis vuole fare lo stesso imponendo, o perlomeno cercando d’imporre, i propri valori religiosi declinati in modo estremo. Ma fra coloro che non hanno nemmeno più il coraggio di scendere sul campo e utilizzano bombardieri, droni, “ordigni costruiti su scala industriale” e uomini che ci mettono almeno il loro corpo e la loro vita, oltre che quella altrui, io sto concettualmente con questi ultimi.

Ma il brano di De André resta attuale anche per noi italiani d’oggi, giovani e non solo. C’è innanzitutto la formidabile annotazione del chiosco di giornali fatto saltare, che è una condanna senza appello alla nostra informazione. Perché, certo, il bombarolo finisce nel ridicolo, ma lei lo utilizza, e viene utilizzata, per comparire su tutte le pagine, e noi, oggi, potremmo aggiungere tutte le tv, tutti i media, tutti i social.

C’è poi uno j’accuse agli intellettuali che utilizzarono il Sessantotto per fare carriera proprio in quel sistema che fingevano di contestare (“profeti molto acrobati della rivoluzione”). Insomma è la lobby di Lotta Continua, per fare l’elenco dei suoi adepti ci vorrebbero troppe pagine.

Infine i giovani d’oggi potrebbero almeno accogliere il grido di rivolta (L’uomo in rivolta di Albert Camus che non è né un rivoluzionario né un cospiratore ma semplicemente uno che vuole rimanere se stesso) che sale dalla canzone di De André, senza bombe naturalmente, ma anche senza rimanere inerti, inermi, sottomessi, di fronte alle violenze che quotidianamente vengono fatte su ognuno di noi.

 

Caro Massimo, pubblico la tua provocazione estrema perché detesto la censura e perché ogni tanto qualche pugno nello stomaco ci fa bene per restare svegli. E sottolineo più volte la tua precisazione finale, a scanso di equivoci: ribellarsi è sempre salutare, ma “senza bombe”, cioè senza violenza, senza morti, senza feriti.

M.Trav

Arezzo, le morti e il tempo ormai scaduto

Morire di patrimonio culturale. È terribilmente noto, oscenamente ovvio: in Italia di lavoro si continua a morire. Ma nelle due morti dell’Archivio di Stato di Arezzo c’è qualcosa in più: c’è la fotografia estrema e inquietante del lavoro culturale in Italia. Un comparto dove la dignità del lavoro è ancor più umiliata, dove la sicurezza è spesso del tutto ignorata.

Saranno naturalmente le indagini a dire cosa è successo all’impianto antincendio di Arezzo, a spiegare perché l’argon si sia riversato non nei condotti, ma nella stanza delle bombole, trasformandola in una letale camera a gas per Filippo Bagni e Paolo Bruni. Dalle prime verifiche, l’impianto risulterebbe verificato nei tempi prescritti, e la manutenzione regolarmente eseguita. Ma bisognerà capire quali fossero le condizioni delle condutture, e di tutta la struttura. Perché chiunque frequenti le biblioteche, gli archivi pubblici e anche gli scavi e i musei (persino quelli più famosi), sa bene in quale stato di prostrazione materiale essi si trovino: uno stato – scrive la Cgil Funzione Pubblica – “derivante dai mancati investimenti, dai tagli ai bilanci che hanno inciso sulle spese di manutenzione ordinaria, e dalla insostenibile leggerezza con la quale si bypassano le misure di sicurezza, in nome delle politiche di valorizzazione”. Il sindacato rivendica: “Abbiamo denunciato, inascoltati, gli effetti di politiche che hanno fortemente indebolito i cicli di tutela e manutenzione del nostro patrimonio culturale, non dobbiamo aspettare i morti sul lavoro perché questo tema diventi centrale nella coscienza collettiva”.

Questo è il punto: il patrimonio culturale sconta decenni di oblio, definanziamento, malcelato disprezzo da parte della classe dirigente del Paese (la cosiddetta élite che oggi si vorrebbe difendere). La stagione renzian-franceschiniana non ha cambiato di una virgola questo triste andamento, lo ha solo nascosto dietro una cortina fumogena di storytelling e di marketing politico che ha indotto una stampa servile a parlare di “rilancio” o addirittura di “rinascita” del patrimonio culturale: tutte balle, purtroppo.

Era stata indettaper il prossimo 6 ottobre, a Roma, ben prima del disastro di Arezzo, una grande manifestazione per la cultura e il lavoro che oggi assume un’importanza maggiore. Il larghissimo fronte di lavoratori della cultura che l’ha indetta ha denunciato che “la riforma culturale, promossa dai precedenti governi di ogni colore, si è servita di una stampa compiacente per sciorinare dati relativi ad aumenti entusiasmanti di visitatori e incassi, glissando sul netto peggioramento delle condizioni professionali, sulla mortificazione delle competenze, sull’uso indiscriminato di volontari, sulle continue richieste di lavoro gratuito, sul progressivo smantellamento di istituzioni storiche, sull’utilizzo improprio di teatri, siti archeologici e sale museali per eventi mondani o privati che nulla hanno a che vedere con la cultura”. La conseguenza è che “ogni anno migliaia di giovani professionisti della cultura in Italia si trovano costretti a scegliere tra stipendi indecenti e vergognosi, tirocini di sfruttamento, stage senza prospettive, servizio civile, contratti a chiamata, volontariato, rimborsi spese o il cambiare mestiere, o l’estero”.

Si chiederà, dalla piazza, una radicale inversione di rotta.

Alla prima manifestazione di piazza per la cultura, il 7 maggio 2016, il Movimento 5 Stelle partecipò con un suo striscione e una folta rappresentanza di parlamentari. Oggi il Movimento ha conquistato il ministero per i Beni culturali: tra incredibili riconferme di ceto dirigente franceschiniano, e inconcepibili battute sull’abolizione della storia dell’arte dalla scuola, si stenta a vedere un solo segno di sostanziale cambiamento. Ma le morti di Arezzo, e il generale collasso del patrimonio, ci dicono che ormai il tempo è scaduto.