Le “larghe intese” e il trionfo del partito-azienda

 

“Il berlusconismo può sopravvivere a Berlusconi e, anzi, senza di lui può essere perfino peggio, a giudicare dall’assortita compagnia dei suoi epigoni e dei suoi imitatori”

(autocitazione da “La Sindrome di Arcore” – Longanesi, 2009 – pag. 125)

 

Con l’accordo raggiunto nella reggia di Arcore da Silvio Berlusconi e Matteo Salvini sulla presidenza della Rai, e a quanto pare sulla lista unitaria dalle prossime Regionali in avanti, il centrodestra s’è dunque ricompattato dopo lo strappo post-elettorale della Lega. Un “voto di scambio” o meglio un’astensione di scambio, visto che Forza Italia si asterrà sulla ri-nomina di Marcello Foa, già bocciato una prima volta, al vertice del servizio pubblico radiotelevisivo. Il patto di Arcore sostituisce dunque quello del Nazareno, siglato a suo tempo con il Pd di Matteo Renzi. E ora, per la proprietà transitiva, coinvolge anche il Movimento 5 Stelle: “L’alleanza con Di Maio l’ho fatta e la rifarei domani mattina”, ha dichiarato testualmente nei giorni scorsi il leader leghista, superando così di fatto il “contratto di governo” sulla base del quale s’è costituito l’esecutivo giallo-verde.

Sono le nuove “larghe intese” – anzi larghissime, dal momento che comprendono anche l’estrema destra di Giorgia Meloni – fondate sul terreno nevralgico della televisione e soprattutto della pubblicità. Tant’è che il Movimento 5 Stelle si appresta a confermare nella Commissione parlamentare di Vigilanza, presieduta da un ex conduttore di Mediaset come Alberto Barachini, il suo sì alla candidatura di Foa, ex giornalista del Giornale, con tanti saluti al vituperato conflitto d’interessi.

È il trionfo, l’apoteosi del partito-azienda. Neppure nel suo fatidico ventennio, ai tempi nefasti del “regime televisivo”, l’ex Cavaliere era riuscito a ottenere contemporaneamente due posti-chiave “di garanzia” per controllare la principale concorrente e tutelare i propri affari.

Quell’immagine in controluce di Berlusconi sulla soglia della sua residenza mentre saluta gli ospiti con un gesto benedicente e il cagnolino bianco tra i piedi, al termine del vertice di Arcore con Salvini, Giorgetti e Tajani, sarebbe degna del Caimano di Nanni Moretti o di Loro 2 di Paolo Sorrentino. Lui è ancora vivo e vegeto e lotta insieme a noi. E soprattutto, è vivo e vegeto il berlusconismo nell’interpretazione “dei suoi epigoni e dei suoi imitatori”.

Fatto sta che il M5S, volente o nolente, rischia così di contribuire dall’esterno a costruire il trampolino di lancio per il centrodestra a trazione leghista in vista delle Europee di maggio. Allora Salvini, sostenuto da Berlusconi e spalleggiato da Meloni, potrà far saltare eventualmente il banco del governo per andare a nuove elezioni politiche, e magari diventare premier, mettendo allo scoperto le contraddizioni e le tensioni che covano nella base pentastellata. Oppure, potrà alzare il prezzo facendo valere il peso maggiore della sua coalizione e subordinando il ruolo dei Cinquestelle.

A quel punto, si tratterà di vedere se il Pd sarà stato capace nel frattempo di risorgere dalle ceneri, come l’Araba Fenice, per prepararsi prima o poi a quell’accordo con il M5S che il direttore di questo giornale auspicava già all’indomani delle ultime Politiche. O in alternativa, secondo la proposta dell’attuale segretario Maurizio Martina, se riuscirà ad aggregare un’area progressista su scala europea, contro il fronte populista e sovranista. Tutto dipenderà dai rapporti di forza che gli elettori sanciranno nelle urne di primavera. Ma per il momento l’Araba Fenice – come scrive Metastasio nel suo melodramma – “che ci sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa”.

Solo un utopista vuole fare il preside

Sono trascorsi 25 anni da quando, nel 1993, pubblicai un libro sui mali della scuola italiana. Rovesciavo addosso alla vecchia istituzione una serie di critiche, a partire da un ordinamento che risaliva alla riforma Gentile del 1923 e ai programmi della stessa, tali e quali nel tempo. Ma l’elenco dei problemi continuava: edifici in pessime condizioni e non a norma; anacronismo dell’esame di maturità; insegnanti mal pagati e troppo spesso poco preparati; scarso inserimento delle lingue straniere se non nelle sperimentazioni, e comunque nessuna attenzione al mondo che stava cambiando: dunque, i soliti Inglese, Francese e, tutt’al più, Tedesco e Spagnolo, ma mai che si allargassero le scelte a Russo, Cinese, Arabo… Troppo pochi, infine, i concorsi ordinari per accedere ai ruoli di insegnante o di preside. Una scuola che stentava a programmare in maniera costruttiva il futuro. Bene, a distanza di 25 anni devo fare autodafé: se ripenso a quei tempi e li confronto con la “Buona scuola”, la vecchia istituzione mi sembra un paradiso. Non si tratta di patetiche nostalgie. Basta tenere gli occhi aperti. E, con la ripresa delle lezioni, viene naturale una serie di riflessioni polemiche sul presente. In poche righe: la scuola come azienda (una follia); il preside diventato dirigente-manager, alla faccia della didattica; il profluvio di leggi e leggine, e di anglicismi e di sigle ridicole che devastano leggi e ordinanze; la scomparsa della centralità del ruolo del docente, ridotto a facilitatore, accompagnatore, e, quando resta tempo, insegnante, ma non ex cathedra, per carità!

E ancora: l’azzeramento del senso della Storia in nome dell’eterno presente, sorretto dal cattivo uso di Internet e dal pessimo esempio dato dalla società. Il permanente cattivo stato dell’edilizia scolastica. Dulcis in fundo, l’invenzione dell’alternanza scuola-lavoro, con un numero spropositato di ore dedicate a quest’ultimo, a tutto detrimento della sete di conoscenza (epistemofilia) che è stato e deve essere il valoroso perno dell’istruzione. Concentriamoci per ora sul problema dei dirigenti manager. Oggi circa il 50% delle scuole non ha un suo titolare e occorre far riferimento a un reggente, titolare di altra scuola cui la prima viene accorpata. Tendenza, quella dell’accorpamento di più istituti, senza nessuna cura delle competenze, enfatizzata dalla “Buona scuola”, e per due soldi in più. Tuttavia, cosa ne sa, un preside di un liceo, della didattica e dei problemi della scuola elementare che gli è stata affibbiata? Una sola scuola in più, quando gli va bene, e non necessariamente poco distante dall’altra. Perché qualche anno fa intervistai, in Liguria, una preside che doveva “reggere” 15 plessi scolastici! Conviene ancora, a queste condizioni, dirigere una scuola? Aggiungiamo, per capire meglio, la tabella delle responsabilità di un dirigente secondo il Miur, e tratteniamo il fiato. Ecco: risponde in prima persona dei risultati; applicazione regolamento privacy; assunzione diretta del personale supplente; attuazione norme anticorruzione; direzione, coordinamento e controllo attività degli uffici; gestione appalti; gestione e partecipazione organi collegiali; gestione vertenze disciplinari con il personale; organizzazione dell’attività didattica delle scuole; promozione della collaborazione col territorio; rapporti e contenzioso col personale dipendente; rapporti e contenzioso con l’utenza; rappresentanza dell’Amministrazione in giudizio; rappresentanza legale; responsabilità civile verso il personale; responsabilità civile verso utenza (alunni); responsabilità contabile; responsabilità erariali; responsabilità gestione previdenziale; responsabilità per la trasparenza dei siti web; responsabilità sostituto d’imposta; responsabilità sulla sicurezza degli edifici scolastici; titolarità relazioni sindacali, contrattazione Rsu; verifica legittimità delle delibere.

Tutto qui? Tutto qui. E se sbagli paghi. Ma nemmeno Nembo Kid riuscirebbe. Solo un utopista può voler far il dirigente, per di più con un contratto triennale che non ti garantisce la continuità ulteriore nello stesso istituto. Vorrei chiudere con un aneddoto. Nella seconda metà degli anni Ottanta, quando ero preside in un istituto magistrale milanese che non dava problemi, e con una vicepreside (Antonia Cozzi) e una segretaria (Mirella Bellotti) straordinarie, avendo saputo che era vacante il posto di preside in uno scientifico dell’hinterland comodo da Milano, mi venne lo sfizio (assurdo, ma ero giovane!) di andare in Provveditorato e chiederne la reggenza. Il dirigente che mi diede retta era intelligente e bravissima persona. Si mise a ridere e mi disse: “Guagliò, ma che, vuoi lavorare il doppio? E poi, sai, la legge non lo permette”. Aveva ragione lui. Ma oggi il mondo è alla rovescia.

Caos Buoni pasto, fallita Qui!Group. Ora a rischio mille posti

Si allarga a bar, ristoranti e supermercati la vicenda della società di gestione buoni pasto Qui!Group, dichiarata fallita dal tribunale di Genova con 325 milioni di euro di debiti. A tribolare infatti non sono “solo i circa mille lavoratori che rischiano di perdere il posto, ma anche più di 123.000 esercizi pubblici – per la maggior parte bar e ristoranti, ma anche una decina di catene di supermarket – che vantano nei confronti dell’azienda crediti per 193 milioni di euro. Cifra che corrisponde alle quote di buoni pasto incassati senza però aver ricevuto il corrispondente in denaro. Al termine del primo tavolo istituzionale del 20 settembre al Mise, si sono mostrati molto preoccupati anche i sindacati di categoria. Fisascat, Fiscal e Uilctus hanno fatto notare che il reale impatto occupazionale della vertenza riguarda mille lavoratori (700 a Genova) più 25mila esercenti e i loro dipendenti. “A breve verrà aperta la procedura di licenziamento collettivo per i 187 lavoratori di Qui Group (161 di Genova)”, hanno spiegato. eri a Genova si è tenuta un’assemblea con i lavoratori e il prossimo incontro al Mise è previsto il 1° ottobre.

Scuola in ritardo per l’assunzione di 30 mila docenti

Il nuovo ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, non ce l’ha fatta a cambiare completamente registro rispetto ad anni e anni di caos: l’anno scolastico è iniziato con la metà delle assunzioni programmate e un ingente ricorso ai supplenti che, inevitabilmente, l’anno prossimo dovranno lasciare il posto ai titolari delle cattedre.

A dirlo sono numeri e sindacati: le assunzioni degli insegnanti di quest’anno sarebbero dovute essere 57.332. Ce ne sono state invece 25.105, il 43,8 per cento di quanto previsto, il 33 per cento dei posti disponibili nella scuola secondaria. Uno su tre. Sono dati comunicati e confermati ai sindacati durante un incontro con il ministero dell’Istruzione, la settimana scorsa.

Il problema è che gli uffici scolastici regionali non hanno pubblicato in tempo (ovvero entro il 31 agosto) le graduatorie dei vincitori dell’ultimo concorso indetto per coprire a tempo indeterminato i posti degli insegnanti. Il Miur, il ministero dell’istruzione, si è impegnato a emanare un decreto che consentirà agli uffici regionali di accantonare quei posti per chi ne ha diritto fino al 31 dicembre. Una misura che, assicurano, dovrebbe essere firmata a breve. Con una conseguenza per gli studenti, però: per evitare le cattedre vuote, fino all’anno prossimo, quando i titolari ne avranno pienamente diritto, a coprire quelle cattedre ci saranno i supplenti, con buona pace della continuità scolastica. Si avrà insomma una immissione di ruolo “giuridica” già quest’anno, ma economica ed effettiva a partire dall’anno prossimo.

Il concorso, le cui fasi si sono snodate fra primavera ed estate, si è scontrato con i problemi delle commissioni (alcune ad esempio erano incomplete) e con la pausa estiva: i risultati sono quindi arrivati a ridosso delle nomine, a cui si è aggiunta la necessità di controllare le graduatorie per i ricorsi.

Problemi anche sui posti per gli insegnanti di sostegno dove su 13.329 cattedre disponibili, sono stati assunti solo 1.682 docenti (12,6 per cento) con carenze soprattutto al Nord e in Sardegna. L’anno scorso furono coperte il 75,6 per cento delle cattedre: su 51.773 posti messi a disposizione, furono assunti 29.841 insegnanti.

In generale, nelle regioni del Nord è stato assegnato il minor numero di cattedre: quasi 13 mila su oltre 34 mila (il 37,4 per cento). Nel centro Italia la percentuale si attesta attorno al 41 per cento mentre al Sud sono stati assunti 8.040 docenti su 12.702 posti a disposizione (63 per cento). La situazione peggiore è nelle scuole medie e superiori, mentre la primaria è arrivata d avere il 64 per cento delle cattedre coperte.

“Quella che sembrava una previsione pessimistica – spiega Pino Turi, segretario generale della Uil Scuola, che ad agosto era scesa in strada per protestare accanto agli insegnanti di Napoli riuscendo in questo modo a sbloccare la situazione di circa 200 professori – è diventato un dato oggettivo, risultato dell’inadempienza di alcune Direzioni regionali che, anche in presenza di procedure completate, non hanno pubblicato le graduatorie del concorso 2018 (FIT) entro il 31 agosto, vanificando di fatto le aspettative di migliaia di docenti che vedono slittare la nomina di un anno. Casi sui quali la Uil scuola è intervenuta più volte, come a Napoli, denunciando ritardi, lentezze e inadempienze. Ora il contesto è cambiato, l’obiettivo resta lo stesso: garantire la copertura dei posti autorizzati”.

La Gdf: case vacanza, irregolari una su due B&B e hotel fantasma

Un’estate “in nero” emerge dai controlli straordinari (oltre 36 mila) svolti dalla Guardia di finanza da metà giugno: irregolare il 50% delle case vacanza, 4.126 venditori abusivi individuati, 3.123 lavoratori senza contratto, 29 milioni di articoli contraffatti sequestrati (380 mila al giorno in media). Sulle seconde e terze case affittate in località turistiche sono stati svolti 1.477 controlli e una su due è risultata irregolare. I casi più numerosi in Puglia, Toscana e Lazio. A Torino scoperto un Bed and Breakfast abusivo, a Taormina anche un hotel fantasma e poi discoteche e stabilimenti balneari occulti. Nei tre mesi estivi sono stati individuati 2.384 italiani, 703 stranieri e anche 36 minori che hanno lavorato o senza contratto o con una paga in nero. I militari hanno denunciato complessivamente 69 persone. Tra le ultime operazioni l’arresto di 12 persone ritenute appartenenti a un’associazione a delinquere: dopo aver sentito circa 300 lavoratori di una quarantina di cooperative della logistica a Stradella (Pavia) la Gdf ha scoperto che le cooperative facevano capo, attraverso prestanome, a un’unica organizzazione i cui membri sottoponevano i lavoratori a turni di 12 ore senza né riposi settimanali né ferie.

Consulenze e incontri con Frongia. Mr Stadio “strizzava l’occhio” ai 5S

C’è un aspetto dell’interrogatorio di Luca Parnasi di due giorni fa davanti ai pm di Roma, rimasto finora inedito. E riguarda i contatti avuti in passato con l’assessore allo Sport del Campidoglio, Daniele Frongia. Su questo l’imprenditore è stato chiaro: mai ha ricevuto pressioni o richieste di favori da parte dell’assessore. Così durante l’interrogatorio ha chiarito una vicenda che risale a qualche tempo prima del suo arresto di giugno (poi revocato).

Ha raccontato di esser stato lui a chiedere a Frongia se conosceva qualcuno da inserire come responsabile delle relazioni istituzionali della Ampersand. L’assessore gli avrebbe parlato di una donna di 30 anni, una collaboratrice del Campidoglio. Ma ogni intenzione di una futura assunzione è svanita quando scattano le manette: l’imprenditore era finito in carcere (misura ora revocata) con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro la pubblica amministrazione. La vicenda della collaboratrice proposta da Frongia non ha nessun rilievo penale: l’imprenditore infatti ha ribadito che la richiesta veniva da lui, e non viceversa.

Tuttavia per gli investigatori era importante precisare la circostanza per capire il modus operandi di Parnasi e le sue relazioni con la politica.

Parnasi viene intercettato più volte mentre parla della Ampersand. Anche l’11 marzo 2018, annotano i carabinieri, “dice che con Ampersand ha strizzato l’occhio ai 5stelle, facendo progetti…”.

Tramite questa società, pensava anche di dare una consulenza a Luca Lanzalone. Si tratta dell’avvocato che fu scelto da Virginia Raggi per seguire le vicende dello Stadio, ora indagato per corruzione: per i pm – che lo ritengono consulente di fatto del Campidoglio e quindi pubblico ufficiale – avrebbe messo a disposizione la propria funzione pubblica ricevendo in cambio consulenze (anche solo promesse) da parte di Parnasi al suo studio legale. In un’informativa del 20 giugno 2018, i carabinieri annotano una conversazione del 4 maggio 2018. Parnasi parlando con due collaboratori “(…) propone (…) di dissimulare un’operazione commerciale (fare un fatturone) tra le due società a lui riconducibili, ovvero Eurnova che sta facendo un grosso incasso e Ampersand, che deve dimostrare di avere liquidità. In tale contesto, afferma di voler affidare l’incarico, evidentemente relativo a tali operazioni, a Lanzalone quando i fondi entreranno sui conti di Euronova”. La consulenza, come l’assunzione, resta un’idea.

L’assessore Frongia al Fatto spiega: “Parnasi avrebbe dichiarato che sarei uno dei pochi, forse l’unico, tra i politici che ha incontrato a non avergli mai chiesto né ad aver ricevuto favori. È così. L’ho incontrato un paio di volte, come faccio con tanti imprenditori che vogliono investire nello sport a Roma, e in una occasione mi disse di essere alla ricerca di personale specializzato per una sua nuova azienda chiedendomi se conoscessi qualcuno con determinate competenze. A puro titolo di condivisione, ho passato questa informazione a persone con i requisiti ricercati”.

I soldi di Parnasi alla Onlus, indagato il tesoriere di Salvini

Il tesoriere della Lega Giulio Centemero è indagato per finanziamento illecito al partito in concorso con l’imprenditore romano Luca Parnasi. La Procura di Roma ha deciso di iscrivere il braccio destro di Matteo Salvini sul registro degli indagati perché sospetta che le donazioni all’associazione Più Voci da parte delle società del costruttore siano stati un modo per aggirare le norme sul finanziamento alla politica.

La pm Barbara Zuin e l’aggiunto Paolo Ielo ipotizzano il finanziamento illecito, per versamenti diversi di Parnasi, sia per il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi sia per quello leghista Giulio Centemero.

I Carabinieri hanno tenuto insieme i “problemi legali” dei due partiti nelle loro note e così ha fatto la Procura. Le modalità di ingaggio di Parnasi per Lega e Pd sono simili. Il costruttore aggancia Bonifazi e Centemero, accomunati dalla loro doppia veste. Bonifazi è allo stesso tempo presidente della Fondazione Eyu e tesoriere del partito. Simmetricamente Giulio Centemero è tesoriere della Lega e presidente dell’associazione Più Voci.

Parnasi parla con Bonifazi che poi lo porta dal responsabile della raccolta fondi della Fondazione Eyu, Domenico Petrolo. Parnasi paga 150 mila euro a Eyu per uno studio e per questo Bonifazi finisce indagato.

Più meno allo stesso modo, Parnasi parla con Centemero e poi versa fondi alla Onlus Più Voci e, come Bonifazi, anche Centemero è indagato per finanziamento illecito.

La conversazione chiave secondo gli investigatori è quella del 14 febbraio 2018 intercettata dentro gli uffici di Parnasi tra il costruttore e il suo commercialista Gianluca Talone.

Scrivono i carabinieri: “Parnasi incarica Talone di eseguire delle operazioni sui conti societari citando alcuni partiti politici quali destinatari dei movimenti bancari”. Effettivamente Parnasi parla di Lega non di Più Voci. I carabinieri trascrivono: “Luca dice che ‘Lega erano 100 e 100 (…) ne facciamo 100 su Pentapigna qua e 100 qua per quello possiamo utilizzare società nostre’. Gianluca Talone dice ‘allora considera che sono io ho capito quello che fanno per come la strutturiamo loro faranno eh una sul giornale e un’altra sul (incomprensibile) telefoniche’”.

Il senso della conversazione è che Parnasi vuole dare 200 mila euro alla Lega due settimane prima del voto ma poi “loro” li useranno per i media leghisti. Poi il dialogo prosegue sul medesimo tema per altre sigle politiche. Scrivono i carabinieri: “Luca chiede ‘con Forza Italia c’hai parlato?’ e Talone conferma, poi Luca dice ‘Fratelli d’Italia?’ e Gianluca ‘già fatto sì l’amministratore lo ho controllato’ e poi Luca dice ‘il Pd lo incontro io domani, e questo è fatto’”.

La dazione a Più Voci nel 2018 non è stata fatta. Però un mese dopo, il 26 marzo 2018, un giornalista del settimanale L’Espresso chiama per chiedere conto a Parnasi di una precedente donazione del 2015, pari a 250 mila euro in due tranche da 125 mila, alla Onlus Più Voci che ha una particolarità: il suo presidente, Centemero, è il tesoriere della Lega.

Quando il giornalista scopre la cosa e sta per scrivere l’articolo, il commercialista Talone propone a Parnasi la contromisura: “Cerchiamoci una giustificazione, perché è stata fatta l’erogazione liberale!”. E Parnasi: “Possiamo giustificare che abbiamo un progetto ex post! Se no bisognerebbe incontrarli domattina, capito? Dovremmo fare… se tanto firmo io basta fare un pezzo di carta” e poi aggiunge “posso chiamare Giulio Centemero, è il braccio destro!” poi ci ripensa “Andrea (Manzoni, commercialista anche lui membro del consiglio dell’associazione Più Voci come il suo collega di studio Centemero, Ndr) va benissimo! Chiama Andrea da un fisso ufficio, e dici ‘Senti, ci ha chiamato L’Espresso!”.

Questa donazione alla Onlus presieduta da Centemero, secondo l’ipotesi dei pm Paolo Ielo e Barbara Zuin, potrebbe celare un finanziamento alla Lega Nord. La legge impone di registrare nel bilancio delle società commerciali che donano al partito, anche indirettamente, anche tramite una sua articolazione, il contributo. Se il privato che dona e il partito che riceve non dichiarano la dazione nel bilancio e alla Camera, incorrono nel reato di illecito finanziamento. In questo caso la Procura sospetta che la Onlus del presidente Centemero possa essere usata per una dazione indiretta al partito del tesoriere Centemero.

Al Fatto il deputato ha dichiarato qualche giorno fa che nessuno gli chiese di fare una documentazione ex post retrodatata. E che sui 250 mila euro “non c’è nulla di illegale perché la ‘Più Voci’ utilizzava i fondi per la sua attività istituzionale. Non un centesimo è andato alla Lega Nord. Parnasi – ha detto – me l’ha presentato Giancarlo Giorgetti. L’ho visto qualche volta nell’arco di tre anni”. E i due contributi da 125 mila euro? “Ne ha parlato con me”.

Anche per questo, il tesoriere-presidente è indagato.

Pulizia e ristorazione, sciopero dei servizi ferroviari in appalto

Stop ai servizi di pulizia delle stazioni e dei treni e ai servizi accessori, alla ristorazione e pulizia a bordo e accompagnamento sui vagoni notte. Lunedì prossimo, per l’intero turno di lavoro, si svolgerà il secondo sciopero nazionale del personale dipendente delle aziende che operano in appalto, per conto del Gruppo Fs Italiane. A proclamare la protesta sono unitariamente Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl TAF e Fast Confsal. “Nel settore la crisi occupazionale è già in corso, in quanto, a causa dell’esaurimento degli ammortizzatori sociali, sono già state avviate procedure di licenziamento collettivo, mettendo complessivamente a rischio 2 mila addetti su 10 mila totali”, denunciano i sindacati. “Al ministero del Lavoro – spiegano – spetta il compito di risolvere la questione degli ammortizzatori, la cui scadenza coincide con il giorno dello sciopero, e della validazione delle tabelle, convenute tra le parti, che stabiliscono il costo del lavoro minimo in caso di cambio appalto. Alle Fs Italiane invece chiediamo di non premiare l’offerta con ribassi eccessivi e di applicare, nel rispetto delle disposizioni di legge del settore, le clausole sociali e contrattuali nei continui cambi appalto che inoltre devono essere limitati”.

Messina, stato d’emergenza (per il terremoto del 1908)

Non c’è stato solo il terremoto del Belice del 1968 a lasciare baraccati dopo 50 anni, ma anche quello di Messina del 1908, però nessuno, in Sicilia, se ne era accorto. Così, a 110 anni dal sisma che devastò le sponde dello Stretto provocando oltre 120 mila morti, la giunta regionale di Nello Musumeci, su richiesta del sindaco Cateno De Luca, ha deliberato lo stato di emergenza “socio sanitaria ambientale” determinato dagli oltre 6000 abusivi delle favelas messinesi a rischio di ammalarsi per l’amianto dei tetti. Per i nipotini dei terremotati la Regione è pronta a battere cassa con il governo nazionale per ottenere i 35 milioni di euro per le bonifiche e i nuovi alloggi. Sembra di stare su Scherzi a parte, ma nella città che per 34 anni ha ospitato la società Stretto di Messina, tuttora in liquidazione, per gestire un ponte che non c’è, tutto viene preso terribilmente sul serio. In Sicilia la macchina è già partita, De Luca ha avviato lo sgombero dei 6400 baraccati e Musumeci ha tuonato in una nota: “La baraccopoli di Messina costituisce una vergogna per la politica nazionale e regionale. La delibera della richiesta di dichiarazione del gravissimo stato di emergenza igienico-sanitaria-ambientale è per noi un atto dovuto e sentito. Ora la palla passa a Roma’’. Su come impiegare i soldi di Palazzo Chigi a Palazzo d’Orleans hanno le idee chiare: “L’Agenzia per il risanamento – scrive Musumeci – deve essere lo strumento più agile per cancellare questa pagina disonorevole’’. E “il Piano di lavoro della Protezione civile regionale e prevede, prima, la bonifica delle aree e successivamente la demolizione delle baracche. Secondo la stima degli interventi effettuata dal Comune, il costo complessivo dovrebbe essere di circa 35 milioni di euro. Nel contempo l’amministrazione comunale sta provvedendo a reperire gli alloggi (temporanei e definitivi) per gli oltre duemila nuclei familiari’’. E i dati pubblicati da La Gazzetta del Sud indicano 2487 immobili tra case, box, depositi, stalle, negozi da demolire.

In realtà i baraccati di oggi hanno poco a che vedere con i terremotati di 110 anni fa: a Messina non c’è più una sola baracca costruita per ospitare i 40 mila sopravvissuti del sisma del 1908, e negli anni attorno alla città, su oltre 230 mila metri quadrati delle borgate di Annunziata, Giostra-Ritiro-Tremonti, Camaro, Fondo Saccà, Bordonaro-Gazzi-Taormina e Santa Lucia sul modello di quelle del terremoto sono sorte baracche, box, depositi, magazzini, stalle di lamiera tramandate di famiglia in famiglia dall’occupazione abusiva, nonostante il muro improvvisato di mattoni e l’otturazione dello scarico dei bagni sperimentati dallo Iacp per impedirne l’occupazione. E se oggi fanno paura i rischi di asbestosi, la malattia dell’amianto, denunciati in Europa dall’europarlamentare del Pd Michela Giuffrida, che a Strasburgo ha chiesto l’intervento del commissario alla Salute, Vytenis Andriukaitis, “per verificare se vi siano le condizioni per un intervento urgente”, finora gli accertamenti sanitari avrebbero rilevato un solo caso di malattia dell’amianto.

Niente più bambini stranieri a scuola

La prima campanella della mensa suona un quarto d’ora dopo mezzogiorno. Via Ettore Archinti, complesso scolastico Cabrini. Elementari e materna, qui a Lodi, a metà strada tra il centro e la città bassa. Le prime classi iniziano a scendere. Ragazzini ordinati dietro le maestre. La mensa è nel sotterraneo. Ambiente così e così, finestre a bocca di lupo lungo le pareti. A sinistra dell’ingresso della scuola, c’è una sala che nulla ha a che vedere con la mensa. Più che una sala, un’aula docenti, anche se prima era un magazzino. Le tapparelle sono abbassate, qualche disegno, appiccicato sugli armadi di metallo. In mezzo, due gruppi di banchi e tredici sedie, con altrettante tovagliette: la signora Anna ha apparecchiato da poco. Seduti ci sono 13 bambini, quasi tutti originari dell’Egitto, che da pochi minuti si sono messi a mangiare. Panini perlopiù, un po’ di verdura, qualche frutto: tutto cibo portato da casa. Sono 13 adesso. Nel secondo turno, ne arriveranno altri otto, di bambini.

Da due giorni è iniziata la mensa a scuola. Ovunque in Italia. E anche a Lodi. Ma qui le cose vanno diversamente. Almeno per questi 21 bambini. La mensa, quella tradizionale, per loro è blindata. Con tanto di guardiania a bloccare l’accesso. Vietato entrare.

Questi bambini sono tutti nati in Italia e tutti figli di immigrati. Sono figli di lavoratori, nel nostro Paese da molto tempo, alcuni da oltre vent’anni. Famiglie numerose, tre figli, a volte anche quattro. E uno stipendio che a metterlo insieme ora dopo ora, giorno dopo giorno, non supera gli 800 euro al mese, quando va bene. Devono pagare la retta più alta per la mensa e lo scuolabus, così dispone il Comune di Lodi. E se i loro genitori non ce la fanno, come nella maggioranza dei casi, la mensa salta. Per quasi 200 bambini in tutta la città.

Ma se guadagnano 800 euroa malapena al mese, come tante famiglie di italiani, perché non pagano tariffe agevolate? La risposta, tanto semplice quanto inquietante, sta in piazza Broletto, sede del Comune. Ai piani alti. Su su fino alla poltrona del sindaco. Casacca leghista da sempre, anche se è nel 2010 che Sara Casanova entra nel partito guidato da Matteo Salvini. Prima un po’ di gavetta, sempre a Lodi, poi nel 2013 il suo ingresso in Comune. Sarà eletta primo cittadino nel giugno del 2017. Qualche settimana dopo, firma una delibera del consiglio comunale che modifica una serie di articoli del “vigente regolamento per l’accesso alle prestazioni sociali agevolate”. Fuori dai tecnicismi della pubblica amministrazione, e nella sostanza, si chiede agli stranieri, quelli non provenienti da Paesi non Ue e quindi extracomunitari, di portare, in aggiunta alla dichiarazione del reddito, anche le certificazioni di non possesso di case, conti correnti e auto nel loro Paese di origine. Documenti da recuperare in originale e per i quali non vale l’autocertificazione (pratica che invece resta in vigore per i cittadini italiani).

Tutto passa senza tanto clamore. L’anno scolastico è in corso, se ne riparlerà a settembre dell’anno successivo. E infatti oggi se ne riparla, e non poco. Il caso esplode. Qualcuno, sottovoce, parla di laboratorio Lodi. Fin da subito si comprende che dietro alla guerra di carte bollate, si gioca una partita politica tutta leghista e con un obiettivo chiaro: cacciare dalla scuola gli stranieri. E che la road map sia questa lo si comprende dalle carte e dagli obblighi: i documenti richiesti, infatti, sono da cercare al catasto dei vari Paesi, operazione quasi impossibile, costosa e da rifare ogni anno. In più non si chiede di certificare l’assenza di proprietà in una singola città, ma in tutto il territorio dello Stato di origine. Alla data del 7 settembre scorso, per il solo servizio mensa sono state presentate in Comune 132 domande: di queste 3, con documentazione ritenuta completa o ancora da valutare; 129 sono state invece rifiutate. Se si considera anche il servizio scuolabus, le domande salgono a 255. La delibera prevede una deroga solo per quattro Paesi per cui si ritiene impossibile avere accesso a tali documenti: Afghanistan, Libia, Siria, Yemen. Per definire questi Stati, è stato interpellato il ministero degli Esteri, che non ha risposto. Così il criterio scelto dal sindaco si basa su una lista di Paesi a rischio, stilata dalla società londinese Ihs Markit, ma sulla base di questioni relative agli scambi commerciali che non si capisce cosa centrino, come hanno sottolineato le opposizioni.

Niente documenti, niente mensa, insomma. “Chi vuole la tariffa agevolata per le prestazioni legate alla scuola deve portare la documentazione richiesta”, minimizza il sindaco. “Come deve fare chiunque. Loro, a maggior ragione, se vogliono integrarsi, qualche sforzo dovranno pur farlo, no?”. E intanto incassa la fiducia del governatore lombardo Attilio Fontana e dell’assessore regionale al Territorio, Pietro Foroni. Ma non pare il classico adagio leghista, “Prima gli Italiani”. Qui siamo al niente più bimbi stranieri a scuola, perché se la delibera non dovesse cambiare, il risultato è certo. E non è cosa da poco, fa notare un dirigente scolastico di Lodi che chiede l’anonimato. “Noi abbiamo il tempo pieno alle elementari, e la mensa è parte integrante del percorso didattico: è un obbligo oltreché un diritto”. E così Lodi, dopo la bufera giudiziaria sui comitati d’affari che ha portato a processo l’ex sindaco Pd Simone Uggetti, ora si ritrova agli onori delle cronache come città razzista e poco incline all’integrazione.

“L’anno scorso pagavo 1,20 euro al giorno per la mensa, ora dovrei pagarne oltre sei”. Saber viene dall’Egitto, è in Italia dal 1999. “Fino al 2013 ho sempre lavorato e ho sempre pagato le tasse qui, non certo in Egitto. Oggi vivo con un contratto di 16 ore settimanali, circa 800 euro al mese, finchè dura”. In casa, la moglie e tre bambini. Per ognuno, c’è la mensa e lo scuolabus che, con le tariffe più alte, costa 220 euro al mese per il primo figlio, 110 per il secondo, 95 per il terzo: 425 in totale ogni mese. Mohammed, di figli, ne ha uno. Attualmente in cassa integrazione, a volte lavora a Montanaso lombardo. “Anche mia figlia per ora porta il pasto da casa… non possiamo permetterci diversamente”.

Ma dalla prossima settimana, forse, niente più schiscetta in tutte le scuole di Lodi. Non che il pasto da casa verrà vietato in via generale, ma bisognerà seguire direttive precise imposte dall’Azienda sanitaria lombarda: “Dovrà anche essere valutata la modalità e il luogo di conservazione degli alimenti in attesa di essere consumati”, si legge. Ci vogliono insomma i frigoriferi. E i frigoriferi vanno comprati, e dunque? Il Provveditore scolastico di Lodi Iuri Coppi giovedì scorso, durante un incontro con i dirigenti delle varie scuole, ha proposto di imporre al Comune l’acquisto degli strumenti per la conservazione del cibo, perché non si può mandare a casa i bambini, soprattutto quelli di prima elementare, che iniziano ora il loro viaggio scolastico: è il suo ragionamento.

Le mamme di bimbi stranieri restano pessimiste. “Così andrà a finire che mio figlio a scuola non ci andrà – inizia Aisha, mamma egiziana di tre figli – e dovrò andarli a prendere, portarli a casa, farli mangiare, riportarli in classe”. Il tutto senza scuolabus, perché pure per quello dovrebbe pagare la retta massima. Le storie si accavallano una dopo l’altra. Si parla seduti ai tavolini dell’associazione Al Rahama, in via Borgo Adda. Sono le 10 del mattino. Oltre ai genitori, ci sono alcuni bambini che oggi a scuola non sono andati. L’associazione è elemento di raccordo per le famiglie, tante, almeno 150, che stanno protestando. Sono arrivati fin sotto il Comune, sabato scorso, in piazza. Breve incontro col sindaco e fumata nera: Sara Casanova va per la sua strada. Partono così i ricorsi, non al Tar, ma al Tribunale ordinario di Milano: azione civile contro la discriminazione, una discriminazione su basa etnica, dicono i legali dell’Asgi, l’associazione studi giuridici sull’immigrazione, e del Naga. Si punta il dito proprio sulla legge, applicata in modo erroneo, secondo Asgi e Naga che stanno raccogliendo i ricorsi. La legge a cui si fa riferimento è il Decreto della presidenza del Consiglio dei ministri (Dpcm) del 2013, in relazione alla dichiarazione dell’Indicatore della situazione economica equivalente-Isee, dove si prevede che l’autocertificazione valga sia per gli italiani sia per gli stranieri: “Senza alcuna distinzione”. Lo dimostra anche il caso di Voghera, altra città lombarda, dove nel 2013 una delibera identica a quella di Lodi era stata approvata, salvo poi essere modificata proprio in virtù della nuova disciplina statale in materia di Isee (il Dpcm del 2013) secondo cui le componenti reddituali – patrimonio all’estero compreso – vengono assoggettati ad autocertificazione.

I ricorsi a Lodi sono già partiti, e se il Comune dovesse perdere rischierebbe la bancarotta. Ma il sindaco prosegue: “La legge italiana non ammette autocertificazioni”. E il Dpcm del 2013? Chi ha ragione si vedrà. Nel frattempo il Comune ha già deliberato una cifra importante – circa 10 mila euro – per la difesa legale. Segno che qualche dubbio ai piani alti di piazza Broletto esiste.

Nell’attesa di una soluzione, resta il dato: oggi molti bambini a Lodi vengono discriminati, e rischiano di non andare più a scuola. Pur essendo nati qui, in Italia. Il Coordinamento uguali doveri, che riunisce opposizioni e società civile contrari all’iniziativa del sindaco, chiede alle famiglie comunque di iscriversi nella fascia più alta. Al denaro ci penserà un conto corrente comune. Il segnale che non tutta Lodi sta con il sindaco. Come il gruppo di genitori italiani che ha lanciato una raccolta firme contro la delibera, o gli hacker di AnonPLus che giovedì mattinata hanno bucato il sito della Provincia “chiedendo – si legge su Twitter – di prendere provvedimenti verso la sindaca del comune di Lodi che se la prende con i bambini”. Il primo cittadino del Carroccio di discriminazione e scelte criticabili pare intendersene. Oltre al caso mense, a inizio anno ha modificato il regolamento della Polizia locale allargando il Daspo urbano anche ai venditori ambulanti di fiori e di accendini. L’8 marzo scorso, per esempio, per la festa della donna, vigili in borghese hanno sequestrato 200 mazzi di mimose, e comminato multe per 3mila euro. L’intera vicenda è stata oggetto di conferenza stampa con le mimose esposte sul tavolo come panetti di cocaina colombiana purissima. Fiori e bambini. Qualcosa qui a Lodi non pare funzionare.