Diamoci una scossa! Il Toninelli sismico

Il dirigente grillino Danilo Toninelli, com’è noto, ha alcuni problemi nella gestione del suo ministero, che sarebbe quello non secondario delle Infrastrutture e Trasporti: decreti approvati che spariscono per giorni, una certa predisposizione per gaffe e nomine che gli si ritorcono contro, relazioni diciamo complesse col collega Matteo Salvini sulla questione dei porti di sbarco per i migranti e, ultima ma non ultima, una passionaccia (non corrisposta) per battute e giochi di parole. Ha avuto una sua relativa notorietà ad esempio il suo post, poi cancellato, su Instagram che annunciava al popolo l’avvenuto taglio dei capelli: “Ho revocato la revoca della concessione al mio barbiere”. Puro Macario, che però – va detto – non faceva il ministro e non si occupava di un ponte crollato e delle sue 43 vittime. Ma il comico è un demone che non si lascia facilmente ingabbiare e ieri il ministero del nostro ha avvisato l’orbe terracqueo che mercoledì a Roma si terrà una conferenza stampa per presentare la Prima giornata nazionale di prevenzione sismica. Iniziativa meritoria infelicemente titolata “Diamoci una scossa!”. Pare che il merito, diciamo, della trovata sia dell’ordine degli ingegneri: fossimo in Toninelli non revocheremmo loro la revoca della concessione da battutisti.

La Caltafesta del giornale “indipendente”

L’editore Francesco Gaetano Caltagirone – primo costruttore e immobiliarista di Roma, cementiere, banchiere, assicuratore, CdA Acea, 3 quotidiani nel carniere – ha voluto festeggiare alla grande giovedì a Cinecittà i 140 anni del “suo” Messaggero definito “indipendente economicamente e intellettualmente.” Indipendente da chi? Da tutti, da lui. La platea di alte cariche, di banchieri, assicuratori, palazzinari non poteva che applaudire, anche se la cosa le sembrava un po’ ardua.

È sempre stato così? Caltagirone si è risposto fieramente di no, ricordando “un episodio di molti anni fa”. Nel 1973 quando “la redazione impedì fisicamente, con la forza, al neo-direttore Barzini jr di mettere piede” al Messaggero acquistato al 50 % da Edilio Rusconi. Ovviamente si è ben guardato dal dire che Rusconi era l’editore di fiducia della Dc nella cui area sarebbe finito il giornale di Roma. Esso aveva da due d’anni riacquistato, un secolo dopo, l’autonomia dei suoi fondatori, di area radicale. Secondo l’editore-costruttore-banchiere-assicuratore-cementiere, i giornalisti di allora erano “permeabili ai loro referenti politici, secondo le convenienze del momento”. Banderuole, insomma. Che contavano però se, sostenendo con forza il No all’abrogazione del divorzio voluto dai clericali, concorsero al suo successo clamoroso, anche in borgata, con una festa di folla memorabile al Tritone. Quanto al divorzio in sé, ma non è servito anche in casa Caltagirone, a lui e alla figlia? Quella linea – spregiata dall’attuale padrone – laica-democratica-antifascista, resse per un quindicennio circa. Caltagirone ha fatto sfoggio di citazioni, da Weber a Seneca, il filosofo stoico al quale deve essere particolarmente affezionato, se ha creato anni fa in joint-venture un Fondo immobiliare Seneca.

Le celebrazioni caltagironiane hanno offeso tanti giornalisti passati da via del Tritone fra 1972 e 1986, che ricordano con affetto un quotidiano in grande espansione, nelle vendite e nella pubblicità, stimato dalla gente, e hanno pensato di reagire. Una prima reazione in verità c’era stata giorni fa quando erano deceduti due giornalisti di spicco, l’inviato e scrittore Dido Sacchettoni e l’esperto di Usa Stefano Trincia. Il primo rimasto due giorni senza un necrologio sul suo giornale per vent’anni e il secondo liquidato in poche righe: oltre 110 redattori ed ex, compresi alcuni ex direttori, avevano sottoscritto due necrologi chiaramente polemici verso l’attuale Messaggero.

Un gruppo di quegli ex ha pensato bene di unire le forze per rivitalizzare in forma aggiornata la combattività, lo spirito di un tempo in una sorta di super-blog che si chiama “È la stampa, bellezza! La vera storia del Messaggero in anni di autonomia e libertà di informazione”, anni conquistati dalle redazioni mobilitate, con l’appoggio di Fnsi e sindacati. Anni neri per Caltagirone. Anni belli per giornalisti e lettori.

In Rete da oggi, contiene una introduzione storica generale e articoli dal 1943-44 (W L’Italia libera! il titolo del 25 luglio) in poi. Anche in questa Italia c’è chi reagisce e si batte. Fra gli autori, Giancarlo Baccini, Stefania Conti, Vittorio Emiliani, Gianni Giovannetti, Oliviero La Stella, Marida Lombardo Pijola, Giuseppe Loteta, Fabio Martini, Mauro Piccoli, Vittorio Roidi, Nando Tasciotti.

I soldi per i Giochi 2026? Li mette il Credito Sportivo

Un “prestito olimpico” (e di Stato) per permettere a Milano e Cortina di avere i loro Giochi anche senza il sostegno diretto del governo. Dopo il ritiro (almeno momentaneo) di Torino, il diktat del M5S è chiaro: “Lo Stato non ci metterà un euro”. E su questo rischia di naufragare la candidatura: Lombardia e Veneto proveranno ad andare avanti da sole, la Lega non vuole abbandonarle ma la strada è tutta in salita. Serve comunque un via libera di massima dall’esecutivo, soprattutto serviranno almeno 400 milioni. Così spunta una possibile soluzione: si chiama Istituto del Credito sportivo. La banca dello sport, controllata dal ministero dell’Economia, è pronta a sostenere il sogno a cinque cerchi.

La candidatura italiana ai Giochi invernali 2026 prosegue grazie all’iniziativa autonoma di Lombardia e Veneto, ma senza Torino, che non era disposta ad accettare la leadership di Milano pretesa da Beppe Sala. E quindi senza il prezioso contributo economico del governo. Su questo i 5stelle (con Luigi Di Maio in testa) sono categorici: del resto per loro finanziare i Giochi nelle due città dove non governano sarebbe una sconfitta. Fontana e Zaia si dicono tranquilli, ma trovare tutti quei soldi non sarà uno scherzo. Per questo l’ideale sarebbe recuperare Torino: infatti da Malagò in giù continuano gli appelli a Chiara Appendino a ripensarci. Lei per ora tira dritto.

Non è un momento semplice per la sindaca, che rischia di perdere i Giochi a vantaggio della rivale Milano (e indebolirsi nell’opinione pubblica), ma deve fare i conti con la sua maggioranza in Comune, scettica sull’evento. Non a caso ieri ha ricevuto la visita “consolatoria” di Beppe Grillo, che le ha ribadito la sua fiducia: “Chiara è fantastica”. E anche il ministro Toninelli ha continuato a difendere Torino: “Sono convinto che fosse la scelta migliore, l’idea delle tre città era caotica”.

Il tridente, insomma, resta una chimera: “Le città non accettano il protocollo d’intesa, la vicenda per me è chiusa”, taglia corto Giorgetti. Salvo sorprese, il Coni farà un ultimo tentativo con Milano-Cortina. Il Cio chiede garanzie entro l’11 gennaio: l’impegno del governo servirà comunque, ma su questioni di carattere generale (rispetto dei diritti umani, libera circolazione delle persone, laboratori antidoping, ecc.) che non comportano oneri e su cui il M5S potrebbe anche chiudere un occhio. Il problema sono le garanzie economiche: quelle, se non cambierà il quadro politico, dovranno firmarle le Regioni. E poi bisognerà trovare i soldi veri: circa 400 milioni secondo le stime (al ribasso) del dossier, una bella cifra per un bilancio regionale.

È qui che può entrare in gioco il Credito sportivo, una sorta di Cassa depositi e prestiti (che ne detiene anche una quota minore) dello sport: partecipato all’80% dal ministero dell’Economia (poi Coni al 6,7% e altri piccoli azionisti), ha la funzione di finanziare impianti e iniziative sportive. Appunto quello che farebbe in questo caso: le Regioni forse non hanno i soldi necessari a organizzare un’Olimpiade, l’Ics, che vanta un patrimonio di un miliardo di euro e un giro di investimenti di 300 milioni l’anno, sì. L’istituto anticipa, le Regioni spendono, fanno i Giochi e poi restituiscono con comodo: tasso zero (c’è un fondo finanziato dal ministero per abbattere gli interessi), piani magari legati alla redditività degli impianti post evento, mutui trentennali.

L’idea è ancora solo in embrione: presto per scendere nei dettagli (se ne parlerà eventualmente dopo la vittoria), ma circola già a Palazzo Chigi e avrebbe il pieno appoggio del presidente Andrea Abodi, che è stato nominato dall’ex ministro Lotti ma ha stretto rapporti col sottosegretario Giorgetti. Del resto il piano è coerente con le funzioni dell’istituto, che sta già facendo qualcosa di simile proprio con Cortina, in vista dei Mondiali di sci 2021 (per cui ha anticipato i ricavi del contratto con la Federazione internazionale e gli investimenti per le opere pubbliche).

Così l’aiutodello Stato c’è ma non si vede: le Regioni ricevono le risorse, formalmente però si tratta solo di un prestito. Anche il M5S, che di contributi pubblici non ne vuole sapere, non potrebbe avere molto da ridire. Certo, resta il tema di fondo del sostegno politico ai Giochi (Toninelli ha annunciato un prossimo Consiglio dei ministri per trovare una linea comune con la Lega, favorevole all’evento): il governo dovrà comunque impegnarsi, basta poco a uccidere definitivamente la candidatura. Ma più ostacoli si superano (quello economico è il principale), più motivi di contrasto all’interno della maggioranza si eliminano, più aumentano le speranze del Coni. Con una banca (pubblica) alle spalle anche le Olimpiadi dell’autonomia diventano possibili.

Rai, il cda designa Foa (di nuovo) presidente. Mercoledì nuovo voto

E adesso è ”Foa 2, la vendetta”. Marcello Foa è stato designato per la seconda volta presidente della Rai. In Cda ieri ha avuto il consenso di 4 consiglieri su 7. Salini, Rossi, De Biasio e Coletti hanno detto sì, Borioni ha votato contro (con tanto di diffida al Cda a procedere alla votazione), mentre Laganà, il consigliere espresso dai dipendenti, si è astenuto. Foa, invece, non ha partecipato al voto. Per il passaggio finale ora la palla torna alla commissione di Vigilanza, che mercoledì si riunirà prima per l’audizione al presidente designato (chiesta da Forza Italia) e poi per il voto. Al contrario del 1° agosto, quando venne bocciato, questa volta il giornalista italo-svizzero potrà contare su 29 parlamentari, più dei due terzi necessari per essere eletto (26). La differenza la fa il sì di Forza Italia, grazie alla retromarcia di Berlusconi, convinto alla fine da Salvini, con un patto messo a punto nei due incontri di domenica e giovedì scorsi. Duri il Pd e gli altri partiti di opposizione. “Il voto è illegittimo, faremo ricorso”, avvertono dal Nazareno. Dove si sottolinea pure, dice Orfini, “l’avvenuto ingresso di M5S nel centrodestra guidato da Salvini” o “l’ingresso di Fi nella maggioranza gialloverde”.

Martina va dai bersaniani, ma tutti ancora pensano a Renzi

“Il problema è questo tempo di mezzo: se è bello, la gente viene; se piove pure: la gente si attrezza. Se invece non si capisce, non si fa vedere”. Nel gruppetto di dirigenti che si aggira per la Città dell’Altra economia per la festa di Mdp a Roma, l’emozione più tangibile è l’incertezza. In programma c’è un congresso ma non è ancora stato indetto: gli ex Pd aspettano di capire le mosse dei Dem, spera che il congresso (quello loro) si faccia, magari Nicola Zingaretti diventi segretario e scelga di riaccoglierli. Il percorso è tutt’altro che lineare: parte di Mdp non è d’accordo, la base è perplessa. Lo stesso governatore del Lazio nicchia: per dire, alla Festa non viene.

“Siete qui per dirmi che vi alleate?”, prova a chiedere Lucia Annunziata dal palco. Risposte vaghe. “Quello che è accaduto tra noi non va dimenticato, ma dobbiamo andare avanti”, dice Martina. E Speranza: “Sono contento che Maurizio sia qui”. Dubbio tangibile: il segretario del Pd conta qualcosa? I due, comunque ,un tentativo di avvicinamento lo fanno: “E’ arrivato il momento di dire ‘abbiamo sbagliato”, insiste Speranza. Dobbiamo fare opposizione insieme”. Martina allarga: “La dinamica parlamentare deve trovare una misura con i Cinque stelle inchiodandoli alle loro responsabilità. Non mi basta Fico”. Non si va lontano. Tutto il resto, è Renzi: il dibattito si annoda su renzismo, anti-renzismo. E la platea è in linea: si infiamma davvero solo attaccando il fu segretario. Martina a un certo punto (quasi) s’arrabbia: “Sono contento di vedervi così interessati al congresso del Pd. Ma pensate anche al vostro. Se facciamo i nomi e i cognomi ,ognuno ha il suo”. Parla di D’Alema? Il pubblico rumoreggia, poco convinto. L’assente Renzi è ultra presente. Nel frattempo arriva Fico. Speranza e Martina lo accolgono (sul palco) come una specie di messia, lui ringrazia e non s’espone. Ammesso che ci sia, la strada è lunga.

Aspettando Bannon, la destra archivia B. e si rassegna a Salvini

Dialogo tra due uomini, un ingegnere anziano e un avvocato giovane, alle ventitreesima fila dell’area coperta Carlo Magno. È la festa di Atreju, cioè i sovranisti di Giorgia Meloni, all’Isola Tiberina di Roma. I due dopo aver parlato di appalti, consulenze e difficoltà nel fare il “nero”, il “black” per la precisione, si concentrano finalmente sul programma dei dibattiti.

L’avvocato giovane: “Domani (oggi per chi legge, ndr) la cosa più bella è Bannon nel pomeriggio, dobbiamo partire subito dopo pranzo (i due arrivano dalla provincia di Roma, ndr).

L’ingegnere anziano: “E chi è Bannon?”.

Il giovane: “È il nostro stratega mondiale, noi siamo sovranisti”.

L’anziano, che nel frattempo si alza e grida “Vai Mario” a Mario Giordano: “Sovranisti?”.

Il giovane: “Sì sovranisti, adesso dobbiamo fare il polo sovranista, hai capito?”.

L’anziano, rassegnato: “Ho capito”.

All’Isola Tiberina spira dunque un forte vento sovranista, almeno fino a domani. Tutto è sovrano, dall’identità alle infrastrutture: ci sono anche sagome di cartone di Juncker e Macron, per consentire selfie sbeffeggianti contro l’odiata tecnocrazia dell’Unione Europea. E il tic sovranista talvolta conduce all’atavica nostalgia per Lui.

Ignazio La Russa è tornato convinto camerata dopo gli anni grassi del potere gestito da convinto moderato se non democristiano di An, purificatosi nel lavacro di Fiuggi: “Atreju ha superato i vent’anni che è la durata media dei regimi importanti”. Risate. Non tutto scorre, come il Tevere qui accanto.

È il dibattito inaugurale della festa. Con La Russa ci sono due governatori: il forzaleghista Giovanni Toti dalla Liguria e il camerata gentiluomo Nello Musumeci dalla Sicilia. Il loro moderatore è Maurizio Belpietro, investito da Meloni come “uno dei giornalisti più liberi d’Italia”. Il tema è vasto e impegnativo: la rifondazione del centrodestra. Belpietro è un osso durissimo, vorrebbe almeno un titolo decente, non buttarla in caciara come si dice a Roma. Chiede a Toti: “Almeno il partito unico tra Forza Italia e Fratelli d’Italia lo volete?”.

Dal pubblico si alzano tanti “nooooooo” e Toti si schermisce: “Io posso parlare solo per me, né per Fratelli d’Italia e neanche per Forza Italia”. Va bene. E allora? Il governatore ligure se la cava con una generica “cosa nuova”. Evoca così, inconsapevolmente, il tormentato dibattito che preparò a sinistra la fondazione del Pd, zeppo di “Cose”.

E quando poi Musumeci pronuncia la parola “centrodestra” si scatenano le forze della natura. Un tuono scuote il tendone dell’area e i flutti del Tevere diventano assordanti. Cade la pioggia e l’acqua benedice l’invocazione di La Russa: “Ci vuole un bagno di umiltà”. Appunto.

In realtà, nessuno dei presenti può prevedere o decidere qualcosa. Il vero padrone è Matteo Salvini, che stamattina sarà ad Atreju intervistato da Enrico Mentana. In un’ora e mezza, Silvio Berlusconi non viene degnato nemmeno di una citazione. Alcuni parlamentari di FdI fanno la sintesi del vertice dell’altro giorno a Palazzo Grazioli: “I rapporti tra Giorgia e Matteo sono buoni ma poi Salvini scompare per mesi. Ha una simpatia eccessiva per Di Maio”.

Incassato l’accordo per le Regionali nessuno osa pensare a quello che accadrà alle Europee, dove si correrà divisi. E una Lega al 30 per cento è vista come un incubo. Salvini è già padrone adesso. Figuriamoci col trenta.

Decreto Sicurezza, ora Salvini va allo scontro con il Quirinale

Sarà il primo decreto a portare il suo nome. E il ministro dell’Interno ha tutta l’intenzione di costruirci sopra un altro pezzo della sua campagna elettorale permanente. Il “dl Salvini” si occuperà di sicurezza e immigrazione: i testi – unificati in un unico provvedimento – dovrebbero approdare nel Consiglio dei ministri programmato per lunedì. Ma il cuore della faccenda sta tutto alla settima riga del comunicato diffuso ieri dal Viminale: “Nelle ultime ore – scrivono – non c’è stato alcun cambiamento nella sostanza dei provvedimenti. I testi hanno subìto solo delle limature, per rispondere ai requisiti di necessità e urgenza”. Il chiarimento non richiesto ha un destinatario preciso e porta il nome di Sergio Mattarella. Non sono piaciute, al leader della Lega, le “interlocuzioni” tra il Quirinale e i suoi uffici. E nemmeno è stata gradita la moral suasion che nelle ultime ore è stata esercitata da più fonti. Così ha deciso di chiarire subito che sul “decreto Salvini” è disposto ad andare allo scontro anche con il Capo dello Stato.

Non che in questi 100 e passa giorni di governo siano mancate le tensioni tra il vicepremier leghista e il presidente della Repubblica, dal caso Aquarius alla Diciotti, fino al mancato incontro per discutere dei 49 milioni sequestrati al Carroccio. Ora però tira aria da resa dei conti finale. I dubbi del Colle riguardano soprattutto alcuni punti del decreto considerati a rischio costituzionalità: la revoca della cittadinanza agli stranieri considerati “minaccia per la sicurezza nazionale”, l’abrogazione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari e l’ampliamento dei reati che provocano la revoca del permesso di rifugiato. Timori che agitano gli stessi Cinque Stelle. Ma se il Quirinale sperava che fossero gli alleati di governo ha intervenire su Salvini, Mattarella è già stato costretto a ricredersi: sono troppo presi dalla partita del reddito di cittadinanza per aprire un altro fronte con il compagno di governo. Così, al contrario, sono diventati gli stessi grillini gli ufficiosi sostenitori dei rilievi del presidente. Sarebbero stati i Cinque Stelle – o almeno questa è la versione che lasciano filtrare – a sottoporre all’attenzione del Colle le bozze del testo che, al contrario, il ministro dell’Interno si era ben guardato da recapitare al Quirinale. Finora, la linea scelta da Mattarella è stata sempre quella di evitare lo scontro diretto con Salvini, anche per non fargli gioco. “Non vedo ostacoli”, ha detto ieri il ministro dell’Interno dopo l’incontro con Luigi Di Maio e il premier Conte. Forse stavolta dovrà guardare un po’ più in alto.

Raggi: “Da Conte via libera a poteri speciali per Roma”

Ha ottenuto il via libera “a poteri speciali” per Roma. Ma al premier ha anche presentato una serie di proposte, tra cui la creazione di una cabina di regia permanente con il governo e la reintroduzione di Imu e Tasi sulle case sfitte o invendute. “È andata molto bene”, assicura la sindaca di Roma Virginia Raggi dopo l’incontro a Palazzo Chigi con Giuseppe Conte. Tanti i temi sul tavolo, a partire dal bando delle periferie, centrale per il Campidoglio, che ha presentato sette progetti per 18 milioni. E al riguardo Raggi assicura: “Abbiamo chiaramente parlato del bando, Roma sta svolgendo un ruolo di interlocuzione importante e sono certa che si troverà presto una soluzione importante”. Ma si è parlato anche molto di politiche abitative, secondo la sindaca: “Ho suggerito sia misure per reintrodurre Imu e Tasi sulle case sfitte e invendute, sia una misura interessante per sconfiggere la piaga degli affitti in nero”. Infine, il tema dei poteri speciali: “Abbiamo chiesto che Roma debba avere uno status come tutte le altre Capitali. E abbiamo parlato della possibilità che questo percorso sia affiancato da un comitato di saggi costituzionalisti”.

“Evitate i bus nelle ore di punta”: l’avviso è per gli immigrati

Un cartello invita i migranti richiedenti asilo a “non utilizzare i mezzi pubblici” nelle ore di punta quando a bordo di bus e treni ci sono “persone che vanno e tornano da scuola e da lavoro”: accade a Pelago, un paese vicino a Firenze, nella Val di Sieve. La denuncia è di Potere al Popolo (Pap) che accusa il sindaco Renzo Zucchini di aver chiesto alla cooperativa che gestisce l’accoglienza di invitare i migranti ospiti a cambiare orario. Il sindaco: ”Non ho mai chiesto alla cooperativa di apporli né tantomeno ho chiesto di creare una corsa apposta per i migranti. Come ogni anno abbiamo monitorato le necessità sui trasporti per eventuali raddoppi di corse”. Il cartello indica gli orari maggiormente affollati dai pendolari: 7.30-8.30, 13-14, 17-18. Ma, spiega Massimo Cappelli, responsabile accoglienza della coop Cristoforo, “volevamo consigliare ai nostri ospiti che, qualora avessero voluto utilizzare i bus su quella linea, per la riapertura delle scuole forse avrebbero trovato mezzi molto più affollati. Consigliavamo di scegliere altre fasce, senza alcuna limitazione”. Cappelli aggiunge che “il foglio, appeso da un operatore senza l’autorizzazione, ha generato interpretazioni errate. Ci scusiamo del disguido”.

“Abbiamo dato troppa voce ai razzisti. Ormai le loro idee ci sembrano normali”

Salman Rushdie e la temutissima critica del New York Times, Michiko Kakutani, sono concordi: Sunjeev Sahota è un talento cristallino. Classe ’81 e sangue inglese, con L’anno dei fuggiaschi è stato finalista al Man Booker Prize, già in corso di pubblicazione in quindici Paesi. Sahota è fra gli ospiti internazionali di PordenoneLegge (oggi incontra i lettori presso l’Auditorium della Regione alle 17.30), raccontando le vicissitudini di Randeep, Avtar e Tochi, tre ragazzi indiani alla ricerca di un futuro in Inghilterra, una terra promessa in cui poter ricominciare daccapo. Ma il loro karma non muta e faranno i conti con lavori massacranti da irregolari, brutali umiliazioni e un cinismo contagioso. La forza di Sahota è proprio la capacità di raccontare i lati nascosti di ogni migrazione, ciò che siamo disposti a fare pur di sentirci finalmente liberi, rischiando di smarrire l’umanità.

Tre giovani ragazzi lasciano l’India pieni di speranza. Ma non ci sarà nessun lieto fine ad attenderli…

Ciascuno compie un proprio percorso. La nuova realtà costringe Randeep a riconoscere la violenza che porta dentro di sé, una presa di coscienza che sancisce il passaggio all’età adulta. Tochi, invece, finisce per abituarsi alla quotidianità massacrante, la vita per lui è una marcia inesorabile. Avtar è il personaggio che più di tutti mi spezza il cuore: inizialmente è il più determinato a lavorare senza risparmiarsi ma si indurisce rendendosi conto della distanza che separa le sue aspettative dalla realtà, diventando rancoroso e cinico.

Oggi si definirebbe un cittadino inglese pienamente integrato?

Non saprei dire cosa significa davvero ‘sentirsi inglese’. Mi sento come un uomo, un marito, un padre, un figlio, un amico e uno scrittore, forse questo è il mio modo di dire che non provo un forte senso di appartenenza nei confronti di una nazione. Il mio posto è alla mia scrivania o con la mia famiglia.

Cosa accadrà con la Brexit?

Il Regno Unito, per molto tempo, è stato il bambino capriccioso dell’Unione europea. Spero che la Brexit, se diverrà realtà, permetta all’Europa di sbocciare appieno.

Nel frattempo si moltiplicano i casi di razzismo in Inghilterra – e in Italia – fra pregiudizi e populismo. Cosa sta succedendo?

È stata data voce a razzisti, ai fascisti e ai suprematisti bianchi. Le loro idee vengono dibattute invece di essere denigrate, così facendo quelle opinioni vanno incontro a un processo di normalizzazione, entrano di diritto nella cultura mainstream. Sono molto preoccupato per l’avvenire.

Raccontando le storie di Randeep, Avtar e Tochi, si è chiesto se sia davvero possibile bloccare le migrazioni?

Migrare rientra tra i diritti umani, accade dalla notte dei tempi. Credo non ci sia alcun modo per fermarle, a meno che i paesi d’arrivo smettano di essere considerati una meta allettante per i potenziali migranti. Ma non accadrà.

Spesso i libri di area anglofona si concentrano su questioni di identità culturale. Come mai lei ha scelto di sottolineare le condizioni economiche disperate che molti lavoratori migranti devono affrontare?

La mia idea è che gli scrittori debbano scrivere di ciò che conoscono (o di ciò che pensano di conoscere). Le migrazioni appartengono alla storia recente della mia famiglia e sono state segnate dal duro lavoro, dal sudore, dalle fabbriche e dallecase con due camere da letto occupate da tredici persone. Volevo conferire dignità a queste storie nascoste, non limitarmi a riempire uno spazio vuoto su uno scaffale.