“Basta parlare solo di migranti, il Paese ha bisogno di altro”

“Stiamo lavorando molto e bene, ma non si fa che parlare di immigrazione, che è solo una piccola parte dell’azione dell’esecutivo. Però un Paese non lo rilanci fermando due barche: e bisogna puntare su altro, a cominciare dal turismo e dalla cultura”. Massimo Bugani, consigliere comunale a Bologna, vicecapo della segreteria di Luigi Di Maio a Palazzo Chigi, è un veterano del Movimento. Amico di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, è anche membro dell’associazione Rousseau assieme al figlio di Casaleggio senior, Davide.

Matteo Salvini ha incontrato di nuovo Silvio Berlusconi, assieme a Giorgia Meloni. E uscendo Berlusconi ha detto che il centrodestra è “unito” e che il governo finirà presto. Preoccupante, no?

Io direi che a preoccuparsi dovrebbe essere Berlusconi, visto che la Lega di Salvini lo sta cannibalizzando.

Sarà. Ma molti pensano che Salvini possa rompere con voi a breve termine, magari dopo le Europee, visto che i sondaggi lo danno al 30 per cento. Sospetto legittimo, no?

Io credo che la maggioranza durerà. E comunque ricordo che la Lega è cresciuta del 9 per cento nei sondaggi dopo aver firmato il contratto di governo. Chi dovesse rompere il patto per l’esecutivo dimostrandosi sleale ne dovrebbe rispondere agli elettori.

Cosa avrà chiesto Berlusconi in cambio del via libera a Foa come presidente della Rai?

Nulla che possa ottenere da questo governo.

A proposito di esecutivo: contando i provvedimenti, state facendo poco o nulla.

Non è così. Partiamo dalla premessa che molte delle leggi della passata legislatura erano inutili, e che in Italia se ne fanno assolutamente troppe. Detto questo, in poche settimane abbiamo varato il decreto Dignità, che porta riequilibrio sociale, e tagliato i vitalizi. Poi abbiamo fermato il bavaglio alle intercettazioni e portato a casa accordi per salvare migliaia di posti di lavoro, a cominciare da quello sull’Ilva. E sono grato alla Lega per aver appoggiato queste nostre iniziative.

Intanto però state litigando tra voi sulla manovra, e avete messo sulla graticola il ministro dell’Economia Tria.

Ma no, stiamo solo confrontandoci. Tutti noi sappiamo che bisogna dare seguito al contratto di governo, e che bisogna varare provvedimenti essenziali come l’innalzamento delle pensioni minime a 780 euro.

Dalla Lega parlano di condono. Altro che “governo del cambiamento”.

Abbassare la pressione fiscale è una priorità. Ed è necessario fare un bagno di realismo, quando si lavora sui conti dello Stato. Ma non si può regalare nulla a chi non si è comportato bene. Dopodiché chi pensava che fosse semplice governare era un illuso. L’importante è tenere fede ai nostri principi e pensare al bene del Paese.

Per farlo serve sparare ogni giorno contro i migranti come fa Salvini e lasciare al largo per giorni una nave piena di malati?

Abbiamo dovuto prendere decisioni forti e difficili, per dare un segnale all’Europa che ci ha lasciati soli. E la nostra linea sta aprendo uno spiraglio nelle trattative con la Ue.

Di risultati concreti non se ne sono visti.

I precedenti governi non ci hanno neppure provato. E ripeto, qualcosa si sta muovendo. La Ue è un carrozzone enorme, senza regole. E difendere gli interessi dell’Italia è un lavoro lungo e difficile.

Intanto Salvini ogni giorno parla di migranti, per continuare a salire nei sondaggi.

Lui sta lavorando con impegno e incisività. Dopodiché si parla troppo di immigrazione.

Dovrebbe dirlo al ministro dell’Interno.

Sono almeno due anni che su ogni giornale e tv si parla di emergenza immigrazione. E più se ne parla più la percezione del tema si amplifica. Ma il rilancio del Paese non passa dal fermare alcune barche al largo. C’è tanto altro da fare.

E come si rilancia il Paese?

Anche ripartendo dal turismo e dalla cultura, dalle nostre bellezze. Non lo ricordiamo mai, ma siamo il Paese di Michelangelo e di Fellini. Il nostro immenso patrimonio culturale è la nostra prima risorsa.

Ripeto, a parlare sempre di migranti è Salvini.

Non è nulla di inaspettato, lo aveva promesso in campagna elettorale, ed è la sua narrazione. Ma io voglio parlare anche di molto altro, perché è su altro che dobbiamo puntare.

Lei percepisce 80 mila euro a Palazzo Chigi ed è consigliere comunale a Bologna. La criticano per le cifre e il doppio incarico. Magari hanno ragione, no?

Io prendo 80 mila euro tassati al 43 per cento per lavorare con un leader politico che è vicepremier e guida due ministeri. E a Bologna prendo un gettone di presenza per ogni seduta consiliare. Lascio valutare ai cittadini se sia ingiusto essere pagati così per tutto questo lavoro.

Reddito solo agli italiani? Si rischia l’incostituzionalità

Mercoledì, in piena trattativa sulla manovra, il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, ha provocato il Movimento 5 Stelle sul Reddito di cittadinanza. “Sono sicuro che gli amici Cinquestelle stanno studiando una formula intelligente che lo limiti ai cittadini italiani”, aveva detto. Ieri, il vicepremier Di Maio ha replicato, in mattinata e poi la sera da Pechino: “Stiamo lavorando sulla platea”; “con i flussi migratori è logico che la devi restringere ai cittadini italiani”; “pensare di individuare una platea straniera significa che non puoi prevedere la spesa”. Il punto era già nel contratto di governo: “Uno strumento di sostegno al reddito per i cittadini italiani che versano in condizioni di bisogno”. Ma è davvero possibile riservare questa misura ai soli cittadini italiani?

Gli europei. “L’esclusione dei cittadini europei residenti sarebbe di sicuro in contrasto con il diritto dell’Ue – spiega Ennio Triggiani, professore ordinario di Diritto dell’Unione europea nel Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari Aldo Moro – sia in base a norme di carattere generale, dalla Carta dei diritti fondamentali al trattato sul funzionamento dell’Unione, sia in base a tutta una serie di direttive”. La non discriminazione per nazionalità è uno dei principi fondamentali dell’Ue. “Si parla di reddito di cittadinanza ma esiste la cittadinanza dell’Ue, con i diritti e i doveri che ne derivano”. Nel 2012, la provincia di Bolzano, nella concessione degli alloggi popolari, aveva esercitato una discriminazione basata sulla nazionalità e “l’Italia fu condannata dalla Corte di Giustizia europea”. Si possono prevedere vincoli stringenti, oltre alla residenza? “La Corte di Giustizia Ue si è quasi sempre espressa contro”. E infatti Il testo originario del disegno di legge sul reddito di cittadinanza presentato in Senato prevede che ne hanno diritto “soggetti in possesso della cittadinanza italiana o di Paesi dell’Ue” e “soggetti di Paesi che hanno sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale”.

Extra Ue. Il reddito non si può negare ai familiari extra-Ue di cittadini europei, né ai rifugiati e apolidi. “L’obiettivo del loro status non è la residenza, ma l’integrazione piena”, spiega il docente. Vale lo stesso per i permessi di soggiorno di lunga durata. “Potrebbero esserci esclusioni che riguardano stranieri extra Ue che non abbiano un permesso di soggiorno consolidato, ma si tratterebbe di eccezioni”. Al trattamento dei cittadini Extra-Ue sono dedicate specifiche direttive dell’Ue che tutelano i titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo, di permesso unico di lavoro (da rinnovare ogni due anni), di protezione internazionale, del permesso per attesa occupazione (che dura un anno) e i familiari di cittadini dell’Ue. A spiegarlo è Marta Lavanna, avvocato dell’Associazione per gli Studi Giuridici dell’immigrazione: “La Corte costituzionale ha inoltre già fatto notare – con sentenze per l’assegno sociale o gli assegni per le disabilità – che i requisiti per accedere alle prestazioni contro la povertà, che quindi richiedono un reddito inferiore a una certa cifra, contrastano spesso con i requisiti per avere il permesso di lunga durata (un reddito superiore a una certa soglia). Con la conseguenza che raramente chi ha il permesso di soggiorno riesce ad accedere ai sussidi per la lotta alla povertà”.

Il lavoro. Vincenzo Martino è invece il vicepresidente di Agi, l’associazione degli Avvocati giuslavoristi italiani. “Il rischio di incostituzionalità è alto. In base ai princìpi costituzionali, e in particolare all’articolo 3, non si giustifica un trattamento differenziato basato sulla nazionalità. Tanto più che il provvedimento, rispetto alle ipotesi pre-elettorali’, per necessità di copertura finanziaria sarà ridimensionato a sussidio temporaneo finalizzato alla riqualificazione e al reinserimento lavorativo”. Un po’ come l’attuale Naspi, l’indennità di disoccupazione limitata ai lavoratori dipendenti. “È difficile immaginare, a parità di situazione, che un extracomunitario con regolare permesso di soggiorno, che abbia svolto attività lavorative autonome o dipendenti, versando regolarmente i contributi (che per tutti gli extracomunitari, ricordiamolo, superano gli 8 miliardi di euro l’anno), sia poi escluso da una prestazione previdenziale o assistenziale riconosciuta solo agli italiani”. La Corte costituzionale ha già dichiarato illegittime discriminazioni in qualche misura simili, per esempio in tema di accesso ai servizi pubblici o alle graduatorie di assegnazione abitativa o per ottenere agevolazioni tariffarie. “Direi che solo l’esclusione degli extracomunitari irregolari appare giustificata e idonea a superare eventuali giudizi di legittimità costituzionale. Naturalmente per un giudizio preciso bisogna attendere di leggere la norma”.

Le cause. Nei mesi scorsi, ad esempio, la Corte di Giustizia dell’Unione europea è stata chiamata a dirimere una causa tra Inps e una donna straniera residente a Genova ma titolare di un permesso di lavoro superiore a sei mesi. Le avevano respinto la richiesta dell’assegno per i nuclei familiari numerosi. In primo grado, racconta l’Huffington Post, il Tribunale aveva dato ragione all’Istituto. Il giudice d’appello aveva poi ritenuto necessario chiedere un parere alla Corte Ue per una verifica di aderenza alle regole europee. La decisione: “I cittadini dei Paesi non Ue ammessi in uno Stato membro a fini lavorativi, a norma del diritto dell’Unione e del diritto nazionale – hanno scritto i magistrati – devono beneficiare della parità di trattamento rispetto ai cittadini di detto Stato”.

Asta 5G, l’esecutivo ha già spuntato 2 miliardi in più

Il ministero dello Sviluppo economico ripone grande attesa nell’ asta per l’assegnazione delle frequenze per il 5G nella telefonia digitale. Si tratta di una vicenda che si muove sotto traccia ma da cui potrebbe arrivare al governo una riserva di ossigeno sul piano finanziario. Ieri, infatti si è conclusa la settima giornata della fase dei miglioramenti competitivi che vede protagoniste le società Iliad Italia, Fastweb, Wind, Vodafone e Telecom Italia. E ’ammontare totale delle offerte ha raggiunto quota 4,417 miliardi. La gara, nelle previsioni pubblicate a maggio dall’Agcom avrebbe dovuto valere 2,5 miliardi, mentre fino a ieri si tratta di 2 miliardi in più. Dopo l’aggiudicazione a Telecom, Vodafone e Iliad delle frequenze da 700 Mhz, la palla ora passa alle frequenze da 3700 Mhz dove al momento si colloca in testa Wind con 938,4 milioni, seguita da Vodafone con 937,35, Wind con 235,74, Iliad con 102 milioni. In ballo anche le frequenze da 26 Ghz che vede in competizione gli stessi protagonisti, destinati ormai a spartirsi il mercato. Lunedì riprenderà la seduta dedicata ai miglioramenti competitivi.

Conte, il prof del concorso e l’affidamento dell’arbitrato

L’accusa è quella di un potenziale conflitto d’interessi. Ovvero, uno dei membri della commissione che avrebbe dovuto giudicare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel concorso all’Università Sapienza di Roma, è lo stesso che gli aveva affidato un arbitrato da 27 milioni di euro. È quanto scrive l’Espresso, secondo cui il presidente della commissione che avrebbe dovuto giudicare Conte nel concorso per la cattedra di Diritto civile (a cui il premier ha poi rinunciato) è il professore Enrico Del Prato. Il direttore del dipartimento di Scienze giuridiche della Sapienza, ma soprattutto lo stesso che nel giugno del 2017 – prima del bando all’università – “aveva pure indicato Conte come presidente di un arbitrato da 27 milioni alla Camera arbitrale di Milano, nel quale lo stesso Del Prato era arbitro di parte”.

Interpellato dal settimanale, il docente ha risposto che non esisteva alcuna questione di incompatibilità tra concorso e arbitrato “Ho conosciuto ufficialmente i nomi dei candidati al concorso solo il primo agosto, come prevede il regolamento dell’ateneo. Conte non mi aveva mai detto che aveva partecipato al bando”. Secondo l’Espresso, Conte rinunciò all’arbitrato il 25 maggio, spiegando in una lettera di declinare solo a seguito della chiamata di Sergio Mattarella. E proprio Conte, secondo indiscrezioni fatte filtrare da Palazzo Chigi, ha commentato così: “Si menziona una procedura arbitrale che sarebbe all’origine di un mio presunto conflitto di interessi con un componente della commissione di concorso. Questa procedura, avviata ben prima del bando di concorso che risale al gennaio 2018 e ben prima della nomina dei componenti della commissione, ha visto me e del Prato dalla medesima parte: giudici della controversia”. E poi: “Se si allude al fatto che vi fosse una pregressa conoscenza, questo vale anche per i rapporti tra me e gli altri commissari, e anche per gli altri partecipanti: ci conosciamo tutti da anni”.

Governo: 12 promesse tradite da 5Stelle e Lega in 110 giorni

È ancora presto per un giudizio compiuto sul governo Conte – moltissimo dipenderà dalla manovra – ma dopo 110 giorni si può almeno registrare il primo scarto: tra i provvedimenti annunciati e quelli portati a casa. Cinque Stelle e Lega hanno promesso moltissimo. Prima del 4 marzo (quando nessuno sapeva quale fisionomia avrebbe assunto l’esecutivo) e dopo il primo giugno (quando il governo ha giurato al Quirinale). “Lo faremo entro l’estate” è stata una delle formule preferite da Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Ora che la stagione è finita, gli si può chiedere conto delle promesse non mantenute.

 

Accise. “L’anno scorso le accise sulla benzina hanno fruttato 27 miliardi e altri 12 l’Iva sulle accise, che sono la tassa sulla tassa. Bisogna eliminare le accise più antiche: è il primo impegno che manterrò. Lo farò durante il primo Consiglio dei ministri” (Matteo Salvini, 1 marzo). Non solo le accise non sono state ancora toccate, ma dal primo gennaio 2019 rischia di scattare l’aumento già programmato: la benzina può tornare verso i 2 euro al litro.

 

Sprechi. “Questo è il primo decreto legge del primo Cdm, se domenica ci darete la maggioranza. Un decreto in tre punti: al primo c’è il dimezzamento dello stipendio dei parlamentari, al secondo l’abolizione dei vitalizi e al terzo il taglio di 30 miliardi di sprechi. Bastano 20 minuti di Cdm per approvarlo”. (Luigi Di Maio, 2 marzo).

I 5Stelle come noto non hanno avuto la maggioranza, ma il dimezzamento degli stipendi degli onorevoli è scomparso dai radar. E per tagliare 30 miliardi di sprechi, ammesso ve ne siano, sarebbero serviti più di 20 minuti. Quello sui vitalizi è un successo di Di Maio e Fico alla Camera, mentre il Senato è in ritardo.

 

Pensioni. “Il primo punto del nostro programma è la pensione di cittadinanza per integrare le ‘minime’ fino a 780 euro e fino a 1.170 per le coppie” (Di Maio, 2 febbraio). “Il taglio delle pensioni d’oro lo vogliamo portare a casa per primo, lavoreremo perché sia approvato prima della pausa estiva” (Di Maio, 8 luglio); “La legge sulle pensioni d’oro entro l’estate spero di portarla a casa” (Di Maio, 13 luglio).

Il traguardo estivo fissato dal leader dei Cinque Stelle era ottimistico. Il testo sulle pensioni d’oro è stato al centro di un confronto tra M5S e Lega. Ritoccata la soglia verso l’alto (da 4mila a 4.500 euro netti) inizierà il percorso alla Camera la prossima settimana. Per quanto riguarda la pensione di cittadinanza, invece, se ne parlerà durante la manovra.

 

Fornero. “L’abolizione della legge Fornero è il primo punto del programma” (Salvini, 14 febbraio); “La legge Fornero è da cancellare subito. Va cambiata in cinque mesi, altro che 5 anni” (Salvini, 11 marzo).

Il governo lavora sulla “quota 100” (62 anni di età e 38 di contributi per andare in pensione). L’intervento sarà ben più complesso di come lo annunciava il leader della Lega.

 

Antimafia.“La mafia è una merda, un cancro che si è allargato in tutta Italia” (Salvini, 10 luglio).

La commissione antimafia ancora non parte: non sono stati nominati il presidente e buona parte dei componenti.

 

Trasparenza. “Chi finanzia un partito, se lo vuole fare, lo deve fare pubblicamente e non si può più nascondere nell’anonimato” (Di Maio, 6 settembre).

I dissidi tra M5S e Lega sulle norme per rendere trasparenti i finanziamenti a partiti e fondazioni sono il motivo per cui l’intero ddl Anticorruzione è bloccato a Palazzo Chigi da due settimane.

 

Articolo 18 “Vogliamo abolire il Jobs Act. E sopra i 15 dipendenti vogliamo ripristinare l’articolo 18” (Di Maio, 2 dicembre 2017)

Il decreto Dignità di Di Maio va nella direzione opposta rispetto al Jobs Act renziano ma sostenere che “abolisca” la riforma di Poletti è un atto di generoso ottimismo. La maggioranza ha invece votato contro la reintroduzione dell’Art. 18.

 

Musei gratis. “La bellezza in Italia si visita gratis. Sarebbe bello se si potesse lanciare la campagna: ‘La bellezza in Italia si visita gratis’” (Salvini, 28 febbraio).

Il nuovo ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli ha annunciato l’abolizione le domeniche gratis nei musei.

 

Legittima difesa. “È la prima legge da approvare in Parlamento; a casa nostra la difesa è sempre e comunque legittima” (Salvini, 28 aprile).

La legittima difesa non è ancora legge. I 5Stelle non sono così d’accordo.

 

Scuola. “Noi la buona scuola la vogliamo abolire” (Di Maio, 1 marzo)

Per il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti “la Buona scuola va rivista, ma non con uno strappo secco” (il governo ha tolto la norma sulla chiamata diretta).

 

Autonomia.“Conto che entro l’estate il Consiglio dei ministri possa approvare quello che Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna porteranno come richieste” (Salvini, 13 luglio).

L’estate è finita e l’autonomia è ancora tutta da definire, anche perché Lega e Cinque Stelle hanno idee diverse sulle concessioni.

 

Ilva. “Ci impegniamo a concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale (…) attraverso un programma di riconversione economica basato sulla progressiva chiusura delle fonti inquinanti, per le quali è necessario provvedere alla bonifica” (contratto di governo Lega-M5S).

Di Maio ha ereditato dal governo precedente la gara vinta da ArcelorMittal, ha strappato un accordo che migliora gli impegni sull’ambiente, i numeri delle riassunzioni e soddisfa i sindacati. Ma l’Ilva non chiude e non sarà riconvertita alle rinnovabili come volevano i 5 Stelle e Beppe Grillo.

Portate una tisana al prof. Cassese

Il professor Cassese è disperato, e noi preoccupati per lui. Ci siamo ormai affezionati alle stralunate teorie con cui vorrebbe trattenere a sé il potere di nomina che il governo Conte si ostina a esercitare. Dal giorno dell’insediamento del primo governo nella storia repubblicana che non prende ordini da Cassese, l’insigne ex presidente della Corte costituzionale ha scritto una trentina di articoli (uno ogni tre giorni circa) su qualsiasi testata raggiungibile (Corriere della Sera, Sole 24 Ore, Il Foglio), tutti uguali: se il governo Conte fa le nomine che la legge gli dice di fare e che tutti i governi prima di lui hanno fatto, la democrazia è in pericolo. Tutti i vizi della partitocrazia, nepotismi, favoritismi, lottizzazioni, fino a ieri non c’erano perché c’era Cassese a suggerire i nomi giusti. Adesso è un casino, e lui non se ne dà pace. Ieri è arrivato a scrivere che queste nomine fatte un po’ alla cazzo, cioè senza chiedere a lui, “producono sconcerto e frustrazione nei più giovani, che vedono arrivare sulla loro testa, nei posti ai quali aspirano, persone nominate per meriti politici”. Un fenomeno sconosciuto in Italia, cose mai accadute nei decenni in cui comandava lui. Portategli una tisana, così si calma e magari si rende conto che quei giovani di cui straparla hanno già 55 anni ed è tutta la vita che vengono scavalcati dagli allievi di Cassese.

Manovra, prime intese: vacilla la linea di Tria

La prima certezza è che Lega e 5Stelle si assegneranno circa 8-10 miliardi a testa per le varie misure; la seconda è che Giovanni Tria ha aperto a trovare le risorse necessarie, e quindi vacilla la linea di non far salire il deficit pubblico oltre l’1,6% che ha già concordato con Bruxelles. L’ipotesi è di arrivare tra il 2 e il 2,4%. Dopo tre ore di vertice sulla manovra arrivano le prime intese di massima. Ieri a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, Matteo Salvini e il ministro dell’Economia, insieme ai viceministri Laura Castelli (M5S) e Massimo Garavaglia (Lega) hanno messo a punto il quadro in vista della prossima settimana, quando il governo presenterà il Documento di economia e finanza che farà da base per la legge di Bilancio in autunno.

“Il ministro ha preso atto di qual è la volontà di Lega e M5S per la legge di Bilancio ed è disponibile a cercare soluzioni”, assicurano fonti della maggioranza. Tria tace. Ieri è stato fissato il quadro degli interventi.

I 5Stelle ottengono circa 10 miliardi, da dividere tra finanziamento dei centri per l’impiego, reddito di cittadinanza e pensioni minime da portare a 780 euro. Quest’ultima misura partirebbe subito a gennaio 2019, mentre per il reddito minimo si partirà a marzo, per evitare il caos negli uffici. Entrambe le misure, però, avranno delle condizioni, vista l’esiguità delle risorse. Portare tutte le pensioni minime a 780 euro mensili costerebbe oltre 13 miliardi, ma al momento ce ne sono solo 2 disponibili: lo schema è quello di parametrare il beneficio non all’assegno percepito ma al reddito familiare utile ai fini dell’Isee (l’indicatore della soglia economica equivalente), con soglia massima a 9.360 euro annui. Chi ha reddito zero avrà 780 euro pieni, altrimenti si arriverà alla soglia (tenendo conto dei figli a carico) con delle integrazioni. Si lavorerà sul reddito Isee per adeguare anche il reddito di cittadinanza alla risorse disponibili, visto che sul piatto ci sono 8 miliardi e non i 17 preventivati.

Si ridimensionano in parte anche le misure chieste dalla Lega. La “flat tax” si riduce all’aumento a 65 mila euro della soglia di reddito a cui le partite Iva potranno beneficiare dell’aliquota del 15%. La stessa che si applicherà agli utili delle imprese che verrano reinvestiti in azienda (costo 1 miliardo). La riforma della Fornero passerà invece per la cosiddetta “quota 100”. Nelle intenzioni della Lega si potrà lasciare il lavoro a 62 anni e 38 di contributi, con il divieto di cumulare più assegni. Secondo quanto filtra costerebbe 5 miliardi, cifra assai inferiore agli 8 “cifrati” per la misura piena.

Resta il nodo della “pace fiscale”; o meglio il condono previsto dal contratto di governo e su cui la Lega insiste per trovare una parte delle coperture, da usare per rinviare di un altro anno gli aumenti automatici dell’Iva (12,5 miliardi). La proposta è di comprendere anche le cartelle esattoriali sui contributi non versati e non limitare la misura solo a chi ha dichiarato i redditi ma poi non ha versato le imposte perché in difficoltà. Solo in questo modo si potranno ricavare cifre considerevoli (circa 3 miliardi, che arrivano a 5 se si inglobano anche gli accertamenti). L’ipotesi avanzata ieri da Garavaglia, che non ha visto il muro dei 5Stelle, è di permettere anche a chi ha vinto un contenzioso tributario in primo grado, di evitare di proseguire il giudizio chiudendo la controversia pagando una piccola percentuale.

In Consob vogliono scegliersi il capo e avvertono il Colle

Lo stile ricorda i pronunciamientos con cui due secoli fa i militari dell’America Latina annunciavano i colpi di Stato. L’efficacia sembra invece avvicinarsi a quella del golpe del tenente colonnello Tejero, che nel 1981 riuscì a tenere in scacco la democrazia spagnola per un paio d’ore prima di essere consegnato alla memoria eterna del ridicolo. Per l’Italia è un inedito, almeno da quando si è esaurito lo strapotere sindacale nelle istituzioni pubbliche.

Un gruppo di dirigenti e funzionari della Consob, capitanati dal vicedirettore generale Giuseppe D’Agostino, ha firmato una lettera per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fumosa ma dal significato evidente: una pressione sul Quirinale in vista della nomina del presidente dell’Authority che vigila sui mercati finanziari. Con un particolare grottesco: non si sa se la lettera sia già arrivata al destinatario né se mai ci arriverà perché, nella fretta di pesare sulla scelta del successore di Mario Nava, i sagaci registi dell’operazione hanno pensato bene di far uscire la lettera in forma di bozza su alcune testate.

Il contenuto della lettera è grave. Gli uomini della Consob intimano a Mattarella che, in vista delle “nuove sfide a cui sono chiamate le vigilanze in un contesto aperto e complesso”, le sfide medesime “impongono stabilità dei vertici”. Come dire che ai funzionari della Consob piaceva Mario Nava e non è piaciuto che si sia dimesso a pochi mesi dall’insediamento. Non solo: “La tutela del risparmio ha bisogno di indipendenza e professionalità dei vertici”, scrive D’Agostino. Come dire che Nava e il predecessore Giuseppe Vegas indipendenti lo erano, ma adesso chissà Mattarella chi manda. La lettera finisce, in puro stile pronunciamiento, con gli ordini per Mattarella: “Confidiamo in Lei affinché tali esigenze siano salvaguardate”.

Perché un serio dirigente come D’Agostino si lancia in un’iniziativa talmente improvvida da indurre il direttore generale della Consob Angelo Apponi a chiamarsene precipitosamente fuori? Perché gli uomini della Consob si muovono oggi in difesa dell’indipendenza (non dicono da che cosa, si suppone dalla politica) e sono stati zitti nel 2011 quando il governo Berlusconi spedì a spadroneggiare sulla Consob il suo sottosegretario Giuseppe Vegas? E perché dopo il grave scontro istituzionale sulla nomina a ministro di Paolo Savona qualcuno pensa che non i partiti di maggioranza ma addirittura un gruppetto di dirigenti della Consob possano permettersi di richiamare all’ordine il Quirinale sulla nomina del presidente della stessa Consob?

La spiegazione sta nella delicata battaglia sotterranea in corso. C’è un sistema di potere parallelo, un vero e proprio partito della burocrazia, il cui ideologo e stratega è il giurista Sabino Cassese, che prima ha difeso strenuamente Nava fingendo di ignorare le pesanti irregolarità della sua nomina. Poi, quando anche i burocrati amici di Palazzo Chigi e Quirinale si sono dovuti arrendere di fronte all’indifendibilità di Nava, è partita la strategia di contenimento.

L’obiettivo è evitare che il governo nomini alla Consob un uomo gradito a Lega e Cinquestelle anziché alle cordate burocratiche legate a Pd e Forza Italia. Dietro il pronunciamiento c’è il nome di Roberto Garofoli, capo di gabinetto del ministero dell’Economia prima con Pier Carlo Padoan e oggi con Giovanni Tria che lo ha confermato. Consigliere di Stato, durante il governo Letta è stato segretario generale a Palazzo Chigi mentre sottosegretario alla Presidenza del Consiglio era Filippo Patroni Griffi, oggi avviato verso la presidenza del Consiglio di Stato. La guerra allo spoils system con cui la casta burocratica difende il suo dominio incontrollato avrà la battaglia decisiva sulla nomina di Garofoli alla Consob. E il governo Conte è in ritardo all’appuntamento: il nome da portare alla firma di Mattarella non è stato ancora trovato.

Forchettoni senzatetto

Mi scuso in anticipo con il bel Beppe Severgnini se oggi mi occupo di Roberto Formigoni: non vorrei pensasse che ne sono “ossessionato”, come a suo dire lo sarei della Boschi (cioè: lui le dedica un soffietto di sei pagine sul Sette, e l’ossessionato sarei io). Ma è più forte di me: ho letto le due interviste dell’ex sgovernatore ciellino di Lombardia al Corriere e a Libero, e non riesco a tener ferme le mani. L’antefatto è noto: condannato in primo grado a 6 anni per associazione per delinquere, corruzione e finanziamento illecito, Forchettoni s’è visto confermare la condanna e aumentare la pena in appello a 7 anni e 6 mesi, con interdizione perpetua e sequestro confermato di una refurtiva pari a 6,6 milioni. E questo malgrado alcuni reati si fossero prescritti: a fare la differenza è stata la revoca delle attenuanti concesse dal Tribunale. Lui continua a dirsi innocente, com’è suo diritto. Anzi lo sarebbe se in appello non avesse chiesto di patteggiare 2 o 3 anni (i giudici ovviamente gli hanno riso in faccia per l’irrisorietà della pena): conoscete qualche innocente che chiede per sé 2 anni di galera? Naturalmente gl’intervistatori questo non glielo chiedono, sennò l’intervista finirebbe lì, prim’ancora di cominciare. E sarebbe un peccato, perché l’ex Celeste ormai tendente al marroncino è una miniera di baggianate.

Le sue risposte sarebbero perfette se, dopo tanti anni di calvario giudiziario, l’avessero assolto. Invece l’hanno condannato due volte. Allacciate le cinture, si parte. “Mi è andata bene che in Italia la legge non prevede la fucilazione, altrimenti sarei già davanti a un plotone di esecuzione”. Già, solo che i fucilatori morirebbero tutti prima di sparare: dal ridere. “Sono un caprio (testuale, ndr) espiatorio”. E vabbè, sarà la sindrome del Titanic. “Mi colpiscono perché ho aperto ai privati il sistema sanitario lombardo… Mi si accusa di aver favorito la Maugeri e il San Raffaele con delibere di giunta e con una legge. Ma sono atti collegiali che hanno coinvolto tutti gli altri membri della giunta, 17 persone, neanche tirati in ballo. Resta un solo colpevole: Formigoni. È assurdo”. Qui urgono un paio di precisazioni. 1) Forchettoni non è stato condannato per aver fatto una legge sulla sanità (detta spiritosamente “No profit”), che regalava montagne di “rimborsi” pubblici a varie cliniche private (circa 200 milioni alla Fondazione Maugeri e al San Raffaele). Ma perché riceveva soldi privati sotto forma di finanziamenti occulti, favori, benefit, regali, vacanze e cene gratis, yacht e ville da Pierangelo Daccò, dominus della Maugeri, cioè uno dei beneficiari.

Uno può fare tutte le leggi che vuole, ma gratis: se si fa pagare, è corruzione. Infatti assessori e consiglieri che votarono le leggi senza nulla in cambio sono intonsi. Ma – protesta lui – erano atti “legittimi” secondo tutte le autorità. E infatti esiste anche la corruzione per un atto d’ufficio: assegnare un appalto è legittimo, ma se il funzionario o il politico si fa pagare, è un corrotto. 2) Non è vero che abbiano condannato solo Roby: per tenergli compagnia, hanno avuto condanne o patteggiamenti anche Daccò, l’imprenditore Claudio Farina, l’ex assessore Simone e la sua signora. Ora il patteggiatore mancato non nega di aver avuto favori e soldi dal beneficiario delle sue leggi, che se lo portava in ferie ai Caraibi e lo manteneva come un nababbo (forse aveva equivocato sul voto di povertà). Ma dice che è stata tutta sfiga: “Io ho avuto la fortuna o la sfortuna (testuale, ndr) di avere un amico ricco. È un peccato avere un amico facoltoso?”. No, ma se fai una legge che lo favorisce, non devi farti offrire neppure un caffè. Figurarsi vacanze, yacht e ville. “D’altra parte anch’io ho invitato a cena Daccò decine di volte”. Ah beh allora, pari e patta. O quasi. “Se hai un amico facoltoso che per il compleanno ti regala un orologio tu rispondi con una cravatta. Così funziona tra amici”. Soprattutto se la differenza fra la cravatta e l’orologio ammonta a 200 milioni e li mette la Regione, cioè noi.

Alla luce di cotante risposte, dite la verità: che domanda gli fareste? A me, oltre a un prurito alle mani e a una risata omerica, sorgono spontanei un paio di quesiti: “Scusi, Celeste, ma lei ci è o ci fa?”, “Ma ci ha presi tutti per fessi?”. Invece agli intervistatori di Corriere e Libero spunta una lacrima sul viso per la vita di stenti di Forchettoni, affamato da sentenze e sequestri: “Come vive oggi Formigoni?”, “E come fa a tirare avanti?”. Il noto senzatetto, visibilmente denutrito, esala: “Vivo in una casa con altre persone (sempre in cambio di cravatte, ndr), per fortuna, quindi non ho sofferto la fame. Ho fatto le vacanze da un amico (tanto per cambiare, ndr). Avevo da parte 2.000 euro per un viaggio. Li ho messi via… Sui miei due conti correnti hanno trovato 18 euro in tutto”. Qui la tentazione sarebbe di metter mano al portafogli e avviare una colletta, se non fosse per la risposta più strepitosa del nostro eroe: quando il Corriere gli fa notare le balle raccontate sui regali di Daccò (“restituivo tutto”, anzi “fra amici non si usa”), lui obietta: “Le dichiarazioni che fanno testo sono quelle rese in tribunale”. Cioè: quando parla ai giornali e in tv, cioè a cittadini, elettori e giornalisti, lui non “fa testo”. Mente per principio. E se ne vanta. Quindi non “fa testo” neppure in questi due colloqui con Libero e il Corriere. Scemo chi legge. E pure chi intervista. Sono soddisfazioni.

Ps. Per carità di patria, pur essendo curiosi, rinunciamo ad approfondire la tipologia delle cravatte che Roby regalava a Pier in cambio dei Rolex o dei Patek Philippe. Ci limitiamo a sperare che non riciclasse le sue. Che, vedi ampia documentazione fotografica, giustificano largamente la celebre battuta di Woody Allen: “È la tua nuova cravatta o ti sei vomitato sulla camicia?”.

Rivieni avanti, aretina

Avevamo giurato, e sperato, di non occuparci mai più di Maria Etruria Boschi, lasciando agli storici la pratica di compilarne un breve profilo nel reparto “Minori del Novecento”. “Avvocaticchia della provincia aretina, classe 1981, inopinatamente promossa da Renzi nel 2014 ministra delle Riforme e Rapporti col Parlamento, e nel 2016 dall’incolpevole Gentiloni sottosegretaria a Palazzo Chigi, è nota per due crac: quello della Banca Etruria vicepresieduta e amministrata dal padre e quello della riforma costituzionale scritta a quattro piedi con Verdini e respinta con perdite dagli italiani. Rieletta a viva forza nel 2018 a Bolzano, dove ancora non la conoscevano, e munita per precauzione di ben 5 collegi-paracadute sparsi per l’Italia, fece perdere le sue tracce durante la sua seconda e ultima legislatura, poi tornò alla materia primigenia: il nulla”. Ma dobbiamo fare un’eccezione, perché la signorina ha concesso ben 6 pagine d’intervista al Sette diretto da Severgnini, annunciata in pompa magna col titolo “La nuova vita di MEB”. Vita, naturalmente, si fa per dire.

Chi scorre le risposte, ma soprattutto le domande di Stefania Chiale, è colto da una sensazione strana e straniante: quella che l’intervistata debba placare i bollenti spiriti dell’adorante intervistatrice. Alla quarta riga, per dire, la Chiale già stigmatizza “la violenza degli attacchi personali durante la vicenda Etruria”, guardandosi bene dal rammentare di che sta parlando: cioè di una ministra che non dovrebbe occuparsi di banche, giura in Parlamento di non essersi mai occupata di banche e invece viene colta col sorcio in bocca a raccomandare – tra una mezza dozzina di banche fallite – proprio quella paterna. Il dg Bankitalia, il presidente Consob e l’ex ad Unicredit – auditi in commissione Banche – la dipingono come una specie di stalker che, appena li incontrava, prima ancora dei saluti, li implorava di salvare la banca di papi. Ora, con gran sollievo degli italiani, soprattutto degli aretini, si occupa d’altro: “L’Onorevole (maiuscolo, ndr) Boschi sta finendo l’intervento in Aula (maiuscolo, ndr) sui vaccini”. Sono soddisfazioni. Ma preferiva fare la ministra: “Politicamente si stava meglio prima, su questo non c’è dubbio!” , afferma in lieve controtendenza con l’elettorato. Però il nuovo status non è male: “Negli anni di governo non ho mai spento il cellulare” (chiamava per Etruria pure di notte). Una vita d’inferno: “Ero abituata a svegliarmi più volte di notte per non perdere telefonate o messaggi quando ho avuto anche la responsabilità della Protezione Civile”.

Oddio, questa l’avevamo proprio rimossa: la Boschi alla Protezione civile. Fortuna che Madre Natura invece lo seppe e fu così gentile da risparmiarci in quel lasso di tempo altri disastri: bastava la Boschi. Invece, “il 1° giugno, quando si è insediato il nuovo governo, ho spento il telefono per la prima volta”. Anche perché erano settimane che non chiamava nessuno. E dire che, nel 2014, un sito di squilibrati l’aveva infilata addirittura “nella lista dei 28 personaggi che stanno cambiando l’Europa”. Chissà che si erano fumati. Altra perla: “Siamo stati più noi nelle periferie del M5S”, e infatti da allora le periferie votano M5S: l’hanno riconosciuta. Il 4 marzo “la mia prima scelta era Arezzo, per potermi togliere qualche sassolino dalle scarpe. Poi abbiamo (noi maiestatico, come il Papa, ndr) pensato a una candidatura altrove, per evitare che tutta la campagna venisse focalizzata sul tema banche”. Ma soprattutto che i sassolini dalle scarpe se li levassero gli aretini e la incontrassero per la strada. “Il collegio di Bolzano non è stato casuale: avevo lavorato sulle Autonomie Speciali, conoscevo come funziona la realtà dell’Alto Adige”. Ma tu pensa. La focosa intervistatrice lacrima per “gli attacchi che ha subìto, sui social e non solo (penso al Cosciometro del Fatto Quotidiano)”: una vignetta di Natangelo, roba che neanche l’Isis. Lei la rincuora: “Non so se sono stata il capro espiatorio”, però ha patito tanti “pregiudizi”. Domanda (si fa per dire): “L’essere donna crede abbia influito?”.  “Un po’ sì, quello che ho fatto io è stato accettato con più fatica che se l’avesse fatto un uomo”. In effetti, se a occuparsi di Etruria fosse stato il ministro dell’Economia che non aveva parenti in banca anziché la ministra delle Riforme figlia del vicepresidente, sarebbe stata un’altra cosa. Sistemati i sessisti del #MebToo, la patriota auspica una bella “crisi economica” che rovesci il governo. E le minacce non sono finite:  “riprendo il mio mestiere di avvocato”.  A noi risulta che abbia bussato ai maggiori studi legali, come Alfano, ma diversamente da lui ha trovato chiuso. Quindi al momento riesce a essere una tacca sotto Alfano (categoria che si riteneva impossibile in natura).
L’ultimo scoop è della Chiale: “Fraccaro propone cose non dissimili alle sue, come l’abolizione del Cnel e la riduzione dei parlamentari. Soddisfazione o amarezza?”. Balle: la Boschi&Verdini fu bocciata perché aboliva le elezioni del Senato per infarcirlo di consiglieri regionali e sindaci. Ma tanto non se lo ricorda nessuno, tantomeno la Boschi, che la sua “riforma” non solo non l’ha scritta, ma neppure letta. E Renzi? “È il politico più coraggioso che conosco”. Figurarsi gli altri. “Un difetto? Si fida troppo degli altri”. Ecco, è troppo buono. Ma ora passiamo alle cose serie: “Il libro che sta leggendo?”. “Due in contemporanea” (è una ragazza prodigio). Uno è Non si abbandona mai la battaglia (sottotitolo: nemmeno quando si è giurato di dimettersi in caso di sconfitta). Se la memoria non ci inganna, già il 13 agosto s’era fatta un selfie su Instagram con quel testo in grembo. Non saranno troppi 40 giorni per un solo libro? O in ferie guardava le figure?