Appendino la butta lì: “Si valuti la nostra candidatura da soli”

”Un diluvio e un deliriodi esternazioni”. Così Giovanni Malagò ha definito le polemiche su “cosa si deve fare o cosa si deve pensare per le Olimpiadi Invernali”. Non avrà gradito, il presidente del Coni, la nuova uscita sul tema del sindaco di Torino Chiara Appendino, che ieri ha chiesto al governo “di esprimersi chiaramente sulla candidatura di Torino” (che però, da sola, non è mai arrivata all’esame del governo) e ribadito che l’accordo a tre con Milano e Cortina è lacunoso: “Si chiarisca prima chi mette quanto, altrimenti è da irresponsabili andare avanti alla cieca”. La sindaca è evidentemente in difficoltà dopo la bocciatura per eccesso di litigio della candidatura Mi-To-Co alle Olimpiadi invernali 2026. Possibilista si è dichiarato Giancarlo Giorgetti: “Sarei l’uomo più felice del mondo se potessi riunire le tre città attorno allo stesso tavolo per riprendere il discorso”. Il sottosegretario ha però aggiunto che “questo può accadere solo se Torino, Milano e Cortina accettano la bozza di protocollo sulla loro candidatura unitaria. Ogni altra strada non è percorribile”. Al richiamo di Giorgetti ha risposto il presidente del Piemonte Sergio Chiamparino: “Sarei felice anch’io. Si convochi il tavolo al più presto”.

Ok al Milleproroghe. L’Anci protesta sui fondi alle periferie

ll Milleproroghe è legge. Il decreto è stato convertito e approvato dal Senato (151 sì, 93 no e due astensioni). Ieri la giornata è stata animata dalla protesta dell’Anci, l’associazione dei Comuni appoggiata in aula dal Pd. Il presidente , Antonio Decaro ha lasciato la conferenza unificata con il governo dove era in programma la discussione su come restiruire parte dei soldi tolti ai progetti per le periferie (da un emendamento votato alla Camera pure dal Pd). La norma ha sospeso per due anni 96 dei 120 progetti approvati da Palazzo Chigi ai tempi di Renzi e Gentiloni per la riqualificazione delle periferie, bloccando investimenti per 1,6 miliardi circa su 2,1 stanziati e finanziati solo parzialmente. I soldi “liberati” vengono ora destinati a sbloccare gli avanzi di amministrazione dei Comuni “virtuosi”. Il govenro ha promesso ai comuni una soluzione nella legge di bilancio, magari salvando parte degli interventi (551 su 1262 dei vari progetti finanziati). Al momento della riunione, però, il decreto non era stato approvato e quindi il governo ha chiesto di rinviare, irritando l’Anci. Un disguido “tenico” favorito, a quanto risulta, dalla decisione della Lega di accelerare. Causando la rottura.

“Mala depurazione”, a Reggio Calabria, nuova indagine su Falcomatà

Quattordici depuratori sequestrati e 43 persone indagate tra dirigenti e funzionari delle società che hanno gestito gli impianti, dirigenti degli uffici tecnici e sindaci. L’avviso di garanzia l’ha ricevuto anche il primo cittadino di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà (Pd) e i suoi predecessori Demetrio Arena e Giuseppe Raffa (centrodestra). Nel registro degli indagati sono finiti pure i commissari prefettizi che hanno guidato la città dello Stretto nel periodo dello scioglimento per mafia: Vincenzo Panico, Gaetano Chiusolo, Vincenzo Castaldo, Dante Piazza e Carmelo La Paglia.

Non dono i soli. Ci sono, infatti, altri sindaci o ex sindaci del comprensorio reggino. Oltre a Reggio, i comuni interessati dal sequestro sono quelli di Villa San Giovanni, Scilla, Bagnara Calabra, Motta San Giovanni, Marina di San Lorenzo e Cardeto.

L’inchiesta “Mala depurazione” è scattata ieri mattina quando la capitaneria di porto ha eseguito il decreto di sequestro emesso dal gip su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri, dell’aggiunto Gerardo Dominijanni e del pm Angelo Gaglioti.

I magistrati contestano i reati di inadempimento di contratti di pubbliche forniture, omissioni d’atti d’ufficio, disastro ambientale, getto pericoloso di cose, attività di gestione non autorizzata di rifiuti con smaltimento illecito degli stessi.

“Liberiamo il Csm dalle correnti”. L’appello dei magistrati per il sorteggio

Durante la campagna elettorale per il rinnovo a luglio del Csm, avevano lanciato l’appello “Liberate il Csm dalle correnti”. Martedì scorso alcuni di quei magistrati, in rappresentanza dei firmatari (diverse decine) sono stati in via Arenula a perorare la causa di una legge che istituisca il sorteggio per eleggere i componenti togati del Consiglio. Hanno incontrato Fulvio Baldi, capo di Gabinetto del ministro Alfonso Bonafede. In realtà avrebbero dovuto parlare anche con il Guardasigilli ma proprio quel giorno è accaduta la tragedia della detenuta a Rebibbia che ha gettato dalle scale i propri figli uccidendoli. Milena Balsamo, Andrea Reale e Carmen Giuffrida, faccia a faccia con Baldi (magistrato di Unicost) hanno premesso che i firmatari sono “assolutamente favorevoli al libero associazionismo”, dunque alle correnti, ma il problema è “l’invadenza lottizzatoria delle stesse e l’influenza che questa ha sulle decisioni adottate dal Csm, nonché il conseguente potere in grado di condizionare i magistrati e vanificarne le garanzia di indipendenza”.

Pertanto, l’unico strumento per bloccare il correntismo, a loro avviso, è il “sorteggio secco” dei candidati al Csm. Hanno, però, prospettato una seconda soluzione qualora il sorteggio risultasse incostituzionale, come hanno sostenuto diversi giuristi: “L’adozione del sorteggio preliminare di un numero multiplo di candidati rispetto al numero dei consiglieri e successiva elezione dei magistrati sorteggiati tra i disponibili e gli eleggibili”. Per i magistrati di “Liberate il Csm dalle correnti” si dovrebbe modificare la legge elettorale per i consiglieri “con un sistema maggioritario uninominale su base territoriale (con collegi geograficamente coincidenti con uno o più distretti di Corti di Appello) tale da permettere l’emersione di candidature indipendenti nel contesto territoriale nel quale esse esercitano funzioni”.

Anche la durata degli incarichi direttivi deve cambiare perché favorisce la correntocrazia: da quattro anni, rinnovabili per altri quattro, devono passare a “due-tre”. In questo modo “oltre che diminuire il potere correntizio nel Csm” ci sarebbe “un coinvolgimento di tutti i magistrati nell’organizzazione del proprio ufficio, nonché l’eliminazione dell’ormai imperversante ‘carrierismo’ in violazione dell’art. 107 della Costituzione” per cui i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni.

Commissione Antimafia: “Fate presto”

Per capire che ne sarà della Commissione Antimafia bisognerà aspettare ancora. A poco meno di quattro mesi dall’insediamento del governo mancano ancora quasi tutti i nomi dei componenti e non c’è certezza su chi sarà il presidente. Lo stallo preoccupa persino il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, che ieri ha definito “un problema” la mancanza della Commissione: “La precedente ha lasciato una pesante eredità, perché ha individuato molti punti, tra i quali quello del collegamento tra mafia, massoneria, servizi e istituzioni. È un lavoro che deve essere approfondito”.

Al momento però l’unico punto fermo sono 18 nomi già ufficializzati: Pietro Grasso, in quota Gruppo Misto del Senato, e i diciassette scelti dal M5S. Si tratta di 9 deputati e 8 senatori che comporranno il gruppo più corposo all’interno dei 50 parlamentari in Commissione. Tra loro ci sono molti neoeletti – compresa la testimone di giustizia Piera Aiello – e due dei nomi più forti per la presidenza, ovvero Nicola Morra e Mario Michele Giarrusso. Tra i senatori hanno entrambi raccolto 41 voti, ma il loro testa a testa si riproporrà quando i 5 Stelle dovranno indicare il nome del presidente. Nicola Morra, calabrese, già membro della Commissione sul caso Aldo Moro, vanta ottimi rapporti con la magistratura e in particolare col procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri. Il suo nome è fin dall’inizio tra i più quotati per guidare la Commissione col placet dei vertici del Movimento, ma adesso la sua nomina è insidiata proprio da Giarrusso, che negli ultimi cinque anni si è già occupato di Antimafia.

I 5 Stelle, però, avranno tempo per decidersi. Degli altri 32 componenti dell’Antimafia non c’è ancora traccia, nonostante Roberto Fico abbia esortato, anche in assenza di una scadenza formale, a presentare i nomi entro al massimo la prossima settimana. Così farà Forza Italia, che dice di aver già deciso i componenti, mentre la Lega per il momento non ha una rosa. Il Carroccio ha scelto infatti di rimandare tutto a quando avrà chiari i nomi per tutte le altre Commissioni mancanti (quella per l’Infanzia e l’adolescenza, ad esempio), senza cogliere urgenze particolari per l’Antimafia. Non pervenuto anche il Partito democratico, che dovrebbe esprimere una decina di membri.

Al ritardo dei partiti si è aggiunto poi un iter un po’ più lungo rispetto a quello delle altre Commissioni. Per l’Antimafia serve una legge ordinaria del Parlamento, poi i gruppi designano i propri membri e a quel punto, durante la prima seduta, i commissari votano il proprio presidente.

Adesso siamo fermi tra il primo e il secondo passaggio: la legge è stata approvata a luglio e, complice la pausa estiva, manca ancora la composizione. Niente di nuovo rispetto alle ultime legislature, certo, perché Rosy Bindi venne eletta presidente sei mesi dopo il giuramento del governo Letta, mentre per Giuseppe Pisanu, nel 2008, ci vollero addirittura sette mesi. Ma dal governo che ha indicato la lotta alla mafia come una priorità – Matteo Salvini non si è fatto mancare un “è finita la pacchia” per i clan – è lecito aspettarsi tempi rapidi.

La legge “trasparenza” bloccata a Chigi: il nodo Fondazioni

Del decreto su Genova, scomparso dal 13 settembre, vi parliamo a pagina 5, ma c’è un altro testo di legge, pur approvato in Consiglio dei ministri addirittura giovedì 6 settembre, finito fuori dai radar e atteso in Parlamento “per la prossima settimana.” Forse. È il cosiddetto “spazza corrotti”, nome un po’ imbarazzante che sottende provvedimenti come il Daspo (l’esclusione a partecipare ad appalti) per chi è stato condannato per reati contro la Pubblica amministrazione.

Quel che qui interessa, però, è – a quanto risulta al Fatto – il motivo per il cui il disegno di legge è disperso da due settimane: le norme sulla trasparenza di partiti e fondazioni politiche. La rilevanza di questo provvedimento è intuitiva guardando quel che vi raccontiamo qui accanto a proposito di Luca Parnasi e della Fondazione Eyu del Pd o Più Voci vicina alla Lega: i bilanci delle Fondazioni, infatti, per legge possono rimanere segreti e dunque finanziare quelle vicine ai partiti, per gli imprenditori che cercano di farsi utili amici, è il modo più facile e discreto.

In realtà c’è anche un buco nell’attuale legge sul finanziamento ai partiti, quella nata durante il governo Letta: se il donatore non firma una liberatoria, nessuno può sapere chi versa fino a 100mila euro ai partiti. Ci vollero un’inchiesta della magistratura e i ricordi dei presenti, ad esempio, per scovare la partecipazione di Emanuele Buzzi, poi condannato nel processo a Mafia capitale, alle cene di finanziamento di Matteo Renzi.

E qui torniamo alla legge per la trasparenza della politica, uno dei cavalli di battaglia del Movimento 5 Stelle. Recita il comunicato del Consiglio dei ministri del 6 settembre: “Vi è una seconda parte del testo che reca nuove norme in materia di trasparenza e controllo dei partiti e movimenti politici, volte a rendere in ogni caso palese al pubblico e sempre tracciabile la provenienza di tutti i finanziamenti ai partiti politici e altresì alle associazioni e fondazioni politiche nonché ad analoghi comitati e organismi pluripersonali privati di qualsiasi natura e qualificazione”.

In realtà, a stare a fonti di governo, nella riunione dell’esecutivo questa parte era stata solo accennata, ma Luigi Di Maio nella conferenza stampa successiva se l’è venduta come già fatta: “Chi finanzia un partito, se lo vuole fare, lo deve fare pubblicamente e non si può più nascondere nell’anonimato, non esiste più che la legge dello Stato faccia da palo ai partiti, che poi, dopo le elezioni, si sdebitano con chi li ha finanziati. Io da elettore saprò anche chi finanzia i partiti, con la Terza Repubblica cade questo segreto”. Dalle parole al testo di legge, però, vige il regno dei dettagli, dove – com’è noto – si nasconde il diavolo. E il diavolo, nel nostro caso, è il rapporto dialettico, per così dire, tra Lega e 5 Stelle.

Giancarlo Giorgetti, ad esempio, che sovrintende in questo momento alla fase di drafting legislativo del testo (diciamo la messa a punto), sul tema trasparenza dei finanziamenti a partiti e fondazioni non è mai stato netto come Di Maio: “Tutto quello che è riconducibile ai partiti dovrebbe essere messo in evidenza”, disse a giugno in un’intervista al Fatto Quotidiano, “ma se un’associazione ha una personalità giuridica diversa e non appartiene al partito, non può essere tout court ricondotta al partito stesso”. Un modo per dire: passi la trasparenza per i partiti, ma le fondazioni – specie quelle che non sono diretta emanazione dei partiti come la dem Eyu – non si toccano. Sarebbe il caso, ad esempio, della onlus “Più Voci”, il cui presidente è il tesoriere della Lega Giulio Centemero, che il costruttore romano Luca Parnasi finanziò proprio per entrare in rapporto col partito di Salvini e non per un improvviso bisogno di finanziare attività culturali sui temi cari al Carroccio 2.0.

Questi dettagli interpretativi – come pure le “perplessità” dei leghisti su provvedimenti duri come il Daspo ai corrotti o gli agenti sotto copertura sempre in funzione anticorruzione – stanno bloccando il testo. Eppure rendere visibili i rapporti tra i partiti e il mondo economico è una necessità non solo per gli elettori, ma persino per i magistrati: la stessa Procura di Roma avrebbe sottolineato l’urgenza di norme del genere al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ora bisogna vedere se i vecchi cavalli di battaglia valgono anche al governo.

Roma, Parnasi torna dai pm: “Incontrai Bonifazi al Pd”

La Procura di Roma sta indagando sui soldi dati da Luca Parnasi alla Fondazione Eyu, legata al Pd. Per questo ieri il costruttore romano è stato risentito dal pm Barbara Zuin. Al vaglio dei magistrati ci sono 150 mila euro (Iva compresa) pagati da Immobiliare Pentapigna Srl di Parnasi a cavallo delle scorse elezioni politiche alla fondazione dem. Stando alla fattura del 22 febbraio 2018, quel denaro veniva corrisposto per un progetto di ricerca commissionato dalla società di Parnasi dal titolo: “Case: il rapporto degli italiani con il concetto di proprietà”.

I pm stanno verificando la natura di quella erogazione di denaro (avvenuta con due bonifici rispettivamente di 100 mila euro e di 50 mila euro del primo e del 5 marzo scorso) e se realmente si sia trattato di un progetto di ricerca.

Solo dopo tutti gli accertamenti, quindi, la Procura potrebbe ipotizzare due reati. Il primo sarebbe un reato fiscale se i pm si convincessero che la dazione di 150 mila euro non fosse il corrispettivo reale dell’acquisto dello studio sulla casa. In quel caso l’emissione della fattura avrebbe per oggetto una prestazione in tutto o in parte inesistente.

Il secondo reato potrebbe essere contestato se i pm, con un secondo passaggio logico, ritenessero che la fattura a Eyu celasse un finanziamento non dichiarato al Pd. In questo caso si tratterebbe di finanziamento illecito.

La partita non riguarda però solo i dem. I pm indagano pure sui 250 mila euro erogati nel 2015 da una società riconducibile a Parnasi alla onlus di area leghista “Più voci” (presidente Giulio Centemero, tesoriere della Lega). Per questo finanziamento però non risulta che la società abbia emesso fattura.

Ieri, comunque, Parnasi è stato convocato per parlare solo dei rapporti con il mondo del Pd. Il pm Zuin ha chiesto al costruttore dove si trovava quando ha parlato con il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi e con una terza persona. Infatti, durante le indagini, è stato intercettato un colloquio a tre con il sistema trojan ‘iniettato’ nel telefonino di Parnasi. Secondo una prima ricostruzione degli investigatori, con Parnasi c’era Bonifazi. Il costruttore avrebbe spiegato che quel giorno l’incontro si sarebbe tenuto in via delle Fratte, dove si trova la sede del Pd, e c’era pure Domenico Petrolo, responsabile della raccolta dei fondi per la Fondazione Eyu. Petrolo ha preferito non commentare, mentre Bonifazi ci dice: “Ho avuto un incontro con Parnasi in Sant’Andrea delle Fratte, ma non c’è stato incontro a tre, nel senso che mi sono limitato a presentare i due che non si conoscevano. Poi ci siamo salutati”.

Di cosa abbia parlato Parnasi con Petrolo non lo si saprà mai. Secondo le norme vigenti, infatti, quella conversazione, peraltro non fondamentale per l’accusa, dovrà essere distrutta. Le intercettazioni ambientali effettuate infettando il telefonino mediante il trojan sono utilizzabili solo limitatamente alle conversazioni intervenute nei luoghi espressamente previsti nel decreto del Gip che le autorizza. E quindi l’ufficio del parlamentare dovrebbe essere considerato zona franca. Le conversazioni così andranno distrutte ma l’attenzione dei pm Paolo Ielo e Barbara Zuin sulle dazioni a fondazioni e associazioni politiche resta. Nel caso di Eyu, Francesco Bonifazi e Domenico Petrolo potrebbero essere sentiti come persone informate sui fatti. Inoltre potrebbero essere sentiti, per capire l’entità del valore dello studio commissionato, anche i due ricercatori dell’Università di Bologna che lavorarono sulla ricerca: Renata Bottazzi e Serena Trucchi. Al Corriere Bottazzi aveva spiegato: “Ho condotto insieme alla Trucchi un progetto commissionato dalla Fondazione Eyu riguardo il rapporto degli italiani con il concetto di proprietà della casa. Tale attività è stata svolta tra l’ottobre e il dicembre 2015, e si è conclusa con la consegna, da parte nostra, di un rapporto inviato il 10 dicembre 2015. Il compenso onnicomprensivo per tale attività consiste nel totale di 3.500 euro lorde per ciascuna delle due ricercatrici, senza ulteriori indennità o rimborsi spese”. Costi poi smentiti da Bonifazi.

In ogni modo, per contestare il finanziamento illecito, sia per la Lega che per il Pd, i pm dovrebbero applicare le leggi del 1981 che estendono il reato di finanziamento illecito ai contributo fatti alle “articolazioni” dei partiti e ai contributi “in qualsiasi forma o modo erogati, anche indirettamente, ai membri del Parlamento nazionale (…) ai raggruppamenti interni dei partiti politici”.

I pm potrebbero indagare per finanziamento illecito solo se si convincessero che la Fondazione Eyu o la “Più Voci” possano essere, di fatto, considerate articolazioni dei partiti a cui indirettamente sono destinate le dazioni di Parnasi. Una partita tutta da giocare.

Inchiesta sul crollo, prime ammissioni: controlli poco accurati

Prime ammissioni Le indagini sul crollo del ponte Morandi vanno avanti. In procura oltre ai primi imputati – che si sono avvalsi della facoltà di non rispondere – sono sfilati molti testimoni. Che sono obbligati a rispondere. Tra questi diversi tecnici di Autostrade e di Spea, la società controllata che si occupa di manutenzione e di controlli.

Proprio dai dipendenti di Spea sarebbero arrivate le prime ammissioni su alcune falle nei controlli. I pm hanno chiesto conto dei controlli effettuati su piloni e stralli. Sui monitoraggi. All’incalzare dei magistrati alcuni testimoni hanno dichiarato che i controlli sul ponte non erano poi così stringenti.

Per gli inquirenti un elemento importante dopo altri riscontri raccolti in quasi quaranta giorni di indagini. Prima era arrivato il contenuto di alcuni messaggi ed sms tra i dipendenti che parlavano appunto di “criticità”. Poi, come ha scritto il Fatto nei giorni scorsi, le mail tra alcuni dirigenti di Autostrade e di Spea. Una corrispondenza molto accesa in cui Autostrade criticava la società controllata. Affermazioni di cui gli inquirenti hanno chiesto conto anche ad Antonio Galatà, l’amministratore delegato di Spea.

Il testo “monco”: Autostrade può rientrare

Il governo giura che Autostrade non ricostruirà il ponte di Genova che sostituirà il Morandi. “Non è assolutamente contemplato”, ha ribadito ieri il premier Giuseppe Conte. Eppure dietro le quinte si lavora proprio su questa strada. È infatti sul ruolo della società controllata da Atlantia dei Benetton, verso cui il governo ha avviato la procedura di revoca della concessione, che si è impantanato il decreto su Genova. Il testo viene rimpallato e riscritto negli uffici legislativi, tra ministero delle Infrastrutture e Palazzo Chigi, senza che si trovi una soluzione al cortocircuito giuridico: come si fa a far pagare la ricostruzione al concessionario, equiparato in diritti e doveri al proprietario, senza che abbia un ruolo nei lavori che per legge è obbligato a fare?

Nell’ultima bozza del testo, che risale a giovedì, la questione resta irrisolta. Il governo obbliga Autostrade per l’Italia (Aspi) a versare i soldi per la ricostruzione “entro 30 giorni” dalla richiesta del commissario straordinario, che in caso di inadempimento può farseli anticipare da “un soggetto pubblico o privato” che potrà poi rivalersi con il credito vantato dallo Stato verso Aspi. Per blindarsi, il governo pone l’intera procedura sotto “la sola giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo”, peraltro sotto la tutela dell’articolo 125 che prevede di considerare l’interesse nazionale nei giudizi cautelari. È la prima volta che accade. Su come verranno usati i soldi e affidati i lavori però non c’è accordo tra M5S e Lega, meno ostile a dare un ruolo ad Aspi, e infatti il comma che deve specificarlo viene annunciato ma non compare nel testo.

I 5Stelle hanno designato alla ricostruzione del ponte la Fincantieri, il gruppo pubblico della cantieristica navale, che però non ha tutte le autorizzazioni necessarie per realizzare per intero i viadotti. Per questo, stando a quanto filtra, gli uomini più vicini al dossier lavorano per far rientrare Autostrade. A quanto filtra potrebbe partecipare in consorzio con Fincantieri – che realizzerà le componenti in acciaio – coinvolgendo le controllate Pavimental (cantieristica) e Spea (progettazione), insieme ad altre società. È già filtrato il nome della Cimolai di Pordenone, società specializzata nella costruzione dei viadotti. È l’ipotesi caldeggiata dal governatore ligure Giovanni Toti e da Autostrade, a cui sono già pervenuti i progetti per il nuovo ponte realizzati dal progettista Pierangelo Pistoletti della Seteco Ingegneria, che collabora con Cimolai.

Se per gli attori in causa l’ipotesi viene perfino auspicata, non è così per il governo, almeno per il suo azionista di maggioranza, i 5Stelle, che forse si sono troppo frettolosamente fidati delle rassicurazioni arrivate. Dopo aver bruciato le tappe, ora lo stallo sugli affidamenti sta bloccando il decreto. La prima versione del testo affidava al Commissario straordinario i poteri speciali già usati per la ricostruzione de L’Aquila (il cosiddetto “modello Bertolaso”), una formula che ora è sparita dalle bozze dove si parla solo di poteri “in deroga a ogni disposizione di legge”. L’uscita di Conte segnala che il problema resta irrisolto. E che il lavoro dietro le quinte per rimettere in gioco Aspi forse avviene all’insaputa di Palazzo Chigi.

Decreto su Genova sparito e riscritto: il Cdm cos’ha votato?

Le pessime pratiche sono dure a morire e il governo Conte sembra aver ereditato dai suoi predecessori – l’esecutivo Renzi in particolare –, l’abitudine a praticare processi legislativi opachi, piegati agli interessi del momento ed esposti alle trattative sottobanco. Forse ci capiremo con una domanda: che fine ha fatto il cosiddetto “decreto emergenze” che doveva curare le ferite di Genova e, soprattutto, cosa ha votato il Consiglio dei ministri giovedì scorso approvandolo con la formula “salvo intese”?

Questo modo di procedere non è solo opaco, ma anche illegittimo. Se il testo non c’è, chiedersi cosa hanno effettivamente approvato i ministri non è un fatto solo formale. Spiega il sito del governo che il Consiglio “determina la politica generale del governo e l’indirizzo generale dell’azione amministrativa. Esso delibera, inoltre, su ogni altra questione relativa all’indirizzo politico”. Insomma, l’intera azione dell’esecutivo è legittima solo se passa per il Consiglio dei ministri. E dunque, ripetiamo, cosa hanno votato i ministri?

La cosa è andata così. Il governo il 13 agosto ha approvato – su pressione, pare, del premier Giuseppe Conte – il decreto che affronta tra le altre cose l’emergenza a Genova: il Consiglio doveva procedere a un esame preliminare, ma il giorno dopo cadeva giusto il trigesimo della tragedia del ponte Morandi con le relative celebrazioni a cui ha poi partecipato lo stesso Conte. Presentarsi con un decreto e vantare l’azione del governo poteva essere una buona idea, ma a patto che il decreto esistesse.

Ebbene, da allora questo testo di legge è sparito. La bozza arrivata sul tavolo del Consiglio dei ministri otto giorni fa, peraltro, si limitava, in sostanza, a indicare per la ricostruzione il “modello L’Aquila” (cioè a concedere poteri molto vasti al commissario) e per il resto era molto snella: non riportava cifre a copertura degli impegni, era molto vaga quanto al rapporto con Autostrade per l’Italia. Ora, dopo l’incontro tra il premier e i politici locali (il governatore ligure Giovanni Toti e il sindaco di Genova Marco Bucci) circola invece una versione del decreto che è il doppio di quella precedente, non contiene più il “modello L’Aquila” e accoglie invece molti dettagli in più, ivi compreso il ruolo degli stessi Toti e Bucci; dettaglia gli interventi per Genova dal punto di visto economico; scende nel merito del possibile ruolo della società controllata dai Benetton nel finanziamento della ricostruzione; prevede numerose assunzioni anche al ministero delle Infrastrutture con la creazione di una nuova struttura di controllo sullo stato delle opere pubbliche.

Tutte cose giuste magari, ma non si tratta certo di modifiche che possano essere nascoste sotto la voce “salvo intese”, che può coinvolgere al massimo qualche dettaglio o qualche numero, non parti del tutto assenti del testo e la riscrittura di quanto già approvato.

Insomma, cosa hanno votato i ministri? Ieri il ministro Danilo Toninelli, in visita a Genova, ha sostenuto di aver visitato gli sfollati del Morandi “col testo del decreto in mano”: “Gli ho detto che ci sono tante cose per la città”. I decreti, però, non devono viaggiare per l’Italia in mano ai ministri, ma essere pubblicati in Gazzetta Ufficiale e devono arrivarci attraverso una procedura lineare e già definita dalle norme. Questo, attenzione, vale soprattutto per i decreti, che sono un’eccezione nel processo legislativo (devono avere carattere di “necessità e urgenza”) visto che la loro approvazione comprime lo spazio di discussione, intervento e controllo del Parlamento, costretto ad approvarli o respingerli nell’arco di sessanta giorni.

Affidarli, invece, a trattative opache e successive all’approvazione formale da parte del Consiglio dei ministri e, dunque, alle cure degli eterni uffici legislativi non è un buon viatico. Abbiamo già visto mille volte come va a finire: provvedimenti incoerenti, norme senza padre né madre, errori che si finisce per attribuire alle solite “manine”. Per evitarli basta seguire le leggi e approvare leggi e decreti solo una volta che sono davvero scritti.