Il papà di dibba e i privilegi di Fiano

Ieri il Partito democratico ha gridato allo scandalo perché Alfonso Bonafede – ministro della Giustizia – starebbe bloccando la procedura di autorizzazione a procedere per il padre del collega del movimento Alessandro Di Battista per le frasi contro il capo dello Stato (il reato di vilipendio, infatti, prevede l’autorizzazione del Guardasigilli). Grande fermento, tanti comunicati. Finché Bonafede non ha smentito: “Non è vero, non lo farei mai. Né Di Battista me lo chiederebbe mai. Voglio tranquillizzare gli esponenti del Pd – ha detto il ministro – che si sono lanciati con l’ennesima fake news”. Tra i primi a protestare, ieri mattina, spiccava nelle agenzie di stampa Emanuele Fiano, un tempo duro alfiere del renzismo. Peccato che il deputato, nonché presidente del gruppo dem alla Camera, abbia utilizzato l’immunità sulle opinione espresse – un antico privilegio dei parlamentari – per evitare una vecchia querela per diffamazione da parte di Gianroberto Casaleggio, il fondatore dei 5Stelle, scomparso due anni fa.

Un ottimo esempio di coerenza: gridare contro il falso privilegio degli altri e dimenticarsi del proprio.

“Reddito di cittadinanza solo agli italiani”

Nelle trattative sui numeri e soprattutto sulle misure della manovra, a una settimana dal termine entro cui l’esecutivo dovrà presentare la nota di aggiornamento al Def, il Documento di economia e finanza, nonché il quadro delle riforme, ieri il Carroccio ha mandato diversi messaggi agli alleati di governo.

Reddito. “Sono sicuro che gli amici Cinque Stelle stanno studiando una formula del reddito di cittadinanza intelligente che lo limiti ai cittadini italiani” ha detto il vicepremier Matteo Salvini, riferendosi alla misura imprescindibile per i pentastellati. Un messaggio che la Lega manda dopo le parole del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che interrogato al Senato aveva spiegato come l’iniziativa legislativa, già avanzata dal Movimento 5 Stelle durante la precedente legislatura, prevedeva che alla misura potessero accedere i cittadini italiani o di Stati membri dell’Unione europea che fossero residenti sul territorio nazionale.

Per i Paesi terzi, invece, si “condizionava la fruibilità del sostegno al fatto che i rispettivi Paesi di origine avessero sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale con l’Italia”.

Il Carroccio procede spedito sulle sue posizioni: dopo l’incontro di ieri tra i sottosegretari Massimo Garavaglia, Massimo Bitonci, Claudio Durigon e il vicepremier Matteo Salvini, oggi spingerà sui suoi cavalli di battaglia, da quota 100 (62 anni di età e 38 di contributi) per le pensioni, alla flat tax e alla fattura elettronica, fino alla Pace fiscale (che dovrà essere non solo una tantum ma “misure strutturali per risolvere forme di contenzioso attuale e in prospettiva”), alla cedolare secca sui negozi al 21 per cento, il taglio delle accise sulla benzina e il 100 per cento del turn over per tutte le forze dell’ordine. “Esclusa – hanno detto, come confermato anche dal ministro Tria – qualsiasi ipotesi di aumento Iva”.

Contorni. Sono comunque ancora poco definiti i contorni sia economici che pratici della manovra: sulla pace fiscale il titolare del Mef ha prima assicurato (come lo stesso Luigi Di Maio) che non sarà un “condono” e poi ha sottolineato come non è ancora possibile “allo stato fornire una stima attendibile e puntuale degli effetti di gettito delle misure che saranno introdotte”.

La Lega ha continuato a rassicurare, ha promesso di mantenere i “conti in ordine” iniziando a “smantellare la Fornero” e riducendo le tasse per “i dimenticati da Renzi e la sinistra”. La platea sono le partite Iva, commercianti, i piccoli imprenditori, gli artigiani. “Con la pace fiscale e con Equitalia si va avanti, così come con la semplificazione.” Parole simili a quelle di Tria, che ha ripetuto che “l’obiettivo del governo è quello di assicurare alla graduale realizzazione degli interventi di politica economica contenuti nel contratto di governo, compatibilmente con le esigenze di garantire l’equilibrio dei saldi strutturali di finanza pubblica”.

Deficit. Sulle coperture è intervenuto Di Maio: “Un governo serio trova le risorse – ha detto il vicepremier – perché altrimenti è meglio tornare a casa”. Il riferimento è alla flessibilità di bilancio e alla possibilità di portare il rapporto tra deficit e Pil al 2 per cento. “Non dobbiamo avere paura di sforare, a meno che il 2 per cento non sia diventato un tabù, però ce lo dovevamo dire prima”. Una impresa non facile. La ‘linea Tria’ è infatti di portare il deficit nominale non oltre l’1,6 per cento e di puntare a non far peggiorare il saldo strutturale.

“Pace fiscale, per M5S le soglietroppo alte sono inaccettabili”

“La proposta della maggioranza è ancora da definire e faremo le nostre valutazioni per esercitare il nostro ruolo in sede parlamentare, in linea di principio sono contraria a condoni generalisti e permanenti ma è giusto che i contribuenti morosi per l’oggettiva congiuntura economica, non dipendente dalla loro volontà siano rimessi sul mercato, è sostenibile parlare di pace fiscale fissando un tetto che tenga conto dei piccoli contribuenti in difficoltà e le soglie che ho sentito in questi giorni non sono proponibili per i 5Stelle”. Carla Ruocco è la presidente M5S della Commissione Finanze della Camera e un’ex funzionaria dell’Agenzia delle Entrate. Sulla sua scrivania dovrà passare anche la formulazione finale dell’intervento sulle cartelle esattoriali caldeggiato dalla Lega.

“Equitalia ci ha fornito i dati sulla massa di contenzioso rimasto in magazzino, sono 871 miliardi di debiti incagliati, la massa del non riscosso è enorme e l’81% riguarda i “ruoli” erariali, un’operazione va fatta ma la pratica del condono è dannosa per l’immagine del Paese.

Anche lei pensa agli investitori esteri?

L’Italia ha bisogno di acquisire affidabilità come sistema Paese anche in questo campo. Le misure fiscali a tagliola sono inique, più sono tagliate addosso al contribuente più sono eque

La Lega parla di dare una mano ai contribuenti in difficoltà nei pagamenti.

Anche noi vogliamo aiutare i contribuenti in difficoltà e alleggerire il carico fiscale, ma dall’altra parte ci sono persone perbene che hanno pagato le tasse e dobbiamo inquadrare chi evade e froda il fisco. Si deve evitare una pace fiscale permanente che diventi un condono perpetuo per chi volontariamente non paga.

Da chi si comincia?

Dei 20 milioni di contribuenti che hanno ricevuto negli anni una cartella esattoriale, il 55,1% deve pagare meno di 1.000 euro e pesa sull’ammontare del contenzioso solo per l’1,9% del totale, mentre lo 0,9% che deve allo Stato più di 500 mila euro pesa per il 66,5% del valore, da qui bisogna partire, dobbiamo capire chi c’è dentro quello 0,9%, i morti e i vivi, se abbiamo speranza di recuperare risorse, quali sono le problematiche che hanno portato alla mancata riscossione, una misura omnibus in cui ci infili tutti è ingiusta e dà meno certezza sui risultati.

La Flat tax invece la convince?

Anche qui si tratta di andare a vedere le soglie, è giusto incentivare le piccole imprese ma sono necessari sgravi fiscali anche per gli altri contribuenti come i lavoratori dipendenti e i pensionati.

M5S e Lega in Commissione Finanze hanno firmato insieme un disegno di legge di semplificazione fiscale.

Stiamo lavorando bene insieme. Si tratta di misure anti-evasione e agevolative per far sì che i principi dello Statuto del contribuente vengano applicati seriamente in tutte le disposizioni applicative e le norme fiscali, abbiamo previsto la possibilità di compensare qualsiasi imposta usando l’F24, le agenzie fiscali non potranno introdurre un ulteriore onere burocratico se non ne avrà soppresso un altro, le imposte sugli affitti non potranno essere riscosse se non saranno stati effettivamente incassati dal conduttore, aumenteremo le sanzioni a carico di chi effettua indebite compensazioni o di chi froda sulle accise, daremo alle persone fisiche gli stessi limiti di pignoramento previsti per le imprese e alleggeriremo le multe per gli errori in cui incorreranno i contribuenti nel primo anno del varo della fatturazione elettronica, non si potranno richiedere ai contribuenti informazioni già a disposizione dell’Amministrazione finanziaria, e molto altro.

Su queste misure siete tutti d’accordo?

Abbiamo firmato tutti, ci sarà un’ampia discussione in Commissione e si seguiranno i tempi del dibattito parlamentare, ma l’approvazione è assicurata.

Bolognina, circolo Pd messo a soqquadro: ma era l’impresa edile

”È una vicenda kafkiana” dice Mario Oliva, il segretario del circolo Pd della Bolognina (che conta ancora 200 iscritti). È una sezione storica, vicina all’ufficio in cui Achille Occhetto decise la “svolta” che portò il Pci a trasformarsi nel Pds. “Ho pensato all’assalto dei vandali”, dice Oliva. Invece era stata un’impresa edile ad aver “devastato” lo storico circolo, con il logo del Pd affastellato tra le scrivanie, computer accatastati in un angolo e pannelli divelti. È lo stesso Oliva a spiegare la dinamica: nelle stanze del circolo si sta trasferendo la “Fondazione Duemila”, quella che – con la fine dei Ds, su disegno dell’allora tesoriere nazionale Ugo Sposetti – gestisce il patrimonio storico e immobiliare dei Democratici di Sinistra nella città “rossa”. “Il nostro è un circolo molto grande e c’è spazio per tutti e due. Avevamo ragionato”. Poi, nei giorni scorsi, la scoperta della sede messa a soqquadro: “Era tutto all’aria, anche le tessere e i moduli degli iscritti, che contengono dati sensibili. Per questo ho chiamato la Digos che ha certificato che non si è trattato di un atto vandalico”.

De Magistris, LeU, Pap e l’idea movimentista

Nel campo di Agramante della sinistra radicale non si smette mai di litigare in attesa speranzosa di fatti nuovi. Quello che potrebbe consentire di ricucire i pezzi sparsi di quella che, al tempo di Rifondazione comunista raggiungeva risultati elettorali del 7%, è l’iniziativa che il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha deciso di intraprendere. Sabato scorso, a Roma, ha infatti riunito i vertici del Prc, di Sinistra italiana, di Potere al popolo, di altre strutture non partitiche e ha dichiarato la propria intenzione di formare una lista per le elezioni europee. Ha posto però rigide condizioni. La prima è che la lista abbia una chiara credibilità e quindi non comprenda candidati compromessi con il passato (niente figure alla D’Alema, per intenderci). Che la lista sia davvero unitaria e quindi non ce ne siano altre nello stesso campo politico. Infine, che abbia la capacità di andare oltre la stessa sinistra radicale. De Magistris ha occupato a Napoli lo spazio politico del M5S e quindi ha in mente iniziative che siano concorrenziali anche con quel mondo.

Il patto finale non c’è ancora, all’interno delle varie formazioni esistono anche altre opzioni perché da una parte c’è l’iniziativa di Liberi e Uguali, con la sua componente ex Pd che spera in una riaggregazione attorno a Zingaretti, mentre nella sinistra movimentista di Potere al popolo si addensano non più solo nubi, ma veri e propri scontri aperti. Il cartello alle scorse elezioni politiche non aveva superato il 2%, ma ora è accreditato dai sondaggi in crescita fino a superare la stessa formazione di LeU. Avendo però deciso di strutturarsi e di avviarsi a un congresso, ha dovuto sperimentare le molteplici forme con cui i partiti della sinistra radicale sono capaci di farsi del male. L’ultima invenzione è la votazione su statuti contrapposti, Statuto 1 e Statuto 2 che vede fronteggiarsi Rifondazione comunista da un lato, sostenitrice di uno Statuto più tradizionale con l’elezione dei portavoce da parte di un coordinamento nazionale, e i più giovani animatori del centro sociale Je so’ pazzo, ex Opg che invece puntano a superare le forme tradizionali, chiedono di utilizzare a pieno regime le piattaforme internet e puntano all’elezione dei portavoce direttamente da parte dei militanti. Un modello già sperimentato dal M5S e quindi guardato come innovativo e democraticamente più interessante. In questo modo, però, dicono i maligni, si assicurerebbero l’elezione dei due volti noti di PaP, Viola Carofalo, del centro sociale napoletano, e Giorgio Cremaschi, sostenuto dall’area Eurostop cui fa riferimento anche il sindacato di base Usb.

In LeU le cose non sono più tranquille perché se Bersani e soci hanno ormai fatto capire che a una chiamata diretta di Zingaretti non saprebbero resistere, Sinistra italiana di Nicola Fratoianni deve riposizionarsi cercando di non sparire o non essere scompaginata. Cosa non facile se si pensa che recentemente Stefano Fassina ha deciso di rappresentare più compiutamente posizioni di sinistra “sovranista” fondando l’associazione Patria e Costituzione, mentre Laura Boldrini ha dato vita qualche mese fa a Futura, associazione che punta al ricompattamento con un Pd derenzizzato.

La sinistra radicale non riesce a uscire da una crisi che ormai è decennale e ruota sempre nell’incapacità di sancire la propria separazione dal Pd e dall’assenza di legami sociali forti. Il M5S le ha rubato buona parte dell’elettorato. De Magistris è forse il più consapevole del problema e, sul piano europeo, ha cercato una sponda con l’ex ministro greco Yanis Varoufakis il cui movimento, Diem, in Italia è rappresentato da Lorenzo Marsili. E nella formazione della lista per le Europee si è già messo in moto il dibattito se occorre allearsi con Varoufakis oppure con il francese Jean Luc Mélenchon o, ancora, con Alexis Tsipras. La confusione sotto al cielo è grande e la situazione potrebbe non essere eccellente.

Bersani riapre (alla cieca): “Serve una sinistra popolare”

Èil primo giorno della festa di Mdp a Roma e piove. Forte. È la prosecuzione beffarda del diluvio del 4 marzo. Il palco montato all’esterno è inagibile, allagato da un temporale infame e populista. Ma da qualche parte quel che rimane della sinistra italiana deve pur ripartire, e riparte da una stanza al chiuso, raccolta ma gremita, e dalle parole di Pier Luigi Bersani. “Per fare da argine a questa destra ci vuole una sinistra popolare. Che conosca la vita comune, sappia parlare il linguaggio del popolo, si concentri sui problemi veri e non sulle seghe mentali”.

L’ex segretario del Pd ha ancora una connessione sentimentale con quel che rimane del suo popolo. Se la coccola: “Alla Festa dell’Unità di Modena per il mio dibattito c’erano 1.200 persone, è stato il picco. Ho esordito dicendo ‘ciao, compagni’. È venuta giù la sala”. Conserva un carisma bonario e un linguaggio vivace, al solito un po’ astruso. Sul palco con lui ci sono il direttore del Fatto, Marco Travaglio, e Tommaso Labate del Corriere della Sera.

Un appello per una nuova piattaforma di sinistra, dunque. Bersani lo infila in un discorso pieno di parole di buonsenso e analisi lucide. Il problema è che non si capisce bene quale possa essere il destinatario. Idealmente: il Pd derenzizzato. Magari da Nicola Zingaretti. Per adesso una chimera. Bersani la butta lì: “Se il Partito democratico dicesse: facciamo i conti con i nostri errori, liquidiamo quest’ultima vicenda (la stagione renziana, ndr), capiamo dov’è che abbiamo perso un pezzo di popolo, a quel punto io ci starei, e inviterei tutti a partecipare a questa operazione, già dalle Europee”. Ma lo riconosce lui stesso: in questo momento è un periodo ipotetico dell’irrealtà.

Ripartire, quindi: ma con chi? Da cosa? Intanto da parole nuove. Sull’immigrazione, ad esempio: “Sono d’accordo con Travaglio, sui migranti si devono fare anche discorsi non convenzionali. E bisogna far presente all’Europa e alla Francia che l’Italia non può sopportare tutto il peso da sola. Ma poi dobbiamo pure ricordarci che noi siamo di sinistra e per noi la strada è in salita, perché pensiamo che tutti gli uomini e le donne siano uguali”.

Il nemico politico, dice l’ex segretario, è la destra salviniana, non il Movimento 5 Stelle: “Come si fa a dire che sono i 5Stelle il problema? Ma lo vedete il mondo dove va? I grillini non sono mica in grado di fermarla, questa situazione”.

Il consenso di Salvini non è destinato a durare una stagione breve, ma è parte della cavalcata della destra mondiale: “Questa non è una luna di miele, sta succedendo qualcosa di profondo. Dal consenso si è passati all’egemonia, è un tema che non riguarda nemmeno più solo la politica. Sono forze reali nella società. Un’onda che appartiene a un passaggio più di storia che di cronaca. Per questo dico che a sinistra dobbiamo tenerci larghi. Dobbiamo riprenderci il nostro popolo, non farci un partitino”. Messaggio a Nicola Fratoianni e ai compagni di LeU.

Bersani detesta l’elitarismo di chi evoca le invasioni barbariche (“Questi qui non sono populisti, sono popolari. Invece nel Pd c’è qualcuno a cui la gente non piace. A cui la gente fa paura”) e per spiegarsi cita “il Migliore”: “Nel 1935, quando il fascismo era all’apice e i comunisti in galera, Togliatti scriveva: ‘Le masse che aderiscono alle organizzazioni fasciste non sono nostri avversari, sono lavoratori che noi siamo impegnati a conquistare’”. E come si fa? “Serve una piattaforma. Il problema è che non c’è neanche più un posto dove si discute”. Fuori intanto ha smesso di piovere.

A Livorno i 5 Stelle votano il ‘mini ius soli’ e il Carroccio insorge

L’alleanza gialloverde a Livorno non sta tanto bene. Dopo le critiche del sindaco Filippo Nogarin al ministro Fontana sulle unioni civili e l’apertura del porto di Livorno ai migranti della Aquarius, nella tarda serata di mercoledì il consiglio comunale ha approvato un “mini Ius Soli” che prevede il conferimento della cittadinanza onoraria a tutti i bambini nati a Livorno da genitori stranieri. Il provvedimento è stato presentato dal gruppo consiliare di sinistra “Futuro!” ed è stato votato da tutto il consiglio, tranne Elisa Amato di Forza Italia (la Lega non ha consiglieri). Il voto favorevole del M5S però non è proprio piaciuto alla Lega livornese che parla di “provvedimento ridicolo” di “una sinistra totalitaria e retorica che sbandiera diritti solo per i prepotenti figli del mercatismo sociale”. Lo Ius Soli non è nel contratto di governo nazionale e per questo la mossa del Comune amministrato dai 5 Stelle non è piaciuta alla Lega: “Se Nogarin fa opposizione al governo Conte, esca dal M5S” attacca l’ex candidato all’uninominale del Carroccio Lorenzo Gasperini. “Questo è un atto dal forte valore politico e sono contento che la maggioranza lo abbia sostenuto”, replica Nogarin.

Rai, oggi si rivota per Foa e scatta la caccia al Tg1

La caccia grossa al cinghialone è partita. No, non siamo tornati a Tangentopoli, quando così veniva chiamato Bettino Craxi, parliamo di Rai. Il cinghialone è il Tg1, la testata più autorevole, seguita, desiderata, ambita. Con i suoi quasi sei milioni di telespettatori (24-25% di share) è il tesoro su cui ogni leader politico vuole mettere le mani: dalla scelta del nuovo direttore (o direttrice) del primo Tg italiano scaturiranno, a cascata, tutte le altre nomine.

La notizia, però, è che ancora non si sa quale dei due partiti di governo conquisterà l’agognata preda. Archiviata la querelle della presidenza – con Marcello Foa che questa mattina sarà ri-votato dal Cda – è iniziato il braccio di ferro tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio per accaparrarsi il Tg della rete ammiraglia. Se fino a qualche settimana fa sembrava che la casella dovesse andare al Carroccio, col vicedirettore Gennaro Sangiuliano, ora i giochi si sono riaperti e in corsa sono tornati i 5Stelle. Il cui nome di punta è Alberto Matano, uno dei conduttori dell’edizione delle 20.

La parabola di Matano segue una curvatura particolare. Nato a Catanzaro, classe 1972, approdato al Gr1 nei primi anni Duemila, Matano si fa tutta la gavetta del cronista politico, ma ad aiutarlo a fare il grande salto al Tg1 di Gianni Riotta (nel 2007) è la vicinanza a Pier Ferdinando Casini, che è un amico della famiglia. Al Tg1 Matano fa il suo, sempre nella redazione politica. Poi, dopo una parentesi a Unomattina, comincia a condurre le edizioni minori. Il salto alle 20 lo fa nel 2013 con Mario Orfeo, suo grande sponsor. Lui è bravo, rassicurante, buca il video: piace alle figlie, alle mamme e alle nonne. Alter ego del suo rivale di sempre, Francesco Giorgino: a Saxa Rubra si narra di litigate tra i due da far tremare i vetri.

Ma mentre Giorgino è rimasto inchiodato al Tg, Matano piace a Daria Bignardi che, nel 2017, lo chiama a Rai3 per condurre Sono innocente, trasmissione dove vengono raccontate storie di errori giudiziari e malagiustizia. Non proprio l’identikit del perfetto grillino. E invece ora Matano si ritrova in pole position per la direzione in quota 5Stelle: un po’, dicono, per la sua amicizia col sottosegretario grillino Vincenzo Spadafora, un po’ perché i 5Stelle, per le direzioni, cercano volti noti, riconoscibili.

Al Tg1 però, se gli ascolti vanno bene (23,8% la media serale contro il 18,3% del Tg5 da giugno 2017 a giugno 2018), in redazione il clima è pessimo. Da una parte ci sono i giornalisti vicini al centrodestra che si lamentano perché “si continua a fare un Tg filo-Pd e filo-renziano”, dall’altra c’è malumore per la gestione degli “Speciali” che, dopo le dimissioni di Daniele Valentini, sono gestiti da Maria Luisa Busi senza che gli altri tocchino palla.

Il nome di Salvini per il Tg1, comunque, è sempre lo stesso: Sangiuliano, il quale, andasse male, potrebbe essere dirottato al Tg2 (dove però c’è anche Luciano Ghelfi) o alla Tgr (dove sono in lizza pure Alessandro Casarin e Roberto Pacchetti). Al Tg3, invece, dovrebbe restare Luca Mazzà, che vanta un buon rapporto col “capitano”. Per le reti, invece, a Rai1 dovrebbe arrivare (in quota Lega) Marcello Ciannamea; per Rai2 si parla di Maria Pia Ammirati e per Rai3 di Carlo Freccero (entrambi in quota M5S però).

Altre caselle sparse: se Rainews24 interessa ai 5Stelle, Rai Fiction è nel mirino della Lega. Poltrone di gran potere sono anche Rai Cinema, Rai Pubblicità e Rai Way. Infine si parla pure di un ritorno a Roma per Antonio Preziosi. L’ex direttore della Radio, ora corrispondente da Bruxelles, si è sposato due settimane fa: testimone dello sposo era Antonio Tajani (FI), mentre a officiare è stato il cardinale Tarcisio Bertone.

Migranti e affari, Salvini e B. di nuovo uniti irritano M5S

Quattro ore. Tanto dura la nuova puntata della barzelletta politica di questa legislatura: vale a dire il vertice del centrodestra, coalizione unitissima il cui principale partito è al governo, gli altri due all’opposizione. Il parterre è di quelli seri: oltre al padrone di casa Silvio Berlusconi (l’incontro si è tenuto a Palazzo Grazioli), la leader di FdI Giorgia Meloni e i leghisti Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, vicepremier e sottosegretario a Palazzo Chigi. Il primo, va detto, è andato via in anticipo, ma definirlo un vertice ai più alti livelli politici non è azzardato.

I contenuti sono difficili da analizzare: già acquisito il via libera per Marcello Foa alla presidenza della Rai, sul piatto c’erano soprattutto le prossime elezioni regionali e amministrative a cui la coalizione di governo, ma anche di opposizione, si presenterà unita. È la linea della Lega: accordo locale col centrodestra, nazionale coi Cinque Stelle. Peccato che l’incontro si concluda con una nota congiunta assai più impegnativa: “In vista della legge di bilancio deve continuare a manifestarsi sia da chi è al governo, come da chi non ne fa più parte, la precisa volontà di contribuire nell’interesse dell’Italia a trasformare in atti dell’esecutivo i principali punti del programma del centrodestra”.

Felice come una Pasqua, Silvio Berlusconi riappare persino davanti a telecamere e taccuini: “In un futuro non lontano il centrodestra tornerà al governo”. L’ex Cavaliere s’è sentito rinfrancato dalle parole lasciate cadere sul tavolo da Giorgetti: “Non so se i 5 Stelle tengono”. Salvini, raccontano, avrebbe invece difeso gli alleati dagli attacchi dello stesso Berlusconi. Uscito, s’è difeso lui stesso dall’accusa di dover garantire gli interessi di Mediaset per tenere unita la coalizione con cui governa le Regioni: “Mai parlato di pubblicità né al governo né con Berlusconi”.

L’incontro in pompa magna in uno dei luoghi simbolo del berlusconismo non è di certo piaciuto a Luigi Di Maio e soci. E nemmeno l’idea di fare una legge di Bilancio che piaccia a Berlusconi. Ancor meno, però, il tono ultimativo (e diretto soprattutto a loro) con cui Salvini ha parlato del decreto sicurezza: “Sui migranti faccio due passi avanti. La gente mi paga lo stipendio per dare sicurezza agli italiani, limitare gli sbarchi e aumentare le espulsioni. Questo farò partire da lunedì col decreto immigrazione che finalmente arriva in Consiglio dei ministri dopo due mesi di lavoro”. Il testo, in realtà, è in più punti indigesto per l’alleato a Cinque Stelle: dall’abolizione della protezione umanitaria, che produrrà più clandestini, all’aumento dei tempi di detenzione nei Centri fino alle regole più rigide (o, volendo, punitive) sulla concessione e il mantenimento della cittadinanza. Per ora, il premier Conte copre le tensioni, ma Salvini non rinuncerà certo alla sua bandierina.

Pif contro Salvini, prosegue il match a distanza sui social

“Ministro io non la sto criticando perché ha abbattuto una casa abusiva dei sinti. Non le sto dicendo questo, anzi rilancio: vada anche a Licata dove un sindaco è stato sfiduciato perché doveva abbattere delle ville abusive. Quindi seconde case, davanti al mare. Io sono più legalitario di lei”. Le parole sono quelle di Pif che torna a battibeccare a distanza con Matteo Salvini. L’appello del regista e volto noto della televisione riprende l’attività del ministro contro l’abusivismo: “Lei ha colto delle ingiustizie sociali di questo Paese. Io le contesto la soluzione a queste ingiustizie. Quando si crea la guerra tra poveri a rimetterci sono soltanto i poveri”, spiega in un video. Pif poi prosegue soffermandosi sull’ultima apparizione di Salvini a Rosarno, in Calabria: “È andato a fare un comizio lì ed è riuscito a parlare solo di baraccopoli senza citare mai la ‘ndrangheta. La ‘ndrangheta si sta mangiando questo paese: la prossima volta che va a Rosarno parli prima della ‘ndrangheta che probabilmente gestisce anche la baraccopoli”. Il ministro, tre giorni fa , aveva twittato: “Secondo l’amico del Pd io sarei ‘RAZZISTA’ perché dico ‘campo Rom’: dovrei dire solo ‘campo’. Di sicuro non tacerò perché me lo chiede PIF”.