“Chi depistò aiutò – la mafia: ora si può dire grazie ai pm”

Credo più nella Procura di Caltanissetta che nel Csm per potere accertare la verità sulle responsabilità in relazione ai depistaggi sulla strage di via D’Amelio. La giornata, all’udienza preliminare al processo di Caltanissetta a carico dei tre poliziotti che avrebbero suggerito a Vincenzo Scarantino false dichiarazioni, si era aperta con una buona e una cattiva notizia. Da una parte, la contestazione dell’aggravante ai poliziotti di aver favorito la mafia. Dall’altra, “l’assenza dello Stato che si notava”, con la conseguente richiesta – poi raccolta nella serata di ieri – al governo di costituirsi parte civile. Fiammetta Borsellino era a Caltanissetta.

Quale è stata la sua impressione dopo avere visto l’udienza?

Sono molto soddisfatta per la scelta della Procura di chiedere la modifica del capo di imputazione con la contestazione dell’aggravante. E mi sento garantita dalla presenza sul banco dell’accusa di un pm come Stefano Luciani che conosce il processo in ogni dettaglio, fino ai singoli verbali. Ieri era la mia prima udienza, e quando sei lì ti rendi conto della vastità della materia da studiare. Ma c’ero per testimoniare la mia vicinanza a una Procura che si sta impegnando con tenacia, a distanza di anni, a sciogliere un nodo enorme sulla mancata verità. E anche ai giornalisti che continuano con la loro presenza e il loro impegno a non far spegnere la luce.

Lei sa che suo zio Salvatore proprio nei confronti del pm Luciani non è stato tenero per la sua scelta di alzarsi e uscire dall’aula, quando parlava l’avvocato Fabio Repici. Ha visto in quel gesto una mancanza di rispetto verso la difesa della parte civile, talvolta critica verso i pm di Caltanissetta…

Questo episodio non lo conosco. Ci possono essere mille motivi per le quali Luciani si sia alzato. Io in questa polemica non voglio entrare. Non è per un episodio del genere che si può mettere in discussione una persona che ha studiato così a fondo il processo, possiede un patrimonio enorme di conoscenza, e avendo chiesto, dopo essere stato trasferito a Roma, di essere distaccato appositamente qui per seguire questo dibattimento. Io guardo più alla sostanza. Per quello che sta facendo è una persona che merita la mia riconoscenza.

Perché è importante la contestazione dell’aggravante?

Innanzitutto per una ragione pratica, perché penso che si allunghi la prescrizione. In secondo luogo perché si comprende finalmente che chi ha messo in atto il depistaggio ha di fatto favorito la mafia perché non ha permesso nei tempi congrui l’individuazione dei veri responsabili.

Lei – dopo avere incontrato Giuseppe Graviano in carcere – ieri, in una pausa del processo, ha affrontato i tre poliziotti, Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di concorso in calunnia per avere depistato le indagini. Cosa vi siete detti?

Nello stupore generale ieri si sono presentati in aula tutti e tre. Io ho pensato fosse una grande occasione. Piuttosto che guardarsi in cagnesco come fossimo rivali, ho pensato come sempre di far prevalere il dialogo e la speranza, nelle persone. Ho detto loro che potevano fare la loro parte per aiutare i giudici ad accertare la verità. Perché ognuno di noi in questa storia, in un modo o in un altro, c’è dentro fino al collo. Questa cosa li ha visibilmente scossi. Mattei in particolare mi è sembrato commosso. Nessuno di loro si aspettava che io andassi lì a presentarmi.

Anche lei era alterata emotivamente…

Ovviamente. Non sapevano cosa dirmi, se non che avevano conosciuto mio padre e che capivano. Capivano? A un certo punto mi pare di avere sentito dire da uno di loro che erano dei servitori dello Stato. Io gli ho chiesto: ma di quale Stato? Chi vi ha dato l’ordine di fare certe cose? E quando mi hanno farfugliato qualcosa sui magistrati, io li ho invitati a dire chiaramente in questo processo se c’erano, e chi erano, i magistrati o i superiori che gli dicevano di agire.

E loro cosa hanno risposto?

Mi pare che Bo mi abbia detto che a loro sembra di stare in un film, ma gli ho risposto che le cose non avvengono grazie allo Spirito Santo. Io spero che nel corso el processo da loro possa arrivare un contributo. Spero che dicano se hanno ricevuto ordini da qualcuno di fare i verbali in un certo modo e da chi li hanno ricevuti quegli ordini.

Sta seguendo le audizioni sul caso Scarantino al Csm?

Sono rimasta delusa dal Csm perché dimostra, dalle domande che i giudici hanno fatto durante le audizioni, di non conoscere nulla, nessun atto processuale. È come se avessero messo le mani avanti, sottolineando di non avere poteri. Questa è una resa, è un atteggiamento anche dal punto di vista mediatico. Come se non ne sentissero un’urgenza istituzionale, ma se c’è una sentenza di primo grado che parla di depistaggi… Anche l’audizione di Nino Di Matteo si è di fatto risolta in una auto-assoluzione, eppure il suo contributo potrebbe essere fondamentale, ma servono le domande giuste. Quando si vuole entrare davvero nel vivo delle cose c’è sempre un Consiglio della magistratura che non fa le domande giuste e un magistrato che, di conseguenza, non può rispondere appropriatamente.

Crede che il Csm debba chiedere l’audizione anche di altri magistrati al tempo in servizio alla Procura di Caltanissetta?

Certo. Anche Ilda Boccassini deve essere sentita, così come tutte le persone che, in modo più o meno marginale, sono state coinvolte: dai magistrati ai cancellieri. Tutti. Non stiamo parlando di una semplice emissione di assegni scoperti, ma di una strage. E penso che questo processo possa essere l’occasione giusta.

Cosa si aspetta da questo processo?

Mi aspetto che venga riconosciuto un percorso di ricerca della verità. L’esito mi auguro sia positivo, ma anche se questo non dovesse essere l’importante è cercare la verità. La ricerca della giustizia, della verità, prima ancora che le condanne. È quello che mi ha insegnato mio padre.

La fake news del prosecco che caria i denti affossa le vendite

La guerra del prosecco per ora la vince Albione: nei primi 6 mesi del 2018 – dati Coldiretti – le esportazioni nel Regno Unito sono calate del 7%, al livello più basso dopo 10 anni di espansione. Un decennio in cui non c’era party, cena fra amici, inaugurazione senza bottiglie italiane. Effetto Brexit prima dell’effettiva exit del 29 marzo 2019? sembrerebbe di sì, se davvero hanno contato l’incertezza sull’esito dei negoziati e il calo di potere d’acquisto della sterlina. E soprattutto la propaganda dei tabloid come Daily Mail e il Sun, che hanno cavalcato il nazionalismo post-referendum diffondendo la regina delle fake news: le bollicine rovinano lo smalto dei denti (e comunque il prosecco è roba per fighetti europei, noi patrioti beviamo birra e gin). Campagna, si sospetta, sponsorizzata da produttori locali. Querelle intrecciata con Brexit, e deflagrata nel 2017 quando Boris Johnson, allora ministro degli Esteri, si era detto sicuro che l’italia avrebbe garantito al Regno Unito accesso al mercato unico “per non perdere le esportazioni di prosecco”. Carlo Calenda, allora allo Sviluppo economico, replicò: “Voi venderete meno fish&chips a 27 paesi europei”. Ma se il Regno Unito riduce i consumi, la domanda aumenta specie in Usa e Germania.

Ma a preoccupare Coldiretti, e ancor più i foodies di ogni nazionalità spiaggiati in quella incognita che è il Regno Unito post-Brexit, è “il rischio che con l’uscita dall’Unione si affermi una legislazione sfavorevole all’esportazioni agroalimentari italiane, come l’etichetta nutrizionale che si sta diffondendo nei supermercati inglesi e che boccia ingiustamente quasi l’85% del Made in Italy a denominazione d’origine (Dop)”.

Chi offre di più? Il referendum macedone e la guerra dell’Est tra Ue-Nato e Cremlino

Meno 9, 8, 7 fino all’ultima domenica di settembre. Da oggi il conto alla rovescia per il referendum è cominciato. C’è sempre meno tempo per convincere i due milioni di abitanti a rispondere si a questa domanda: “Siete favorevoli all’entrata nella Nato e nell’Unione europea accettando l’accordo tra Repubblica di Macedonia e Grecia?”.

Se il sì vincerà, Fyrom, ex repubblica jugoslavia di Macedonia, diventerà Macedonia del Nord. È un nuovo battesimo concordato con Atene, per cui Macedonia è il nome di una regione ellenica. Si decide il prossimo 30 settembre, dopo quasi 30 anni di disputa.

Cambiare nome al paese è presupposto necessario per entrare in Europa e Alleanza atlantica e per convincere i macedoni si sono spostati i pesi massimi della politica prima delle urne. Manovre e riunioni operative, incontri in sequenza: la prima a sfilare con giacca verde su tappeto rosso alla passerella di Skopje è stata la Merkel. Il 17 settembre è arrivato in visita James Mattis, segretario della Difesa statunitense. La campagna americana per votare yes è poi veramente cominciata quando è toccato al segretario dell’Alleanza Jens Stoltenberg. Complimenti per riforme economiche e poi un messaggio diretto: “siamo pronti ad accogliervi nella Nato, le porte sono aperte, ma dovete decidere voi di attraversarle, il futuro vi aspetta”. Messaggio amplificato dal premier macedone Zoran Zaev: se non vince il si diventeremo instabili, per il paese “non c’è una strada per tornare indietro”. Anche l’Italia ha augurato un futuro benvenuto in Europa al paese. Con strette di mano cordiali la ministra della Difesa Elisabetta Trenta ha promesso aiuti e addestramento del personale militare in visita nella Capitale.

Ma a spaventare l’Europa e i filo-europei del paese è l’hashtag #boycott. Dietro le quinte, a orchestrare la campagna di fake news, ci sarebbe sempre la stessa faccia: quella di Mosca. Il peccato originale dei russi è sempre uguale: la propaganda, che starebbero usando per evitare l’entrata dello stato balcanico nell’Unione.

Il Congresso americano, già nel gennaio 2017, avrebbe stanziato 8 milioni per combattere la disinformazione russa contro il referendum, dice una fonte anonima del New York Times. Le interferenze di Mosca nel paese “agiscono con vari strumenti, a vari livelli, ma la campagna dei russi non sta vincendo” ha detto Stoltenberg. Per Micheal Carpenter, centro Diplomacy and Global engagment, i russi pagherebbero ultras e motociclisti per alimentare tensioni e scontri. Fonte dell’informazione: intelligence americana. A luglio scorso anche Atene ha puntato l’indice contro Mosca e ha espulso due diplomatici russi “per intromissione negli affari interni del paese” perché tentavano di intralciare la fine della disputa con i macedoni.

Ma non ci sono solo fake news di presunti troll russi, c’è anche il presidente George Ivanov, che chiede di boicottare le urne, dopo aver cercato di intralciare l’accordo con i greci dello scorso giugno, quando i ministri degli Esteri di Atene e Skopje hanno trovato un compromesso su nuovo nome per un nuovo e comune futuro europeo. La volontà di Ivanov è quella dei nazionalisti di entrambi i paesi, scesi in strada a Skopje quanto a Salonicco, dall’altro lato del confine. Anche l’opposizione Vmro-Dpmne, democratici per l’unità nazionale, ha chiesto ai cittadini di non andare a votare. Secondo gli ultimi sondaggi il quorum è a rischio: solo il 30% dei macedoni si recherà alle urne in vista dell’ingresso ufficiale nell’Unione nel 2025. Se vincerà l’astensione, non si sa, ma se vincerà il no il tonfo della sconfitta arriverà oltreoceano, fino a Washington.

Nuovo Aquarius nuovi naufragi, il caos di sempre

Undici migranti soccorsi dalla nave Aquarius 2 sono alla ricerca di un porto di sbarco. Altri cento sarebbero invece morti il 12 settembre – lo ha rivelato ieri l’Avvenire, anche se mentre alcune fonti libiche confermano altre sostengono si siano salvati a nuoto – nell’ennesimo naufragio nelle acque di competenza di Tripoli. Al naufragio sono scampati in 46, soccorsi dalla Guardia Costiera libica di Sabratha, per lo più sudanesi. La Aquarius 2 – delle Ong Sos Mediterranee e Medici senza frontiere – ha soccorso invece 10 uomini e un minore a bordo di una piccola imbarcazione in difficoltà. La Ong ha spiegato che stava già imbarcando acque e nessuno a bordo aveva un giubbotto di salvataggio. Alle 11 del mattino la Aquarius 2 ha contattato il centro di coordinamento libico che – spiegano Sos Mediterranee e Msf – ha comunicato di aver preso il coordinamento delle operazioni. Fase che preludeva alla richiesta consegnare i migranti a una motovedetta di Tripoli. Secco rifiuto della Aquarius 2 – comunicato anche all’Italia e a Malta – che non considera la Libia un porto sicuro e ritiene peraltro pericoloso il trasferimento, poiché “metterebbe a rischio la sicurezza” dei migranti, che potrebbero spaventarsi e avere problemi nel trasbordo. I libici a quel punto hanno invitato la Aquarius 2 – considerata la “volontà di non cooperare” – a rivolgersi a un altro centro di coordinamento dei soccorsi, o al proprio Stato di bandiera, che però in questo caso è Panama. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha immediatamente dichiarato: “La Aquarius 2, nuovo nome e nuova bandiera – prima Gibilterra e ora Panama – ha recuperato una decina di persone in acque Sar libiche, a poche miglia dalla terraferma, ma si è rifiutata di collaborare con la guardia costiera di Tripoli. Ora vaga nel Mediterraneo: certamente non avrà spazio nei porti italiani”.

È davvero difficile però considerare la Libia un porto sicuro. Ieri l’emittente Al Ahrar ha aggiornato il risultato degli scontri in atto tra le milizie a Tripoli: altri 7 morti e 16 feriti. Conflitto aperto in “quattro zone” a sud della capitale inclusa la “strada dell’aeroporto”. Fino all’8 settembre si contavano 78 morti, 210 feriti, 16 dispersi. Problemi che riguardano anche i giacimenti di petrolio Eni, come quello di Al-Wafa, 540 chilometri a sud di Tripoli, gestito dal colosso italiano e dalla compagnia petrolifera libica National Oil Corporation (Noc). È stata proprio la compagnia libica ieri a lanciare l’allarme: le guardie di sicurezza a protezione dell’aeroporto del giacimento petrolifero – hanno spiegato fonti della Noc – hanno bloccato l’ingresso in segno di protesta. Le guardie chiedono più soldi e “se la chiusura continuerà – fa sapere la compagnia – saremo costretti a sospendere tutte le operazioni ed evacuare tutti i dipendenti”. In questo contesto, le condizioni all’interno dei centri libici per i migranti – già condannati per le ripetute violazioni dei diritti umani – peggiorano. “Dall’inizio di questa settimana – ha dichiarato Vincent Cochetel, inviato speciale Unhcr per il Mediterraneo – l’Unhcr non ha più accesso diretto ai centri di detenzione ufficiali, circa 18 nell’area di Tripoli, e da due giorni non abbiamo più accesso ai porti di sbarco dove vengono portati i migranti salvati in mare. L’ong Libaid è entrata in alcuni centri di detenzione: ci ha detto che la situazione è tragica”.

Vertice per prendere tempo. Tutti contenti, tranne la May

Era uno di quei vertici europei che finiscono benissimo, a tarallucci e vino, perché fin dall’inizio è chiaro che non saranno prese decisioni e i leader sono distesi e rilassati. Fa eccezione Angela May, premier britannica, che sente mancarle l’Ue sotto i piedi. A Salisburgo, non succede praticamente nulla; e nulla doveva succedere.

I migranti? Il Vertice di dicembre prenderà decisioni (e magari, nel frattempo, cessano gli arrivi). La Brexit? Il Vertice di ottobre sarà cruciale; e, forse, se ne farà uno straordinario a novembre. Le elezioni europee e il rinnovo delle Istituzioni? Di qui a maggio, c’è tempo per manovre e alleanze: otto mesi, in politica un’eternità; o un attimo. Quanto all’economia, questa è la stagione che ognuno fa i compiti a casa propria, prima di presentarli, a giorni, alla Commissione europea per la revisione: ciascuno in sordina, tranne l’Italia, la cui classe di governo, indisciplinata e inesperta, vocia e litiga.

A Vertice concluso, l’unico a sciorinare l’ottimismo della volontà è Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea: è stato – dice – un momento “positivo e importante”, forse soprattutto perché alla cancelliera tedesca Angela Merkel è piaciuta la sua proposta per rinforzare Frontex, cioè il controllo europeo alle frontiere esterne dell’Unione – l’Italia, invece, tentenna su questo punto.

Che il clima fosse disteso lo conferma un siparietto tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il premier lussemburghese Xavier Bettel, che, seduti l’uno accanto all’altro, hanno garbatamente fatto il verso ai loro ministri dell’Interno Matteo Salvini e Jean Asselborn, protagonisti, a Vienna, una settimana fa, di un vivace battibecco. Alla cena di giovedì, durata ben più del previsto – il tema erano i migranti -, Bettel esordisce dicendo “Sono sicuro che Giuseppe mi registrerà”; e Conte replica ‘Sono sicuro che Xavier non mi interromperà e non dirà parolacce” – a Vienna, Asselborn aveva commentato un intervento di Salvini con un poco protocollare “Merde, alors”.

Questo, però, avverte Conte, è “colore”, non è “sostanza”. La sostanza d’un’intesa, o d’un litigio, però, manca. Una volta, i Vertici informali servivano ai leader per conoscersi e capirsi meglio; oggi, i leader si vedono di continuo e si conoscono benissimo. Tanto varrebbe abolire ‘sti riti che creano aspettative e delusioni: che i leader si vedano quando hanno una decisione da prendere e sono pronti a prenderla.

Alcune affermazioni del professor Conte, dopo il Vertice di Salisburgo, vanno tenute in evidenza, per confrontarle con la realtà nei mesi a venire.

Dice di non aver percepito incrinature fra i Paesi Ue e che le europee non porteranno sobbalzi al governo. Dal Vertice di giugno, il suo esordio, Conte tornò dicendo di aver ottenuto che chi sbarca in Italia sbarca in Europa (nessuno lo aveva mai negato) e con un accordo sui migranti che lascia ciascuno libero di fare come gli pare.

I migranti Se ne parla subito, a lungo. Ci sono progressi sul rafforzamento di Frontex e c’è pure un consenso per rafforzare i rapporti con l’Africa – l’Italia non vuole, però, “somme modeste”.

Sulla ridistribuzione dei migranti, invece, resta il no dei Paesi che non ne vogliono sapere – quelli del Gruppo di Visegrad, ma non solo – e resta l’aria pesante nei confronti dell’Italia dopo i molti screzi delle ultime settimane.

Macron osserva che gli arrivi in Italia, diminuiti, sono un problema politico italiano. L’ipotesi che i reticenti al ricollocamento paghino per i ricollocamenti altrui è una fiammata che si spegne quasi subito e resta “marginale”.

La Brexit Qui in affanno è la May, che prova a spaventare i partner: “Se non fate l’intesa con me, non sapete chi vi tocca … La mia è l’unica soluzione credibile”. Ma l’Ue dice che non funzionerà.

Londra preannuncia una nuova proposta sulla frontiera irlandese, la questione più ostica. I 27 sono sereni: o c’è l’accordo, oppure, il 29 marzo, la Gran Bretagna esce e s’arrangia, mentre l’Unione tira avanti senza scosse. Il tempo e il contesto giocano contro Londra. Ottobre sarà l’ora della verità, dicono Juncker e il negoziatore europeo Michel Barnier. Senza progressi fra un mese, potrebbe saltare il Vertice dell’addio a novembre.

Le elezioni europee Qui in affanno è il presidente francese Macron, che si vorrebbe federatore degli ‘europeisti’ contro i ‘sovranisti’, ma che non ha ancora alleanze politiche europee (ed è azzoppato in patria da sfiducia e proteste).

Anche la cancelliera Merkel è un po’ in affanno. L’Italia arriva alla partita delle nomine con tre briscole in mano, ma sa già che le perderà tutte e tre: la presidenza del Parlamento europeo, l’alto commissario per la politica estera e di sicurezza europea e il presidente della Banca centrale europea.

Infanticidio Rebibbia. Il caso della donna era stato segnalato

Le manifestazioni di “intolleranza” verso i due figli da parte di Alice Sebesta, la detenuta 33enne che nella sezione femminile di Rebibbia ha ucciso i suoi bambini buttandoli giù per le scale, erano state segnalate dal personale che opera nel carcere, che aveva anche indicato la “necessità di accertamenti di tipo psichiatrico”. È l’ultimo tassello del dramma che si è consumato nella casa circondariale di Roma. Un elemento che emerge dalla lettera che il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, ha scritto all’Asl Roma 2 e che chiama in causa il personale medico impiegato nella sezione donne di Rebibbia. Al punto che Basentini chiede di valutare nei loro confronti “l’opportunità di adottare tutte le più adeguate iniziative”, fino alla loro “sostituzione”. Dei due bambini, uno, la più piccola, di sei mesi, è morta sul colpo. Per l’altro, di circa 2 anni, trasportato in fin di vita al Bambino Gesù, era partito l’iter per l’espianto degli organi una volta accertata la morte cerebrale. Ma la madre non ha potuto dare l’assenso. Secondo quanto si è appreso, infatti, la donna è stata ritenuta dal giudice non idonea, per le sue condizioni mentali, a poter decidere sull’autorizzazione all’espianto-

Il milite ignoto, il viaggio tra 4 miliardi di lettere

“Ti regalerò un bosco di pioppi sul fiume Adige. Ti donerò le mie trecce piene di sogni.  Ti offrirò un letto di piume sotto i meli. Ti darò una boccetta di lacrime mattutine e una di rosolio per la sera. Questo è il maglione caldo di mio fratello Genesio che ti salvi dal freddo del marmo. Ti cedo questa cartolina di mio marito caduto che mi ha disegnato il castello di Duino. Cederò ogni anno metà del mio vino, perché bevano tutti al tuo ricordo. Ti lascio il medaglione con la mia pallida bambina scomparita nel frumento. Ti dedicherò la prossima città che fonderò in Paraguay”.

Queste erano una piccola parte delle lettere e degli oggetti che furono gettati su uno dei carri vuoti del treno che trasportava la bara del milite ignoto ch’era partito il mattino del 29 di ottobre del 1921 dalla stazione di Aquileia e che sarebbe arrivato a Roma la sera del primo novembre. All’arrivo occorsero ben venticinque camion e una trentina di trattori d’artiglieria per trasportar i fiori e gli oggetti che vi eran stati deposti.

Rivedendo quel treno che a passo d’uomo attraversava le campagne e le colline del Friuli, del Veneto, dell’Emilia, della Toscana e del Lazio e che raccolse intorno a sé otto milioni di persone che andarono a piedi a salutarlo, ci appare un’Italia contadina, profondamente mortificata e scioccata dalla più dura guerra che avesse mai visto, ma unita sul quel ragazzo senza nome. Un paese ancora ferito, ma avvolto in una lunga e lacera coperta di Pietà per quel soldato che rappresentava per ognuno il padre, il marito, il figlio, il fratello che avevano perduto.

Il viaggio di quel treno correva su un affresco di Misericordia tra la commossa partecipazione di una nazione che s’era formata da poco e da poco cominciava ad avere un unico cuore ed un unico sentire. La Grande Guerra era finita da tre anni, ma quell’incantato fiume di parole creato da quattro miliardi di lettere scritte durante il conflitto, rappresentava il primo vero epos italiano: uno sconfinato e toccante documento di racconto collettivo.

Un paese come il nostro ancor oggi così carente di un’epica condivisa, dove anche gli eroi del Risorgimento sono confutati e discussi, l’invenzione del Milite Ignoto ed il suo leggendario viaggio dalla Basilica di Aquileia all’Altare della Patria rappresenta invece e finalmente una letteratura popolare nuova e partecipe La grande pianura che andava dall’Isonzo al Po, era attraversata e avviluppata in chilometri e chilometri di lettere, con inchiostro azzurro e color sangue, da stagni di lacrime e maledizioni dove volava come una libellula la una giovane Dea Speranza che cambiava il colore degli occhi e dei sogni al nostro avventurato paese, che come una sposa aveva iniziato a riconoscersi nel suo amato prima ancora di conoscerlo. Aveva iniziato a scriverlo prima che a leggerlo. Ad amarlo prima d’averlo incontrato. Lungimiranze sentimentali dovute alle vertigini della povertà e del disastro incombente che ci avevano disperso a lungo per poi unirci su un giovine martire sconosciuto.

Quello che appariva infine dopo il trionfante strazio di quella Via Crucis su rotaie era una nazione riconciliata dalla morte del suo figlio ultimo e dimenticato, diventato alfine l’ultimo figlio amatissimo.

Dobbiamo impegnarci quindi a rappresentare questa tragedia e a rinnovarne la memoria, che non è solo storia e dramma, ma è soprattutto poesia e racconto rapsodico, musica da cantare e versi di canzoni semplicemente immortali.

Questo è doveroso da parte nostra verso le nuove generazioni per ridare loro una mappa a colori di com’erano i sentimenti di un secolo fa, così diversi da adesso: l’amore coniugale, la devozione filiale, lo spirito del sacrificio, la parola data, la indiscussa lealtà ed il rispetto per le persone e le cose desiderate e necessarie, sudate e guadagnate.

Il coraggio, dicono, salta sempre una generazione ed è proprio per questo che ogni generazione deve tenere a memoria il coraggio delle precedenti ed anche il semplice ricordarlo aiuta chi questo coraggio non ha avuto e non se lo può donare.

Eschilo sulla sua tomba fece scrivere solo e soltanto che aveva combattuto a Maratona, nonostante i sui innumerevoli meriti letterari. Quella guerra contro i Persiani e quella battaglia dove perse un fratello e dimostrò il suo giovane coraggio, era tutto ciò che voleva che di lui fosse ricordato e questo fu il suo ultimo regalo per tutti noi.

Caso Marra: “Raggi? Nessuna ingerenza in quella nomina”

Per la nomina (poi revocata) di Renato Marra al Dipartimento Turismo del Campidoglio, Virginia Raggi “prese parte alla procedura ‘a cose fatte’, avendo solo emesso il provvedimento definitivo che proveniva da una istruttoria effettuata da Raffaele Marra, unitamente agli assessori”. Così il gip Giulia Proto archivia definitivamente la posizione della sindaca di Roma per non aver commesso il fatto in relazione all’abuso d’ufficio inizialmente contestato nell’ambito del procedimento sulla nomina di Renato Marra, fratello del più noto Raffaele, suo ex braccio destro.

Per questa vicenda, l’unico reato rimasto in piedi è il falso ideologico commesso in atto pubblico: secondo i pm avrebbe mentito nella dichiarazione fatta al Responsabile della prevenzione della corruzione di Roma Capitale, quando ha sostenuto che il ruolo di Raffaele Marra nella scelta del fratello era stato “di mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte, senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie, di valutazione e decisionali e con compiti di mero carattere compilativo”. Per il falso, il processo è in corso in primo grado.

Alla Raggi però inizialmente era contestata anche l’aggravante, prevista dall’articolo 61 del codice penale, di aver commesso il reato per occultarne un altro, ossia l’abuso di ufficio.

Per questo reato i pm avevano chiesto l’archiviazione. Accordata il 18 settembre anche dal gip.

Un punto per la difesa della Raggi, rappresentata dall’avvocato Alessandro Mancori, che alle prossime udienze depositerà il decreto di archiviazione: l’intenzione è dimostrare che, essendo già archiviato il reato connesso, ossia l’abuso d’ufficio, decade anche il falso.

In due pagine, il gip Proto spiega l’iter di quella nomina, poi revocata, a partire dal 19 ottobre 2016, quando “per la prima volta nella sua storia, l’Amministrazione di Roma Capitale aveva avviato una procedura di pubblico interpello rivolto a tutti i dirigenti di ruolo”. A curare l’intera istruttoria, per il gip, è Raffaele Marra, all’epoca direttore delle Risorse Umane del Campidoglio insieme agli assessori. “Addirittura – è scritto nel decreto di archiviazione – (…) nel periodo in cui venne fatta l’istruttoria sulle nomine di oltre 1.500 candidati, il sindaco era in viaggio di rappresentanza in Polonia”.

Per il giudice, ciò che esclude ogni ingerenza della Raggi, sono le dichiarazioni di alcuni funzionari del Campidoglio. Come l’ex assessore al Turismo Adriano Meloni che, sentito come persona informata sui fatti, racconta: “La nomina di Renato Marra mi è stata suggerita nel corso di un incontro del 26 ottobre 2016 presso l’Ufficio di Raffaele Marra (…)”. In quella riunione, spiega il gip, “venne fatto il nome di Renato Marra come dirigente al Dipartimento Turismo”.

È sempre l’ex braccio destro della Raggi, che – è scritto nel decreto – “predispone il cosiddetto ‘brogliaccio’ con le indicazioni dei posti da ricoprire e i nominativi dei candidati da designare, come spiegato dal De Santis (Antonio, ora capo della segreteria politica della sindaca, ndr) che evidenzia la furia della Sindaca ‘per il fatto che Raffaele Marra non l’aveva messa al corrente di questa circostanza soprattutto dopo che lei si era opposta a promozioni del fratello Renato per motivi di opportunità’”. Sulla base di questi elementi, il gip chiude un altro capitolo della vicenda.

Carige, l’azionista Mincione insulta il cronista del Fatto

“I Cdr de Il Fatto Quotidiano e del fattoquotidiano.it esprimono solidarietà a Ferruccio Sansa e condannano gli attacchi rivolti da Raffaele Mincione, nel corso dell’assemblea di Carige, al collega e all’intero corpo giornalistico del gruppo editoriale Il Fatto. I giornalisti del Fatto seguono da tempo la vicenda con la correttezza e professionalità dovute e continueranno a farlo per garantire un’informazione corretta e completa ai propri lettori”. Ieri, durante l’assemblea di Banca Carige, il giornalista del Fatto Quotidiano Ferruccio Sansa è stato apostrofato, davanti ad altri colleghi, dall’azionista Raffaele Mincione con queste parole: “Lei è un bugiardo e mascalzone. Voi del Fatto siete bugiardi e mascalzoni. Raccontate menzogne”: anche l’Ordine dei Giornalisti della Liguria ha diffuso una nota a sostegno del nostro inviato esprimendo ”piena solidarietà al collega Sansa” e condannando “le offese e le intimidazioni nei confronti di giornalisti che come Sansa svolgono con scrupolo e correttezza il lavoro di ricerca della verità al servizio dei lettori per una informazione libera non condizionata dai poteri forti”.

Imputato per truffa nel cda delle ferrovie Appulo-Lucane

Il ministrodelle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha scelto un imputato per truffa per il nuovo consiglio d’amministrazione delle Ferrovie Appulo-Lucane. Questa volta, però, il passo indietro è stato immediato. E, come spiega una nota del Mit, “l’incarico non è stato accettato”. L’avvocato Francesco Cavallo si è dimesso poche ore dopo essere stato nominato nel cda, in seguito alle contestazioni mosse dal Pd. Attualmente, il legale leccese è sotto processo per truffa a Lecce e su di lui pende anche la richiesta della Corte dei Conti di risarcire 51 mila euro. Secondo l’accusa, l’Associazione antiracket Salento avrebbe cercato di ottenere un finanziamento da 2 milioni di euro destinato alle vittime del racket e dell’usura, assegnato dall’Ufficio del Commissario straordinario antiracket istituito presso il ministero dell’Interno e indebitamente percepito dal 2012. Stando alla ricostruzione del pubblico ministero, Cavallo era “fittiziamente incaricato – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare del maggio 2017 – dell’assistenza legale presso lo sportello di Brindisi” dell’Associazione. Dal maggio 2012 all’aprile 2015 avrebbe percepito 1.500 euro al mese per un incarico che in realtà non aveva quasi svolto.