“Questo caffè vale più di cento azioni Carige. E pensare che quindici anni fa il nostro titolo era tra i primi trenta al mondo per affidabilità”. Il piccolo azionista della banca genovese butta giù d’un fiato l’espresso prima di votare il destino di Carige.
Già, ieri si decideva il futuro della banca dei liguri: da una parte il primo azionista, la famiglia Malacalza (27,5%), dall’altra la lista Pop12 che raccoglieva il finanziere Raffaele Mincione, il miliardario Gabriele Volpi e altri soggetti come il terminalista genovese Aldo Spinelli. Una battaglia durissima, che va avanti da mesi a colpi di annunci e azioni legali. Alla fine ha prevalso nettamente Malacalza – 52,5% contro il 28,8 di Pop12 – conquistando 7 consiglieri su 11. Una vittoria che segna le prossime tappe del destino Carige. Mincione aveva come obiettivo una fusione. Vittorio Malacalza no: “Lasciamo la gestione ai manager. Non parliamo a priori di aggregazioni. Parleremo con la Bce e sono convinto che, lavorando con serietà, otterremo la fiducia della vigilanza”. Il nuovo presidente è Pietro Modiano: “A Genova non si può più sbagliare. Presenteremo alla Bce il nuovo piano, come richiesto”. Non sarà semplice. Carige è la banca in crisi di una città allo stremo. Anche per questo ha vinto Malacalza che è parso difendere la genovesità dell’istituto di fronte al rischio di vendita – o svendita, visti gli attuali valori di borsa – a colossi o fondi stranieri.
È stata un’assemblea al calor bianco: schermaglie continue, a cominciare dalla gestione delle deleghe dei soci. Fino all’accusa dell’avvocato Carlo Pavesi: ci sono tre fondi “che non possono votare”. Destinatarie dell’affondo sono Athena Capital, Eurasia Sicav ed Eurasia Fund che, secondo l’avvocato di Malacalza potrebbero far riferimento a Mincione. Il finanziere nega e il presidente dell’assemblea li ammette. Malacalza ottiene lo stesso la maggioranza. E i vertici della banca: vicepresidente sarà Letizia Reichlin; l’ad in pectore è Fabio Innocenzi, già a capo del Banco Popolare che nel 2007 chiuse la fusione con la Banca Popolare di Lodi.
Certo, che la banca sia in declino lo si vedeva dal parterre; dove una volta vedevi tutta la Genova che conta e dinastie come gli Scajola ieri trovavi tanti piccoli azionisti. Appassionati, smarriti. Ci sono professionisti, ma anche operai, verdurai; qualcuno dal palco interviene in genovese. Ma la politica forse non è rimasta a guardare. Restano le seconde linee, come Spinelli che una volta era vicino al Pd di Claudio Burlando e oggi sostiene il centrodestra di Giovanni Toti. Era schierato con Mincione. Non ostile a Toti è anche Volpi, lui pure alleato di Mincione. È c’è stato poi, a sostegno della lista Pop12, l’intervento appassionato di Guido Alpa: “Bce è convinta che Carige così non supererà le prove e chiede un’alleanza che non è una perdita di identità”. Alpa che sedeva (anche ai tempi di Giovanni Berneschi) nei cda di banca, Fondazione e compagnia di assicurazione controllata. Alpa mentore di Giuseppe Conte, il premier che fu consulente di una società di Mincione prima di entrare a Palazzo Chigi. Sul voto forse hanno pesato anche le telefonate tra Paolo Fiorentino (non indagato), l’ad uscente che Mincione voleva confermare, e Luca Parnasi, pochi giorni prima dell’arresto di quest’ultimo. Così come in città ha fatto rumore il ruolo di consigliere ombra affidato da Volpi a Gianpiero Fiorani, l’ex furbetto del quartierino. “Non ho mai parlato con Fiorani”, ha spiegato ieri Mincione.