Sulle macerie di Carige trionfa Malacalza. Battuto Mincione: la fusione si allontana

“Questo caffè vale più di cento azioni Carige. E pensare che quindici anni fa il nostro titolo era tra i primi trenta al mondo per affidabilità”. Il piccolo azionista della banca genovese butta giù d’un fiato l’espresso prima di votare il destino di Carige.

Già, ieri si decideva il futuro della banca dei liguri: da una parte il primo azionista, la famiglia Malacalza (27,5%), dall’altra la lista Pop12 che raccoglieva il finanziere Raffaele Mincione, il miliardario Gabriele Volpi e altri soggetti come il terminalista genovese Aldo Spinelli. Una battaglia durissima, che va avanti da mesi a colpi di annunci e azioni legali. Alla fine ha prevalso nettamente Malacalza – 52,5% contro il 28,8 di Pop12 – conquistando 7 consiglieri su 11. Una vittoria che segna le prossime tappe del destino Carige. Mincione aveva come obiettivo una fusione. Vittorio Malacalza no: “Lasciamo la gestione ai manager. Non parliamo a priori di aggregazioni. Parleremo con la Bce e sono convinto che, lavorando con serietà, otterremo la fiducia della vigilanza”. Il nuovo presidente è Pietro Modiano: “A Genova non si può più sbagliare. Presenteremo alla Bce il nuovo piano, come richiesto”. Non sarà semplice. Carige è la banca in crisi di una città allo stremo. Anche per questo ha vinto Malacalza che è parso difendere la genovesità dell’istituto di fronte al rischio di vendita – o svendita, visti gli attuali valori di borsa – a colossi o fondi stranieri.

È stata un’assemblea al calor bianco: schermaglie continue, a cominciare dalla gestione delle deleghe dei soci. Fino all’accusa dell’avvocato Carlo Pavesi: ci sono tre fondi “che non possono votare”. Destinatarie dell’affondo sono Athena Capital, Eurasia Sicav ed Eurasia Fund che, secondo l’avvocato di Malacalza potrebbero far riferimento a Mincione. Il finanziere nega e il presidente dell’assemblea li ammette. Malacalza ottiene lo stesso la maggioranza. E i vertici della banca: vicepresidente sarà Letizia Reichlin; l’ad in pectore è Fabio Innocenzi, già a capo del Banco Popolare che nel 2007 chiuse la fusione con la Banca Popolare di Lodi.

Certo, che la banca sia in declino lo si vedeva dal parterre; dove una volta vedevi tutta la Genova che conta e dinastie come gli Scajola ieri trovavi tanti piccoli azionisti. Appassionati, smarriti. Ci sono professionisti, ma anche operai, verdurai; qualcuno dal palco interviene in genovese. Ma la politica forse non è rimasta a guardare. Restano le seconde linee, come Spinelli che una volta era vicino al Pd di Claudio Burlando e oggi sostiene il centrodestra di Giovanni Toti. Era schierato con Mincione. Non ostile a Toti è anche Volpi, lui pure alleato di Mincione. È c’è stato poi, a sostegno della lista Pop12, l’intervento appassionato di Guido Alpa: “Bce è convinta che Carige così non supererà le prove e chiede un’alleanza che non è una perdita di identità”. Alpa che sedeva (anche ai tempi di Giovanni Berneschi) nei cda di banca, Fondazione e compagnia di assicurazione controllata. Alpa mentore di Giuseppe Conte, il premier che fu consulente di una società di Mincione prima di entrare a Palazzo Chigi. Sul voto forse hanno pesato anche le telefonate tra Paolo Fiorentino (non indagato), l’ad uscente che Mincione voleva confermare, e Luca Parnasi, pochi giorni prima dell’arresto di quest’ultimo. Così come in città ha fatto rumore il ruolo di consigliere ombra affidato da Volpi a Gianpiero Fiorani, l’ex furbetto del quartierino. “Non ho mai parlato con Fiorani”, ha spiegato ieri Mincione.

Vivendi e Elliott, pace provvisoria per far fuori Genish

Le quotazioni dell’amministratore delegato di Telecom Italia (Tim) Amos Genish sono in drastico calo. Secondo voci insistenti e univoche, i due maggiori azionisti di Tim, i francesi di Vivendi e gli americani del fondo Elliott, avrebbero raggiunto l’avviso comune che sia ora di silurarlo. Genish è stato scelto l’anno scorso dal capo di Vivendi Vincent Bollorè e confermato da Elliott dopo il ribaltone all’assemblea del 4 maggio scorso.

Da quel giorno il titolo Tim ha perso in Borsa il 35 per cento. I risultati del manager israeliano sono giudicati sconfortanti. Si teme che a fine anno il margine operativo lordo (Ebitda) sia inferiore all’obiettivo di 5-600 milioni. Genish ha ha dato la colpa (dopo averlo scelto) al direttore commerciale Pietro Jovane (ex ad di Microsoft Italia e Rcs) che se n’è andato dopo soli quattro mesi di vani tentativi di fronteggiare la perdita di clienti provocata dall’arrivo della società francese di telefonia mobile low cost Iliad. Ma il punto davvero dolente è che Genish è giudicato troppo poco interessato ad affrontare i veri temi strategici, per esempio il futuro della rete e i rapporti con il governo italiano (azionista al 5 per cento attraverso la Cassa Depositi e Prestiti): è sul terreno politico che Tim deve discutere lo scorporo della rete e la sua fusione con la Open Fiber di Enel e Cdp.

Genish invece è appassionato al business brasiliano. Questa mattina dovrà spiegare alla riunione del Comitato strategico (cui partecipano il presidente Fulvio Conti e alcuni dei più influenti consiglieri) l’affare Nextel. Molti amministratori e manager hanno infatti appreso dai giornali che Genish ha puntato la piccola società telefonica brasiliana e vuole acquistarla attraverso Tim Brasil. La trattativa è a buon punto, si tratta di un acquisto del valore di 700 milioni circa (100 milioni per le azioni più 600 milioni di debito), che Genish ha trattato per mesi in segreto direttamente con Steven Shindler, presidente della holding americana Nii, proprietaria di Nextel, e con il manager brasiliano Ricardo Knoepfelmacher, ex numero uno di Telecom Italia in Brasile.

A irritare diversi dei 15 consiglieri di Telecom Italia – che lo aspettano al varco alla riunione di lunedì prossimo in cui c’è Nextel all’ordine del giorno – è la strana condotta di Genish che proprio in Brasile (dove ha fatto la sua fortuna di manager) ha messo in atto il genocidio dei manager italiani. I dirigenti e gli amministratori che da Roma vorrebbero notizie della importante controllata sudamericana (ultimo pezzo di quello che fu un impero intercontinentale) non sanno a chi telefonare. Nel luglio scorso è stato mandato via l’amministratore delegato Stefano De Angelis, sostituito dal brasiliano Sami Foguel, e anche il direttore generale Pietro Labriola, nel gruppo da quasi vent’anni, è dato in uscita. Sotto i due top manager la lista dei caduti italiani in Brasile comprende Luca Lovoi, Maurizio Miniello, Stefano Lisa e Andrea Benincasa.

Gli uomini di Vivendi non ne possono più di Genish e avrebbero chiesto al presidente Conti di assumere le principali deleghe operative, anche se qualcuno ritiene che sia stato Conti a offrire la sua disponibilità. Come dimostrerebbe un burrascoso incontro all’inizio di settembre di Conti con Gordon Singer, figlio di Paul, boss del fondo Elliott, l’uomo che ha voluto l’ex ad dell’Enel alla presidenza di Tim.

Di fatto Vivendi e Elliott hanno raggiunto una tacita, implicita intesa sul fatto che Genish ha fatto il suo (breve) tempo. Ma ancora manca il nome del successore. Anche perché, in attesa dell’assemblea di novembre in cui i due contendenti si conteranno nuovamente, in Tim come al solito non si sa chi comanda. Ormai è una simpatica tradizione.

 

Eni e le mazzette nigeriane. Condannati i mediatori

Ci sono giornate buone e giornate meno buone. Anche per una grande compagnia come Eni. Ieri giornata negativa, con le condanne di due mediatori delle tangenti petrolifere che Eni avrebbe pagato in Nigeria. Il giorno prima, invece, erano arrivate le assoluzioni nel processo per le mazzette in Algeria, che hanno salvato, in primo grado, l’ex amministratore delegato Paolo Scaroni e il responsabile operativo per il Nordafrica Antonio Vella, pur confermando che la corruzione c’era e condannando i manager della controllata Saipem.

La vicenda nigeriana è più spinosa di quella algerina, perché coinvolge anche l’attuale amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, oltre al suo predecessore Scaroni (oggi vicepresidente di Rothschild, referente in Italia del fondo Elliott e presidente del Milan dopo l’uscita di scena del misterioso impreditore cinese). Il processo in cui sono imputati a Milano insieme a una decina di altre persone è alle prime udienze, ma ieri è arrivata, come un antipasto, la sentenza di primo grado per due imputati che avevano scelto il rito abbreviato: il nigeriano Obi Emeka e l’italiano Gianluca Di Nardo, mediatori dell’affare petrolifero stretto tra l’Italia e il Paese africano. È una sentenza di condanna, in primo grado, a 4 anni di carcere per concorso in corruzione internazionale. Oltre alla pena detentiva, il giudice dell’udienza preliminare Giusy Barbara ha deciso anche la confisca di 140 milioni di euro.

Condanna e confisca riguardano soltanto i due mediatori e non obbligano i giudici del processo principale, appena iniziato, a seguire le orme del giudice dell’abbreviato: perché il suo non è un verdetto definitivo e poi perché, non essendo una “sentenza dibattimentale”, non ha efficacia su un processo con rito ordinario. Ma certo è un primo giudizio che non promette niente di buono per Eni e i suoi vertici: un giudice ha sentenziato che la corruzione c’è stata e che la mazzetta è stata pagata.

La vicenda inizia in Nigeria nel 2011, quando Eni e Shell conquistano la concessione di un super-giacimento petrolifero, detto Opl 245, versando 1 miliardo e 300 milioni di euro su un conto ufficiale del governo nigeriano. Tutto regolare, sostiene Eni. Peccato che i magistrati milanesi Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro ricostruiscano che i soldi vanno poi a finire sui conti privati della società Malabu, dietro la quale si nasconde l’ex ministro nigeriano del petrolio Dan Etete. E poi girano per conti libanesi e svizzeri, fino a tornare in Nigeria, nei conti di ministri e politici locali che si intascano almeno 523 milioni.

Il primo schema dell’affare prevedeva il pagamento diretto della tangentona a Dan Etete e ai suoi uomini, con l’intervento – secondo l’ipotesi d’accusa – di intermediari italiani (Luigi Bisignani e Gianluca Di Nardo) e stranieri (il nigeriano Emeka Obi e l’azero Ednan Agaev, ex ambasciatore russo in Colombia). Questo schema, ritenuto troppo rischioso, viene abbandonato e sostituito con il pagamento diretto al governo nigeriano. Ma è solo un cambiamento formale – sostiene l’accusa – per rendere il pagamento della tangente meno visibile. È lo stesso affare, ma fatto – dice Agaev – “con il preservativo”.

La storia, sotterranea, emerge almeno in parte nel 2013 a Londra, quando Obi trascina in tribunale Etete, accusandolo di non avergli pagato la commissione per il suo ruolo di mediatore, in società con Di Nardo. Il giudice britannico gli dà ragione, ingiungendo all’ex ministro nigeriano del petrolio di pagargli 110 milioni, versati e subito spostati in Svizzera. Dove piombano i pm milanesi, che nel 2014 ne ordinano il sequestro, ritenendoli una parte della tangente. Ieri la gup Barbara conferma questa lettura, disponendo la confisca di 140 milioni. Dunque la corruzione internazionale c’è stata, la tangente è stata pagata, i mediatori sono ritenuti colpevoli di concorso in corruzione. Allargando lo sguardo e passando dai mediatori ai corruttori, da una parte, e ai corrotti, dall’altra, il processo ordinario potrebbe stabilire le responsabilità di Eni e di Shell, anch’essa imputata con l’ex numero uno Malcolm Brinded e tre ex manager.

Eni “ribadisce la correttezza del proprio operato” e si dice convinta che il processo ordinario lo dimostrerà. L’associazione Re:common, che aveva chiesto di costituirsi parte civile nel processo milanese, dichiara invece che “è giunto il momento che il governo italiano, in qualità di principale azionista di Eni, consideri la possibilità di sospendere tutti i manager coinvolti nel caso, fino al giudizio definitivo”.

Quarta Repubblica, Porro e l’usato sicuro dei talk

Meglio copiare gli altri o se stessi? Nicola Porro non ha di questi problemi, lui prende tutto, non butta via niente. Il nuovo talk politico Quarta Repubblica al debutto lunedì è un centone composto da cloni che nemmeno a Shanghai. A prima vista si mimetizza nella “rivoluzionaria” Rete4, il cui palinsesto ricalca a sua volta quello di La7 – una volta le rivoluzioni si facevano con la polvere da sparo, ora si fanno con la carta carbone –; ma a guardar bene si vedono galleggiare nel blabla i singoli pezzi di ricambio. Il comico è copiato da Floris (dopo le imitazioni di Crozza tutti imitano Crozza), nella fattispecie Paolo Hendel ha aggiornato il suo Pravettoni mettendogli la parrucca bionda di Donald Trump; l’intervista confidenziale, cheek to cheek, è copiata dalla Berlinguer; i servizi allarmati sui migranti sono copiati da Del Debbio; gli ospiti sono come il compito di matematica (impossibile dire chi ha copiato per primo); la pettinatura di Porro è copiata da quella di Giuseppe Conte (che però nel frattempo l’ha cambiata, vedi com’è difficile stare al passo coi tempi). Poi ci sono i vecchi trucchi da hard talk, fare gli occhi dolci alla Boschi (“Ma di quanti lecchini si è liberata?” Non c’è problema, in Tv qualcuno ne rimane sempre), ma preparare l’agguato al ministro Toninelli in collegamento, con Sergio Rizzo pronto a picchiare duro dallo studio. Solo il titolo del programma è nuovo ma un po’ fuorviante. Invece di Quarta Repubblica avrebbe dovuto chiamarsi “Terza Mano”.

Sky-go e Dazn, il calcio rallenta

È piuttostocomico – se non quasi confortante – che, in tempi di iperconnessione e velocità vertiginose, il calcio all’improvviso rallenti. Non sul campo, ma davanti allo schermo. Dopo Dazn è crollata anche Skygo, l’applicazione della rete di Murdoch che trasmette i programmi su computer, tablet e smartphone. Ed è caduta sul più bello: la prima giornata della Champions League, finalmente tornata su Sky dopo l’esilio di Mediaset premium. In un certo senso Skygo – che è pur sempre un servizio accessorio, a differenza di quello offerto da Dazn – ha vinto il derby con i rivali, facendo peggio di loro: niente buffering, il rallentamento dello streaming con l’odiosa immagine della “rotellina”, ma un tilt secco e definitivo; mercoledì sera chi era connesso non ha potuto vedere le partite. Non solo in Italia ma pure in Germania e Regno Unito. Gli utenti, come consuetudine, si sono sfogati su Twitter – che purtroppo non va in crash quasi mai – dove #skygo è diventato uno degli hashtag più virali. Non la rivolta digitale che ha commentato l’esordio di Dazn in Serie A, ma poco ci è mancato. Curiosamente le scuse di Skysport sono arrivate solo nel pomeriggio di ieri via Facebook: la buona creanza, d’altronde, ha i suoi tempi e un ritardo ormai non fa più notizia.

Non si taglia sulla propaganda: Casalino guadagna come Sensi

Il cambiamento non incide sui costi per la comunicazione e la propaganda di governo, bene primario della politica. Col doppio incarico di portavoce del premier e capo dell’ufficio stampa di Palazzo Chigi, Rocco Casalino guadagna la stessa cifra di Filippo Sensi, predecessore negli esecutivi di Matteo Renzi e poi di Paolo Gentiloni: 169.556 euro lordi, un emolumento che si compone di tre voci e che supera di parecchio – 56.000 euro – il compenso del presidente Giuseppe Conte.

Casalino gestisce una struttura di 7 dipendenti con 6 esterni all’amministrazione pubblica e un fuori ruolo, l’ex poliziotto Filippo Attili, già apprezzato operatore video di Renzi. Il gruppo di Casalino – che ha una vice, Maria Chiara Ricciuti, con uno stipendio maggiore di Conte, 129.000 euro – impegna 662.000 euro. Le tabelle pubblicate dal governo con leggero ritardo – tre mesi e mezzo e non i previsti novanta giorni – non riportano il trattamento economico di base di Attili, erogato dal ministero dell’Interno, dunque si presume che l’intero importo per la propaganda superi i 700.000 euro. La spesa per il rapporto con i media di Chigi con l’avvocato Conte ricalca più o meno gli esborsi in epoca centrosinistra: 695.000 euro per Gentiloni inclusi i 70.000 per il fotografo Tiberio Barchielli, ereditato dall’ex segretario dem e amico di famiglia di Renzi; 605.000 per l’ex Rottamatore che, però, disponeva di un’ampia corte di assistenti importati da Firenze.

Al momento, il premier Conte ha una ristretta squadra di collaboratori: Andrea Benvenuti, segretario particolare (85.000 euro), una coppia di consiglieri giuridici – Tommaso Donati e Giuseppe Busia – che lavorano a titolo gratuito, come il professor Roberto Mastroianni del comitato degli esperti. Non è ancora quantificato lo stipendio di Filomena Maggino, nel giro Cinque Stelle, che insegna all’Università La Sapienza. Busia è segretario generale all’Autorità per la Privacy, Conte l’aveva scelto per affidargli l’identica funzione a Chigi, ma poi il mandato è naufragato sotto una serie di veti.

I vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno uno staff simile a Chigi: 5 componenti per il pentastellato, 6 per il leghista (si aspettano i decreti sulle retribuzioni). Salvini ha portato a Roma la sindaca che ha espugnato Cascina di Pisa, Susanna Ceccardi. Di Maio ha arruolato 2 soci su 4 dell’associazione Rousseau – il “sistema operativo del Movimento” – presieduta dal figlio del fondatore Gianroberto Casaleggio, Davide: Massimo Bugani è vicecapo della segreteria particolare (80.000 euro), Pietro Dettori è responsabile della comunicazione social (130.000).

Gli altri “dimaiani” a Chigi sono il capo della segreteria Dario De Falco (100.000), il consigliere giuridico Marco Bellezza (100.000) e l’addetto stampa Sara Mangieri (100.000).

Il governo ha diffuso i compensi anche dei collaboratori dei sottosegretari e dei ministri, mancano però alcuni dati. Al dicastero per il Sud, il ministro Barbara Lezzi ha chiamato Valeria Capone – già in orbita pentastellata al Senato – come capo di gabinetto con un ingaggio di 145.000 euro.

I più parsimoniosi, per ora supportati soltanto da un assistente, sono i sottosegretari Stefano Buffagni, Simone Valente, Stefano Santangelo, Vincenzo Zoccano e Luciano Barra Caracciolo. Quest’ultimo ha la delega agli Affari europei. Ha preso il posto di Sandro Gozi, che a un certo punto dell’esperienza a Chigi era circondato da diciotto collaboratori (la metà gratuiti).

Mail Box

 

Il deterrente è la rapidità, non l’entità della pena

Scorrendo i quotidiani leggo: condannato in appello Formigoni a 7 anni per reati di 10 anni fa, condannato Verdini in appello a 8 anni per reati di 12 anni fa, Scarpellini per reati di 13 anni fa: condanne pesanti ma non ancora definitive. Il governo pensa di sopperire con una nuova legge anticorruzione ma non risolve nulla se poi servono 15 anni per applicarla dalla prima imputazione. Il vero deterrente sarebbe modificare non il Codice Penale ma quello di Procedura penale, per cui i reati di corruzione e concussione andrebbero perseguiti con sentenze definitive in prossimità della commissione del reato e non dopo lustri.

Non è l’entità della pena il deterrente ma la rapidità dell’applicazione della pena stessa.

Francesco Degni

 

L’Italia è come un pugile che continua a prendere botte

Molti hanno percorso il ponte Morandi migliaia di volte, tantissimi invece non lo hanno mai sentito nominare. La questione ovviamente sta da tutt’altra parte. Accade tra le 11:36 e le 11:38 di un martedì qualunque. Qui da noi è la vigilia del giorno di Ferragosto, ma ad esempio a Berlino ci si è alzati – ieri così come oggi – per andare al lavoro.

La tragedia ha un solo colore ed è purtroppo omogenea nel conquistare e distruggere. Genova sprofonda con quel ponte, tra le 11:36 e le 11:38 del quattordici agosto 2018. Due minuti, il tempo di rendersi conto, il tempo di sbattere contro la porta dell’inferno. L’Italia sprofonda con quel ponte, molto più di quanto dicano quei cinquantasei metri calcolati dal suolo. La prima telefonata giunta ai carabinieri viene presa per uno scherzo: è la misura del dramma.

Poi polvere e fragore. Suoni e urla. Sguardi e silenzi. Trova spazio il dolore, la forza della disperazione, il vuoto dell’anima.

In attesa, ancora una volta a fatica, di rialzarsi. Senza però dimenticare le botte prese.

Il Belpaese appare come un pugile, un pugile che sa prenderne (e riesce a prenderne) davvero tante. Un gancio, un diretto che stordisce… e si va al tappeto. Poi… piano piano… attaccandosi alle corde…

Tutto questo ricorda qualcosa. “Non ho mai visto nessuno prenderne in quel modo, eppure continuava ad attaccare…”. Ma era il 1979, era Rocky II. Qui, da queste parti, le botte rischiano di farci male davvero. O no?

Ivano Granato

 

Il nostro futuro si chiama democrazia diretta

Sono un medico sardo di 60 anni allergico alla politica. L’unica tessera di partito che ho avuto è quella del partito comunista nel 1976 prima dell’avvento dei miglioristi, quando Benigni non si era ancora rincoglionito e Napolitano e Macaluso erano ancora dei vuoti a perdere. Mi piacevano, in quegli anni, l’affabilità di Salvador Allende e i modi spicci di Ernesto Guevara, l’onestà di Enrico Berlinguer e credevo fermamente nelle idee di Carlo Marx. Ero fortemente ateo dall’età di 12 anni (su questo punto son sceso spesso a compromessi con me stesso per quieto vivere). Tutto questo prima di dirvi che le mie considerazioni non sono solo sogni ma idee pratiche. Il nostro futuro si chiama democrazia diretta e la si può praticare in maniera semplice: la città- stato di Atene la praticava nell’agorà 800 anni prima di Cristo. Dobbiamo soltanto aggiungere la rete e la tessera sanitaria. Praticamente le sedute parlamentari dovrebbero essere viste in tempo reale da tutti i cittadini (informati con mail, sms etc) che hanno diritto di voto. Sarebbero possibili referendum in tempo reale su ogni decisione importante (a costo zero), con l’esclusione soltanto dei condannati per reati che abbiano causato danni alla comunità da cui devono (hai presente lo “psiconano”, Dell’Utri e sodali); per fare quest’ultimo passo basta modificare il microchip della tessera inserendovi la fedina penale di questo tipo di delinquenti. Ed ecco la democrazia diretta. Ultimo particolare: con la tessera dovrebbe essere possibile fare proposte e dare delle dritte ai propri rappresentanti. Ad esempio io in questo momento mi sentirei di chiedere al Ministro dei Trasporti di indagare su quei carri bestiame chiamati navi di “Moby lines” che nel mese di agosto hanno trasportato da Piombino migliaia di turisti e residenti da e per la Sardegna stipati all’inverosimile.

Ananio Mereu

 

Diritto di replica

Gentile Dottor Tommaso Rodano, le scriviamo in merito al suo articolo comparso in data odierna sulle pagine del Fatto Quotidiano. Ci preme specificare che Radio Padania Libera non è una radio esclusivamente ‘web’. La nostra emittente è fruibile dai nostri numerosi ascoltatori sulla piattaforma digitale (DAB), sul digitale terrestre al canale 740 e anche, se pur limitatamente su alcune frequenze ‘fm’ (Brescia frequenza 87,700; Lecco 93,400; Bergamo 98,800). Il web sarà senz’altro un canale sempre più importante nella nostra strategia di diffusione. Abbiamo in programma di attivare nuove iniziative per veicolare sia lo streaming che le dirette YouTube e Facebook ma senza perdere di vista la digital radio che nella sua declinazione automobilistica ci permetterà di recuperare un importantissimo target. Ringraziandola per la sua attenzione, porgiamo cordiali saluti e complimenti vivissimi.

La Redazione di Radio Padania Libera

Bimbi in carcere. La moderna Medea e la doppia punizione dello Stato

 

Sono una mamma a tempo pieno di due bambini. Vederli crescere sereni mi ripaga delle rinunce e dei momenti di amarezza, rari ma intensi. Ho letto della madre detenuta che ha ucciso i propri figli lanciandoli dalle scale. Il gesto è quello di una donna in pieno delirio di colpa o comunque in preda a uno status di forte turbamento emotivo. Ora è scattata la sospensione per la Direttrice, per la sua vice e per il vicecomandante di polizia penitenziaria della casa circondariale femminile di Rebibbia. Mi chiedo: basterà questo provvedimento esemplare per impedire che accada ancora?

Sara Fabrizi

 

Gentile Sara, “ora i miei figli sono liberi” sono le parole che ha pronunciato Alice, la donna, poco più che trentenne, che ha ucciso i suoi figli. È un gesto atroce, terribile, di una moderna Medea che, come ha spiegato il suo avvocato, ha vissuto la detenzione dei suoi piccoli due bimbi (due anni in due) come una doppia punizione. Alice Sebesta il 27 agosto era stata intercettata dai carabinieri di Roma in auto con due nigeriani: dentro il veicolo, 10 chili di marijuana. “Mi hanno dato un passaggio per la stazione, dovevo prendere il treno per tornare a Monaco di Baviera, non sapevo della droga”, si era giustificata. I due uomini vennero rimessi in libertà, Alice invece finì a Rebibbia. Con i figli. È su questo che dovremmo innanzitutto interrogarci, prima di farlo sull’animo umano. Come è possibile che Alice si trovasse ancora in carcere, nonostante i due figli. La scarcerazione, a dire il vero, sembrava a portata di mano. Il giudice aveva bisogno di un domicilio sicuro dove assegnarla ai domiciliari e lei lo aveva trovato, a Napoli, da un amico. Ma poi il magistrato competente era cambiato e il nuovo, ritenendo che “il quadro indiziario non fosse modificato”, e senza fare riferimento ai minori, il 7 settembre ha respinto la richiesta. Le madri carcerate che vivono all’interno delle strutture penitenziarie italiane sono 52: 52 madri che “certamente non mettono a rischio la sicurezza degli italiani, e quindi si potrebbero tranquillamente trovare alternative al carcere”, come ha sottolineato Susanna Marietti dell’Associazione Antigone. “Se io dirigessi un carcere con 350 detenute – ha scritto sul suo blog sul fattoquotidiano.it – avrei solo un modo per essere certa che mai accadrà nell’istituto qualche evento che finirà sui telegiornali: tenere tutte le detenute chiuse in celle singole, nude, legate al letto, sorvegliate a vista. Ma è questo il modello di pena che vogliamo?”.

Maddalena Oliva

Milano, se volete bene alle periferie salvate il Perini

“Salvate il soldato Iosa”, scrivevamo in questa colonna nel gennaio 2012, oltre sei anni fa. Ci riferivamo ad Antonio Iosa e al circolo Perini, da lui fondato nel 1962. Dopo 50 anni d’attività, il Comune di Milano minacciava allora di togliere ogni sostegno a quel circolo culturale nato nella periferia milanese, a Quarto Oggiaro, quando ancora il quartiere era chiamato “Corea”, o “Barbon city”. Fu salvato, il soldato Iosa, e il Perini poté continuare la sua attività dalla sede di via Aldini 72, dentro un immobile di proprietà del Comune. Adesso la nuova giunta ci riprova, non rinnova il contratto d’affitto e dà lo sfratto alla Fondazione Perini, che il 18 dicembre 2018 dovrà abbandonare i locali. L’assessore al bilancio e demanio Roberto Tasca vuole mettere a profitto gli immobili comunali e caccia il Perini, che ha sempre pagato l’affitto e tenuto decorosi e ordinati i suoi locali.

“La giunta di Giuseppe Sala, che dice di voler essere il sindaco delle periferie, stacca la spina a una realtà che nelle periferie lavora da 56 anni”, protesta Iosa. “Non mi resta che restituire al sindaco l’Ambrogino d’oro che ho ricevuto io e i due Ambrogini assegnati al Perini. Facciamo lavoro culturale volontario in periferia per migliorare la qualità della vita e aumentare la legalità. E questi ci cacciano. L’assessore Tasca, che non ha mai messo il naso in periferia, non ci rinnova il contratto della sede e ci fa interrompere le attività. Questo è peggio dell’assalto fascista che il Perini ha subito il 21 giugno 1971 e peggio della gambizzazione che ho dovuto subire il 1º aprile 1980 da parte delle Brigate rosse”.

Il contratto d’affitto con la Fondazione Perini scade il 18 dicembre e non sarà rinnovato. Secondo le nuove regole volute da Sala e Tasca, alla scadenza dei contratti sarà necessario partecipare ai bandi comunali per le assegnazioni di sedi a prezzi di mercato. Irraggiungibili, per un circolo che fa attività culturale in periferia e si basa esclusivamente sul volontariato.

Giusto mettere a bando le sedi. Ma giusto anche garantire la sopravvivenza di chi ha lavorato gratis 60 anni per la città. È un pezzo di storia di Milano, il Perini. Nato nei fermenti degli anni Sessanta, diventa centrale nella vita di Quarto Oggiaro un decennio dopo, dentro i conflitti dei Settanta. In un quartiere dove i fascisti giravano con le loro squadracce e dove le Br avevano gruppi attivi di militanti e fiancheggiatori. Entrambi incrociano il Perini: i fascisti assaltano la sua sede, le Br gambizzano il suo fondatore. Era democristiano, Iosa, ma un democristiano del dialogo. Non si occupava di raccogliere voti e clientele, ma si impegnava a far incontrare e discutere personaggi anche distanti tra loro, con però qualcosa da dire a tutti. Diventa così un punto di coagulo, una specie di don Camillo che litiga ma dialoga con Peppone. Tutti devono fare i conti con lui e con le sue iniziative, magari per contestarle, per venire a manifestare rumorosamente contro qualche invitato sgradito o piduista.

Va avanti, pur tra mille difficoltà. Non cade nell’intellettualismo. Non cede alla cultura della tv, che negli Ottanta fa rinchiudere in casa la gente. Propone temi, stimola riflessioni, invita personaggi, organizza mostre e concorsi. Non molla, malgrado i pochi soldi e le molte incomprensioni. Resiste alle conseguenze infinite, fisiche e psicologiche, dell’attentato subito dalle Br. Continua a combattere, aiutato da un gruppo di volontari, per quasi sessant’anni. Ora la giunta Sala-Tasca lo vuole di nuovo far tacere. Noi ripetiamo l’invito: se davvero volete bene alle periferie e alla storia recente di Milano, salvate il soldato Iosa.

La “soluzione finale” del Csm sui minori

Il laido personaggio del film di Vittorio De Sica Il giudizio universale interpretato da Alberto Sordi, che comprava bambini poveri per conto di famiglie ricche, convinceva le sue vittime dicendo che era nell’interesse dei minori. E anche i generali argentini, che negli anni Settanta si appropriavano dei figli degli oppositori politici ammazzati dal Plan Condor, forse placavano qualche soprassalto di coscienza con la rassicurante idea che, in fondo, i piccoli sarebbero vissuti tra gli agi dovuti alle persone per bene, evitando l’orrido destino di diventare comunisti. E “comunista”, per quei generali, non era un concetto troppo diverso da quello di “mafioso” che ossessiona gli ex consiglieri del Consiglio superiore della magistratura, autoprorogatisi ad hoc per completare la tournée di propaganda della loro “soluzione finale” al problema della criminalità giovanile.

È un topos letterario quello della mamma povera che cede il figlio ad altri, rinuncia alla sua creatura per amore, per offrirle un’alternativa a un altrimenti inesorabile destino di miseria e ignoranza. Funziona sempre, perché suscita inevitabilmente commozione, e anche un moto di ribellione contro una simile ingiustizia estrema. Ma certi amministratori della Giustizia sembrano avere una strana idea di Giustizia.

Di fronte alla disperata scelta di alcune mamme di privarsi dei figli, per assicurare loro condizioni di vita e opportunità altrimenti negate, ci si aspetterebbe che il dottor Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, chinasse il capo oppresso da tanto dolore, e si ribellasse addirittura a una tale irreparabile ingiustizia. Invece no, sembra piuttosto rallegrarsene e in tutta serenità, dopo averci assicurato che non si tratta di una “deportazione” (qui ci ricorda il “Ceci n’est pas une pipe” di René Magritte sotto l’immagine di una pipa), finisce con l’esaltarla come una “piccola grande rivoluzione” (e qui ci ricorda la rivoluzione di Pol Pot).

Continueranno quindi i blitz alle 6 di mattina, i piccoli svegliati dagli uomini in divisa, vestiti in fretta e portati via in lacrime… le grida dei parenti, il terrore… Non ci convinceranno, però, che tutto questo sia “nell’interesse dei minori”, per “aiutarli” a crescere meglio. Puzza piuttosto di “sanzione”. E nemmeno del reato, piuttosto del contesto, della famiglia in cui si è nati, una “sanzione” aggiuntiva per la criminalità della plebe. E se ne colgono gli indizi proprio nelle parole del dottor Di Bella, quando assicura che il suo Tribunale “fa di tutto” per mantenere i rapporti dei bambini con i genitori, ma solo quelli “che manifestano segni di ravvedimento”.

Fa meglio il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede quando afferma invece la centralità di “quella primaria agenzia sociale che è la scuola”, e guarda sbigottito ai dati spaventosi sull’abbandono scolastico nel Meridione.

Ma non è solo l’abbandono, caro Ministro. Al Sud la scuola ha rinunciato da tempo alla sua funzione. È una scuola che boccia, e boccia proprio i ragazzi che più hanno bisogno di scuola, dimenticando del tutto la lezione di don Milani.

Al Sud lo Stato continua ancora e sempre a mostrare soltanto il volto truce dell’esattore delle tasse o dei Carabinieri. Che adesso, in aggiunta, si portano via anche i bambini.