Rifacciamo il ponte come cavolo ci pare

Se il governo del cambiamento fosse un governo del cambiamento qualcosa cambierebbe. Per esempio scomparirebbe dalle leggi la parola “deroga”, perché non è bello vedere un governo proporre, e un Parlamento approvare, leggi che autorizzano il governo stesso a violare le leggi perché intralciano, a giudizio di chi le viola, il percorso verso la felicità di tutti. E invece le bozze del decreto per Genova, approvato dal Consiglio dei ministri “salvo intese” (cioè salvo poi scriverlo) e ancora in alto mare, contengono la parola “deroga” una decina di volte.

Il capolavoro è il comma 4 dell’articolo uno: per la demolizione e ricostruzione del ponte Morandi “il Commissario straordinario opera in deroga a ogni disposizione di legge, fatto salvo il rispetto dei vincoli non derogabili derivanti dall’appartenenza all’Unione europea”. Per essere un governo sovranista non c’è male: le uniche regole che il Commissario dovrà rispettare sono quelle (odiose) europee, di quelle italiane può serenamente fregarsene.

Ed è così che il governatore della Liguria Giovanni Toti, dipendente di Silvio Berlusconi, scioglie il peana alla cultura del fare a ogni costo: “Siamo pronti a collaborare con tutti, buoni e cattivi, diavoli e santi, perché si faccia il ponte senza perdere tempo”. Il governo del cambiamento officia, per debolezza o insipienza, il grande ritorno della Casa delle libertà, versione Corrado Guzzanti: “Facciamo un po’ come cazzo ci pare”.

È la cultura della Legge Obiettivo (Berlusconi & Lunardi, 2002), che già nel nome voleva insegnare agli italiani che l’importante è il risultato, la velocità di esecuzione. Se poi qualcuno ruba pazienza. E si è vista a L’Aquila, nel post terremoto, la velocità di esecuzione: le uniche cose rapide sono state l’affidamento dei lavori e la raffica di arresti. Poi arrivò Matteo Renzi che volle San Raffaele Cantone all’Autorità anticorruzione. Il quale fece subito due cose: disse che la Legge Obiettivo era “criminogena” e allo stesso tempo benedisse l’Expo di Milano di Giuseppe Sala, commissario con poteri speciali in deroga a tutto. Perché – l’abbiamo capito – Berlusconi e Renzi hanno la stessa cultura e la stessa priorità, fare in fretta saltando le procedure. Perché i grandi leader si considerano capaci, molto più dei burocrati, di selezionare ictu oculi i costruttori amici, capaci e onesti. E veloci.

Nessuno ha mai spiegato perché fare i lavori pubblici con progetti ben eseguiti, calcoli dei costi attenti e onesti, gare d’appalto corrette, debba richiedere più tempo. Forse perché il dirigente ministeriale è più incentivato a sbrigare alacremente la pratica se l’appalto è affidato a un’azienda che, diciamo, lo conosce bene? Forse perché, come teorizzava la sinistra ferroviaria negli anni 80, un tasso controllato di corruzione è l’ideale per lubrificare gli ingranaggi della pubblica amministrazione? Forse perché, dunque, se un ministro riesce a evitare che su un appalto rubino tutti, costruttori e burocrati (e magari anche qualche giudice amministrativo), la macchina dello Stato si ferma? Nessuno si preoccupa di fornire queste risposte. Tutti però hanno il rimedio pronto: se volete il ponte di Genova ricostruito in un anno (vedremo) dovete lasciarci fare “un po’ come cazzo ci pare”.

C’è un problema ulteriore, forse ancora più grave, che si manifesta laddove alla malafede si sostituisca l’insipienza, che non è un gran miglioramento. Peggio ancora, c’è l’ipotesi che la malafede si manifesti nella forma insidiosa della finta insipienza. Nel decreto per Genova hanno scritto una cosa assurda, e cioè che la società Autostrade, in quanto responsabile del crollo del ponte, deve versare sull’unghia al Commissario i milioni necessari a ricostruirlo, nella misura decisa dal Commissario stesso. Poi c’è un inciso: “Impregiudicato ogni accertamento sulla responsabilità dell’evento e sul titolo in base al quale sia tenuto a sostenere i costi di ripristino della viabilità”. Traduzione: il governo del cambiamento fa la faccia cattiva e ordina al renitente amministratore delegato Giovanni Castellucci, l’uomo che non ha mai colpa di niente, di mollare il malloppo; la società di casa Benetton farà un bel ricorso al Tar e al Consiglio di Stato dove probabilmente tra un po’ di anni le daranno ragione i colleghi dei consiglieri di Stato comandati presso Palazzo Chigi per scrivere questi capolavori; e i contribuenti dovranno restituire il maltolto ai Benetton con tante scuse e interessi.

Infatti il decreto stesso si preoccupa di dire che, qualora Castellucci non mollasse i 150 milioni previsti entro 30 giorni, il Commissario potrà farseli anticipare al 3 per cento da chi pare a lui, fosse anche il cognato (c’è la deroga), cedendogli pro solvendo il credito che lo Stato vanta nei confronti di Autostrade non in forza di un contratto ma di un decreto legge. Viene il sospetto che con questo decreto i Benetton si arricchiranno ancora, se avranno solo un po’ di pazienza.

 

Leggi razziali, per le scuse non è mai troppo tardi

Ottant’anni per chiedere scusa sono tanti, ma meglio tardi che mai. Si dà il caso, anzi, che il momento giusto sia proprio questo. Ieri a Pisa nel palazzo della Sapienza, appena riaperto dopo un troppo lungo restauro, si sono riuniti i rettori delle università italiane, per una “Cerimonia del ricordo e delle scuse”, evento voluto dai tre atenei pisani (l’Università, la Normale e la Scuola Sant’Anna) per offrire un solenne riconoscimento morale ai docenti e studenti scacciati dalle aule universitarie nel 1938 per la sola colpa di essere ebrei.

Perché Pisa? Perché fu qui, dalla residenza reale di San Rossore, che Vittorio Emanuele III, da molti anni ostaggio di Mussolini, firmò senza fiatare le infami leggi razziali che avevano, agli occhi obnubilati di Sua Maestà, il vantaggio di allineare l’Italia alla Germania di Hitler. Una volta cacciata l’Italia in quell’abisso, furono allora numerosi, ricordiamolo con perpetua vergogna, quelli che presero a vaneggiare di una presunta razza italiana, sbandierando un orgoglio identitario cinicamente costruito ad arte non per comprendere la nostra storia, ma per escluderne gli italiani di origine ebraica (per non dire della pretesa superiorità su arabi, somali, eritrei, etiopi delle colonie). Furono allora espulsi 448 docenti universitari, 727 insegnanti e funzionari delle accademie, migliaia di professori e maestri di scuola, non meno di 6000 alunni delle scuole medie, qualcosa come 1000 studenti universitari (290 solo a Pisa).

Nel cortile della Sapienza i discorsi-chiave sono stati tenuti dal rettore Paolo Mancarella e da Noemi Di Segni, presidente delle comunità ebraiche italiane. “Troppo facile chiedere scusa oggi, a distanza di tanto tempo”, ha rilevato Mencarella; eppure, ha aggiunto, era necessario farlo visto che, incredibilmente, dalla Liberazione in poi non c’è mai stata una pubblica manifestazione di autocritica delle istituzioni italiane, che nel 1938 furono tutte prone ai voleri del regime. Insomma, ha detto Di Segni citando Cesare Segre, l’Italia ha preteso di “uscire dalla vergogna senza il minimo rossore”. Altri aspetti degli eventi del 1938 e delle loro conseguenze sono poi al centro di un convegno internazionale che continua in Sapienza domani (oggi hanno parlato Michele Battini, Adriano Prosperi, Gad Lerner).

Ma perché questa “Cerimonia del ricordo e delle scuse” è, ottant’anni dopo, così opportuna e tempestiva? Perché negli ultimi mesi si vanno moltiplicando i segnali di un rinascente antisemitismo. Qualche episodio, scelto a caso: nella stessa Pisa, al Teatro Rossi Aperto, sede autogestita di iniziative culturali, sono comparse qualche settimana fa svastiche e scritte di matrice nazista. In una città emiliana, una docente che doveva fare una conferenza su Socrate è stata apostrofata da un ammiratore confesso del führer che la credeva ebrea, e dunque non autorizzata a parlare di Socrate, “filosofo ariano” (così, letteralmente).

A Trieste, l’iniziativa di una mostra e di un manifesto che ricordasse le leggi razziali è stata contestata dal Comune, ufficialmente per il timore che “determinati toni e immagini, in questo preciso complesso momento storico, potessero essere utilizzati per infiammare un nuovo scontro sul tema” (così l’assessore alla Cultura), giacché il tono del manifesto, a detta del sindaco, sarebbe “esagerato e duro”. Ma il manifesto null’altro contiene se non tre sorridenti ragazze ebree di Trieste, sullo sfondo della prima pagina del Piccolo del 3 settembre 1938 che trionfalmente annunciava la “Completa eliminazione dalla scuola fascista degli insegnanti e degli alunni ebrei”. Sarebbe dunque “esagerato e duro” richiamare nella sua agghiacciante eloquenza un documento storico inoppugnabile?

Sinistri scricchiolii, nella tenuta della democrazia in Italia, a cui si accompagnano esplicite minacce neofasciste, come quelle che hanno raggiunto qualche settimana fa l’associazione “Arte in Memoria” e la sua presidente Adachiara Zevi.

Sta dunque esplodendo in Italia un nuovo antisemitismo? O non sarà piuttosto che rigurgiti e deliri di tal fatta, sempre in agguato negli angoli bui del Paese, trovano il coraggio di affacciarsi alla ribalta in questi ultimi mesi perché credono di aver trovato un favorevole terreno di coltura nella sfacciata xenofobia del nostro attuale ministro dell’Interno e nella svolta a destra ferocemente identitaria di altri governi europei, come quello ungherese? È questa la preoccupazione che Adachiara Zevi e alcuni altri (Anna Foa, Annabella Gioia, Gad Lerner e io stesso) hanno espresso al presidente della Repubblica Mattarella in un incontro al Quirinale il 18 settembre, consegnandogli le 700 firme di solidarietà ad “Arte in memoria” dopo le minacce neonaziste. Anche a Pisa il Capo dello Stato ha voluto essere presente, con una targa e un messaggio che sottolinea l’importanza di questo “doloroso ricordo di una delle pagine più tristi e vergognose della storia italiana”.

Di segnali come questo, che vengano dalle alte cariche dello Stato, l’Italia ha oggi più che mai bisogno, e c’è solo da sperare che si moltiplichino. È per questo che il ricordo e le scuse di Pisa erano più che opportuni, e che dobbiamo leggerli non come una pietra posta sul passato ma come un vivo, preoccupato monito per il presente e per il futuro.

Ricordare quel che è stato per evitare di marciare senza saperlo verso nuovi errori e nuovi orrori. Per non dover chiedere scusa (fra altri ottant’anni?) della nostra indifferenza, dei nostri silenzi, della nostra connivenza, della nostra viltà.

L’ultimo valzer di Inge. La signora dell’editoria

Avere conosciuto Inge Feltrinelli, esserle amico per una vita, lasciatemi dire, è stata una grande fortuna. L’incontro è avvenuto molto presto ed è durato sempre. Presto vuol dire stessa età, dunque molto giovani, in una Milano non ancora nata, ma in cui Feltrinelli sarebbe stato uno dei protagonisti più grandi, poi dei più creativi, poi uno dei più tragici e poi la casa editrice nelle mani di Inge, invece di finire è diventata più grande. Fino all’arrivo del figlio Carlo, che ha aperto una nuova stagione.

Vi accorgete subito, da questo sommario, che una serie di grandi vicende italiane, culturali, sociali, economiche, politiche, ruotano intorno a una sola persona, Inge, che dunque è facile definire straordinaria. Ma la parola, abusata dal continuo uso improprio, non dice nulla. Proviamo con la narrazione.

Inge c’è già come persona che lascia il segno nella Milano dei tardi Anni Cinquanta, quando arriva accanto a un editore che ha già smosso le acque, ha già violato luoghi comuni, attraversato confini impossibili, fatto apparire opere che non avrebbero dovuto esserci. Giangiacomo Feltrinelli, da solo, da editore, ha fatto qualcosa che avviene di rado: toccare (e cambiare) insieme vite e letterature, far nascere ciò che non doveva nascere, violare regole e confini. Inge, entrata nell’avventura, è apparsa subito all’altezza, ma in un suo modo che, da donna, violava e nello stesso esaltava. Era mondana, nel senso di society? Sì, molto, e con una sua allegria giovane (e durata moltissimo) che sgombrava il campo dal gioco dell’autorevolezza sociale. Inge era già pronta alla fine degli Anni Cinquanta al gioco, prima bellissimo e poi perverso, degli Anni Sessanta.

Lo testimoniava, da subito, l’amicizia allegra ma anche attenta di Umberto Eco che due cose sapeva di lei. Inge era dentro, non ai margini del mondo della cultura. E, da tedesca puntigliosa, apprendeva subito e imparava sempre. E l’incontro con una persona di talento da conoscere un po’ prima del successo, era il vero regalo che si poteva farle (se non lo faceva lei a te).

Ho pubblicato il mio primo saggio (L’America di Kennedy) nel 1964 e, nello stesso anno, il mio primo romanzo (Le donne matte). Inge e io attendevamo a lungo l’arrivo di Giangiacomo perennemente in ritardo, nel salone di casa (attigua all’ufficio della Casa editrice) un po’ scambiandoci i racconti di Milano con quelli di New York e un po’ cercando l’una di spiegare all’altro quello che accadeva in due Paesi democratici così diversi (Kennedy e Moro). La vitalità di Inge e quella sua capacità di essere seria mentre era mondana, di identificare il senso politico di una questione anche quando sembrava una vignetta da ridere, ha cambiato e spinto verso il suo momento migliore la vita milanese che oggi i 5stelle chiamerebbero élite. Una cosa che imparavi subito, da lei e con lei, anche quando l’incedere mondano avrebbe potuto prendere il sopravvento, era un punto di sbarramento verso persone e comportamenti verso cui non potevano esserci tolleranze e condoni. Pensate a questo atteggiamento chiaro e irremovibile per una Signora del gran mondo milanese (ma anche una ragazza tedesca democratica): il punto di riferimento è l’antifascismo. Si può ridere di tutto e lasciare spazio a cose frivole (purché intelligenti e diverse) ma non distrarsi sull’antifascismo. Mentre mi leggete sapete tutti che c’è una tragedia al centro di questa storia.

È una tragedia senza luce che ha misurato la forza fisica, morale, intellettuale di Inge Feltrinelli. Inge la vedo a Milano, al corteo funebre di Giangiacomo Feltrinelli, ucciso a Segrate, con il piccolo Carlo per mano, accompagnata da Roberto Olivetti. Vede il percorso di un mistero destinato a restare un mistero. Inge non si è mai dichiarata vittima, e non è mai stato possibile compiangerla. È restata sul posto e ha preso la guida. Tutta una Milano, che è stata grande, e che in parte adesso non è che una celebrazione e un ricordo, è restata con lei, rifiutando il gioco velenoso di immense fake news cominciate già allora.

E anche quando è arrivato Carlo, che ha ripetuto in un suo modo originale (e moltiplicato da nuovi strumenti di comunicazione) la figura dell’Editore colto che non smette di crescere (lui e la sua impresa), Inge è rimasta il modello solido, stabile, a momenti festoso, di una grande avventura italiana.

Il ricordo degli amici

 

Agnello Hornby
I tacchi alti: il suo consiglio che porto con me
Mi accompagnò al mio esordio. Era una donna attenta al dettaglio e una grande mamma: ha cresciuto suo figlio Carlo da sola. Era tedesca, di padre ebreo. In tempi di antisemitismo, ricordo che è stata una grande italiana e una grande europea che ci ha fatto l’onore di vivere nel nostro paese. Un giorno, a Palermo, andando a casa di un’amica, per le strade sconnesse mi disse: “Quando visiti qualcuno devi vestirti al meglio. Anche a me fanno male i piedi, ma porto i tacchi per rispetto della persona che vedremo”. Da allora porto i tacchi alti, quando posso. Oggi mi direbbe: “Scrivi, una morte non può fermarti”. Mi siedo a scrivere il sequel di “Caffè amaro”.

 

Maggiani
Una compagna di ballo leggera, forte e fantasiosa
Ci siamo divertiti un sacco io e lei, abbiamo ballato tanto insieme, dalla beguine ai valzer: era una ballerina fantasiosa e molto leggera. Con lei avevo un rapporto diretto e umano, prima ancora che professionale: la conoscevo da trent’anni, e non l’ho mai vista invecchiare. Era una ragazza ebrea mitteleuropea, una donna forte: ha dovuto esserlo, soprattutto dopo la morte del marito, in anni in cui non ricevette alcuna solidarietà. Non so se si sentisse straniera o italiana, ma credo che il suo modo di parlare un italiano “difettoso e da barzelletta” fosse un trucco per riuscire a togliersi d’impaccio. Ha faticato moltissimo quella donna.

Maraini
Al bar con Bassani e Calvino, il marito spuntava dal nulla
Ricordo soprattutto il suo sorriso. Ho frequentato Inge ai tempi della Feltrinelli di via del Babuino, la mia libreria di riferimento quando abitavo sul Lungotevere: lei veniva spesso agli incontri organizzati dal libraio Carlo Conticelli. E poi ci trovavamo in piazza del Popolo, insieme con Bassani, Calvino, Fellini. C’era l’idea di una comunità artistica. Suo marito aveva la capacità di spuntare all’improvviso, come dal nulla. Inge aveva un modo delicato e affettuoso di prenderlo in giro, per quel suo essere ricco e rivoluzionario allo stesso tempo. Ecco, lei era brava a mediare, come la Merkel.

Petrignani
Allo Strega del ’94 si complimentò per il mio “amico”
Non so se mi apprezzasse come scrittrice, ma con me è sempre stata complice e carina. A una serata del Premio Strega – credo fosse il 1994 o il 1995 – ero accompagnata da un amico molto bello, non dell’ambiente, un medico. Lei rimase colpita da lui, tanto che mi fece molti complimenti e mi chiese chi fosse e se stessimo insieme. Era una persona curiosa, ma soprattutto andava anche sul personale, era molto spontanea. Indubbiamente ha tanti meriti nell’editoria: ha raccolto l’eredità di suo marito e ne ha fatto qualcosa di più importante, anche a livello internazionale. Ma mi piace ricordarla come una persona spiritosa e umana, cosa rara in questo ambiente.

Petrocchi
 “Lei è un uomo, quindi deve avere una penna”
Ricordo un pranzo al ristorante milanese il “Boeucc”, a margine di una conferenza stampa di presentazione del Premio Strega. Era il 2002. Avevo poco più di trent’anni ed era appena il mio secondo Strega vissuto sul campo. Capito vicino a Inge Feltrinelli che a fine pasto si trova nella necessità di prendere un appunto. Mi dice: “Lei è un uomo, quindi deve avere una penna”. Non era una domanda, era un’affermazione. Ovviamente non ce l’avevo. Altrettanto ovviamente da allora ne porto sempre almeno una con me.

Scaraffia
Era lei a scegliere le persone, odiava i giochi di potere
Voleva sempre ballare, le piaceva più di ogni altra cosa. Era una persona positiva, sempre serena, ottimista: una scuola di vita per tutti. Io la conoscevo da vent’anni: era mondana, ma nel senso buono. Era al di sopra delle parti: abbiamo attraversato epoche di divergenze politiche, anche recentemente, con le molte ostilità all’interno del Pd. Lei invece se ne fregava totalmente, non tanto della politica quanto delle piccole divisioni, dei giochi di potere: ci teneva ad affermare il primato della propria personalità. Era lei che sceglieva le persone, non le lasciava scegliere dai potenti o dai loro giochetti.

Sgarbi
Noi giovani “rock” alla  Bompiani
con lei ed Eco
Quando sono arrivata a lavorare alla Bompiani, c’erano personalità di riferimento che si incontravano, discutevano, esprimevano autorevolezza: c’era ovviamente Umberto Eco, che “era” la Bompiani. C’era Inge. Ero giovane e condividevo con Carlo, rispetto alla loro generazione, un gusto più “rock”. Parlavamo spesso della rivista Panta e avevamo passioni letterarie e musicali comuni. Ma quelle due generazioni, pur tra molte differenze, dialogavano, si trasmettevano passioni e competenze. E, soprattutto, noi li ammiravamo. Umberto ha continuato a chiamare Carlo “Carletto” fino all’ultimo, con affetto paterno, ricambiato con identico affetto filiale.

Trevi
Da padrona di casa  mostrava anche Diderot
Ebbi da lei un grande sostegno quando concorsi allo Strega: fu molto affettuosa con me e lo fu in modo spontaneo. L’ultima volta che l’ho vista, invece, è stata a casa sua, l’inverno scorso, in occasione di una cena ufficiale per Richard Ford. Una casa stupenda, un vero museo: ho ammirato quadri, immense librerie… Inge mi ha mostrato personalmente una edizione che non avevo mai visto dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Nonostante fosse un incontro formale, ha avuto il dono – come padrona di casa – di rendere tutto accogliente. Sapeva essere molto ironica: forse per questo è stata molto gentile con me, perché sono un critico.

Demoni, molti morti, suicidi, reincarnazioni e dubbi sull’anima: meglio di ogni serie tv

Di solito le fascette sui libri sono esagerate: “Più avvincente di Breaking Bad. Più intricata di Westworld. Più divertente dei Simpson”. Un po’ troppo e così – lo confesso – per mesi il primo volume di Demon, edito da Coconino Press, è rimasto sulla scrivania a sorreggere la tastiera dopo la rottura di quei supporti a obsolescenza programmata. Sembrava il solito fumetto umoristico con sfumatura manga. Terribile errore di valutazione. Demon di Jason Shiga è davvero meglio di quelle serie tv, un fumetto geniale, con un ritmo da Netflix, continui ribaltamenti di senso e di genere, ma anche un capolavoro di tecnica narrativa.

Comincia come una serie di humour nero: un tizio, un certo Jimmy, contabile senza personalità, si impicca in un motel. Ma si risveglia, e allora si suicida di nuovo in modo diverso. E si risveglia. Si ride, poi la svolta horror: Jimmy capisce di essere un demone che si reincarna subito nella persona più vicina quando muore. No, un attimo, è una spy story: c’è la classica agenzia governativa sulle sue tracce, forse è un’arma avanzatissima. O invece no, Demon diventa anche un fumetto filosofico: quanto di noi, del nostro essere, dipende dal corpo che abitiamo e quanto è, diciamo, anima? Sullo sfondo restano alcuni dettagli morali: il protagonista si uccide decine di volte per traslarsi all’istante in altri corpi, senza nessuno scrupolo. Ma il virtuosismo fumettistico sta nel fatto che Jimmy si vede sempre con la stessa faccia, mentre gli altri vedono il corpo che sta abitando, il lettore, senza accorgersene quasi e in modo fluido, passa da un punto di vista all’altro. Se ad Amazon Video leggono Demon fanno un contratto a Jason Shiga come quello per Robert Kirkman di The Walking Dead.

 

 

L’isola di arturo un bambino, un paradiso e l’avventura

Questo libro, il secondo della famosa scrittrice italiana Elsa Morante racconta di un ragazzo senza madre, né fratelli né sorelle, né padre (spesso in viaggio per lavoro). Un ragazzo insomma se la cava benissimo su un’isola che il protagonista definisce come un “paradiso” in cui ci abitava fin da piccolo. Il ragazzo, Arturo, beve tanto latte di capra, usa vestiti vecchi ma ancora utilizzabili, mangia poco o niente ma va comunque avanti, non perde il senso della vita, ha sempre voglia di fare e di rifare di più.

Arturo, ragazzo sedicenne, si accorge però un bel giorno che la sua vita non è fatta per stare da solo in un’isola sperduta nel nulla, che come unica forma di vita che non sia lui stesso è la sua cagnetta di nome Immacolatella; decide allora di partire per una nuova avventura, però stavolta sulla terraferma. Abbandona la sua isola, il suo paradiso in cerca di una nuova vita che chissà possa un giorno raccontare ai suoi figli.

Questa storia ci racconta come un ragazzo senza genitori, senza amici, senza fidanzata possa comunque vivere e cavarsela assolutamente da solo. Se vi interessano le storie che raccontano di situazioni difficili, di bellissimi paesaggi e di avventure allora il libro L’Isola di Arturo fa per voi, un libro da leggere sia la sera che la mattina, un libro adatto a tutte le età, un libro con una storia da raccontare.

 

Con Ceccotti dove il mondo è più realistico

Una donna nuda fuma in balcone di notte, ha ancora i capelli acconciati da grande soirée e addosso i gioielli per l’occasione. A terra, accanto a lei, un libro aperto viene sfogliato dal vento leggero. Il paesaggio, il lungomare o forse il porto di una città, non le interessa: lei, dal suo balcone in alto, rimira il cielo e pensa che tutto potrebbe cambiare, che forse il male, improvviso e cieco, potrebbe mutare le sorti del suo destino sereno.

Tutto questo è Guardando le stelle (2005), un dipinto di Sergio Ceccotti (classe 1935) esposto in Sergio Ceccotti. Il romanzo della pittura 1958-2018 (a cura di Cesare Biasini Selvaggi) nella sala circolare dello Spazio Fontana del Palazzo delle Esposizioni a Roma. In mostra ancora fino al 14 ottobre, è l’occasione per operare una piccola rivoluzione nell’odierno mondo del mercato dell’arte contemporanea: ammirare le opere di un grande artista ancora in vita. Quella di Ceccotti – coevo di Schifano, Festa, Tacchi e Mambor e che quindi prende la mosse dalla Pop-Art romana – è una figurazione colta, originale, sperimentale che trae ispirazione da tante correnti: il mondo dei fumetti, il cinema, la Metafisica novecentesca, Balthus, Hopper, il cubismo, e anche i rebus della Settimana Enigmistica, di cui Ceccotti è assiduo lettore.

Nella personale antologica del museo capitolino, quaranta opere narrano l’esprit-Ceccotti già così vivido nel primo Il giradischi (1958), quella sua evidenza espressiva che amplia le cose viste – “Non riesco a dipingere ciò che non ho visto” sostiene il pittore – e le rende vive, in movimento, tenutarie non solo del presente sulla tela, ma anche di un passato e soprattutto di un futuro, dove l’imprevisto può piombare: cosa dirà la donna di spalle all’uomo bendato che entra nel suo salotto di La signora x e l’uomo invisibile (1981)? Cosa è successo alla donna di Stazione di provincia XIII (1981), che telefona da una cabina isolata in una strada di campagna? E ancora, chi sta aspettando l’uomo seduto al bancone di Al bar II (1965)?

I luoghi e i personaggi delle opere di Ceccotti non sono immersi nel tempo mitico e immobile dell’arte, sono così pulsanti e vivi che vedendo i notturni e gli scorci di Roma come Serata al Pigneto (2014), Settembre a Piazza Quintili (2015), Estate a Piazzale Flaminio (2016) o di Parigi come Hiver à Montmartre (1991) o Un après-midi parisien (2017), non sembra di rimirare un quadro ma di esservi dentro, come tuffati ne Il mare dipinto (2018), il quadro che chiude la mostra.

 

La strage del 1928 e le gesta di Meazza: un noir milanese avvolto nella nebbia

Le paure di Totò e Peppino per la nebbia meneghina avevano un solidissimo fondamento: “Il commissario Carlo De Vincenzi aveva scoperto cos’era la scighera la prima sera che era arrivato a Milano in treno. Uscito dalla Stazione Centrale si era trovato avvolto in un nebbione folto e impenetrabile, estremamente denso. A malapena i lampioni di piazza Duca d’Aosta fendevano quella sorta di enorme bambagia fluorescente che i milanesi chiamavano scighera”.

La lunga citazione è dal primo romanzo di Luca Crovi, sceneggiatore e grande esperto di gialli. Si tratta di un noir, ovviamente. Una vera miniatura perché mette insieme nella Milano fascista del 1928 due miti del periodo. Il primo di carta, il secondo in carne e ossa. Al secolo il commissario Carlo De Vincenzi e il leggendario Peppìn Meazza, tra i migliori calciatori italiani di sempre. Il commissario De Vincenzi fu un’invenzione dello sfortunato Augusto De Angelis, che avrebbe meritato meno oblio e più fama, censurato prima dal regime mussoliniano poi ammazzato dalle botte di un repubblichino. Crovi scava con tenera eleganza in quella Milano che non c’è più (e c’è anche un ricco comparto gastronomico) e fa indagare De Vincenzi sulla strage del 12 aprile 1928 in occasione della visita del re Vittorio Emanuele III alla fiera campionaria. Una strage tuttora impunita, senza colpevoli, come nella peggiore tradizione del nostro Paese.

Meazza invece incrocerà il commissario per un mistero alla base della sua prodigiosa carriera calcistica, iniziata con micidiali tiri di pallone contro il muro del carcere di San Vittore. Bordate che uscivano dalla nebbia, naturalmente.

 

 

Dalla depressione ci salva la scrittura

A cosa servono le storie? A proteggerci dalle tenebre, tenendo a bada le paure mentre ci stringiamo attorno ad un fuoco. Dall’epoca dei Neanderthal sino all’era del cloud non siamo poi così diversi dovendo sempre fare i conti tre fobie basilari – il timore dei rumori forti, i lampi di luce improvvisi e la paura di cadere. Ciò significa che tutti gli altri casi sono residui di traumi o acquisizioni culturali, capaci di far germogliare anche il male di vivere, quella depressione che in Italia affligge quasi tre milioni di persone. A conti fatti siamo diventati un popolo infelice.

Per nostra fortuna quelle medesime storie che rendevano la notte più piccola, possono rivelarsi taumaturgiche, persino capaci di rompere il mare ghiacciato dentro di noi. Con questo spirito pionieristico, andando alla ricerca delle parole necessarie, lo scrittore romano Andrea Pomella ha rotto gli indugi, scrivendo un memoir per raccontare della sua malattia, il rapporto con “la complessa cattedrale della depressione maggiore” ovvero “una non-malattia il cui effetto era, per Teresa d’Avila, ‘di oscurare e disturbare la ragione, cui non riesce a far arrivare le nostre passioni’”. Pomella fa tabula rasa degli imbarazzi ammettendo di soffrirne sin dalla tenera età, rievocando quel giorno in cui, esasperato dalle insistenze materne, rispose che non sentiva null’altro che un “frastornante, immoto silenzio”.

L’Uomo che trema (Einaudi) è un libro spietato e delicato, un testo che dona confidenza ma esige una piena attenzione. Una preghiera laica con cui Pomella – già nella dozzina del Premio Strega 2018 con Anni Luce, add editore – si mette a nudo, strappandosi dal viso la maschera del tabù occidentale della malattia, ammettendo e raccontando la sua fragilità anziché nasconderla con cortesia. Soffrendo di “una depressione ciclica anomala” strettamente legata al rapporto controverso con il proprio corpo, l’autore ricorre ad un tono diretto – attento a non scivolare mai nel pietismo o nella facile autocommiserazione – per compiere un viaggio nel tempo, zigzagando fra ricordi e piccoli episodi quotidiani, alla ricerca delle cause del suo patire, richiamando il rapporto con il padre e quella decisiva coazione all’abbandono, sospinto dal timore che lui stesso possa un giorno rivelarsi un padre evanescente, persino nocivo. Questo memoir deve essere inteso come un sipario strappato, la ricerca delle parole come il fascio di luce di una torcia nel buio per provare a spiegare quei momenti in cui l’autore si sente come “l’ultimo uomo sulla terra e non c’è nulla intorno a te che abbia significato”. Ma è possibile che il problema sia altrove. Nell’epistolario di Sigmund Freud leggiamo che “nel momento in cui ci si interroga sul senso e sul valore della vita si è malati, giacché i due problemi non esistono in senso oggettivo”. Ecco, il depresso si dibatte per tutta la vita in un “cortocircuito alimentato dal realismo – scrive Pomella – lucidamente consapevole che la vita sia effettivamente priva di senso”. O per dirla con le parole del Bardo, “La vita è un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente”. Niente, e così sia.

 

Il palco del Valle rivive con una mostra su Poli, il “san Paolo” acrobatico e zitellesco

Amava i santi, ma non era “poi così omosessuale da amare se stesso”: nessuna beatificazione postuma, perciò, perché Paolo Poli è… genio sgusciante e allergico alle etichette.

Non è agiografica né patetica la mostra a lui dedicata e, appunto, intitolata Paolo Poli è…, strizzando l’occhio a un altro irregolare della scena come David Bowie: così hanno deciso i curatori Rodolfo di Giammarco e Andrea Farri, figlio di Lucia e nipote di Paolo, cresciuto in palcoscenico e custode della preziosissima eredità dello zio, da ieri – e fino al 4 novembre – custodita e visitabile al Valle di Roma (ingresso libero, da giovedì a domenica).

Dal foyer ai palchetti, dalla platea al soffitto, il raffinato allestimento raccoglie oltre “sessant’anni di teatro, ma non sono stati anni di carriera. Sono stati anni di educazione sentimentale, d’illusione e di gioco”, qui ripercorsi sullo schermo (40 monitor per 40 spettacoli, dal 1950 al 2014); in fotografia (oltre 600); attraverso le scenografie di Lele Luzzati e i costumi di Santuzza Calì; sui bozzetti, le locandine, i poster, oppure spiluccando i tanti appellativi (568, da “acrobatico” a “zitellesco”) e recensioni a lui dedicati.

All’inaugurazione di mercoledì sera, un nutrito “ensemble” di artisti e amici è accorso al Valle per ricordare e omaggiare Poli: Renzo Arbore, Stefano Benni, Pino Strabioli, Gigi Proietti, Carla Fracci, Marisa Laurito, Nicola Piovani… tutti a ricordare l’estro, ma soprattutto il coraggio e l’anticonformismo dell’attore, inventore di un “teatro ‘polico’, ovvero politico”. Tra gli altri sono intervenuti il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli e l’assessore capitolino alla Cultura (nonché vicesindaco) Luca Bergamo, la cui amministrazione ha promosso la mostra insieme con il Nazionale di Roma. L’obiettivo, per le istituzioni, è tenere aperto il Valle almeno come “museo vivente”, in attesa che i pachidermici restauri lo restituiscano alla città per quello che è: un teatro. Ci ha pensato Franca Valeri a ricordare che “in un Paese civile questo teatro sarebbe già tornato alla sua vita”. Vigilerà san Paolo Poli.