En marche!: facile a dirsi (infatti è lo slogan di un politico), difficile a farsi, almeno su un palco. Camminare in scena è impresa ardita e – visti i tempi – non solo in scena, ma anche lungo i muri, tra le frontiere, da un confine all’altro. Di questo, in soldoni, tratta Kirina, senza però la pelosa retorica, e infatti è uno spettacolo di danza e parole pochissime.
Firmata dal coreografo (burkinabé) Serge-Aimé Coulibaly, dalla cantate (maliana) Rokia Traoré e dallo scrittore (senegalese) Felwine Sarr, la pièce ha aperto la 33esima edizione di Romaeuropa Festival, intitolata giustappunto Between Worlds. Kirina, invece, è spacciata come “Opera africana”, ma no, è un’“Opera” e basta, di musica, canto, danza, acrobatica, recitazione, narrazione, videoproiezioni, luci, corse, sudore, sussurri e grida – e silenzi, apprezzatissimi. Il merito è anche dell’ensemble: nove danzatori, un attore, quattro musicisti, due cantanti e quaranta figuranti, che marciano indefessi da una quinta all’altra, da una torre di controllo (fatta qui di stracci) all’altra, da un bordo all’altro.
Tante sono le contaminazioni: tra ritmi tribali e coreografie mitteleuropee, iconografia occidentale e mitologia africana, in particolare mandinga, con l’epopea di Soundjata Keita, il poema epico sulla fondazione dell’Impero del Mali nel XIII secolo, laddove Kirina è il luogo in cui si è svolta l’ultima battaglia pre-imperiale. In scena va un’Africa “lontana dagli stereotipi”, così come privo di fronzoli ed etichette è il Vecchio continente: sul palco conta solo – per intensità qualitativa e quantitativa – “la marcia eterna del mondo” dei vivi.
“Siamo nella penombra. Presto arriverà la luce. È solo questione di sentiero, di passi e di tempo”, e via con le traversate, gli annegamenti, le isterie collettive, le fughe, le lapidazioni, le risse, i morti: volano gli stracci (la coreografia che, da sola, vale l’intera recita), che qui pesano come macigni. L’uomo si snatura, regredisce a bestia, cammina sui cadaveri dei suoi simili. Eppure la marcia continua, e la vita pure: la trama è infatti felicemente circolare (con buona pace della linearità del tempo occidentale) perché, ogni volta, “è necessario che tu nasca” con “onore e sudore”.
Fiera, ipnotica, regale, universale – ovvero umana – Kirina è un’opera, ma pure un’operazione, totale. Nessuno è escluso: “Oggi sono gli africani e i siriani ad arrivare in Europa, ma circa cinquant’anni fa erano i popoli europei, ad esempio gli italiani. Tutti i colori dell’umanità si spostano e si muovono, tutti sono in cammino”. Infatti gli interpreti sono indifferentemente neri e bianchi, mentre sullo schermo scorrono le immagini di acque, di porti e di migranti novecenteschi di chiara origine caucasica. Ma chissà di che etnia è questo mare di tutti e di nessuno: che razza di mare.
Roma, Teatro Argentina, fino a domani sera; Romaeuropa Festival proseguirà fino al 25 novembre