“Kirina”, opera totale più che afro

En marche!: facile a dirsi (infatti è lo slogan di un politico), difficile a farsi, almeno su un palco. Camminare in scena è impresa ardita e – visti i tempi – non solo in scena, ma anche lungo i muri, tra le frontiere, da un confine all’altro. Di questo, in soldoni, tratta Kirina, senza però la pelosa retorica, e infatti è uno spettacolo di danza e parole pochissime.

Firmata dal coreografo (burkinabé) Serge-Aimé Coulibaly, dalla cantate (maliana) Rokia Traoré e dallo scrittore (senegalese) Felwine Sarr, la pièce ha aperto la 33esima edizione di Romaeuropa Festival, intitolata giustappunto Between Worlds. Kirina, invece, è spacciata come “Opera africana”, ma no, è un’“Opera” e basta, di musica, canto, danza, acrobatica, recitazione, narrazione, videoproiezioni, luci, corse, sudore, sussurri e grida – e silenzi, apprezzatissimi. Il merito è anche dell’ensemble: nove danzatori, un attore, quattro musicisti, due cantanti e quaranta figuranti, che marciano indefessi da una quinta all’altra, da una torre di controllo (fatta qui di stracci) all’altra, da un bordo all’altro.

Tante sono le contaminazioni: tra ritmi tribali e coreografie mitteleuropee, iconografia occidentale e mitologia africana, in particolare mandinga, con l’epopea di Soundjata Keita, il poema epico sulla fondazione dell’Impero del Mali nel XIII secolo, laddove Kirina è il luogo in cui si è svolta l’ultima battaglia pre-imperiale. In scena va un’Africa “lontana dagli stereotipi”, così come privo di fronzoli ed etichette è il Vecchio continente: sul palco conta solo – per intensità qualitativa e quantitativa – “la marcia eterna del mondo” dei vivi.

“Siamo nella penombra. Presto arriverà la luce. È solo questione di sentiero, di passi e di tempo”, e via con le traversate, gli annegamenti, le isterie collettive, le fughe, le lapidazioni, le risse, i morti: volano gli stracci (la coreografia che, da sola, vale l’intera recita), che qui pesano come macigni. L’uomo si snatura, regredisce a bestia, cammina sui cadaveri dei suoi simili. Eppure la marcia continua, e la vita pure: la trama è infatti felicemente circolare (con buona pace della linearità del tempo occidentale) perché, ogni volta, “è necessario che tu nasca” con “onore e sudore”.

Fiera, ipnotica, regale, universale – ovvero umana – Kirina è un’opera, ma pure un’operazione, totale. Nessuno è escluso: “Oggi sono gli africani e i siriani ad arrivare in Europa, ma circa cinquant’anni fa erano i popoli europei, ad esempio gli italiani. Tutti i colori dell’umanità si spostano e si muovono, tutti sono in cammino”. Infatti gli interpreti sono indifferentemente neri e bianchi, mentre sullo schermo scorrono le immagini di acque, di porti e di migranti novecenteschi di chiara origine caucasica. Ma chissà di che etnia è questo mare di tutti e di nessuno: che razza di mare.

Roma, Teatro Argentina, fino a domani sera; Romaeuropa Festival proseguirà fino al 25 novembre

L’ultimo Natale (tra Budapest e Roma) di Carlo Vanzina

Si intitola Natale a Cinque Stelle l’ultima commedia sceneggiata prima della sua prematura scomparsa a luglio da Carlo Vanzina con suo fratello Enrico e in seguito affidata alla regia dell’amico di sempre Marco Risi che ha ultimato le riprese a Roma martedì scorso dopo aver diretto quelle in esterno a Budapest.

Prodotto da Enrico Vanzina per International Video 80 e da Andrea Occhipinti per Lucky Red, il nuovo film in uscita a fine anno vedrà in scena un presidente del Consiglio italiano (Massimo Ghini) impegnato con la diplomazia internazionale in un G7 in Ungheria. Parallelamente al summit in corso dovrà fronteggiare una fitta serie di eventi imprevedibili e compromettenti in cui incrocerà vari personaggi, interpretati tra gli altri da Ricky Memphis, Martina Stella, Paola Minaccioni, Massimo Ciavarro, Riccardo Rossi, Biagio Izzo e Andrea Osvart.

Grazie alla Fandango di Domenico Procacci e al Mibact un bizzarro “corto” di circa mezzora di Francesco Fanuele intitolato Il regno e accolto nel 2016 con grande successo sta diventando un lungometraggio omonimo destinato alle sale diretto dallo stesso regista e interpretato dallo stesso protagonista, Stefano Fresi, oltre che da Max Tortora, Silvia D’Amico e la giovanissima Fotinì Peluso. La versione estesa dell’apologo surreale amplifica e approfondisce il racconto delle sorprendenti vicende di un uomo (Fresi) che arrivato nella tenuta agricola di famiglia dopo la morte di suo padre e 20 anni di assenza scopre che lui l’aveva trasformata in un vero e proprio regno personale con confini, leggi e moneta autonomi e un popolo fedele.

Enrico Brignano, Ilaria Spada, Paola Minaccioni e Paolo Sassanelli girano sul litorale laziale tra Tarquinia e Civitavecchia la commedia Tutta un’altra vita diretta da Alessandro Pondi e prodotta da Rodeo Drive.

Lessico familiare degli umanissimi “(In)credibili 2”

Sono tornati, 14 anni dopo. E più umani che mai, intenzionalmente: “Volevamo che il pubblico percepisse la loro vulnerabilità, che si preoccupasse per loro nonostante i superpoteri: dovevamo trovare il giusto equilibrio tra un supereroe e un comune mortale”.

Tre lustri più tardi, gli occhi sono più a nostra immagine e somiglianza, i capelli si muovono come dovrebbero, la tecnologia si vede eccome, ma Gli Incredibili 2 non lo si loda per l’upgrade stilistico, bensì per il lessico familiare, per l’elogio – sofferto perché veritiero – del quotidiano, insomma, per l’impotenza del vivere qui e ora che non per i superpoteri.

Sì, sono tornati, ancora scritti e diretti dal genio mite di Brad Bird: Bob che non rincorre più criminali ma pargoli, Helen ingaggiata quale testimonial di una campagna per riportare gli eroi in calzamaglia nell’alveo della legalità, e poi i tre figli, l’adolescente Violetta, il bambino Flash e il neonato Jack-Jack, che rivelerà facoltà dirompenti e ancor più sorprendenti.

A tenere insieme alto (imprese straordinarie) e basso (sopravvivenza quotidiana) è un montaggio sapientemente alternato, un colpo alla cappa e uno al biberon, e tutto il film si bea dialetticamente di contraddizioni, contrapposizioni, aut-aut: “Per cambiare la legge, Helen – rivela il supervisore della storia Ted Mathot – deve infrangerla. Per salvare la sua famiglia, è costretta ad abbandonarla”. Eterogenesi dei fini? Macché. Empowerment femminile? Certamente. Ma il regalo principale che il sequel d’animazione si fa è alla propria storia, a quel 5 novembre 2004 in cui Pixar licenziò in sala il primo film – sottotitolo nostrano: Una normale famiglia di supereroi – completamente popolato da personaggi umani: non li amiamo giacché Incredibili, ma poiché credibili, non ammiriamo Mr. Incredible ed Elastigirl, bensì ci riconosciamo in Bob e Helen, due come noi, al massimo, più di noi. Tranquilli, il divertimento, l’evasione, i sorrisi e le risate non risultano indeboliti, ma vieppiù rinforzati: i piccini apriranno la bocca e sgraneranno gli occhi per le gesta dei nostri, gli adulti giocheranno a specchio riflesso, e – ansiolitico bis – per gli uni e per gli altri non mancano i topoi di un genere, il supereroico, allora embrionale e oggi dominante, a partire dal villain d’ordinanza e dai sotterfugi del caso.

Fu un grande successo, di pubblico (633 milioni di dollari d’incasso a fronte dei 92 di budget) e critica, l’animazione primigenia, e questo seguito non è da meno, anzi: un miliardo e 183 milioni messi in cascina fin qua, e recensioni globalmente plaudenti.

Ora però lo attende una missione incredibile per davvero, se non impossibile: rivitalizzare il nostro botteghino, che la nuova stagione è partita ma già si piange miseria. Ha esordito mercoledì 19 settembre con oltre 600 mila euro, le premesse ci sono tutte: forza!

“Le cattedrali spagnole sono musei a pagamento nel deserto di fedeli”

“Una volta un prete mi intimò di uscire da una cattedrale perché lui la messa vuole officiarla da solo. A Teruel mi sono visto circondato dalla polizia chiamata dal custode che mi aveva scambiato per un terrorista: la visita media di un turista dura in media i 10 e i 30 minuti, io ero lì da ore. In una cattedrale in provincia di Jaén quasi resto chiuso nella torre perché si dimenticarono della mia presenza e io di essere lì”. Julio Llamazares, poeta e scrittore spagnolo, ateo e viaggiatore, in 17 anni ha visitato tutte le cattedrali di Spagna. “Ho trascorso un giorno in ognuna”. E da questo suo peregrinare tra religione, cultura, storia e sociologia dei luoghi ha tratto un romanzo in due tomi: Las rosas de piedra, (Debolsillo 2008) e

Las rosas del sur in questi giorni in libreria.

A leggere i giornali spagnoli degli ultimi giorni – con il governo che chiede indietro alla Chiesa migliaia tra chiese, eremi e piazze di proprietà dello Stato ma accatastate come beni ecclesiastici grazie a una legge del 1998 passata in sordina del governo di José Maria Aznar – ritornano subito alla mente i suoi libri.

Llamazares fa la parte di Cassandra, che tutto aveva visto e previsto. “Non è una questione giuridica”, spiega l’autore che in Italia ha pubblicato ultimo Il funerale di Genarin(Amos edizioni) : “Il punto è che quasi tutte le cattedrali che ho visitato sono diventate luoghi per turisti. Non ci sono più funzioni, né sono in grado di raccogliere la comunità locale come una volta”, racconta. Nel 2001 lo scrittore iniziò il suo “pellegrinaggio letterario” pensando a un viaggio per la Spagna attraverso i suoi luoghi di culto, dai più famosi come Santiago di Compostela alle piccole cattedrali romaniche del Nord, intorno ai Pirenei, passando per la Castiglia e l’Estremadura, fino alle cattedrali vecchie di Salamanca, o del Sud come Guadix (nella provincia di Granada). L’obiettivo era narrare il valore artistico e architettonico di questi posti, ma anche il tessuto sociale che li popola. “Ma niente. Negli ultimi anni in Spagna la maggior parte di questi beni sono diventati musei. E così hanno ucciso la loro anima. I vescovi ormai hanno sequestrato le chiese. In alcuni casi, eclatanti come quello di Cordova o di Siviglia, gli abitanti non entrano neanche più nelle basiliche. Ci vedi solo giapponesi”. Ne è convinto Llamazares, “nel momento in cui si chiudono le porte e si chiedono soldi per entrare, gli abitanti della città non ci metteranno mai più piede. E così si uccide la relazione tra la ‘città di Dio’ e quella terrena”. Lo scrittore di Léon si confessa ateo, ma riconosce a questi luoghi un’importanza storica anche per i fedeli, oltreché sociale per chi come lui non crede, ma li ha sempre vissuti come l’anima della città”. Che la proprietà di questi edifici di Dio sia dei vescovi o dello Stato, “il punto – secondo Llamazares – è che non si può stabilire un prezzo per entrarvi. I dibattiti – chiarisce lo scrittore – sono due: quello sulla proprietà dei beni, e quello su come mantenerli, dato che per farlo serve molto denaro”. Da qui i biglietti di ingresso che però – stando a quanto ha visto lo scrittore nel suo lungo viaggio – “spesso non servono o non bastano neanche per la manutenzione”. Llamazares dà i numeri: “Solo l’anno scorso la Moschea di Cordova ha incassato 18 milioni di euro con 10 euro a visita. Ma quando si restaura qualcosa, la Chiesa chiede altro denaro alle amministrazione o ai fedeli”.

La soluzione? “I fondi bisogna trovarli nel bilancio statale, anche se ne servono molti. O bisogna inventarsi un’altra forma di finanziamento. Questa del biglietto va sia contro ‘le porte aperte’ predicate dalla religione, che contro l’aspetto sociale”. Più che di pietra, cattedrali nel deserto.

“La qualità di un’opera esula dal gossip sull’autore”

Asimmetria, fra i libri più attesi di questa rentrée, non ha deluso le aspettative. Il romanzo d’esordio della scrittrice statunitense Lisa Halliday racconta due storie, quella di Amar Jaafari, un economista iracheno-americano ostaggio della burocrazia e la relazione fra Ezra Blazer e Alice, un celebre e anziano scrittore con una giovanissima ragazza affamata di vita. In America ci sono state sanguinose aste per accaparrarselo, fiutando l’inevitabile clamore mediatico. Difatti, parecchi anni fa, Lisa Halliday – che oggi vive a Milano – ha avuto una relazione sentimentale con Philip Roth, conclusa con una lunga amicizia. E pur usando la terza persona, la disciplina di scrittura e il mal di schiena lancinante sofferto da Ezra sono espliciti rimandi al più celebre scrittore americano contemporaneo. Tutto ciò consente a Lisa Halliday di riflettere sul peso che l’opinione pubblica esercita su noi, la necessità di proteggerci per non smarrirsi.

Se questo libro fosse stato scritto da un uomo, crede che avrebbe fatto scalpore?

È impossibile saperlo. Oggi è praticamente impossibile leggere un libro senza sapere nulla del suo autore. Credo che i livelli di rigore, chiarezza e generosità con cui uno scrittore tenta di mettere in riga le sue parole siano, in definitiva, molto più importanti di qualsiasi pettegolezzo e, indipendentemente dal genere sessuale dello scrittore, è solo questa l’unica cosa che dovrebbe essere sottoposta a una seria valutazione critica.

Quando Ezra suggerisce che la relazione potrebbe essere “un po’ straziante”, Alice lo smentisce, dicendo “forse ai bordi”. Ovvero?

Ciò che Alice intende dire è che al centro della sua relazione c’è l’affetto sincero, un tempo condiviso, ricco di valore. ‘I bordi’ sono ciò che gli altri vedono: l’ampio divario di età e la differenza tra i loro successi professionali. Alice deve anche fare i conti con il fatto indiscutibile che, salvo sorprese, Ezra morirà molto prima di lei.

Lei racconta il disvelamento del corpo di Ezra come una sorpresa.

Le cicatrici di Ezra sono i segni esteriori lasciati dall’età mentre il corpo di Alice è giovane e sano. Ma alla fine sono ugualmente immortali. Probabilmente è questo il motivo per cui Ezra ha passato la vita a scrivere e Alice aspira fare altrettanto.

Ovvero?

Scrivere per creare qualcosa che possa sopravvivere è una specie di tentativo di sfidare la mortalità.

Philip Roth come ha giudicato il personaggio di Ezra?

Con la stessa rigorosa sensibilità letteraria con cui ha giudicato ogni altro personaggio del libro. Siamo in grado di identificarci ed empatizzare con questi personaggi? Riescono a toccare le nostre corde?

C’è un ricordo della sua relazione con Philip Roth che vorrebbe condividere con i lettori?

Non un ricordo ma un regalo. Qualche anno fa Philip mi diede la copia originale di una lettera che Primo Levi gli scrisse nel maggio del 1986, undici mesi prima che Levi stesso morisse. Nella lettera, Levi descrive ‘l’ondata di notorietà’ che seguì la pubblicazione di The Periodic Table in America: ‘Sento che mette in pericolo la mia stessa identità’, ha scritto Levi. Questo solleva una domanda: che cos’è un’identità? È ciò che crediamo di essere o ciò che gli altri pensano di noi? Quando diventi un personaggio celebre, la tua identità influisce sul tuo privato. Ma la tua stessa identità pubblica è solo ciò che tu percepisci perché, alla fine, siamo intrappolati nella nostra prospettiva, in quello che una poetessa ha descritto come ‘la claustrofobia metafisica e il triste destino di essere sempre una persona’. Inoltre, nessuna identità può essere quella definitiva ed elementi esterni come età, sesso, nazionalità, professione ed etnia possono essere fuorvianti. Se la tua identità pubblica minaccia di eclissare quella personale c’è il pericolo di sentirsi disarmati. A quel punto diventa essenziale ritirarsi dal clamore e riappacificarsi con ciò che pensi di te stesso.

La recita non basta più: l’attore ora si fa scrittore

Su e giù dal palco, dentro e fuori dalle librerie, gli esami non finiscono mai, almeno per i divi di cinema, teatro e televisione. Se a Hollywood la moda dell’attore-scrittore è consolidata, in Italia il fenomeno sta esplodendo ora, o meglio sbocciando, come Ogni ricordo un fiore di Luigi Lo Cascio, appena edito da Feltrinelli e ultimo dello showbiz prestato alle Belle Lettere.

“E allora dimmi tu da dove cominciare”: più che un romanzo, quello dell’artista palermitano è un florilegio di appunti sparsi sulla vita, e quindi sulla morte, e quindi sulla qualunque, autobiografico ma non esplicito, camuffato sotto il trucco e parrucco di Paride Bruno, “un personaggio che aspira alla natura di mio sosia”. Tra citare e recitare balla solo una sillaba, ma anche tra fiction e autofiction il salto è breve, col rischio del capitombolo ombelicale – segue seduta dal terapeuta: “Della ferita aperta, questo racconto è l’ago che sutura”.

Avanti il prossimo: Francesco Mandelli uscirà a novembre con Mia figlia è un’astronave per i tipi di DeA Planeta, che l’hanno già venduto come il “debutto nel romanzo” del noto personaggio. Eppure il “nongiovane” si era già cimentato nella narrativa nel 2014 con Osnangeles (Baldini + Castoldi), opera ibrida tra il racconto di formazione e il mémoire di un ragazzo di Brianza, cresciuto a “speed date” in paninoteca, gite alla fiera di Rho e “sesso in auto ascoltando i Timoria”.

Il palco non basta più, se n’è accorto anche Aldo Busi, che proprio sul Fatto lamentava: “Poeti, navigatori internettiani, teatranti, giornalisti, critici cinematografici, grafici che inseriscono un lettering tra le linee, sceneggiatori, attori, tronisti, meteorine, presentatori televisivi, creativi e parenti in generale sono diventati tutti parimenti scrittori”. Tutti uguali, insomma, ma gli attori sono più uguali degli altri: negli ultimi anni, ad esempio, sono usciti L’altra sete di Alice Torriani (Fandango, 2015) e ben due titoli di Giampaolo Morelli: Un bravo ragazzo. Storia di un giovane prestigiatore, erotomane, dislessico e disadattato (Fazi, 2011) e Sette ore per farti innamorare (Piemme, 2014). Ma il re della messa in scena di sé resta Filippo Timi, autore di Tuttalpiù muoio (con Edoardo Albinati, Fandango, 2008); E lasciamole cadere queste stelle (Fandango, 2010); Peggio che diventare famoso (Garzanti, 2008). Il suo teorema – onesto – è questo: “Cosa fa la differenza fra un attore straordinario e un bravo attore? Il bravo attore riesce a spogliarsi di sé. Un attore eccezionale non è bravo e sembra sempre nudo, anche col cappotto”.

Decisamente più abbottonato e meno egoriferito è Fortunato Cerlino, debuttante in libreria, la scorsa primavera, con Se vuoi vivere felice (Einaudi), un po’ autobiografia e un po’ La vita davanti a sé. La star di Gomorra non ci tiene affatto a passare per autoreferenziale, e infatti nelle note finali precisa: “C’è di buono che si tratta di un romanzo, per cui nomi, fatti e persone sono la rielaborazione di esperienze che in parte ho vissuto e in parte ho ricostruito… Lo strologo ci ha guidati, e Fortunato bambino e io gli siamo grati”. Ancora più schivo, nel far mostra di sé, il conterraneo Tony Laudadio, firma di Esco (Bompiani, 2014); Come un chiodo nel muro (Bompiani, 2014); L’uomo che non riusciva a morire (NN, 2015); Preludio a un bacio (NN, 2018): tutti romanzi-romanzi, come quelli di Francesco Carofiglio (tra gli altri, Il maestro, Piemme, 2017) e Adriana Asti, che, tra memorie e canovacci teatrali, ha sfornato anche un puro novel: La lettrice dei destini nascosti (Piemme, 2010).

Maestri del genere – la carta, non solo il palco o lo schermo – si sono invece rivelati Giorgio Faletti e Paolo Villaggio, pur avendo ottenuto fama e incensi tardivi, se non addirittura postumi: il primo si è imposto nel 2002 con il bestseller Io uccido (Baldini & Castoldi, seguito da Io sono Dio, Appunti di un venditore di donne…); il secondo ha dato i natali, e statura letteraria, all’immarcescibile Fantozzi, il cui primo e omonimo romanzo della serie uscì nel 1971 con Rizzoli.

La vocazione attoriale non è sempre un difetto, insomma, con buona pace di Nabokov che dava a Dostoevskij del “teatrante da strapazzo”. In America le star tentate dalla penna hanno quasi inaugurato un genere a sé. Il catalogo è questo, nutritissimo, anche citando i soli autor-attori tradotti in Italia: Steve Martin; James Franco; David Duchovny; Tom Hanks; Carrie Fisher; Ethan Hawke; Ewan McGregor; Brooke Shields; Gwyneth Paltrow. Quest’ultima, in verità, si è profusa in un’opera di varia, non in un romanzo – Appunti dalla mia cucina (Salani) –, buttandosi anche lei sulla pancia: lo stomaco però, non l’ombelico.

Temptation Island, il fascino ipnotico del nostro peggio

Temptation island (ora nelle versione vip) è uno dei fenomeni televisivi più clamorosi e trasversali degli ultimi anni. Sarebbero pronti a negarlo anche di fronte a un boia pronto a decapitarli con una scimitarra, ma martedì sera, durante la diretta del reality condotto da Simona Ventura, un discreto numero di intellettuali da salotti buoni mi hanno inviato messaggi da bimbominkia commentando eccitati le gesta dei due concorrenti Stefano Bettarini e di Sossio Aruta.

Chi è Bettarini lo sapete già: uno che è più presente nei programmi dell’ex moglie di quanto non fosse presente nel matrimonio con l’ex moglie. Ma chi è Sossio Aruta, direte voi? Un disegnatore di manga giapponesi? Un pornodivo calabrese? L’unico ad aver accettato una cena con Carlo Calenda? No, Sossio Aruta è uno dei sei archetipi maschili sbarcati su un’isola in cui sei coppie vengono separate e sottoposte a tentazioni maschili e femminili. E parlo di archetipi perché questa mandria di appassionanti sfigati e sfigate, pure se noi esseri mediamente colti ed evoluti rifiutiamo l’idea perché ci fa troppo male, rappresenta qualcosa di più che l’ultima spiaggia dei morti di fama. Rappresenta la loro, la nostra totale assenza del senso del ridicolo quando si parla di sentimenti. Ma soprattutto, guardiamo Temptation island vip perché ci offre l’imperdibile possibilità di osservare la Ventura e il suo ex 14 anni dopo, con la Ventura nella privilegiata posizione di quella che osserva l’ex marito con l’aria di chi pensa “Ma che m’ero bevuta quando l’ho sposato?”. Vado a raccontare le coppie.

Stefano Bettarini e Nicoletta Larini. Stefano Bettarini ha questa tendenza kamikaze a voler fare reality per mostrarsi così com’è quando il “così com’è” sarebbe meglio occultarlo come le prove di una trattativa narcos/governo colombiano. Esilaranti le sue misurate riflessioni su quanto rappresenti un problema la giovane età della fidanzata (ventiquattrenne) con la quale si ritrova spesso a interpretare il ruolo del saggio genitore. Cinque minuti dopo essersi salutati, con lei in lacrime e lui che la rassicura, lei va a dormire alle otto di sera, lui balla in mutande con le tentatrici passandosi la t-shirt tra le chiappe.

Il giorno dopo la fidanzata vede il filmato di lui con la Ventura di fronte. Piange di nuovo dicendo “Non lo riconosco”. La Ventura fa la faccia di quella che invece lo riconosce. Poco dopo Simona mostra all’ex marito il filmato in cui invece Nicoletta si lamenta del carattere di Stefano. Bettarini dice piccato che lui le donne le ha sempre trattate come principesse. La Ventura fa la faccia di “Mortacci tua”. Poco dopo Bettarini spiega l’amore affermando che non è vero che ha costretto la fidanzata a tingersi i capelli di scuro perché chi se ne importa se una fidanzata è bionda o mora. E coerentemente, conclude: “L’ho fatta fare mora perché mi piacciono le more!”. Di fronte all’ex moglie, bionda. Insomma, un altro reality da cui Bettarini uscirà con un percentuale di gradimento vicina a quella del Pd.

Il figlio di Walter Zenga Andrea e la fidanzata Alessandra. Lei è simpatica e una gnocca imperiale, lui una patata flambè. Naturalmente, siccome le donne sanno essere sceme in modo commovente, lei piange a dirotto perché pensa di non meritare cotanto maschio. Cotanto maschio invece dovrebbe sacrificare una qualche bestia della famiglia dei caprini su un altare appositamente montato in giardino per ringraziare il dio pagano che gli ha mandato Alessandra. E invece dice “Partecipo a Temptation Island per dimostrare ad Alessandra che di me si può fidare”. E dopo dieci minuti flirta pure col pedalò.

Sossio Aruta e Ursula Bennardo. A due che si chiamano così intanto dovrebbero impedire di accoppiarsi per evitare che nasca il nuovo Minotauro, ma detto questo, sono la prima coppia a saltare per una tentazione: quella di mandarsi a cagare già sulla barca che li porta sull’isola. Lei sta con lui ma “è un animale”, lui sta con lei ma “Non sono innamorato”. Lui dice che non avrà remore nel tradirla e si struscia alle tentatrice come i cani sugli alberi, poi quando vede un filmato di lei che sorride a un tizio, entra in crisi mistica perché LEI gli manca di rispetto.

Fabio e Marcella. Lui è un imprenditore, lei la sua assistente. Lei si lamenta perché stanno troppo insieme e ha bisogno di vivere un momento di distacco per rendere più solido il rapporto. Lui acconsente con saggezza e maturità. Dopo quattro giorni lui prende a testate il recinto del villaggio in cui sta la fidanzata con un brillocco in mano. Lei viene fatta uscire a forza dagli autori, Fabio con le lacrime agli occhi sta per farle la proposta di matrimonio piagnucolando che lei gli mancava troppo, ma sulla spiaggia Marcella gli fa uno di quei cazziatoni che il mare di Sardegna arretra di 500 chilometri e Civitavecchia finisce sommersa come Atlantide.

Nilufar e Giordano. Lei era una tronista, lui il suo corteggiatore. Di origini iraniane, incazzosa, propensa a sceneggiate, Nilufar è capace di dire “Non portatemelo qui che gli metto una mela in bocca e lo trasformo in una porchetta” perché ha visto un filmato in cui il fidanzato gioca in acqua con una ragazza. Secondo la comunità internazionale lei è un buon motivo per temere il famigerato programma nucleare iraniano.

Valeria Marini e Patrick Baldassarri. Lui è quello che per anni si accontenta di essere il migliore amico di Valeria e che, dopo che a Valeria due mariti su due sono finiti in galera, viene promosso a fidanzato/porto sicuro. Valeria Marini parla di lui con lo stesso slancio con cui parlava di Pamela Prati 20 anni fa. Nel descrivere il loro menage lei dice “Io sono il fuoco e lui ci butta la sabbia sopra”. In pratica il povero Patrick è un gatto nella sabbietta.

Valeria punta subito il tentatore Ivan, un giovane madrileno che ha l’incredibile potere di trasformare il sardo di Valeria in spagnolo fluente e che dopo mezzora si chiude con la Marini nella stanza delle scope senza microfono. Stupore da casa non tanto perché la Marini riesce a tradire il fidanzato già al primo blocco pubblicitario, ma perché le trionfali chiappe della Marini riescono a entrare nel magazzino delle scope.

La Marini, per la cronaca, è al settantacinquesimo reality come concorrente. Le manca solo The Kardashians per mancanza di legami di parentela appunto con i Kardashian, ma c’è già una sua prozia di Orgosolo pronta a sostenere di essere stata la tata dei figli di Kim quella settimana in cui lei era ricoverata per la liposuzione alle gengive.

La Ventura, uno a uno, mostra a Patrick tutti i filmati in cui Valeria ammicca con lo spagnolo e, come ha scritto qualcuno, risulta subito evidente che Valeria Marini ha già fatto più film nella prima puntata di Temptation Island che in tutta la sua carriera.

Il #MeToo del panino: uno sciopero fast-food

America e rabbia: le ragazze contro McDonald’s. È cominciato con un complimento troppo spinto alle curve sotto l’uniforme di una cameriera, è finita ieri con la protesta delle donne scese in strada contemporaneamente in dieci città d’America: Los Angeles, Miami, Kansas City, New Orleans, Orlando fino a San Francisco. Erano vestite uguale da una costa all’altra, con addosso cappello, grembiule, uniforme allo strike contro l’azienda del pagliaccio giallo e rosso.

Quando Theresa Cervantes ha bussato alla porta del suo capo, voleva chiedere orari più flessibili per poter seguire i suoi due figli. Il boss le ha chiesto invece se voleva un “pito”, cioè i suoi genitali. La Cervantes ha deciso “di non fare silenzio, ma fare la storia” e si è unita a molte altre colleghe che avevano subito abuso, coercizione e molestia sessuale ogni giorno nei fast food della McDonald’s di tutto il paese.

Nel 2016 solo poche donne denunciavano le condizioni lavorative in quei fast food alla Eeoc, commissione per l’eguaglianza lavorativa. Perdevano tutto quello che gli spettava – diritti, dignità, rispetto – per non perdere una cosa sola: il lavoro. Da ieri non stanno più zitte e a Chicago, ai piani alti del quartier generale di una delle multinazionali più potenti del mondo, i dirigenti le sentivano urlare giù in strada: “Noi non siamo sul menù”.

Per molti americani nessun Big Mac o allegro meal c’è stato per la rivolta delle cassiere, la marcia delle cameriere assenti ai fornelli. È soprattutto rabbia nera e latina, delle donne più povere d’America. Non più nelle stanze dorate dei set di Hollywood, in questa rivolta della classe lavoratrice di giallo ci sono solo gli archi del Mac.

Dinamiche di potere maschile le denunciano anche nell’industria del cibo: le donne occupano lavori di status inferiore, gli uomini quasi sempre sono in posizione manageriale, dice la ricerca del Culinary Institute Usa. E il clown triste dei panini è incapace di far fronte a quello che sembra un problema endemico della compagnia. La dirigenza è reticente e non interviene, ignora un sistema di abusi durevole e strutturato, dicono le lavoratrici che si sono unite al gruppo Fight for $15, per l’aumento salariale. Quella sessuale è solo un’altra forma di sfruttamento del colosso degli hamburger.

Kimberly Lawson sul palco di Chicago ha detto che “è già abbastanza dura lavorare per 8,75 dollari l’ora, non poter pagare l’affitto, ora subiamo anche lo stress per le molestie sessuali e la minaccia di non poterne parlare”. Quello di ieri è stato il primo sciopero collettivo e intra-statale d’America indetto per molestie sessuali. Dalla loro parte cassiere e cameriere hanno le donne del #MeToo e le statistiche. Secondo la Hart Research Associates, il 40% delle donne nell’industria del fast food è stata molestata, eppure solo 4 donne su 10 denunciano gli abusi; il 45% delle vittime soffre di ansia, depressione e insonnia dopo le molestie. Sotto i tabelloni dove rimangono in piedi tutto il giorno, dove tutto ha un prezzo preciso, dicono che anche loro l’hanno avuto, ma adesso non è più invisibile.

Feuilleton Benalla: una testimonianza per salvare Macron

L’ex bad boy dell’Eliseo, Alexandre Benalla, sembrava un agnellino davanti ai senatori della commissione parlamentare che lo hanno interrogato ieri per più di due ore. Si è anche scusato con loro per averli insultati alcuni giorni fa, quando gli è arrivata a casa la convocazione per testimoniare al palazzo del Luxembourg, che non si aspettava. Davanti ai senatori e ai francesi che lo guardavano in tv, è apparso umile, sorridente, vestito in modo impeccabile e molto educato.

“Non sono un delinquente”, si è difeso. L’ex uomo di fiducia di Emmanuel Macron era stato indagato per violenza dopo aver picchiato un manifestante al corteo del primo maggio a Parigi. Un video filmato da un testimone e diffuso a luglio da Le Monde aveva finito col portare alla luce la vicenda, nonostante i tentativi dell’Eliseo di minimizzare la vicenda.

A maggio Benalla se l’era cavata con una sospensione di 15 giorni. Quando più di due mesi dopo è scoppiato lo scandalo, Benalla è stato licenziato e un’inchiesta giudiziaria è stata aperta. Dopo la sua testimonianza di ieri, non solo diverse zone d’ombre restano tali e quali, ma in più il nuovo episodio del feuilleton risulta disastroso per il presidente, la cui popolarità è in caduta libera. Per il 73% dei francesi, indicava ancora ieri uno studio Elabe, il Benallagate sta avendo un impatto negativo sull’immagine del capo dello Stato. Negli ultimi giorni vi ha contribuito anche uno sterile battibecco tra senato e governo. Tre senatori del partito di Macron, En Marche, hanno deciso di boicottare la convocazione di Benalla, accusando gli altri membri della commissione, soprattutto figure del partito di destra Les Républicains, di strumentalizzare la vicenda a fini politici per “attaccare” il presidente. Anche il ministro della Giustizia, Nicole Belloubet, era intervenuta su Le Monde intimando alla commissione di rispettare l’inchiesta giudiziaria in corso e la separazione dei poteri. Non è affatto detto che Benalla ieri abbia convinto senatori e francesi. “È un furbone. Ci ha preso per degli stupidi. Aveva talmente calcolato tutto da sembrare ridicolo”, ha commentato un senatore della commissione alla stampa.

Certo è che dalla bocca di Benalla non è uscito niente di compromettente per Macron. Restano invece molte contraddizioni tra quello che dice e quello che sembra. “Non sono mai stato la guardia del corpo di Macron”, sostiene. Eppure era spesso al suo fianco. Le sue erano funzioni “amministrative”: organizzavae gli spostamenti “nazionali” e “privati” del presidente e “gli eventi all’Eliseo”. Eppure è stato visto partecipare alle missioni sul campo. “Non ho mai fatto il poliziotto”. Eppure il primo maggio portava la fascia “Police”. Aveva il porto d’armi: “La prefettura ha stimato che ero esposto a minaccia”, spiega.

A sua disposizione anche una vettura col lampeggiatore: “I veicoli dell’Eliseo sono tutti equipaggiati. Non l’ho chiesto io”. Disponeva anche di un lasciapassare in Assemblea: “Quando sei un collaboratore dell’Eliseo il badge vi viene assegnato in modo automatico. Era un mio capriccio – dice – per poter accedere alla palestra e alla biblioteca”. Gli era stato assegnato anche un appartamento di funzione: “Non l’ho mai utilizzato”. Le ultime su Benalla le ha rivelate ieri il Canard Enchaîné. Stando al sindacato dei poliziotti, l’auto di servizio di Benalla non è stata perquisita, né gli è stato sequestrato il cellulare. Nella sua casa della periferia parigina, a Issy-les-Moulineaux, la polizia non avrebbe trovato la cassaforte con le sue armi. Secondo il Canard, che cita fonti della polizia di frontiera, l’ex uomo di fiducia di Macron sarebbe stato visto inoltre, il 5 settembre, alla stazione San Pancras di Londra in compagnia di un uomo schedato S, vicino all’imprenditore Alexandre Djouhri, che potrebbe essere coinvolto nei presunti finanziamenti libici della campagna di Sarkozy: “Stavano parlando come due persone che si conoscono”, precisa il Canard.

Tra Trump e Putin è scoppiata anche la guerra del rumore

Attacchi letali con il gas nervino in territorio britannico; intrusioni via hacker e non solo a remoto, con spie, emissari e belle avvocatesse, nelle elezioni altrui; attacchi acustici alle ambasciate Usa, dall’Avana a Pechino: la colpa è sempre del Cremlino, anche quando i russi magari non c’entrano.

Le agenzie d’intelligence statunitensi sospettano che ci sia la Russia dietro gli attacchi acustici finora misteriosi contro il personale diplomatico americano a Cuba e in Cina. Mesi fa, invece, un rapporto dell’Fbi, frutto di minuziose indagini, sosteneva che non era stata provata nessuna responsabilità negli attacchi sferrati con misteriose e sofisticate armi a ultrasuoni contro i funzionari degli Usa all’Avana, smentendo quanto affermato dall’allora segretario di Stato Rex Tillerson, secondo cui Cuba è ancora un posto pericoloso per gli americani.

Nel frattempo, però, qualcosa di nuovo deve essere emerso. Gli episodi a Cuba si sono ripetuti, molto simili, in Cina. E, in mezzo, c’è stato il “caso Sergei Skripal”, l’ex spia russa doppiogiochista avvelenata il 4 marzo a Salisbury, in Inghilterra, con la figlia Yulia, utilizzando il novichok, un tipo di gas nervino, che le autorità britanniche fanno risalire alla Russia. Sul ‘caso Skripal’ s’è scatenata una vera e propria guerra di espulsioni, e di contro-espulsioni, di diplomatici alias spie: coinvolti decine di Paesi, fra cui marginalmente l’Italia.

In parallelo, è pure andato avanti il Russiagate, l’inchiesta sui contatti tra la campagna di Trump ed emissari del Cremlino. E l’accumulo di elementi probanti sulle mene russe in Usa 2016 ha convinto il presidente, che aveva sempre parlato di “caccia alle streghe”, ad ammettere le interferenze, senza però collusioni da parte sua e dei suoi. Anzi, è tutta colpa di quei buoni a nulla di democratici che si lasciavano hackerare le email e che, con Obama alla Casa Bianca, non facevano abbastanza per proteggere l’America.

Il peggioramento del clima tra Washington e Mosca, nonostante il Vertice del 16 luglio a Helsinki sia stato, nella retorica trumpiana, un pieno successo, c’entra forse qualcosa nel nuovo rapporto dell’intelligence statunitense, basato, fra l’altro, su intercettazioni telefoniche: le prove finora messe insieme non sono però irrefutabili e non bastano ad attribuire al 100% alla Russia la responsabilità delle anomalie registrate dalla fine del 2016 all’inizio del 2018, che hanno causato una grave crisi nelle relazioni tra Washington e l’Avana, tornate fredde, anzi polari, con l’insediamento di Trump alla presidenza.

Il rapporto dell’intelligence di marzo è stato aggiornato ed è filtrato alla stampa. Stando ai risultati delle indagini, 26 dipendenti dell’amministrazione statunitense furono vittime di singolari attacchi acustici nelle loro case o in hotel della capitale cubana a partire dalla fine del 2016, accusando più o meno gravi lesioni cerebrali, perdita dell’udito e/o della vista, problemi di equilibrio.

Anche diplomatici e funzionari canadesi furono vittime di episodi simili, che Kevin Fu, professore associato di ingegneria informatica all’Università del Michigan, aveva attribuito, in ipotesi e dopo esperimenti, a un tentativo di spionaggio condotto con ultrasuoni, normalmente non percepibili all’orecchio umano. Alla ricerca di Fu, di origini cinesi, avevano anche contribuito ricercatori dell’Università di Zhejiang in Cina: due fonti di ultrasuoni, destinate a captare suoni e rumori, sarebbero state collocate troppo vicine l’una all’altra, finendo per non essere efficaci al loro fine e per produrre danni fisici alle persone che dovevano essere ‘solo’ spiate.

Tra maggio e giugno, ‘attacchi acustici’ si sono ripetuti in Cina: il Dipartimento di Stato ha prima invitato i propri dipendenti a prestare attenzione “a suoni sospetti”; poi, ha ordinato l’evacuazione dei propri diplomatici e funzionari dalla città di Guangzhou; e, infine, ha esteso l’allarme a tutta la Cina. A giugno, nuovi episodi a Cuba hanno innescato altri richiami in patria di personale diplomatico. Gli Usa chiedevano alle autorità cubane di indagare “con urgenza”, mentre l’Avana invitava Washington a farla finita “con la manipolazione politica degli attacchi acustici”. Alcuni medici e scienziati, in alternativa alle tesi di Fu, pensano che i danni cerebrali alle persone colpite siano stati provocati da armi a microonde.

L’uso di armi acustiche sui fronti bellici non è certo una novità: dalle note di Lili Marleen diffuse per attirare in un tranello i soldati tedeschi nella Seconda guerra mondiale a quelle – assordanti e frastornanti – delle reciproche propagande al confine fra le due Coree sulla linea di demarcazione lungo il 38° parallelo; dagli ultrasuoni utilizzati dall’esercito britannico nel conflitto nord-irlandese negli anni Settanta a quelli impiegati in Iraq e Somalia negli anni ‘90 o contro i pirati al largo della Somalia a inizio XXI Secolo; fino al G20 di Pittsburgh nel 2009, quando servirono a sedare le proteste.

Ma gli esempi più icastici di ricorso alle armi acustiche li offre il cinema: dalle dirompenti ‘entrate’ di Robin Williams in Good Morning Vietnam alle indiscrete amplificazioni notturne degli amplessi dell’infermiera Margaret ‘bollore’ O’Houlihan, alias Sally Kellerman, con il maggiore bigotto Frank Burns, alias Robert Duvall, in Mash – e sempre sul 38° parallelo eravamo.