Riciclaggio da 200 miliardi, si dimette l’ad di Danske bank

Si è dimessoieri l’ad della principale banca danese, la Danske Bank, dopo la pubblicazione di un rapporto interno su un presunto caso di riciclaggio di denaro attraverso l’agenzia in Estonia. “È chiaro che Danske Bank non è riuscita a essere all’altezza delle sue responsabilità in relazione al caso di un possibile riciclaggio avvenuto in Estonia”, ha scritto Thomas Borgen, ai vertici della banca dal 2013. Il caso riguarda transazioni effettuate presso la sede estone da clienti non residenti nel paese nel periodo compreso fra il 2007 e il 2015 per importi non precisati. Danske Bank ammette “una serie di gravi carenze nei sistemi di governance e controllo della banca”. E’ quanto emerge da un rapporto interno sulle accuse di riciclaggio di denaro che ha portato alle dimissioni dell’amministratore delegato Thomas Borgen. Il caso riguarda l’attività di una filiale estone di Danske Bank in cui sarebbero transitati flussi di denaro sporco e che vedrebbe coinvolti, tra gli altri, anche i familiari del presidente russo Vladimir Putin. Nel rapporto si ammette che “la stragrande maggioranza” delle transazioni era considerata “sospetta”.

Mazzetta algerina, Scaroni assolto: “Non sapeva”

La tangentona c’è: quasi 200 milioni di dollari. I dirigenti di Saipem l’hanno pagata. Ma Eni, che controllava Saipem, secondo i giudici non ne sapeva niente: dunque assolto l’allora numero uno Paolo Scaroni. È questa la sentenza di primo grado che è arrivata ieri a Milano, al termine del processo per la corruzione internazionale petrolifera in Algeria. Saipem, la società del gruppo Eni che apre i cantieri, scava i pozzi e costruisce gli oleodotti, tra il il 2008 e il 2011 pagò una mazzetta di 198 milioni di dollari al ministro algerino dell’energia Chekib Khelil e al suo entourage, per ottenere otto grandi appalti petroliferi del valore complessivo di 11 miliardi di euro. La “commissione” fu versata per inesistenti “consulenze” alla società Pearl Partners, basata a Hong Kong e controllata da un giovane e riccioluto faccendiere internazionale con passaporto francese: Farid Bedjaoui, uomo di fiducia del ministro Khelil. Condannati, dunque, l’allora amministratore delegato Pietro Tali e il responsabile di Saipem in Algeria Pietro Varone (entrambi a 4 anni e 9 mesi); e il direttore finanziario Alessandro Bernini (4 anni e 1 mese). Condannati gli algerini Bedjaoui, latitante a Dubai (5 anni e 5 mesi), e i suoi collaboratori Samyr Ouraied e Omar Habour (4 anni e 1 mese).

Condannata Saipem: sanzione pecuniaria di 400 mila euro e confisca di 198 milioni, già messi sotto sequestro dai pm milanesi in banche tra il Lussemburgo, la Svizzera, il Libano e Hong Kong.

Dietro la “figlia” Saipem, però, si muoveva la “mamma” Eni: questa era l’ipotesi d’accusa dei pm Fabio De Pasquale e Isidoro Palma, sulla base delle testimonianze di due manager Saipem, Tullio Orsi e Pietro Varone, che avevano raccontato che l’allora amministratore delegato di Eni, Scaroni, aveva partecipato a incontri con gli algerini a Parigi, a Vienna e a Milano, all’Hotel Bulgari. Il tribunale non ha ritenuto provate le accuse e ha così assolto sia Scaroni, sia l’allora responsabile Eni per il Nordafrica Antonio Vella. Oggi Scaroni è vicepresidente della banca d’affari Rothschild, consigliere d’amministrazione di assicurazioni Generali ed è l’uomo in Italia del fondo Usa Elliott, che lo ha messo anche alla presidenza del Milan calcio, dopo l’uscita di scena del misterioso cinese Yonghong Li. Vella è dal luglio 2014 alla guida di una delle tre unità di business create dal nuovo ad di Eni, Claudio Descalzi. Per i giudici non sono state convincenti neppure le accuse per la corruzione ritenuta “parallela”, quella per dare il via libera degli algerini direttamente a Eni per l’acquisto della società canadese First Calgary Petroleum che, in joint-venture con la società petrolifera statale algerina Sonatrach, deteneva un giacimento di gas a Menzel. Assolti dunque “per non aver commesso il fatto” sia l’azienda Saipem e i suoi manager Tali, Bernini e Varone, sia Eni, con Scaroni e Vella. Tutti assolti anche per la sottostante frode fiscale. Scaroni resta sotto processo per le presunte tangenti che sarebbero state pagate da Eni in Nigeria per ottenere una gigantesca concessione petrolifera.

Consob: “Sole 24 Ore bilancio truccato per celare le perdite”

Accorpamenti di unità operative non giustificabili in bilancio. Vendite di database e spazi pubblicitari conteggiate come vendite di copie digitali in promozione. Metodologie per il calcolo della marginalità cambiate in corsa per migliorare i bilanci del gruppo con, di conseguenza, relazioni economiche che alla fine risultano sballate. Sono queste le principali “non conformità” del bilancio del Gruppo 24 Ore rilevate dalla Consob in una nuova nota. Il documento segue la contestazione per falso in bilancio di cui il Fatto Quotidiano ha già scritto a inizio agosto. L’authority di vigilanza, nel documento, risponde ai rilievi del gruppo editoriale di Confindustria, proprietario de Il Sole 24 Ore. Secondo quanto emerge dal documento, che Il Fatto ha potuto leggere, sono trucchi per nascondere gli effetti di una perdita che tra il 2012 e il 2017 ammonta a 100 milioni di euro, secondo Valentina Montanari, ex Chief financial officer del gruppo. I rilievi dell’authority, incentrati sui conti del 2017, includono anche i bilanci consolidati del 2015 e del 2016 oltre che l’impairment test del 2014.

I problemi nella scrittura del bilancio del gruppo sono causati principalmente dalla gestione economica della divisione Publishing & Digital (P&D), l’unità che gestisce il quotidiano Il Sole 24 Ore e altri prodotti a esso collegati. Appartiene all’area Editoria, insieme alle divisioni Tax&Legal (T&L) e Radio. Tra il 31 gennaio 2014 e il 31 marzo 2016 sono state accorpate: un’operazione che non è considerata corretta dalle linee guida della contabilità internazionale, perché la tipologia di attività è troppo diversa. Lo scopo del Gruppo – su spinta dell’ex direttore Roberto Napoletano e dell’ex ad Donatella Treu, come emerge dalle audizioni della Consob – era ripianare i segni meno del giornale con i profitti creati dalla divisione che si occupa di vendere servizi ai professionisti di fisco e settore legale, per apparire più in salute. Infatti il margine operativo lordo di T&L nel 2014 è di circa 16 milioni, quasi pari al segno meno di P&D. Discorso analogo per l’anno successivo. Et voilà, il giornale è in perdita continua, ma non si vede sul conto economico.

Ormai strutturalmente il Sole perdeva copie da tempo. Così, nel 2013, la dirigenza ha cominciato attività di co-marketing – ossia forme di promozione del giornale – con l’Osservatorio Giovani editori, Edifreepress, il Gruppo Johnsons e Di Source Ltd, società esterne pagate allo scopo di aumentare la diffusione, regalando l’abbonamento digitale ai clienti delle banche dati del Gruppo e agli inserzionisti pubblicitari più grossi. In particolare si tratta di diffusione di abbonamenti cartacei e digitali. L’effetto sui bilanci 2015-2016 è aver spostato i ricavi dalle voci “banche dati” e “pubblicità” al Quotidiano digitale, ma nei fatti non c’è stato alcun introito in più per il Gruppo, dice la Consob. E lo sapevano anche alcuni dirigenti che le attività di co-marketing erano solo un costo.

Tra il 2015 e il 2016 è cambiata due volte la misurazione dei ricavi dalle copie vendute. Alla fine anche la Consob dice che non è possibile sapere in termini assoluti quanto vende il Sole 24 Ore, ma solo se crescono o salgono percentualmente. Se invece che cambiare metodo di misurazione dei ricavi diffusionali, il Gruppo avesse tenuto lo stesso del 2014, nel 2015 avrebbe avuto un -3%. Al contrario, il Gruppo dichiara ricavi diffusionali in linea con l’anno precedente, quando il saldo era +2,2%.

Una miniera di informazioni sono anche le email interne che la Consob, durante la sua ispezione, ha letto. Tutte le decisioni sul budget passavano dall’ex ad Donatella Treu, dal maggio 2016 nel Cda di Fincantieri, e Valentina Montanari, Chief financial officer che a luglio 2017 è passata al Milan. È Treu a dettare la linea, forte del supporto di pezzi del cda, soprattutto Luigi Abete, come dimostra un verbale interno del cda che risale addirittura al 2014. L’intervento di Treu è evidente anche in un’altra comunicazione interna, dove si legge che l’ad ha rifiutato una prima versione del budget 2016 perché i responsabili di settore avevano avuto un approccio troppo conservativo.

Questo documento della Consob include le risposte alle note di chiarimento già spedite dalla società all’authority di vigilanza a seguito delle contestazione. Il prossimo passo spetta alla Procura di Milano – che da marzo 2017 ha aperto un’inchiesta su dieci figure di vertice tra cui l’ad Treu e l’ex direttore Roberto Napoletano –, che dovrà decidere se chiedere l’archiviazione del procedimento o il rinvio a giudizio.

Assaeroporti, l’assemblea conferma Palenzona

Fabrizio Palenzona è stato riconfermato alla presidenza di Assaeroporti, l’associazione che rappresenta i gestori degli scali aerei. L’assemblea di Assaeroporti che si è tenuta ieri ha nominato anche Fulvio Cavalleri vicepresidente vicario, Emilio Bellingardi, direttore generale Sacbo (aeroporto di Milano Bergamo), Ugo De Carolis, amministratore delegato Adr (aeroporti di Roma Fiumicino e Ciampino), Monica Scarpa, ad del Gruppo Save (Polo Aeroportuale del Nord Est: Venezia, Treviso, Verona, Brescia). Palenzona, che è anche presidente dell’associazione delle autostrade (Aiscat), qualche mese fa si vantava durante un convegno dell’Enac: “Ci siamo inventati una legge – ha scandito – un piccolo emendamento che consentisse i contratti in deroga”. La norma a cui si riferiva è quella che ha permesso all’aeroporto di Fiumicino, gestito dai Benetton, di diventare una macchina da soldi. A Roma, difatti, i passeggeri pagano circa il doppio rispetto agli altri scali italiani (sui 30 euro a biglietto in media). Una tariffa alta che doveva servire per coprire le spese di allargamento dello scalo romano. Ampliamento che non c’è mai stato.

Banca Carige, oggi il cda. “Fiorani boys” in agguato

Oggi tra Genova e Lodi si decide il destino di banca Carige. Nel capoluogo ligure si terrà l’assemblea che voterà il nuovo cda. Mentre tra i personaggi chiave nella vicenda emergono molte figure legate a Lodi, patria di Gianpiero Fiorani, ex furbetto del quartierino oggi consigliere del secondo azionista Gabriele Volpi (9,9%).

Partiamo da Genova. Ieri il tribunale si è pronunciato su un ricorso presentato dal gruppo Malacalza che chiedeva l’esclusione dall’assemblea dei soci della lista Pop12: Volpi, poi Raffaele Mincione e Aldo Spinelli che insieme raggiungono il 15% e quindi, secondo Malacalza, avrebbero dovuto comunicarlo alla Bce. Il tribunale, pur accogliendo il ricorso, ha permesso alla lista Pop12 di partecipare all’assemblea sterilizzandone, però, la partecipazione – in linea con quanto sostenuto da Bankitalia – al 9,9%.

Insomma, oggi il destino di Carige si giocherà sul filo dei decimali. Diventa decisivo il ruolo di soci come il lodigiano Gaudenzio Roveda che, racconta al Fatto, detiene “200 milioni di azioni, circa lo 0,2%”. Poco, ma oggi può essere decisivo. E nei corridoi di Carige aumentano i timori legati a figure che vengono messe in relazione con il mondo di Fiorani. Il presidente del collegio sindacale è Carlo Lazzarini, commercialista lombardo e uomo di fiducia di Fiorani dai tempi in cui ‘Gianpi’ era il padrone della Banca Popolare di Lodi. Lazzarini – non indagato – è stato sindaco di molte società del gruppo. Nel cda uscente c’è poi l’avvocato di origini liguri Giacomo Fenoglio che è il difensore di Fiorani. E ora ecco il nome di Roveda. Il cronista gli ha chiesto un commento: ai tempi della scalata Antonveneta, ricorda l’Ansa, le erano stati sequestrati (e poi dissequestrati) milioni di euro. Da fonti legali certe risulta che lei ha patteggiato ed è stato riabilitato. Che cosa vuole dirci in proposito? “Non vedo Fiorani da anni. Se scrivete inesattezze vi querelo”.

Depistaggio su via D’Amelio, primo atto per i “suggeritori” di Scarantino

Un nuovo processo, tre poliziotti sotto accusa e un grande mistero irrisolto. Quel che resta del depistaggio di via D’Amelio, che l’ex procuratore di Caltanissetta Sergio Lari definì “il più clamoroso della storia giudiziaria italiana”, sono le bugie di Scarantino, indotto a mentire da tre uomini in divisa, Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo che oggi compariranno per l’udienza preliminare davanti al gip di Caltanissetta Graziella Luparello. Il primo sostituì La Barbera a capo della squadra “Falcone-Borsellino” quando nel ’94 il Serpico dell’antimafia fu nominato Questore di Palermo. Gli altri due erano i suoi diretti sottoposti. Oggi i pm li accusano di concorso in calunnia per avere “indottrinato” Scarantino, obbligandolo a ripetere ai giudici le false accuse imparate a suon di “pressioni e minacce”, come lui stesso racconta. Per i pm, in concorso con il defunto La Barbera, Bo avrebbe fornito suggerimenti a Scarantino durante i colloqui investigativi prima e dopo che il falso pentimento; come pazienti maestri di scuola, agli ordini di Bo, Mattei e Ribaudo lo avrebbero istruito facendogli ripetere a memoria pagine e pagine di verbali perché potesse confermare le accuse farlocche al Borsellino Uno.

Di Mattei, già vent’anni fa, furono ritrovati alcuni appunti a margine dei verbali passati a Scarantino, che il poliziotto stesso ha ammesso di aver scritto. Suggerimenti che servivano, si legge nella richiesta di rinvio a giudizio, per “eliminare le contraddizioni in cui (Scarantino, ndr) era incorso nella descrizione delle fasi esecutive della strage di via D’Amelio”.

Tutto qui il depistaggio? Di altri quattro sottufficiali indagati, Giampiero Guttadauro, Giuseppe Di Gangi, Mimmo Militello e Giampiero Valenti non si sa più nulla, ma sembra che per loro i pm siano orientati a chiedere l’archiviazione.

Nel provvedimento che chiede i pm non fanno cenno alle ragioni che avrebbero spinto gli uomini in divisa a partecipare alla “fabbrica” del falso pentito. Perché lo fecero? Per smania di carriera o per coprire innominabili interessi superiori?

Se è vero, infatti, che la Corte d’assise di Caltanissetta nelle motivazioni del Borsellino quater ha tracciato un sentiero che punta al cuore nero dello Stato, ipotizzando addirittura che dietro il depistaggio possa esservi un interesse specifico degli apparati alla “copertura” dei committenti occulti della strage, è anche vero che fino a oggi la procura nissena non è riuscita ad andar oltre l’incriminazione di un funzionario e due sottufficiali, senza riuscire a scalfire il mistero di un’indagine che fin dai momenti immediatamente successivi alla strage del ’92 appare fitta di anomalie e infarcita di veline del Sisde con le informazioni giuste che anni dopo sarebbero comparse in bocca al falso pentito. E proprio dal Sisde era stipendiato La Barbera negli anni 1986-87 con il nome in codice di “Rutilius” che i giudici bollano come depistatore per le sue menzogne ai familiari sulla sparizione dell’agenda rossa.

 

Le email di Autostrade: “Problemi nei controlli”

Email dei dirigenti di Autostrade che, parlando con i vertici di Spea, criticano aspramente i controlli sulle strutture autostradali. Mentre i pm e la Guardia di Finanza stanno studiando un video, realizzato da uno studio di ingegneria, che parla di oscillazioni di undici centimetri rilevate a giugno quando un camion saliva sul Morandi.

L’inchiesta di Genova sul crollo del Morandi compie ulteriori passi avanti. Gli inquirenti, tra le migliaia di mail interne sequestrate, si sono soffermati su diversi messaggi, alcuni del direttore delle Operazioni Centrali di Autostrade Paolo Berti (indagato). Sono messaggi che non si riferiscono direttamente al ponte Morandi, ma che sono stati giudicati molto interessanti. Si tratta di una corrispondenza piuttosto accesa con i vertici di Spea (la società controllata che si occupava del monitoraggio delle strutture) in cui venivano criticati i loro metodi di lavoro e di vigilanza.

I magistrati ne hanno chiesto ragione tra gli altri anche ad Antonino Galatà, amministratore delegato di Spea, sentito nei giorni scorsi come testimone (quindi non indagato) nell’ambito dell’inchiesta. I vertici di Spea hanno ribattuto di aver sempre realizzato i propri controlli con la massima cura. Non solo: le critiche, sarebbe la loro versione, rientravano in uno scontro interno tra i piani alti di Autostrade e quelli di Spea.

Per i pm e le Fiamme Gialle, anche se i messaggi non rivelano comportamenti illeciti, è un elemento importante di lavoro perché rivela preoccupazioni sui controlli. Ma c’è un nuovo studio finito in mano agli inquirenti per un gioco del destino.

È il 30 giugno scorso, come ha raccontato Rainews, quando Daniele Gullà si trova vicino al ponte per caso. “Ero andato a Genova per vendere a un cliente uno dei nostri strumenti”, racconta Gullà. Aggiunge: “Si tratta di un misuratore che consente, in base a misurazioni ottiche, di rilevare anche a grandi distanze le oscillazioni millimetriche degli oggetti”. Una tecnologia all’avanguardia – sviluppata in collaborazione con l’Università Mit di Boston – che si basa su una telecamera e l’analisi dei pixel delle immagini. Gullà punta allora il suo strumento chiamato ‘Mira’ sul ponte Morandi ancora in piedi. E i risultati sono sorprendenti: gli aghi degli strumenti sembrano impazziti e schizzano verso l’alto. Vengono rilevate oscillazioni fino a 11,3 centimetri quando sul viadotto passano contemporaneamente diversi camion, come accadeva spesso visto che sul Morandi transitavano in media quasi 70 mila vetture al giorno con punte di 100 mila. Passa un mese e mezzo e il Morandi crolla. Gullà allora ricorda quelle misurazioni. Ne parla con l’ingegnere Silvia Bonetti e insieme preparano uno studio da consegnare ai pm genovesi. “La fluttuazione, ben visibile in alcuni frame dopo il passaggio del camion, ci ha consentito di osservare e di stimare un movimento impulsivo della struttura, in occasione del transito di tre camion, 2 in direzione est e uno in direzione ovest”, è scritto nello studio.

Non solo: quando passa il terzo camion, racconta lo studio di Gullà e Bonetti, si osserva uno scostamento verticale (azzurro) di 1.200 pixel. In concomitanza del passaggio di un solo camion, si ha uno scostamento verticale (rosso) di circa 500 pixel. A conti fatti, con un singolo camion si ha una oscillazione di 4,7 cm. In occasione del passaggio simultaneo dei tre camion, si ha una oscillazione (teorica, ipotizzando un comportamento perfettamente lineare) pari a 11,3 centimetri”.

Così lo studio di Gullà e Bonetti viene consegnato ai periti della Procura insieme con il filmato che documenta il passaggio dei camion e le oscillazioni.

Morto anche il bimbo di 2 anni: sospesi i vertici dell’istituto

Non ce l’ha fatta nemmeno Divine, il maggiore dei due figli buttati giù dalle scale martedì mattina da una detenuta tedesca all’interno del penitenziario romano di Rebibbia. I medici dell’ospedale Bambino Gesù hanno avviato l’accertamento di morte cerebrale per il bimbo di 2 anni mentre la Procura di Roma ha lanciato un appello per rintracciare il padre, un nigeriano, e ottenere il via libera all’espianto degli organi. “Adesso i miei figli sono liberi”, ha raccontato la detenuta al suo legale. La donna, piantonata nel reparto di Psichiatria del Pertini di Roma, piange da un giorno intero. Oltre all’accusa per traffico internazionale di stupefacenti per cui era in carcere, ora dovrà rispondere anche di duplice omicidio. Nel frattempo il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha sospeso il direttore del carcere femminile, la sua vice e il numero due delle agenti penitenziarie. “Sono stati fatti errori, nel mondo della detenzione non si può sbagliare”, ha ammonito il ministro. Il Dap invece ha avviato una ispezione. Critico l’ex guardasigilli Andrea Orlando: “Per non avere più bambini in carcere basta approvare la nostra riforma penitenziaria”.

La notte del terremoto in cui Winnie The Pooh progettò di evadere

Marlonbrando gioca al terremoto con Erica. I bambini non sanno niente della rivolta, ma del terremoto sì. Dicono che si muoveva tutto, si spintonano tra le urla, si lanciano a terra dimenandosi. Basta che lo faccia uno solo e gli altri lo imitano. Pure i piu piccoli, pure se non sanno di che si tratta. Milena li guarda e immagina le pareti del nido di Rebibbia che dondolano, e Winnie the Pooh che perde l’equilibrio. Le rondini che atterrano in picchiata, rischiando di spuntarsi il becco e spezzarsi le ali. Nel volo hanno perso tutte le piume e sono diventate calve, ora a Marlon non piacciono piu.

Milena guarda i bambini giocare alla fine del mondo e pensa che dalla galera non si può uscire. Nemmeno se la terra trema. Non ti hanno forse chiuso per scontare una colpa? Se sei un bambino, sconti la colpa di tua madre. La gente può scappare, cercare riparo. Tu resti tra le mura, in attesa che ti crollino addosso, come tua madre. Winnie the Pooh per esempio si è preso un brutto spavento l’altra notte, e ora progetta di evadere dal nido di Rebibbia. Non sa mica che gli aprirebbero il cancello senza fare storie, a lui. Lo saluterebbero con un bacio in fronte e sarebbe libero, perché Winnie the Pooh non ha commesso colpe e non è nemmeno figlio di nessuno.

Verso le cinque e mezza, Michele fa manovra per mettere il pullman nella direzione di marcia. Siria si stacca dal gruppo e inizia a corrergli incontro, sbracciandosi, come se il pullman dovesse andarsene senza di lei. Come se Michele si fosse dimenticato di doverli riportare a casa. Milena la chiama, la rincorre, ma lei non si ferma finché il pullman non frena, e capisce che potrà salire.

Durante il viaggio di ritorno, i bambini ciancicano briciole di canzoni, soffiano nei palloncini, che non si gonfiano mai. Non hanno mai abbastanza fiato. Stanno in piedi sui sedili, anche se i volontari dicono che è pericoloso. Molti si sono addormentati coi pugni aperti, arresi, o rannicchiati su un fianco con le mani tra le ginocchia.

Quel primo giorno con Marlon, Milena gli sciolse le stringhe e gli sfilò le scarpe, gli custodi i piedi in una mano, l’altra dietro la nuca. Quel primo giorno, Milena vide i bambini addormentarsi in mezzo a un manipolo di estranei. Il sonno li aveva sorpresi e loro avevano capitolato.

Nemmeno una sentinella a vigilare. Le ombre degli estranei allungate sui loro profili, ma i bambini non si erano svegliati. Non sanno di essere mortali.

Quello che non poté dimenticare, lasciandoli sull’autobus alle sette di sera di quel sabato d’iniziazione, erano i loro corpi: affidati. Sotto le coperte, se li sentiva ancora addosso. Sentiva le loro voci, li sentiva correre attorno a lei, un assedio. L’impronta di Marlon sul braccio, sul seno.

Il giorno dopo le fecero male le spalle. Il giorno dopo la sua prima volta – ormai piu di due anni e mezzo fa. La notte sognò di tenere Marlon, di dover badare a lui perché la madre non poteva, di esserne felice, di fargli fare la pipi nel bagno di casa. E poi il bambino era piccolissimo, le stava in una mano, lo fasciava tra i giornali, un cartoccio di cibo, aveva paura di fargli male, di perderlo negli scarichi, sparito. Il pullman imbocca via Tiburtina e Milena appoggia la tempia contro il vetro. Bea si toglie le mollette a forma di farfalla e gliele appunta sui capelli. Ti stanno bene, dice, te le regalo. Grazie, risponde Milena, ma a te stanno meglio.

Marlon dorme, e Bea racconta del terremoto come un’avventura, l’orgoglio di chi ha compiuto una grande impresa. Ne parla come se Milena ignorasse di che si tratta, come se solo in carcere il pavimento avesse vibrato, come se il terremoto si fosse scatenato solo li. Una cosa che riguarda i bambini di Rebibbia e basta. Un privilegio, o un castigo.

Giulio Einaudi editore

“Mamme e bambini mai più in carcere”

Con Le assaggiatrici, Rosella Postorino ha vinto l’ultimo Premio Campiello. Il suo precedente romanzo, Il corpo docile (Einaudi, 2013), nasceva dall’esperienza diretta nel carcere femminile di Rebibbia, con le mamme detenute e con chi, figlio, “vive dietro le sbarre come se pagasse una colpa sua”.

Che tipo di esperienza è stata?

Con l’associazione ‘A Roma, Insieme-Leda Colombini’, per due anni, da volontaria, ho trascorso giornate intere sui pulmini messi a disposizione dal comune per far conoscere a quei bambini, rinchiusi assieme alle loro madri, il mondo, la normalità – a loro ignota – di un parco giochi, della lingua ruvida di un cane che ti lecca, delle onde del mare. Di un Natale, di una Pasqua o di una festa di compleanno. I primi 1000 giorni di vita di un essere umano sono i più importanti per determinare quello che sarà il suo sviluppo psicofisico, e lo psicologo Gianni Biondi, che ha fatto una ricerca sui bambini dietro le sbarre, ha parlato di una vera e propria ‘sindrome da prigionia’: la dentizione è rallentata, così come lo sviluppo del linguaggio e della capacità di camminare, la socialità e il senso di autonomia. I bambini che ho incontrato uscivano dal carcere spesso vestiti troppo leggeri, perché le madri non avevano idea del clima esterno; quelli ‘nuovi’ si lamentavano chiedendo ripetutamente della mamma, con cui erano abituati a vivere in simbiosi, salvo poi, una volta tornati in carcere da lei, la sera, piangere disperati perché le lunghe ore d’aria erano terminate. Chiamavano ogni stanza ‘cella’, perché conoscevano solo il gergo carcerario. È stata un’esperienza toccante. E cinque anni dopo, di fronte alla tragedia appena accaduta a Rebibbia, mi atterrisce vedere che lo scandalo dei bambini reclusi non sia finito.

Le donne detenute nelle carceri italiane sono 2.402 , delle quali 52 mamme con 62 figli. Che fare?

Bisogna far sì che i bambini restino assieme alle madri, ma fuori dal carcere: garantire la sicurezza mettendo al primo posto il bambino, che è innocente e non può pagare perché sua madre ha sbagliato. La legge prevede misure di detenzione alternative come le case famiglia protette o gli Icam (istituti di custodia attenuata per madri detenute), ma in Italia c’è un solo Icam a Milano, le case famiglia sono poche e per accedervi è necessario non incorrere nella recidiva. Come sempre, da una parte mancano i soldi per costruire le strutture, e in più la legge si rivela lacunosa e dunque inapplicabile per un’autentica tutela del bambino.

E la politica che non riesce a trovare una soluzione alternativa alla carcerazione…

Bisogna affrontare il problema alla radice. Il carcere è il setaccio finale di una società che non sa dare risposte ai suoi elementi più deboli: più il sistema carcerario è affollato, tanto più la società è ingiusta. Tenere in galera un bambino è una forma di violenza. Quanto può essere profondo il senso di inadeguatezza di una madre che fa crescere i suoi figli reclusi? ‘Adesso sono liberi’, ha dichiarato Alice, la donna tedesca dopo il gesto atroce che ha compiuto. E io ho pensato a Michel Foucault che definiva la pena carceraria una ‘morte indiretta’.