Indagato il primario di medicina generale: 34 morti sospette

La Procura Massa ha iscritto nel registro degli indagati il primario di Medicina generale dell’ospedale Noa di Massa, Alessandro Pampana, nell’ambito di un’inchiesta aperta su 34 morti sospette a causa di una presunta infezione da batterio. L’indagine è stata aperta con un fascicolo per omicidio colposo per la morte di Fernarda Ballerini, deceduta al Noa il 31 dicembre del 2017. Sotto esame sono finiti poi 34 decessi nel reparto di medicina dell’ospedale delle Apuane nel periodo compreso tra il 20 dicembre 2017 e il 10 gennaio 2018. Dopo l’iscrizione nel registro degli indagati del primario, la procura ha disposto la nomina di due consulenti tecnici che esamineranno tutte le cartelle cliniche e tutta la documentazione sanitaria riguardante i 34 pazienti. La vicenda è iniziata nel febbraio scorso con un esposto firmato da Stefano Benedetti, all’epoca consigliere di Forza Italia e ora presidente del Consiglio comunale, che chiedeva alla procura di fare chiarezza sulle 34 morti avvenute nel reparto di medicina tra gli ultimi giorni del 2017 e i primissimi giorni del 2018.

Quel che piace ai mercati: un racconto per l’infanzia

Noi, si sa, siamo persone ingenue e da qualche tempo eravamo letteralmente terrorizzati: gente che ne capisce – su giornali e in talk show che ne capiscono pure loro – ci spiegava che i capitali sono in fuga dall’Italia; gli investitori internazionali (gente che ne capisce persino più di quelli che ne capiscono) spaventati dal governo gialloverde non compravano più i titoli di Stato italiani. Certi banchieri importantissimi, “soggetti in grado di spostare miliardi di euro in pochi secondi”, ci spiegò Repubblica, dopo un incontro di due ore con un senatore leghista iniziarono a disinvestire (“nella sostanza si ritirano e poi guardano quel che accadrà”). La cosa è semplice, sostenne La Stampa: “I mercati, a modo loro, votano (…) Se comprano, significa che il governo gli piace. Se vendono, c’è da preoccuparsi”. E i dati di Bankitalia erano lì a confermare che ai mercati non piacciono i barbari: 33 miliardi di disinvestimenti a maggio, altri 25 a giugno. Era tutto chiaro, perfettamente chiaro. Almeno fino a ieri, quando Banca d’Italia ci ha informato che a luglio, invece, i mercati hanno comprato: 8,7 miliardi di titoli di Stato in più, che non è tanto, però – a stare a La Stampa – un votarello a favore. Questa notizia ci ha gettati nello sconforto: perché adesso i mercati comprano? Significa che il governo ora “gli piace”? Hanno fatto un meeting con uno più simpatico? Oppure – ma noi forse non ne sappiamo abbastanza – introdurre categorie infantili e moraleggianti in processi economici complessi è un modo ridicolo di raccontare le cose?

Volterra, che disse no alla “Razza”

Le vie diritte e le strade tortuose sono l’analogo urbanistico delle rette e delle curve matematiche, così come le piazze e i parchi lo sono dei piani e delle superfici. Sarebbe dunque naturale dedicare almeno alcuni di questi luoghi geometrici delle città ai grandi matematici del Paese, mentre invece

sono in genere gli statisti e i politici, o al massimo gli scrittori e gli artisti, a venire in mente ai sindaci e ai consiglieri comunali che si sbizzarriscono nella scelta dei toponimi urbani. Poiché le eccezioni si contano sulla punta delle dita, è benemerita una recente iniziativa di Vittorio Sgarbi, che nella sua azione di ristrutturazione globale dell’odonomastica locale del Comune di Sutri, del quale è sindaco, non si è dimenticato degli esponenti della cultura scientifica del nostro Paese e del nostro passato. Anzi, ha addirittura scelto il nome di un grande matematico italiano del 900 per inaugurare una serie di battesimi di vie e piazze cittadine, intitolandogli un largo. Si tratta di Vito Volterra, figura emblematica dello scorso secolo non soltanto per la sua ricerca matematica, ma anche per la sua attività culturale e il suo impegno politico. Per accennare brevemente alla prima, Volterra dimostrò fin da bambino di avere una marcia in più, calcolando a 13 anni la traiettoria di una navicella spaziale soggetta ai campi gravitazionali della Terra e della Luna, dopo aver letto il romanzo Dalla Terra alla Luna di Giulio Verne. Non stupisce che, dopo simili avvisaglie, nel 1883 il giovane prodigio sia andato in cattedra a 23 anni, e nel 1905 sia stato nominato senatore a vita per meriti scientifici a 45. O meglio, stupisce parecchio, se si osserva come nel giovane Regno d’Italia i laureati di talento venissero immediatamente promossi in università, e gli uomini di cultura cooptati al Senato, mentre nella vecchia Repubblica di oggi gli ordinari con meno di 40 anni sono 20 su 13.000, e i senatori non laureati 99 su 315, di cui 8 con la sola licenza media: uno è addirittura il presidente della Commissione Cultura!

Tornando alla cultura vera, uno dei risultati che hanno fatto passare Volterra alla storia è stato il suo studio sul rapporto fra prede e predatori. Lo stimolo gli era stato fornito dal genero Umberto D’Ancona, un biologo marino che aveva notato come, nel periodo a cavallo della Prima guerra mondiale, la diminuzione della pesca causata dal conflitto aveva fatto crescere la percentuale dei pesci predatori. Volterra trovò nel 1926 una famosa equazione, oggi associata al suo nome, che spiegava come le prede e i predatori aumentassero e diminuissero periodicamente, in maniera altalenante. L’abbondanza delle prede favorisce infatti l’aumento dei predatori, ma l’abbondanza dei predatori favorisce la diminuzione delle prede. Viceversa, la scarsità dei predatori favorisce l’aumento delle prede, ma la scarsità delle prede favorisce la diminuzione dei predatori. I dati ricavati dall’equazione di Volterra risultarono felicemente in accordo con quelli osservati sul campo: cioè, in mare. Già in precedenza, durante la guerra, Volterra aveva messo il proprio talento matematico a disposizione delle applicazioni pratiche: ad esempio, calcolando le tavole di tiro per i cannoni che vennero installati sui dirigibili, o suggerendo di sfruttare i dati meteorologici per programmare le incursioni aeree. Dopo la guerra i vari istituti di ricerca bellica furono ristrutturati e accorpati, confluendo infine nel 1923 nel Centro Nazionale delle Ricerche: Volterra ne divenne il primo presidente, e fu eletto quello stesso anno anche alla presidenza dell’Accademia dei Lincei. Le due cariche congiunte fecero di lui il capofila del fronte scientifico, nella feroce battaglia culturale che l’umanesimo sferrò contro la scienza in quegli anni. Le ostilità erano state aperte dal dotto, ma ottuso, filosofo idealista Benedetto Croce, che nel 1920 divenne ministro della Pubblica Istruzione. Croce non sapeva e non capiva nulla della scienza, ma proprio per questo le negava qualunque valore culturale. Cercò di ostacolare la partecipazione dell’Italia ai progetti di cooperazione internazionale, e di favorire lo smantellamento dell’apparato nato dall’industria bellica, ma non poté fare troppi danni perché l’ultimo governo Giolitti di cui faceva parte ebbe vita breve. Dopo il futile biennio dei governi Bonomi e Facta, nel 1922 arrivarono al potere Mussolini, e al ministero della Pubblica Istruzione il filosofo attualista Giovanni Gentile, sodale di Croce. Il nuovo ministro propose immediatamente una disastrosa riforma dell’istruzione inferiore e superiore, favorito anche dai pieni poteri che il governo aveva ricevuto dal re. Si crearono scuole separate, tecniche per addestrare i lavoratori e classiche per formare i dirigenti, fu imposto lo studio del latino nelle medie e nei licei, si rese obbligatorio l’insegnamento della religione e venne ridimensionato quello delle scienze. Inoltre, si restrinse l’accesso a tutte le facoltà ai soli liceali classici. I risultati di queste belle pensate sono visibili ancor oggi, nell’endemia di antiscientismo che porta i cittadini a credere alle guarigioni e alle apparizioni miracolose, sacre o profane che siano, ma a dubitare dei vaccini e degli sbarchi sulla Luna. Chissà quanti dei rumorosi e disperati difensori del liceo classico si rendono conto di essere dei “giapponesi nella giungla”, rimasti soli a combattere la scienza sotto le insegne fascio-idealiste di Croce e ideal-fasciste di Gentile?

Volterra fece il possibile per contrastare la deriva culturale e politica, ma con poco successo. Nel 1924 il fascismo divenne ufficialmente una dittatura con l’assassinio di Giovanni Matteotti, e il successivo voto di fiducia al governo Mussolini: al Senato solo 20 senatori si opposero, e Volterra fu uno di essi, diventando ufficialmente un oppositore al regime. Nel 1925 Gentile stilò il Manifesto degli intellettuali fascisti, al quale finalmente Croce oppose un antimanifesto firmato da 400 intellettuali, tra i quali Volterra, che fu però solo un tipico esempio del “troppo poco, troppo tardi”.

Nel 1926 nacque la nuova Accademia d’Italia, che si oppose all’antica Accademia dei Lincei presieduta da Volterra. Nell’Accademia fascista non furono mai ammessi gli ebrei, ma entrarono volentieri gli scienziati fascisti o non antifascisti: da Guglielmo Marconi, suo presidente e successore di Volterra al Consiglio Nazionale delle Ricerche, a Enrico Fermi, che vinse nel 1938 il premio Nobel per la Fisica per la “scoperta” degli inesistenti “esperio” e “ausonio”, così chiamati in onore di due antiche civiltà italiche.

Nel 1931 il regime impose ai professori universitari un giuramento di fedeltà: Volterra fu uno dei 12 su 1250 (un centinaio dei quali ebrei) che rifiutarono di farlo, e perse la cattedra. La storia si ripeté nel 1934 per le accademie: Volterra fu uno dei 10 che non giurarono, e decadde da tutte le accademie di cui era membro, compresi i Lincei. Rimase invece senatore fino alla morte, nel 1940, perché quella che fu paradossalmente chiamata “discriminazione regia” esentò i senatori ebrei dalle misure delle leggi razziali del 1938. L’epitaffio che scrisse per sé fu: “Muoiono gli imperi, ma i teoremi di Euclide conservano eterna giovinezza”, con buona pace dei fascisti e degli idealisti, antichi e moderni.

Povero popolo stritolato tra casta ed élite

“Quando il popolo si mette a ragionare tutto è perduto”, avvisa Voltaire in una lettera del 1 aprile 1766. Prendiamo a prestito la frase perché spiega bene il dibattito che infuria sui giornali, da che hanno vinto i puzzoni ignoranti, a proposito appunto del popolo: sovrano per la Costituzione, diminuito a dispregiativo dai media che lo declinano ormai esclusivamente in populismo, denunciando qualcosa che va oltre la rottura della connessione sentimentale con gli elettori (e i lettori). Ieri su Repubblica il vicedirettore Sergio Rizzo, autore del bestseller La casta con il collega Gian Antonio Stella, illustrava le differenze tra casta (brutto) ed élite (bello), partendo dal manifesto della rivoluzione sovranista, cioè una frase attribuita a Matteo Salvini: “Non esistono più destra e sinistra, esiste il popolo contro le élite”. Si procede mettendo a confronto il curriculum (brutto) di un sottosegretario grillino (Valente di nome, non sappiamo se anche di fatto e che solo soletto avrebbe fatto saltare le Olimpiadi 2026), con quello del sindaco di Milano Beppe Sala (bello). La questione centrale è che le due categorie, casta ed élite, si confondono facilmente nelle menti fragili dei cittadini e generano un cortocircuito pericoloso che porta al potere gente senza competenze (brutto) invece che professionisti capaci (bello): non c’è più meritocrazia (bello) ma tutto funziona per cooptazione (brutto). “Al posto dei capaci, i fedeli”. Che si sarebbe, pensiamo noi, potuto scrivere pure con la F maiuscola (come Fedeli Valeria, ex ministra dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca sprovvista financo di diploma di maturità). Comunque: “Serve una classe dirigente onesta e capace e consapevole del proprio ruolo di tutela dell’interesse pubblico”. Frase incontrovertibile quanto priva di significato: si potrebbe forse dire che “serve una classe dirigente disonesta e incapace e inconsapevole del proprio ruolo di tutela dell’interesse pubblico”? Evidentemente no: e questo è un tratto distintivo di tutto il dibattito pubblico che procede per affermazioni ovvie, tipo “bisogna rimettere al centro le donne” (come se si potesse affermare che le donne devono stare ai margini).

Tornando al tema di fondo, cooptati contro capaci, siamo sicuri che il nostro recente passato (i tre governi di centrosinistra) sia un fulgido esempio da ricordare con nostalgia? Oltre all’incredibile caso della Fedeli, a guidare il legislativo di Palazzo Chigi si ricorda una capa dei vigili urbani di Firenze. L’ultima legislatura si è aperta con l’inaudito vulnus della dichiarazione d’incostituzionalità della legge elettorale: quella – mai utilizzata – approvata con voto di fiducia per sanare la situazione è stata dichiarata incostituzionale. Sarebbe questa la competenza da rimpiangere? Il tema della classe dirigente c’è ed è urgente: riguarda i 5Stelle, ma non solo. I predecessori, per dire, hanno tentato la carta della rottamazione, spacciandola per ricambio, innovazione, sguardo rivolto al futuro. Abbiamo scoperto che si trattava solo di un trasloco. Chi a sinistra è arrivato al potere rompendo la catena di cooptazioni non ha trovato di meglio che firmare un accordo con un anziano ex avversario di destra, pregiudicato per evasione fiscale e principalmente preoccupato dai destini della molta roba accumulata negli anni. Quanto ai tecnici e ai mandarini con curriculum inappuntabili, sarà bene ricordare che in una democrazia possono solo essere al servizio di governi e parlamenti che rappresentano i cittadini.

L’alternativa è un’oligarchia di ottimati, dotati di inappuntabili pedigree ma sprovvisti di legittimazione. Da Trilussa in poi, a rimetterci è sempre chi ha meno voce: “Sovrano come il popolo sovrano che viceversa nun commanna mai”.

Buona politica: ecco che serve per l’identità

Da qualche anno vado dicendo in giro che “sono un europeo nato a Torino”. È un’affermazione solo parzialmente corretta che mira a comunicare quali sono le mie preferenze: l’accentuazione della mia torinesità, che, probabilmente, è l’elemento centrale, portante della mia identità, e il proposito di costruire un’Europa politica con il consenso dei cittadini di una pluralità di Stati-membri. Certamente, l’identità è fenomeno troppo complesso per essere definito interamente e, meno che mai apprezzato esclusivamente, nella sua componente, che esiste, nazionale.

Questa è la componente sottolineata in maniera estrema, fra letteratura e cibo, non solo nei suoi articoli sul Corriere della Sera, da Galli della Loggia che la usa, non per la prima volta, contro una antica visione della sinistra “internazionalista”. Quell’internazionalismo d’antan, certamente criticabile, fu, però, dei comunisti, non dei socialisti e neppure, ovviamente, degli azionisti. La maggior parte degli studiosi contemporanei metterebbero in grande evidenza che l’identità è molto più che “suolo e sangue”: è una costruzione sociale, politica, culturale (non saprei dire in quale ordine che, pure, fa molta differenza) che cambia, anche in maniera significativa, nel corso del tempo e che si compone di una pluralità di elementi. Sappiamo da molte ricerche che l’elemento politico, sia esso lo Stato oppure la Costituzione, non è affatto centrale nell’auto-definizione della loro identità da parte degli italiani. Incidentalmente, laddove non è forte l’identità politica che si esprime anche nell’orgoglio delle regole e delle leggi e del loro rispetto, è tanto improbabile quanto difficile che gli immigrati sentano a loro volta l’obbligo politico e morale di rispettare regole che vedono quotidianamente evase e violate dai cittadini. Altrove, come negli Usa, è proprio il riferimento anche emotivo alla Costituzione a costituire l’elemento fondante dell’identità, della cittadinanza. Più in generale, si potrebbe aggiungere che la buona politica e i suoi simboli, ad esempio, la monarchia e Westminster per gli inglesi, stanno alla base dell’identità, della britishness e la rafforzano. Nel caso italiano, già alquanto deboli in partenza, gli elementi più specificamente politici dell’identità dei cittadini devono fare i conti con aspetti culturali e sociali. I due sfidanti più agguerriti sono: l’orgoglio per la grande cultura del passato, in particolare, da Dante in poi, Rinascimento soprattutto (quando l’Italia politica era ancora molto di là da venire), e il Bel Paese, il territorio, le sue bellezze artistiche, i suoi monumenti. Stando così le cose, ci sono due conseguenze importanti. La prima è che non è affatto facile produrre una transizione di successo da un’identità basata su elementi culturali, per di più con lontane radici nel passato, a un’identità politica, per di più in un paese nel quale il vento dell’antipolitica, periodicamente risollevato e aiutato da molti commentatori, soffia impetuoso. La seconda conseguenza è che qualsiasi “patriottismo costituzionale” orientato al cosmopolitismo deve essere costruito partendo da poco più di zero. Non basta suggerirlo ed esortarlo, come ha fatto Tomaso Montanari nella sua replica pubblicata sul Fatto, a una sinistra confusamente poco europeista e che pratica il cosmopolitismo con pregiudizi e in maniera alquanto approssimativa. Soprattutto, però, la costruzione dell’identità non può mai essere “di parte”, vale a dire che a nessuna parte politica può essere concesso di appropriarsene e meno che mai di brandirla contro altre parti politiche. L’identità deve essere inclusiva. Allora sì, diventa anche possibile spingere una raggiunta identità nazionale verso un’identità europea, aggiuntiva e non sostitutiva dell’identità italiana. Anzi, un’identità solida e condivisa consente di svolgere senza riserve e senza remore un ruolo attivo e incisivo sulla scena europea: non “prima gli italiani”, ma “europei perché italiani”.

Salvini è rimasto a Roncisvalle

Può certo apparire risibile voler ancora parlare criticamente – coi tempi che corrono – di fascismo e antifascismo quasi fossero categorie dello spirito astoriche, metastoriche e immanenti e non già invece, come essi sono, puri e semplici fatti storici, per quanto luttuosi e travagliati, ma storicamente appunto determinati, e soprattutto circostanziati in precisi hic et nunc non dilatabili, secondo ogni buon senso, oltre misura.

Ma quale buon senso, quale sforzo critico è possibile quando un ministro della Repubblica – a chi gli fa notare che fino a cinquant’anni fa erano gli italiani a emigrare in massa, in giro per l’universo mondo – sostiene che questo non c’entri un tubo con le ondate immigratorie che adesso ci riguardano: “Nessuno si permetta di paragonare le due cose, nessuno offenda i nostri nonni e nostri padri mischiandoli a questi. Noi emigravamo per lavorare, eravamo tutti santi e facevamo solo il bene di chi ci ospitava. Loro invece ci infettano, sfruttano, delinquono e basta. Restassero a casa loro. Altro che i nostri nonni”.

“Paien unt tort e crestiens unt dreit” recitava La canzone d’Orlando: “I pagani hanno torto e noi cristiani ragione. Scanniamoli – o meglio, affoghiamoli – senza pietà”. Ecco, il ministro è rimasto là – a Roncisvalle – più di mille anni fa. Stesso spirito critico, stessa onestà intellettuale; anzi, un po’ meno, poiché la Canzone d’Orlando a un certo punto si faceva anche carico del punto di vista altro del presunto cattivo Gano di Maganza: “Ognuno ga le so razon”, avrebbe detto mio zio Adelchi.

Il ministro no: “Ciò ragione io e basta. Tàja che è rosso, guai a chi mischia ’sti migranti con i nostri”.

Qui ovviamente non è un problema di fascismo o antifascismo – a meno che appunto non li si voglia considerare categorie dello spirito – ma di pura e semplice ignoranza assoluta, molto al di sotto del bene e del male, di chi non si è letto neanche lo straccio di uno dei tanti libri, che pure esistono, sulla storia dell’emigrazione interna ed estera italiana.

In Canada e negli Usa – ad esempio – ancora ci chiamano “Dago”, perché stavamo sempre col coltello in tasca e pronti subito a tirarlo fuori. Nel Norditalia invece “terroni”, che nessuno voleva come vicini di casa. Vai a chiedere poi agli abitanti dei monti Lepini – nel Lazio – come ci hanno percepito e accolto, trentamila veneti portati giù dal fascio negli anni Trenta in Agro Pontino. “Ladri delle nostre terre” ci chiamavano.

Dice: “Vabbe’! Ma mica è obbligatorio leggere i libri, sia giallo-polizieschi che porno, storici o d’emigrazione”.

No, non è obbligatorio infatti, se tu di mestiere fai il barbiere, il barista o il muratore. E soprattutto se ti stai zitto e non apri bocca, quando intorno a te qualcuno parla di emigrazione.

Ma se tu fai il ministro – porca puttana – e sproloqui a più non posso, sei solo un somaro che raglia, se non studi e non conosci queste cose. E se invece le conosci – ma ragli uguale, per esclusiva bassa propaganda e demagogia – allora sei una faccia da culo che mente, sapendo di mentire.

Dice: “Ma è un ministro della Repubblica”.

E che ci posso fare io? Mica è colpa mia se mente. La faccia poi è come l’onestà intellettuale: ognuno si tiene quella che ha.

Mail box

 

Come non sentirsi parassiti se il lavoro manca

L’art. 4 della Costituzione statuisce: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto”. Sono 70 anni che i governi non hanno applicato il dettato costituzionale. Il lavoro può essere dato dallo Stato o da privati imprenditori, che però non hanno mai offerto la piena occupazione e quindi il principio per essere effettivo doveva essere seguito da una legge parlamentare: “Qualunque cittadino italiano di età superiore a 18 anni, in dimostrata situazione di disoccupazione, nel Comune dove risiede, con semplice domanda, chiede un salario (pari a un terzo di un salario medio, circa 500 euro) in cambio di 4 ore al giorno di lavoro socialmente utile per 5 giorni a settimana. I disoccupati sarebbero posti nella condizione materiale di avere tempo per cercarsi un lavoro, qualificarsi per ottenerlo, potrebbero terminare gli studi di qualunque livello, senza sentirsi dei parassiti.

Lettera non firmata

 

Contraccezione, la politica è ancora lontana dalle donne

Ho letto un po’ di tempo fa sul vostro prezioso giornale, con preoccupazione mista a disagio, il fatto che ancora poche regioni, oggi, concedono i contraccettivi gratuiti. Per me che ho dedicato gran parte della vita professionale alla diffusione della contraccezione questo ha il sapore di una sconfitta. La mia tesi di specializzazione era sulla pillola, parliamo di decenni fa. Erano i tempi nei quali un diktat del cardinale Ruffini m’impedì, attraverso il mio direttore (allora padrone), di parlare in pubblico della pillola. Abbiamo pubblicato a Palermo (primi in Europa) un libro sulla contraccezione orale e poi un’altra decina su tutti i metodi di controllo delle nascite. Non speravo di ottenere risultati clamorosi ma solo di informare medici che all’Università non avevano accesso a questa materia. Nel tempo le cose sono cambiate. La donna ha preso coscienza di sé e finalmente ha dissociato l’atto sessuale da quello riproduttivo conquistando per la prima volta nella storia l’eupareunia e una maternità consapevole, avendo spesso come avversari gli uomini (sic) e gran parte dei medici i quali non ritengono opportuno prescrivere farmaci che in realtà dovrebbero solo consigliare. Per questo mi meraviglia il fatto che la “politica“ sia lontana dal vissuto delle donne. È scomparsa anche la pillola del giorno dopo, moltissimi medici e farmacisti hanno fatto obiezione di coscienza, dimenticando che il suo uso consentirebbe una notevole riduzione delle IVG (in Francia è data gratuitamente nelle scuole).

Paolo Quartaro

 

Ilva, Calenda dovrebbe tacere O chiamare me per spiegazioni

Credo che sarebbe salutare per la Repubblica imporre il silenzio all’ex Ministro Calenda. Questi straparla dopo che è stato pubblicato il parere reso dall’Avvocatura Generale dello stato sulla vicenda Ilva. L’Avvocatura ha detto ciò che conosce qualsiasi studente di appena sufficiente preparazione e cioè che per annullare la gara non è sufficiente la sua illegittimità ma è necessario un interesse pubblico di particolare rilievo che non deve consistere nel ripristino della legalità violata la cui individuazione è demandata al Ministro. Il Ministro adesso in carica ha abilmente utilizzato la conclamata illegittimità della gara minacciandone l’annullamento per ottenere dall’aggiudicataria condizioni migliori. Taccia, per piacere, l’ex Ministro Calenda e se ritiene mi contatti. Gli spiegherò l’istituto dell’annullamento in autotutela con la dedizione che impiegavo con i miei studenti.

Salvatore Mazza

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo pubblicato ieri “Inchiesta su Scarpellini, perquisizione a Verdini” abbiamo erroneamente scritto che la Procura di Roma indaga sul segretario di Ala per corruzione. In realtà, Verdini è accusato solo di finanziamento illecito. Ce ne scusiamo con l’interessato e con i lettori.

FQ

Diciotti. Salvini ha detto di non sapere: forse per non assumersi responsabilità?

Nell’articolo di Antonio Massari sul Fatto del 16.09, si vuole dimostrare come il ministero dell’Interno avrebbe mentito sul soccorso da parte della nave “Diciotti” verso 170 migranti. Inizialmente viene riportata la seguente dichiarazione del ministro verde: “Una nave della Capitaneria di Porto italiana, senza che al Viminale ne fossimo informati, ha imbarcato gli immigrati mentre ancora si trovavano in acque maltesi…”. Poi vengono riportati i testi delle email inviate anche al ministero, tra cui quello che secondo l’articolista sarebbe decisivo per dimostrare che il ministro avrebbe mentito: “Lo scrivente ha in corso la pianificazione per soccorrere i 170 migranti a bordo nel momento in cui il barcone entrerà nell’area di responsabilità italiana”. Lungi da me difendere Salvini, però nell’articolo sembra esserci una discrepanza. Salvini ha dichiarato di non essere stato messo al corrente dell’intenzione da parte del pattugliatore di intervenire già in acque maltesi, e non riguardo a un intervento in acque italiane che poi sarebbe la prassi, mentre la cosa non ordinaria fu il soccorso in zona Sar maltese della cui decisione nelle email riportate non c’è traccia.

Mauro Pini

 

I fatti non stanno esattamente così. E infatti non a caso, nonostante i nostri articoli, il ministro Salvini non ha mai mosso questa obiezione. C’è però una breve e necessaria premessa. Il soccorso è stato effettuato – per quanto risulta al Fatto – a sole 3 miglia dall’area Sar italiana per le condizioni di pericolo in cui versava il barcone. In altre parole, piuttosto che attendere circa mezzora (di questo si parla) per attendere l’ingresso in acque italiane, la Guardia costiera ha preferito non rischiare una tragedia e ha anticipato (ripeto: solo di mezzora) il suo intervento. Intervento che però – sebbene non in area Sar maltese – era stato ampiamente comunicato al Viminale, anche se non direttamente al ministro. Interpellato, il Viminale ci ha risposto – per ben tre giorni – che del soccorso e della richiesta di un porto sicuro, il 15 agosto, non aveva ricevuto alcuna notizia, smentendo la ricostruzione che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva illustrato al Parlamento. L’unica comunicazione ricevuta il 15 agosto, secondo il Viminale, era quella di un barcone in difficoltà: né soccorsi pianificati, quindi, né richieste di porti per lo sbarco. Il Fatto ha dimostrato – producendo i documenti – che è andata diversamente. Ed è andata esattamente come hanno sostenuto Conte e la Guardia costiera. La domanda allora è un’altra: perché mai – posto che sapere dell’imminenza di un soccorso non sarebbe certo uno scandalo – Salvini non l’ha ammesso? Forse il 15 agosto nessuno lo avvertì. Ma dopo? Perché contraddire la versione di Conte? (E già questo – aver smentito immotivatamente il premier – mi sembra una notizia rilevante). Nella perenne campagna elettorale alla quale stiamo assistendo, un’idea ce l’avrei. Il non sapere libera Salvini da una grande responsabilità: se avesse saputo si sarebbe dichiarato contrario o favorevole all’intervento? Ammettere – anche a posteriori – che l’intervento della Guardia costiera e il soccorso (anche in area Sar maltese) sono stati provvidenziali per evitare una strage, probabilmente è una verità che, sotto il profilo della personale propaganda politica del ministro dell’Interno, è davvero difficile da ammettere pubblicamente.

Antonio Massari

Maxi-evasione per 9 anni, ma per la Ue McDonald’s è ok

Nonostante dal 2009 a oggi McDonald’s Europa abbia eluso totalmente il fisco sia in Europa che negli Usa, per la Commissione europea non c’è stata alcuna violazione delle regole della concorrenza. L’unica violazione è semmai morale: “Resta il fatto che non ha pagato le tasse e questo non è come dovrebbe essere dal punto di vista dell’equità fiscale”, ha detto la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager che, impotente pur di fronte all’iniquità, ha dovuto chiudere l’indagine aperta dal 2015 assolvendo sia il colosso degli hamburger che il Lussemburgo dove ha la sua sede fiscale.

Era stata proprio la Vestager ad aprire l’indagine nel 2015 accusando “McDonald’s Europe” di non aver mai versato le imposte sulla società pur avendo realizzato ingenti utili (più di 250 milioni di euro nel 2013), grazie a due ruling fiscali adottati dalle autorità lussemburghesi nel 2009. Una situazione difficile da credere ma facile da realizzare sfruttando la convenzione sulla doppia imposizione Lussemburgo-Usa. E Bruxelles temeva che ci fosse anche la complicità delle autorità lussemburghesi, cosa su cui si è dovuta ricredere.

“Ma quali cene, la sinistra deve tornare a parlare con i poveri”

Carlin Petrini vuol parlare del mondo (nel suo piccolo, “Terra Madre – Il Salone del Gusto”, la creatura globale di Slow Food al via – da oggi e sino a domenica – a Torino), ma per farlo parte dall’Italia e da uno spicchio della sua storia più recente. “Già, gli anni tra il 1955 e il 1960. Secondo i dati dell’Istituto nazionale per la Nutrizione, è quello il periodo in cui noi italiani abbiamo mangiato nella maniera più sana. Gli stenti della guerra erano ormai lontani, mentre non c’erano ancora il boom economico e il consumismo. Oggi non è più così. Nel 1960, e l’Italia non soffriva certo la fame, consumavamo 22 chili di carne pro-capite all’anno, adesso siamo saliti a 90. Così facciamo del male a noi stessi e all’ambiente globale. Questa è la battaglia che lanceremo qui al Salone: convincere gli italiani a ridurre del 50% il consumo di carne”.

Bene Petrini, abbiamo tutta l’intervista per discuterne. Ma la sua storia personale, e anche quella del suo movimento, si è spesso incrociata con la politica. Non la fa ridere scoprire che il Pd, di cui è stato un fondatore, si è ridotto soltanto a una questione di cene, di menu gastronomici più che di ideali o di programmi?

Non mi scandalizza: dal punto di vista storico, tutte le avventure politiche o culturali hanno avuto un momento in cui ogni cosa finiva prima o poi a tavola. Semmai, il problema è chi sono i tuoi commensali e di che cosa vuoi parlare con loro. E anche questa volta è andata così.

Finiamola subito, allora, con la sinistra. C’è una ricetta che affiderebbe a una cena, a un pranzo o anche solo a una riunione per cercare di darle un futuro?

Credo non ci sia bisogno di grandi scoperte. Io mi limiterei a una raccomandazione: ritrovare il senso di una comunità che presta più attenzione alla povera gente.

Ricetta semplice. In fondo un rovesciamento del vecchio detto: “Parla come mangi” che diventa “Mangia come parli”. Ma in Terra Madre e nel Salone del Gusto c’è qualcosa di sinistra?

Credo proprio di sì. Noi raccogliamo i contadini italiani, quelli europei, ma anche quelli più preparati e moderni del Sudamerica. Tutti assieme, però, ci occupiamo dei contadini poveri dell’Africa. Insomma, un modo per difendere i più deboli. Dovrebbe essere l’essenza della politica e non solo a sinistra.

Torniamo alla carne allora. Che cosa c’entra con l’ambiente una battaglia per la riduzione del suo consumo?

Anche qui si deve partire dai numeri. Il cambiamento climatico dovuto all’effetto serra è provocato solo per il 17% cento dalla mobilità, mentre il 34% è invece colpa del comparto agroalimentare. Soprattutto, degli allevamenti di bestiame, allevamenti che spesso, come accade soprattutto per i maiali o per i polli, sono legati anche a una tremenda sofferenza degli animali. Su questo, mi piacerebbe ascoltare qualcosa da parte della mia amatissima sinistra.

Possiamo provare a spiegare tutto un po’ meglio?

Certo, non è difficile. E persino la questione dei migranti è riconducibile a questa realtà.

In che senso?

I grandi flussi migratori sono dovuti alle guerre locali dell’Africa da una parte, ma anche alle carestie provocate dal cambiamento climatico. Quella è una disgrazia collettiva, che riguarda tutto il mondo, ma che noi privilegiati dell’Occidente possiamo continuare a vivere con una spregiudicata leggerezza. In fondo, veder piantare vigne in Inghilterra o coltivare banane in Sicilia è anche divertente. In Africa no, là significa solo desertificazione galoppante e una migrazione dirompente. Ecco perché ridurre il consumo della carne, cambiare la produzione agroalimentare mondiale, serve. Negli Stati Uniti, il consumo pro-capite annuale è di 125 chili, in Africa si scende a 5. Quelle abitudini, negative per tutto il pianeta, possiamo e dobbiamo cambiarle solo noi.

Un consiglio al ministro Matteo Salvini proprio sul tema dei migranti e da un evento che raduna 7 mila contadini da 150 Paesi?

Che l’integrazione, quella che prevede il rispetto delle leggi dello Stato in cui si va a vivere, è importantissima. Ma poi bisogna anche saper fare interazione tra le diversità. È la storia delle spezie che giungevano dall’Oriente o dei nuovi cibi arrivati dall’America: hanno cambiato il modo di mangiare. Ed è anche l’esempio di come gli italiani che sono andati all’estero hanno saputo arricchire la vita e la cultura di quei Paesi. Ogni volta che incontro Papa Francesco, ne parliamo.

Quest’anno, dopo l’edizione del 2016 che aveva fatto di Terra Madre e del Salone del Gusto un “evento di strada”, tornate al Lingotto. Un pentimento?

No, solo gli effetti della tragedia di piazza San Carlo a Torino. Le diverse esigenze per la sicurezza avrebbero voluto dire 700 mila euro di spesa in più. Ma ci sono appuntamenti in molti altri luoghi della città, il Salone resta diffuso. E poi ci sono novità che segnano anche una svolta sociale della manifestazione.

E quali?

Dovremmo spiegare prima che cosa vuol dire, in dialetto piemontese, il termine barachin.

Era la pietanziera di alluminio che gli operai della Fiat si portavano in fabbrica con il pranzo o la cena, a seconda dei turni di lavoro. A lungo, un sinonimo di “tuta blu”. Ma che cosa c’entra con il Salone?

Durante i giorni di questa edizione, a Torino e in altri centri del Piemonte, torneranno almeno 6 mila barachin. Dei contenitori, autorizzati dalle autorità sanitarie, che altrettanti volontari porteranno nelle case di chi al Salone non ci può venire. A cucinare saranno i grandi cuochi: ad Alba, per esempio, Enrico Crippa di “Piazza Duomo”, lo chef con tre stelle Michelin, preparerà 100 barachin. A Torino saranno quasi 4 mila. Non è fare la carità, ma condividere.

Un’idea che si potrebbe rivendere a Calenda, Renzi, Gentiloni e Minniti, o no?

Credo proprio sia un’idea di sinistra.