Il segretario del Pd Maurizio Martina vuole sfidare i populisti con “una grande alleanza da Tsipras a Macron, che comprenda ovviamente anche il Partito Socialista Europeo”. Il segretario dem ha rilasciato queste dichiarazioni prima di partecipare al vertice dei leader Pse che precede il summit informale europeo di Salisburgo. I temi sul tavolo dell’incontro tra i leader dell’Ue sono la Brexit e la questione migranti. Proprio riguardo l’immigrazione, ha detto Martina, “l’idea un’alleanza tra Salvini, Orban e Le Pen deve preoccupare tutti”. Il segretario del Pd ha poi criticato l’operato del governo italiano definendolo “totalmente insufficiente, con tanta propaganda e zero risultati”. “L’idea di un’Italia più isolata – ha aggiunto – non va bene, perché noi abbiamo bisogno di più Europa e dobbiamo costruire delle alleanze per fare dei passi in avanti nella gestione di fenomeni complessi come quelli migratori”. All’ipotesi dell’alleanza anti populista da Macron a Tsipras ha già risposto – molto negativamente – Nicola Fratoianni di LeU: “Il Pd fatica ad imparare la lezione del 4 marzo. Pensare di rispondere all’onda nera europea con alleanze che tengono dentro tutto e il contrario di tutto è semplicemente folle”.
Parte la festa di LeU: c’è vita a sinistra?
“Dove va questa Italia?”; “La sinistra e la lezione del 4 marzo”. La seconda Festa del lavoro di LeU – da oggi a domenica all’ex Mattatoio di Testaccio, a Roma – sta tutta in questi due nodi irrisolti, che danno il titolo ad alcuni degli incontri di stasera.
Non è solo il Pd, infatti, a essere in crisi di coscienza dopo la batosta elettorale. Anche l’esperimento di Liberi e Uguali, il progetto che ha unito i fuoriusciti dem di Mdp, Possibile di Pippo Civati e Sinistra Italiana (gli ex vendoliani), si è fermato poco sopra al 3 per cento, ben lontano dalle attese, senza riuscire in questi mesi a trovare un modo per ripartire. LeU è ancora un ibrido: non c’è stato un congresso, mentre Possibile ha eletto una nuova segretaria (Beatrice Brignone) che si è sfilata dalla lista unitaria e nessuno dei rimasti ha chiaro in testa se il futuro sia un dialogo con quel che rimane del Pd oppure no.
La festa sarà un’occasione per capirci qualcosa in più. I fondatori di LeU ci saranno quasi tutti: Pier Luigi Bersani parlerà stasera con Marco Travaglio (modera Tommaso Labate), poi Nicola Fratoianni e Enrico Rossi incontreranno Susanna Camusso e Andrea Orlando per discutere di lavoro. Il nostro Fabrizio d’Esposito condurrà il confronto tra Alfredo D’Attorre, Anna Falcone, Francesco Laforgia e Peppe Provenzano, mentre domani arriveranno il segretario dem Maurizio Martina (che dibatterà con Roberto Speranza) e il presidente della Camera Roberto Fico, impegnato assieme a Federico Fornaro. Pietro Grasso, che fu candidato premier di LeU, parlerà di mafie sabato. Presente anche Enzo Moavero, l’unico rappresentante del governo, che si confronterà con Arturo Scotto sulla politica estera. Domenica, gran finale: Massimo D’Alema delizierà la platea con le sue considerazioni su Karl Marx.
“Capire come ci organizzeremo nei prossimi mesi – spiega la direttrice del sito di Mdp Chiara Geloni – non è un problema all’altezza della frattura tra noi e il popolo di sinistra. A questo dobbiamo pensare alla festa”. La confusione, però, non aiuta: Possibile se ne è andato, Sinistra Italiana dice di volere un congresso unitario (previsto per dicembre) ma intanto ha organizzato a Torino la sua festa nazionale scollegata da LeU.
D’altra parte gli attriti non mancano. Arturo Scotto, deputato di Mdp, ha scritto ieri sul sito del partito criticando lo sbandamento post-elettorale del Pd e indicando però un terreno condiviso: “L’elettorato ci ha collocato entrambi all’opposizione e la razionalità vorrebbe che la principale fatica di questa stagione fosse lavorare a una piattaforma comune per un progetto alternativo al blocco Lega-M5S”.
Parole che fanno eco a quelle di Enrico Rossi, che a La Nazione ha parlato delle necessità di un “soggetto politico che vada oltre LeU e il Pd”, verso “l’unità del centrosinistra”. Tutto il contrario di quel che invece sostiene da mesi Nicola Fratoianni, che ha più volte escluso punti di contatto coi dem e che per le Europee preferisce guardare al progetto del sindaco di Napoli Luigi de Magistris. Da qualche parte tra dibattiti, concerti e grigliate, la sinistra spera di trovare la propria strada.
Come s’offre Calenda… L’uomo in cerca d’impiego
Quando gli chiedono di sostanziare la parola “sinistra” sobbalza leggermente, impercettibilmente. Eppure non la rinnega, non la rimanda al mittente. Semplicemente nelle risposte cerca di sostituirla – o quanto meno di affiancarla – con la parola “progressista”. Carlo Calenda arriva alla sede della stampa estera alle 18 e 30 in punto, con lo sguardo stralunato di chi si è davvero sforzato per non arrivare in ritardo. “Ho fatto una corsa”, dice. Sorride, educato. Fa qualche battuta, ma senza esagerare. Alza i toni, ma con moderazione. Non si può vendere proprio come l’uomo nuovo e neanche come quello della Provvidenza. Non si può inventare leader e tanto meno rivoluzionario. E allora si propone come l’argine. Anzi, l’Argine, con la “a” maiuscola, al caos che avanza, al populismo che minaccia. La platea è attenta. L’invito è arrivato due settimane fa: la stampa straniera cerca evidentemente un punto di riferimento nel Pd che fu da raccontare all’estero.
Lui ha un progetto da proporre: “Sto cercando di costruire per le europee un fronte repubblicano con il Pd, un pezzo della sinistra, movimenti come quello dei sindaci di Pizzarotti ma anche con i moderati. Il mio lavoro sarà questa”.
In realtà è la strategia che sta cercando di mettere in atto il Pse: portare nel suo campo da gioco sia Macron che Tsipras. Calenda s’impegna: “Se ci sarà una lista unica, sono pronto a candidarmi”. Problemi in arrivo: Renzi in realtà di liste ne ha in mente due, una dei socialisti e una dei macroniani. E in quest’ultima accarezza anche l’idea di candidarsi lui. Ma Calenda prova a giocare la carta della credibilità. E tira fuori l’asso dalla manica, tipico di tutti i big politici in cerca di collocazione: “Sto scrivendo un libro”. Poi, dopo, svela pure titolo e editore. Si chiamerà niente di meno che Orizzonti selvaggi. Un po’ western, un po’ Kubrick. Però no: è una riflessione su errori fatti e cose da fare. Uscirà per Feltrinelli a ottobre. Lo stesso editore di Renzi, per inciso.
Dunque, dice lui: “Mi sono dato un tempo, da qui alle europee, in cui vivrò solo dei proventi del mio lavoro intellettuale, per vedere se riesco a fornire il mio contributo politico”.
Nella costruzione della sua – ipotetica – candidatura, Calenda, per dirla alla romana, fa il simpatico. E quindi, parla di una classe dirigente che “ha cannato” tutto (traduzione: “ha sbagliato”); ammette che non potrà essere un leader della sinistra e che sì, con quel “corpaccione elettorale” ha qualche difficoltà di “connessione emotiva”: “Provengo da una famiglia dell’ élite, ma ho avuto un figlio a 16 anni, lavoro da quando ne avevo 17, mi sono mantenuto mentre facevo l’università. Dunque, posso aiutare a difendere chi è sconfitto”. La casa ai Parioli? “È una bufala. Abito a via Rasella”. Non esattamente un quartiere popolare, ma va da sè. E Renzi? “Ha cercato spesso più fedeltà che lealtà”. Sul tormentone della settimana: “Non mi è mai capitato di invitare a cena qualcuno e di essere trattato così male”. Salvini? “Non capisce quello che dice”. Di Maio? “È indecoroso”.
Nella parte programmatica del ragionamento, estende la responsabilità della crisi politica e culturale ai partiti progressisti di tutto l’Occidente per non aver capito le ragioni della paura dei cittadini e promette battaglia contro “l’analfabetismo funzionale”. La platea ascolta. Riflette. “Non ho detto che il Pd fa schifo, ma che da solo non ce la può fare”, dice lui, che si pone ecumenico. In Italia la partita non l’ha voluta giocare, per Bruxelles ci sta: “Le elezioni europee del 2019 saranno come quelle del 1948, i populisti hanno come obiettivo lo smantellamento della democrazia liberale”. Eccolo, l’Argine è pronto.
L’Unione africana a Salvini: “I migranti non sono schiavi”
Anche l’Unione africana contro Matteo Salvini. Lo “sconcerto” per le frasi di Salvini che “nella recente conferenza a Vienna ha paragonato gli immigrati africani agli schiavi” arriva da Addis Abeba, sede dell’Ua, con un comunicato che “chiede al vice premier italiano di ritirare la sua sprezzante affermazione”. “Non c’è niente di cui scusarmi”, replica a stretto giro il leader leghista che smentisce “qualsiasi equiparazione tra immigrati e schiavi” e sottolinea che “le mie dichiarazioni a Vienna erano a difesa dei migranti che qualcuno vuole usare come schiavi”.
Tutto iniziò al vertice informale dei ministri dell’Interno europei quando Salvini affermò che “non abbiamo l’esigenza di nuovi schiavi per soppiantare i figli che non facciamo più”, e il botta e risposta con il collega lussemburghese Jean Asselborn che si era concluso con l’ormai famoso “merde alors”. Già nei giorni scorsi l’ufficio stampa del ministro dell’Interno aveva scritto che “è necessario smentire seccamente alcune ricostruzioni della stampa internazionale” secondo le quali il ministro avrebbe definito “schiavi” gli immigrati africani. Ieri lo stesso Salvini ha parlato di un possibile “difetto nella traduzione francese”.
La Marina indagata per contrabbando
In acque libiche e in contatto con i trafficanti (di sigarette) mentre erano impegnati nel contrasto allo sbarco dei migranti. Stiamo parlando di una nave della Marina Militare e di ben tre inchieste in corso. La prima è condotta dalla Procura di Brindisi, che indaga per contrabbando di tabacchi lavorati esteri, dopo aver scoperto che a bordo della nave Caprera, al rientro da Tripoli, erano stipati circa 700 chilogrammi di sigarette, ben 72 cartoni, contenenti 50 stecche ciascuno. La seconda è in corso a Napoli, dove indaga la Procura militare, mentre la terza è l’indagine interna svolta dalla Marina.
Il 16 agosto – come hanno rivelato ieri Le Iene sul sito web – la Guardia di Finanza sale a bordo della nave e trova il carico di sigarette imbarcato in Libia. Secondo la Marina Militare, però, il primo a segnalare la notizia del carico a bordo, chiedendo l’intervento della magistratura, è stato proprio il comandante della Caprera, il tenente di Vascello, Oscar Altiero. Resta il fatto che la nave era da poco rientrata dalle acque libiche, dove, a partire da aprile, aveva svolto attività di supporto logistico e manutenzione dei battelli della Marina e della Guardia costiera libiche.
Il 25 giugno ospitano a bordo il ministro dell’Interno Matteo Salvini che con toni entusiastici dichiara: “Sono onorato di portare il sostegno del popolo italiano ai ragazzi che sono a bordo della Caprera a coordinare, educare, istruire e salvare”. Poi parte l’accusa alle Ong. “Il business dell’immigrazione clandestina – aggiunge Salvini – è alimentato dalle navi di quelle associazioni che aspettano solo di recuperare esseri umani per continuare a giustificare la loro esistenza in vita. Mentre la Marina Militare Italiana e la Guardia costiera libica sono quelle che veramente aiutano, salvano e si propongono di bloccare partenze, diminuire il numero dei morti. Nonostante le operazioni di danno delle navi di Ong straniere. Solo nell’ultima settimana hanno salvato più di 2 mila persone”. Nel frattempo, tra un intervento e l’altro, proprio a bordo della nave italiana, qualcuno caricava a bordo ben 7 quintali di sigarette commettendo il reato di contrabbando. Con quale scopo? Guadagnarci dei soldi?
Oppure – ragionano le Iene – per chiudere un occhio su qualche partenza? Domande più che legittime. A maggior ragione per il fatto che il reato di contrabbando, per quanto paradossale possa essere, è stato realizzato utilizzando una nave dello Stato. La Marina Militare ieri ha precisato: “Il 15 luglio 2018 sulla nave Caprera, ormeggiata nel porto di Brindisi e di rientro dall’Operazione Nauras in Libia, a seguito di attività di controllo disposta dal Comandante dell’Unità stessa, vennero rinvenuti degli scatoloni contenenti tabacchi lavorati esteri”.
Come dire: è stata la stessa Marina a scoprire e denunciare tutto. “Della scoperta – aggiunge il comunicato – furono prontamente informate la Procura militare di Napoli e quella ordinaria di Brindisi”. Il 16 luglio avviene il sequestro dei tabacchi, eseguito anche da personale della Marina, oltre che della Gdf e della capitaneria di porto.
Il comandante della nave è stato quindi il primo a denunciare, consentendo di sequestrare le sigarette e di avviare l’inchiesta. Ma le domande restano: com’è stato possibile portare a bordo ben 700 chilogrammi di sigarette? Quanti marinai sono stati coinvolti per un’operazione del genere? E soprattutto: sono state acquistate o ricevute in cambio di qualche favore? Perché è molto difficile, in un Paese come la Libia, che il contrabbando di sigarette non sia in mano alle bande di miliziani che controllano il territorio. Gli stessi che poi gestiscono il traffico dell’emigrazione clandestina. Se qualcuno della nostra Marina avesse trafficato con loro sarebbe gravissimo. I contatti delle Ong – secondo la Procura di Trapani – avevano esclusivamente fini umanitari. In altre parole: se mai contatto vi fosse stato, era finalizzato a salvare la vita di qualcuno, non a contrabbandare sigarette in Italia.
Migranti, partita da 90 miliardi
Il Consiglio europeo informale che si tiene oggi a Salisburgo non prenderà decisioni operative, ma è una tappa di una campagna che per l’Italia è decisiva: la definizione degli impegni di medio termine dell’Ue sul tema dell’immigrazione. Una battaglia che si combatte soprattutto sul prossimo bilancio europeo per gli anni 2021-2027. L’Italia ha una proposta – che viene avanzata nei consessi internazionali dal premier Giuseppe Conte e dal ministro Enzo Moavero Milanesi (Esteri) – che va dal contrasto del traffico di esseri umani ai rimpatri assistiti fino alla cooperazione. Una partita da 90 miliardi di euro da distribuire, 20 in più che nel settennato precedente.
Nei report interni al ministero degli Esteri, utilizzati nelle trattative con i colleghi europei, la Farnesina spiega com’è gestita l’immigrazione oggi e come dovrebbe essere gestita domani.
Oggi il fondo del bilancio comunitario “asilo, integrazione e migrazione” ha risorse per 3,1 miliardi, distribuiti con criteri che non considerano la maggiore esposizione al flusso migratorio di Stati – come l’Italia – che sono di primo soccorso e intervento. Tant’è che dei 3,1 miliardi, Roma ha ricevuto soltanto l’11 per cento, cioè 232 milioni. Un’inezia rispetto ai 7,8 miliardi di euro sborsati da Roma nel biennio 2016/17 (quasi mezzo punto di Pil). È vero che l’Europa ha liberato anche i fondi per la coesione per superare l’emergenza permanente degli sbarchi e che ha concesso flessibilità di bilancio, ma è pur vero che la flessibilità per l’Italia si è tradotta nello 0,03 e 0,04 per cento del Pil.
L’Unione europea è di gran lunga il maggior donatore mondiale di aiuti allo sviluppo, ben 75,7 miliardi nel 2017. Ma è un dato ingannevole: si tratta per la quasi totalità – 73 miliardi – di accordi bilaterali, cioè tra singoli Paesi. E certi Paesi di partenza e di transito, Libia e non solo, sono molto rilevanti per chi è destinatario del flusso migratorio, come l’Italia, molto meno per altri Stati come la Francia che usano i fondi per lo sviluppo per presidiare le proprie sfere di influenza post-coloniali.
Un altro esempio illuminante delle mancanze europee arriva dal fondo fiduciario per l’Africa, deliberato a Malta in un vertice del novembre 2015: 3,8 miliardi a valere sul bilancio comunitario, 430 milioni dagli Stati membri, 500 milioni dalla Commissione europea. Per un conto totale di 4,7 miliardi. All’appello mancano 700 milioni di euro, stanziati ma non coperti dagli Stati membri. L’Italia è il secondo maggior contribuente con 110 milioni. Per il futuro, invece, crescono le cifre e non diminuisce la confusione. Per le frontiere e gli approdi, nel prossimo bilancio comunitario si dovrebbe passare da 12,4 a 33 miliardi con un aumento di 10 miliardi per il programma Frontex (sorveglianza confini esterni) che avrà un organico di 10.000 unità. Sul punto l’Italia è favorevole, ma considera scarsa la spesa del 10 per cento dei 90 miliardi (8,9 miliardi) per “affrontare le cause profonde dell’immigrazione irregolare e degli sfollamenti forzati e a sostenere la gestione e la governance delle migrazioni, compresa la protezione dei rifugiati e i diritti dei migranti”.
Soltanto negli ultimi tre anni, è la linea del governo italiano, sono stati spesi 10,2 miliardi, gran parte per la Turchia, nell’ambito dell’accordo voluto dalla Germania sui profughi siriani. Troppo poco prevedere ora 8,9 miliardi per sette anni, serve un aumento “di almeno il 20 per cento” (1,78 miliardi). E quei soldi devono andare a priorità che per l’Italia sono vitali, invece di disperdersi in mille rivoli: “1. Affrontare le cause profonde della migrazione adoperandosi per contribuire alla creazione di pace, stabilità e sviluppo economico; 2. Migliorare il lavoro di promozione e organizzazione di canali di migrazione legale; 3. Rafforzare la protezione dei migranti e dei richiedenti asilo, in particolare dei gruppi vulnerabili; 4. Contrastare lo sfruttamento e il traffico di migranti; collaborare più strettamente per migliorare la cooperazione in materia di rimpatrio e riammissione”. Sarà una partita lunga.
San Marino chiede 300 milioni al Fmi per salvare le banche
San Marino potrebbe chiedere un prestito da 300 milioni di euro al Fondo monetario internazionale per salvare le proprie banche. Lo ha detto in un’intervista alla Reuters, Nicola Renzi, segretario di Stato agli Affari esteri. “Stiamo valutando la richiesta, finora non è stata presa alcuna decisione… credo sia realistico indicare in 300 milioni di euro l’entità del prestito al Fondo”, ha spiegato Renzi, confermando quanto riferito nei giorni scorsi da alcune fonti, anche per quanto riguarda la tempistica della decisione.
Alla fine del 2017 i sei istituti di credito avevano in pancia crediti deteriorati lordi per 1,7 miliardi di euro, pari al 117% del Pil. Tra i crediti deteriorati le sofferenze lorde sono il 37%, ovvero 644 milioni di euro.
“Potremmo decidere di emettere un titolo di Stato”, ha detto il segretario di Stato. Il riassetto del sistema bancario sammarinese farà quindi inevitabilmente salire il livello del debito pubblico, attualmente intorno al 24% del Pil ma, assicura Renzi, il rapporto dovrà rimanere “sotto la soglia di sostenibilità del 60%, ampiamente più basso di quello di un buon numero di Paesi europei”.
La sindaca isolata: il gruppo 5 Stelle non la segue
Il potente sottosegretario della Lega non le ha dato una risposta valida e a Roma i suoi compagni del M5S l’hanno trascurata. Così, quando martedì Giancarlo Giorgetti (che ha la delega allo Sport) ha annunciato che l’esecutivo non appoggerà la candidatura di Torino, Milano e Cortina a ospitare le Olimpiadi invernali del 2026, la sindaca Chiara Appendino ha mostrato delusione ed è diventata bersaglio delle critiche dell’opposizione e del mondo economico (Camera di commercio, Ascom, costruttori).
La decisione di Giorgetti, però, potrebbe alleviare alcuni problemi che Appendino si porta dietro. Come la difficoltà nel tirarsi fuori da un progetto – la candidatura a tre – che scontentava lei, i sindaci delle “valli olimpiche” e la sua maggioranza. Non poteva dire di no anche per questioni di immagine, per non passare come la sindaca dei “no tutto”. “Torino non si è tirata indietro – ha dichiarato a Sky Tg24 – ma ha chiesto di avere chiarezza su certi elementi, la bozza di protocollo mandata dal sottosegretario Giorgetti non dava queste risposte”.
Uno degli elementi su cui chiedeva chiarezza sono i soldi: una delle condizioni sottoscritte da lei e dai consiglieri M5Sè l’assenza di nuovi debiti per gli enti locali. Già, la sua maggioranza: il no di Giorgetti permette anche di risolvere i problemi interni con gli eletti pentastellati con i quali negli ultimi mesi Appendino ha avuto qualche screzio.
Il gruppo – composto da 23 eletti – è diviso in tre fazioni. C’è sostiene la candidatura olimpica, come Marco Chessa, anima moderata e dialogante. Ci sono poi cinque consiglieri nettamente contrari (Daniela Albano, Damiano Carretto, Viviana Ferrero, Maura Paoli e Marina Pollicino) e infine gli altri, favorevoli solo a determinate condizioni, non accettate dal governo. “Avevamo trovato una compattezza basata su alcuni parametri e modelli di sostenibilità – spiega la capogruppo Valentina Sganga – Per questo non abbiamo mai ritenuto fattibile il tridente con Milano e Cortina”. Per Chessa resta comunque “un’occasione persa” e ammette che, al netto della strategia della Lega, “le polemiche interne non hanno decisamente aiutato”.
Una delle cinque “No Olimpiadi”, Albano, martedì sera ringraziava il governo “che, seppur tardivamente, ha posto uno stop definitivo alla candidatura”: “Ci siamo aggrovigliati in inutili strategie politiche che hanno ottenuto l’unico risultato di creare diffidenza tra noi – concludeva – L’unica speranza è che questa esperienza ci serva da insegnamento e ci permetta di portare avanti con orgoglio quella che è sempre stata la nostra visione politica”. Insomma, le tre anime si sono distinte anche di fronte al no di Giorgetti e forse sarebbero tornate a battibeccare nel prosieguo dell’iter, minando la stabilità di una sindaca dimenticata dal suo governo, non troppo apprezzata dai consiglieri regionali M5S e supportata da una base traballante.
A soccorso di Appendino ieri sono arrivati almeno i capigruppo di Camera e Senato: “Chiara non ha alcuna responsabilità sulla mancata candidatura olimpica di Milano, Cortina e Torino. Questa, infatti, è tutta da addebitare all’arroganza e all’irresponsabilità del sindaco di Milano”. Nel frattempo, a tentare di salvare i progetti a cinque cerchi per Torino ci pensa il presidente del Piemonte Sergio Chiamparino, che ieri ha preso contatto col collega veneto Luca Zaia e con il presidente del Coni Giovanni Malagò: “Sarebbe utile che al più presto governo e Coni ci riconvocassero tutti a Roma per rilanciare questa candidatura”.
“Tanto poi i soldi arrivano”. Le rassicurazioni olimpiche
La nave è partita, per usare la metafora di Giovanni Malagò. Ieri la delegazione Coni ha portato a Losanna la candidatura di Milano e Cortina ai Giochi invernali del 2026. Ed era tutto ciò che il numero 1 dello sport italiano chiedeva: superare la scadenza ed evitare un altro ritiro. Il trucco è bypassare i veti politici con un progetto regionale: niente Torino, niente sostegno del governo, diventa un’iniziativa autonoma di Lombardia e Veneto. “I soldi li mettono loro”. Per ora: in realtà se la candidatura andrà avanti sul suo percorso potrà ritrovare il sostegno dell’esecutivo. “Le Regioni si fanno carico di un impegno che per il governo ora rappresentava un problema: diciamo che il loro è un investimento”, spiega chi è vicino al dossier.
Intanto il Cio ha ascoltato con interesse la nuova proposta italiana. Ovviamente: il Comitato internazionale è disperato per la moria di candidature (si sono già ritirate Svizzera, Austria e Giappone) e quindi è pronto a chiudere un occhio sulle garanzie. Tutto ruota intorno ai soldi. Per il M5S è fondamentale che non ci sia un contributo statale, per non trasformare la mezza autoesclusione di Torino (che ha tolto dai guai interni la sindaca Appendino) in una sconfitta: “Se Milano e Cortina vogliono farle dovranno trovare da sole le risorse”.
Anche il sottosegretario Giorgetti ha ribadito che “il governo non ci metterà nulla”, ma la posizione della Lega non sembra essere così netta, come dimostrano le parole di Matteo Salvini: “Le Olimpiadi portano soldi e vantaggi. Se qualcuno per problemi politici si ritira, e penso a Torino, è dovere degli enti locali e del governo sostenere chi non lo fa”. Le cifre (almeno sulla carta, le Olimpiadi storicamente lievitano nel corso degli anni) non sono cambiate: il tridente sarebbe costato 376 milioni, mettendo insieme i dossier di Milano e Cortina verrebbe fuori una somma comunque inferiore ai 400 milioni. Impegnativa, non insostenibile per il bilancio di Lombardia e Veneto, con la possibilità di dividerla in due e spalmarla negli anni. Ma se i governatori si sono fatti carico senza battere ciglio dell’onere è perché sentono di avere comunque le spalle coperte: per il momento gli è stato chiesto solo un impegno teorico. “Voi andate avanti, poi una soluzione si trova”, garantiscono i grandi promotori romani dei Giochi.
Zaia e Fontana presteranno le loro firme: basta questo entro l’11 gennaio per formalizzare la candidatura. Soldi, per ora, non ne servono: qualche spicciolo per promuovere la candidatura, pochi mesi di campagna considerando che l’assegnazione sarà nell’autunno 2019 e potrebbe essere anticipata. Ammesso e non concesso di vincere, il discorso sulle risorse è rimandato al 2020. E fra due anni le città ospitanti potrebbero riavere il governo al loro fianco.
Il modo più semplice è recuperare Torino. Non a caso, subito dopo l’annuncio del tandem Milano-Cortina, sono partiti diversi appelli a Appendino. “C’è tempo per ripensarci”, ha detto Malagò, senza scadenze. I contatti sono già in corso: “Continuiamo a lavorare per portare i Giochi a Milano, Torino e Cortina: sul tavolo c’è un protocollo d’intesa, basta un piccolo sforzo delle città”, recita una nota del capogruppo leghista alla Camera, Molinari. Ma le porte sono aperte anche in un secondo momento: Tokyo, che ospiterà l’edizione 2020, ha stravolto il suo dossier a distanza di anni dall’assegnazione. E con il ritorno al tridente l’appoggio governativo sarebbe automatico.
Qualcun altro, invece, scommette addirittura su elezioni anticipate: qualsiasi altro esecutivo (senza dentro il M5S) firmerebbe l’assegno olimpico ad occhi chiusi. Problemi futuri: la Lega oggi non vuole tensioni in maggioranza, domani non abbandonerà le sue Regioni.
Quello di Lombardia e Veneto non è un azzardo, solo un “investimento”.
Legittima difesa, Bonafede a Salvini: “Non ti riguarda”
Altro scontro fra gli azionisti del governo gialloverde, stavolta sulla riforma delle norme sulla legittima difesa, tema molto caro alla Lega. Matteo Salvini si aspetta tempi rapidi, ma il Guardasigilli Alfonso Bonafede (M5S) rivendica la competenza del suo ministero: “C’è la volontà di migliorare la legge. Al Senato sono depositati otto disegni di legge e M5S e Lega stanno lavorando per un testo equilibrato”. Poi l’affondo: “Il ministro dell’Interno – ha aggiunto Bonafede – si occupa della sicurezza dei cittadini e di prevenire il fatto che un losco individuo entri nella casa di una persona onesta. Al ministero della Giustizia spetta invece, quando lo Stato ha fallito e una persona è entrata nella casa di qualcuno, fare tutto per garantire al cittadino di non doversi difendere per tre gradi di giudizio dall’accusa di essersi difeso”. Il tema è tornato in auge dopo le dichiarazioni del ministro Bongiorno (Funziona Pubblica) – nell’esecutivo in quota Carroccio – che ha dichiarato: “Chi sta dentro casa, se sente dei rumori e qualcuno che si muove dentro casa, non può fare indagini, può difendersi. Nell’incertezza si può difendere. Quello che dico è che chiunque entri in casa altrui per rubare o per uccidere ne accetta le conseguenze”.