Maugeri, pena aumentata a Formigoni

Colpo di scena ieri alla Corte d’Appello di Milano. All’ordine del giorno il processo di secondo grado per la vicenda Maugeri. Alla sbarra di nuovo l’ex governatore lombardo, Roberto Formigoni, che arriva in aula con sei anni di condanna in primo grado. Si attende qualche sconticino. Che non si vede e anzi i giudici, dopo una breve camera di consiglio, snocciolano una condanna anche superiore alla prima. Conti alla mano: sette anni e sei mesi. Formigoni è imputato per corruzione nel processo sul caso San Raffaele-Maugeri per aver ottenuto, secondo l’accusa, una serie di utilità, tra cui l’uso di yacht, vacanze e cene, per favorire i due enti con delibere di giunta per circa 200 milioni di rimborsi pubblici. Tra le due condanne, inoltre, la Corte dei conti ha disposto il sequestro a carico dell’ex senatore di circa 5 milioni di euro, vitalizi compresi. Nel frattempo, due giorni fa, a Cremona l’ex Celeste è stato rinviato a giudizio per un’altra vicenda di corruzione nell’ambito della sanità. Insomma piove sul bagnato. E la prospettiva del carcere si fa sempre più vicina. Anche se in realtà, Formigoni, se la Cassazione confermerà il verdetto di ieri, potrà chiedere di scontare la condanna ai domiciliari come prevede la legge per le persone che hanno compiuto i 70 anni di età. Formigoni ne ha 71. La corruzione, infatti, non è uno dei reati che impedisce agli ultrasettantenni di richiedere di scontare la pena definitiva, se superiore a 4 anni (altrimenti si può richiedere l’affidamento in prova ai servizi sociali), in “detenzione domiciliare ordinaria”.

Tra l’altro, prima che il processo arrivi in Cassazione (30 giorni per le motivazioni e altri 30 per il ricorso scontato della difesa) si dovrebbe prescrivere l’imputazione “minore” che riguarda il capitolo San Raffaele (a fine 2018). Per il capitolo principale Maugeri, invece, i termini di prescrizione arriverebbero fino a oltre metà del 2019. “Sono rimasto senza parole”, è stato il commento del suo legale Mario Brusa. Va ricordato, poi, che durante il processo di primo grado, l’accusa aveva chiesto nove anni per Formigoni, all’epoca accusato anche di associazione a delinquere. Imputazione poi caduta in sentenza. Da qui i sei anni per la sola corruzione. Subito il ricorso in appello e la richiesta, da parte della Procura generale, di confermare la pena massima, ovvero sette anni e mezzo. La Corte (presidente Marina Caroselli) ha aggravato la pena anche a carico di un altro imputato, l’ex direttore amministrativo della Fondazione Maugeri, Costantino Passerino, portandola dai 7 anni del primo grado a 7 anni e 7 mesi, come richiesto sempre dal procuratore aggiunto Laura Pedio e dal sostituto pg Vincenzo Calia.

Un aumento di pena arrivato nonostante una parte delle imputazioni (due capi e per le condotte anteriori al novembre del 2010) per Passerino si sia prescritta. Per Formigoni, oltre alla pena, è stata aggravata anche l’interdizione dai pubblici uffici, da 6 anni a “in perpetuo”. Chiuso il capitolo giudiziario, sono partite le polemiche. Con i dioscuri del Celeste, Maurizio Lupi e Alessandro Colucci, che lo difendono. Mentre i cinquestelle, per voce del consigliere regionale Dario Violi concludono: “Formigoni ha rovinato l’immagine della Regione”.

I conti in tasca alla Lega: salvata dal successo elettorale

L’esplosione elettorale di Matteo Salvini ha letteralmente salvato la Lega. Anche sotto il profilo economico. Saranno proprio le entrate garantite dai parlamentari del Carroccio – quasi quintuplicati dopo l’exploit del 4 marzo – a permettere la sopravvivenza (e qualcosa in più) del partito: grazie ai contributi erogati da Camera e Senato, e alle erogazioni liberali che gli onorevoli leghisti versano ogni anno alla struttura che li ha fatti eleggere, la Lega potrà contare su introiti per circa 16 milioni di euro l’anno. Una svolta radicale, per un partito da anni in profondo rosso.

Casse vuote. Da una parte la rateizzazione in 76 anni dei 49 milioni dovuti allo Stato per la truffa di Bossi e Belsito ha salvato l’agibilità politica di Salvini e dei suoi. Dall’altra però rende ancora più grave una situazione finanziaria già compromessa.

In sintesi: la Lega ha chiuso il suo ultimo bilancio in rosso per oltre un milione di euro, è indebitata per quasi due e negli ultimi esercizi ha già ridotto all’osso tutte le voci di spesa: i costi sono passati dai 16 milioni del 2014 ai 4 milioni del 2017. La cura dimagrante imposta dal tesoriere Giulio Centemero – obbligata dalla fine del finanziamento pubblico – ha avuto effetti drastici sull’organico, che nel 2017 è stato ulteriormente decimato: da 29 a 7 unità.

La Lega, insomma, ha già raschiato il fondo del barile, licenziando quasi tutti i dipendenti, chiudendo il quotidiano La Padania e ridimensionando drasticamente Radio Padania (ora trasmette solo sul web). E malgrado questo continua a spendere più di quanto incassa.

Il 2017 in dettaglio. Il bilancio si è chiuso in rosso per 1.117.398 euro. Nelle casse leghiste sono entrati 2.886.000 euro, arrivano quasi tutti dal 2×1000 (1 milione e 900mila euro) e dalle erogazioni volontarie dei parlamentari (poco meno di un milione di euro: 969.715). Alcuni esempi: Matteo Salvini ha donato 36mila euro, Giancarlo Giorgetti 48mila, Stefano Candiani 42mila, Raffaele Volpi 51mila.

Le spese sono state di 4 milioni. E i debiti, tra il 2016 e il 2017, sono passati da 1,5 a 1,8 milioni, a fronte di crediti per 786mila euro. Al passivo di oltre un milione di euro ora vanno aggiunti i 600mila che ogni anno, fino al 2094, saranno prelevati dallo Stato. Come può fare politica un partito in queste condizioni?

Il tesoro. Ripartiamo dal via: la salvezza è in Parlamento. Camera e Senato ogni anno erogano circa 50 milioni di euro ai gruppi parlamentari. Questi fondi sono distribuiti in proporzione alla dimensione dei gruppi: in media vengono concessi 47mila euro per ogni deputato e 59mila per ogni senatore. Nell’ultimo anno della passata legislatura la Lega poteva contare su 22 deputati e 17 senatori, ciascuno dei due gruppi ha fruttato al Carroccio circa 1 milione di euro. Oggi la Lega ha 125 deputati e 58 senatori: i contributi per i gruppi di Salvini si avvicineranno – a spanne – a 6 milioni di euro per la Camera e 3 milioni e mezzo per il Senato.

Denaro che dovrebbe finanziare solo l’attività parlamentare, ma al quale i partiti attingono in modo sempre più spregiudicato dopo l’abolizione dei rimborsi elettorali. Così la Lega potrà “scaricare” una parte consistente dei suoi costi correnti – personale, manifestazioni e altre iniziative politiche – sul bilancio dei gruppi parlamentari.

E poi ci sono le donazioni. Deputati e senatori leghisti versano in media la bellezza di 3mila euro al mese al partito. Nel 2017 – ultimo anno della passata legislatura – il totale delle donazioni è stato di 1 milione e 310mila euro. Con le attuali pattuglie di Montecitorio e Palazzo Madama le donazioni dovrebbero esplodere a una cifra vicina ai 6 milioni e mezzo l’anno. Insomma: tra contributi ai gruppi e donazioni dei parlamentari a partire dal 2018 la Lega potrà contare su oltre 12 milioni di euro che l’anno prima non esistevano.

Bad company. In attesa della sentenza sui soldi del suo partito, Matteo Salvini aveva già provveduto a “sdoppiare” il Carroccio. Da fine 2017 la Lega Nord per l’Indipendenza della Padania è stata affiancata dalla Lega Salvini Premier: la vecchia Lega “verde” secessionista è stata di fatto superata dalla nuova Lega “blu” nazionalista. Entro la fine dell’anno il nuovo soggetto dovrebbe celebrare il suo congresso fondativo.

Nei fatti il passaggio c’è già stato: la vecchia Lega Nord indebitata dovrebbe rimanere in vita praticamente come una scatola vuota, dalla quale lo Stato continuerà a prelevare il denaro che gli spetta. La nuova Lega di Salvini è una macchina in corsa da Nord a Sud. Arricchita dalla pioggia di denaro proveniente dai suoi gruppi parlamentari (e magari, con la crescita del consenso, da un aumento dei fondi del 2×1000).

Il turbodem che gridava al complotto Consip

Chissà se si è ripreso, David Ermini. Ai tempi dello scandalo Consip ci aveva dato notizia in tutti i modi della sua angoscia, dovuta non di certo all’indagine su parte del Giglio Magico e alle ombre sulla centrale acquisti della pubblica amministrazione, quanto al presunto complotto di cui erano finiti vittima Matteo Renzi, suo padre e il suo governo.

In televisione, sui social, sui giornali: ogni posto era buono per rinfrancare la teoria secondo cui l’ex capitano del Noe Gianpaolo Scafarto aveva falsificato le prove dell’inchiesta per colpire la famiglia Renzi, versione per il momento smentita dal Riesame e dalla Cassazione, che hanno annullato le misure interdittive nei confronti dell’ufficiale.

Adesso che Ermini punta dritto alla vice-presidenza del Csm, si ricorderà forse delle sue parole su quell’inchiesta. “Escono notizie di una gravità inaudita. Prima si prende di mira Renzi e poi si lavora sulle indagini? Ci sono mandanti?”.

D’altra parte, assicurava, “Scafarto non può avere fatto tutto da solo, non se ne capirebbe il motivo”, “vogliamo sapere i mandanti di questa storia”. La ricerca del Grande Vecchio dietro lo scandalo proseguiva poi a Omnibus, su La7, dove un anno fa Ermini parlava di “inchiesta inquietante nel suo insieme”, ma soprattutto a Firenze, sede di una cena per trecento invitati organizzata dall’associazione della giornalista Annalisa Chirico nel maggio 2017. Qui, tra Luca Lotti, Simona Bonafé, Marco Carrai e buona parte dello stato maggiore renziano, Ermini si batteva contro “la giustizia politicizzata” evocata dalla stessa Chirico nel suo discorso introduttivo sul caso Consip: “In Italia c’è una gigantesca questione democratica”.

Ma se l’indagine Consip è stata il massimo cruccio di Ermini, non si può dire si sia tirato indietro dal commentare l’operato di altri magistrati. Nel 2016, per esempio, il Foglio riportò l’adesione (poi smentita) del giudice Piergiorgio Morosini ai comitato del No al referendum costituzionale: “Vedo che ci sono prese di posizione di membri della magistratura – sentenziò Ermini – su scelte della politica. E io un domani dovrei farmi giudicare da uno così?”.

Al di là di Morosini, che a Ermini non andasse a genio il Csm – prima di diventarne membro, si intende – lo si era capito. Nel maggio 2015, per esempio, al deputato del Partito Democratico non andò giù la bocciatura del consiglio al ddl anticorruzione renziano: “È un giudizio incomprensibile e sconcertante”. E se poi il Csm osava alzare il dito e chiedere ordine sui magistrati in politica, ecco le accuse di giustizia a orologeria: “Come mai nei decenni passati al Csm erano rimasti tutti zitti, mentre in politica facevano carriera magistrati con nomi famosi e inchieste famose alle spalle? Come mai si solleva la questione solo adesso che in Parlamento ci sono pochi magistrati e poco noti?”

Ermini decide come, cosa e quando. Lo sa anche Piercamillo Davigo, oggi suo collega al Csm ma colpevole, un anno fa, di aver denunciato durante una lectio magistralis la troppa abitudine della classe dirigente italiana alle tangenti e alla corruzione: “Davigo cerca la rissa, ma non la trova. I giudici parlino con le sentenze”. Certo, e magari dicano anche quello che vuole Ermini.

Patto del Nazareno al Csm, la destra vuole un renziano

Quando si dice che sono saltati gli schemi in qualsiasi ambito, vale anche per la magistratura italiana. Prendi la nomina del vicepresidente del Csm prevista per giovedì prossimo: non c’è ancora certezza di come andrà a finire, ma è già accaduto un fatto senza precedenti. Magistratura Indipendente (MI), la corrente storicamente di destra, quella più conservatrice, si è spostata verso il Pd (a sinistra, anche se per tanti solo in teoria) promuovendo David Ermini, renziano doc. D’altronde, Cosimo Ferri, anima di MI, magistrato in aspettativa, è diventato parlamentare proprio con il Pd, dopo essere stato sottosegretario alla Giustizia del governo Letta, in quanto tecnico di area berlusconiana e fermo al proprio posto pure con i governi Renzi-Gentiloni. Una toga espressione del patto del Nazareno, rimasta in sella anche quando – almeno ufficialmente – quel patto è saltato.

All’inizio MI, per la prima volta corrente maggioritaria in Consiglio con 5 membri, ex aequo con la centrista Unicost, sponsorizzava il laico di FI Alessio Lanzi, avvocato di David Mills e Fedele Confalonieri. Le sue possibilità di farcela sono precipitate in poco tempo, non solo perché berlusconiano ma anche per essere schierato in prima fila a favore della separazione delle carriere.

Ed ecco che si passa a Ermini, unico laico del Pd. In realtà, in base ai risultati delle Politiche, ai democratici spettava eleggere in Parlamento un altro consigliere del Csm, ma hanno ceduto la quota a FI in cambio di altre nomine, ovviamente.

MI fa pressing su Unicost che al momento sembra essere divisa al proprio interno, tanto da non esprimere una posizione netta alla riunione di martedì dei togati di tutte le correnti che avrebbe dovuto indicare un nome unitario ma che si è chiusa con un nulla di fatto. Unicost, che vede nelle proprie file il consigliere uscente Luca Palamara, esponente di peso, molto ascoltato tra i suoi, comunque tende verso Ermini con una motivazione addotta da MI: bisogna dare un segnale al governo, alle posizioni anti magistratura di Matteo Salvini. Come se anche il Pd renziano non avesse attaccato i magistrati.

Se Unicost si compatterà su Ermini, per il laico del Pd è fatta: avrebbe la maggioranza (14-15 voti), calcolando anche i sì di una parte dei laici (esclusi M5S e Lega) e dei membri di diritto, il presidente della Cassazione Mammone (MI) e il procuratore generale Fuzio (Unicost).

E siamo a un altro paradosso di questi tempi: la corrente storicamente di sinistra, Area, che ha 4 consiglieri (Cascini, Dal Moro, Suriano e Zaccaro) ben 3 in meno della consiliatura uscente, non vuole più essere accusata, a torto o a ragione, di contiguità con la politica, come è successo nell’era renziana e quindi si smarca da questo tentativo di far eleggere Ermini. Vorrebbe un vicepresidente dal profilo indipendente, che non provenga da un partito.

Stesso ragionamento di Autonomia e Indipendenza che, però, ha solo due consiglieri (Davigo e Ardita). Fino a pochi giorni fa il M5S, che ha fatto eleggere tre docenti universitari (Benedetti, Gigliotti e Donati) non si era mosso. L’“immobilismo”, secondo alcune voci interne, è stato una scelta di non ingerenza sui togati.

Ma la concreta possibilità che venga eletto come vicepresidente un laico super politicizzato come Ermini sta facendo cambiare idea ai cinquestelle: stanno portando avanti Fulvio Gigliotti, ma potrebbe andare bene anche Alberto Benedetti. Fuorigioco Filippo Donati, dato il suo sì alla riforma costituzionale di Renzi.

Se si fanno i conti, però, al momento al laico M5S, mancano 3 voti. Potrebbe essere votato da 11 consiglieri: oltre che dai laici M5S e leghisti (il Carroccio contraccambia il sì al loro candidato eletto alla Consulta, Antonini) da Area e da Autonomia e Indipendenza.

“Via 345 parlamentari e ok al referendum propositivo”

Due proposte di legge costituzionale per la riduzione a 600 del numero di deputati e senatori e l’introduzione del referendum propositivo, a firma di parlamentari di M5S e Lega, ma con un chiaro ispiratore, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, il 5Stelle Riccardo Fraccaro. È stato proprio Fraccaro ieri ad annunciare il deposito alla Camera e in Senato delle due pdl. La prima vuole tagliare 345 degli attuali parlamentari con l’obiettivo, spiega il ministro, “di risparmiare 100 milioni all’anno, ossia 500 a legislatura e allineare l’Italia al resto d’Europa, visto che abbiamo il più alto numero di rappresentanti eletti”. La seconda invece vuole introdurre un referendum sul modello di quello svizzero, in base a cui alcuni cittadini possono presentare una proposta di legge al Parlamento, e dal deposito hanno sei mesi per raccogliere 500mila firme per indire un referendum. Ma alla scadenza il Parlamento può formulare una controproposta sul tema. “Le due proposte di legge – assicura Fraccaro – viaggeranno in parallelo perché vogliamo valorizzare la centralità del Parlamento e al contempo consentire ai cittadini di partecipare alle decisioni pubbliche”.

B. apre la porta a Foa: si rivoterà in Vigilanza

“Mercimonio!”. “Come si permette?”. “State svendendo la Rai come se foste al mercato!”. “Sono offese gravissime!!”. “Qui si fa terrorismo psicologico!”. Sono le 9 di mattina quando il clima in Commissione di Vigilanza Rai si surriscalda. Insulti, accuse, minacce. Così, tra un intervento e l’altro, il tempo passa e a votare, con l’aula che si riunisce alle 10.30, non si fa più in tempo. Tutto rinviato alle 20.

Qualcuno, però, si accorge che c’è la Champions League: Real Madrid vs Roma e Valencia vs Juventus. Mica pizza e fichi. Quindi si cambia: voto anticipato alle 17. In commissione, dunque, passa la risoluzione di Lega e M5S che sollecita il Cda Rai a procedere subito nell’espressione di un nome per la presidenza, con la sola esclusione dell’ad Fabrizio Salini. In pratica, un invito a riproporre Marcello Foa, con tanto di copertura parlamentare, visto che è la Vigilanza a chiederlo. La risoluzione passa anche coi voti di FdI, mentre Forza Italia si astiene. Contro si esprimono Pd, LeU e Casini. Al momento cruciale, però, quando la Vigilanza sarà chiamata al voto, pure i berluscones si accoderanno assicurando la maggioranza dei due terzi necessaria per l’elezione del presidente di Viale Mazzini. I forzisti, però, riescono a far passare un emendamento in cui si chiede che “la persona espressa dal Cda venga in audizione in Vigilanza prima del voto”.

Tra oggi e domani, dunque, si riunirà il Cda Rai per proporre un nuovo nome e Foa non dovrebbe avere problemi. Martedì prossimo nuova convocazione della Vigilanza che al mattino audirà il candidato presidente e, nel pomeriggio, voterà. Un passaggio, quest’ultimo, su cui ieri in Vigilanza sono stati depositati tre pareri legali: due della Lega, secondo cui “non ci sono impedimenti a rivotare un candidato presidente bocciato in precedenza”, e uno del Pd, secondo il quale, invece, “la prassi parlamentare non prevede un nuovo voto su un provvedimento bocciato”. Insomma, lo scontro legale è appena iniziato e proseguirà a lungo, dato che i dem annunciano quattro ricorsi: civile, penale, al Tar e al Tribunale delle imprese.

Ad accendere gli animi in Vigilanza è stato l’intervento del dem Francesco Verducci, che ha accusato Lega, M5S e FI di fare “mercimonio” sulla pelle della Rai. “State lì in attesa di prendere ordini da Arcore”, ha detto rivolto ai 5Stelle. “Mercimonio vuol dire traffico illecito riprovevole. Ma lei è ignorante, nel senso che ne ignora il significato”, replica l’azzurro Giorgio Mulé. “Prendiamo atto che nella maggioranza di governo è entrata anche Forza Italia”, sottolinea Antonello Giacomelli (Pd). Mentre Daniela Santanchè ricorda i tempi in cui “era Renzi a occupare militarmente la Rai”.

Michele Anzaldi evoca infine “il caso Meocci”, quando furono i consiglieri Rai a pagare di tasca propria per danno erariale. “È sbagliato minacciare e impaurire i consiglieri con situazioni del passato non sovrapponibili all’oggi”, replica Gianluigi Paragone. “Siamo soddisfatti”, chiosa il leghista Massimiliano Capitanio dopo il voto. E poi via, tutti a vedere la Champions.

Europee, il piano leghista: liste bloccate e soglia al 5%

Ipensieri dei gialloverdi di governo cominciano a proiettarsi sulla scadenza del 26 maggio 2019, nella domenica del test cruciale, se non decisivo, delle elezioni europee. Un’attenzione emersa anche nell’ultimo vertice di maggioranza sulla manovra, lunedì sera. Perché discutendo dei tagli per finanziare flat tax e Reddito di cittadinanza i rappresentanti di Cinque Stelle e Lega hanno riconosciuto più volte l’importanza a fini elettorali della manovra “perché la gente ci giudicherà dalle promesse mantenute”. E nell’evidente derby nelle urne tra alleati che non si chiamano tali (la gelida definizione è “contraenti” del contratto di governo) nessuno può permettersi di perdere terreno.

Però all’esame dei piani alti di Palazzo Chigi c’è anche la cornice dell’evento. Ossia il metodo, le regole. In estrema sintesi: la riforma della legge elettorale per l’Europarlamento. L’attuale venne varata nel 2009: proporzionale con sbarramento al 4 per cento. Un accordo partorito a suo tempo da Walter Veltroni per il Pd, leggi Goffredo Bettini, e Silvio Berlusconi per il Pdl, leggi Denis Verdini.

Oggi siamo in un’altra epoca, tra Roma e Strasburgo e Bruxelles, e il vento del sovranismo populista esige nuove norme, così come stabilito quest’estate dal Parlamento europeo. Al momento, per parte italiana, il dossier è sulla scrivania di Giancarlo Giorgetti, sottosegretario a Palazzo Chigi nonché sherpa di Matteo Salvini per le questioni più delicate. E il piano di Giorgetti sta già scatenando timori e polemiche nei corridoi dei palazzi romani. Il numero due della Lega ha infatti approntato un progetto di riforma decisamente tranchant, muovendosi su due linee fondamentali. Queste: ulteriore innalzamento della soglia di sbarramento al 5 per cento, cioè il massimo previsto dalle nuove norme europee (il quorum minimo è il 2). Eppoi liste bloccate come in tutta l’Unione, senza preferenze. Un mezzo ritorno al Porcellum. Ed è per questo che in tutti i partiti “piccoli” da giorni si alzano preoccupazioni e paure.

In base ai risultati delle Politiche del 4 marzo scorso, entrerebbero solo quattro formazioni a Strasburgo: Lega, M5S, Pd e Forza Italia. Fuori quindi quelle liste che lottano sulla soglia del tre per cento, dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni al magico mondo frammentato collocato a sinistra del Pd: Liberi e Uguali, Potere al Popolo, con l’aggiunta degli arancioni di Luigi de Magistris, il sindaco di Napoli che farà liste transnazionali (altra novità del 26 maggio 2019) con Diem 25 di Yanis Varoufakis, l’ex ministro greco delle Finanze.

Chi ha parlato con Giorgetti di questo progetto rivela che “la legge è studiata per affossare Fratelli d’Italia”, il partner più piccolo del centrodestra. Non solo per la soglia del 5 per cento ma anche per l’abolizione delle preferenze, che invece toglierebbero a Silvio Berlusconi l’incubo di confrontarsi direttamente (e perdendo) contro Matteo Salvini.

Il partito della Meloni, infatti, da mesi sta accogliendo delusi di Forza Italia che detengono notevoli pacchetti di voti, soprattutto al sud. Eliminare le preferenze sarebbe la mazzata finale per gli eredi di Alleanza Nazionale. Secondo il piano del Carroccio, la stesura definitiva della riforma avverrà tra la fine dell’anno e l’inizio del 2019. Prima bisognerà attendere la pronuncia della Corte Costituzionale su un ricorso sottoscritto proprio da Giorgia Meloni. Riguarda la presunta incostituzionalità della soglia di sbarramento alle Europee e venne fatto dopo che nel 2014 Fratelli d’Italia sfiorò ma non raggiunse il 4 per cento. Alla Consulta c’è arrivato dal Consiglio di Stato che il 12 maggio 2016 ha ritenuto “rilevante” e non “infondata” la questione.

L’udienza si terrà il prossimo 23 ottobre. E Giorgetti attende l’esito con molta curiosità. Un’attesa che non è sfuggita ai vertici dei Cinque Stelle. “Quello di cambiare la legge elettorale è un pallino di Giancarlo”, riassume pratico un esponente di governo del M5S. Che però dissemina dubbi sul passaggio dalla teoria in pratica: “Non mi sembra che ci siano tempi e modi per una riforma del genere. Fino a dicembre il tema sarà la stabilità. Poi avremo tante altre cose da fare”.

Ma il nodo non è solo l’agenda fitta ovviamente. Anzi. Perché il Movimento non può dare il via a una legge che prevede le liste bloccate, un’eresia per i principi del M5S. E allora la chiosa arriva da un’altra, alta fonte del Movimento: “La voce su una voglia leghista di cambiare la legge per le Europee ci è arrivata, certo, ma non permetteremo mai che si faccia”.

Però c’è chi ricorda come l’anno scorso, nell’infinita trattativa sulla legge elettorale, il M5S fosse giunto a deglutire il cosiddetto Tedeschellum con i capilista bloccati. Tutta un’altra storia, certo, e tutta un’altra fase. Però Giorgetti ci pensa. E aspetta una sentenza.

 

Siri e il perdono dietro il condono

È una questionedialettica: attenzione a chiamare la pace fiscale annunciata nelle scorse settimane “condono”, tantomeno dandogli un’accezione negativa. Sarà tutto necessario, solo un atto di carità: a spiegarlo, lunedì 18 settembre, a Barbara Palombelli durante il suo programma su Rete 4 Stasera Italia è il sottosegretario leghista alle Infrastrutture e ai Trasporti, Armando Siri. La Palombelli dice “condono”, lui sale in cattedra. Attenzione a dire “condono”: una parola che viene da “perdono” e di cui c’è una forte necessità. “Secondo me abbiamo tutti bisogno di perdonare – dice il sentimentale e misericordioso Siri –, non solo gli altri ma anche noi stessi perché se viviamo in un mondo accanito, dove ce l’abbiamo sempre con qualcuno, poi viviamo tutti male”. Insomma, perdonare gli evasori. “Nessuno è perfetto”, aggiunge, poi si affretta a specificare quale sia la platea secondo lui, milioni di imprenditori italiani che per colpa della crisi hanno perso tutto e quindi non possono pagare le tasse. “Inutile inseguirli se non hanno da darli, meglio metterli in condizione di dare 2 su 50”. Tout est pardonné. O meglio: condonné.

Flat tax, quota 100 e reddito minimo: i costi delle misure

Riforma fiscale, reddito di cittadinanza e pensioni. Sono i tre pilastri della prossima manovra. Il primo impegno del contratto di governo è la sterilizzazione degli aumenti che scattano il primo gennaio 2019 (dal 10 all’11,5% per l’aliquota più bassa, dal 22 al 24% per quella più alta). Per gli autonomi, il forfait esiste già ed è al 15% per i professionisti con ricavi fino a 30 mila euro e per le altre categorie con ricavi fino a 50 mila. L’obiettivo è estendere la platea ad autonomi, Snc, Sas e Srl che optano per il regime di trasparenza con ricavi fino a 65mila euro. Dai 65 mila ai 100 mila si paga un 5% addizionale. Per start up e attività avviate da giovani under 35 resterebbe lo sconto al 5%. Il costo è di circa 1,5-1,7 miliardi. Per le pensioni, l’obiettivo finale è ‘quota 100’ senza limiti ma nel 2019 si dovrebbe partire con un’età di 62 anni (e 38 anni di contributi) che consentirebbe l’uscita nel 2019 a 500 mila persone. I calcoli sono ancora in corso ma come ha spiegato in tv Matteo Salvini il costo si aggira sui 7-8 miliardi. Per il reddito di cittadinanza, il Movimento punta a ottenere 10 miliardi per partire nel 2019. L’idea di base resta quella utilizzare le risorse già presenti in bilancio per il Rei, circa 2,6 miliardi.

Decreto Genova, paga Autostrade e il governo si tutela per legge

Arriva il vero decreto su Genova. Dopo quello fasullo, senza alcuna cifra e senza alcuna regola per la nomina del Commissario straordinario, nella nuova bozza preparata dal ministro Danilo Toninelli si vedono i provvedimenti concreti. Il Commissario, innanzitutto, che viene nominato dal Presidente del Consiglio dei ministri ma, “sentito il presidente della regione Liguria”. Giovanni Toti, quindi, non sarà il commissario – “sarà un manager” ha detto ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti – ma avrà voce in capitolo. Il ”manager” prescelto, poi, opererà “in deroga ad ogni disposizione di legge, fatto salvo il rispetto dei vincoli non derogabili derivanti dall’appartenenza all’Unione europea” e sarà sottoposto solo al processo amministrativo, non a quello penale, peraltro sotto la tutela dell’articolo 125 che prevede lo scudo dell’interesse nazionale da contrapporre a eventuali interessi di parte lesi. Il vero decreto, poi, provvede a individuare le risorse finanziarie. Quelle per ricostruzione del ponte ce le metterà la concessionaria Autostrade “entro trenta giorni dalla richiesta del Commissario straordinario”. In caso di “omesso versamento”, il Commissario può individuare “un soggetto pubblico o privato che anticipi le somme necessarie” ma si rifarà con i crediti che lo Stato vanta verso il concessionari. Per quanto riguarda i cittadini, oltre alle esenzioni fiscali per i proprietari di immobili, si prevedono esenzioni per 50 milioni nella Zona franca cittadina e quella portuale; contributi fino a 200 mila euro per imprese che hanno perso fatturato, circa 50 milioni per il Trasporto locale, 5 milioni al fondo autotrasportatori, 250 assunzioni nei servizi pubblici regionali e locali e 245 nuove assunzioni al ministero.