Boeri: “Il taglio dei vitalizi in Senato vale 16 milioni”

Ha puntato il dito contro i partiti, quelli che “hanno costruito consapevolmente un sistema insostenibile, destinato a gravare su tutti i cittadini”, sfruttando “l’autonomia del Parlamento”. E soprattutto ha dato le cifre: “Adottando la stessa delibera della Camera sui vitalizi, il Senato risparmierebbe ulteriori 16 milioni rispetto ai 40 stimati da Montecitorio. E se si estendesse ai Consigli regionali, si avrebbero risparmi per altri 55 milioni”.

Parole e numeri del presidente dell’Inps Tito Boeri, ascoltato ieri dall’Ufficio di presidenza di Palazzo Madama. Una lunga e a tratti tesa audizione, in cui Boeri ha ribadito che la delibera per ricalcolare con il metodo contributivo i vitalizi va fatta, “perché riduce le asimmetrie nel trattamento fra i parlamentari e i cittadini”, come ha sostenuto anche a margine. Però c’è anche altro. Per esempio, secondo Boeri, “se fosse l’Inps a occuparsi di tutto ciò, questo sistema diventerebbe molto più trasparente”. Una proposta che non convince neppure i 5Stelle, primi fautori del taglio dei vitalizi, “perché se la gestione passasse all’Inps potrebbe diventare una via per toccare anche le pensioni dei cittadini”, come spiegavano dal M5S. Ma sul resto il Movimento e la Lega (con meno entusiasmo) sono in linea con il presidente dell’Inps. Che invece durante l’audizione è stato attaccato dai senatori di Forza Italia per quel passaggio sul sistema costruito “consapevolmente”. E sarebbe intervenuta anche la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, esortandolo “a rispettare le prerogative costituzionali del Parlamento”. Poco male per Boeri, secondo cui sono 2.700 i vitalizi pagati ai parlamentari, per una spesa di quasi 200 milioni annui (“ma è una sottostima, perché sono esclusi gli anni di servizio presso il Parlamento europeo o Consigli regionali”). Mentre il M5S insiste: “Ora via i vitalizi”. L’obiettivo è arrivare alla delibera finale entro ottobre.

 

I mercati non sanno più a chi credere, con l’incognita Savona

Prendere decisioni di investimento sul debito pubblico italiano sta diventando, per molti fondi, un po’ come giocare la schedina al Totocalcio: 1 (Tria), X (Di Maio-Salvini), 2 (Savona). Bisogna fidarsi del ministro dell’Economia che promette di mantenere il deficit entro il 2 per cento circa del Pil, magari all’1,6? O dei leader di maggioranza, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che continuano a rilanciare promesse incompatibili con i conti pubblici difesi da Tria? E come interpretare il piano di Paolo Savona pubblicato sul suo sito del ministero degli Affari europei e presentato come una posizione del governo che arriva a ipotizzare una ristrutturazione del debito (che è una specie di bancarotta controllata modello Grecia)?

Il ministro Tria, in tutte le occasioni formali e informali, continua a trasmettere serenità sul deficit e fermezza nell’arginare le richieste di Lega e Cinque Stelle. Nessuno sa da dove prenda tanta sicurezza, soprattutto visto che – bastano due conti – se la crescita 2019 sarà sotto l’1 per cento, come ormai si aspettano anche al Tesoro, con un deficit all’1,6 per cento del Pil non ci sono le risorse neanche per evitare l’aumento dell’Iva. Certo, il presidente della Bce Mario Draghi ha indicato Tria come uno dei garanti della stabilità agli occhi dei mercati. Ma per quanto autorevole neppure Draghi può scrivere la legge di Bilancio.

Lo spread resta in zona di pericolo ma non ancora d’allarme: la differenza tra rendimento di titoli italiani e tedeschi ieri era a 236 punti. Tra i vertici dei Cinque Stelle si è diffusa la convinzione che gli investitori temano l’incertezza più che le scelte nette in termini di politica di bilancio. Cioè che non fuggirebbero in massa dal debito pubblico se anche il deficit risultasse più vicino al 3 per cento che al 2. C’è un fondo di verità, l’incertezza è sempre la cosa peggiore, ma da settimane i mercati si sono convinti che la linea Tria non verrà stravolta e che la legge di Bilancio sarà poco traumatica. Cattive sorprese potrebbero avere conseguenze molto negative.

Anche perché le ragioni di confusione aumentano. Il ministro per gli Affari europei Paolo Savona ha pubblicato sul sito del suo dicastero il piano “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Spunti di riflessione per una riforma dell’Unione europea destinato a Jean Claude Juncker, presidente della Commissione, che non è chiaro se lo abbia ricevuto. Quelle 70 pagine in italiano e in inglese depositate il 7 settembre non sono destinate ad avere alcun impatto concreto, perché le istituzioni europee ormai sono già proiettate verso le elezioni del 2019 e nessuno ha intenzione di aprire altri cantieri di riforme. Ma gli analisti finanziari che in questi giorni si sono studiati le pagine del piano Savona sono rimasti molto perplessi.

Tra le proposte del documento, che esprime la posizione del governo e non quella personale del ministro, per il debito pubblico c’è la proposta di “concordare un piano di rimborsi a lunghissima scadenza e ai tassi ufficiali praticati, fornendo in contropartita una ipoteca sul gettito fiscale futuro o proprietà pubbliche in caso di mancato rimborso di una opiù rate”. Il commento dell’ex capo economista del Tesoro, Lorenzo Codogno, ai clienti della sua società di consulenza Lc Macro: “Il linguaggio è soft come più non si potrebbe, ma la sostanza è inconfutabile: default e ristrutturazione”. La stessa interpretazione che danno fonti del ministero del Tesoro: quando si vuole rivedere la durata del debito, per gli investitori questo è un default controllato modello Grecia.

La proposta di Savona peraltro non sarebbe attuabile, i contratti con le banche che comprano debito italiano alle aste hanno una clausola di negative pledge (garanzia negativa) che vieta di usare come garanzia dei bond “la totalità o parti delle entrate, delle proprietà o degli asset, presenti e futuri”. Non ci saranno quindi conseguenze concrete, ma la confusione degli investitori aumenta: possibile che dentro il governo ci sia una tale confusione che vengono avallate anche queste idee? O il documento è il segnale che c’è un pezzo di maggioranza che, a dispetto di tutte le dichiarazioni pubbliche, continua a coltivare disegni di scontro frontale contro Bruxelles e le regole dell’Eurozona? La prima risposta, e quindi il primo verdetto dello spread, arriverà il 27 settembre, con la presentazione dei saldi nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza.

Deficit, nomine, banche lo scontro col ministro che non fa toccare palla

Nonostante l’assedio, Giovanni Tria non molla. Il ministro dell’Economia non ha intenzione di cedere sul deficit da fissare nel 2019. È l’ultima linea del fronte di uno scontro con gli alleati di governo, soprattutto M5S, iniziato subito dopo la sua nomina su indicazione del “retrocesso” Paolo Savona.

Tria ha deciso di fissare all’1,6% del Pil il deficit pubblico per il prossimo anno, di poco inferiore a quello con cui si chiuderà il 2018. In sostanza una manovra lievemente recessiva, che ha già l’avallo di Bruxelles, ma meno dello 0,8% a cui si era impegnato a fare il governo Gentiloni (una stangata). In questo modo si potrà solo rinviare l’aumento dell’Iva e nulla più. “Vorrebbe dire non fare quasi niente del programma di governo, a meno che non si facciano solo tagli”, l’ha fulminato ieri il viceministro Laura Castelli (M5S). Stessa linea della Lega: i due alleati concordano nel portare il deficit almeno al 2,4%, con un maggior spazio fiscale di 15 miliardi da dividere tra pensioni, Reddito di cittadinanza e taglio delle tasse alle partite Iva.

I rapporti tra il ministro e la maggioranza, specie i 5stelle, non sono mai stati sereni. A tre mesi dall’insediamento, Tria è l’unico che non ha ancora assegnato le deleghe ai suoi viceministri (oltre alla Castelli, Massimo Garavaglia della Lega) e ai sottosegretari, Villarosa (M5S) e Bitonci (Lega), con il risultato paradossale che ognuno segue temi diversi senza averne titolarità. In questo modo può bloccarli in qualsiasi momento. A nulla sono servite le pressioni di Di Maio. Tria non vuole assegnare la delega su Finanza pubblica e bilancio dello Stato – con annessa gestione della manovra in Parlamento – alla sua vice pentastellata. Così come non lascia quella sul fisco a Garavaglia, reo di essersi mosso al ministero in un modo non gradito al ministro.

Appena insediato, Tria ha lasciato tutti di stucco. Ha confermato la prima linea ereditata dal precedessore Pier Carlo Padoan, a partire dal capo di gabinetto Roberto Garofoli, così come i vertici del Dipartimento finanze. Per settimane ha battagliato con i 5Stelle sul nuovo direttore generale del Tesoro, dove ha promosso Alessandro Rivera, dirigente che per conto di Padoan ha gestito le disastrose trattative con l’Ue sulle crisi bancarie, stoppando i 5stelle che spingevano per Antonio Guglielmi di Mediobanca. Stessa lite sui vertici di Cassa Depositi e Prestiti, dove ha dovuto cedere ai pentastellati nominando ad Fabrizio Palermo (Tria voleva Dario Scannapieco). Il massimo dello scontro si è raggiunto con la decisione, presa in gran segreto, con cui Tria ha nominato il rappresentante al Fondo monetario internazionale per l’Italia, l’Albania, la Grecia e San Marino (la poltrona che fu di Carlo Cottarelli). Il ministro ha scelto di sostituire Alessandro Leipold con Domenico Fanizza, già rappresentante per l’Italia nell’African development bank senza informare gli alleati. I 5Stelle lo sono venuti a sapere dopo le proteste di uno dei Paesi rappresentati da Panizza per non essere stato consultato. Poi ci sono le note, per così dire, di colore. Ad aprile Tria ha nominato consulente per gli Affari pubblici Claudia Bugno, ex coordinatrice generale per la candidatura di Roma alle olimpiadi del 2024, indicata da Matteo Renzi ed ex membro del cda di Etruria prima del crac della banca aretina cara alla Boschi.

Il risultato di questa situazione è un déjà vu di questi anni, con il ministro dell’Economia “tecnico” a tracciare il solco del rispetto delle regole europee (il Fiscal compact che impone il pareggio di bilancio) e il Quirinale, con la sponda di Bruxelles a difenderlo. Oggi al Tesoro ad avere l’ultima parola sulle norme fiscali sono gli stessi vertici scelti da Padoan, così come sui temi bancari cari. Non è un caso che l’istituzione di una nuova commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche, dopo quella della scorsa legislatura, ancora non decolli. Il disegno di legge c’è ed è depositato in Senato dai 5Stelle. Doveva essere calendarizzato da settimane, poi i tempi sono slittati (pare si cominci a discuterne a fine mese in commissione Finanze). Un ritardo che si spiega anche con le preoccupazioni di Bankitalia, le cui apprensioni sono assai ascoltate al Tesoro e al Colle. La nuova commissione – su cui Salvini e Di Maio hanno dato l’ok – si dovrà occupare di vicende che spaventano i vigilanti, soprattutto se vorrà far luce sui guai bancari degli ultimi anni e la disastrosa gestione delle trattative sull’unione bancaria che ha portato ad accettare una norma, il bail-in, che scarica i costi delle crisi sugli obbligazionisti, poi bollata da Bankitalia come “rischio sistemico” per l’intero settore.

Ora sul deficit i 5Stelle si giocano l’intera partita. Tria non vuole mollare, forte di un’assicurazione sulla sua vita politica. Di Maio e il resto dei vertici M5S, così come quelli leghisti, hanno chiaro che silurare il ministro dell’Economia, peraltro indicato dal presidente della Bce Mario Draghi come garante dei conti pubblici, alla vigilia della manovra avrebbe contraccolpi troppo pesanti da gestire.

Pensioni d’oro, c’è l’accordo M5S e Lega assediano Tria

Non si placa lo scontro tra gli alleati di governo e il ministro dell’Economia Giovanni Tria per avere un deficit superiore all’1,6% il prossimo anno, in modo da poter avviare il programma elettorale.

Ieri Luigi Di Maio ha ribadito l’avviso al ministro: “Ho fiducia in lui, ma se non troviamo le risorse si va a casa. Si può ricorrere a un maggior deficit, da recuperare in 1-2 anni”. Sulla stessa linea anche il plenipotenziario leghista Giancarlo Giorgetti: “Con misure serie si può sforare il 2%”. La giornata era iniziata con l’attacco del viceministro all’Economia Laura Castelli, M5S: “Con l’1,6% non si puo fare nulla”. Il governo, svela Castelli, punta ad alzare le pensioni minime a 780 euro già da gennaio, per poi partire ad aprile con il Reddito di cittadinanza, in modo da arrivare alle Europee di maggio con una parte del programma già avviato. Il malumore tra i 5Stelle è altissimo, al punto che è dovuto intervenire il premier Giuseppe Conte, per rassicurare i parlamentari grillini, alla presenza di Di Maio, che “il Reddito di cittadinanza si farà”. “Faremo una manovra seria, non è questione di decimali”, ha poi spiegato il premier. Anche Salvini avvisa il ministro (che per ora tace): “Può dormire sonni tranquilli? Gli italiani possono”. La richiesta degli alleati è avere un deficit al 2,4%. Ci sarebbero 15 miliardi da spartirsi, tra Reddito di cittadinanza e pensioni minime (M5S) e il nuovo regime di tassazione per le partite Iva e riforma della legge Fornero (con quota 100 da declinare in qualche modo) chiesti dalla Lega. Intanto i due alleati trattano per trovare l’intesa sulla “pace fiscale”, il nuovo condono che dovrebbe servire a finanziare parte della manovra. Intesa raggiunta, invece, sul taglio alle “pensioni d’oro”, che riguarderà gli assegni mensili netti oltre i 4.500 euro. “Toccherà solo la parte non coperta dai contributi”, assicurano dalla maggioranza, anche se il testo di legge presentato – dove entra anche una stretta ai benefici di cui godono le pensioni dei sindacalisti – il taglio non sarebbe parametrato ai contributi, ma all’età di pensionamento: prima si è lasciato il lavoro, più grande sarà il taglio dell’assegno. Un meccanismo che sicuramente finirà all’esame della Corte costituzionale.

Fisco per fiasco

Si può chiamarla come si vuole: voluntary disclosure, concordato fiscale, emersione del sommerso, rottamazione delle cartelle, definizione agevolata, ravvedimento operoso e altri sinonimi alla vaselina, come facevano i paraculi di destra e di sinistra; oppure pace fiscale, come fanno i paraculi giallo-verdi. Ma se una legge consente a chi non ha pagato le tasse di cavarsela versandone una parte, senza multe né conseguenze penali, condono è e condono rimane. Quindi un “governo del cambiamento” che si rispetti dovrebbe partire di qui: chiamando le cose col loro nome senza prendere in giro gli italiani. La pace presuppone una guerra e noi – parlo a nome di quei pirla che pagano le tasse fino all’ultimo euro – non ne abbiamo mai vista una. O meglio, una la combattiamo da sempre: contro gli evasori, che ci costringono a pagare molto più della media europea. Purtroppo l’abbiamo sempre persa, ma siamo un po’ stufi di continuare a perdere. Cioè a pagare anche per chi non paga. Anche perché non sapremmo proprio con chi farla, la pace. E ci girano vorticosamente le palle se la pace la fa chi non paga, trattato da pacifista anziché da evasore. Ciò premesso, non è ancora chiaro quanti saranno i neo-condonati, per quali importi evasi, in cambio di quali importi e per quale durata. Noi avevamo capito che M5S e Lega fossero vincolati a un contratto di governo. E, a scanso di equivoci, siamo andati a rileggerlo. Sull’evasione dice due cose.

1) “È opportuno instaurare una ‘pace fiscale’ con i contribuenti per rimuovere lo squilibrio economico delle obbligazioni assunte e favorire l’estinzione del debito mediante un saldo e stralcio dell’importo dovuto, in tutte quelle situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica. Esclusa ogni finalità condonistica, la misura può diventare un efficace aiuto ai cittadini in difficoltà ed il primo passo verso una ‘riscossione amica’ dei contribuenti”.

2) “Anche in considerazione della drastica riduzione del carico tributario grazie alla flat tax e alle altre misure… sul piano della lotta all’evasione fiscale, l’azione è volta a inasprire l’esistente quadro sanzionatorio, amministrativo e penale, per assicurare il ‘carcere vero’ per i grandi evasori”.

Nella sua prima intervista (al Fatto) e in quella di ieri alla Verità, il premier Conte ha raccontato la favola “pace fiscale non è condono”, senza sbottonarsi sulle cifre. Poi però si è attenuto al contratto: “La pace fiscale è imprescindibile”, ma solo nell’ambito di “un progetto organico di riforma (del fisco, ndr), basato su una nuova alleanza tra cittadino e fisco”.

Insomma “l’azzeramento delle pendenze” sotto una certa soglia “è funzionale per ripartire con un nuovo rapporto con il fisco”, che prevede le manette per chi poi sgarra: “L’inasprimento delle pene è un tassello fondamentale della nostra riforma fiscale… significa che chi commette reato deve andare in carcere”. Siccome il prof. è esperto di diritto privato e civile, ma non tributario, gli ricordiamo un piccolo dettaglio: aumentare le pene è sacrosanto, perché le attuali non consentono né custodia cautelare né intercettazioni e garantiscono la prescrizione assicurata; ma per commettere reato e dunque rischiare di finire sotto processo (per poi farla franca 99 volte su 100) bisogna superare soglie di evasione talmente alte che, anche volendo, possono farcela soltanto pochissimi miliardari. Quelle soglie, introdotte dal centrosinistra, furono poi abbassate da Tremonti (incredibile a dirsi) nel 2010 e rialzate a dismisura da Renzi. Quindi, prima di inasprire le pene, bisogna abbattere quei tetti e fare come nei Paesi civili: chi non paga le tasse commette reato, a prescindere da quante ne ha evase. E bisogna farlo subito, contestualmente allo sciagurato condono. Che si spera sia quello previsto dal contratto, limitato esclusivamente alle “situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica”, cioè a chi non ha pagato fino a un certo importo le cartelle Equitalia perché non aveva soldi, mentre prima della crisi aveva sempre pagato fino all’ultimo cent. E l’importo massimo non può essere 1 milione l’anno, come vorrebbe la Lega (che parla addirittura di una riapertura della voluntary disclosure, cioè del mega-scudo per i capitali all’estero), ma poche centinaia di migliaia di euro, non di più.

Solo così il condono (a quel punto mini) potrà essere digerito dai contribuenti onesti, che sono tanti e non ne possono più di veder premiati i ladri. E solo così si ridurrà al minimo quel devastante effetto-deterrente che ogni condono produce sulla fedeltà fiscale. In questi giorni, al solo evocare la “pace fiscale”, gli studi dei commercialisti sono presi d’assalto da clienti che domandano se sia proprio il caso di pagare le imposte (e anche l’ultima rata della rottamazione delle cartelle voluta da Renzi&C.). Se nessuno, dal governo, farà chiarezza sui limiti del condono di qui all’approvazione della manovra, si rischia un crollo del gettito che finirebbe per elidere gli eventuali introiti da evasione condonata (peraltro tutti da verificare: più condoni si fanno, più gli evasori evitano di aderirvi in attesa del successivo, sempre più conveniente del precedente). E quel pericolo si può evitare in un solo modo: inserendo subito nella manovra anche la parte organica della riforma fiscale: nuovo reato di evasione e di frode senza più soglie di impunità; e raddoppio delle pene. È l’unico modo per spaventare e dissuadere chi oggi è tentato di non pagare, en attendant la pace fiscale. Conte dice che “il fisco non dev’essere visto come nemico”. Ma dovrebbe aggiungere “dai contribuenti onesti”. Per gli evasori, invece, il fisco dev’essere un nemico acerrimo. E fare la guerra, non la pace.

Da Trevignano al mondo. Così il cinema racconta il viaggio

Al via domani (fino al 24 settembre) la settima edizione del Trevignano FilmFest. La rassegna, patrocinata dalla Camera dei deputati, proporrà al pubblico 12 film incentrati sul tema “Strada facendo, il cinema racconta il viaggio”. Molti gli ospiti autorevoli. Nelle due sale dello storico Cinema Palma di Trevignano Romano, cittadina sul lago di Bracciano, saranno presenti l’astronauta Umberto Guidoni, primo europeo a salire a bordo della stazione spaziale internazionale, Francesca Re David, segretario generale dei metalmeccanici Cgil, le registe Iram Haq, Susanna Nicchiarelli e Mujah Maraini-Melehi, che ha raccontato in un documentario la storia dell’internamento di suo nonno in un campo di concentramento giapponese nel 1943.Tra gli attori, Luigi Diberti e Anna Ferzetti, protagonisti di Cercando Camille, la norvegese di origine afghana Maria Mozhdah, protagonista di Cosa dirà la gente, e i giovanissimi Luca Esposito e Chiara Stella Riccio, che incontreranno gli studenti delle scuole medie di Trevignano dopo la visione di Tito e gli Alieni, che sarà proiettato lunedì mattina. L’antropologo Roberto De Angelis commenterà inoltre Visages Villages, il documentario di Agnés Varda e del fotografo JR.

Addio a Kuzminac, l’ultimo degli idealisti

“Goran, ma quante canzoni hai scritto?”. “Ma che domanda è? Sai che non lo so…”. Goran Kuzminac è fatto così, un artista puro, allo stato brado. Dovrei scrivere “era” fatto così, perché ieri Goran è morto a 65 anni, ucciso da un male infame, di quelli che non concedono spazio alla speranza. Ma un artista non muore mai, e lui voleva vivere. “Credo che morirò a 140 anni, ho ancora tante cose da imparare”.

Cantautore di successo alla fine degli anni Settanta, Goran (serbo di Zemun dalla capoccia dura), si impone ai discografici e al grande pubblico per la sensibilità della sua musica e la profondità dei testi. Suona con Francesco De Gregori, Angelo Branduardi, Antonello Venditti. Ha successo con Stasera l’aria è fresca, che nel 1979 vince Castrocaro. È l’Italia che ancora canta, nonostante tutto, gli anni di piombo al loro triste tramonto, e la “Milano da bere” alle porte.

Grande successo ha anche Ehi ci stai e Canzone senza inganni, cantata con Ron e Ivan Graziani. “Quando tutto succede all’improvviso – ha raccontato Goran in tante interviste – può dare alla testa, ma se sei giovane, il pericolo è ancora più grande. L’unica cosa che capivo fino in fondo era che non volevo fare canzoni ‘alla’ Battisti o ‘alla’ Renato Zero ecc., ma solo le mie”. Una caparbia “indipendenza” che non piace alla rampante industria discografica. Il contratto con la Rca vacilla, ma Goran continua a suonare e cantare. Concerti, produzioni per artisti importanti come Patty Pravo, canzoni composte per gruppi come I Nomadi, sperimentazioni artistiche, musiche per film e videoproduzioni. E soprattutto lo studio continuo che gli consente di affinare la tecnica del fingerpicking, per dirla semplicemente e chiedendo scusa ai puristi, una sorta di arpeggio complesso che trasforma la chitarra in una orchestra.

Goran ascolta fino a sfinirsi i dischi di Tommy Emmanuel, tra i migliori chitarristi al mondo, e porta quel modo di suonare in tutte le sue canzoni. L’industria discografica gli chiede altro, generi più vicini al gusto del pubblico. “Il vecchio e ‘illuminato’ direttore della Rca se ne era andato, e al suo posto era subentrato un ‘Commerciale’. Dissi: ‘Chi segue gli altri non arriverà mai primo’, e me ne andai sbattendo la porta”.

Il seguito è fatto di centinaia di concerti, produzioni di eccellenza con case discografiche “minori”, ma solo apparentemente. Primo di Sequals è dedicata a Primo Carnera. “Attenzione che ogni pugno è una scommessa per la gente/ Quella gente che la vedi applaudire dritta in piedi/ Quando il pugile è sfinito,/ nell’orgoglio è ferito e cade”. Testo poetico per un cantautore considerato a torto un “fuoriposto”. Ai fan che gli chiedevano perché non fosse mai in tv, Goran rispondeva: “Non telefono ai politici, ho un pessimo carattere, e sono l’ultimo degli idealisti”. E solo un “idealista” poteva dedicare, dopo una vita, anche la sua morte alla musica. Goran è già malato quando gira una clip della sua canzone Mordi la vita, prima che lei ti morda. Quattro minuti e le immagini di una vita. Goran bambino portato dalla ex Jugoslavia in Italia, la prima chitarra, Goran ragazzo, giovane padre scherzoso con le figlie. Il video scorre con la musica, perché “in fondo Icaro sta ancora volando, nessuno l’ha visto cadere giù”. E si conclude col sax che si ferma quasi di netto. Sull’immagine di un uomo ripreso di spalle mentre osserva un lago, è su una carrozzella, ma “Icaro nessuno l’ha visto cadere giù”. Come i grandi musicisti, che volano sempre e non muoiono mai.

La Rapsodia di Freddie dividerà (ancora) il mondo

All’uscita del primo trailer, fan e potenziali spettatori sono insorti: ma il Freddie Mercury omosessuale dov’è? E il Freddie Mercury malato di Aids? Bohemian Rhapsody in Italia arriverà il 29 novembre, le prime recensioni si leggeranno il 24 ottobre, per ora hanno ragione loro, gli interpreti: “Più ci evolviamo, meno c’è necessità di urlare a squarciagola come in passato, oggi libertà è poter esistere per quello che si è, senza catalogare”. Parola, e rintuzzo, di Rami Malek, che smette la felpa con cappuccio dell’hacker di Mr. Robot per i pantaloni attillati, le borchie e gli orpelli del leader, pardon “lead voice”, dei Queen.

Dalla sua, il collega di set Gwilym Lee, ovvero il chitarrista della band Brian May: “Freddie è un’icona gay, ma non conoscevo la relazione durata una vita con la fidanzata e poi amica Mary Austen e, dunque, quanto fosse una personalità complessa, non lineare, difficile da inscatolare e ingabbiare”.

Del progetto si parlava da almeno dieci anni, con una teoria di attori affiancati a Freddie, in primis Sacha Baron Cohen e poi Ben Whishaw, e anche in corso d’opera non sono mancati gli stravolgimenti: il regista Bryan Singer, che ancora figura in solitaria nei credits, è stato licenziato, a ultimarlo Dexter Fletcher, con vasto impiego di computer grafica (CGI), sopra tutto per il leggendario Live Aid di Wembley 1985. Il concerto apre e chiude il film, con i Queen sul palco e 70 mila spettatori in visibilio: proprio lì il 23 ottobre Bohemian Rhapsody verrà proiettato in anteprima, i proventi destinati al Mercury Phoenix Trust per combattere l’Aids.

Se non il final cut del biopic musicale, May e Roger Taylor, il batterista interpretato da Ben Hardy, hanno avuto l’ultima parola: non solo da produttori esecutivi, ma quali presenze costanti sul set, consigliori, parrebbe, premurosi e graditissimi. “Il loro coinvolgimento è stato inestimabile: Brian mi ha messo sotto la sua ala protettrice, mi ha dato email e numero per contattarlo e, beh, io l’ho fatto”. A Malek, May ha anche presentato la sorella di Freddie, Kashmira, affinché potesse meglio focalizzare “la storia complicata di un essere umano, di un immigrato alla ricerca della propria identità: la sua musica ha saputo toccare persone diverse, esaltando un senso di appartenenza, una possibilità di coesistenza. In questo Freddie è stato autenticamente rivoluzionario”.

Nato a Los Angeles da genitori egiziani, Rami condivide qualcosa con il suo personaggio, all’anagrafe Farrokh Bulsara, di etnia parsi e religione zoroastriana, venuto alla luce a Zanzibar il 5 settembre 1946, cresciuto in India e trapiantato a Londra con una famiglia, almeno nella finzione, alla East Is East. Ma quanto davvero di Malek c’è in questo Mercury, e viceversa? Le movenze reggono, una minima somiglianza c’è, non i denti (finti) e nemmeno l’ugola, non del tutto: per le canzoni la voce di Ramy è stata “impastata” con quella di Freddie e, prevalente, del canadese Marc Martel.

Ventisette anni dopo la morte (24 novembre 1991) Mercury arriva sullo schermo con un messaggio non archiviabile: “Celebrare la vita, la bellezza e la gioia della vita, senza la preoccupazione di essere fighi o amati dai critici”, ma Bohemian Rhapsody non mancherà di dividere, e forse “se la fan base dei Queen è il mondo” era da mettere in cantiere. Da parte sua, Malek non si scompone, e riassume onori e oneri con un medley: “Under pressure don’t be afraid to love, ’cause we are the champions of the world”.

Netflix, le sale e la tempesta perfetta. Mai sulla mia pelle

Andrea Occhipinti, le han fatto la pelle o l’ha venduta cara? “Di sicuro non me l’hanno fatta”. Di pelle, in ogni caso, si tratta: Occhipinti ha deciso di dimettersi da presidente della sezione distributori dell’Anica “perché la nostra scelta – si legge nel comunicato della sua società Lucky Red – di distribuire Sulla mia pelle di Alessio Cremonini in contemporanea nelle sale e su Netflix ha creato molte tensioni tra gli esercenti che lo hanno programmato (pochi) e quelli che hanno scelto di non farlo (molti). Il successo del film ha aumentato queste tensioni”.

Occhipinti, nessun rimpianto?

Ho fatto la cosa più opportuna. Abbiamo realizzato il film pensandolo per il cinema, abbiamo corso i nostri rischi, poi è venuto bene, l’ha comprato Netflix: positivo, un’opera prima italiana distribuita in 190 Paesi. Certo, Netflix ha quelle modalità, non c’erano alternative all’uscita in sala in contemporanea.

Le sue dimissioni sono arrivate solo oggi (ieri, ndr).

Era la prima riunione utile dopo la pausa estiva. C’è da dire anche che la cosa è montata, insomma, ho capito che era il momento di farlo.

Perché?

Non volevo che una scelta personale, la mia, fosse intestata ai distributori, che anche solo ci si chiedesse: la condividono o meno?

Le hanno chiesto di dimettersi?

No, nessuno. E voglio essere chiaro: io combatto insieme agli esercenti, non sono il nemico. Sulla mia pelle ha provocato una scintilla, ma la questione non riguarda Lucky Red e gli esercenti italiani, bensì Netflix e l’esercizio nel mondo.

In Italia siamo reduci dalla peggiore estate al botteghino degli ultimi 13 anni.

Questa sofferenza ha amplificato la reazione, si capisce: molti esercenti sono sul punto di chiudere, i contributi sono fermi, e così il Leone d’Oro a Roma di Cuarón, i Coen, Greengrass passati a Venezia e anch’essi targati Netflix che non vedranno la sala li hanno spaventati. Quindi, la tempesta perfetta, Sulla mia pelle, di cui non sono il responsabile.

Non tutti sanno che oltre a essere distributore e produttore con Lucky Red, è anche esercente, amministratore delegato di Circuito Cinema: crede nella sala?

Eccome, è la fruizione migliore: condivisione, emozione, l’esperienza più forte, più bella.

Però?

Il mondo cambia, la reazione non può essere lo spavento. Sulla mia pelle è divenuto un caso, e che in certe sale sia andato bene ha fatto incazzare, non poco.

C’è un’altra novità: le proiezioni pirata, affollatissime.

Beh, la pirateria condivisa non è una novità, in certi posti piratavano Sky per vedersi le partite: non cambia poi molto.

Le sale da tempo non ospitano più solo cinema: concerti, opera in diretta, documentari d’arte, pilot di serie tv. E se i film Netflix fossero la pena del contrappasso?

Non deve nemmeno chiederselo, altrimenti la mettono in croce.

Come se ne esce?

Tocca essere più sofisticati, serve diversificare. Ci sono dei film che possono arrivare in sala per uscite piccole e trovare poi una visibilità più importante sulle piattaforme: non ha senso spendere centomila euro per lanciare un titolo che non dura nemmeno una settimana. Quante volte capita che il pubblico senta parlare di un film e non sappia dove trovarlo, perché non è più in programmazione? Per questi, che non hanno possibilità reale di visione se non nella pirateria, le piattaforme sono un’opportunità preziosa di sfruttamento. Non sapevamo che impatto Sulla mia pelle avrebbe avuto quando ci han chiesto di comprarlo, ma oggi possiamo chiederci: che strada avrebbe fatto senza Netflix?

Il protagonista Alessandro Borghi ha twittato: “Ma oggi, lasciatemelo dire, sapere che a Roma siamo solo in 5 sale, mi fa davvero tanto incazzare”. Che gli rispondiamo?

Stacce! Scherzi a parte, il problema è la realtà del mercato, conseguenza diretta della brevità della nostra stagione: l’estate da noi non esiste, sicché abbiamo la durata media di tenitura più esigua in Europa.

Occhipinti, lei è produttore, distributore e pure esercente: nessun conflitto d’interessi?

Non c’è conflitto, faccio le cose che hanno senso in ogni comparto. Prendo dei film, ma se poi temo non abbiano vita in sala non li faccio uscire: Sulla mia pelle da esercente l’ho preso.

Ma chi ha vinto, l’Occhipinti produttore, il distributore o l’esercente?

Ha vinto il produttore, poi l’esercente, il distributore non so. C’è chi dice che rompo gli schemi, e chi che rompo le palle. Ma…

Ma?

Solo una cosa, la più rilevante: le sale per Sulla mia pelle erano piene di giovani. E noi, ci facciamo la guerra?

Yom Kippur, quando finì l’infallibilità di Israele

In occasione dello Yom Kippur sono stati declassificati in Israele molti documenti relativi all’attacco di Egitto e Siria. Lo Stato ebraico fu sorpreso da quell’attacco nonostante i molti segnali che venivano dal Cairo e Damasco, gli avvertimenti dell’intelligence, le manovre delle forze armate egiziane lungo il Canale di Suez. Il 6 ottobre 1973 Israele fu colpito nella data più intima delle sue festività, il Kippur, il giorno dell’espiazione (dei peccati). Unica giornata dell’anno in cui Israele rimane immobile, è tutto chiuso, non ci sono notiziari tv né radio, chiusi ristoranti e caffè. Persino porti, aeroporti e le frontiere restano, per 24 ore, sbarrati.

La notte del 5 ottobre 1973, mentre i generali dello Stato maggiore si salutavano con il rituale augurio per il Kippur – “Hatima Tova” – dandosi appuntamento 48 ore dopo, convinti che non ci sarebbe stato nessun attacco contro lo Stato ebraico, il capo del Mossad Zvi Zamir mandava da Londra un messaggio destinato al primo ministro Golda Meir che avvertiva di imminente attacco: “L’esercito egiziano e l’esercito siriano sono pronti a lanciare un attacco sabato 6.10.’73 al crepuscolo”, recita la prima riga del documento, reso pubblico dagli Archivi di Stato. Nella sua missiva di 5 pagine, completa di note manoscritte a margine, il capo del Mossad scriveva che la guerra poteva potenzialmente essere evitata se Israele avesse reso pubblico il piano di attacco.

Anche se nessuno aveva mai visto l’originale, il documento scritto da Zamir era noto, così come lo era l’identità della sua fonte, Ashraf Marwan, un confidente dell’allora presidente egiziano Anwar Sadat, genero in disgrazia dell’ex presidente Nasser. Il documento include però dettagli sulle informazioni che Marwan aveva passato a Zamir mai rese note, come il suo suggerimento su come scongiurare la guerra.

La pubblicazione di un comunicato del Mossad è un evento davvero raro, i documenti dell’Istituto rimangono in genere classificati per diversi decenni. Meno rara è stata invece la decisione degli Archivi del ministero della Difesa di rilasciare le trascrizioni della riunione dei generali dell’Idf il giorno prima della guerra. Le trascrizioni indicano che gli alti ufficiali avevano notato la mobilitazione di egiziani e siriani ma riportano come il capo dell’Intelligence militare, Eli Zeira, ritenesse le probabilità d’un attacco “molto basse, quasi inesistenti”.

Il Mossad era però certo della sua fonte. Marwan era una “importante risorsa” fin dagli anni Sessanta, il suo nome in codice era “Angelo”. Due giorni prima aveva contattato il suo gestore nel Mossad e chiesto un incontro con Zamir proprio per avvertirlo dell’imminente attacco e come sarebbe stato condotto.

Marwan disse al Mossad che l’Egitto avrebbe probabilmente limitato l’azione alla penisola del Sinai, che Israele aveva conquistato nella Guerra dei Sei giorni nel 1967.

Il mattino dello Yom Kippur del 1973 la guerra trovò l’esercito israeliano impreparato, nonostante la lettera di avvertimento di Zamir e le altre pericolose avvisaglie. Oltre 2.500 soldati israeliani morirono nei combattimenti, insieme a migliaia di militari egiziani, siriani e iracheni.

La pubblicazione del documento, 45 anni dopo getta nuova luce su una vecchia polemica, sulla responsabilità del mancato allarme degli attacchi imminenti. La guerra del Kippur e i fallimenti dell’intelligence che hanno impedito ai militari di vedere ciò che era così ovvio in retrospettiva, rimangono argomenti scottanti in Israele. Dopo la guerra, la commissione investigativa Agranat riconobbe Eli Zeira colpevole di “gravi errori” di giudizio. Ancora oggi, il 90enne ex capo dei servizi segreti militari si considera non responsabile, ammette errori di valutazione ma su Marwan rimane sempre della stessa idea: era un agente doppio e inaffidabile. Anche Zamir, 93 anni, non ha perso la verve e incolpa Zeira e l’Idf dei fallimenti dei servizi segreti militari che hanno fatto sì che Israele venisse colto di sorpresa. Nel 2004, cercando di promuovere la sua teoria su Marwan, Zeira rese noto il nome dell’agente che aveva avvertito il Mossad. Tre anni dopo Marwan, nel frattempo stabilitosi a Londra, cadde da un balcone della casa di Chelsea. Zamir ha chiesto che Zeira fosse processato per aver rivelato il nome di Marwan, e sebbene l’ex procuratore generale Yehuda Weinstein nel 2012 lo abbia condannato, decise di non processarlo, citando il contributo alla sicurezza nazionale, l’età avanzata e i molti anni trascorsi dagli eventi.