Bibi e Putin, guerra e pace in Siria

Il “fuoco amico” siriano ha abbattuto l’altra notte un Ilyushin-20 russo che aveva a bordo 15 militari. È stato un S-200 – missile di un sistema antiaereo fornito dalla Russia alla Siria – a disintegrare sulle acque del Mediterraneo il velivolo che si avvicinava alla costa siriana. In quel momento i cieli erano attraversati dai missili sparati da quattro caccia F-16 israeliani che stavano attaccando il porto di Latakia e dal fuoco di risposta della contraerea.

Per tutta la giornata di ieri sono volate parole grosse fra Mosca e Gerusalemme, l’ambasciatore israeliano è stato convocato dal ministero degli Esteri russo per “chiarimenti”, il portavoce dello stesso dicastero definiva quella israeliana una “provocazione deliberata”. Poi in serata, prima che in Israele iniziasse la festività dello Yom Kippur, il presidente russo Vladimir Putin e il premier israeliano Benjamin Netanyahu si sono parlati al telefono. Putin ha cercato di stemperare la tensione assolvendo Israele e parlando di una “tragica fatalità”, di “una catena di tragiche circostanze accidentali”, ma ha anche annunciato “nuove misure per proteggere i militari in Siria che saranno evidenti a tutti”.

Israele si è detto addolorato per le perdite dei militari russi, ma ha scaricato ogni colpa sul presidente siriano Bashar Al Assad. “Il premier – afferma un comunicato ufficiale – ha sottolineato l’importanza che prosegua la cooperazione di sicurezza fra Israele e Russia, che negli ultimi tre anni è riuscita a impedire vittime da ambo le parti”.

Israele accusa Damasco di aver sparato all’impazzata verso il cielo sopra Latakia e afferma che i propri caccia avevano già lasciato l’area quando è stato abbattuto l’aereo russo. “L’antiaerea siriana – affermano le Forze armate dello Stato ebraico in una serie di tweet – hanno fatto fuoco in modo indiscriminato, senza assicurarsi che non vi fossero aerei russi a tiro”. Quanto ai caccia con la Stella di David, questi erano “già nello spazio aereo israeliano”. L’Ilyushin-20, che stava rientrando alla base aerea russa di Hmeimim, vicino a Latakia, era scomparso mentre imperversava lo scontro tra caccia con la Stella di David e i siriani. Obiettivo del raid israeliano un deposito di munizioni e un sito industriale, due i morti e almeno 10 feriti, tra cui sette militari siriani, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani. Israele negli ultimi tempi ha intensificato le operazioni in Siria contro arsenali e armamenti forniti dall’Iran, soprattutto contro i depositi destinati al trasferimento di armi pesanti dagli iraniani agli Hezbollah libanesi che combattono a fianco di Assad. Israele – ha avvertito Netanyahu – non può permettere che la milizia libanese si possa dotare di armi ancor più sofisticate di quelle che già possiede e che sono puntate contro lo Stato ebraico. Le accuse di Mosca contro Gerusalemme sono motivate dal fatto che lo Stato ebraico avrebbe avvertito del raid aereo il comando russo in Siria soltanto un minuto prima di passare all’azione.

Caso Chemnitz, trasferito il capo degli 007 che aveva contraddetto la cancelliera Merkel

L’intransigenza tedesca non prevede che un capo dei servizi segreti metta in discussione la tenuta del governo, soprattutto se la Große Koalition ha giù i suoi problemi a stare in piedi. Così ieri, dopo una serie di riunioni, è stata annunciata la rimozione dall’incarico del capo del servizio di intelligence interna BfV, Hans-Georg Maassen. Il funzionario, dopo le tensioni sociali a Chemnitz – AfD e Pegida avevano cavalcato le proteste per l’omicidio di un tedesco durante una rissa, il sospettato, un iracheno, ieri è stato scarcerato – era entrato nel mirino per essere stato accusato di collusione con l’estrema destra. “Maassen diventerà segretario di Stato presso il ministero dell’Interno”, annuncia il governo al termine dell’ennesima riunione fra i tre maggiori esponenti della coalizione: la cancelliera Angela Merkel (Cdu), il ministro dell’Interno Horst Seehofer (Csu) e Andrea Nahles (Spd). Una settimana fa proprio i socialdemocratici avevano chiesto le dimissioni di Maassen a seguito di sue dichiarazioni che avevano messo in imbarazzo la cancelleria; mentre Merkel aveva parlato di “caccia agli stranieri” a proposito delle manifestazioni di neonazisti e ultradestra a Chemnitz, Maassen aveva detto che non c’era stato nulla di tutto questo. La condanna di Merkel era giunta dopo aver visionato diversi filmati, ma il capo degli 007 tedeschi ne aveva messo in dubbio l’autenticità. Maassen sembrava avere l’appoggio del ministro Seehofer, ma evidentemente non è bastato: ora è diventato una vittima, almeno per l’AfD: “Chiunque critichi l’illegittima politica sull’immigrazione di Merkel viene schiacciato senza pietà”, ha detto Alice Weidel.

Yemen, conflitto per procura: tre anni di carneficina invisibile

Dal 2015 in uno dei Paesi più poveri del mondo, lo Yemen, nella penisola arabica, è in corso una guerra civile devastante che, come in Siria, si è quasi subito trasformata in una guerra per procura. Ovvero un conflitto alimentato dalle mire geopolitiche di potenze straniere, in questo caso Arabia Saudita e Iran.

Gli Stati Uniti, stretti alleati di Ryad, così come molte nazioni europee, tra cui l’Italia, hanno venduto la maggior parte delle armi usate dai sauditi per distruggere assieme alle forze governative del presidente sunnita Abd Mansur Hadi i ribelli di religione sciita – foraggiati dall’Iran e da Hezbollah – Houthi che controllano la capitale Sana’a e il nord-ovest del Paese.

Confinante con l’Oman e l’Arabia Saudita, lo Yemen è una piattaforma naturale strategica perché controlla mezzo stretto di Bab el Mandeb, che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden, una delle rotte cruciali per il commercio, soprattutto per il transito delle petroliere. Lo Yemen, abitato all’inizio del conflitto da circa 23 milioni di persone, è da decenni uno “Stato fallito” e pertanto è diventato con il tempo un terreno fragile esposto alle mire dei due paesi più potenti del Medio Oriente. Secondo gli analisti questa è una delle guerre più complesse nell’attuale caos mediorentale.

Il conflitto ha le sue radici nel fallimento della transizione politica seguita alla rivolta del 2011 (inserita nel quadro della cosiddetta Primavera araba) che costrinse l’allora autoritario presidente Ali Abdullah Saleh a consegnare il potere al suo vice Abd Mansour Hadi, anche oggi riconosciuto dalla comunità internazionale come capo dello Stato legittimo e residente ad Aden, nel sud, dopo il colpo di Stato del 2015. Saleh è stato il primo presidente dello Yemen, dal 1990 al 2012, dopo essere stato presidente dello Yemen del Nord tra il 1978 e il 1990, quando questa area si unì allo Yemen del Sud. Dopo essere stato ferito gravemente all’inizio della rivolta, Saleh rientrò nella Capitale, Sana’a, dove ricominciò a destabilizzare il clima politico fino ad allearsi con gli Houthi sciiti che un anno e mezzo fa lo assassinarono a causa del suo ennesimo voltafaccia. Il presidente Hadi, nel frattempo, da Aden ha dovuto affrontare gli attacchi di al Qaeda nel sud, la lealtà di molti ufficiali militari a Saleh, così come la corruzione, la disoccupazione e l’insicurezza alimentare. Ma non è riuscito a convincere la maggior parte degli yemeniti – tra cui numerosi sunniti – che a un certo punto hanno preferito mettersi dalla parte degli Houthi. Anche per questo sostegno popolare, tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, i ribelli sciiti sono riusciti a conquistare la capitale. Da allora il presidente riconosciuto Hadi è stato costretto a riparare nella città portuale meridionale di Aden.

Allarmati dall’allargamento del sostegno agli Houthi, l’Arabia Saudita e altri otto stati arabi sunniti entrarono a quel punto nel teatro di guerra con una campagna di bombardamenti aerei allo scopo di riportare Hadi a Sana’a. La coalizione ha ricevuto supporto logistico e di intelligence da Stati Uniti, Regno Unito e Francia. In questi tre anni di feroci bombardamenti contro infrastrutture e civili che hanno provocato anche epidemie di colera e una gravissima carestia, la situazione è in stallo. L’Onu ha tentato per ben tre volte di portare al tavolo dei negoziati i contendenti, ma tutti gli sforzi sono finora risultati vani. Le forze filogovernative – composte da soldati fedeli al presidente Hadi e prevalentemente da tribù e separatisti meridionali sunniti – sono riuscite a fermare i ribelli prima che raggiungessero Aden solo dopo una battaglia durata quattro mesi. Il problema è che gli alleati di Hadi non sono compatti: pochi mesi fa, gli Emirati Arabi hanno sostenuto con più forza i separatisti del Sud creando divisioni all’interno del distretto di Aden e nella città meridionale ci sono stati scontri, durati alcuni giorni, tra le forze alleate. I separatisti in cerca di una nuova indipendenza per lo Yemen del Sud, non sono affidabili nonostante l’alleanza formale con le truppe fedeli al governo di Hadi, e sono un ulteriore motivo di preoccupazione per il presidente riconosciuto.

Nonostante un lungo assedio, gli Houthi continuano a controllare Sana’a e, a loro volta, assediano la città meridionale di Taiz, riuscendo anche a lanciare missili oltre il confine. I jihadisti di al Qaeda nella penisola arabica (AQAP) e gli affiliati rivali del gruppo di Stato islamico hanno approfittato del caos conquistando territori nel sud e compiendo attacchi mortali, in particolare ad Aden. Il lancio di un missile balistico da parte degli Houthi contro Ryad nel novembre 2017 ha spinto la coalizione guidata dai sauditi a intensificare i bombardamenti. La coalizione ha detto di voler fermare il contrabbando di armi ai ribelli da parte dell’Iran – un’accusa che Teheran ha negato – ma le Nazioni Unite hanno avvertito che le restrizioni potrebbero innescare “la più grande carestia che il mondo abbia visto da molti decenni”. Negli ultimi giorni il porto di Houdaida, in mano ai ribelli sciiti, è sotto bombardamenti che non risparmiano scuole e ospedali, come già accaduto l’anno scorso. Le bombe su Houdaida, dove arrivano gli aiuti delle agenzie umanitarie internazionali, hanno provocato un forte aumento dei prezzi delle materie prime fra cui il cibo e il crollo dei servizi di base.

Tutele per le mamme freelance, in attesa per una circolare bloccata

Sono passati 16 mesi da quando, a maggio 2017, il Parlamento ha approvato lo statuto del lavoro autonomo. Oggi, dopo tutto questo tempo, diversi nuovi diritti riconosciuti dalla legge ai freelance italiani ancora non trovano applicazione nella vita quotidiana. Questo ritardo fa sì che a pagare le conseguenze sia la categoria più vulnerabile di tutte: quella delle lavoratrici madri.

Le tutele introdotte dal “Jobs Act degli autonomi” in favore di chi ha un figlio piccolo, infatti, sono rimaste sulla carta a causa di un cortocircuito burocratico che vede l’Inps scaricare le colpe sul ministero del Lavoro. Mentre tante giovani donne, che avevano salutato con favore le nuove norme, sono ancora a bocca asciutta. Stando al testo dello statuto, le lavoratrici indipendenti che godono del congedo di maternità possono continuare a esercitare il proprio mestiere anche durante quel periodo. Un modo per riconoscere la peculiarità degli impieghi autonomi: non ci sono turni fissi, quindi nulla toglie alla donna di riuscire a gestirsi gli orari senza creare disagi agli impegni della gravidanza o dell’allattamento. Tuttavia, questo diritto è rimasto sulla carta. A farlo notare è l’Acta, associazione che riunisce i freelance e i collaboratori. “Le procedure online del portale Inps – spiegano – continuano a pretendere una dichiarazione di responsabilità in carta semplice nella quale la richiedente dichiara di astenersi dal lavorare e fatturare durante il congedo obbligatorio”. Questo significa che le madri sono costrette a fermarsi, o al massimo devono dichiarare il falso per ottenere quello che spetta loro di diritto.

Non finisce qui: lo statuto ha anche allargato i congedi parentali, portando la durata da tre a sei mesi e permettendo ai lavoratori di godere del permesso entro i primi tre anni di vita del bambino (non più solo il primo anno). Anche qui, la pratica non ha recepito il dettato della legge e l’Inps continua a erogare congedi di soli tre mesi a tutti i genitori di bimbi con età superiore a un anno.

Contro questo stallo, l’Acta ha in questi giorni tempestato di post il profilo Twitter dell’Inps, che ieri ha risposto: “Il processo di adeguamento alla norma – sostengono dall’istituto di previdenza – è stato molto complesso. La circolare applicativa è stata trasmessa al ministero del Lavoro per le dovute valutazioni e siamo in attesa del prescritto parere”. Insomma, tutto fermo per una circolare che non si sa ancora quando arriverà. Gloria Daluiso, avvocato del lavoro, è intervenuta sempre su Twitter per far notare come non si possa negare un diritto riconosciuto dalla legge per l’assenza di un atto amministrativo. Ma tant’è.

Tutti i pericoli nascosti della nuova finta flat tax

Dopo soli 100 giorni dall’insediamento del nuovo governo, il miraggio elettorale della flat tax – un’imposta universale ad aliquota unica, con esenzione alla base, applicabile a tutti i tipi di reddito – sembra già svanito. In sua vece si progettano sgravi d’imposta settoriali, che in realtà ne rappresentano l’esatto opposto, o una riduzione del numero di aliquote Irpef, misure propagandate anch’esse come flat tax, con uno sconcertante slittamento semantico del termine spiegabile solo con ragioni di comunicazione politica. Non potendo avere la “cosa”, ne avremo il “nome” (nomina nuda tenemus).

Se infatti un’imposta piatta generalizzata avrebbe il vantaggio di ripristinare l’equità orizzontale superando la frammentazione dell’ordinamento fiscale e riassorbendo i molteplici microsistemi che lo compongono, l’allargamento del regime forfettario per imprese e lavoratori autonomi (cui potrebbero accedere soggetti con ricavi fino a 65 o forse 100 mila euro, il cui reddito sconterebbe un’imposta del 15-20 per cento) introdurrebbe un ulteriore regime sostitutivo dell’Irpef oltre ai tanti già esistenti.

Al di là dei dettagli che ancora non si conoscono, un regime del genere aumenterebbe le distorsioni, sia rispetto alla platea dei lavoratori dipendenti sia all’interno del mondo delle partite Iva. Con riguardo ai primi appare arduo giustificare, sul piano dei principi costituzionali (uguaglianza e capacità contributiva), una così vistosa disparità di trattamento dei redditi di lavoro, con i dipendenti che si troverebbero a pagare – rispetto agli autonomi – imposte doppie o triple a parità di reddito posseduto.

Nell’ambito del lavoro autonomo, poi, una mite imposta sostitutiva fino a 65 o 100 mila euro, con ritorno all’Irpef progressiva al superamento della soglia, introdurrebbe in corrispondenza di quell’importo un’aliquota marginale elevatissima, disincentivando l’attività produttiva una volta raggiunto il livello-soglia, oppure innescando comportamenti opportunistici (splitting dei redditi, intestazioni di comodo di attività) ed evasione da occultamento dei ricavi. E ciò anche senza considerare il vantaggio competitivo (ma anche la conseguente distorsione alla concorrenza) di cui godrebbero gli autonomi tassati a forfait grazie alla non applicazione dell’Iva sui prezzi praticati ai consumatori finali.

Le condizioni oggettive per accedere al regime forfettario, in termini di sostanziale assenza di collaboratori e dipendenti e di ridotto valore dei beni strumentali, avrebbero poi ulteriori effetti negativi sullo sviluppo, scoraggiando innovazione, investimento in capitali e organizzazione produttiva, con aggravamento dei problemi di produttività che affliggono il nostro Paese (salva l’alternativa dell’acquisizione di fattori produttivi secondo modalità occulte, con espansione dell’economia irregolare).

È d’altra parte chiaro che una consistente riduzione d’imposta, concessa agli autonomi con volume d’affari ben più elevato di quello che in origine serviva a individuare contribuenti di taglia “minima”, potrebbe indurre a riconsiderare l’inquadramento di molti rapporti di lavoro, con fuga dal lavoro dipendente e approdo al regime forfettario, stavolta per una preferenza dei lavoratori.

L’imposta sul reddito perderebbe ogni residuo tratto di neutralità, derivandone non preventivabili perdite di gettito e una diffusa conflittualità con l’amministrazione finanziaria in ordine alla qualificazione giuridica dei rapporti di lavoro e a un prevedibile aumento delle “false partite Iva”. Analoghe esigenze di comunicazione elettorale connotano poi l’azione di governo anche a proposito dell’annunciata “pace fiscale”, espressione edulcorata utile a mascherare un vero e proprio condono tributario, a riprova che, nel marketing politico, più delle cose contano i nomi (come sperimentato a onor del vero anche nella passata legislatura, con la sbandierata “cancellazione” di Equitalia in realtà trasformata in un’Agenzia della Riscossione dai poteri rafforzati).

Se si guarda tuttavia alle cose e non alle etichette, ciò che si profila all’orizzonte è un provvedimento non meramente clemenziale (abbandono di sanzioni e interessi moratori), bensì di natura premiale, con abbuono di una parte preponderante delle imposte dovute, a quanto pare anche se cristallizzate in base ad atti (accertamenti, cartelle, ecc.) non contestati, o comunque divenuti definitivi.

Una misura del genere – che non potrà riguardare l’Iva, pena una violazione delle regole comunitarie – sarebbe abbastanza inedita, traducendosi in un rovesciamento dei principi del sistema, in primis quello di indisponibilità del credito tributario. E ciò ancor più se anziché ancorare la definizione agevolata ad automatismi si dovesse dare rilievo, per l’ammissione al beneficio, alla situazione patrimoniale o reddituale del contribuente e alla sua solvibilità, cioè a un profilo non solo estraneo allo svolgimento della funzione tributaria e alla cura dell’interesse pubblico a essa sotteso, ma altresì di difficile accertamento, che impegnerebbe a fondo le limitate capacità operative degli Uffici finanziari e potrebbe dar luogo a una “selezione avversa”: per accedere alla definizione agevolata dei debiti tributari pregressi i contribuenti potrebbero infatti essere tentati da strategie di nascondimento dei redditi correnti e dei beni posseduti.

Una sanatoria sul passato, così congegnata, potrebbe insomma trasformarsi in un viatico per evasioni future, più di quanto già non accada in generale con i condoni tributari e le aspettative che questi alimentano.

La Ferrari diventa più ecologica e scommette anche sul suv

Continuità e scelte obbligate. Ma anche una buona dose d’orgoglio, quello dell’amministratore delegato Louis Cammilleri, che solo il tempo dirà se ben riposto. C’è un po’ tutto nel piano industriale Ferrari 2018-2022, il primo del dopo-Marchionne, presentato ieri a Maranello durante il Capital Markets Day.

C’è soprattutto la conferma che, dopo altri marchi blasonati come Lamborghini, anche il Cavallino avrà il suo sport utility: si chiamerà Purosangue e arriverà nel 2022, nonostante in questi ultimi anni si sia detto tutto e il contrario di tutto, a partire dalla stesso Sergio Marchionne che smentiva e poi confermava, fino al Camilleri-pensiero di ieri: “Aborro sentire la parola suv nella stessa frase con la parola Ferrari”. Ergo, la Rossa con le ruote alte sarà un qualcosa di “unico” e “mai visto”, con il team di designer guidato da Flavio Manzoni che pare sia già parecchio avanti con le bozze.

Ma in attesa del nuovo suv, grazie al quale le 9-10 mila vetture sfornate ogni anno a Maranello potrebbero raddoppiare, bisogna pur campare. Dunque tra il 2019 e il 2022 la Ferrari presenterà 15 nuovi modelli, nei quattro segmenti stategici dove attualmente opera: sportive, Gran Turismo, Serie Speciali e le serie Icona, in versioni esclusive e rigorosamente limitate come le Monza SP1 ed SP2 svelate ieri, ispirate alle auto che furono e che hanno fatto diventare Maranello una leggenda.

L’altra novità è quella delle tecnologie pulite: “Entro il 2022, circa il 60% dei modelli che produciamo sarà equipaggiato con motori ibridi”, ha spiegato Camilleri. Del resto, le normative sulle emissioni si fanno sempre più stringenti anche per le supercar, e gli altri costruttori già da tempo si stanno attrezzando. “Ci costeranno di più ma ci permetteranno di aumentare i prezzi, dunque i margini sono al sicuro”, la teoria del neo-ad.

Il piano industriale del Cavallino è stato accolto positivamente dai mercati: il titolo Ferrari corre in Borsa, chiudendo in rialzo del 3,9% a 117,40 euro.

La scheda

A luglio c’è stata la prima udienza del processo a carico di Ubi Banca e di altri 30, tra i quali l’ad Victor Massiah,
il presidente emerito di Intesa Giovanni Bazoli e sua figlia Francesca

L’indagine della procura di Bergamo, iniziata nella primavera del 2014, riguarda l’accusa di ostacolo agli organismi di vigilanza e di indebite influenze sulla formazione dell’assemblea

Emissioni, l’Antitrust Ue indaga su Daimler Bmw e Volkswagen

Adesso è ufficiale: la Commissione europea ha aperto una indagine formale sul “club dei cinque”, i costruttori tedeschi di auto per le quali è stata ipotizzata la violazione delle norme sulla concorrenza per oltre 20 anni. L’inchiesta riguarda Audi, Bmw, Daimler (che controlla Mercedes), Volkswagen (le cui sedi erano state perquisite lo scorso ottobre dalle autorità per i primi accertamenti) e Porsche. Rispetto ai sospetti sollevati dal settimanale Der Spiegel che aveva dato la notizia della possibile esistenza di un cartello nel luglio del 2017, l’infrazione a cui ha fatto riferimento la commissaria Margrethe Vestager è circoscritta alle tecnologie per il trattamento dei gas di scarico. Le case potrebbero cioè aver limitato la diffusione dei filtri antiparticolato per i motori a benzina e dei riduttori catalitici selettivi per quelli a gasolio. “Se confermata – ha spiegato l’esponente danese della sinistra radicale – la collusione avrebbe impedito ai consumatori la possibilità di acquistare automobili ambientalmente più sostenibili malgrado la relativa tecnologia fosse disponibile”. Il “caso” sarebbe nato da una autosegnalazione di Daimler, cui avrebbe fatto seguito anche quella del gruppo Volkswagen. Un precedente interessante riguarda il cartello dei Tir, multato a livello europeo con una sanzione di quasi 3,8 miliardi. Alla divisione veicoli industriali di Mercedes era toccato oltre un miliardo, mentre la tedesca Man, le cui indicazioni avevano consentito di accertare i fatti, era stata “risparmiata”. In Europa sono scattate azioni legali con richieste di indennizzo per decine di milioni di euro. A inizio anno erano stati multati (150 milioni) diversi fornitori per intese a danno dei costruttori: le tedesche Bosch, ZF, l’americana TRW (nel frattempo acquisita da ZF) e Continental e le giapponesi Denso ed NGK. Sempre per pratiche vietate che avevano finito per far aumentare i costi di trasporti dei produttori di auto erano state sanzionate (359 milioni) anche alcune compagnie di navigazione: la cilena CSAV, le nipponiche K Line, MOL (“graziata” per la collaborazione) e NYK nonché la scandinava WWL-EUKOR.

“L’assegno di ricollocazione deve essere riformato”

Reddito di cittadinanza? Meglio creare lavoro stabile con gli incentivi. Ma un sussidio universale, con centri per l’impiego potenziati, avvicinerebbe l’Italia agli altri Paesi europei”. Maurizio Del Conte insegna Diritto del Lavoro alla Bocconi, è tra gli autori del Jobs Act e dal 2016 presiede l’Anpal: l’agenzia che guida le politiche attive del lavoro, cioè i servizi che assistono i disoccupati in cerca di un impiego.

Professore, è tornata la cassa integrazione (Cig) per cessazione attività, scelta che contraddice il Jobs Act. Che ne pensa?

La cassa fine a se stessa, con l’impresa cessata e i lavoratori parcheggiati, non è funzionale al reinserimento; per quello ha più senso la Naspi, il sussidio di disoccupazione.

Lei ha sostenuto, l’anno scorso, l’avvio dell’assegno di ricollocazione (Adr): un percorso di reinserimento per quei disoccupati che ricevono la Naspi da almeno quattro mesi, poi esteso ai cassaintegrati: si può estendere anche a quelli “per cessazione”?

Sì, ma le premialità oggi previste per chi aderisce all’Adr durante la Cig per ristrutturazione,come l’incentivo a chi li assume, vanno previste anche per la Cig per cessazione, e questo ha un costo. Sarebbe paradossale se i dipendenti di un’impresa in Cig per chiusura, quindi decotta, fossero penalizzati rispetto ai lavoratori in Cig per ristrutturazione, già con maggiori speranze di reimpiego.

Con la Cig per cessazione è più facile gestire le crisi industriali, impresa che dopo il Jobs Act è sembrata più ardua.

Va capito se la crisi è finalizzata alla chiusura definitiva dell’impresa o se resta un patrimonio da salvaguardare con un trasferimento di azienda. Se c’è una delocalizzazione, resta solo terra bruciata ed è difficile il rilancio della fabbrica; in altri casi si può provare a salvarla.

Torniamo all’assegno di ricollocazione: a maggio è partito a regime, con 500 mila potenziali beneficiari. Come va?

Finora hanno aderito in poche centinaia. Quando è applicato ai lavoratori in cassa integrazione, è percepito come una difesa collettiva. Quando invece viene invitato il singolo lavoratore in Naspi c’è ritrosia a mollare uno stato di passività e attivarsi, nonostante l’adesione non faccia perdere il sussidio.

E se il problema fosse proprio la platea? L’Adr spetta solo a chi è già protetto dalla Cig o dalla Naspi. I più giovani, senza paracadute, sono esclusi. Forse con loro avrebbe più successo…

Avevamo pensato a questa ipotesi, ma le risorse non sono infinite. Per i più giovani c’è Garanzia Giovani, mentre per i disoccupati di lunga durata, con i sussidi scaduti, ci sono percorsi per ricostruire il curriculum deteriorato. Comunque non sarei affatto sfavorevole ad allargare l’Adr, risorse permettendo.

Con il Jobs Act si voleva ridurre la forbice tra garantiti e non. Per avere la Naspi e l’Adr, però, bisogna aver avuto un posto di lavoro e aver pagato sufficienti contributi. I precari sono penalizzati.

L’obiettivo è stato stimolare il lavoro stabile con gli incentivi alle assunzioni. Poi, certo, vanno date risposte anche a chi è ai margini. Non ci si può dimenticare di disoccupati che hanno avuto carriere discontinue e non godono degli ammortizzatori sociali.

Una risposta può essere il reddito di cittadinanza così come proposto: un sussidio universale condizionato alla ricerca del lavoro?

I Paesi europei con una più robusta tradizione di politiche attive hanno strumenti di welfare rivolti a tutti i disoccupati, non solo a chi ha i contributi versati. Ma il reddito ha senso solo se è credibile l’apparato di servizi per l’impiego, va rivisitato il modello italiano.

Il suo mandato all’Anpal scade a gennaio e il governo potrebbe non riconfermarla. Come lascia l’agenzia?

Visto come eravamo tre anni fa, abbiamo fatto passi avanti. Lascio al mio eventuale successore un lavoro avviato, ma questo percorso ha bisogno di tempo.

Un’autocritica?

Abbiamo commesso l’errore di prevedere la nascita dell’Anpal a costo zero.

Un legale a capo dei Musei Sarà per il cognome Bazoli?

Non se ne intende di arte, ma ha un nome che pesa: Francesca Bazoli, 50 anni, figlia di Giovanni, ex numero uno di Banca Intesa, è stata nominata a capo della Fondazione Brescia Musei, l’ente che gestisce il complesso sistema museale e artistico della città lombarda e di cui il Comune di Brescia è socio di maggioranza. Nessuno però ha rilevato che Bazoli, avvocato in uno studio legale e tributario, è imputata a Bergamo insieme al padre e ai vertici dell’istituto di credito nel processo Ubi Banca per ostacolo alla vigilanza della Consob, della Banca d’Italia e dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, di cui lunedì si è celebrata la prima udienza.

La scelta del vertice di Brescia Musei riguarda la politica per una ragione semplice: lo statuto della fondazione prevede che il presidente venga eletto dai consiglieri, la maggioranza dei quali (quattro su sette) sono indicati dall’amministrazione comunale, attualmente guidata dal sindaco del Pd, Emilio Del Bono. Il gradimento del sindaco e della giunta sul nome non sono ininfluenti, anche se il primo cittadino, raggiunto dal Fatto, non vuole commentare: “È una nomina del Cda”.

Secondo il procuratore di Bergamo Walter Mapelli e il pm Fabio Pelosi, Francesca Bazoli avrebbe fatto parte di quella “cabina di regia” occulta che in Ubi Banca “decideva le nomine degli organi della banca e delle sue partecipate” in virtù di un patto la cui esistenza era sconosciuta al mercato e agli organismi di vigilanza e che permetteva di dirigere dall’esterno “le scelte degli organi di governo della banca”: in questo modo Ubi, il quarto polo del credito italiano nato nel 2007 dalla fusione di Banca Popolare di Bergamo e Banca Bresciana, secondo l’accusa ha continuato a essere guidata dagli antichi proprietari, Emilio Zanetti per il lato bergamasco – tramite l’associazione “Amici di Ubi” – e Giovanni Bazoli per il lato bresciano, attraverso il gruppo di soci “Ablp” di cui la figlia Francesca è tuttora membro del consiglio direttivo. Il ruolo di Francesca Bazoli nella galassia della banca del padre non è mai stato secondario: oltre a far parte del consiglio di sorveglianza di Ubi, è consigliere della Fondazione Banca San Paolo (nata per “dare continuità alle ragioni ideali” del credito cattolico) ed è stata vicepresidente di Ubi Leasing.

Bazoli a Brescia è al centro di una rete di relazioni che contano: è moglie dell’avvocato Gregorio Gitti – figlio di Tarcisio, storico dirigente della Dc bresciana –, nella scorsa legislatura parlamentare di Scelta Civica poi confluito nel Pd (il suo studio legale figurava nell’elenco dei fornitori di Ubi Banca); consigliere di amministrazione di Editoriale Bresciana, società editrice (di area cattolica) del Giornale di Brescia e della tv locale Teletutto; presidente della casa editrice cattolica Morcelliana; consigliere della Cooperativa cattolico-democratica di cultura.

Bazoli faceva già parte dal 2016 del consiglio direttivo di Brescia Musei, e succede alla presidenza dell’ente al noto gallerista Massimo Minini. Una Fondazione cruciale per lo sviluppo culturale e turistico della seconda città della Lombardia: a Brescia Musei fanno riferimento il museo di Santa Giulia, la Pinacoteca Tosio-Martinengo e le numerose mostre temporanee che negli ultimi anni hanno attratto milioni di visitatori. Se il sindaco Del Bono non commenta la nomina, per la giunta si è espressa la sua vice, Laura Castelletti: “Mi fa molto piacere che Francesca Bazoli abbia dato la sua disponibilità”.

“Col Tap non esagerate”: per gli esperti di Oxford il gas sarà molto più caro

Il gas del giacimento azero di Shah Deniz, Mar Caspio, che dopo 3.500 chilometri e cinque nazioni dovrebbe alimentare il Tap (Trans adriatic pipeline) per sbucare a Melendugno (Lecce), non arriverà in Italia nelle quantità previste e costerà caro. Lo afferma un rapporto dell’Oxford institute for energy studies, il titolo è “Non esageriamo: prospettive del Corridoio sud del gas al 2030”. L’Oxford institute ha tra i suoi finanziatori le maggiori compagnie del settore, comprese Bp (a capo del consorzio che ha in concessione Shah Deniz e tra i principali azionisti Tap), Snam (altro grande azionista Tap) ed Enel (cliente del nuovo gas). E infatti il ricercatore che firma il rapporto, Simon Pirani, autore di una lunga serie di pubblicazioni sull’argomento, avverte che la ricerca, basata su dati di autorità regolatorie, compagnie petrolifere, banche e Commissione europea, “non rappresenta necessariamente il punto di vista dell’Istituto”.

Gli 878 chilometri di gasdotto tra il confine greco-turco e l’Italia, 4,5 miliardi di dollari di spesa prevista, sono il proseguimento del Tanap (Trans anatolic pipeline) che va dal Mar Caspio alla Turchia.

Per il governatore pugliese, Michele Emiliano, il Tap va fatto, ma non in prossimità del paradiso naturalistico di San Foca (litorale di Melendugno); per il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, “è superfluo, dato che i consumi di gas sono in calo”; per il premier Giuseppe Conte “è strategico”; mentre per il vicepremier Matteo Salvini serve perché “l’energia costerà il 10% meno”. Affermazione, quest’ultima, smentita pochi giorni fa dallo stesso Viminale: “Questa amministrazione non detiene alcuna documentazione” in merito alle previsioni di risparmi nelle bollette del gas, per effetto del Tap, hanno risposto al costituzionalista salentino Michele Carducci, che aveva richiesto un accesso agli atti per conto delle associazioni No Tap. Lo stesso dai ministeri di Affari esteri, Sud, Ambiente; il Mise non ha risposto. Il Tap rientra nel progetto del 2012 del governo Monti di fare dell’Italia un Hub del gas, cioè un centro di smistamento e vendita. Idea che, al di là di ogni altra valutazione, funziona se di gas ce n’è abbastanza e a prezzi convenienti.

Quantità. La Bp ha siglato contratti di fornitura con nove clienti europei, tra cui Enel, Edison, Hera, la tedesca E.On e la francese Gdf Suez: oltre 10 miliardi di metri cubi di metano l’anno (il 2% circa dei consumi europei) per 25 anni. Verrebbero dalla fase II dello sfruttamento del giacimento azero, 16 miliardi di metri cubi l’anno previsti. La Turchia è tra i principali clienti anche in questa nuova fase di produzione, le prime consegne di un contratto da 6 miliardi di metri cubi annui sono arrivate nel giugno scorso. Un miliardo di metri cubi è inoltre destinato alla Grecia e uno alla Bulgaria. Vuol dire che quanto rimane per l’Italia e gli altri Paesi europei sarebbe già il 20% meno del previsto. Inoltre, secondo le stime, la nuova produzione di Shah Deniz raggiungerà un picco di 16 miliardi di metri cubi annui entro il 2022, per declinare dal 2030, scendendo a circa 6 miliardi nel 2035. La società Tap, interpellata dal Fatto Quotidiano , conferma che il gas contrattualizzato è quello annunciato da Bp, con consegne a partire dal 2020. Se anche il gasdotto fosse pronto per quella data, quantità di metano vicine a quelle previste, stando alle stime di Pirani, si avrebbero per solo un paio d’anni. “In realtà ci sono altri giacimenti nell’area – spiega Pirani – ma non si sa quando saranno sviluppati e a chi andrà il gas”. L’Azerbaijan ha infatti aumentato i suoi consumi, così come la Georgia, e il gas del Caspio può essere venduto alla Turchia o, via Turkmenistan, ai mercati est europei e del subcontinente indiano, a costi molto minori.

Prezzi. In Italia, 75 miliardi di metri cubi di consumi annui, il gas è acquistato per l’80% con contratti a lungo termine, i cosiddetti take or pay (paghi anche se non si ritiri); sono segreti industriali ben custoditi, ma ci sono stime. Secondo Nomisma Energia, i prezzi dei contratti take or pay e quelli del mercato libero, in Europa ora sono quasi allineati, circa 27 centesimi di euro i primi, 28 i secondi. Dice Davide Tabarelli, presidente del centro studi e favorevole all’opera: “Il gas azero, se anche arrivasse a San Foca a 10 centesimi al metro cubo, renderebbe il gasdotto conveniente”. Il problema è che mentre il costo di produzione del gas russo è attorno a un centesimo di euro al metro cubo, quello estratto di Shah Deniz II, 600 metri sotto il Caspio, costa, in euro, tra i 4 e 5 centesimi. Ma a renderlo caro è soprattutto il trasporto: tra i 27 e i 29 centesimi di dollaro al metro cubo, tra i 23 e i 25 centesimi in euro: almeno il 50% in più di quanto costa portarlo per altri tragitti. Tap, invece, non ha fornito sue cifre.

Bollette. Fino a Melendugno il gasdotto è a carico di Tap. La “bretella” da 55 chilometri che da lì si allaccerebbe al terminal di Brindisi, opera “di carattere strategico”, sarà invece pagata nelle bollette, voce “servizi di rete”. Quindi rappresenterà un costo in più. L’investimento (stimato da Snam in 210 milioni) è remunerato con un tasso stabilito dall’Autorità dell’energia al 5,5% circa. Inoltre, “per le opere definite strategiche c’è una sorta di garanzia dei ricavi – spiega Carlo Scarpa, ordinario di Economia all’Università di Brescia – se scendono i consumi la società mantiene i suoi ricavi aumentando le tariffe”. L’ultimo bilancio semestrale di Snam mostra ricavi a 1,2 miliardi, in aumento del 2,3% (utile netto più 3,8%) nonostante una domanda di gas naturale in calo dell’1,6%.