Il manifesto per la riscossa dei liberal

Forse la scelta per gli elettori sarà soltanto tra un populismo di destra e uno di sinistra, ma c’è ancora chi pensa che ci sia spazio per idee e politiche che sono state sconfitte. Per celebrare i suoi 175 anni, l’Economist pubblica un lungo manifesto per “reinventare il liberalismo nel XXI secolo”. Non è un programma politico di destra, men che meno neo-liberista nel senso che intendiamo di solito. È più un tentativo di declinare in politiche concrete dei valori di fondo che il settimanale inglese (e globale) continua a difendere. La sintesi è tanto ovvia quanto difficile: bisogna trovare nuovi strumenti per raggiungere vecchi obiettivi di crescita, democrazia, concorrenza, pluralismo, uguaglianza di opportunità. Anche l’Economist riconosce che, nella sua lunga storia editoriale, i liberal hanno sostenuto politiche tra loro opposte, a seconda del momento storico.

Il messaggio di fondo è che i liberali devono continuare a vedere la società come un luogo di conflitti, di interessi contrapposti (magari anche ugualmente legittimi) in una società dinamica che offre incentivi a migliorarsi. Un’idea contrapposta a quella statica dei populismi che sono rassegnati all’assenza di crescita e nel migliore dei casi invocano una redistribuzione dalle élite verso il popolo.

L’Economist supera vari tabù: apre a un reddito minimo universale (o di cittadinanza) come nuova frontiera del welfare, arriva a chiedere nuove tasse per correggere le disuguaglianze, a cominciare da una vera imposta di successione e sulla terra, invoca una vera lotta contro i nuovi monopoli (soprattutto del digitale). L’ostacolo più grosso pare però la questione migratoria: difficile opporsi alle urla scomposte dei nazionalisti. L’Economist infatti sconsiglia idealismi da “società aperta”, meglio innovative politiche come tassare i migranti stessi per redistribuire risorse a favore delle comunità locali o incentivare fiscalmente i residenti a diventare “sponsor” di un migrante. Sono spunti, ma utili a ricordarci che l’egemonia populista non è inevitabile.

Quell’insana passione per i debiti: Astaldi adesso rischia il crac

Sono giorni difficili di grande tensione per Astaldi, il secondo general contractor italiano dopo Salini-Impregilo. Il gruppo da 3 miliardi di euro di fatturato, rischia seriamente il default per una grave crisi di liquidità che se non verrà superata può vedere il gruppo finire davvero a gambe all’aria. I segnali ci sono tutti e soprattutto le strategie messe in atto finora per fronteggiare l’emergenza finanziaria non stanno dando i frutti sperati nei modi e nei tempi previsti. Le difficoltà non sono solo legate all’aumento di capitale da 300 milioni, messo in campo già a novembre dello scorso anno e non ancora eseguito. A questa lentezza nell’approntare l’operazione si sono sommate in questi mesi le difficoltà sui fronti esteri. In primis la doccia fredda del Venezuela: la crisi del Paese latino-americano ha impattato sui conti del gruppo che ha dovuto svalutare asset in quel Paese per 230 milioni di euro. Poi la crisi turca con il crollo della moneta che rischia di pregiudicare la vendita della concessione per il terzo ponte sul Bosforo, necessaria a far affluire denaro fresco nelle casse del gruppo romano.

Del resto, che Astaldi viva il momento più tragico nella sua lunga storia lo certificano le agenzie di rating. Tutte e tre, da S&P a Moody’s a Fitch, hanno nei giorni scorsi portato il rating creditizio a livello di tripla C, a solo due passi dal crac. La preoccupazione è legata, spiega Fitch, alla posizione di liquidità che è insostenibile per ripagare i debiti a breve. E i ritardi nelle operazioni in Turchia e nell’effettuare la ricapitalizzazione, hanno solo aggravato la situazione. A marzo di quest’anno, spiega ancora l’agenzia, c’erano solo 355 milioni di cassa a fronte di ben 850 milioni di debiti in scadenza a breve termine.

Il problema di Astaldi, infatti, non è tanto a livello di conto economico. Il gruppo ha ricavi per poco più di 3 miliardi di euro e un margine operativo lordo di 366 milioni. Un discreto 12% sui ricavi che per un’impresa di costruzioni ad alto rischio operativo e ad alta intensità di capitale non è disprezzabile. Il problema grave che ha portato il gruppo guidato da Paolo Astaldi e posseduto al 51% dalla finanziaria di famiglia è, come già accaduto ad altri protagonisti del settore, l’ingente e poco razionale ricorso al debito. La leva finanziaria è sempre cresciuta negli ultimi anni e ora ha raggiunto un livello insostenibile. Il debito totale di Astaldi era a fine marzo, ultimo dato disponibile, di ben 2,3 miliardi e quello netto di oltre 1,6 miliardi. In soli 12 mesi il debito netto è salito di ben 400 milioni. In ballo ci sono debiti bancari da restituire a breve e un bond da 750 milioni con una cedola di oltre il 7% che scadrà nel 2020. Astaldi produce un margine industriale di oltre 300 milioni ma solo di interessi sul debito paga ogni anno una cifra vicina ai 190 milioni. Pensare che possa avere cassa sufficiente per far fronte alle esposizioni con le banche e con gli obbligazionisti è oggi del tutto illusorio.

Il mercato ha ovviamente capito la gravità della situazione. Il bond high yield da 750 milioni è precipitato sotto quota 40, mentre il titolo Astaldi in Borsa continua a scendere senza sosta. Nei giorni scorsi valeva poco più di un euro, con un calo del 51% a sei mesi e dell’80% a un anno. In realtà, la fuga dalla Borsa è iniziata a novembre scorso, con il titolo crollato da 6 a 2 euro in soli 15 giorni dopo l’annuncio che sarebbe stata necessario un aumento di capitale. Aumento che ancora non c’è stato.

Ovvio che la diffidenza degli investitori sia ai massimi. Troppi annunci e troppi ritardi mentre la situazione continua ad aggravarsi. I conti del semestre sono stati spostati in avanti di mese in mese e dovrebbero essere approvati tra qualche giorno. Oggi Astaldi capitalizza solo 120 milioni di euro. Un’inezia. L’aumento di capitale da 300 milioni diluirebbe molto la famiglia che avrebbe siglato un patto per l’ingresso nel capitale di un nuovo socio. Le banche a questo punto sono chiamate a decidere se allungare i tempi di rimborso dei loro crediti o se fare la voce grossa. Ovviamente senza lo sforzo finanziario della famiglia e le cessioni per le banche sarebbe difficile dare altra fiducia alla famiglia romana di costruttori.

Il caso Astaldi tiene ovviamente il centro della scena in questi giorni. Ma c’è appena stato il precedente di Condotte, il terzo gruppo di costruzioni italiano, finito amaramente in amministrazione straordinaria sepolto anch’esso, più che da una crisi industriale, da un eccesso di indebitamento. E che la smisurata passione per i debiti sia di casa presso i grandi general contractor italiani lo dice anche la situazione di Salini Impregilo, il primo gruppo italiano.

Anche Salini, non in crisi, ha un rating creditizio junk da doppia B. Non certo come Astaldi, ma indice di una struttura finanziaria tirata. Il debito netto finanziario di Salini Impregilo è oggi di 1,1 miliardi. Oltre due volte il margine industriale. Nessun allarme, ma per società che operano con commesse in contesti internazionali spesso difficili e che hanno costi d’investimento elevati, il debito se non tenuto a bada rischia a ogni choc esterno di presentare il conto. Come sta accadendo in questi giorni ad Astaldi.

Bob, l’eterno terrore della casa bianca

È curioso che in questa fase così smaccatamente post-culturale della politica americana, nella quale valori e significati sono sottomessi all’impatto dei tweet intimidatori con cui Donald Trump ha costruito la propria ascesa, siano proprio un paio di libri a dare la spallata più forte a questo traballante mandato presidenziale.

Ci ha provato a inizio 2018 il giornalista Michael Wolff con Fuoco e furia, dentro la Casa Bianca di Trump, sul caos dopo del primo anno del milionario nello Studio Ovale, basato sulla feroce testimonianza di Steve Bannon, ex-stratega delle sue Presidenziali, allontanato dall’Amministrazione e oggi battitore libero dell’anti-trumpismo di destra. Eppure quelle del libro di Wolff era solo la prova generale dell’utilizzo di Trump come oggetto di sedute di autocoscienza nazionali.

Fear – Trump in the White House alza ora l’asticella della denuncia e dell’aggressione al presidente in carica, sotto forma di saggio giornalistico. Stavolta a firmare l’operazione è il cronista più rispettato e temuto d’America. Bob Woodward è la leggenda vivente del giornalismo Usa ed è anche il titolare d’un metodo d’inchiesta che non lascia spazio a dubbi o a confutazioni, permettendogli di asserire, con l’arroganza che lo contraddistingue in età matura, l’indubitabile veridicità di tutto ciò che pubblica, basato sul suo sistema di registrazioni, fact checking, verifiche, intransigenti accordi con gli intervistati. Woodward ha fatto parecchia strada dai giorni in cui, nel 1972, novellino al Washington Post, insieme al collega Carl Bernstein ebbe la ventura d’imbattersi nel filone di rivelazioni che porterà allo scandalo Watergate e alle successive dimissioni di Richard Nixon, a partire proprio dalle rivelazioni assicurate ai due giornalisti dall’informatore “Gola Profonda”. Il lavoro di Woodward e Bernstein venne giudicato dagli stessi concorrenti del New York Times come il più importante reportage americano di tutti i tempi e condusse alla pubblicazione del libro Tutti gli uomini del presidente e all’omonimo film in cui Robert Redford vestiva i panni di Woodward (e Dustin Hoffman quelli di Bernstein. Già in quel momento Woodward mostrò, oltre alla formidabile qualità del suo lavoro, un notevole istinto nel farlo fruttare: Tutti gli uomini del Presidente diventò un libro solo nel momento in cui lo stesso Redford si fece avanti per acquistarne i diritti, dettando nel contempo la linea narrativa ai due autori: più della ricostruzione particolareggiata dell’indagine Watergate, quello che l’attore di Hollywood voleva era un racconto avvincente sul ruolo e le personalità dei giornalisti investigativi, nascenti eroi della modernità. E fu esattamente con Woodward e Bernstein seppero dargli.

Nei seguenti 45 anni Woodward ha dato alle stampe 17 volumi, tutti dedicati ai protagonisti e ai segreti della politica americana. Questa è divenuta la sua attività principale, il suo vero brand, ben più che il servizio presso il quotidiano della Capitale, nel quale ancor’oggi riveste mansioni di consulente editoriale. Woodward ha scritto di Bill Clinton, ha guidato una squadra di professionisti nell’analisi delle conseguenze e degli sviluppi dell’attacco alle Torri gemelle (lavoro che gli è valso il secondo premio Pulitzer, dopo quello per il Watergate), ha dedicato quattro volumi alle discutibili imprese internazionali di George W. Bush, ha sempre contato sulla collaborazione della Casa Bianca in tutti i progetti editoriali e non è stato tenero neppure quando è arrivato il momento di mettere sotto la lente la gestione Obama. Il suo punto di forza, nel tempo, è sempre stata l’inattaccabilità delle sue documentazioni.

Arrivato a 75 anni, quando ha annunciato d’aver completato le 448 pagine del suo studio della presidenza Trump, in parecchi si sono seriamente preoccupati. “Tutti sono pronti a parlare con Woodward”, ha dichiarato un insider della Casa Bianca: essere virgolettati in un suo volume costituisce uno status di prestigio e il riconoscimento di un ruolo nei giochi di potere americani. Perfino lo stesso Trump, alla notizia dell’uscita di Fear ha in inizialmente tentato un approccio soft col giornalista, lamentandosi di non essere stato intervistato direttamente. Woodward ha reagito con prevedibile puntualità: Trump dice bugie, perché lui ha più volte contattato gli uffici della presidenza per ottenere un’intervista, senza avere risposta e naturalmente dispone delle prove di quanto dice: “Mi sono fatto in quattro, per incontrarla, signor presidente”, gli ha risposto. “Ora l’avverto che il libro non è tenero con la sua Amministrazione, e con lei in particolare”.

Mentre Woodward inaugurava le apparizioni televisive spiegando di aver scritto Fear per mettere sull’avviso la nazione riguardo ai pericoli a cui sono esposti la sua sicurezza e il suo futuro con Trump nello Studio Ovale, il presidente si adeguava iniziando l’abituale campagna di delegittimazione via Twitter: “Il libro di Woodward è immondizia. Io non parlo nel modo in cui lui mi fa parlare nel libro. Se lo facessi, non sarei stato eletto presidente. Quelle citazioni sono inventate”, ha scritto, tornando più volte sull’argomento, ma anche adombrando la preoccupazione che ciò che Woodward provocò a Nixon potrebbe capitare anche a lui.

Quando Woodward parla, una fetta d’America lo ascolta come il vangelo. Un fattore scomodo alla vigilia del voto di medio termine, con Woodward in missione per scardinare le ultime vestigia della credibilità del presidente in carica. Anche se non tutti fanno il tifo per il grande giornalista: i suoi detrattori provano spesso a screditarlo sottolineando il suo innegabile gusto per le rivelazioni sordide, per il fango, per certe sconcertanti volgarità. Per esempio quando in Fear, Woodward si dilunga sui linguaggi scurrili e le allusioni oscene che punteggiano i meeting di Trump, dov’è all’ordine del giorno bollare come “merdoso” un accordo di portata internazionale, o dire che bombardare la Siria è stato il modo scelto da Trump per indirizzare il suo “vaffa” ad Assad.

Woodward sa dove e come colpire, sia sopra che sotto la cintura. La sua credibilità oggi è più affidabile di quella del presidente. Ora il giornalista vuole convincere i connazionali che affidare a Trump la responsabilità della nazione è stata un’imprudenza imperdonabile. La fear, la paura del titolo, non è quella provocata dall’aggressività del presidente, ma dalle conseguenze dei suoi comportamenti illogici. L’opinione pubblica Usa può ostinarsi a sentirsi rappresentata da quest’uomo, ma lui mette a disposizione di tutti un testo consultabile per capire l’errore e le eventuali conseguenze. E a parlare, nel suo libro, sono soprattutto coloro che in questi mesi si muovono nei corridoi della Casa Bianca, assistendo all’incontrollato dipanarsi di questa Amministrazione. Woodward interroga, registra e cataloga diligentemente queste voci. E ora ne fa uno strumento di distruzione della presidenza, con tutto il sapere di chi, meglio di chiunque altro, sa districarsi tra i misteri del potere americano.

Non sono i presidi cattivi. La Buona Scuola li ha resi così

Ho letto con attenzione l’articolo di Mariapia Veladiano, “Denuncio il Miur, sono la preside di 2000 ragazzi”, Repubblica, 18 settembre.

È ben scritto e documentato ma ha un grave difetto: arriva con molti anni di ritardo. Veladiano afferma che la scuola è il luogo del dialogo dove si costruisce la pace sociale ma, aggiunge, a chi dirige un istituto si continua a chiedere di fare i salti mortali, “ieri ho chiamato in giudizio il Miur e l’ufficio scolastico regionale del Veneto”. La denuncia è precisa: “Il 50% delle scuole in Italia ha un preside in reggenza… quasi il 100% nella provincia di Vicenza dove lavoro”. È indignata Veladiano perché il sovraccarico di lavoro riguarda scuole che hanno “triplicato le dimensioni per effetto delle ‘razionalizzazioni’.”

Davvero infelici queste benedette razionalizzazioni, soprattutto se vengono accorpati istituti diversi (licei artistici e istituti tecnici) e molto lontani, a 60 chilometri di distanza. Urge denunciare: impossibile far bene il proprio lavoro. Giusto. Peccato che accorpamenti, razionalizzazioni, e reggenze (“due istituti affidati a un unico preside”) abbiano trovato il massimo sviluppo – e forte giustificazione – negli anni del governo Renzi sempre difeso dalla Veladiano.

Insomma, mentre il Fatto denunciava la deriva delle “razionalizzazioni” scolastiche, la nostra preside taceva e su Repubblica magnificava la Buona scuola. Oggi si scopre barricadera e attacca il ministero. Benvenuta tra noi. Ma se all’origine dell’indignazione c’è un caso personale (“Quando ho saputo di avere la reggenza in un istituto comprensivo a 60 chilometri di distanza, otto plessi di montagna… ho valutato e infine ho fatto ricorso”)… se la presa di coscienza nasce da interesse personale dopo anni di silenzio (e di inni a Renzi) la protesta perde credibilità. E valore.

Anche perché Veladiano insiste – come vuole la linea editoriale di Repubblica – a indicare il Verbo (“Uno studio della Fondazione Agnelli…”) come unica fonte; intendiamoci: talvolta troviamo qualche dato oggettivo in quelle pagine (“servirebbero almeno 3.600 presidi”) ma all’interno di proposte che esaltano (ancora) le magnifiche sorti e progressive del renzismo.

Come mostra anche l’articolo di Veladiano: “C’è una retorica infelice sui presidi sceriffi… i presidi possono essere bravi oppure no, vale per ogni persona che abbia responsabilità. I cattivi presidi esistono come esistono i cattivi insegnanti”. Troppo facile metterla così. Il sofisma, qui, trova spazio nell’occultare il dato più importante: non è in questione la bravura dei presidi (ovvio che ce ne siano di capaci e incapaci), ma il potere che la Buona scuola gli dà: è per gli strumenti abnormi di cui dispongono che vengono definiti “presidi sceriffi”. Veladiano lo sa bene, ma parla d’altro. Si chiama malafede.

E allora, se per davvero la scuola deve tornare a essere il luogo del dialogo e della formazione dei giovani, facciamola finita con l’accentramento dei poteri, la scuola azienda, il preside manager, l’alternanza scuola-lavoro, eccetera, torniamo allo studio, alle grandi speculazioni teoriche, alle altezze della matematica, alla lettura dei classici, a una scuola che sviluppi la coscienza critica degli studenti.

Se la Fondazione Agnelli e Repubblica non sono d’accordo ce ne faremo una ragione.

Che fare? La domanda con l’eco intorno (nel deserto politico)

Forse non è corretto valutare la politica italiana come un semplice meccanismo di domanda e offerta, ed è sempre irritante considerare quel confuso miscuglio tra ideali e pratiche, strategie e tattiche, desideri e possibilità che è la passione politica come se fosse un titolo in Borsa, che sale, scende, si stabilizza, si impenna o crolla. Insomma, la cosa è più complicata, ma se per un attimo fingiamo che sia così – domanda e offerta – ne esce un quadro non proprio confortante.

Prendi per esempio un elettore dei Cinquestelle, uno di quei dodici milioni – magari non militante, magari non ortodosso, magari uno di quei tantissimi che hanno messo lì il loro voto per cambiare qualcosa, vedere l’effetto che fa, punire la miserrima arroganza di quelli di prima – che si metta a cercare altre strade. Bene. Non c’è dubbio che lo vedremmo un po’ spaesato. L’effetto è quello di uno che si mette in proprio per non lavorare più sotto padrone e si ritrova un socio ingombrante, che fa tutto lui, che si intesta quote della società. Per quanto vaghe siano le aspirazioni e per quanto fumoso sia il grande disegno pentastellato, ritrovarsi con la possibilità di comprarsi un kalashnikov senza troppe scartoffie non faceva parte di quei sogni. Nemmeno ballare cheek to cheek con un alleato che garantisce Silvio sui suoi sempiterni interessi, ovvio. E nemmeno passeggiare a braccetto con uno che spinge un condono epocale, una cosetta che era partita da quattro multe e arriva a perdonare grossi evasori (fino a un milione di euro, si dice). Supponiamo poi che questo elettore venisse dalla sponda democratica, intesa come tendenza anti-establishment ma anche antifascista. Si suppone che si troverà un po’ a disagio con l’amico dell’amico Orbán, e chissà, magari, se l’elettore è una donna, guarderà con qualche fremito a quel ddl Pillon oggi tanto sventolato da un legista che parlava di “stregoneria nelle scuole”, che dichiara la superiorità del “matrimonio indissolubile”, o dice “glielo impediremo” alle donne che vogliono abortire. Insomma, pur capendo il gusto dell’imprevisto, qui gli imprevisti diventano un po’ troppi, allearsi così strettamente con Salvini è come comprarsi un dobermann e scoprire che le chiavi di casa e il guinzaglio li tiene lui: il rischio è di finire a mangiare nella ciotola mentre il cane sta sul divano a guardare la tivù.

Ma, tornando al famoso discorso della politica come domanda e offerta, supponiamo che questo ipotetico elettore Cinquestelle – anche uno solo sui dodici milioni, ma credo più d’uno – cominci a guardarsi in giro per vedere se nel listino esista un’offerta migliore. Qui cominciano i guai veri: dove potrebbe andare? Sperimentata l’alleanza con la punta di diamante della destra, la tentazione sarebbe quella di guardare dall’altra parte, ma per trovare cosa? Un pasticcio di personalismi, ego in libertà, inviti per cene a quattro tra leader bolliti, poi rinviati e ritirati, per sopraggiunta overdose di ridicolo. Minacce da fumetto (“Non vi libererete tanto facilmente di me”, cfr. Renzi), mezze figure che reggono la coda a questo o quel capetto, grotteschi balletti sulla data del congresso, tweet che irridono l’avversario, pretese di competenza smentite dai fatti e dalla storia recente, e potrei andare avanti ore.

Non ci vuol molto a capire che il nostro ipotetico elettore Cinquestelle un po’ deluso dall’alleanza con lo sceriffo chiacchiere-e-distintivo Salvini si trovi a disagio, con la prospettiva (il Def, il reddito di cittadinanza divenuto bonsai, Silvio che rientra dalla finestra, propaganda sui poveracci…) che il disagio aumenti. Presto si troverà davanti alla solita domanda che spunta sempre: “Che fare?”, e ci troveremo intorno altre anime morte in cerca dell’unica cosa che oggi la politica non offre: fare politica.

Csm, meglio la sorte dei carrieristi

Il 25 settembre si terrà la prima seduta del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura nella quale dovrebbe essere eletto il vicepresidente. Al momento, il candidato più accreditato sembra essere il Prof. Fulvio Gigliotti, ordinario di Diritto privato presso l’Università calabrese “Magna Grecia”, indicato dal M5S, che risulta privo di particolare connotazione politica. Occorrerà, però, verificare come si comporterà la consistente componente della corrente di M.I. – uscita rafforzata dalle elezioni – che, pur posizionata alla destra dell’associazione, ha come “leader” di fatto un magistrato-parlamentare (Cosimo Ferri) eletto nelle liste del Pd (in precedenza al governo come sottosegretario alla Giustizia, in quota Pdl). Inoltre, non è ancora chiaro come voteranno i due componenti in quota Lega e, cioè, di quel partito che, pur essendo alleato di governo del M5S, si ritiene far parte ancora della coalizione con FI (con cui si è presentato alle elezioni) e i cui rapporti con tale partito sembrano essersi rinsaldati proprio in vista delle nomine (Csm, Presidenza Rai e Antitrust).

È auspicabile che, in una prossima riforma del Csm, la nomina del vicepresidente avvenga mediante estrazione a sorte tra gli otto membri eletti dal Parlamento per evitare, sempre possibili, trattative e accordi, tra i laici e i capi dei gruppi dei togati (perché al Csm esistono anche i capigruppo!), ognuno dei quali, di solito, cerca di impegnarsi a fondo per attribuire a sé (e alla corrente) il merito maggiore della elezione e per stabilire un asse privilegiato con il futuro vicepresidente.

È di qualche giorno la notizia che il governo (non il Parlamento) si appresta a presentare un disegno di legge di riforma del Csm.

Si spera che il ministro non si lasci condizionare dai centri di potere che governano le correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati che si oppongono strenuamente a che la nomina dei membri togati del Csm avvenga attraverso un sistema di estrazione a sorte che costituisce l’unico rimedio in grado di eliminare in radice quella degenerazione correntizia che da tempo caratterizza negativamente l’operato del Csm.

I molti carrieristi – per lo più magistrati poco conosciuti e che si annidano (soprattutto per questo) nelle correnti – vedono in pericolo le loro aspirazioni di essere eletti, tramite le stesse, all’organo di autogoverno e, comunque, puntano, attraverso logiche spartitorie, a ottenere prestigiosi incarichi e importanti posti direttivi (di cui spesso hanno fatto incetta gli ex Csm, in diversi casi, prima degli altri) e, per screditare il sistema di estrazione a sorte, diffondono la stupida tesi secondo cui non è detto che il “sorteggiato” – pur se magistrato che giudica della libertà e dei beni del cittadino – sia senz’altro idoneo a esercitare le funzioni di componente del Csm e, quindi, sostanzialmente a valutare le “carriere dei loro colleghi”, quasi ad accreditare la tesi che siano (solo) i candidati scelti dalle correnti a essere idonei a esercitare tali funzioni (come se avessero partecipato a corsi, prove o test attitudinali!). In realtà, attualmente, l’unico requisito che devono possedere i candidati per ottenere la presentazione della candidatura è quello di un concreto esercizio dell’attività correntizia (indice di sicuro affidamento).

Resista il ministro alle pressioni: i carrieristi hanno ancora fame.

Mail box

 

Il governo fa tutto ciò che dovrebbe fare la sinistra

In Italia, dopo 25 anni di governi di centrodestra e centrosinistra che hanno perseguito politiche neoliberiste e filoatlantiche, siamo in una situazione disastrosa, e non molto meglio stanno gli altri popoli della vecchia Europa. I ricchi sono più ricchi, la disoccupazione e la povertà sono aumentate, milioni di persone non hanno la possibilità di curarsi adeguatamente. Le scuole, i ponti, le chiese crollano e il territorio è in dissesto, tutto quello che si poteva privatizzare è stato privatizzato. Il governo M5S-Lega, nato forzatamente, definito di destra da sedicenti forze di sinistra come il Pd, cerca con molte incertezze e piccoli passi di cambiare le cose, di ridare un po’ di diritti ai cittadini e di opporsi alle politiche di austerità della Commissione europea ma viene attaccato da ogni lato: Confindustria, sindacati, mercati, principali mezzi d’informazione. La società privata Atlantia, cui erano concessi i pedaggi molto redditizi delle autostrade e che aveva l’obbligo di garantire la sicurezza, assicurava che il ponte Morandi non aveva problemi strutturali, ma il ponte è crollato. Di Maio e Toninelli hanno detto subito che le Autostrade dovevano essere nazionalizzate e che Atlantia non poteva mantenere la concessione, una decisione ragionevole su cui qualunque forza di sinistra dovrebbe concordare. Anche il problema delle migrazioni è stato affrontato dal governo italiano con la giusta richiesta alla Comunità europea di una equa ripartizione dei migranti. Per la povertà il governo ha proposto un reddito di sostegno e una riforma della legge Fornero. Per questi progetti occorrono soldi, e il governo propone, se necessario, di superare i parametri di Maastricht. Il governo fa tutto ciò che dovrebbero fare i partiti di sinistra che invece, autodistruggendosi, sparano a zero. Da persona di sinistra, ricordando Gaber, chiedo dov’è la sinistra ? Dov’è il buon senso?

Ireo Bono

 

Bisognerebbe rivedere i criteri per sedere in Senato

Scusate se di tanto in tanto vi rubo tempo prezioso, ma volevo chiedervi se tecnicamente è possibile spostare un po’ l’attenzione sui nostri senatori della Repubblica. È uso nelle varie comunità sportive e sociali dare del “senatore” a chi è vecchio del luogo dove ci si incontra e ha un lungo vissuto carico di esperienze che può trasmettere ai nuovi arrivati. Normalmente queste persone hanno fatto solo del bene alle comunità di appartenenza altrimenti il privilegio di essere chiamati “senatori” non sarebbe concesso con troppa disinvoltura.

Allora smetto di annoiarvi e vengo al punto: perché Matteo Renzi è senatore con tutti i privilegi soprattutto economici e sociali che conosciamo se ha fatto solo grandi e abominevoli fesserie? Oltre alle pensioni d’oro bisognerebbe rivalutare i meriti per sedere in quell’aula carica di storia e di significato per noi romani e noi italiani intesi come Stato.

Marco Porta

 

Mio genero ha un lavoro, ma solo per una settimana

Scrivo dal Salento, mio genero lavora nell’edilizia rigorosamente in nero e, dopo aver mandato centinaia di curriculum come autista, gruista e carrellista, finalmente una risposta. Recatosi all’Agenzia e fatto il colloquio, finalmente un posto di lavoro decente: gli è stato offerto un contratto di una settimana. Sì, avete capito bene. Immaginate la rabbia di mio genero: se dopo una settimana non gli rinnovano il contratto perderà anche il vecchio lavoro.

Queste sono le condizioni del lavoro al sud, ecco perché 500 mila giovani lasciano la Puglia stanchi delle false dichiarazioni di Renzi e i suoi tg che assicurano che l’occupazione è in aumento. Perciò maledico l’ideatore di questi tipi di contratti.

Antonio Perrone

 

Evitare licenziamenti nonostante la robotizzazione

Con l’amico scrittore Bebè Casera stiamo studiando il problema attuale che riguarda la robotizzazione futura di tutte le fabbriche che hanno un particolare peso nel commercio internazionale. Abbiamo ipotizzato una proposta risolutiva che sarebbe quella di far accettare agli operai, invece di un licenziamento in percentuale per eccesso di manodopera, la possibilità di mantenere il lavoro con turni diversi ed estremamente ridotti nell’orario. Se la robotizzazione è giusta e inevitabile, è necessariamente da evitare la perdita di posti di lavoro, soprattutto se le aziende in oggetto hanno ricevuto o ricevono contributi specifici riguardanti la robotizzazione.

Lettera non firmata

 

Gli italiani sanno disfarsi degli incompetenti

Un ministero delle Competenze, idea avanzata da Antonio Padellaro, sarebbe quanto mai opportuno. Probabilmente ci libererebbe dalla massa di incompetenti che giocano a fare i soloni offendendo il buonsenso, la decenza politica. Aggiungerei una forma di veto democratico per dare voce alla gente comune e impedire esibizionismi volgari e incivili. Molti italiani sono ancora ingenui, ma all’atto pratico sanno disfarsi rapidamente del Masaniello di turno.

Dario Lodi

Douglas Costa. Lo sputo non è meno grave delle botte (che comunque c’erano state)

Sul gestaccio di Douglas Costa vorrei esprimere il mio parere da juventino. Da subito, in base alle inquadrature tv, ho pensato che per uscire così fuori di testa da parte del giocatore brasiliano, qualche parola di troppo vi fosse probabilmente stata. Tra l’altro, poco prima, con Di Francesco si erano già verificate delle scaramucce, ma in fondo innocue e, da sempre, assai comuni fra testate, spintoni e persino pugni sui terreni calcistici. Ma anche gli sputi non sono stati da meno e molte cronache del passato e di questi stessi anni lo testimoniano. Ed è qui – che si tratti di sputi di Douglas Costa o di un giocatore di qualunque altra squadra – che pongo questa domanda: è possibile che una inelegante emissione di saliva “pesi”, a livello di “condotta violenta”, più di un’azione manesca, di solito giudicata con maggiore indulgenza? Mi chiedo se sia possibile, e ripeto mi riferisco a qualsiasi giocatore di calcio e di ogni sport, che un minimo “getto d’acqua” in faccia a un avversario sia più offensivo e ripugnante di una violenza fisica? Si parla di varie giornate di squalifica e di 100 mila euro di multa. Per un pugno non si è mai arrivati a tanto. È giusto?

Gianni Basi

Gentile Gianni, prima di spersonalizzare il discorso è il caso di ricordare che Douglas Costa, al minuto 91 di Juventus-Sassuolo 2-0 (il gol del 2-1 non è ancora stato segnato) nel giro di pochi secondi si rende protagonista delle seguenti gesta: 1) fallo di gioco su Di Francesco; 2) gomitata in volto all’avversario mentre si rialza; 3) testata in viso sempre a Di Francesco sotto gli occhi dell’arbitro Chiffi che (udite udite!) consola e accarezza l’aggredito; 4) vaffanculo all’indirizzo dell’arbitro che dopo aver rincuorato Di Francesco lo va ad ammonire; 5) sputo in faccia a Di Francesco che per l’ennesima volta si trattiene e non reagisce. Stiamo dunque parlando, e anche lei sarà d’accordo, di un repertorio completo di nefandezze, dove ai comportamenti violenti si aggiungono atti indecorosi, per non dire ributtanti: compresi quelli dell’arbitro che a fronte di tanta sconcezza decide di espellere lo juventino solo dopo che l’addetto al Var lo invita a farlo. Detto questo, e spersonalizzando il discorso, lei domanda se sia giusto che “una per quanto inelegante emissione di saliva”, “un minimo getto d’acqua in faccia a un avversario” vengano puniti con la stessa durezza con cui si sanziona un pugno. Beh, sì. Tant’è vero che il regolamento del calcio equipara lo sputo all’atto violento. Che se permette, poi, fa un tantinello più schifo. Sia che a sputare sia Totti, sia che a sputare sia Douglas Costa.

Paolo Ziliani

La pubblicità ai piedi di B.: così Mediaset spolpa la Rai. 25 anni e non sentirli

“Il Cda Rai – tuona il ministro Giuliano Ferrara il 25 giugno 1994 – non gode della fiducia del governo. La sua esperienza è in via di esaurimento”. Il presidente della Vigilanza Francesco Storace chiede per la Rai “una nuova Norimberga”. Il 27 giugno il premier B. boccia il piano triennale di risanamento proposto dal Cda: “Un piano scandaloso”. Ma, visto che i “professori” non si dimettono, il 31 giugno il governo li licenzia in tronco con un emendamento di cinque righe al decreto salva-Rai.

Il nuovo vertice di Viale Mazzini è di stretta osservanza berlusconiana. Presidente Letizia Moratti, che tiene subito a precisare come “la Rai dev’essere complementare a Fininvest”, non più concorrente. Direttore del Tg1 Carlo Rossella, proveniente da Panorama (Mondadori, gruppo B.). Direttore del Tg2 Clemente Mimun, proveniente dal Tg5 (Fininvest, gruppo B.). Direttori dei tg regionali e dei giornali radio, due giornalisti di FI: Piero Vigorelli e Claudio Angelini. Dg di Sipra (concessionaria pubblicitaria): Antonello Perricone, ex ad Publitalia, al posto di Edoardo Giliberti, che nel ’93 si è permesso di aumentare del 7% il fatturato. Dunque va punito.

Quanta bella pubblicità. Da quando B. è sceso in campo, molti dei suoi colleghi imprenditori pensano bene di ingraziarselo spostando gli investimenti pubblicitari da Rai a Mediaset. A raccontarlo sarà Calisto Tanzi, patròn della Parmalat, quando verrà arrestato e indagato per il mega-crac del suo gruppo: “Quando è stata fondata Forza Italia, sono stato chiamato da Berlusconi ad Arcore. Mi chiese se volessi entrare nel gruppo dei suoi sostenitori… Gli risposi che non era mia intenzione schierarmi con lui ufficialmente, ma ero disponibile a contribuire finanziariamente… Concordammo di utilizzare il canale della pubblicità per finanziare occultamente il nuovo partito… In parte trasferimmo quote di pubblicità Rai a Publitalia, anche se di tale circostanza non sono sicurissimo, ma certamente l’accordo con Berlusconi prevedeva che le tariffe degli spot non godessero di particolari sconti e/o promozioni così come un’azienda come la nostra, che aveva un budget così rilevante, era in grado di ottenere. Quando tornai in Parmalat, parlai con Barili, che era il capo del settore, dicendogli di favorire Mediaset, cosa che fece prendendo accordi direttamente con Dell’Utri… Questo comportamento, concordato con Berlusconi, è durato in tutti questi anni… Credo di poter quantificare il maggior costo della pubblicità da noi sopportato in dieci anni in circa il 5% di quanto ci ha complessivamente fatturato Mediaset per la pubblicità”.

Le indagini della Guardia di Finanza appureranno che il budget pubblicitario investito da Parmalat attraverso Publitalia è del 54% nel 1993, del 52% nel ’94, addirittura del 68.5% nel ’95. Nel ’96, anno della vittoria di Prodi, la percentuale s’inverte: il 53% passa attraverso la Sipra (la concessionaria Rai). Poi, con l’eccezione del 1998, tutto torna come prima. Publitalia fa la parte del leone, arrivando a raccogliere il 64.64% del fatturato pubblicitario Parmalat nel 2001 e addirittura il 74.7% nel 2003.

E non c’è solo Parmalat. Quando nel 2001 il Cavaliere torna a Palazzo Chigi, molti grandi inserzionisti aumentano gli investimenti su Mediaset, a discapito di Rai e carta stampata. Nel 2001 Telecom ritira dalla Rai 77,5 miliardi di lire, Nestlè 20, Fiat 9. Certo, a causa della crisi seguita all’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle, quasi tutti i budget sono stati ridotti. Ma a Mediaset Telecom ha tagliato solo 40 miliardi, mentre la Fiat ha addirittura aumentato di 7 miliardi i suoi investimenti sulle reti del premier. E lo stesso ha fatto la Nestlè (più 5 miliardi). Scrive Giovanni Valentini: “Dai dati Nielsen relativi al periodo gennaio-novembre 2003, rispetto all’omologo periodo precedente, risulta che 82 aziende hanno distolto i loro investimenti dai quotidiani e 53 li hanno incrementati sulle reti del Biscione, sottraendo 100 milioni di euro ai giornali e trasferendone 50 alla tv privata. Nello stesso periodo, 72 aziende hanno distratto i loro investimenti dai periodici (per un controvalore di 65 milioni di euro) e ben 45, cioè il 62%, li hanno trasferiti in gran parte a Mediaset”.

Il bilancio della refurtiva. È così che – segnala l’Agcom – Mediaset ha visto salire i ricavi (composti esclusivamente da pubblicità) dai 1.497 milioni di euro del 1998 ai 2.157 del 2004, mentre nello stesso periodo gli introiti della Rai (pubblicità, canone e convenzioni) hanno avuto un singolare andamento ondivago: dai 2.101 milioni del 1998 ai 2.449 del 2000. Poi, col ritorno di B. a Palazzo Chigi, tutto s’è improvvisamente bloccato. I ricavi Rai sono anzi scesi di parecchio nel 2001, toccando la misera quota di 2.331 milioni. Più o meno stabili nel 2002 (2.385 milioni) e nel 2003 (2.405 milioni), hanno ripreso a crescere solo nel 2004 (2.545 milioni).

Poi c’è la pubblicità “istituzionale”, promossa dai vari ministeri con denaro pubblico: il governo B. finanzia le tv di B. con i soldi degl’italiani. Secondo Nielsen, per esempio, nel gennaio-marzo 2005 il governo spende in spot 5,3 milioni di euro. E quasi tutti (96.2%) in tv. Cioè su Mediaset, visto che sulla Rai quegli spazi sono gratis. Il tutto in barba alla legge Gasparri, che impone di destinare il 60% delle campagne istituzionali alla carta stampata.

Nel 2017 quattro economisti, in una ricerca che si aggiudica il premio per il “miglior studio di economia applicata” dall’American Economic Association, calcolano quanto ha guadagnato Mediaset nei 10 anni dei tre governi B. soltanto grazie al conflitto d’interessi politico-televisivo (“lobbying indiretto”), al netto delle innumerevoli leggi ad personam e ad aziendam: guadagni aggiuntivi (dunque indebiti) di 1,1 miliardi, anche a scapito della Rai, che ci ha rimesso almeno 194 milioni.

Ora il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti annuncia la revisione delle concessioni televisive e il sottosegretario pentastellato Vito Crimi un tetto alla pubblicità anche per le tv commerciali (che farebbe perdere a Mediaset 750 milioni all’anno). Subito B. invita a cena Salvini, che ne approfitta per incassare la sua retromarcia sul presidente della Rai Marcello Foa. In cambio di cosa, lo vedremo presto: dal destino delle concessioni tv, dall’eventuale tetto agli spot e dalla scelta del nuovo direttore di Rai Pubblicità. Intanto gli house organ del Biscione strillano all’“estorsione”. Ma, se mai cambierà qualcosa, la parola giusta sarà “restituzione”. Possibilmente con gli arretrati. E gli interessi.

Burioni sussurra alle donne brutte

Terrificante è la dipendenza emotiva dell’homo social network: è malato di like. Twitter e Facebook creano mostri ovunque. Prendete Roberto Burioni, medico e divulgatore pop, eletto da Renzi e dalla sua corte a illustre icona del Partito dei Competenti (copyright di Mario Sechi). Burioni spopola stroncando le balzane degli antivaccinisti, pure se ogni tanto perde di vista l’obiettivo e mena un po’ a caso. È diventato famoso attenendosi a un principio inconfutabile: “parla solo di ciò che conosci”. Ma l’improvvisa celebrità ha un po’ ottenebrato, diciamo, il suo spirito illuministico. Il Burioni si prende sul serio, parecchio, non solo come scienziato ma come commentatore tout court. Persino come esteta. Su Twitter – commentando un post di Ester Viola – disquisisce di bellezza, e di bruttezza: “Quando in giro vedo una donna brutta la guardo sempre con attenzione”. E già qui oltre la figura di palta. Ma non è finita: “Nel 99,9% dei casi mi rendo conto che se si curasse, se dimagrisse e via dicendo non diventerebbe bella, ma certo di aspetto non sgradevole. Una volta che si è non sgradevoli la partita è aperta. Fidatevi”. Donne! Curatevi, dimagrite: la partita è aperta. Lo dice Burioni. Medico, professore di Microbiologia e Virologia, divulgatore. Osservatore scrupoloso di donne brutte. D’aspetto gradevolissimo. Fidatevi.