Il doppio passaporto rovina l’incontro tra Conte e Kurz

Austria e Italia vivono un paradosso. Hanno esecutivi che condividono molte posizioni, ma anche interessi molto divergenti. Ieri questo paradosso è stato al centro di un incontro che si è tenuto a Roma, quello tra i due premier Giuseppe Conte e Sebastian Kurz, e di uno che non si è tenuto a Vienna, disertato dal ministro degli Esteri Enzo Moavero per protestare contro lo “sciovinismo” austriaco in Alto Adige. Il primo tema è quello dei migranti: “Se non vogliamo un altro caso Diciotti abbiamo bisogno di una risposta europea – ha detto Conte – e ho rappresentato la premura del mio Paese che si facciano maggiori investimenti nel Nord Africa”. Kurz è d’accordo: “L’Austria è molto contenta per come l’Italia ha ridotto l’afflusso dei migranti, ora bisogna trovare una soluzione europea per ridurlo ancora. La direzione è giusta”. E la direzione non contempla, però, l’idea che l’Austria accolga rifugiati “ricollocati” dall’Italia.

Ancor più divisoria, la volontà austriaca di approvare una legge che conceda il doppio passaporto agli altoatesini. Come detto, Moavero ha fatto saltare l’incontro con la sua omologa Karin Kneissl per protesta e Conte ha ribadito a Kurz la posizione italiana: essendo entrambi i Paesi membri dell’Ue non ce n’è bisogno, dunque è una sorta di atto ostile. Ma per il cancelliere austriaco “l’Italia non ha motivo di agitarsi”: “Sappiamo che c’è un forte desiderio degli altoatesini di avere il doppio passaporto e questo fa parte del programma di governo. Agiremo di concerto con Roma”. Va segnalato che a favore del doppio passaporto si è espressa anche l’Svp, il principale partito tedesco a Bolzano: “Può essere un’occasione per rendere più forte il rapporto tra Italia e Austria”, hanno dichiarato tre parlamentari (italiani).

Ora Boschi va in tribunale: fa l’avvocato delle aziende

Maria Elena Boschi è lungimirante. Non guarda alle prossime elezioni, ma alle prossime occupazioni. O meglio: guarda con angoscia alle prossime elezioni e si prepara in anticipo. Così il deputato semplice Maria Elena ha ripreso la professione di avvocato, esperto di diritto societario, dopo quasi una legislatura al governo, ex ministro per le Riforme, madrina del referendum, sottosegretaria a Palazzo Chigi.

Boschi ambisce al lauto mercato romano – aziende, consulenze, arbitrati – ma per adesso è ospite di parenti e amici a Firenze: lo studio legale si chiama “Bl”, fondato da Francesco Bonifazi, senatore renziano e tesoriere Pd; Federico Lovadina, capo di Toscana Energia, ex consigliere di Ferrovie; Emanuele Boschi, fratello di Maria Elena. Emanuele non va confuso con Pier Francesco, da sempre scorta dell’ex ministro in pubblico e, soprattutto, in apprezzate fotografie su Instagram fra aperitivi, escursioni e tramonti. Emanuele è un ex dipendente di Banca Etruria ai tempi di papà Pier Luigi, perciò defilato e riservato. Il profilo di Emanuele è assai denso, non è un collega di Bonifazi e Lovadina, ma un commercialista con “particolare competenze nel settore bancario”.

Il curriculum dedicato di Meb, invece, non esiste ancora sul sito di “Bl”. E poi Firenze è un comodo rifugio, non l’apoteosi per la nuova carriera. Francesco, Federico e Maria Elena – i ragazzi del professor avvocato Umberto Tombari, fucina del renzismo – sono cresciuti. Tombari li ha svezzati nel suo rinomato studio e li ha costruiti per il potere, il pezzo più grosso e resiliente alle epoche politiche l’ha tenuto per sé. Per citare un brandello: è il vice di Giuseppe Guzzetti all’associazione nazionale delle fondazioni bancarie e delle casse di risparmio, patrimonio di 40 miliardi di euro.

Boschi fa politica a giorni alterni: scompare e riappare con sintetici interventi in agenzia o sui social, spesso con l’ironia dei bei giorni del renzismo al 40%. Quella che oggi ha un mesto sapore, riesuma in automatico i disastri familiari e di governo su Etruria: “La Lega ladrona ha deciso di restituire i soldi spariti in comode rate. Ci metteranno più o meno lo stesso tempo – ha scritto ieri – di quello che impiegheranno per rimpatriare i clandestini: 80 anni”.

Appena un paio di anni fa, Maria Elena era in giro tra l’Italia e l’Argentina a sostenere il sì al referendum costituzionale con i più devoti che avvertivano la reincarnazione di Nilde Iotti. In nome del glorioso passato che fu, al ritorno dal periplo in barca della Sicilia, Maria Elena ha contattato diversi avvocati/baroni romani – che con il settore pubblico e le aziende privati fanno affari milionari – per capire dove e come si fattura meglio.

Un messaggio di qua, un messaggio di là, un invito per un caffè. Risposte interlocutorie, scarso entusiasmo: insomma, l’hanno respinta. E poi il conflitto di interessi per un parlamentare – che ha governato per quattro anni e ora fa l’avvocato – è un pericolo irreversibile. Certo, Boschi non s’è preoccupata mai del conflitto di interessi (chiedere a Federico Ghizzoni, ex amministratore delegato di Unicredit, che fu contattato per salvare Etruria). I giorni dei miraggi, però, sono finiti. Non era Nilde Iotti.

L’accusa a Big Pharma: “Portano miliardi nei paradisi fiscali”

Quattro colossi farmaceutici avrebbero sottratto ogni anno risorse erariali per 3,7 miliardi di dollari, e almeno 270 milioni solo all’Italia, trasferendo parte dei proventi in Paesi off-shore. È l’accusa rivolta da Oxfam, organizzazione internazionale contro la povertà, a quattro aziende, Pfizer, Merck, Johnson & Johnson e Abbott Laboratorie. Oxfam ha studiato i bilanci consolidati depositati dalle società capogruppo negli Stati Uniti ed esaminato i bilanci pubblici di 359 sussidiarie dei 4 gruppi in 19 Paesi nel periodo 2013-2015, riscontrando tracce di un potenziale trasferimento di profitti da Paesi a fiscalità medio-alta verso giurisdizioni dal fisco agevolato. “L’aggressiva pianificazione fiscale, senza verosimilmente contraddire le prescrizioni di legge, pone seri interrogativi sul rispetto dello spirito delle normative fiscali e di quell’equità fiscale”, sostiene Elisa Bacciotti di Oxfam Italia. Non solo: secondo l’organizzazione, “non è raro inoltre l’utilizzo indebito della propria influenza da parte delle aziende per contrastare i tentativi di contenere il costo dei farmaci e rafforzare le attività di controllo e vigilanza pubblica sul settore”.

“Tagli agli sprechi sui farmaci: così aboliremo il superticket”

Vuole ridurre il costo dei ticket e tagliare la spesa per i farmaci, “perché ora si spende male”. E rivendica l’obbligo flessibile sui vaccini, “su cui si è fatta molta esagerazione”. Nel suo ufficio sul Lungotevere il ministro della Salute Giulia Grillo, medico e deputata per i Cinque Stelle, racconta la sua idea di sanità.

Ha annunciato che chiederà al governo risorse, innanzitutto per la riduzione dei ticket su farmaci e visite. Ma di che misure parliamo?

Stiamo lavorando all’abolizione del superticket (la tassa di 10 euro su ogni ricetta per prestazioni di diagnostica e specialistica, ndr), poi vogliamo rimodulare i ticket, aiutando innanzitutto le fasce più deboli, come gli anziani.

Servono molti soldi, e la manovra è già complicata.

La scorsa settimana abbiamo avuto un primo incontro con il ministero dell’Economia, ed è stato positivo. Ma non chiederemo solo risorse, perché lavoriamo anche a misure per risparmi mirati.

Ecco, arrivano i tagli.

No, parliamo di sprechi. Io ho voluto un tavolo sulla governance farmaceutica perché in questi anni, a fronte di drastici tagli ai servizi della sanità pubblica, la spesa per i farmaci è lievitata, fino a sfiorare i 30 miliardi nel 2017. E questa spesa è esplosa perché non è stata governata.

Ma dai tagli ci rimetteranno i pazienti, come al solito.

Non vogliamo togliere medicinali, ma smettere di spendere troppo, cioè male, in alcuni settori. Bisogna intervenire innanzitutto sul costo di farmaci pure preziosi, come quello per la cura dell’Epatite c. Ma in generale si è verificata troppo spesso l’estensione dell’indicazione terapeutica per alcuni prodotti, senza controlli. E ne hanno tratto vantaggio solo le aziende.

E il tavolo per la governance come potrà intervenire?

Dovrà dare le indicazioni politiche su come spendere sui farmaci, innanzitutto all’Agenzia sul farmaco. Ma l’obiettivo è che questo lavoro si traduca in leggi o altri atti normativi. Il tavolo ha quasi ultimato un documento di indirizzo politico.

Intanto servirebbe chiarezza sui vaccini. In pochi mesi avete cambiato idea mille volte: effetto anche delle pressioni dei no vax e delle divisioni interne, no?

La linea del governo era ed è chiara: trovare un equilibrio tra la tutela della salute dei cittadini e l’evitare fenomeni di esclusione sociale e scolastica. Dopodiché io ho ritenuto che lo strumento del decreto legge non fosse quello adeguato dal punto di vista giuridico. E allora si è scelta la via del disegno di legge.

In agosto M5S e Lega hanno calato un emendamento che prevedeva il rinvio di un anno dell’obbligo di vaccinarsi come requisito per l’ammissione a scuola. Un blitz anche contro di lei…

Posso dire che non l’ho condiviso, né nel merito né nel metodo.

Sono esplose le divisioni.

No, c’erano sensibilità diverse. Ma ora c’è un nostro ddl in Senato, che sarà calendarizzato appena possibile.

Il ddl prevede l’obbligo flessibile: ossia si imporranno le vaccinazioni solo dopo casi di contagio o epidemie. Molto discutibile, no?

Obbligo flessibile è una sintesi, e vuol dire che le istituzioni intervengono quando è necessario. Ed è la stessa formula che applicano in Spagna e Germania, basta informarsi (mostra un dossier di diritto comparato, ndr). Il tema dell’obbligo di vaccinazione è giuridico e non scientifico, a differenza di quanto sostengono certi ignoranti, perché attiene alla libertà personale.

L’obiezione rimane: vi muoverete solo in caso di guai.

L’obbligo si può imporre solo con precisi presupposti giuridici, a cominciare dal grave rischio per la salute pubblica. Ma il punto è la prevenzione vaccinale, per cui stiamo preparando un piano. L’ultimo piano di eradicazione del morbillo è del 2011.

E i bambini immunodepressi chi li tutelerà?

Loro purtroppo rischiano ovunque, non solo a scuola. E per quelli trapiantati non esistono precedenti di contagio negli istituti, perché vengono immunizzati prima dell’intervento.

E quelli con malattie rare o patologie oncologiche?

Li tutelerà solo il raggiungimento delle necessarie coperture vaccinali, anche senza obbligo. Ricordo che il decreto Lorenzin non le ha migliorate dove erano basse: quindi è stato inutile.

A luglio lei ha promesso una partnership pubblico-privata per aumentare la produzione di cannabis terapeutica. Ma che tempi prevede?

Purtroppo non brevissimi. Ci vorranno almeno due anni, perché a oggi l’Istituto farmaceutico non può fare di più. Ma io voglio rendere l’Italia autonoma nella produzione.

Intanto è difficile trovarla.

Ci sono problemi nella distribuzione: in Sicilia la vendono solo due farmacie. Per questo, vogliamo raddoppiare le importazioni dall’Olanda.

Quando sente parlare di cannabis light, venduta nei negozi, la Lega insorge e parla di “erba del diavolo”. Invece lei è antiproibizionista…

Io ho una posizione molto laica, ma il tema non era nel contratto del governo, quindi va trovata una mediazione.

L’ultima parola però sarà la sua. E nel frattempo il Consiglio superiore di sanità ha bocciato la vendita della cannabis light.

Non ho condiviso quel pronunciamento, perché a mio avviso il Css è entrato in un campo non suo, quello giuridico. Ora attendiamo il parere dell’Avvocatura dello Stato. Poi decideremo, anche perché la questione riguarda cinque o sei ministeri diversi.

Lei ha smentito Matteo Salvini, negando che ci sia un’emergenza di tubercolosi provocata da migranti.

Non bisogna strumentalizzare. La tubercolosi dall’immigrazione arriva, tanto che ne erano affetti anche alcuni sulla nave Diciotti. Ma il nostro sistema sanitario sa gestirlo, anche se è un costo.

Ma parlare di emergenza può creare una psicosi, no?

La psicosi non ci deve essere, ma in tanti Paesi la sanità pubblica non esiste. Quindi dobbiamo affrontare il problema, senza creare allarmismi.

Minisci (Anm) ribadisce al Senato: “Un ddl pericoloso”

Duro attacco da parte dell’Anm, Associazione nazionale magistrati, nei confronti della riforma della legittima difesa: “No a una giustizia fai da te, capace di coprire ogni fatto”. Il presidente dell’Anm Francesco Minisci ha ricordato che la tutela rafforzata per il domicilio privato e i luoghi di lavoro è già prevista in quanto introdotta con la legge del 2006: “Nella legge attualmente in vigore abbiamo tutti gli elementi per fronteggiare adeguatamente il tema e credo non vi sia la necessità di ulteriori interventi normativi”. La riforma è stata promessa in campagna elettorale da Salvini ed è sostenuta dal suo partito in Parlamento. L’intento è quello di salvaguardare le vittime di aggressioni dalle conseguenze giudiziarie derivanti dal solo fatto di essersi difese. Ieri in Commissione Giustizia al Senato Minisci ha evocato il principio cardine della proporzionalità. Senza quel limite “potrebbero essere legittimate condotte illecite anche gravi, fino all’omicidio”. “Per vagliare la sussistenza della legittima difesa – ha proseguito – serve una valutazione concreta caso per caso da parte di pm e giudici. No agli automatismi”.

I ragazzi detenuti di Nisida: – “Giusto togliere i figli ai papà boss”

Maria Franco fa l’insegnante, e da 35 anni tiene i suoi “laboratori di scrittura e politica” nel carcere minorile di Nisida, dedicandosi a quei ragazzi sospesi a metà che Eduardo De Filippo amava definire “sempre pieni di fantasia, pieni di spontanea iniziativa in caso di emergenza, e sempre vogliosi e mai appagati di un minimo di riconoscimento sincero della loro vera identità”. Maria ha deciso di portare in classe, nel carcere, come tema di discussione, la scelta del Tribunale dei minori di Reggio Calabria di allontanare i figli dalle famiglie mafiose. “E sono rimasta sorpresa”, racconta l’insegnante.

“Ho chiesto ai ragazzi e alle ragazze – attualmente a Nisida sono detenuti in circa una sessantina – se questa misura potrebbe produrre il risultato di sottrarre a un futuro illegale i giovani che nascono in contesti ad ‘alto rischio’. E la risposta è stata, per i più: è giusto”. L’unica via per salvare i ragazzi è mandarli lontano da qui, ma “da piccoli piccoli”, hanno sottolineato in classe.

C’è chi scrive che lontano da casa “sicuramente avremmo una vita migliore, potremmo cambiare strada e avverare i desideri perché non costretti a seguire le orme dei padri”. Chi parla di “diritto a un’esistenza normale”. Chi dice che non potranno mai bastare la scuola, lo sport, o il teatro, perché il problema è che “esistono i bambini con la mentalità di fare i boss perché il proprio padre è boss, e allora città come Napoli o Reggio Calabria non potranno mai cambiare, perché non è giusto che un ragazzo cresca con la mentalità di voler fare il criminale: meglio che nasca con la mentalità che è meglio lavorare, così come è nelle altri parti d’Italia”.

“È terribile”, secondo Maria Franco. “Siamo di fronte a una grande sconfitta sociale, perché la risposta dei ragazzi dà la misura di come abbiano avuto la vita condizionata e segnata dal nascere e crescere in un determinato ambiente, e di come ci sia la grande paura che questo condizionamento possa incidere in modo indelebile, e fortemente negativo, anche sui loro figli”, spiega l’insegnante. Quasi fosse una catena che non è possibile spezzare: e il timore è che di padre in figlio si ricada nell’errore.

Molti dei ragazzi detenuti in Italia nelle carceri minorili provengono da regioni del Sud (ben 8 su 10). E molti dei ragazzi di Nisida, pur trattandosi di minori detenuti, e giovanissimi, sono già genitori. “Mio figlio sta andando bene a scuola”, si legge in uno dei temi scritti. “Le scelte, poi, giuste o sbagliate dovrà sempre farle lui. Ma sicuramente non deve soffrire come ho sofferto io. Sono cinque anni che faccio queste tarantelle, che entro ed esco dal carcere, dalle comunità… non mi sono goduto nulla della vita fuori. Ho sempre vissuto solo con me stesso”. A soli 16 anni. È la vita da “camorrista” di oggi, quello che non è mai stato bambino.

Per levare acqua alle “paranze” non solo repressione ma scuole

Caro direttore, ho letto con molto interesse l’approfondimento che avete pubblicato sulla “generazione-paranza”, le baby gang e il tema collegato della responsabilità genitoriale. Non è un segreto che fra le varie articolazioni del ministero della Giustizia, una a cui ho dedicato maggiore attenzione sia proprio quella legata alla giustizia minorile. Ritengo, infatti, che proprio in quell’ambito ci sono maggiori possibilità di incidere positivamente sul futuro della nostra società. L’obiettivo è intervenire in tempo, ponendo di fronte a giovani e giovanissimi vie diverse da quelle già erroneamente percorse.

È chiaro che questo è un tema che solo in parte è appannaggio di magistrati e avvocati, perché investe direttamente le responsabilità della politica e di chi in particolare ha incarichi di governo. Si tratta, infatti, oltreché di una questione di giustizia, di una priorità per la sicurezza, la crescita economica, sociale e culturale dell’intero Paese.

Il destino di un Paese dipende in buona parte dalle potenzialità, dalle ambizioni, dalle capacità delle sue generazioni più giovani, quelle che frequentano i banchi di scuola. E proprio da lì dovremmo partire, da quella primaria e grande agenzia sociale che è la scuola, chiamata ad assolvere la sua missione educativa anche colmando carenze e modelli negativi che originano da contesti familiari di provenienza difficili o già compromessi con il crimine. Per questo sono rimasto particolarmente colpito dai dati (riferiti alla regione Campania ma verosimilmente estendibili all’intero panorama nazionale) che evidenziano l’elevato tasso di abbandono scolastico prematuro, nonché la scarsissima diffusione della pratica sportiva e della fruizione artistica e culturale. Un campanello d’allarme che suona per ricordarci che non basta – e a volte non serve – agire sul versante della repressione e della punizione, se non si investe sulla prevenzione. E prevenire, nel settore giovanile, vuol dire creare un bivio laddove sembra esserci una strada obbligata.

In particolare, come suggerito anche dalla “Risoluzione in materia di attività degli uffici giudiziari nel settore della criminalità minorile nel Distretto di Napoli” approvata qualche giorno fa all’unanimità dal plenum straordinario del Consiglio Superiore della Magistratura, tra gli interventi più urgenti e necessari emergono il rafforzamento della rete di servizi socio-assistenziali, il potenziamento delle iniziative didattico-formative, sociali e culturali, e dei progetti di avviamento alla pratica sportiva. Tutte azioni la cui valenza ho potuto constatare personalmente in questi primi mesi di attività, grazie ai tanti progetti realizzati nelle carceri basati sull’avviamento professionale e il lavoro a fini sociali, sulla pittura, sul teatro o sullo sport.

Combattere veramente contro la criminalità minorile significa, infatti, prima di ogni altra cosa educare i giovani più esposti – e a volte drammaticamente sedotti – dal malaffare e dall’illegalità al valore dell’onestà, del lavoro all’interno delle regole, del servizio alla comunità. Per questo, sin dal mio insediamento, mi sono fatto promotore di una collaborazione tra istituzioni, scuole, associazioni e istituti di pena per avviare e intensificare progetti di contrasto della devianza e di recupero minorile. D’altronde, la rieducazione della pena sancita dalla nostra Costituzione, trova il suo più ampio margine di azione e di efficacia proprio in chi si ritrova a essere delinquente prima ancora di essere uomo.

Compito delle istituzioni deve essere, allora, quello di prospettare realmente a questi giovani cittadini la possibilità che il loro destino non sia già scritto, che un futuro lontano dal crimine e dalla violenza è possibile. Nascere in una città o in un determinato quartiere non deve equivalere a un’ipoteca sul futuro, a una condanna sociale preventiva. Lo Stato deve impiegare le sue migliori risorse per compiere una vera missione di inclusione e progresso sociale. Non è, lo ripeto, solo una questione di giustizia ma di equità ed eguaglianza sostanziale nella misura in cui lo Stato riesce a eliminare quelle barriere sociali ed economiche che attualmente delimitano l’orizzonte di tanti giovani che sono nati senza il diritto di scegliere il loro futuro.

*Ministro della Giustizia

Orfani d’onore

Togliere la responsabilità genitoriale
a chi con
la propria attività delinquenziale può causare danni ai figli.
È una delle proposte che il plenum del Csm, riunitosi

a Napoli,

ha approvato nei giorni scorsi.

Inaudito in Rai: D’Urso censurata

Capiamo, non è facile fare opposizione. E ancora più difficile è fare opposizione agitando la censura Rai contro Barbara D’Urso, icona della televisione concorrente Mediaset. Il Partito democratico ci ha provato, ma non è andata molto bene. Ieri D’Urso era attesa per un’intervista a #Cartabianca di Bianca Berlinguer su Rai3 per parlare del suo modo di fare le interviste politiche e del suo sguardo sull’attualità, ma Viale Mazzini – non certo per zittire la Barbara nazionale – ha preferito rinviare a una prossima puntata. Il motivo? Semplice, per non farsi del male da soli e soprattutto per non irritare Mara Venier che, qualche giorno fa, è riuscita a riportare Domenica In in testa alla classifica degli ascolti proprio contro Domenica Live della sua amica Barbara. L’intero Pd si è scomodato a sostegno della D’Urso: Marattin, Cerno, Pezzopane, Morani, Picierno, Paita. Tutti in coro: Berlinguer e D’Urso sono state censurate. Oppure: Berlinguer difenda D’Urso. Da tempo non si vedeva una compattezza così forte al Nazareno. Forse da quando la Rai di Matteo Renzi censurava l’informazione libera nel servizio pubblico.

L’uomo che si crede ministro

Si muove come fosse lui il vero titolare della poltrona lasciata, ma solo in custodia, al tecnico Tria. Rilascia interviste, stringe mani, ammicca e saluta verso la platea stracolma, seduto al centro del palco del parlamentino del Cnel, mentre teorizza riforme fiscali e previdenziali di impronta neocon, che in Italia non si sentivano dai tempi di Tremonti al ministero dell’Economia. Al professor Alberto Brambilla, in maniche di camicia bianca e accento lombardo, come si addice ai leader “del fare”, piace lasciar credere quel che nella bolla mediatica che si è creata in queste settimane intorno a lui pensano tutti, nonostante gli scuotimenti di testa del Gianni Letta leghista, Giancarlo Giorgetti,  ogni volta che qualcuno chiede riscontri delle sue tesi: è lui la “testa d’uovo” del think tank di economisti che guida le mosse della quota salviniana nel governo giallo-verde.  L’occasione è la presentazione di un’indagine conoscitiva sull’andamento dell’Irpef della Cida, la confederazione dei dirigenti aziendali commissionata a “Itinerari previdenziali”, l’istituto di ricerca presieduta da Brambilla. Il nostro non si tira indietro. Il reddito di cittadinanza? Non serve: i poveri in Italia sono sempre meno, non pagano praticamente le tasse e in cambio godono di un welfare tra i più costosi d’Europa. Una flat tax che alleggerisca il peso del fisco sulla middle e up class? Un atto di giustizia, visto che sono i piani medio-alti della piramide dei contribuenti a sostenere l’onere maggiore dell’Irpef. Il professor Brambilla detta, dati (suoi) alla mano, l’agenda del governo al cospetto di politici e giornalisti. “Il 44,92% dei cittadini paga solo il 2,82% dell’Irpef al netto del bonus degli 80 euro, mentre il 12,09% ne paga ben il 57,11%” scandisce analizzando la progressione dei redditi del 2016. Note dolenti per Brambilla anche per quanto riguarda il contributo dei pensionati alle finanze dello Stato: il 49,63% paga solo l’8,87%, l’1,93 il 16,2% e sul 31,2% grava ben il 74,82% di tutta l’Irpef di categoria. Che fare? “La mia contrarietà al reddito di cittadinanza è nota”, ricorda il professore dando la parola ai politici presenti: Francesco Boccia del Pd, Giulio Centemero della Lega e Mariastella Gelmini di Forza Italia. Assente l’annunciata sottosegretaria all’Economia Laura Castelli, M5S. “Come sottolineava il professore, pochi pagano l’Irpef e si vedono molti Suv in giro, questa situazione rafforza la validità del varo della pace fiscale, dobbiamo ripristinare questo rapporto  interrotto”, sintetizza Centemero. “Noi vogliamo investire  in infrastrutture e nel superammortamento per chi assume giovani e over 57”, corregge il tiro Brambilla, l’uomo che si sente ministro, prima di salutare il giovane tesoriere leghista dal palco con un buffetto. Vai caro, vai.

Torino resta fuori dai Giochi 2026: ecco Milano-Cortina

Una candidatura è morta, ne è già nata un’altra. Senza Torino. E senza l’appoggio del governo, che significa tagliare fuori dalla partita il Movimento 5 Stelle che al Coni (e ai suoi progetti olimpici) non ha mai fatto sconti. Così il sogno di Giovanni Malagò di portare in Italia l’edizione invernale del 2026 prosegue, nonostante ieri il sottosegretario Giancarlo Giorgetti abbia dichiarato “morto” il progetto “Mi-To-Co”. Solo uno stop, per provare a ripartire su nuove basi: tocca a Milano e Cortina, che dovranno andare avanti con le loro gambe (e soprattutto i loro soldi). I Giochi dell’autonomia lombardo-veneta, che piacciono tanto alla Lega di Matteo Salvini e hanno ricevuto un mezzo via libera pure da Luigi Di Maio.

Addio “Mi-To-Co”: la strana creatura a tre teste è stata uccisa sul nascere dai litigi fra le due grandi città, Milano che chiedeva di essere capofila, Torino che reclamava pari dignità. Lunedì il deputato M5s, Simone Valente, aveva anticipato la rottura (“impossibile procedere”), e così ieri Giorgetti ha liquidato il progetto: “Serviva una condivisione che non ho rintracciato”, ha spiegato in Commissione al Senato. “È mancato lo spirito olimpico: la candidatura così come è concepita non ha il sostegno del governo e quindi finisce qui”.

Partita chiusa? Neanche per sogno. Al Coni non ci stanno a ripetere la figuraccia di Roma 2024. Giorgetti non ha neppure finito di parlare che i governatori Zaia e Fontana già rilanciano: “Assurdo gettare tutto alle ortiche: se Torino si chiama fuori andiamo avanti noi insieme”. Se lo aspettavano, dopo le dichiarazioni di rottura del M5s. E avevano già pronto il piano B. Nella testa del Coni il tandem Milano-Cortina della strana coppia Sala-Zaia funziona: il capoluogo lombardo può finalmente avere la leadership, con quasi tutti gli eventi e la gestione del brand; i veneti spalla di lusso, ospitando tutto lo sci di cui diventerebbero la capitale italiana (ci sono anche i Mondiali 2021). Tanti saluti a Torino e alla Appendino, che per il Coni vedeva come “guastafeste” con le sue pretese di parità e sostenibilità ambientale. Il sospetto di una “manovra” per far fuori la città governata dai 5 stelle viene subito a galla, agitato anche dal governatore Chiamparino (in quota Pd). Ma la macchina è in moto.

Il primo ad aprire è proprio Giorgetti: “Se Lombardia e Veneto vogliono andare avanti, se ne faranno carico loro anche in termini di oneri. In caso di candidatura tridente il governo avrebbe messo le garanzie, così dovranno fornirle loro”. Il sottosegretario indica la via: un progetto tutto regionale, senza soldi dello Stato, che non crei guai all’alleanza gialloverde. Le regole del Cio, del resto, lo permettono: tecnicamente basta la garanzia degli enti locali, nella “Agenda 2020” si parla di “città/Regione/Paese ospitante”. E così i Giochi smettono di essere un problema del M5s, che su quei territori non governa e non sarà chiamato in causa nemmeno come esecutivo. Per Appendino è una sconfitta ma anche un po’ un sollievo viste le tante divisioni interne, infatti Torino si chiama subito fuori: “Per il Piemonte senza il sostegno economico del governo è impossibile partecipare”. Di Maio non pone veti: “Il Coni non ha avuto il coraggio di prendere una decisione chiara, creando una situazione insostenibile in cui come al solito si sarebbero sprecati soldi. Chi vorrà concorrere dovrà provvedere con risorse proprie”.

Il vicepremier attacca Malagò (anche se l’idea del tridente l’aveva suggerita proprio Palazzo Chigi), ma in ogni caso lascia intendere che non si opporrà: i 5stelle vogliono vederci chiaro sui fondi e vigileranno, per ora lasciano fare. Ancora più esplicito l’ok di Salvini: “Se i fondi li trovano loro e la spesa è limitata, perché no? L’importante è che l’Italia torni ad essere protagonista”.

Lo sarà già oggi, a Losanna, dove la delegazione Coni presenterà il nuovo dossier: il Cio è disperato (anche il Giappone si è appena ritirato) e lo accoglierà a braccia aperte. “La fiamma della speranza rimane accesa”, esulta Malagò. Grazie a Milano e Cortina, Lombardia e Veneto: due amministrazioni leghiste (che hanno già votato un referendum per l’autonomia), a capo delle prime olimpiadi regionali. I sostenitori dei Giochi non escludono neppure che Torino possa ripensarci e rientrare in gioco in futuro, con meno pressioni, insieme al governo. Forse se lo augurano: di qui al 2026 trovare tutti quei soldi (almeno 400 milioni, comunque pubblici), sarà un bel problema. Anche per Lombardia e Veneto, così ricche e indipendenti.