Richiesta di rinvio a giudizio per l’ex presidente della Giunta regionale dell’Abruzzo, Luciano D’Alfonso, per assessori ed ex assessori della sua amministrazione, Silvio Paolucci, Dino Pepe, Marinella Sclocco e Donato Di Matteo, per l’ex segretario particolare del governatore Claudio Ruffini e per il capo di gabinetto Fabrizio Bernardini. L’inchiesta della Procura di Pescara riguarda la delibera di indirizzo approvata dalla giunta regionale sulla riqualificazione e realizzazione del parco pubblico “Villa delle rose” nel Comune di Lanciano (Chieti). L’udienza, davanti al gup Gianluca Sarandrea, si terrà il prossimo 5 marzo. Il reato contestato dal pm Rosaria Vecchi è di falso ideologico in concorso. Al centro dell’inchiesta la delibera numero 367 del 3 giugno 2016, con la quale la giunta regionale ha posto le basi per il recupero dell’ex ippodromo di Lanciano. Secondo la Procura, quel primo atto sarebbe viziato da un falso, in quanto gli imputati, “in concorso tra loro, previo accordo telefonico intercorso tra D’Alfonso e Ruffini”, avrebbero attestato, “contrariamente al vero”, la presenza di D’Alfonso alla seduta straordinaria di Giunta, svoltasi nella sede della Regione Abruzzo a Pescara.
No del Mibact alle celebrazioni del centenario di Andreotti
No, Giulio Andreotti non verrà celebrato in pompa magna nel centenario della nascita, il 14 gennaio 2019. Lo ha deciso la Consulta del ministero dei Beni culturali, presieduta dallo storico Andrea Giardina, che ha bocciato la proposta di istituire un Comitato nazionale per ricordare il senatore a vita, sette volte presidente del consiglio e quintessenza della politica italiana che fu. “Il progetto – si legge nella relazione all’attenzione di Camera e Senato – è caratterizzato piuttosto che da un profilo celebrativo, dall’indicazioni di alcune linee di ricerca che si possono più opportunamente realizzare attraverso altri finanziamenti pubblici”. Insomma niente da fare per chi intendeva onorarne la memoria. Ma guai a pensar male, come diceva con una punta di ironia, il ‘Divo’: anche altri progetti sono stati depennati. Come quello di Lucrezia Borgia, figlia illegittima di Papa Alessandro VI, di cui si è tramandata la fama di avvelenatrice: il programma per il V centenario della morte, a detta degli esperti, non aveva sufficienti “elementi di originalità”.
In altri casi invece il Mibact ha deciso di aprire i cordoni della borsa, come per il bicentenario de l’Infinito di Giacomo Leopardi o per la commemorazione di Primo Levi “la cui opera, oltre al valore letterario, costituisce il paradigma interpretativo degli eventi storici del Novecento”. Comitati nazionali saranno istituiti anche per i partigiani Bianca Guidetti Serra e Nuto Revelli, per il musicista Roman Vlad e per il linguista del 700 Giuseppe Baretti. Senza dimenticare Germanico, figura centrale per l’espansione romana nell’Europa continentale, prima di cadere vittima delle trame di palazzo: per ricordare il principe che non riuscì mai a diventare imperatore sarà organizzato un convegno internazionale. Con buona pace di Andreotti. Che pure di se stesso diceva: “Ho la coscienza di essere di statura media, ma se mi giro attorno non vedo giganti”.
Il console a Lampedusa per bloccare i tunisini
L’obiettivo è stringere con Tunisi un accordo che consenta di incrementare e quindi velocizzare i rimpatri nello Stato nordafricano. Ed è il momento delle trattative. Sul tavolo del governo tunisino ieri è arrivata l’offerta di nuove motovedette, radar, l’implementazione e la fornitura del sistema Afis per la rilevazione delle impronte digitali, la riparazione e la manutenzione delle unità navali già consegnate dall’Italia circa 7 anni fa. Investimenti che il governo italiano intende fare in parte con soldi propri e in parte accedendo ai finanziamenti Ue. In cambio, nell’incontro tenutosi ieri tra i “tecnici” italiani e quelli nordafricani, sono state già avanzate alcune richieste. La prima: poter aumentare, da 2 a 3, i voli previsti dagli accordi in corso. Ogni volo prevede il rimpatrio di 40 tunisini irregolari – due giorni fa un nostro aereo ha avuto un guasto e l’operazione è saltata – per un totale di 80 a settimana. Il governo chiede un ulteriore volo settimanale, oppure la possibilità di incrementare i rimpatri, da 40 a 50, per ogni viaggio, in modo da arrivare alla cifra di 100/120 settimanali.
L’argomento sarà discusso a livello politico, ma i tunisini hanno già fatto capire che 80 rimpatri a settimana è una quota considerevole, frutto dei buoni rapporti con l’Italia, e che devono tener presenti anche le richieste della Francia. Un modo piuttosto chiaro per spiegare all’Italia che bisogna alzare la posta in gioco. Altra proposta, poter recuperare un volo se, com’è accaduto due giorni fa, un guato impedisce il rimpatrio previsto.
Con 80 rimpatri a settimana, circa 4 mila l’anno, hanno spiegato i tecnici italiani ai loro omologhi tunisini – in rappresentanza dei ministeri dell’Interno e degli Esteri – si copre il rientro del flusso in corso, ma non si riesce a smaltire il numero di tunisini irregolari già accumulati negli anni. Anche per questo l’Italia ha proposto una soluzione per accelerare i tempi in vista dei prossimi sbarchi. Accompagnare a Lampedusa, a nostre spese, il console tunisino, che risiede a Palermo, ogni qual volta c’è uno sbarco. in modo da poter procedere a identificazione ed espulsione sul posto guadagnando tempo. E ancora: ospitare in Italia un ufficiale di collegamento tunisino per migliorare e accelerare le procedure.
Quella di ieri pomeriggio è stata una riunione tra “tecnici”, in vista della visita ufficiale che il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sta programmando in Tunisia, tra fine settembre e primi di ottobre. Ma è proprio a partire dalle richieste “tecniche” e “operative” che si svilupperà poi la trattativa politica con Tunisi. Che non si annuncia una passeggiata. I rappresentanti degli Esteri e dell’Interno dello Stato tunisino, non prendendo come ovvio alcun impegno, hanno infatti ribadito che se ne può discutere, ma più volte hanno accennato alle esigenze francesi. Come dire: saremo disponibili con chi, tra Roma e Parigi, alza maggiormente la posta.
Inchiesta su Scarpellini Perquisizione a Verdini
Indagato e perquisito per corruzione e finanziamento illecito. Denis Verdini non è più l’uomo forte del centrodestra, lo stratega del “Patto del Nazareno”, il collante tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi e proprio adesso, che non siede neanche più in Parlamento, trova i carabinieri che bussano alla sua porta per conto della procura di Roma. È accusato con Massimo Parisi – il segretario del suo partito, Alleanza Liberalpopolare Autonomie (Ala), ndr – di aver ricevuto “in comodato gratuito” dall’immobiliarista Sergio Scarpellini un immobile a Roma, in via Poli, “destinato alla sede della Fondazione”. “In questo modo – scrive la pm Barbara Zuin nel decreto di perquisizione – erogava in favore di entrambi un’utilità a contenuto patrimoniale, pari al risparmio del costo di locazione, dalla data di stipula del contratto, sino alla data della vendita dell’immobile a terzi, avvenuta nel novembre 2016”.
“Il contributo – sostiene la Procura – è stato apparentemente deliberato nel luglio 2015, nella seduta dell’organo sociale competente, con trascrizione del relativo verbale nell’apposito registro solo nell’anno successivo e senza l’iscrizione dell’erogazione nei rispettivi bilanci di esercizio”. L’utilità di Verdini e Parisi– secondo la procura – si può calcolare in 95 mila euro. La difesa di Verdini è puntuale: “Vengo accusato di un illecito finanziamento in favore di Ala – ha dichiarato ieri Verdini – consistente nella messa a disposizione di un appartamento utilizzato come sede del partito, senza che venissero rispettate le condizioni di legittimità previste dalla legge. Senza scomodare le Forze dell’Ordine in inutili perquisizioni, sarebbe stato sufficiente chiedere al sottoscritto la documentazione relativa alla presunta utilità percepita, per verificare che il comodato dell’appartamento era stato deliberato dal Consiglio d’amministrazione della società proprietaria dell’immobile e che, da parte mia, il contratto era stato depositato all’ufficio del registro, iscritto nel bilancio del partito e puntualmente denunciato al competente ufficio della Camera dei deputati. Se fosse stata osservata una corretta procedura, mi sarebbe stata facilmente evitata la formulazione di un’ipotesi di reato del tutto gratuita e infondata. Sono peraltro sufficientemente sereno per respingere le maliziose insinuazioni di chi volesse ormai considerarmi vittima di una persecuzione giudiziaria”.
Documenti alla mano, il deposito della dichiarazione del comodato d’uso, alla Camera dei Deputati, avviene il 9 marzo 2017, dove Ignazio Abrignani, ex parlamentare e tesoriere di Ala, e l’avvocato Giovanni Maria Baratta, legale rappresentante della società Milano 90 di Scarpellini, dichiarano di aver “corrisposto” e “ricevuto” dal 1° gennaio al 25 novembre 2016, in base al contratto di comodato d’uso, “la somma di euro 52 mila quale contributo per la partecipazione alle spese connesse all’attività politica del Partito”. Il contratto iniziale era stato stipulato però parecchi mesi prima, il 13 agosto 2015, con una decorrenza prevista fino al 2 agosto 2017. Come mai viene depositato soltanto alla Camera soltanto nel marzo 2017, peraltro dopo che la vicenda era già divenuta nota persino sui giornali?
Abrignani e Verdini al Fatto forniscono due spiegazioni. Ala aveva tempo, secondo la legge, fino al marzo successivo, quindi ha operato nei termini previsti. In secondo luogo, per l’anno 2015, anche in seguito alle migliorie che avevano dovuto portare all’immobile, sono stati calcolati soltanto 5mila euro, cifra che non rende necessaria alcuna dichiarazione congiunta, poiché la dichiarazione è prevista per legge da 5001 euro in su. Infine, nel novembre 2016 l’immobile viene venduto e quindi il comodato d’uso cessa.
Nell’ambito della stessa inchiesta ieri è stato anche arrestato il sindaco di Ponzano Romano, Enzo De Santis: la procura parla di “totale asservimento agli interessi del privato al cui perseguimento egli piega, con completa assenza di ogni scrupolo, la propria pubblica funzione”. Nelle indagini anche i nomi di Mirko Coratti (presidente del consiglio comunale di Roma dal 2013 al 2015) e Luciano Ciocchetti (vice presidente della Regione Lazio e assessore all’Urbanistica dal 2010 al 2012). Anche per loro, come per Verdini, l’accusa di finanziamento illecito per il comodato gratuito di due immobili.
Il “disobbediente” Franzoso verso il cda di Trenord
La nomina di Andrea Franzoso nel cda di Trenord, la società di proprietà al 50 per cento di Trenitalia e Fnm che gestisce il trasporto ferroviario regionale in Lombardia, è “una grande novità”. Lo scrive su Facebook il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli: “Dà il senso della rivoluzione che stiamo portando avanti”, prosegue Toninelli, spiegando che Franzoso è “il whistleblower di Ferrovie Nord Milano, ovvero la holding che proprio tramite Trenord gestisce il trasporto pubblico lombardo. Franzoso è colui che nel 2015 denunciò le malefatte e gli sperperi all’interno di Fnm, sollevando il velo su anni di ruberie”. Quelle vicende vennero raccontate dal Fatto Quotidiano, lo stesso Franzoso ha scritto poi un libro intitolato Il disobbediente edito da PaperFirst, con prefazione di Raffaele Cantone e postfazione di Gian Antonio Stella. Toninelli ricorda che a seguito delle denunce di Franzoso “l’ex presidente di Ferrovie Nord Milano, Norberto Achille, è stato condannato per peculato e truffa”, mentre ”Franzoso è stato prima relegato al ruolo di passacarte e poi accompagnato alla porta”. Ora Franzoso è tra i nomi proposti da Fs per il Cda di Trenord.
L’affondo in aula contro il partito: “Non è uno schermo per atti illeciti”
“Il partito non può essere uno schermo per compiere atti illeciti”. Il sostituto procuratore generale della Corte d’appello di Genova, Enrico Zucca, chiarisce subito il concetto.
Ieri Zucca – lo stesso che ha condotto in porto le inchieste del G8 – ha esposto le sue conclusioni nel processo d’appello contro l’ex tesoriere del Carroccio, Francesco Belsito. Più di un’ora di ricostruzione della vicenda che ha portato alla condanna in primo grado di Umberto Bossi e dello stesso Belsito. Si tratta del denaro transitato tra Cipro e la Tanzania da cui è scaturito il sequestro dei 49 milioni della Lega.
I vertici del Carroccio sapevano? Zucca ricostruisce: “Nessuno, fra gli esponenti della Lega sentiti, ha dichiarato di essere stato previamente informato delle operazioni oggetto del processo”. Soltanto Bossi è stato condannato (in primo grado). Era stato lo stesso Belsito, in una recente intervista al Fatto, a raccontare: “All’epoca Matteo Salvini non faceva parte del consiglio federale, si occupava di Radio Padania, per la quale mi ha spesso chiesto del denaro. Niente di illecito…”. E Roberto Maroni? “Era nel consiglio federale che parlava di questioni politiche, ma a volte intervenivo anch’io per affrontare temi di cassa. Non so se sapesse. In quel periodo faceva anche il ministro ed era in rottura con Bossi”.
I due leader della Lega, divenuti segretari dopo il Senatùr, non erano tra gli imputati del processo genovese.
Zucca ha aggiunto: “La difesa ha sostenuto che il contributo di finanziamento sarebbe stato comunque dovuto al partito. Invece prima c’è un controllo e un vaglio. Che, sia pure formale, agisce anche come condizione sospensiva” della concessione del denaro. Accuse che si aggiungono a quelle già pronunciate nelle udienze precedenti in cui, parlando della passata gestione leghista, il sostituto procuratore aveva parlato di “un caos totale, ma non un caos primordiale creativo, bensì un caos deliberatamente organizzato così da poter consentire ciò che è successo”.
Così la procura alla fine ha chiesto la conferma della condanna di Belsito: 4 anni e dieci mesi complessivi, di cui 14 mesi per appropriazione indebita. Belsito nel processo genovese è l’unico condannato per questo reato che, dopo la recente riforma, è perseguibile a querela. Ma la Lega nel processo genovese ha deciso di “scaricarlo” e, appunto, di querelarlo. Diversa potrebbe essere la sorte di Belsito nel processo gemello di Milano dove è imputato in appello insieme con Bossi. Il Carroccio con lui dovrebbe querelare anche il suo fondatore (e attuale presidente, nonché senatore). Una questione politicamente spinosissima.
Il processo d’appello genovese dovrebbe arrivare a sentenza entro un paio di mesi. Zucca nelle precedenti udienze aveva chiesto anche la conferma della condanna per Bossi, ma con una pena ridotta a un anno e dieci mesi (in primo grado era stato condannato a due anni e sei mesi).
Belsito ha sempre respinto le accuse: “Non capisco come si possa parlare di appropriazione indebita visto che io non ho intascato soldi e il denaro comunque è ritornato nelle casse del partito dopo poco tempo”.
Soldi Lega, 49 milioni in 76 (comode) annate
La Lega restituirà quanto deve allo Stato. Ma in quasi ottant’anni. La Procura di Genova e il Carroccio ieri hanno trovato un punto di incontro sulle modalità di esecuzione del sequestro dei fondi frutto della truffa ai danni dello Stato, quantificata in 48,8 milioni: ogni bimestre saranno prelevati 100 mila euro da uno specifico conto fino all’estinzione del debito. Un rapido calcolo: 600 mila euro per 76 anni. Un lasso di tempo più lungo della stessa Repubblica (nata nel 1946, 72 anni fa), una dilazione di pagamento che supera l’esistenza stessa del partito. Nel 2094 non ci saranno più Matteo Salvini né Umberto Bossi e, con ogni probabilità, neppure la Lega.
La Procura ha tenuto conto dell’impossibilità di proseguire l’attività politica da parte del partito nel caso di integrale esecuzione del sequestro ma ha anche previsto un margine per poter abbreviare i termini di restituzione del denaro. Come? Il Carroccio ha sostanzialmente ipotecato i proventi futuri derivanti dall’affitto o dalla vendita della sede storica milanese di via Bellerio e si è impegnato a versare eventuali avanzi d’esercizio dal bilancio 2019 in poi. Quindi i proventi che il partito ottiene dalle donazioni dei cittadini, dal 2 per mille delle dichiarazioni dei redditi o dai versamenti degli eletti del partito. C’è poi il presunto tesoretto di 10 milioni che sarebbe stato trasferito dai conti della Lega in Lussemburgo e che gli inquirenti stanno cercando. Se individuati verrebbero sequestrati.
Al momento nelle casse del partito ci sono appena 130 mila euro e saranno acquisiti subito dalle Fiamme gialle. Gli altri prelievi partiranno dall’esercizio 2019. Il metodo, ha spiegato il procuratore di Genova, Francesco Cozzi, è il medesimo adottato con i sequestri nei confronti delle aziende “per evitare di soffocarle e permettere loro di continuare le attività”. Credo, ha aggiunto Cozzi, “che abbiamo raggiunto un punto di equilibrio e perseguito gli interessi dello Stato”. La modalità individuata permette di evitare “lo strozzamento di un partito che agisce nell’ambito democratico e rappresenta milioni di persone”.
L’istanza è stata presentata dai legali del partito, Giovanni Ponti e Roberto Zingari, ed è firmata dal giovane tesoriere, Giulio Centemero.
I contenuti sono frutto di diversi incontri, l’ultimo dei quali avvenuto lunedì. Nelle due pagine, di cui il Fatto è in possesso, Centemero illustra la complessa situazione vigente nel partito ricordando, fra l’altro, che “nel corso dell’ultimo esercizio 2017 la Lega ha avuto proventi pari a 2,9 milioni e che, ciononostante, tale bilancio ha registrato un disavanzo di esercizio pari a 1.151.960 euro”. Conseguentemente, prosegue, “il tentativo di integrale esecuzione del sequestro” comprometterebbe “l’esistenza stessa della Lega” e “farebbe venire meno la stessa possibilità di proventi futuri”. Quindi, dopo aver ricordato che il partito è proprietario della sede di via Bellerio “attraverso la società Pontida Fin, di un immobile idoneo a garantire redditi”, propone alla Procura di disporre “l’esecuzione del sequestro nei confronti della Lega Nord e dei soggetti comunque riferibili alla Lega Nord mediante l’apprensione delle somme spontaneamente rese disponibili dalla Lega sul c/c n (..) appositamente acceso presso l’agenzia (…)” sul quale il partito verserà “tutte le somme disponibili sui cc/cc intestati alla Lega Nord per l’Indipendenza della Padania alla data della pronuncia dell’ordinanza del Riesame”, il 5 settembre scorso. “L’importo (600 mila euro, ndr) potrà essere aumentato di una somma pari alla accertata maggiore redditività dell’immobile (la sede di via Bellerio, ndr) e di un eventuale avanzo di esercizio, risultante dai bilanci certificati a partire da quello relativo al 2019, superiore al doppio del medesimo importo”.
Ieri mattina i legali del Carroccio hanno però depositato il ricorso in Cassazione contro la decisione del tribunale del Riesame di Genova che lo scorso 6 settembre aveva dato il via libera al sequestro dei 49 milioni in ogni conto riconducibile al Carroccio. L’istanza è invece chiara: il soggetto citato è esclusivamente “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”. Questo, infatti, è il nome del vecchio partito fondato da Bossi che però già oggi non esiste più: Salvini, infatti, lo scorso dicembre ha fondato il nuovo soggetto “Lega per Salvini premier” e alle Camere questo è il nome con il quale sono registrati anche i gruppi parlamentari. Le quote di iscrizione, i contributi dei parlamentari, le donazioni dei militanti su quali conti correnti andranno?
Apple paga l’Irlanda con gli interessi: versati 14,3 miliardi
Settembre,è tempo di pagare per Apple che dovrà versare 14,3 miliardi di dollari al Tesoro dell’Irlanda: cifra pari all’ammontare delle tasse eluse sull’isola secondo il calcolo della stangata – senza precedenti nella storia del fisco internazionale – inflitta due anni fa dall’Ue all’azienda fondata da Steve Jobs e guidata da Tim Cook. L’annuncio dell’avvenuto deposito è stato dato dal governo di Dublino, che pure quei soldi non li avrebbe voluti. E che anzi ha sempre rivendicato come legittimo il regime cucito addosso all’azienda, capace di portare investimenti e dar lavoro a 6.000 persone nel Paese. Il ministro delle Finanze irlandese, Paschal Donohoe, ha precisato che il “recupero” è stato di 13,1 miliardi di euro più 1,2 miliardi d’interessi. Esattamente la somma fissata nell’agosto 2016 dalla Commissione europea e dall’Antitrust. Un atto dovuto che archivia la procedura giudiziaria avviata in seguito da Bruxelles contro Dublino per il ritardo nel recupero. “Alla luce del pieno rimborso da parte di Apple dell’aiuto di Stato illegale ricevuto dall’Irlanda, la commissaria Margrethe Vestager proporrà il ritiro di questa azione legale”, ha confermato il portavoce Ricardo Cardoso.
Oggi battaglia delle risoluzioni in Vigilanza. Ma stavolta Foa è vicino alla presidenza Rai
Ore decisive per la riproposizione di Marcello Foa alla presidenza della Rai. Questa mattina sarà guerra di risoluzioni in Vigilanza, con la maggioranza che voterà un testo in cui si chiede al Cda di esprimere un nome per la presidenza (compreso Foa), cui sarà contrapposta la risoluzione del Pd in cui si chiede al governo di esprimere “un nuovo nome di garanzia”. Il succo, però, è che FI ora è pronta a votare Foa. “Sul nome da parte nostra c’è stato un cambiamento a 180 gradi. Il problema era il metodo. E ora sono maturate le condizioni per un giudizio diverso”, afferma Giorgio Mulé. Il partito azzurro, in vista del nuovo vertice Berlusconi-Salvini-Meloni di domani sera, chiede però che Foa sia audito Vigilanza prima del voto. Altra battaglia è quella dei pareri legali, con Lega e Pd che si combattono a suon di avvocati. Ma anche secondo gli Affari legali della Rai, nel parere prodotto su richiesta di Fabrizio Salini, non ci sono impedimenti di legge a un nuovo voto su Foa.
466 agevolazioni per casa, lavoro & C. Tagliare qui non sarà affatto indolore
Ezio Vanoni, celebre ministro delle Finanze nei primi anni della Repubblica, nel 1949 confessò al Parlamento di avere “la sensazione che una esenzione, in questo nostro beato Paese… non si rifiuti a nessuno”. Quasi settanta anni dopo, infatti, il numero delle agevolazioni fiscali, in inglese tax expenditures, è arrivato a 466 per un totale di 75 miliardi di cui 54 erariali e 21 miliardi di tributi locali.
La stima è contenuta nello studio dell’Ufficio valutazione impatto del Senato che ha razionalizzato il perimetro di questa forma di politica fiscale.
Il governo Conte sta discutendo di un intervento su questa ramificazione per trovare risorse finanziarie aggiuntive, ma intervenire può costare caro, soprattutto in termini di consenso elettorale. Le misure sono tante e ramificate. Valutando gli effetti finanziari sul 2018, ad esempio, si scopre che il 33,7% delle spese erariali riguarda il bene più caro degli italiani, la casa. Solo nel 2017, la cedolare secca ha comportato una spesa fiscale maggiorata di 1,6 miliardi raggiungendo circa due milioni di beneficiari.
La misura, spiega il rapporto, ha mancato l’obiettivo di far incassare di più allo Stato, ma certamente ha rappresentato un vantaggio per chi ne ha usufruito. Anche grazie a quell’intervento, l’incidenza della casa sul complesso delle misure fiscali è salita di 2,5 miliardi, mentre è scesa drasticamente l’incidenza delle “politiche del lavoro”, passata da 19,2 a 14,6 miliardi, il 27% del totale. Le prime sei “missioni” in cui sono raggruppate le spese fiscali, oltre a casa e lavoro anche “politiche di tutela della finanza pubblica”, la “tutela della salute” i “diritti sociali e la famiglia”, “competitività delle imprese” drenano l’87% delle risorse pari a 47 miliardi.
La massa degli interventi fiscali riguarda ovviamente le persone fisiche e il mondo del lavoro, ma l’incidenza pro-capite sale di colpo nel caso delle imprese. I tributi su cui si concentra l’impatto pro-capite più alto, infatti, sono l’Ires e l’Irap, cioè l’imposizione sulle imprese (75 mila euro per ogni beneficiario) seguiti dal “credito di imposta” con 57 mila euro pro-capite.
L’effetto per ogni beneficiario di agevolazioni sull’Irpef precipita invece a 1.527 euro. Ma gli effetti finanziari di questi ultimi ammontano a 23,7 miliardi, mentre cumulando Ires, Irap e Credito di imposta, si arriva a un’agevolazione fiscale complessiva di circa 3 miliardi. Tra le agevolazioni, peraltro, rientrano gli 80 euro di Renzi, i cui effetti finanziari, nel triennio 2018-2020, ammontano a 8,9 miliardi di euro l’anno. La platea raggiunta dalla misura è di 11.155.355 di persone, un mondo che non è facile scontentare alla vigilia delle elezioni europee.
Da segnalare che oltre 200 milioni di esenzioni fiscali riguardano solo 1700 beneficiari particolarmente privilegiati come le società marittime che usufruiscono della tonnage tax (467 mila euro di beneficio pro-capite) e i benefici conferiti al tempo della privatizzazione degli immobili pubblici ai fondi immobiliari chiusi: quattro soggetti beneficiano di circa 800 mila euro a testa.